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Economia, la parabola dei ciechi

14-bruegel-la-parabola-dei-ciechiDottor Jekyll e mister Hyde al Financial Time. Il primo che. al contrario di quanto si possa credere sulla base della fonetica e della semantica, è la parte buona viene rappresentata dal fatto che nella Gran Bretagna del dopo brexit, la disoccupazione ha raggiunto il livello più basso da 42 anni a questa parte. Certo è un dato che andrebbe messo in relazione con l’enorme differenza di criteri statistici rispetto al secolo scorso per cui oggi risulta occupato chi trent”anni fa sarebbe stato considerato un disoccupato senza speranza, ma comunque i numeri riferiti agli ultimi anni ci dicono che l’uscita dal contesto dell’Unione europea è tutt’altro che un disastro, anzi appare come un successo. Il personaggio cattivo è invece rappresentato dal fatto che pur in queste condizioni, compreso anche un aumento dell’inflazione che naviga al 2,9%  non si registra alcun aumento reale dei salari come invece sarebbe “normale” secondo le teorie economiche correnti.

E’ proprio su questo punto che vorrei  esprimere qualche considerazione: il fatto che quando aumenta la domanda di lavoro i salari si alzano è una legge o è semplicemente un’osservazione empirica accreditata come norma universale, visto che di esperimenti in vitro non possono essere condotti? O per dirla in altro modo si tratta di un fondamentale della “scienza borghese” a cui ogni altra cosa deve essere ricondotta oppure viene determinato da tutto l’insieme dei rapporti sociali, culturali e di classe e dunque può determinarsi in alcune condizioni e non in altre? Il fatto che i salari tendano ad alzarsi quando la domanda  di lavoro sale e viceversa si è verificato lungo due secoli  di lotte sociali e politiche che hanno in un certo senso dato avvio a questa logica, ma ora che il contesto politico e anche antropologico è cambiato, che di fatto, al di fuori di cerchie ristrette, di nicchie non esiste più alcuna aspirazione progressiva verso una società migliore, che questo è considerato il migliore dei mondi possibili, cessano di essere stringenti.

Se l’economista Philip Shaw recita, sempre su Ft, la formula miracolosa: “la teoria economica fondamentale e il buon senso suggeriscono che l’offerta di paghe maggiori sia stimolata dalla scarsità di offerta di lavoro“. Ma non per questo il piombo si trasforma in oro e anzi lo stesso Shaw è costretto ad ammettere che questa sconfessione delle sacre leggi non avviene solo nel Regno Unito, ma ovunque in occidentee altrove, persino nel remoto sol levante. E in effetti ci sono troppe cose che non vanno: innanzitutto  l’occupazione statistica di cui parla è in gran parte formata da precari senza diritti o da lavoratori occasionali esposti a qualsiasi ricatto, ma poi  questa logica, in mancanza di forti pressioni sociali che premano sull’aumento dei salari come fattore di crescita civile, difficilmente può instaurarsi senza una piena occupazione perché si avranno comunque molte braccia e oggi  anche molti cervelli facilmente disponibili e gestibili senza problemi, figuriamoci poi se con la globalizzazione essi possono essere cercati dovunque. A questo si aggiunga la progressiva robotizzazione e anche il fatto che si fa molto più denaro attraverso il denaro che attraverso il lavoro e dunque l’equilibrio si sposta interamente sul profitto e non sul rapporto lavoro produzione che ne diventa una semplice variabile.

Dunque i salari crescono essenzialmente se esiste una volontà complessiva che porta a questo e cioè a una visione sociale che chiede maggiore uguaglianza e distribuzione del reddito, ma quando questa viene meno un lento crollo delle retribuzioni, quale si nota a partire dalla fine degli anni ’80 è inevitabile e può essere evitata nel contesto politico e culturale creato dall’egemonia neo liberista o attraverso le bolle di credito destinate prima o poi a esplodere o attraverso altri strumenti di sostegno generale al consumo.  E infatti vediamo i salari planare berso il basso e le borse salire verso l’alto senza alcuna coerenza con realtà, il pil crescere sia pure nominalmente e la disoccupazione aumentare o ristagnare. Siamo in un vicolo cieco, mentre ci accorgiamo con orrore che le guide accreditate come esperte e infallibili sono cieche.

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Confusione all’inglese

elezioni-inglesiLa confusione è totale, sfida il paradosso anche se a quanto pare questo avviene  non solo in Gran Bretagna. Come si fa a incastrare nell’ambito di una stessa elezione alcuni dati del tutto contradditori fra loro che sembrano appartenere a puzzle diversi e incoerenti? Certo è singolare che dopo la vittoria del Brexit, il quale non ha cambiato una virgola nelle performance dell’economia brittanica e che al massimo le ha un po’ migliorate, risorgano i laburisti di Corbyn che erano contrari al Brexit e perda invece Theresa May che era subentrata a Cameron come la quasi eroina del distacco dall’Europa? Che l’Ukip sia praticamente scomparso è del tutto ovvio dopo il raggiungimento dell’obiettivo che si era prefisso, ma come è possibile che il 20 % di voto laburista che aveva intercettato proprio sul progetto di uscita dall’Ue, sia tornato a casa quando è evidente che un voto al labour significa mettere in crisi l’uscita? E come può accadere che vengano invece dimezzati gli indipendentisti scozzesi i quali con insondabile contraddizione volevano sì la separazione dal Regno unito, ma l’unione con l’Europa? Non si tratta solo di numeri, ma anche di idee: non riesco a comprendere come possa Corbyn, personaggio che ha il merito storico di aver messo in soffitto il blairismo, prospettare una sorta di new deal britannico, una nuova grande stagione di interventi publici e di nazionalizzazioni, ma al tempo stesso voler rientrare in Europa che di fatto li vieta, presa com’è dall’ossessione privatistica?

Si c’è molta, c’è troppa confusione. Ed è evidente che tra questa si faccia strada il potente meccanismo di persuasione e manipolazione dei media detenuti dall’oligarchia globalista, assieme ad altri strumenti di potere: se falliscono di fronte a una domanda diretta, come quella che solitamente viene posta dai referendum, sono invece abbastanza forti per determinare il consenso quando la questione viene posta in maniera indiretta e viene giocata su ambiti diversi anche se in aperta contraddizione fra loro, fino a che non prevale la linea del famoso 1% che rappresenta la fase ultima del capitalismo nel quale mercato e geopolitica si saldano, come è fin troppo evidente dalle vicende degli ultimi anni. Non c’è limite alle deformazioni possibili, compresa l’appropriazione indebita e subdola di concetti che la sinistra ha abbandonato o gioca in puro senso totemico.

Tuttavia proprio questo smarrimento degli elettorati che via via si vedono meno rappresentati ed esposti a choc emotivi come quello per esempio degli attentati di certa attribuzione, ma di enigmatica origine, (nello specifico caso inglese diretti contro la May, per sei anni ministro dell’interno e dunque responsabile della sicurezza) testimonia che siamo entrati  di una fase successiva rispetto al neoliberismo trionfante al suo culmine ideale tra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo. Si sceglie per confusione, non più per fede nei destini progressivi del mercato e anche se questo finisce sempre per mettere nel sacco gli elettori con il gioco delle contraddizioni ( ad esempio partito conservatore globalista per il Brexit, partito progressista invece contrario) pian piano si va facendo strada la consapevolezza di un fallimento delle formule rituali e direi quasi la nostalgia di qualcosa di diverso anche se ancora non si riesce ad afferarlo. Tutto questo causa un effetto ingovernabilità anche  nel Regno Unito, per decenni spacciato come esempio impareggiabile di saldezza che sarebbe dovuto a un sistema elettorale iper maggioritario, disegnato sulle regole del tennis,  che fa strame di ogni regola di rappresentanza. Insomma c’è il pericolo (naturalmente per lor signori) che la confusione man mano cominci a declinarsi come dubbio nei confronti del credo liberista e a quel punto non basterà la legna, la carta e i bit disponibili per bruciare gli eretici. Già è sufficiente Corbyn con la sua eccentricità  rispetto ai decaloghi della governance post thatcheriana e il suo rifiuto della socialdemocrazia in veste di pronuba del liberismo a testimoniarlo.


Sgobalizzar e organizzar

occupy_wall_street_1-580x356Era tempo che ne volevo scrivere e che mi prudevano le dita di fronte all’orgia scomposta di globalizzanti delusi e incazzati per le sconfitte subite, all’ottuso bon ton delle sinistre di bandiera bianca, alla confusione che regna sovrana nelle teste di almeno due generazioni allevate con superciliosa attenzione a che non fossero in grado di crearsi una visione complessiva delle cose, non ne sentissero il bisogno o in caso di patologiche nostalgie dell’universale, potessero compralo facilmente nell’emporio del neo liberismo. Così accade che un  numero impressionante di persone crede che mondializzazione e globalizzazione siano sinonimi quando non lo sono affatto e pensa che il venir meno di essa sia automaticamente un rinchiudersi dentro i confini e nelle piccole patrie. Ma non potrebbe esserci idea più falsa perché la globalizzazione non è che il frutto marcio della mondializzazione che esisteva da molto prima.

Quest’ ultima è un fenomeno endogeno del capitalismo nella sua fase espansiva il quale ha la necessità non solo ideologica, ma pratica di  internazionalizzare produzione, commercio, investimenti così da mantenere alto il livello di profitti, sottraendolo al loro declino tendenziale e nelle stesso tempo sostenere i consumi e tenere al livello più basso possibile il conflitto sociale. Per circa due secoli la mondializzazione si è concretata nello sfruttamento generalizzato del pianeta, reso possibile da una temporanea supremazia tecnologica, ma dopo la prima guerra mondiale, la nascita dell’Unione sovietica, lo scontro tra varie fazioni e incarnazioni del capitale, l’allargamento della base produttiva a nuovi Paesi demograficamente giganteschi e con straordinarie risorse intellettuali per non parlare dei i problemi creati dalla devastazione degli equilibri fisici del pianeta, hanno cominciato a cambiare le cose. E così entra in campo la parola globalizzazione che sostanzialmente giustifica e copre tutti i processi di riorganizzazione tecnologica, politica e finanziaria necessari a mantenere alti i profitti e riportare il potere reale nelle mani di pochi. La parola nasce negli ultimi anni ’90, ma già incubava e vagiva nelle teorie neo liberiste e nello loro stravaganti vulgate che liberavano l’idea di disuguaglianza sociale come fondativa dell’essenza capitalistica dai cassetti in cui era stata nascosta per interessato pudore dopo il successo della Rivoluzione d’ottobre, specie dopo la seconda guerra mondiale quando non poté più essere mimetizzata e mistificata dai nazionalismi e i razzismi di varia natura.

In effetti la mutazione globalista per i cittadini dell’occidente significa una cosa sola: che essi rientrano in pieno nei processi di sfruttamento, impoverimento, negazione di rappresentanza e di diritti, riduzione della democrazia a una ritualità e dello stato a gendarme dello status quo che prima era esercitata altrove. Se in precedenza gli eserciti di riserva destinati al sacrificio o a sterilizzare con il loro spauracchio le lotte sociali erano erano lontani, adesso sono dappertutto, ricominciano dalle periferie dell’occidente e marciano con il ritmo imposto dall’egemonia culturale nel frattempo conquistata e tenuta manu militari grazie al controllo della comunicazione. Tutto questo ha ricevuto per trent’anni piena legittimazione anche da quelle forze che avrebbero dovuto rappresentarne il contraltare e – detto per inciso – ogni futura democrazia reale non potrà sottrarsi al compito di analizzare i motivi e i meccanismi grazie ai quali la rappresentanza è stata così facilmente subornata e indotta a tradire in modo così unanime. In realtà niente avrebbe potuto arrestare la marcia dell’oligarchia se non il fatto che essa si regge su gambe contraddittorie che alla fine hanno cominciato a vacillare. L’impoverimento di vasti strati di popolazione a causa della disoccupazione, della precarietà, della sottoccupazione e della caduta generale dei salari,  la progressiva eliminazione dei sistemi di welfare, lo svuotamento della partecipazione attiva e dei suoi strumenti, la crescita esponenziale di pla messa in mora dei diritti, ma anche la nascita di un sistema di comunicazione orizzontale, non controllabile così facilmente come quella verticale, ha prodotto alla fine una cesura realizzatasi con le “insurrezioni elettorali” di varia natura che vanno dalla Brexit, a Trump, ma anche, anzi forse più significativamente, al no opposto in Italia alle manipolazioni costituzionali oppure al fallimento dell’opera di convinzione dei media che ha dato origine alle varie campagne per reprimere la libertà di espressione.

La globalizzazione nel suo significato specifico trema, ma bisogna dire che finora sono stati individuati e spesso confusamente solo singoli colpevoli che possono essere Obama   con le sue promesse mancate o l’Europa degli oligarchi con i suoi strumenti monetari o i subdoli trattati commerciali come il Ttip , ma si fa ancora fatica ad individuare il cervello che guida la banda dell’Uno per cento, come si dice con espressione sintetica, ovvero il pensiero unico e dunque stentano ancora a nascere opposizioni a un tempo radicali, coerenti e concrete come ad esempio potrebbe accadere in Usa attorno a Sanders. Spesso il cittadino tradito, disilluso agisce con quello che ha. Che è abbastanza, anzi necessario a scompigliare la tela del ragno, ma non a scacciarlo.


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