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La dura lezione della Brexit

1576191462067.jpg--boris_johnson_stravince_le_elezioni__laburisti_travolti__l_inghilterra_grida_forza_brexitNon c’era bisogno della sfera di cristallo per sapere come sarebbero andate le elezioni in Gran Bretagna: la questione della Brexit si era infatti radicalizzata da quando agli inglesi era risultato chiaro che i loro rappresentanti volessero, per l’ennesima volta in questo continente, ribaltare il risultato del referendum e annullare in qualche modo la separazione dall’Ue o attraverso il Parlamento oppure riproponendo la consultazione fino ad avere il risultato sperato. Vittima di tutto questo è stato il Partito Laburista che, inizialmente, grazie alla nuova radicalità impressa da Corbyn, era stato favorevole all’uscita da un’unione che si rivelava sempre più conservatrice, avendone anche un notevole guadagno elettorale, ma in seguito si è abbandonato a una ambigua incertezza  sul tema finendo per ottenere una sconfitta di proporzioni storiche figurando tra quella parte di ceto politico che se ne infischia della volontà popolare. La cosa va comunque spiegata meglio: quando Cameron volle il referendum sull’uscita lo fece esclusivamente per avere maggior libertà contrattuale con la commissione di Bruxelles, ma non si aspettava che il Si vincesse davvero, voleva soltanto portare al tavolo delle trattative una consistente minoranza di inglesi decisa ad andarsene per spaventare la commissione e ottenere maggior spazio di manovra. In questo modo la intesero anche i Laburisti i quali speravano di poter stappare regole diverse di bilancio meno draconiane e così rilanciare la politica sociale.

Quando gli inglesi si pronunciarono a sorpresa per l’uscita, finirono per spiazzare tutti i partiti come galline nel pollaio quando arriva la volpe, ma mentre tra i conservatori è prevalsa mano mano  l’idea che bisognava cavalcare la tigre e premere su quest’acceleratore per conquistare una maggioranza che mettesse in cassaforte lo stato antisociale di stampo neoliberista, i Laburisti non sono stati in grado di prendere una chiara posizione ondeggiando continuamente attorno a un “ni” che si è concretizzato nella proposta di un nuovo referendum, finendo così per scontentare i propri elettori che volevano uscire, ma anche quelli che invece volevano rimane nella Ue, sia pure in posizione defilata. Ancora una volta questo feticcio dell’Europa causa danni e riesce a sostenere la causa della reazione persino quando si tratta di andarsene. D’altro canto la questione riguarda soltanto gli assetti delle elites e le geopolitiche, ma non certo la classe lavoratrice che ha disertato le urne dei laburisti e certamente non senza ragioni: tutta la caduta dello stato sociale, dei salari e l’assunzione della precarietà come modello di lavoro si è svolta con la Gran Bretagna nell’Europa, anzi è stata potentemente supportata da quest’ultima soprattutto nella fase blairista: quale credibilità poteva avere la radicalizzazione corbiniana con questo combattuto attaccamento alla Ue?

Alla fine si è spontaneamente creata l’idea che non ci fosse poi molta differenza tra le formazioni politiche in relazione alle questioni sociali: non è infatti molto credibile chiedere un cambiamento radicale delle cose in favore del lavoro e contro la disuguglianza che nasce dall’accumulazione di capitale senza quasi più redistribuzione e nello stesso tempo traccheggiare per rimanere dentro un un’unione che fa proprio di questo la sua ragion d’essere costringendo i bilanci dentro regole, palesemente assurde e costruite proprio per questo, che non permettono politiche sociali e privatizzano tutto. E’ chiaramente una posizione insostenibile o sostenibile solo dallo strato borghese e garantito di queste sinistre convertite. Del resto questa è la ragione per cui la mania europeista ha di fatto distrutto tutta la sinistra europea anche perché è del tutto evidente che le ragioni del lavoro contro quelle del capitale hanno più forza dentro i singoli Paesi dove il peso del consenso ha un’efficacia ben superiore a quella che può avere nelle ambigue governance elitarie sovranazionali e ricattatrici. E’ quasi elementare, ma l’effetto di questo errore è stato devastante permettendo che questi temi venissero cavacalcati da altri così da alimentare una dialettica politica che in un modo o nell’altro è tutta alla fine dentro i dogmi del sistema.

Ma invece di cercare d comprendere cose così evidenti  ci si rifugia in fantasie perverse e ridicole che partendo dai supposti sfracelli che la Brexit avrebbe provocato all’economia inglese insinuate dai soliti sedicenti esperti che da anni annunciano un disastro immaginario, naturalmente dietro pagamento, ha come punto di arrivo stravaganti fesserie, come per esempio l’apertura di sottoscrizioni per i poveri bambini inglesi colpiti dalla Brexit. La sterlina si rivaluta, ma come fanno questi poveracci a rinunciare al loro minimo  mondo così ordinato e così disperatamente ottuso?  Tutto fa brodo per diffondere paure insensate perché nessuno osi alzare la testa, anche quando per puro caso ce l’abbia.


Ammucchiata per il suicidio

rana Anna Lombroso per il Simplicissimus

Eh si ci vorrebbe proprio un governo di coalizione, tutti insieme, rane e scorpioni fino a ammazzarsi, così finalmente si uscirebbe dall’equivoco che questa crisi sia effetto dei giochi perversi della “politica” dei partiti, vecchi e nuovi, liquidi e aerei, che ormai non ce n’è più nessuno con la base, le sezioni, i circoli, gli iscritti, le minoranze. Quando invece è chiaro il trattarsi dell’allegoria come in un affresco della breve battaglia dalla quale sono usciti vincitori i poteri speculativi e sfruttatori che hanno scelto come terreno esemplare una valle che vogliono trasformare in una miniera, in un giacimento da esaurire grazie a quel buco per tirarne fuori un tesoro, concreto:  i frutti di sfruttamento, corruzione, malaffare e  simbolico: l’ostensione liturgica della potenza invincibile del capitale. 

Certo il bottino non è poca cosa,  ma  a valere davvero è l’affermazione di quella combinazione di avidità d’oro e di predomino, con il trionfo dell’ideologia che ci sta dietro rappresentata da una grande opera paradigmatica dell’indirizzo che devono prendere gli investimenti per fruttare  in favore di soggetti privati che non hanno mai scommesso un centesimo in innovazione e tecnologia, limitandosi a tunnel,  ponti, muri, piramidi, vele e autostrade senza curarsi della loro pressione e delle controindicazioni anche quando pare possano servire a fari più belli,  della  sicurezza e della manutenzione, esemplare dell’avidità di rendite parassitarie, di azionariati incarnati anche in forma letteraria degli esangui rampolli della dinastia torinese.

Eh si, era proprio il monumento all’Europa, che per alcuni sarebbe ancora il terreno sul quale esercitarsi per addomesticare il sistema mentre è il teatro della colonizzazione intestina, anche se in realtà all’Ue non interessa un treno veloce  se non per lasciare l’impronta del suo tallone di ferro, per dare forza a un mito modernista presente nella narrazione contemporanea, quello della velocità legata al trasporto di merci in una edizione contemporanea dei fasti del doux commerce, anche se si tratta di una leggenda bugiarda quando traffici, consumi e scelte   viaggiano nel mondo virtuale dell’e commerce al cui comando di sono multinazionali invisibili e inagibili con le loro forme di marketing , di management e organizzazione del lavoro, le più antiche e inique possibili.

Poco ci vuole a capire che ci hanno messi alla prova, governo e cittadini, grazie a test per saggiare fino a dove è possibile fare di noi una nuova Grecia praticato nel corpaccione di Salvini, quello che digrignai denti, abbaia e poi fa sissignore nel canile a guardia della fortezza europea ricoprendo a meraviglia, forse anche spericolatamente,  l’incarico di staccare la spina a comando, appagato del ruolo muscolare di sventolare  il drappo rosso delle elezioni che tutti fanno finta di volere e nessuno vuole, nel corpicino di Conte che si ritaglia la funzione demiurgica e salvifica fino al sacrificio personale sperando in un incarico di servizio,   nella sagoma di cartone del convitato di pietra, nelle figurine dell’albo del Pd che sperano di appropriarsi della mansione di ago della bilancia  decisivo come i socialisti dell’Italia da bere, influenti, irrinunciabili, in alleanza non temporanea di interessi con gli attrezzi mai arresi dell’utensileria berlusconiana.

Adesso hanno verificato che possiamo subire tutto senza fiatare, che sono evaporate le velleità anti-sistema dei 5Stelle, che quella di cambiare l’Europa dall’interno altro non era che un grazioso esercizio stilistico di chi dallo status quo trae solo vantaggi, ancorché miserabili, che il cane che abbaia non solo non morde ma scodinzola, che quel referendum vinto da chi voleva tutelare la costituzione invisa perchè nata da una lotta di liberazione con targa “socialista”  è stato messo nel dimenticatoio, dove è riposto l’articolo 18, l’istruzione pubblica, il welfare, i diritti fondamentali, che poi lo sono tutti, le pensioni in qualità di remunerazioni procrastinate e non di erogazioni benevole.

Adesso hanno visto con sollievo che siamo pronti al Monti 2, 3, 4, comunque si chiami, a una nuova stretta, a una austerità ancora più severa e punitiva, così impariamo, per la tranquillità di chi si era preoccupato della Via della Seta, delle aperture alla Russia, di qualche sussulto imitativo della Brexit, esorcizzato nella pratica dal rito della nomina di Ursula Von del Leyen a presidente della Commissione, con i 5Stelle che forniscono l’appoggio necessario e la Lega che fatti i conti fa la finta di votare contro.

Non consola che a vincere siano dei generali vecchi e  ottusi che guardano a un mondo che è già cambiato sotto i loro occhi, destinati a perdere con la cronaca e la storia, seppelliti sotto le rovine delle loro piramidi e scaraventati dentro i grandi buchi che hanno scavato come fosse comuni per noi.

 

 

 

 


Socialdemocrazia: il supplizio di Tantalo

TantalusMorto uno Tsipras se ne fa un altro: così Jeremy Corbyn dopo aver salvato il labour dalla mortale peste blairiana e aver dato l’impressione di voler tornare a una vera politica di sinistra, fa un voltafaccia di 180 gradi e chiede un nuovo referendum sulla Brexit per tentare di mantenere la Gran Bretagna in Europa, cosa  che rappresenta un doppio scacco sia alla democrazia sia alle illusioni che Corbyn aveva suscitato sulla possibilità di riscatto alle socialdemocrazie. Sul primo punto non c’è bisogno di dire molto: il fatto che i referendum vengano riproposti fino a che non c’è la risposta che le oligarchie si attendono è una completa sconfessione della volontà generale come si sarebbe detto un tempo  Le consultazioni popolari che prevedono decisioni dirette e non mediate da rappresentanti in qualche modo condizionabili  non piacciono proprio al potere tanto che in Europa quella dei referendum a cascata non è una pratica inedita. Nel caso specifico questa perdita di senso delle istituzioni democratiche viene dimostrata dal fatto che la quasi totalità dei parlamentari inglesi, in pratica l’85% è stato eletto in base a programmi nei quali si prometteva di onorare il referendum del 2016.

Il secondo punto è più complesso perché Corbyn era riuscito a rimanere alla testa del Labour sconfiggendo la maggioranza blairiana proprio mantenendo fermo il punto sulla Brexit che per un partito che vuole difendere i lavoratori è il minimo sindacale visto che una politica sociale anche di modesto impatto è impossibile alla luce dell’ideologia ordoliberista di Bruxelles  e delle delle obbligazioni che ne scaturiscono. Del resto esse sono perfettamente allineate alle posizioni ultra liberiste dei conservatori: come si faccia a contestare quelle politiche e nello stesso tempo a volere che esse diventino la base della governabilità è un mistero che non riesco a spiegarmi tanto più che il sistema non esita a piegare i personaggi che teme qualunque mossa facciano come dimostra l’ignobile e miserabile accusa di antisemitismo a Corbyn.  O meglio il mistero è spiegabile alla luce della impraticabilità della socialdemocrazia già profetizzata da Dahrendor e divenuta plasticamente oggettiva con Tsipras, che si rifugia perciò in una specie di universalismo feticistico delle buone intenzioni e delle idee facili come appunto quella di Europa. Insomma le mosse di Corbyn che ovviamente affonderanno i laburisti derivano in sostanza dal vuoto culturale in cui ormai naviga la socialdemocrazia e la sua incapacità di guidare in modo la protesta sociale.

Anzi guidare è un termine in qualche modo sbagliato, perché il compito sarebbe molto più complesso e basilare, ovvero quello di rendere esplicito il conflitto sociale facendone prendere coscienza ai ceti subalterni che sono stati atomizzati, ridotti a puri soggetti desideranti, a consumatori di beni e illusioni che colgono lo scontro sociale solo dal punto di vista individuale, adattandosi ad esso e colpevolizzandosi per la propria sconfitta. Ma questo è ormai completamente fuori discussione: una cosa è pensare all’evoluzione del conflitto sociale dentro i confini del consenso come è stato per le socialdemocrazie del dopoguerra, un’altra è negare il conflitto stesso nelle diverse forme che esso assume prendendo a fondamento assoluto quelle che vengono chiamate leggi dell’economia e che sono piuttosto prassi auto referenti dell’ideologia della disuguaglianza. E’ proprio dalla mancanza di prospettive sostanzialmente altre che nascono poi questi ondeggiamenti e queste oscillazioni di giudizio  i quali finiscono fatalmente per accordarsi sul diapason delle elite: la dissonanza è qualcosa di vietato nell’era contemporanea. Si era appunto sperato che personaggi come Corbyn in Gran Bretagna o come Sanders in Usa stessero lavorando per uscire da questa matassa di impotenza, ma evidentemente manca un’ideologia di fondo diversa da quella vacua modernità del futile e del mercato caratteristica del neo liberismo. Cercare di ridurre le diseguaglianze sullo stesso piano di pensiero dal quale esse scaturiscono è un lavoro di Tantalo.

La cosa è tanto più evidente proprio perché la nuova posizione assunta da Corbyn ha già danneggiato gravemente il Labour che ha preso il 14 per cento scarso dei voti alle elezioni europee, lasciando tra l’altro a Farrage spazio aperto e indirettamente ai personaggi come Boris Johnson: se invece di ripensare al passo falso si rilancia addirittura con la richiesta di un nuovo referendum siamo di fronte più che a un errore, a un vuoto di elaborazione. I conservatori hanno compreso che per mantenere il potere e il consenso occorre sacrificare qualcosa, mentre i socialdemocratici rimangono sempre col cerino in mano.


Attenti a Facebook, Soros vi guarda

bc5b2a72-3dc9-11e8-bc8c-1e438c369b8c_2018-04-11T195332Z_1767227139_RC14AEA48900_RTRMADP_3_FACEBOOK-PRIVACY-ZUCKERBERG-ktP-U1110373366880okD-1024x576@LaStampa.itChissà perché le notizie vere, quelle che incidono e ridisegnano i contorni del reale, rimangono sempre ai margini del discorso, quasi che non si volesse prendere atto di ciò che significano. Come è noto o come dovrebbe esserlo  Facebook è entrato pesantemente nella campagna elettorale italiana chiudendo  23 pagine  tutte con riferimento alla Lega  e ai Cinque stelle con circa due e milioni e mezzo di seguaci, in mezzo al plauso dei giornaloni e al malcelato compiacimento di molta parte della sinistra residuale che ha fatto i salti mortali nel tentativo di conciliare la difesa della libertà con la propria irrefrenabile Schadenfreude. Questa è già una notizia, ma non è affatto il cuore della notizia perché questa operazione di scrematura elettorale è stata condotta su scala europea da Avaaz – come Fb stesso ammette con orgoglio – vale a dire un’organizzazione legata alla Open Society di Soros che è stata la punta di diamante della disinformazione nel corso della guerra in Siria e ne diffonde a piene mani anche per quanto riguarda le vicende europee ( vedi le manipolazioni sui gilet gialli). soprattutto nei dintorni elettorali: “Siamo impegnati nel proteggere l’integrità delle elezioni nell’Ue e in tutto il mondo.” ne conclude Zuckerberg.

Bene è questa la notizia? Non del tutto perché alla resa di Facebook verso  queste operazioni di censura su scala massiccia e volte a manipolare le elezioni, ci si è arrivati dopo che Soros ha accusato il social network di avere alimentato una campagna antisemita contro di lui e dopo aver condotto una manovra ribassista in borsa. Improbabile che Zuckerberg e la sua braccia destra Shery Sandberg, entrambi ebrei, siano antisemiti, ma diciamo che questa era una scusa praticabile nel contesto occidentale per indurre il re dei social ad operazioni che danneggiano gravemente la sua creatura sia sotto il profilo della credibilità che sotto quello della raccolta pubblicitaria. Tuttavia la situazione di crisi in cui è entrato l’ordine nuovo globalista spinge chi tiene le redini e a ripensare il funzionamento di meccanismi che erano stati pensati proprio per essere una sorta di quinta e anonima colonna del pensiero unico e un’arma da usare al momento giusto per condizionare le opinioni pubbliche, non fosse altro che per la capacità di agire da parafulmine delle inquietudini e mettere in poltrona e mouse le opposizioni. La notizia è che Zuckenberg come del resto i capi e i protagonisti di altre major della rete sociale, sia da tempo un semplice prestanome di un’oligarchia finanziaria. E non si fa certo fatica a scorgerlo: questo social, efficace, ma in sé simile a molti altri, partito da Harvard e diffusosi in sordina tra le università della  Ivy League che sono il cuore del potere ereditario americano, è andato incontro a un’espansione  difficilmente comprensibile senza logiche laterali e a quotazioni di borsa inspiegabili rispetto ai ricavi effettivi. Il declino del social, ma in primis della sua facciata, è in qualche modo cominciato l’anno scorso con lo scandalo Cambridge Analytica nel quale si dimostrò come questa società avesse raccolto dati degli utenti di Fb per usarli per la campagna elettorale a favore prima della Brexit e poi di Trump.

A questo proposito però vanno vanno notate due cose essenziali per capire la vicenda: le attività di Cambridge Analityca erano ben note, anzi pubblicizzate e la società è stata ufficialmente ingaggiata in oltre 50 tornate elettorali di vario tipo in Usa, comprese le primarie di Ted Cruz, senza che questo abbia mai suscitato il minimo scandalo benché fosse noto che le profilazioni avvenissero in base ai social network e alla rete in generale, come del resto è ormai la normalità senza che questo implichi necessariamente operazioni illegali. L’ex dipendente della CA che ha rivelato questo meccanismo lo aveva fatto  in forma anonima fin dal 2015 quando contattò il Guardian, ma solo tre anni più tardi, dopo la Brexit e l’elezione di Trump, le sue rivelazioni sono esplose, arrivando anche a implicare Fb, il che significa che la manipolazione va bene solo se è condotta a favore del potere globalista. Insomma i burattinai si sono accorti che la rete può essere pericolosa e che occorre prenderne un controllo diretto: dal momento che non possono ricorrere apertamente alla censura perché la tirannia “chiavi in mano” ha pur sempre bisogno di conservare certe forme, sono stati inventati il  fact cecking e le fake news, come strumento inquisitorio, facendo credere di difendere le persone dalla disinformazione, quando invece le stanno isolando dalla realtà e investendo con la loro narrazione. I prestanome devono adeguarsi altrimenti sono guai in borsa e si potrebbe  scoprire che i supereroi del neoliberismo hanno meno poteri di quelli di una coscienza pulita.

 


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