Com’è ormai costume inveterato, in Occidente si prendono per realtà i propri desideri. Così all’informazione è stata distribuita la velina delle cose da dire per coglionare lettori e ascoltatori: i vertici iraniani sarebbero nel più completo caos. È assolutamente tipico di chi sa di essere stato sconfitto e di non riuscire a risalire la china ipotizzare una divisione tra gli avversari per come ultima ancora di salvezza. Per due mesi nel bunker di Berlino si udivano discorsi di un’imminente rottura fra americani e russi che avrebbe salvato all’ultimo momento il Terzo Reich. Qualcosa di vero c’era, ma la frattura si è ovviamente creata solo dopo la vittoria. Questo supposto dissidio fra persone più o meno coeve che fanno parte dell’élite iraniana è difficilmente immaginabile perché sono tutte persone che hanno combattuto contro l’Irak, allora ennesimo terzista di guerra per gli Usa, e questo crea comunque un legame abbastanza profondo e soprattutto una comune visione dell’America come Paese imperialista e inaffidabile. Le divisioni appaiono invece chiarissime dentro l’amministrazione di Washington e l’Occidente complessivo, basti ricordare le recentissime dimissioni del capo della marina americana fortemente contrario agli atti di pirateria internazionale di cui si compone il blocco di Oman, in realtà del tutto inefficace, ma comunque contrario a quei principi di libera navigazione che gli Usa hanno usato in passato per accrescere la loro influenza. Oppure la posizione del leader spagnolo Sanchez che ha negato le basi iberiche per le operazioni contro l’Iran. O anche la ferma opposizione delle forze armate statunitensi a un consumo di armi oltre una soglia che renderebbe impossibile una difesa dell’America stessa, soglia di fatto già raggiunta.
Tutto questo serve anche a distrarre l’attenzione dall’attività diplomatica dell’Iran che mentre lascia cadere le invocazioni della Casa Binaca in fantomatici colloqui o pseudo colloqui diretti tra i rappresentanti di Teheran e i suoi che poi sarebbero due dilettanti come Steve Witkoff e Jared Kushner, considerati – a ragione – due agenti di Israele, ha cominciato a colloquiare direttamente con Pakistan, Oman e Mosca. Insomma l’Iran sta costruendo una rete alternativa di potere regionale ponendo agli Stati del Golfo l’alternativa tra una gestione pacifica della questione Hormuz o la guerra a fianco degli americani che si sono tuttavia rivelati incapaci di difenderli realmente dalla distruzione dei loro impianti petroliferi, ovvero dalla loro stessa ragione di esistenza. E su tutto questo si staglia l’incontro di Trump con Xi Jinping a Pechino, in programma per il 14 e 15 maggio. Com’è noto dalla Cina vengono le terre rare che potrebbero permettere agli americani di reintegrare le scorte militari oggi al lumicino. A questo punto Trump, non solo dovrebbe riconoscere la Cina come una potenza di pari livello, che era l’idea originaria dell’incontro, ma dovrebbe andare da Xi col cappello in mano, leader di un Paese uscito sconfitto da uno scontro che aveva iniziato. È perciò possibile, se non probabile, che questa sorta di tregua si estenda fino a quella data, oppure che Trump rinunci all’incontro preferendo rimanere nella sua sala da ballo della Casa Bianca, che non c’è ancora, ma per la quale si sta esercitando giorno per giorno nei passi più arditi e contradditori. Deve ballare, perché se si ferma è perduto.
Come si può facilmente vedere lo scacco matto della politica trumpiana, ma ancor più americana è più che visibile a tutti i giocatori e il continuo salto di caselle da parte del re, non porta a nient’altro che all’impressione di un moto forsennato, ma senza costrutto: si è persino dovuto organizzare il terzo attentato per resistere al discredito che nasce ormai dalla sua stessa base, più ancora che dai democratici, i quali quanto a propensioni belliciste non sono secondi a nessuno. Insomma mentre in occidente si chiacchiera, l’Iran sta tessendo la sua tela che alla fine cambierà il Medio Oriente.


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