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Tunnel dell’orrore a Governoland

tunnelAnna Lombroso per il Simplicissimus

Proprio come certi baciapile si rivolgono a Dio in caso di bisogno e lo bestemmiano se la confessione religiosa è incompatibile con il portafogli,  così il nostro ceto dirigente si sottopone all’atto di fede nei confronti dell’Europa, delle sue istituzioni e della ideologia che ispira le scelte delle cancellerie, salvo fare spallucce quando l’affiliazione e l’obbedienza confliggono con interessi nostrani particolari.

Così in perfetta concomitanza con  il rapporto della Corte dei Conti Europea sui ritardi nel completamento  della rete centrale transeuropea di trasporto “mirante a migliorare i collegamenti tra reti nazionali lungo corridoi europei” che aveva come orizzonte temporale il 2030, il governo come un discolo riottoso rivela una sorprendente indole all’insubordinazione, collocando ai primi posti della sua strategia per la ricostruzione le grandi opere infrastrutturali con il riavvio dinamico dei cantieri, definitivamente sdoganati in modo da favorire sviluppo e occupazione e da restituire reputazione e orgoglio nazionale alla patria, alla pari tra gli schizzinosi partner carolingi e guardando con rinnovato interesse a Grandi Progetti pudicamente accantonati ma che oggi, concretizzandosi,  potrebbero  rappresentare l’allegoria della rinascita.

Ce lo ha ricordato la Ministra De Micheli promettendo che  la decisione sulla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina sarà presa tra qualche mese, dopo un’analisi costi/benefici e con il consenso del territorio.

Proprio non vogliono convincersi che la megalomania, la bulimia costruttiva, sono retaggi del passato incompatibili con il contesto al quale siamo condannati e che sono i primi a considerare inderogabile e irrinunciabile, ma anche con i messaggi, gli avvertimenti trasversali, le intimidazioni sortite dalla kermesse di Villa Pamphili, teatro nel passato di ben più pittoresche e profittevoli celebrazioni dell’amicizia tra popoli a confronto con l’austero e severo parterre convocato da Conte.

Che come facevano i signorotti di paese che volevano oltrepassare i confini angusti della provincia, invitando la superciliosa nobiltà cittadina,  ha riconfermato la nostra condizione di soggezione subendo l’umiliazione delle minacce e della sprezzante sufficienza di Ursula von der Leyen, di  Charles Michel, di  Ángel Gurría, di Kristalina Georgieva e pure del fuoco amico incarnato da Visco che ha fatto piazza pulita delle illusioni che hanno circolato come gas esilaranti in questo periodo con una appropriata lezioncina sulla “responsabilità che deriva dall’appartenenza a un consesso nel quale si è minoritari: “i fondi europei non potranno mai essere ‘gratuiti’: un debito dell’Unione europea è un debito di tutti i paesi membri e l’Italia contribuirà sempre in misura importante al finanziamento delle iniziative comunitarie, perché è la terza economia dell’Unione“.

Nel caso ne avessimo ancora bisogno e non ci fossero bastate tante evidenze così ben riassunte esemplarmente nella leggendaria letterina a doppia firma Trichet/Draghi (che vale oggi ancora di più per il suo valore profetico), abbiamo una ulteriore dimostrazione di come la globalizzazione abbia cambiato le geografie e le declinazioni del colonialismo. Dismessa la forma classica dell’occupazione territoriale, ha preso quella, meno costosa e meno impegnativa militarmente, dell’espropriazione di sovranità e risorse da parte dei Paesi del Nord nei confronti di quelli del Sud, grazie ai sistemi e alle procedure ricattatorie esercitate sul debito pubblico dalle istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale con la correità delle oligarchie nazionali. E che, in un rapporto di scala, caratterizzano anche le relazioni tra gli Stati europei, in virtù del Trattato di Maastricht e del Fiscal Compact, che hanno dato una patente di costituzionalità alle politiche neoliberali sottraendole alle regole e al controllo democratico.

Invitato come ospite d’onore il tallone di ferro ci ha ricordato che  sui “fondi europei” chiesti in prestito sui “mercati” pesa l’onere per gli Stati di restituirli e  che l’Italia, come tutti gli altri Paesi, con una mano versa fondi per il “bilancio europeo” e con l’altra  beneficia di un ammontare che può essere in tutto o in parte uguale a quello data – ma che secondo alcuni calcoli verrebbe decurtato di 14 miliardi – secondo tempi e condizioni vincolati posti dal “donatore”.

So che il governo italiano è pienamente consapevole che non si tratta di spese facili, tesoretti o libri dei sogni ma di un impegno che ci metterà alla prova”, ha chiosato il commissario Gentiloni.

E proprio la Corte dei Conti fa strage della ridicola mania di grandezza dei paeselli di serie B e dei loro governi che vogliono beneficare le cordate del cemento e lasciare una impronta del loro passaggio, facendo intendere che certe realizzazioni sono concesse a chi se le merita e se le può permettere, puntando il dito contro i ritardi di almeno 11 anni in media che hanno caratterizzato il lavori degli otto megaprogetti cofinanziati dall’UE che collegano le reti di trasporto di 13 Stati membri: Austria, Belgio, paesi baltici, Danimarca, Francia, Finlandia, Germania, Italia, Polonia, Romania e Spagna, attribuibili  principalmente allo scarso coordinamento tra i paesi, che danno differenti priorità  agli investimenti.

Ma lascia intendere che certi rallentamenti siano funzionali all’incremento degli extra-costi, all’aumento delle penali a carico dei bilanci pubblici, oltre che determinati dalla cifra “antropologica” di stati posseduti dalla burocrazia e condizionati da fermenti ambientalisto incompatibili con lo sviluppo.

E infatti, guarda caso, tra i megaprogetti esaminati  ce ne sono alcuni che registrano un sospetto ritardo e un accrescimento opaco dei costi, tanto da persuadere  la Commissione a revocare alcuni dei fondi inizialmente concessi. Si tratta tanto per fare qualche esempio, della  nuova tratta dell’autostrada A1 in Romania o della  Tav Torino-Lione, un’opera ferroviaria dedicata al trasporto delle merci, che ha subito ritardi inaccettabili e i cui costi sono lievitati di circa 4,4 miliardi di euro, l’85% in più rispetto alla stima iniziale.

I volumi del traffico reale si allontanano sensibilmente da quelli previsti ed esiste un rischio elevato di sopravvalutazione degli effetti positivi della multimodalità“, ci va giù dura la Corte dei conti nel suo rapporto. “Le previsioni del traffico rischiano di essere troppo ottimistiche, mentre i vantaggi netti dal punto di vista delle emissioni di Co2 cominceranno a materializzarsi più tardi del previsto e dipenderanno dai volumi del traffico reali“. E d’altra parte la Francia si era già sottratta all’abbraccio mortale condizionando la sua partecipazione a un incremento della quota di finanziamenti comunitari, così la grande impresa futurista viene giustamente bollata come lo sconsiderato capriccio di uno stato marginale che vuole essere ammesso alla tavola dei grandi, quelli che non si infilano più nei tunnel a meno che non glieli paghino i subalterni mitomani e gradassi.

E vaglielo a dire a quelli che la Tav la vogliono fino in Sicilia tramite Ponte, sotto il lastricato di Santa Maria Novella, tra Marghera e la Serenissima, come quei trenini che attraversano Eurodisney in modo che sia esplicito che è quello il destino italiano: luna park globale.


Attenti, arriva la “banca ombra”

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono tempi di vacche magre, anzi, peggio, se è vero che le vacche del nord guadagnano il doppio dei contadini del sud e i sussidi che riceve ogni mucca nell’Ue sono due volte il “reddito” di un anno di lavoro di un agricoltore delle aree più depresse. Così è magra anche la consolazione di sapere che c’è qualcuno che dà ordini allo sbruffone, qualcuno che mette in riga i caporali,  perché ormai è certo che in breve tutto si ritorcerà contro di noi, che saremo noi a scontare i suoi, i loro, crimini.

Il terrorismo mediatico sugli effetti della Brexit,  è stato particolarmente efficace in un paese plagiato, piegato e ridotto in miseria, anche morale, come il nostro.

Ha alzato una cortina fumogena su quella metà di anno nerissimo per le banche italiane (Intesa SanPaolo -30%, Unicredit -40%, Banco Popolare -40%, Banca MPS -50%. E poi i postumi irrisolti del salvataggio delle quattro banche, il clamoroso fiasco  della ricapitalizzazione della Banca popolare di Vicenza, l’annunciato ripetersi di un analogo fallimento per Veneto Banca, la prevedibilità che qualche altro istituto venga travolto e coli a picco, il rogo a Piazza Affari di   130 €mld di capitalizzazione),  ma non sarà facile ed automatico imputare alla defezione della Gran Bretagna e al processo imitativo avviato da altri partner, la malattia, l’epidemia e i costi della ”medicina”, quell’iniezione di 40 miliardi vagamente “autorizzati” dallo schema  approvato da Bruxelles.  E che  «prevede che lo Stato possa prestare la propria garanzia sul debito di banche solvibili (bond senior di nuova emissione)», mettendo in condizione il governo  di intervenire “in caso di scenari avversi”, ipotizzando, così ha detto il Tesoro, “davanti alle turbolenze dei mercati finanziari dei giorni scorsi, tutti gli scenari, anche i più improbabili, per essere pronto a intervenire a tutela dei risparmiatori”.

E siccome le dosi non sono omeopatiche ancora una volta si cura il male somministrando in dosi massicce il virus, come abbiamo già visto fare, “contrastando” la recessione con l’austerità, come succede dall’1 gennaio con il bail in, applicato nei casi di patologia conclamata e entrata nella  leggenda – tanto che Banca Etruria è diventata una figura retorica, l’antonomasia per indicare le più truci speculazioni – mentre per altri infermità momentaneamente  esenti da una analoga cattiva fama internazionale, si ricorre a una più blanda ricapitalizzazione, da sventolare come atto salvifico per risparmiatori avidi quanto imprudenti.

Ma ormai il contagio si è diffuso e ormai perfino Visco se n’è accorto: “Se fallisce un supermercato, ha detto, lo chiudi e un altro apre. Se fallisce una banca, è molto improbabile che ne apra un’altra, è più probabile che quella accanto cominci ad avere problemi”.

Ormai la crisi del modello speculativo, basato sulla rapina acrobatica di fondi e derivati, dimostra che la malattia è all’ultimo stadio, che siamo vicini alla dissoluzione dell’eurozona, che quello che pareva un incidente nel processo evolutivo del capitalismo, fronteggiabile attraverso aggiustamenti che, certo, avrebbero prodotto molte vittime, sacrificio inevitabile però e tassativo, per salvare  il sistema, anzi, meglio, la superiore civiltà occidentale.

Purtroppo loro, gli untori, tirano dritto, in un vortice che assume ormai la forma di un omicidio-suicidio rituale. E sapere che toccherà anche a loro, malgrado i forzieri virtuali pieni di ricchezza destinata a  convertirsi in carta straccia, non ci consola.

Tirano dritto dopo averle provate tutte: anche a   iniettare nella finanza un po’ del sangue fresco di aspiranti pensionati, proponendo che un lavoratore di 63/64 anni possa andare in pensione prima dei 67/68 imposti dalla legge Fornero, grazie però a un prestito in banca da restituire con un mutuo ventennale. E se, per accontentare la Lagarde,  muore prima saranno coniuge e eredi a “saldare”, che si sa i “mutui non si estinguono per la scomparsa del titolare, come è buon uso presso i cravattari.   aprire al sistema bancario una nuova prateria per i profitti. Una proposta infame che non ha avuto il successo sperato, ma che serve da test per  saggiare l’ingresso sospirato  del sistema bancario nella previdenza pubblica.

Si sa che le bande di predoni messi a fare i kapò per conto del padronato globale, vogliono sempre qualcosa in cambio, anche nel caso di carità pelose, anche per aver elargito sconce  elemosine: gli 80 euro li abbiamo ripagati e li ripagheremo tutti, anche quelli nelle cui tasche non sono transitati, in aumenti, tasse, trabocchetti, studiati anche per frustrare qualsiasi aspirazione a “migliorare” la propria condizione se ogni quattrino in più che ci guadagniamo, quando abbiamo la fortuna e il privilegio di lavorare, alza le nostre aliquote e ci penalizza.

Solo in due casi la legge di mercato del do ut des che ispira i loro atti, l’unica insieme a quella del più forte che applicano scrupolosamente, non viene rispettata: con i loro addetti ai lavori,  parlamentari, manager, boiardi, amministratori sleali, ai quali non si chiede mai il corrispettivo né in prestazioni, né in successi, né in tasse, delle rendite, dei benefits, dei privilegi. E con le banche, quelle che hanno costretto all’indebitamento enti locali e Stato, quelle che hanno portato e porteranno al suicidio e alla rovina risparmiatori ingannati e truffati da feroci sportellisti incaricati delle rapine, quelle che applicano le regole del casinò, perché sono il banco che non perde mai. Al quale non si chiede trasparenza, non si chiede l’applicazione di sistemi di regolazione, non si chiede di sottoporsi a vigilanza e controllo, non si chiede di rovesciare lo schema gangsteresco di dominio assoluto e criminale per dare forma a un credito di servizio, elementari “correttivi” non certo atti rivoluzionari, che potrebbero addirittura rafforzare il sistema, ridando fiducia agli impauriti, ai minacciati, agli offesi.

Al contrario, per consolidare la definitiva finanziarizzazione dell’economia, perché non ci sia più scampo è già pronta una specie di Ttip  di ambito europeo  con l’esplicita volontà di costruire in un’area regionale in disfacimento “l’unione dei mercati dei capitali”. Si chiama infatti Capital Market Union, e si propone di “affrontare problemi quali la carenza di investimenti in UE, aumentando e diversificando le fonti di finanziamento per le imprese europee e i progetti infrastrutturali a lungo termine, di sbloccare gli investimenti in EU e di rendere il sistema finanziario maggiormente stabile”. Avviando azioni di cartolarizzazione, rinvigorendo la libertà di movimento dei capitali, costituendo un sistema bancario ombra, ancora meno soggetto a sorveglianza e restrizioni.

Ma infatti il destino che stiamo meritandoci se non reagiremo, non è nemmeno più quello della vacche magre, è quello degli agnelli condannati al macello.

 


Quel marcio che vuole essere Acerbo

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che ve ne pare di un governo che manda la sua più illustre girl scout a prestarsi generosamente al call center di un candidato alle amministrative, per vendere il prodotto ai malcapitati utenti come fosse un vino Giordano, un materasso Marion, un contratto Vodafone?

Che ne dite di un partito che promuove in Parlamento e nel governo misure, leggi e provvedimenti d’urgenza tutti mirati al salvataggio di istituti e soggetti in odor di criminalità, le cui azioni sono solo apparentemente meno cruenti e sanguinosi delle stragi di mafia, se oggi sappiamo che la Banca popolare di Vicenza, indenne malgrado la prudente vigilanza e le indagini di Consob, Bankitalia e Procura di Vicenza sulle scorribande finanziarie di Zonin e dei suoi cari e famigli, ha mietuto un’altra vittima, un risparmiatore suicida, in barba alle circolari di Vegas e alle raccomandazioni dello sbriga faccende Visco sulla doverosa trasparenza dell’informazione alla clientela.

Che ne dite di un presidente del consiglio, nonché leader di partito, pronto a partorire una legge che stabilisca la sua obbligatoria permanenza al governo per 10 anni, proprio dopo averci promesso che se vince il no, è determinato a rassegnare desiderabili dimissioni, in modo da superare i record dei suoi padri putativi, Bettino o Berlusconi, per battersela con un caso di eccezione, quello del suo riferimento meno esplicito ma più influente, Benito? e quindi di una proposta ben collocata nell’Italicum e nella riforma costituzionale oggetto del suo plebiscito, in modo che grazie all’elezione sostanzialmente diretta del premier che ne garantisce la poltrona per un mandato di cinque anni, siamo condannati a un Renzi su di noi per un decennio?

Probabilmente abbiamo sbagliato nel pensare che i ragazzi dello zoo di Rignano siano stati alunni poco studiosi, svogliati e promossi solo grazie a nascita, censo, affiliazione o istinto all’ubbidienza. E che abbiano frequentato da fannulloni la scuola e da alacri la ruota della fortuna, per apprendere come possa girare sempre per loro. Invece, magari sul Bignamino, devono aver dato una scorsa frettolosa ma fruttuosa alla storia recente del Paese, per trarne spunti e suggerimenti, che, è noto, fascismo e antifascismo, sono per loro concetti elastici, mobili e precari come il lavoro, la legalità, la pace, la solidarietà, buoni solo se servono per la propaganda elettorale.
Eh si, dovremmo consultarli anche noi i libri di storia e dedicarci alle pagine sul minacciato bivacco nelle aule sorde e grigie, su quelle fasi istitutive del regime, tra intimidazioni, minacce, assassinii, purghe, consumate nell’acquiescenza liberale e nella complicità di larghi strati sociali, ciechi o correi.
Perché troveremmo conferma che non c’è bisogno di un Acerbo, della soggezione morale di uomini tutti d’un pezzo, diventati poi presidenti, del sostegno della massoneria per produrre leggi liberticide, provvedimenti golpisti, gli sono bastate la P2, un presidente troppo poco emerito per rinunciare alla corona, il favore padronale, le protezioni esterne, una stampa assoggettata e pronta a fare da ripetitore sempre attivo dei suoi annunci, dei suoi ricatti e dei suoi abusi. Proprio come prima delle lezioni del ’24, gli slogan minatori del piccolo aspirante duce devono incutere timore, allora di disordini dei facinorosi, oggi della ingovernabilità, allora delle botte reali, oggi di quelle apparentemente meno concrete, a colpi di tasse, fame, sperequazioni arbitrarie, privazioni, come se non ne avessimo avute già abbastanza.
Siamo davvero mal messi: non abbiamo più i socialisti e i comunisti a dire no e nemmeno, pensate un po’, un Don Sturzo. Non abbiamo un Matteotti a denunciare in aula le vergogne del regime, i misfatti, la corruzione, le complicità con banche e affarismo, la concentrazione dei poteri nelle mani di un solo uomo, a un tempo leader e premier. Proprio come aspira a fare Renzi, costruendo un sistema che blinda la maggioranza parlamentare grazie alla coincidente titolarità delle due cariche, controllando e governando le liste di candidati graditi e fedeli da segretario di partito e le loro prestazioni in aula da presidente dell’esecutivo.
Ci sono troppe lezioni della storia e troppe coincidenze per sopportare le sue minacce senza promesse, a meno che non volgiate credere all’impero del ducetto tramite il nuovo colonialismo del Migration Compact, alla sua crescita tramite precariato, finanza e grandi opere, alla sua stabilità tramite golpe, alla sua sicurezza tramite riduzione di libertà, al suo ordine tramite repressione.


Renzi, morire con un twitter?

imagesI battibecchi euro italioti di questi giorni fanno pensare che i giorni di Renzi e del suo clan stiano arrivando al termine o che quanto meno il personaggio venga ormai messo in discussione dagli stessi poteri che lo hanno trascinato dai ceri e cappucci di provincia a Palazzo Chigi. Lo si sente nell’aria, nelle indiscrezioni, nelle cronache sempre meno entusiaste dei grandi giornali fiancheggiatori oltre che nei moniti della Ue: quando Juncker dice che ” non ha un interlocutore per dialogare con Roma sui dossier più delicati” è come se stesse dando il benservito al guappo di Rignano. Una cosa tutt’altro che sorprendente anche al di là degli errori commessi da Renzi e coagulatisi nella vicenda Banca Etruria: nella terra di nessuno che si estende fra la democrazia e l’oligarchia, la strada italiana verso l’autoritarismo è segnata dal rapido avvicendarsi di facce imposte ognuna delle quali rappresenta l’inganno della ripresa, del cambiamento o del ritorno a tempi migliori e deve essere sostituita non appena tale promessa truffaldina viene palesemente meno.

Altrove, come nella Francia degli eterni istinti bonapartisti viene favorito un passaggio diretto all’autoritarismo tramite le vecchie elites rivelatisi traditrici oppure in altri come nella Germania che ha goduto tutti i vantaggi dell’euro e del nuovo ordine, quindi con un consenso scalfito solo marginalmente, ci si preoccupa piuttosto delle deviazioni geopolitiche che potrebbero arginare il grande fratello americano, braccio secolare e armato del neo liberismo. E così i ricatti, i segnali di richiamo all’ordine si sprecano. Da noi dove il berlusconismo ha definitivamente portato a un immobilismo sostanziale in cui il vero potere è saldamente in mano a clan politico – affaristici, preoccupa soprattutto la necessità di tenere il Paese con la carota di speranze mal riposte e il bastone della paura, fidandosi che gli istinti grossolanamente reazionari di una consistente parte della popolazione permettano di tenere coperto il gioco. Si tratta prevalentemente di una questione di immagine, se non proprio di selfie sul nulla.

Così da qualche tempo ha preso fiato una sorta di prematura riffa sul dopo Renzi  nella quale si fanno strada sostanzialmente tre ipotesi: quella di un intervento diretto della troika, magari attraverso le delicate manine di Draghi (se vedi caso, chissù un’inchiesta sulla Banca d’Italia gli potrebbe soffiarela sperata presidenza dell’Fmi) o più probabilmente quelle dell’occhiuto Ignazio Visco nell’ambito di un governo di emergenza che tuttavia non consentirebbe quella “variabilità figurativa” utilissima nel nostro Paese; una sorta di soluzione istituzionale che per la quarta volta porti ai vertici una qualche faccia senza passare per elezioni e in questo senso viene mormorato il nome della Mogherini, che dio ce ne scampi; infine qualcuno pensa che il sistema di potere europeo e autoctono possa azzardare una mossa inattesa che quanto meno potrebbe dare una sensazione di novità per tempi un po’ più lunghi dei vari pinocchi di Palazzo e puntare sul movimento Cinque stelle, magmatico, ma proprio per questo scalabile a volontà come è avvenuto con Syriza. Il fatto che sulla stampa anglossassone comincino ad apparire articoli elogiativi sul movimento, nei quali Grillo non è nemmeno citato se non indirettamente come clown e sia invece portato sugli scudi Di Maio, la scomparsa dell’aggettivo populista dai report, la dice lunga sul fatto che anche questa ipotesi sia in campo.

Le possibili soluzioni sono tuttavia molte altre anche perché non tutto è determinabile nel dettaglio dai media e dal denaro, dai ricatti e dalle chiacchiere:  ma probabilmente la scelta di una soluzione e l’appoggio a quest’ultima dipenderà dagli interessi immediati e soprattutto dai tempi del nuovo gelo di crisi in arrivo, durante il quale l’euro diventerà indifendibile e insostenibile almeno nella periferia del continente: del resto la moneta unica ha già fatto gran parte del suo sporco lavoro politico e ora non c’è che da papparsi le banche, ciò che rimane del sistema produttivo e gravare i cittadini con nuove tasse impossibili e tagli di welfare per stroncare i ceti medi, proletarizzali ancorché non facciano figli. Probabilmente gli esperti di Bruxelles si attendevano che la nuova ondata di recessione facesse sentire i suoi segni premonitori molto più tardi nel tempo, ma non appena essa ha manifestato i suoi sintomi rendendo i conti italiani rossi come il diavolo e la legge di stabilità una bizzarra fantasia, è immediatamente passata alla demolizione del guappo. E lui non ha dalla sua che la difesa dell’opacità amministrativo – politica in cui consiste la residua sovranità italiana, dei vecchi equilibri di potere cui non piace che estranei vengano a buttare l’occhio. La variabile in tutto questo potrebbe essere data dai cittadini e dalla loro volontà di andare alle urne invece di sopportare nuovi colpi di mano, ma ormai è l’ipotesi più remota

Certo se il guappo di Rignano fosse un politico saprebbe sfruttare anche queste carte per rimanere in piedi, se fosse uno statista sarebbe lui ad indirizzare le forze centrifughe che ormai dominano in Europa, invece di esserne solo vittima. Ma è Renzi  e rischia di morire con un twitter.


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