images (6)La federal reserve americana non fa miracoli, non può vantare un Franklin piangente sui biglietti da 100 dollari e dunque è in balia della vacuità delle teorie economiche  liberiste: dopo anni di quantitative esasing e di denaro a costo zero che avrebbe dovuto moltiplicare pani e pesci, ma che invece si è riversato quasi esclusivamente nelle borse e non nell’economia reale, non sa proprio che fare. Viaggia alla cieca. Aumentare il costo del denaro che tanto allarma i padroni del mercato o lasciare tutto intatto in attesa che qualcosa si muova? Il dubbio è amletico anche perché ormai i mezzucci della statistica cominciano a mostrare dei limiti nel rappresentare la “ripresa” americana e così pure i dati positivi che vengono “rivisti” al peggio  dopo qualche mese quando non fanno più notizia: soltanto il Sole, i tiggì della Rai e Repubblica fanno finta di crederci.

Insomma le molte migliaia di miliardi di dollari immessi nel sistema non hanno prodotto altro che una sterile euforia borsistica, ma intanto i poveri assoluti sono passati in pochi anni dai 37 ai quasi 45 milioni di oggi e si tratta di un dato ampiamente sottostimato, ma soprattutto le testarde dinamiche economiche non vogliono dar retta alle teorie e proprio quando sembrava che la crisi fosse passata tornano ad affacciarsi con le loro incongruenze:  da sei mesi gli ordinativi dell’industria sono in calo, con un -3,6% su base annua, la spesa per asset produttivi segna un -7,9%, i servizi fanno registrare un calo da nove mesi a questa parte, la fiducia dei consumatori è caduta di 6 punti e per giunta pare in discesa  anche il mini boom dell’auto che era stato, grazie a prestiti suprime, il motore principale dell’aumento del Pil. Insomma una ricaduta o meglio ancora una guarigione mai arrivata.

Ho dovuto infierire sul lettore con questa pappardella non per il sadico piacere di mostrare l’impotenza euristica delle teorie economiche dominanti, ma per sottolineare la drammatica incongruenza tra questa situazione reale così diversa da quella narrativa e l’accordo raggiunto tra congresso e Casa Bianca per aumentare di 80 miliardi di dollari le già strabordanti spese militari. Obama aveva posto il veto su un aumento del budget di 90 miliardi per il 2016  in tema di armamenti a causa di vari problemi contabili inerenti il tetto di spesa e la formazione di un fondo per la guerra praticamente illimitato, ma subito dopo dopo si  è risolto a trovare un escamotage, almeno per il tempo che gli resta: per finanziare questo nuovo slancio bellico verranno vendute le riserve strategiche di petrolio proprio nel momento dei minimi di prezzo. Una decisione sorprendente e davvero inquietante, un nuovo corposo indizio del fatto che ormai il “sistema americano”, comprendente amministrazione e gruppi di pressione, vede nella guerra una via d’uscita da una crisi che non dovrebbe più esistere, ma che purtroppo c’è e andando avanti potrebbe indebolire o addirittura sovvertire il potere delle elites. Quella che dopo la caduta dell’Unione Sovietica, al tempo del mondo unipolare era un’ultima spiaggia teorica, adesso sta diventando un’opzione praticabile e richiede che non si lesinino i finanziamenti a fronte di avversari che si sono rivelati più forti del previsto e in decisa ascesa.

Ecco un buon motivo per uscire dalla Nato fin che si è in tempo. E’ del tutto evidente che la strategia di accerchiamento della Russia, giunto a maturazione con il golpe ucraino,  prevede che essa sia costretta a riversare i propri arsenali e la propria potenza sull’Europa salvando per quanto possibile il territorio americano. Lo capirebbe anche un bambino che attraverso una Nato ormai priva di senso, ci stanno trasformando in potenziale territorio di guerra e di devastazione e non è certo un caso se dietro le vicende degli ultimi due anni sia a Kiev che a Damasco ci sia la mano delle ong di grandi tycoon come Soros o di quelle che rastrellano soldi in tutto il mondo con il pretesto umanitario, ma prendono ordini da Washington e partecipano persino alle manovre Nato: gli interessi dell’impero sono gli stessi dei loro padroni effettivi.

Obama è stato un presidente in ostaggio, debole, incerto e pasticcione, ma purtroppo assai migliore di quelli che gli succederanno e che porteranno il rischio all’estremo limite. Solo con un forte segnale da parte dei Paesi europei (dall’oligarchia di Bruxelles nemmeno parlarne) con la messa in crisi dell’alleanza atlantica e alla sua natura sempre più aggressiva si può sperare di mettere il bastone fra le ruote ai venti di guerra le cui logiche non sono dominabili