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Diritto di cronaca (ma solo per mezzo secolo fa)

the-post-tom-hanks-meryl-streep-imageSembra incredibile che della libertà di stampa, con tutto quello che essa implica di vitale per la democrazia, si sia tornati a parlare solo in un’occasione mondana e affaristica come la presentazione dell’ultimo film, The Post, di un gran sacerdote dell’industria hollywoodiana, ossia Steven Spielberg. Adesso che cani e porci hanno affabulato al truogolo delle tv e incassato i loro assegni di presenza, vale la pena parlarne un po’ seriamente di questo “Post” e interrogarsi sul significato di riportare in vita una storia di quasi mezzo secolo fa per inneggiare al ruolo della libera informazione.

Trattandosi di Spielberg non ho alcun dubbio sul fatto che il film sarà un prodotto di alto artigianato, così come non alcun dubbio sul fatto che a distanza di una ventina di guerre e di infinte stragi, rese di fatto possibili dal ruolo di un’informazione sempre più vicina al potere, ma mano che gli editori diventavano i miliardari di riferimento, andare a rispolverare la vicenda dei Pentagon Papers e la rivelazione dei retroscena della guerra del Vietnam, non è affatto un’operazione retrò, ma sa immediatamente di depistaggio. Tonnellate di film, alcuni rimasti mitici come Good morning Vietnam  hanno raccontato il difficile rapporto tra informazione, militari e amministrazione durante quella guerra e rispolverare il conflitto tra una stampa ancora cane da guardia del cittadino in una situazione completamente differente, è come voler far credere che siamo ancora a quei tempi, che la stampa sia al servizio dei governati e non dei governanti come dice la frase centrale del film.

E’ pur vero che la decsrizione dei tentativi di Nixon di non fa trapelare le segrete cose, peraltro create da una lunga serie di presidenti a cominciare da Truman, può in qualche modo far pensare a Trump e al Russiagate, il che inserirebbe il film nelle trincee del conflitto tra frazioni dell’amministrazione di Washington, con la sola differenza che la guerra del Vietnam ci fu davvero e provocò milioni di morti, mentre il Russiagate è una cazzata da apprendisti stregoni a tavolino. Ma visto che il film è stato pensato e girato prima del colpaccio trumpiano di Gerusalemme, questo elemento, pur essendo stato certamente una delle molle della produzione, è stato come dire marginalizzato nelle infinite presentazioni viaggianti del film, mettendo in primo piano invece lo scopo principale del componimento per cinepresa : quello di riverginare in qualche modo il ruolo dell’informazione maistream mettendole una medaglia al petto, nonostante un trentennio di evidente ruolo embedded al servizio delle oligarchie che del resto ne detengono la proprietà. Dunque di fatto sostenendone anche il ruolo di paradossale e grottesco braccio secolare contro le cosiddette fake news e la libertà di espressione.

Si tratta in fondo di un ennesimo esempio di come funziona Hollywood, oltre che il complesso della comunicazione di marca Usa: si versano lacrime di coccodrillo sul passato per dimostrare le buone intenzioni, ancorché il presente sia uguale o ancora peggiore, come appunto dimostra tutta l’epica sul Vietnam. Un modo per suggerire che il sistema abbia degli anticorpi funzionanti e che alla fine, magari dopo qualche milione di morti altrui, arriva il ravvedimento. In questo particolare caso la logica è in un certo senso invertita: si loda il passato per investire con la polverina magica un presente che ha ben poco a che vedere la realtà del 1971. Anzi ci fa a pugni come dimostra la copertura senza se e senza ma alle balle sulle armi di distruzione di massa di Saddam (anche su questo si è poi fatto autodafé), oppure quella sul conflitto siriano dove si è arrivati a dare credito a un singolo personaggio operante da Coventry o ancora quella conferita alle mille manovre che vanno dalle primavere arabe (come si vede dalla Tunisia le ribellioni vere vengono soffocate dagli occidentali) all’Ucraina, per non parlare delle intricatissime vicende libiche. Ecco fare un film su questo sarebbe valsa la pena, ma qui ovviamente subentra la differenza fra lo Spielberg di Duel e il cineasta più ricco dell’industria del grande e piccolo schermo: si è passati dal narrare le storie dalla parte dell’automobilista inseguito dall’autocisterna impazzita, alla prospettiva della cisterna stessa, ovvero del leviatano che ci incalza.

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Folgorati sulla via di Damasco

screenshoot grande prima versione (1)Bisogna dire che se l’intelligenza è del tutto superflua per un’informazione che comunque deve ubbidire al grande fratello e per giunta anche ai suoi fratellastri, non ci arrende mai alla completa mancanza di buon senso e alla capacità di menzogna assolutamente gratuita che viene fuori quotidianamente come magma. Per anni una delle fonti principali di notizie sulle vicende siriane è stato, oltre all’organizzazione ultrasionista di Rita Katz, il sedicente “Osservatorio siriano per i diritti umani” formato, come riferito diverse volte anche su questo blog, da un’unica persona che vive e lavora non molto lontano da Londra a Coventry. Lascio a voi immaginare chi passi il lauto stipendio a questo signore, che si fa chiamare Rami Abdel Rahman, ma il cui vero nome è Osama Suleiman, che da 17 anni non vive più in Siria e che si è sempre dichiarato un avversario del governo di Damasco quale dissidente, dunque parte interessata e tutt’altro che neutrale. In ogni caso però un solo personaggio che opera a migliaia di chilometri di distanza e praticamente sconosciuto se non a pochi sedicenti osservatori di cui non si sa proprio nulla non può essere in nessun caso spacciato per una fonte consistente e credibile di notizie nell’arco di quasi sette anni. Tuttavia questo sedicente Osservatorio è stato fatto passare come un vangelo della guerra, nonostante il suo creatore sia un personaggio quanto mai ambiguo, accusato di aver scippato ai suoi creatori il sito dell’Osservatorio dichiarandosene presidente. Come se non bastasse questa autorevole fonte è stata accusata dai suoi ex compagni di essere una spia di Assad e poi un agente del Pkk. Insomma una personcina da cui non comprereste un etto di formaggio di capra, un droghiere di bufale, ha fatto gran parte dell’informazione sulla guerra in medio oriente, nonostante fossero stati anche espressi molti dubbi sulla palusibilità del personaggio.

Quando però l’assalto alla Siria si è rivelato fallimentare da sotto il tappeto hanno cominciato pian piano ad uscire tutte le schifezze nascoste in questi anni con il pericolo di smascherare e travolgere la sedicente serietà dell’informazione ufficiale, mostrando chi è che fabbrica le fake news. Così l’altro giorno Repubblica, che dal 2012 è un assiduo cliente di questa strana fabbrica di notizie a distanza, se ne è uscita inopinatamente con un pezzo sulle “narrazioni fasulle dell’ Osservatorio siriano sui diritti che copre i crimini dei cosiddetti ribelli”. Insomma è un po’ come se il Papa si affacciasse alla finestra e dicesse che la Bibbia mente per la gola: francamente un po’ troppo per essere qualcosa di sincero e non una presa di posizione strumentale per cercare di allontanare l’amaro calice delle bufale che ci fanno bere dal 2011. Diciamo piuttosto un riposizionamento forse in vista di qualche rivelazione incipiente o semplicemente la ricerca di un capro espiatorio, di un agnello sacrificale per allontanare qualsiasi eventuale discredito.

Ma la dipendenza da bufale, l’assuefazione alla manipolazione è tale che è parso davvero troppo dire qualcosa di così chiaro, soprattutto se di mezzo ci sono i servizi segreti di sua maestà, quelli per inciso che hanno mandato al macello Regeni e così  qualcuno, qualche capra di comando che non ha bene afferrato come sulla Siria sia finito il tempo della carcerazione preventiva della verità, una tradizione in certe case, ha pensato bene di cassare il pezzo e di sostituirlo con un altro anodino in cui si promette di rivelare chi “C’è dietro l’osservatorio dei diritti umani”, ma poi si dimentica di farlo davvero e si ripercorre la strada delle vacue chiacchiere. Una pezza messa sopra le pubenda di un giornale che pare del tutto ignaro di come le cose in rete si conservino per sempre e che evidentemente ha ricevuto ordini così perentori da accettare di sputtanarsi. Ordini dall’altro, il che visto come si è caduti in basso non significa nient’altro che pietre sporgenti dal fango che è stato creato.


Niente domande per un verminaio

948deceae9ce05154cabf2b6f3ea54edLa domanda che mi faccio è quanti italiani o europei o americani sappiano delle dichiarazioni esplosive dell’ex ministro degli esteri del Qatar basate sulla dell’esperienza personale, ma con l’appoggio di un documento piratato da Edward Snowden al più potente servizio segreto statunitense, ovvero la Nsa. Quanti sanno che in quel documento viene detto con straordinaria e inequivocabile chiarezza che l’opposizione armata in Siria era sotto il diretto comando dei governi stranieri (occidentali più Arabia Saudita, Qatar stesso e Turchia) fin dai primi momenti e che in sostanza è stata artificialmente creata una guerra civile che ha fatto al minimo mezzo milioni di morti all’unico scopo di impadronirsi della Siria e di affermare una nuova cartina del Medio Oriente?

Mi chiedo ancora quanti siano quelli che a tutti i costi non vogliono né sapere di quel documento e delle decine che affiorano ogni settimana dal un vergognoso carnaio occidentale, comprese le mail di appoggio di Hilary Clinton, per non dire del fatto che fu proprio il governo saudita in accordo con gli Usa a scatenare,  sotto il comando diretto del principe Salman bin Sultan,  l’assalto missilistico sull’aeroporto di Damasco e sui quartieri civili della città , che doveva costituire quasi l’atto finale della caccia alla “preda” ossia a ad Assad che invece si è rivelato un osso più duro del previsto e con l’appoggio della Russia, oltre che sul consenso popolare è ancora la suo posto.

Il caos provocato in medio oriente dal fallimento dell’impresa, spacciata come l’ennesima esportazione di democrazia, sta oggi favorendo l’emersione degli arcana imperii e facendo venire alla luce tutto il terribile verminaio della vicenda. Quello che del resto ha dato origine all’ Isis come derivazione dell’ esercito di liberazione siriano e che ha continuato ad essere in qualche modo preservato perché la confusione era comunque funzionale alla manipolazione del Medio Oriente.  Eppure ad ascoltare i main stream di tutto questo si ha solo qualche equivoco accenno, mentre la narrazione ufficiale non cambia sostanzialmente di una virgola rispetto agli anni passati e non propone nemmeno un dubbio sul fatto che il regime arcaico di Riad, oggi sottoposto a purga, pare dopo intensi colloqui tra il principe Salman Bin e il genero di Trump, possa davvero avere così a cuore la democrazia in Siria. Anzi ogni tanto sugli speciali spazzatura che vengono generosamente offerti dalle televisioni, si hanno annunci trionfali sui gli immesi progressi del sultanato saudita e viene citato il fatto che oggi le donne saudite possono guidare. Peccato che vengano omesse le stragi di civili in Yemen o il rapimento del primo ministro libanese nella speranza di creare un cuneo di Al Quaeda al sud della Siria, tutto naturalmente sotto suggerimento, consenso e copertura americana.

L’informazione occidentale è insomma per qualche verso un’informazione di guerra che arriva a negare l’evidenza con la differenza che durante un conflitto vero e proprio è normale dubitare delle notizie che vengono fornite, mentre nella situazione attuale non ci si accorge nemmeno di essere presi letteralmente in giro. Del resto l’assuefazione alle narrazioni deformi è vitale più per scopi interni, per nascondere i massacri sociali o a per enfatizzare sedicenti crescite, per  rendere omaggio alle elites e a mettere sotto il tappeto le evidenti manovre per abolire la democrazia reale. Comunque sia tutto questo è reso possibile dall’addestramento ormai quarantennale a non porsi mai domande, ma ad accettare le risposte che vengono fornite anche quando sono palesemente contradditorie, insufficienti, prive di fonti credibili che non siano autoreferenziali: se si arriva ad accettare l’incoerenza persino quando si tratta di della propria esperienza reale, arrivando a colpevolizzarsi per la propria condizione, figurarsi cosa si può ottenere quando si parla di avvenimenti del tutto al di fuori degli orizzonti comuni.

E’ per questo che il totale ribaltamento cognitivo  riguardo al medio oriente, anche quando riesce a penetrare l’opacità informativa, può essere ignorato o ancor peggio accettato senza alcun problema, dopo una strage inutile e ininterrotta da sette anni che tra l’altro ha reso ancor più intenso e disperato il dramma delle migrazioni.


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