Archivi tag: Nato

Ursula e il pascià

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ad arricchire la leggenda di potenti lati B attaccati alle poltrone, dell’arrembaggio a sedie fertili di successi e redditi, di divani dove  influenti personalità hanno consumato commerci carnali, è arrivato quello che è già stato definito il sofà-gate.

Tutti ormai sapete di cosa si tratta: Ursula von der Leyen si reca in visita ufficiale in Turchia, giunge al cospetto di Erdogan e resta in piedi davanti a lui come una scolaretta, manca solo la lavagna dietro la quale mettere in castigo i discoli e il quadretto sarebbe stato completo. Il presidente e il suo Ministro degli esteri  hanno poggiato i pingui deretani sugli scranni ufficiali e la presidente della Commissione si guarda intorno finché non trova di meglio che accomodarsi su un canapè, o meglio un’ottomana, vista la location dove si consuma il delitto di lesa maestà.

Subito si grida all’affronto, l’imbarazzante episodio assume i connotati di uno intrigo internazionale, coi turchi che si difendono  rivendicando di aver rispettato il protocollo   che definisce    “la disposizione dei posti” concordata, dicono, con l’Europa nel corso di incontri preliminare dei diplomatici delle due parti. Il porte parole dell’Unione glissa pur riservandosi di andare a fondo sulla incresciosa faccenda, “perché non si ripeta più”.

E mentre girano le foto dell’incontro che immortalano i due presidenti una di fronte all’altro, lei sprofondata come Fantozzi sul maledetto pouf e lui che ghigna dall’alto del seggio, come un pascià soddisfatto per l’umiliazione inferta alla zarina d’Occidente, lo scandalo cresce e si declina a seconda dei pubblici di riferimento.

Perché in difesa dell’onore della pulzella oltraggiata scendono in campo le donne, che sospettano un caso di sessismo non certo inaspettato, trattandosi con tutta evidenza dell’affronto commesso, è sicuro, in nome di una cultura patriarcale e maschilista, di una fede che intride dei suoi valori confessionali lo stato, le sue istituzioni e le sue leggi, condannando le donne a ruoli gregari.

Non mancano le reazioni sdegnate degli eurofan: ma come un Paese e un premier che hanno assunto comportamenti incompatibili con la democrazia, si permettono di vilipendere la rappresentante di una civiltà innegabilmente superiore, trattandola come una questuante? E parte il plauso per la dignità e la compostezza della vertice comunitario e del suo culo, che hanno deciso con la grandezza  degna di uno statista e di un Grande della storia di continuare la riunione, malgrado l’onta subita.

Ecco, è proprio questo aspetto che ha punto la mia insaziabile curiosità e la mia avidità di particolari piccanti.

Non parlo però di quelli che potrebbero riguardare eventuali pensieri lubrichi del presidente turco, immediatamente ricollocato nel contesto di rassicuranti stereotipi tra ratti del serraglio e harem, attizzato dalla severità claustrale di Ursula, no, parlo di altri luoghi comuni subito tornati in auge.  

Mi chiedo infatti che commercio di tappeti particolarmente profittevole ha persuaso la poco maneggevole negoziatrice a ingoiare il rospo,  quali interessi opachi giustificano la missione della notabile pronta perfino a stare prona sul cadreghino al fine di inoltrare le richieste della potenza europea al monarca d’Oriente  in una  posizione che la prossemica definirebbe di sottomissione.

 Chissà che cosa era stata incaricata di ottenere in cambio del bel numero di miliardi concessi in cambio della gestione della fastidiosa immigrazione largamente dirottata  su un partner europeo di serie B, chissà che mandato aveva ricevuto dal padrone di oltreoceano per conquistare garanzie di fedeltà all’Alleanza, chissà che aspettative ripone l’Europa, già asimmetrica e ancora più sofferente per via dell’eclissi dell’astro tedesco, nei Balcani, in quel cuscinetto agitato che divide l’impero in declino dal rinnovato e nuovo fronte nemico.

Fosse uno scontro di civiltà, di sicuro non incute timore quella “superiore”, in pizzo sul divano come una mendicante o un piazzista di frigo in Alaska o di tappeti in Turchia. Di sicuro vedendola così nessuno avrà detto: mamma li europei.


Guerra e Pandemia

il-repartoCi sono strane e inquietanti coincidenze  che non si può fare a meno di notare anche se con il cuore si vorrebbe essere ciechi e si prega che non significhino nulla. Vediamo un po: come fa sapere l’ex ambasciatore Manlio Dinucci il generale James McConville, capo di stato maggiore dell’esercito degli Stati Uniti, avverte di prepararsi a un possibile  conflitto contro la Russia; l’Oms e 23 stati che sostanzialmente disegnano la Nato stanno preparando un trattato pandemico per portare a un governo mondiale basato sulla salute o meglio ancora sulle restrizioni di movimento oltre che sull’affare dei farmaci; nel maggio giugno di quest’anno in  coincidenza con la percorribilità del terreno in tutta l’Europa orientale fino agli Urali, si svolgerà una gigantesca manovra Nato che simula un  attacco russo; in Italia come ha scritto qui Anna Lombroso si preparano “lager di emergenza” dove si suppone possa essere confinato e isolato chi si oppone alla dittatura sanitaria. 

Dittatura che però a questo punto si propone come sempre più come militar – sanitaria visto che i due mondi tendono a convergere da una parte cercando con la forza di isolare anche fisicamente il dissenso e contenere eventuali rivolte popolari e dall’altra perché la disciplina militare cui siamo costretti potrebbe essere preludio per un regime di guerra. Lo so che si tratta di pure ipotesi, che si vorrebbe scacciare dalla mente, ma diciamo la verità se a gennaio dell’anno scorso qualcuno avesse delineato la situazione in cui viviamo oggi l’avremmo preso per pazzo. Certo c’è un contro: una guerra calda diventerebbe quasi subito nucleare e le popolazioni europee verrebbero immolate alla ubris americana di mantenere il controllo mondiale, dunque la maggiore disciplina per evitare diserzioni dal campo dell’unanimismo sarebbe tanto superflua come lo sono i vaccini. Tuttavia si può anche pensare che la nuova amministrazione americana e con essa i Paesi occidentali ad esclusione forse di una recalcitrante Germania potrebbero essere messi in una sorta di continua allerta prebellica e in questo caso la dittatura sanitaria imposta manu militari sarebbe davvero la benvenuta.

Naturalmente spero con tutto il cuore di sbagliarmi, che questi siano solo incubi di inizio primavera, che niente di tutto questo si stia accumulando nelle menti dei pazzi che tirano le fila: ma guerra e regime pandemico si stanno sovrapponendo in maniera così inquietante che è comunque meglio svegliarsi. In tutti i sensi.


Il senso della Nato per la guerra

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Intorno agli ultimi anni del secolo breve, le grandi agenzie e organizzazioni globali aggiornarono slogan e contenuti di uno dei loro temi più frequentati, cambiando la “guerra alla povertà” con la dichiarazione di guerra ai poveri. Raccomandarono già allora i governi di modernizzare regole, soggetti e strumenti di mantenzione dell’ordine pubblico  e di preparare la “pace sociale” grazie a guerre di “bassa intensità” ma permanenti che contrastasse il pericolo  sempre più ferino che minacciava le calde e comode case, gli ordinati boulevard, i giardinetti ben pettinati della città.

Perché ormai l’uomo stava diventando un animale metropolitano e i capi di battaglia sarebbero stati quelli, con i quartieri residenziali costretti a difendersi con acuminati dispositivi che saltan su dal cemento per forare le ruote dei camper dove i più fortunati vivono, con guardiani pronti a sparare proiettili di gomma e non solo su audaci guerrieri della notte che si spingono fuori dalle loro bidonville, dalle loro favelas, dai loro abitacoli di lamiere e cartoni, per sfidare e intimorire gli abitanti dei ghetti di lusso, arroccati e assediati da marmaglie sfrontate che hanno allestito le loro baraccopoli fino a sfiorare la Casa Bianca o l’Eliseo.  

Si suggeriva ai governi di dotarsi di polizie anche private, di estendere alla tutela dell’ordine pubblico le competenze degli eserciti, di irrobustire il quadro normativo delle leggi di sicurezza per prevenire il rischio di sommosse e saccheggi in una condizione bellica difensiva e offensiva senza sosta.

Sono passati gli anni, la guerra a bassa intensità si adegua ai nuovi tempi e ai criteri dettati dall’orizzonte del Grande Reset e le diplomazie imperialistiche e i loro Sun tzu raccomandano di adattare le sue arti in modo da trasferire i conflitti in altri contesti, impiegare altre armi, altre strategie e altre tattiche, quelle messe a disposizione dalla tecnologia. Ne parlano di continuo i cortigiani della Nato, incoraggiati dal nuovo corso che vuole ridare vigore  al protagonismo del guardiano del mondo agonizzante messo nelle mani di un demente esaurito dalla scalata alla Casa Bianca che sdrucciola giù dalle scalette dell’Air Force One e che le definiscono “guerre ibride”.

Contrassegnate dall’irrinunciabile impegno di strumenti bellici tradizionali, per via di quel riarmo permanente che da sempre costituisce  la chiave di volta per far ripartire ad ogni crisi l’economia Usa e che il tremulo nonnino ha deciso di potenziare con la demonizzazione fanatica dell’eterno nemico, sconfineranno e infiltreranno altri contesti economici e sociali, espropriando e danneggiando il “nemico”, danneggiando i suoi apparati informativi, impegnandolo in guerriglie interne grazie all’impiego di terroristi mercenari e contractor addestrati per spaziare dagli omicidi di personalità influenti all’accreditamento di attività illegali e criminali.

Nell’ultimo consiglio dei ministri della Nato che ha prodotto oltre all’ atto di fede  di questa dichiarazione congiunta:  La Nato è il fondamento della nostra difesa collettiva: insieme riaffermiamo il nostro solenne impegno nei confronti del Trattato di Washington, compreso che un attacco contro un Alleato sarà considerato un attacco contro tutti noi, come sancito dall’articolo 5″,  un volonteroso impegno   nell’acquisto di armamenti, con particolare interesse per scarti messi in liquidazione dal padrone e offerti a caro prezzo ai satelliti più citrulli, Italia in testa con un investimento nel “comparto” di 1,6 miliardi di euro rispetto all’anno precedente, i partner hanno concordato sulla necessità “in risposta a un ambiente di sicurezza più pericoloso e imprevedibile” di rafforzare  le capacità di deterrenza e difesa, grazie a uno sforzo economico e tecnologico comune per disporre “di  forze più capaci e pronte, dispiegamenti significativi in missioni e operazioni e impegno più profondo con i partner”.  

Si riconferma così la volontà espressa negli ultimi consigli atlantici  di prepararsi a impiegare tutti i mezzi “compresi quelli aerei, marittime o terrestri per dissuadere e difendersi da  attacchi cibernetici”, per tutelare l’egemonia delle grandi imprese commerciali e industriali occidentali che potrebbero esserne insidiate, come se il vero attentato alla supremazia non abbia tutte le caratteristiche del suicidio da quando l’economia produttiva è stata sostituita volontariamente dal gioco d’azzardo della finanza, da quando gli investimenti per l’innovazione sono stati dirottati e impegnati nelle competizioni borsistiche, da quando scuola, istruzione sono state retrocesse a diplomifici per l’ingresso nel mercato del lavoro di esecutori specializzati in un’unica mansione servile.

Certe  guerre gli Usa e l’Europa, il colonialismo e l’imperialismo le hanno perse quando per miopia, vanagloria e incompetenza hanno sottovalutato l’iniziativa e la capacità creativa e imprenditoriale di Cina, Giappone, Corea,  India, quando i profitti delle imprese sono stati garantiti dall’abbassamento dei salari dei dipendenti, dai risparmi delle risorse che dovevano essere mobilitate per la ricerca, da quando gli investimenti statali sono stati demonizzati perché avrebbero contribuito all’aumento del debito pubblico, in modo da incrementare privatizzazioni e svendite di imprese e bei comuni.

Ma con ostinazione cieca e dissennata proprio in coincidenza con le esternazioni da matto con lo scolapasta in testa di Biden  il Segretario generale Jens Stoltenberg aveva invitato a collegarsi  in videoconferenza, studenti e “giovani” leader (Letta? Renzi? Sandro Gozi?) dei paesi dell’Alleanza perché proponessero «nuove idee per la Nato 2030», cercando un terreno favorevole per rinvigorire i capisaldi della nuova guerra fredda contro quello che resta il principale nemico, seguito gerarchicamente da pericolo giallo: le crescenti fide alla sicurezza poste dalla Cina, le cui attività economiche e tecnologie possono avere «un impatto sulla difesa collettiva e la preparazione militare nell’area di responsabilità del Comandante Supremo Alleato in Europa (nella persona di un generale Usa nominato dal Presidente degli Stati Uniti).

Più o meno in quei giorni le anime belle del pacifismo senza redenzione dall’imperialismo e senza lotta di classe, si beavano per l’entrata in vigore del Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari, atto necessario, ma che è segnato oltre che dalla ridotta autorevolezza e credibilità dell’ente promotore  all’impressione che trasmette di un gesto dall’alto contenuto retorico a fronte di una efficacia destinata a restare sulla carta e a premiare le false coscienze, se l’Italia dove a proliferare sono i cartelli fuori da ogni Rio Bo: paese denuclearizzato, concede da anni da decenni il proprio territorio per lo schieramento di armi nucleari Usa,oggi decine di bombe B61, che tra non molto saranno sostituite dalle più micidiali B61-12, come poligono di tiro, come piazzola di addestramento e per test e esercitazioni, come rampa di lancio.

Ma soprattutto siamo certi che ci sia da aver più paura della Bomba che delle armi messe in campo a norma di legge e in favore della Costituzione, se proprio l’alta Corte attribuisce a una epidemia la potenza di una guerra di invasione, concedendo alle autorità licenza di instaurare uno stato di eccezione con tanto di leggi speciali, di sanzioni, di salvacondotti e encomio per i delatori?

Se già da prima del Covid l’ordine pubblico basato sul consolidamento di un trattamento differenziato dei cittadini da sottoporre a repressione è stato considerato precondizione per il benessere. E se con il Covid che ha accelerato la transizione verso il digitale, verso nuovi modello di produzione, commercio, interazione e controllo sociale si considera fatale e inevitabile che avrà un vantaggio politico economico e sociale chi possiede il controllo delle tecnologie con cui si  definiscono e si scrivono le leggi, i tempi e i paradigmi di uno sviluppo sempre più disuguale, così mentre i poteri dominanti inseguono i programmi globali dell’accumulazione finanziaria spetta allo stato farsi promotore e garante del Welfare e ai cittadini sanare i danni del mercato, non comprando da Amazon, raccogliendo lattine contro il “cambiamento climatico”,  rispondendo con la compassione e la carità ai crimini delle discriminazioni.

E se il progetto che ci presentano le autorità addette al nostro commissariamento e alla nostra liquidazione sono firmate con il sangue di una rinnovata Caporetto sociale e morale, che ci retrocede a capitale umano da sfruttare o barattare o cedere, che ci condanna alla rinuncia di diritti incompatibili con la lotta al morbo e con la successiva rinascita all’insegna di definitive soluzioni finali: concentrazione di imprese “sane” e morte di quelle che non cedono all’intimidazione, al ricatto e all’assorbimento, che ci attribuisce un valore commerciale distinguendo tra essenziali e inutili, che ci ha dichiarato colpevoli di aver chiesto e voluto troppo e ci propone la redenzione a mezzo di abiure e sacrifici. E che destina i nostri figli alla beata  ignoranza, per dar loro un futuro da rider, pony, magazzinieri, addetti alla logistica quando non piloti di droni, in modo da scaricare bombe con un clic in geografie remote, senza dover invidiare  automi, robot e intelligenze artificiali più sveglie e consapevoli di quelle naturali, ormai obsolete e moleste.


I Traditori

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ogni tanto nell’attuale buio della ragione qualcuno sente la mancanza degli Intellettuali, costretti ultimamente, per dare una prova di esistenza in vita, a firmare appelli in sostegno di un governo e a guardare con fiducia alle minacce del successivo.   Ogni tanto per fortuna abbiamo qualche consolazione. Una ce l’ha offerta Luciano Canfora parlando del mestiere che si è trovato il Pd, quello di argine malridotto a sbrindellato contro populismo e sovranismo, che il professore liquida a proposito dell’appoggio al governo con una definizione  icastica: un partito portaborse di Draghi.  

Ma ancora meglio a dimostrare come certe intelligenze e il sapere maturato con lo studio e la conoscenza dovrebbero servire a far affiorare qualche pensiero “contro”, anomalo e eretico, dalla spirale del silenzio, che tacita le opinioni minoritarie e i pensieri difformi, timorosi di subire ostracismi e isolamento, lo storico si è pronunciato sul Sovranismo,  “una parola inventata e priva di contenuto. Dire che la sovranità nazionale è un disvalore è una stupidaggine. Se una cosa è giusta, anche se la dice un uomo di destra, non cessa di essere giusta. Ad esempio, la difesa della sovranità nazionale di fronte al capitale finanziario non è sbagliata”. 

È davvero un sollievo raro che qualcuno che possiede ancora una autorevolezza non partecipi al coro, non intoni le marce militari che inneggiano alla guerra di patria formalmente “antifascista” che, per disinnescare le possibili bombe sociali delle nuove povertà che si aggiungono a quella antiche, deve disarmare i populismi ed i sovranismi, colpevoli di aver demolito la “seconda Repubblica”.

Per dir la verità, proprio come quando il Cavaliere si sgolava a chiamare a raccolta contro il pericolo comunista, sono rimasti in pochi a mettere in guardia dagli ismi  incompatibili con la democrazia, adesso che ne sono stati sospesi chissà fino a quando anche l’ultimo rituale e i suoi cerimoniali, e da quando i loro profeti sono stati beatamente e meritatamente ammessi al consorzio civile e beneducato segnato dai confini del nuovo esecutiva del quale sono i cortigiani più premurosi,   assolti, quindi, e addirittura blanditi e omaggiati per i loro maturi e responsabili voltafaccia, con tanto di atti di fede nei confronti dell’Europa e del commissariamento della nazione e di festoso tradimento di principi  costituzionali. Si completava così il disegno varato da Conte al secondo mandato quando rassicurò orgogliosamente i controllori che il suo esecutivo  certificava la distruzione del fronte populista e sovranista, assorbito beneficamente dal contesto progressista, del quale ora fa parte con onore il più riottoso degli avversari, salutato entusiasticamente dal Sole24 Ore con un trionfale titolo in prima:  «L’Europa? Sia un impero potente al servizio di buoni propositi».

Ci sono dichiarazioni, slogan, programmi che un tempo avrebbero meritato l’accusa di tradimento, con relativa impiccagione nei confronti della Nazione,  perché vale la pena di ricordare che c’è un articolo della Carta, quel patto dello stato democratico coi cittadini che spiace alle cancellerie comunitarie in quanto frutto di lotte di liberazioni “socialiste”, che permette “limitazioni” e non rinunce alla sovranità, a parità con altre nazioni, solo nel caso siano “necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. E anche dello Stato, retrocesso dalla funzione di garante degli interessi generali, a strumento per aprire la strada e dare assistenza ai predoni multinazionali, privatizzando beni e servizi, deregolamentando i flussi finanziari, riducendo le tasse ai super ricchi, tagliando sulla spesa sociale primaria e sui diritti dei lavoratori.

E quindi dovrebbe diventare materia per i pronunciamenti della Corte Costituzionale la carriera del Presidente del Consiglio:  il suo impegno profuso  nella svendita di tanta parte del patrimonio e dell’apparato industriale italiano come cavallo di Troia per far entrate l’Italia nell’Euro, la pressione golpista esercitata per introdurre il fiscal-compact nella Costituzione italiana e l’auspicio di un bilancio unico europeo,  il continuo richiamo alla necessità della cessione di competenze e poteri statali rappresentati allegoricamente dall’affidamento alla Mc Kinsey dell’elaborazione del Piano Nazionale per accedere al Recovery Fund, secondo la stessa formula di attribuzione di “competenze” che gli permise da manutengolo di Goldman Sachs di appioppare anche da noi i subprime tossici, in modo che spetti a una organizzazione estranea  fare da interprete di istanze lobbistiche multinazionali, condizionando alle loro pretese l’erogazione dei prestiti che dovremo ripagare.

Dovremmo almeno definire slealtà la convinzione tenace  di chi giura fedeltà a una sovrastruttura super-statuale che sta realizzando da 30 anni, a colpi di trattati comunitari, diktat e “raccomandazioni” sempre più ultimative il trasferimento di poteri politici dagli Stati nazionali alla struttura con sede a Bruxelles o a Francoforte, per instaurare un regime trasversale feroce e punitivo   nei confronti dei lavoratori “fissi” e precari, dei disoccupati, dei pensionati, dei giovani, delle donne, dei malati, dei disabili, e di chi è arrivato figurandosi paradossalmente di trovare accoglienza da chi ha ordinato e prodotto le bombe fatte cadere sulla sua testa in patria.

Chi ha contestato i due governo Conte almeno quanto aveva criticato i governi precedenti, il succedersi di piccoli cesari da Craxi in poi, Berlusconi, il figlioccio, il gran nipote lecca-lecca oggi leader- indiscusso che il nulla non è oggetto di dibattito, D’Alema il bellicista, è autorizzato a pensare che abbiamo raggiunto i vertici dell’abiura con l’avvento dei cicisbei dell’Ue e del duetto Usa- Nato, che hanno esaltato l’indole gregaria e la natura filoimperialista dei precedenti,  preoccupati dell’intollerabile ma inevitabile spostamento dell’asse commerciale dell’Italia verso la Russia e la Cina e intenti a espropriare del potere decisionale la politica, addomesticata dalle lusinghe del vassallaggio, mettendolo nelle mani della finanza  e dei “mercati”, secondo il disegno che ha avuto il più solerte degli esecutori in Prodi, oggi passato agli “eurodubbiosi” e nel suo scherano Draghi dalla tolda del Britannia.

La politica e le istituzioni democratiche possono governare  se possiedono gli strumenti per gestire l’economia e la finanza, se possono investire per sostenere il proprio tessuto produttivo,  se sono in grado di difenderlo    da una concorrenza basata sulla corsa al ribasso del costo del lavoro, sull’inosservanza di regole di tutela della sicurezza e dell’ambiente, se possono promuovere occupazione qualificata assumendo nel pubblico impiego e rinforzando settori di pubblico interesse, come sanità, istruzione, trasporti, cultura.

Ma se per legge votata dal Parlamento rinunciano a tutte queste competenze e a questi poteri, se subiscono condizionamenti e influenze che impediscono l’esercizio di queste funzioni, a cominciare dalla separazione tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia del 1981, siamo di fronte a una cessione di sovranità imposta per rafforzare una entità esterna cui attribuisce superiorità legale ma non legittima la comune appartenenza all’ideologia liberista, che ha come caposaldo l’estromissione dello Stato dall’economia e a poco a poco dalla società, fatte salve quelle multinazionali alle quali deve assicurare protezione e assistenza.

Basta pensare alle porte girevoli dalle quali entra e escono i loro ragionieri e usceri, Draghi che arriva dalla Goldman Sachs e Barroso che ci va dopo il mandato, l’assunzione dell’ex vice cancelliere tedesco Gabriel alla Deustche Bank, i manager di imprese monopolistiche momentaneamente prestati all’esecutivo coi loro vergognosi e inattaccabili conflitti di interesse, per avere conferma della denuncia di Canfora: l’oligarchia che si vanta di essere investita del compito morale di salvare la nazione dai sovranisti Bannon o da Salvini, estromettendoli o meglio ancora introiettandoli, dovrebbero essere giudicati per quel che sono: traditori della patria venduti al nemico.     


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: