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Le cose turche di Washington

Turchia1Nei giorni scorsi i primi S400 russi sono arrivati in Turchia, suscitando la somma irritazione di Washington che fino all’ultimo aveva tentato di evitare questo smacco dichiarando che se i missili russi fossero stati acquistati dalla Ankara, questa avrebbe dovuto fare a meno degli F 35. Naturalmente il ricatto è di tipo economico e non militare visto che quei caccia non li vuole proprio più nessuno, che Francia, Germania e Giappone di fronte a questo mezzo fallimento made in Usa hanno deciso di fare da soli per quanto riguarda la prossima generazione di velivoli: ma alla Turchia era stato affidata la costruzione di molte parti dell’ F35  oltre che dei ricambi per quanto riguarda l’Europa, una promessa che in qualche modo era stata adombrata anche per l’Italia per indurre i governo dello Stivale ad comprare la ciofeca dai costi stratosferici, salvo cominciare la marcia indietro man mano che l’acquisto veniva approvato e consolidato. Ad ogni modo si tratta di un colpo economico relativo, non tale da determinare le scelte  in un Paese dalla rapida ascesa industriale. Senza dire che con i cambiamenti intervenuti nelle tecnologie militari non c’è proprio gara strategica fra avere i migliori missili da difesa aerea capaci di abbattere qualsiasi oggetto volante con velocità fino a mach 4,8 che un  mediocre caccia da attacco “furtivo” soprattutto nel senso che il suo prezzo è un furto e che se vola cinque minuti filati a velocità supersonica fotte il motore: le rappresaglie, come è dimostrato dalla Siria, divengono difficili se non impossibili.

Ma c’è di più: l’arrivo dei missili russi ha praticamente coinciso con il terzo anniversario del fallito golpe  militare organizzato dagli Usa contro Erdogan colpevole non di lesa democrazia, cosa che all’occidente non interessa più di tanto se non come pretesto, ma di volersi ritagliare un ruolo autonomo nella guerra siriana ed evitare che il medio oriente cada completamente nelle mani Usa e israeliane. Il tifo di tutte le componenti del mondo occidentale per un golpe militare ne testimonia il degrado politico, così come lo testimonia il silenzio dell’Europa finché Ankara si tiene i tre milioni di esuli siriani creati dalle pulsioni  neo colonialiste francesi e inglesi sotto l’ombrello americano. Tuttavia a parte queste considerazioni il fatto sostanziale  è che la Turchia, uno dei principali membri della Nato, anzi forse il più importante come avamposto verso il centro dell’Asia, ha scompaginato le maglie della Nato. Entrata nell’alleanza nel 1952 per volontà di Truman ospita oggi oltre venti basi dell’alleanza, in realtà tutte americane, (salvo una formazione  della Luftwaffe a Konya e una italiana a Kahramanmaraş che ospita il vettore antimissile italo francese Samp/t), ora si dota di armamenti che non necessariamente si  integrano con quelli Nato cosa che costituisce un profondo snaturamento dell’alleanza la quale è non solo la prima voce dell’export americano, ma di fatto, con il pretesto dell’integrazione, pone in capo a Washington tutta la capacità di controllo. Per darne un’idea, mentre si teme che l’arrivo degli S400 possa contribuire a svelare i segreti dell’F35, questi non sono stati svelati agli acquirenti, esclusi dalla partecipazione alle tecnologie avanzate del caccia, anche nel caso (come quello italiano) abbiano investito enormi somme nella progettazione.

Si tratta comunque dei primi chiari segnali della disgregazione dall’interno del mondo unipolare a cominciare dall’area più sensibile ovvero l’apparato militare che è ormai quello prevalente per gli Usa e il dominio imperiale. In fondo pure la volontà di fare da soli di Francia, Germania e Giappone costituiscono un sintomo analogo, anche se meno appariscente dell’acquisto diretto di armi russe. E lo dimostrano le reazioni americane che per bocca di Mark Esper, facente funzione di segretario alla difesa nonché uno tra i principali manager  dell’industria bellica, dunque interessato in molti modi alla questione: ha affermato che la scelta degli S400 potrebbe influenzare negativamente la capacità di Washington di mantenere un vantaggio aereo. Si tratta di una frase che al di là dell’insensatezza e pretestuosità di fondo, diciamo pure balle vere e proprie, è anche sibillina lasciando spazio a molteplici interpretazioni, ma nella sostanza significa che comprare armi al di fuori della Nato significa essere tout court contro la Nato e contribuire ad indebolirla. Si evidenzia così lo spirito con cui Washington considera la propria creatura: una sorta di prigione per i suoi membri che dovrebbero innanzitutto essere difesi da chi pretende di difenderli. Erdogan da parte sua ha detto che l’acquisto degli S400 è l'”accordo più importante per la Turchia moderna”.  Così il quadro è completo e molto chiaro nelle linee principali: il vecchio mondo si va frantumando e anche se gli Usa finiranno per cedere sugli F35 perché l’affare è troppo importante per la Lockeed e non si vuole mandare Erdogan direttamente nelle braccia di Putin, è chiaro che comincia un nuovo capitolo, quello in cui si può anche dire no.

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I due Berlinguer

enrico_berlinguer_675-675x275In questi giorni il web è stato pieno di messaggi, epitaffi ed ex voto in forma di bit per il 35° anniversario della morte di Enrico Berlinguer, colto da un ictus a Padova mentre teneva un comizio per le europee, cosa certo tragicamente casuale, ma a posteriori pensabile come simbolico perché in quei giorni il segretario del Pci svolgeva una campagna contro tutte  le tesi fondanti della governance europea, a cominciare dalla difesa della scala mobile per finire con il rifiuto dello Sme, il serpentone monetario che prefigurava l’euro. Stupisce quindi che a ricordarlo siano in gran parte gli smemorati nipotini che hanno fatto dell’Europa il loro intoccabile feticcio come sacerdoti della Diana Nemorensis. In realtà Berlinguer nonostante sia scomparso da tanti anni è nel bene e nel male un personaggio assolutamente contemporaneo, attraversato da dubbi, errori e infine consapevolezza degli stessi sul medesimo sentiero della storia sul quale camminiamo.

La sua segreteria del Pci esordisce nel 1972, ma è quasi come se si fosse alle prese con gli stessi problemi che avranno molto dopo i suoi successori ed epigoni nei tardi anni ’90: un anno dopo l’incoronazione si trovò ad affrontare un 11 settembre privo di ombre e fondati sospetti,  ma chiaro come l’inferno, ovvero il golpe militare in Cile che terminò con il suicidio – assassinio  di Allende. Fu da subito chiaro, anzi quasi evidente che la Cia e il potere reale Usa erano stati  al centro di quella tragedia e se mi è concesso portare una testimonianza personale il mio primo caporedattore, quando ancora ero praticante, mi disse che lui, al tempo del golpe inviato in Cile, aveva appreso il modo e il momento dell’attacco al Palacio de la Moneda, con due giorni di anticipo da personale dell’ambasciata americana. Non aveva remore a dirlo visto per un disgraziato errore di fuso orario,  aveva mandato il servizio sul golpe prima che esso avvenisse e dunque la cosa era risaputa e anzi gli rendeva lustro per aver queste prestigiose entrature. Ad ogni modo quell’evento che fu il primo colpo battuto dal neoliberismo, convinse Berlinguer che se anche il Pci e le forze di sinistra avessero conquistato la maggioranza assoluta non sarebbero state in grado di governare effettivamente e liberamente, che sarebbero state sempre sotto ricatto e minaccia per cui occorreva preparare una sorta di intesa con la Democrazia cristiana e un compromesso che portasse non tanto a un’alternativa di sinistra, quanto invece  un alternativa democratica. E così cominciò una stagione di lento riavvicinamento che sfociò nel compromesso storico.

Un’altro tragico evento , ovvero il rapimento e l’uccisione di Moro, cambiò di nuovo le carte in tavola: Berlinguer comprese che nella nuova situazione di capitalismo in uscita dal keynesismo,  le forze comuniste sarebbero state state combattute con ogni mezzo dai poteri forti interni ed esterni e che le concessioni fatte negli anni precedenti, non solo non avevano cambiato la situazione e fatto cadere il fattore K, ma avevano innescato una logica a valanga tendente a scardinare le conquiste sociali, presentandole come contrarie agli interessi dell’economia del Paese. E se le chiacchiere, che sono rimaste sempre le stesse perché i portatori di fine della storia sono intellettualmente inesistenti, non bastavano, si doveva passare ai fatti, uno dei quali fu la separazione fra  Tesoro e Banca d’Italia che costrinse lo Stato a finanziarsi sul mercato per le sue spese, prima assorbite dalla Banca d’Italia. Si creò così la servitù del debito che mise il vento in poppa alle riforme antisociali e che ancora oggi è il motore del declino e dell’impoverimento, visto che nemmeno più abbiamo una moneta con la quale operare. Fu per questo che Berlinguer, sfidando i miglioristi come Napolitano e Macaluso, che si erano subito accomodati sul cocchio dei nuovi poteri, cambiò rotta di 180 gradi e lo fece partendo da tre questioni che si sarebbero rivelate cruciali: disse no allo Sme, disse no al taglio della contingenza che collegava i salari al costo della vita e disse no all’installazione di nuovi missili USA, che reinterpretavano il ruolo della Nato, come strumento di aggressione, non più “ombrello” come qualche anno prima, ma randello. Sono le stesse cose con quale mutatis mutandis facciamo i conti oggi.

Esistono dunque due Berlinguer, quello del compromesso storico e delle concessioni al capitale che trovava compimento nella questione morale e quello che rifiutava tutto questo in nome della questione sociale. Mi chiedo di quale Berlinguer parlino gli epitaffi e quanti di questi si riferiscono al leader spacciato come moderato e quanti invece del leader sceso a difesa delle conquiste sociali e contro l’incipiente neoliberismo. Ma non ho dubbi che l’ipocrisia regni sovrana.


Quella guerra dell’europa “di pace”

46_bombardamento-BelgradoVent’anni fa, la notte tra il 24 e il 35 marzo del 1999, cominciavano i bombardamenti aerei sulla Serbia che durarono due mesi e mezzo provocando enormi danni a fabbriche  infrastrutture, servizi essenziali e uccidendo centinaia di persone. Lo scopo di questa guerra fortemente voluta e preparata dagli Usa che peraltro nel decennio avevano investito una valanga di dollari per fomentare e alimentare i separatismi etnici nella ex Iugoslavia, aveva lo scopo di acquisire il controllo strategico della penisola balcanica, isolare la Russia e determinare il percorso dei flussi di materie energetiche. Tutto questo era assolutamente contrario agli interessi europei ad esclusione della Germania i cui operatori turistici avevano messo gli occhi sulla costa dalmata  e ciononostante la Ue che dal primo gennaio di quell’anno aveva adottato l’euro ( la circolazione effettiva della moneta arriverà due anni dopo) non solo non si oppose a questa strage, ma vi partecipò in maniera entusiastica, segno che ormai le elites del continente avevano visto in quell’obiettivo monetario l’assoluto distacco dagli ideali iniziali e si sentivano partecipi di una razza padrona globalizzata. La guerra era tornata a piacergli.

Certo il pretesto per partecipare fu fornito da sfacciate menzogne su presunte stragi nel Kosovo, oggi sbugiardate, mentre quelle vere perpetrate dai Croati contro i Serbi furono ufficialmente lodate da Clinton e da Kohl, ma non c’è alcun dubbio che proprio quel decennio degli anni ’90 inaugura e svela al di là di ogni dubbio l’indole strumentale della narrazione neoliberista, nella quale democrazia, giustizia, umanità e progresso vengono gestiti unicamente in ragione degli interessi del momento. Basti pensare che una Unione come quella europea che avrebbe dovuto dimostrare la coesistenza di più popoli e più culture, si lanciò nella dissoluzione della federazione jugloslava, senza tentare alcuna seria mediazione, facendo propri i più allucinanti criteri etnico -religiosi, gli stessi che vengono rigettati in altre occasioni quando non sono funzionali ai propri disegni e si sia convertita alla guerra essendo nata ufficialmente per impedire le guerre. Per non farsi mancare nulla l’Europa ha partecipato a tutte le fasi del conflitto jugoslavo per consentire l’allargamento della Nato, cosa  che i leader europei avevano solennemente giurato di non volere. Al tempo quella che stava diventando l’oligarchia continentale negò di aver preso questo impegno con Gorbaciov nel 1990 perché dopotutto vent’anni fa ancora si vergognavano un po’, fecero dire alla loro informazione lobotomizzata che quell’impegno era frutto di una leggenda metropolitana. Invece l’uscita di documenti Nato declassificati dimostrano l’esatto contrario. Poco male perché i leader implicati in questa menzogna sono ormai quasi tutti scomparsi, non sono più scomodi testimoni di una mutazione maligna cominciata dopo la caduta del muro.

Non parliamo dell’Italia per la quale la partecipazione a quel conflitto segnò uno spartiacque politico, decretando la scomparsa definitiva di una sinistra degna di questo nome e anche di un centrosinistra decente. Basterebbe ricordare la diligenza con cui Prodi si adoperò per dare il via libera alle basi americane in Italia o le parole ridicole e penose di qualche esponente di rilievo del Pds come l’eterno Fassino che tra una cameriera e un’altra, vaneggiava di una ost – politik italiana. Si vede benissimo come già quella classe politica, succeduta a quella che aveva gestito il dopoguerra, fosse totalmente inadeguata.

Disgraziatamente quest’anno cade anche il 70 compleanno della Nato che vive di festeggiamenti nella nuova e faraonica sede di Bruxelles, costata un miliardo e mezzo di euro: il suo segretario Stoltenberg – nomen homen – ha detto poco tempo fa che  “è l’alleanza di maggior successo della storia”, perché i poveri di spirito sono talmente annebbiati vedono solo quello che gli aggrada e non tengono conto dei disastri cui l’alleanza è andata incontro in veste ufficiale in Afganistan e in Libia e in veste ufficiosa in Ucraina e in Siria. Anzi la sua stessa presenza alla testa di questo conglomerato di pessime intenzioni, ne illustra efficacemente l’inettitudine in guerra e l’incompetenza in pace. Adesso questa Idra, accompagnata dai suoi Carcini,  verrà utilizzata per arginare anche la Cina che rischia di togliere agli Usa il primato planetario. Ed è probabile che vada incontro al suo Ercole.


Si scrive Kiev, si pronuncia Nato

comedonchisciotte-controinformazione-alternativa-kerch1Come si sa l’incontro fra Putin e Trump è saltato a causa della delirante provocazione  navale messa in atto dal regime di Kiev nelle acque della Crimea. E che si sia trattato di una provocazione del tutto gratuita lo dice la dinamica dell’operazione che è stata interamente filmata, lo dicono i marinai e agenti dei servizi ucraini catturati che riferiscono di ordini precisi in merito e lo ammette indirettamente la Casa Bianca quando prende a pretesto per la cancellazione dell’incontro non la legittima reazione russa ma il fatto che i marinai ucraini non siano ancor stati liberati. Conosciamo bene lo scrupolo quasi maniacale con cui gli Usa guardano al diritto internazionale, ma insomma è forse un po’ eccessivo pretendere una liberazione in poche ore dopo un evento di questa gravità, visto che da parte Ucraina sono stati violati tutti i trattati siglati con la Russia: loro infatti, gli americani intendo, li avrebbero tenuti dentro dei mesi se non anni con qualcuno che avrebbe chiesto insistentemente: li possiamo torturare?

Questo però è solo il lato ridicolo e penoso della vicenda con un occidente che deve difendere a qualunque costo il suo impresentabile fantoccio ucraino e la sua strategia di sopravvivenza che consiste nel minacciare guerra  un giorno si e l’altro pure, ma dietro il sipario  ci sono delle domande che non possono essere eluse. Porosenko ha agito in proprio con l’obiettivo primario di imporre la legge marziale per poter poi meglio controllare elezioni che i noti “osservatoti internazionali” daranno per buone anche se agli elettori viene puntato contro il mitra e con lo scopo secondario di stimolare  i suoi padroni a concedere altri soldi e altre armi? Oppure c’è stato un suggerimento e un allestimento teatrale messo in piedi dagli uomini e dalle organizzazioni del deep state decisi a sabotare l’incontro fra il leader russo e Trump? O si è trattato di un’azione suggerita dalla stessa amministrazione Usa ufficiale, per così dire?

Vi sono tre circostanze specifiche le quali inducono a pensare che il regime di Kiev sia stato solo il braccio che lancia il sasso, mentre i veri autori del tentato colpo di mano stiano cercando di nascondere la mano e le loro impronte digitali: 1) Il fatto che lo scontro fra i russi e la flottiglia ucraina sia sia svolto nel mar d’Azov dove il pescaggio è talmente scarso da rendere difficile se non impossibile l’eventuale intervento di navi Nato che incrociano nel Mar Nero, riducendo così drasticamente le possibilità di un confronto diretto e di una drammatica evoluzione della vicenda; 2) la circostanza che l’operazione si stata diretta, a bordo delle imbarcazioni ucraine, da uomini dei servizi segreti di Kiev che com’è noto sono semplicemente un’appendice di quelli americani e che quelli arrestati dai russi abbiano ammesso la sostanza della provocazione, dichiarando di aver ignorato i vari avvertimenti della guardia costiera: 3)  ultimo,m non ultimo la scoperta che già parecchi giorni prima della provocazione ucraina e naturalmente durante la stessa, vi sia stata un’intesa attività di ricognizione aerea statunitense e israeliana, tra l’altro con almeno un drone comandato dalla base di Sigonella. Tutto questo spinge decisamente a pensare che l’incidente del mar d’Azov sia stato preparato dalla Nato sia per evitare che il regime di Porosenko possa crollare vanificando la conquista e anche al fine di conoscere nei dettagli la composizione e le comunicazioni russe nell’area. Insomma due piccioni con una sola fava ucraina.

Dunque la narrazione messa in piedi dall’informazione occidentale di un confronto esclusivamente  russo – ucraino, a parte le consuete  e grottesche deformazioni sull’evento in sé che come sempre tendono a colpevolizzare la Russia, anche quando per farlo occorre ricorrere all’assurdo, non sta in piedi: l’immagine del regime di Kiev che  organizza per proprio conto questa incursione senza ragioni, senza speranze di successo, senza alcuno scopo apparente è davvero desolante per la sua pochezza ed è sostenibile solo nascondendo nel cassetto delle ignominie comunicative le notizie vitali alla comprensione dell’evento. Oltretutto visto che l’oligarca di simpatie filonaziste, l’uomo che sta facendo la guerra anche alle minoranze polacche e ungheresi, adesso se la prende con Salvini, giusto per doverosa solidarietà con il complesso padronale che di certo non sta a guardare il capello, mica può essere sputtanato.


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