Archivi tag: Nato

Casino Royale

caAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chi ti dice che sia una disgrazia, chi ti dice che sia una fortuna, verrebbe da dire oggi, quando tutti se ne escono con una massima da saggezza popolare die nostri vecchi, quelli che morivano di morte naturale e non di concomitanza di pandemia, cancellazione del diritto di cura, patologie pregresse: nulla sarà come prima!

Certamente sarebbe una disgrazia:  perché è stato il “prima” che ci ha fatto precipitare in un accadimento a lungo preparato dall’orgia neoliberista, dal processo di globalizzazione che ha fatto circolare liberamente armi destinate alla imprese di conquista e sfruttamento, i capitali da investire nel casinò finanziario, una “etica” del merito che deve convincere che sono degni di ottenere beni, rispetto e tutele solo quelli che “servono” al profitto,  che socializza malattie, inquinamento, milioni di lavoratori senza garanzie sradicati dai loro luoghi nativi, immiserimento delle classi subalterne, mentre privatizza a beneficio di pochi formidabili risorse economiche e gli strumenti politici, tecnologici e mediatiche per assicurarne  il controllo e il possesso.

Certamente sarebbe una disgrazia, perché se è evidente che la pressione della malattia e le morti sono da imputare allo smantellamento del Welfare,  agli effetti dei decenni di privatizzazioni e di tagli alla spesa pubblica che hanno colpito con particolare severità le strutture e le risorse professionali,  delle quali solo oggi si riconosce l’esigenza,  del sistema sanitario, è altrettanto chiaro che tutto non sarà come prima, sarà peggio di prima perché la collettività che si è vista negare assistenza e cura, sarà chiamata a pagare di tasca propria i costi della crisi “virale”,  proprio come ha “risarcito”  le speculazioni criminali delle banche, i fallimenti e gli assassinii di aziende svendute e la loro scia di sangue.

Certamente sarebbe peggio di prima, perchè  significa non solo dismettere la legittima aspettativa che si dia avvio a un new deal, a una fase di ricostruzione del sistema sociale, con investimenti indirizzati verso le infrastrutture, la tutela del territorio, la ricerca, ma affrontare le tremende conseguenze economiche della paralisi delle attività: aziende chiuse, artigiani a spasso, negozi che non fanno parte del circuito delle grandi catene, soffocati da affitti, tasse, sempre vigenti malgrado l’inattività, il tutto combinato con i vincoli esterni che impongono la rinuncia alla difesa  degli interessi nazionali richiesti dalle frattaglie di una Europa  a conduzione franco-tedesca priva di ogni legittimazione democratica.

Certamente potrebbe essere una fortuna se davvero si imparasse la lezione della storia, se davvero il sollievo di essere sopravvissuti all’evento epocale sapesse rendere tutti più consapevoli della obbligatorietà di riconquistare l’autodeterminazione che ci è stata consegnata dalla resistenza e messa per iscritto dalla Costituzione, respingendo la pressione che viene dagli enti regionali che rivendicano maggiore autonomia, quando abbiamo provato cosa significa il mancato coordinamento tra Stato e  periferia, quando si è avuto conferma che il federalismo ha coperto di una coltre ideologica l’aspirazione a sottrarre risorse al settore pubblico per beneficare soggetti privati, nell’assistenza come nell’istruzione scolastica e universitaria.

Certamente potrebbe essere una fortuna se uscissimo dal terrorismo culturale che è stato esercitato nei confronti del ruolo della partecipazione democratica retrocessa a populismo e della funzione dello Stato centrale, arretrata a sovranismo, per ristabilire quei principi di sovranità economica, monetaria, politica, abiurati per compiere l’atto di fede nei confronti dell’Europa e rinnovare continuamente la manifestazione di ubbidienza e uniformità al contesto atlantico, come addirittura succede in questi giorni, quando non è prevista la quarantena per l’attività industriale del polo di Carneri di produzione degli F-35.

Potrebbe essere una fortuna se davvero saranno serviti gli scioperi degli operai che non vogliono essere condannati alla trincea in fabbrica senza le condizioni minime di sicurezza, se sarà servita la collera che suscita la Ministra in forza a Italia Viva che predica sulla inopportunità della protesta, se ci ricorderemo dopo del patto osceno stretto da Confindustria, governo e parti sociale che non prevede obblighi vincolanti da parte del padronato nel rispetto dei criteri per la tutela della salute nei posti di lavoro,  per reclamare che requisiti di salvaguardia siano indispensabili e inderogabili, per contrastare la peste sempre attiva  dello sfruttamento.

Potrebbe essere una fortuna  se gli inni alzati dalle finestre e sulla rete per celebrare il sacrificio di chi produce e lavora alimenti, o li consegna, di chi procura che esca l’acqua dai rubinetti, si accenda la luce se premiamo l’interruttore, ci fa parlare su Skype coi parenti lontani, insomma la gente come noi, non le major della spesa online, non i gigante delle telecomunicazioni, non i manager delle multinazionali,  davvero si traducessero nel rifiuto alla cancellazione dei valori, delle conquiste e dei diritti del Lavoro, oggetto di “riforme” che hanno magnificato e realizzato la rinuncia alla dignità, alla difesa delle prerogative maturate e meritate,  che hanno costretto alla scelta, salario o salute, a subire il ricatto, fatica o tutele.

Il fatto è che dipende solo da noi che niente sia come prima, o peggio di prima. Non dipende dalla fortuna o dal fato avverso, nemmeno dai tenutari del Casinò: chi vuole la libertà di scelta, il rispetto della dignità, la consapevolezza e la tutela dei diritti, deve saper dimostrare di guadagnarseli, conquistarseli e conservarli.


Le cose turche del governo

img800-siria--soldati-turchi-massacrati-in-un-raid-151614Un segnale inequivocabile del tramonto di un’era si ha quando viene meno anche la finzione etica e i principi di riferimento già diventati una pietosa bugia non sono nemmeno più necessari come velo giustificativo. Prendiamo come esempio ciò che sta accadendo ai confini tra Siria e Turchia e che rischiano di allargare la guerra al pianeta intero. Il califfo di Ankara, Erdogan ha invaso  militarmente il territorio siriano con tre scopi: difendere i terroristi intrappolati nella sacca di Idlib per conto degli Usa e dell’Europa così da evitare di doverli accogliere tutti sotto le false spoglie di profughi, soffocare la pressione curda ai suoi confini e infine inaugurare concretamente la politica neo ottomana cercando di diventare l’ago della bilancia della regione tra il neocolonialismo occidentale e la nascita di altri poli di potere planetario. Si tratta di un gioco estremamente pericoloso per la pace  mondiale, ma quando 33 soldati turchi sono morti nella guerra che Ankara ha iniziato, come è normale che avvenga nei conflitti, ecco che Erdogan si è rivolto all’Onu e alla Nato denuciando la Siria  che si permette di resistergli e trovando persino soddisfazione  in queste sue sfacciate querimonie.

Insomma è come se Hitler avesse denunciato alla società delle Nazioni la Polonia perché la morte di un certo numero di soldati tedeschi caduti durante l’invasione del territorio di Varsavia: una cosda che nemmeno il “grande dittatore” si sarebbe sognato di fare. Non a caso il rappresentante siriano all’Onu ha dovuto ricordare al consigliodi sicurezza alcune cose ovvie e lampanti, ovvero che l’operazione dell’esercito siriano a Idlib è una risposta alla violazione da parte della Turchia dell’accordo di Sochi del 17 settembre 2018, che prevedeva il ritiro di tutti i gruppi estremisti dalla zona di distensione nella Siria nordoccidentale e che idlib non si trova in California, ma in Siria. Siamo insomma in una regione di giudizio che si trova al di sotto del bene e del male, in una condizione che appunto si chiama mercato dove le cose e le azioni valgono il prezzo con il quale possono essere smerciate: non bisogna mai dimenticare che l’alleanza degli indignati per i 33 morti turchi è la stessa che ha provocato un milione di morti in medio oriente prendendo a pretesto una bugia.

Se non si è creata una situazione esplosiva con la miccia cortissima,  lo dobbiamo anche alla povera Grecia massacrata che ha posto il veto a una risoluzione Nato a supporto della Turchia, ma l’Italia si è comportata nel modo più disonorevole e ridicolo possibile:  la nostra Ambasciata di Atene, su input del ministero degli Esteri retto da Di Maio  ha fatto  le sue condoglianze ad Ankara per la morte dei suoi soldati, scesi a a fianco di Al Quaeda e di altri gruppi Jihadisti. Del resto dopo quasi vent’anni di guerra, di perdite e un’immensità di soldi spesi per tenere bordone agli Usa, nella inutile e perversa  guerra in Afghanistan adesso non siamo amiconi dei talebani, allo scopo di far sì che siano essi a costituire una spina nel fianco dell’Iran? Lasciamo stare le vendette turche a mezzo di droni approfittando di qualche ora di mancanza dello scudo aereo russo (non si sa se sia stato un errore voluto) , lasciamo perdere l’infamia della Ue che fa finta di non accorgersi che è la polizia turca sotto false spoglie tenta di far passare i terroristi in Grecia affinché poi si diffondano in Europa: la cosa evidente è che siamo di fronte a un disfacimento morale giunto a tal punto che non c’è nemmeno bisogno di coprire l’assenza di qualsiasi principio di diritto internazionale al di fuori della prepotenza e degli interessi. Non ci si può stupire di questo visto che viviamo in un tempo in cui l’interesse è l’unica tessitura dei rapporti umani di qualsiasi genere e a qualsiasi livello, ma il fatto che ormai la trama sia così scoperta ne denuncia l’ estrema consunzione.


Sos, Servizio Obbligatorio di Sudditanza

groù Anna Lombroso per il Simplicissimus

Devo fare una pubblica ammissione  della colpa che insieme al populismo pare essere diventata la più odiosa. La mia carriera di sovranista è cominciata molti anni fa, quando bambina per mano ai miei genitori sfilavo scandendo “fuori l’Italia dalla Nato” e quel che è peggio ho continuato così anche quando il compagno D’Alema ci trascinava festosamente in una delle campagne belliche più  infami e ingiustificate, quando l’alleanza ci costrinse a comprare armamenti pena l’allontanamento invece di investire in servizi e tutela del territorio, quando intere regioni hanno subito l’oltraggio di essere convertite in aree militarizzate, in poligoni di tiro dove far divertire generali e truppe americane con war games che non sperimentano in patria per via degli innegabili danni che producono, ma anche per farci sentire ancora dal 1945 il peso del tallone di ferro dei “liberatori”.

Non avevo capito però che questo significasse essere sovranista, mentre avevo iniziato ad averne consapevolezza quando mi sono infuriata per la volontaria abiura dal potere decisionale in materia di scelte  economiche imposto con la sottoscrizione del patto di sudditanza del fiscal compact, e dunque con la rinuncia a una identità statale in favore di una “nazione” superiore, la cui appartenenza impone  l’abdicazione e l’abbandono volontario di prerogative e diritti, ma soprattutto responsabilità. Tanto è vero che da anni l’impotenza e la cattiva volontà di governi trovano un alibi ed una motivazione proprio in quei vincoli che non premettono di “servire il popolo” per dipendere e soddisfare le esigenze di una entità dispotica.

Ed è probabilmente proprio a motivo di ciò che la condanna del sovranismo è trasversale e coinvolge quelli che lo reputano una professione di fede “economicistica”  che si  basa sulla convinzione demiurgica e illusoria che è solo il recupero della sovranità monetaria a poter generare crescita, grazie al ruolo egemone accordato alle banche centrali, alla facoltà di sottrarsi da vincoli monetari anche permettendo la svalutazione delle divise nazionali,  prescinde dall’esistenza di classi sociali e dunque dei possibili effetti redistributivi di queste misure. Ma è abbracciata anche da chi lo interpreta come l’arcaico cascame della Destra nazionalista.

Ora anche quella bambina che gridava ai cortei “Nixon boia” era in grado di capire che c’è poco da fidarsi delle censure teoretiche opposte dagli economisti  verso altri economisti e altre liee di pensiero, avendo a che fare con una scienza dell’improbabile e dell’imprevedibile, quando ogni crisi si verifica come un fulmine a ciel sereno inatteso, che rompe l’equilibrio dell’unica certezza che ispira i premi Nobel e i governi dell’impero, che il mercato si regola e si cura da sé con i suoi meccanismi, che le emergenze e i fallimenti sono l’effetto  di politiche fiscali o monetarie errate, troppo lassiste e permissive.

E quella stessa bambina anche se non era posseduta  dal mito della superiorità morale e sociale dell’Urss  era già consapevole che in mancanza di meglio, che nella improbabilità di una rivoluzione per di più permanente, la sovranità economica dello Stato potesse interpretare e rappresentare gli interessi della classe degli sfruttati,  lottando contro il capitale reo  dell’impoverimento delle classi subalterne e della perdita delle loro facoltà decisionali.

Ma oggi avere questa consapevolezza non è così facile e immediato: troppi danni ha fatto l’ideologia neoliberista in termini di percezione e perfino di semantica. Poteri e competenze dello Stato sono stati stravolti per favorire la sua conversione in entità soggetta alla tirannia e alla vigilanza del mercato, inviso in qualità di esattore e gradito quando svolge pietosa opera di aiuto compassionevole alle imprese e al padronato con sovvenzioni e leggi in favore delle rendite e del profitto, sfiduciato dai cittadini  e ridimensionato anche nell’immaginario  in favore del sovrastato cui è obbligatorio continuare ad aderire, pena l’espulsione dalla modernità cosmopolita che ci regala l’Erasmus, la Tav, i bombardamenti recanti con sé rafforzamento istituzionale e democrazia nelle lontane province che hanno osato costituirsi troppo a ridosso di basi Nato e pozzi petroliferi.

Così si è fatta strada una vulgata che  per sovranismo intende unicamente le istanze di rivendicazione autonomiste su base nazionale (Quebec, Irlanda, Palestina, ecc.),  o la perversa determinazione di un paese a uscire da un contesto penalizzante, dunque sinonimo per l’opinionismo politicamente corretto di impulsi irrazionali e fascisti, tanto che la Treccani ne dà una decodificazione che pare dettata da un guru delle Sardine come di un “atteggiamento mentale caratterizzato dalla difesa identitaria del proprio presunto spazio vitale”, alla pari con altre perversioni del passato sopravvissute solo tra frange psichicamente deboli, comunisti, anarchici, antagonisti persuasi che esista ancora la lotta di classe anche se si muove all’incontrario e che ci si è esercitato intorno per diagnosticarlo come patologia perfino Recalcati, che non perde un colpo nell’indicare come la salute dell’inconscio dipenda strettamente dalla possibilità di addomesticare il capitalismo e addolcirlo purgandolo dalla sua avidità, dalla “febbre della gola” rispetto, cito,  al “carattere ascetico della ritenzione anale”.

Non deve stupire: denuncia ancora una volta l’eclissi del pensiero e dell’azione della sinistra perdente o arresa all’ordoliberismo, arruolata o sgominata dal pensiero unico che consolida la convinzione del carattere di “legge naturale” incontrastabile del capitalismo.

Eppure una “sovranità” che si esprima come volontà di un Paese e del suo popolo non è e non deve essere necessariamente nazionalismo, se parla di autodeterminazione, se la sua distinzione tra interno ed esterno non si sviluppa come xenofobia ma come capacità di disegnare uno spazio del quale il soggetto politico è responsabile, con la facoltà di decidere sulla pace e sulla guerra, sulle alleanze e le ostilità, senza doversi assoggettare a interessi e domini “altri”, annettersi a aree di influenza e intese squilibrate.

Ma ormai sembra che non si possa sfuggire al vassallaggio imposto anche da un sistema giuridico internazionale che legifera ed è vincolante per i soggetti che agiscono sullo scenario globale, tanto che l’Onu si incarica di esercitare azioni di polizia e ingerenze, tanto che tribunali penali internazionali decidono di perseguire i supposti autori di reati sottraendoli ai tribunali dei singoli paesi e facendo esplodere il conflitto tra diritti umani e diritto nazionale e internazionale, aggirando le leggi degli Stati in favore di quelle del soggetto che ha prevalso in qualità di guardiano e giudice.

Il fatto è che la sovranità soprattutto se rappresenta una voce che non vuole essere coperta dalle cannonate, è una cosa seria e non dovrebbe essere lasciata nelle mani né dei mercanti né dei loro commessi  del supermercato globale.


Ostaggi

20160612_glider_0Arrivati alla fine dell’anno ci sono due notizie complementari che ci riguardano da molto vicino e costituiscono una nuova cattiva sorpresa: da una parte la concreta possibilità del trasferimento sul nostro territorio di altre 50 testate nucleari americane tolte dal territorio turco e trapiantate da noi e l’entrata in servizio dei primi sistemi d’arma ipersonici russi Avangarde. Si tratta di piccoli velivoli automatici, chiamati in gergo alianti, in grado montare  testate nucleari di potenza variabile dai 500 kilotoni ai 2 megatoni trasportati in gran numero da un missile balistico e capaci di arrivare a velocità di mach 27 a 50 chilometri di quota e in grado di variare in ogni momento obiettivo. Questo vuol dire che non sono  intercettabili da nulla per almeno vent’anni stando a ciò che dicono gli esperti militari  Alla fine del prossimo anno ne saranno schierati 480. Non è in fondo una sorpresa perché già i sovietici erano parecchio avanti nello studio della propulsione magneto – fuidodinamica e la maggior parte di queste realizzazioni anche in anni lontani sono avvenute in Asia. Per la verità gli americani avevano concepito più o meno lo stesso tipo di arma, ma otto anni fa le prove effettuate fallirono e adesso sono in grave ritardo. A questo si devono aggiungere il nuovo missile balistico cinese ipersonico lanciabile da sommergibili, lo svantaggio accumulato nelle difese anti missilistiche, la mediocrità di parecchi sistemi d’arma che molti Paesi sono in pratica costretti a comprare per dare soldi all’industria americana che è un esempio di corruzione quasi mistica.

Non c’è bisogno di dire che questo cambia profondamente il quadro strategico: gli Usa si erano illusi dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica di potersi comprare la Russia e probabilmente anche la Cina, neutralizzandole per sempre e invece adesso si trovano a dover fronteggiare una situazione nella quale i due Paesi di cui ci si era in qualche modo liberati per far risplendere l’impero monopolare, sono più forti di prima e soprattutto hanno dimostrato che con una frazione di quanto spendono gli Stati Uniti per un complesso militar – economico – politico elefantiaco, non soltanto sono in grado di tenere testa alla macchina schiacciasassi, ma anche di sopravanzarla con relativa facilità. Basti pensare che proprio quest’anno il Pentagono ha firmato un contratto per lo sviluppo di un sistema aliante a 5 mach e questo la dice lunga sulla situazione. L’uomo della strada rimbambito da un’informazione senza più ritegno, non ha la minima idea di questa situazione e di come le economie miste si siano rivelate molto più efficienti di quelle basate sul puro profitto privato. Di certo da qualche anno a questa parte gli stati maggiori della Nato sono letteralmente terrorizzati e la cosa migliore che hanno saputo produrre sono la russofobia e la cinofobia cercando di nascondere la situazione alle opinioni pubbliche occidentali e di armarle in sostengo di  un mondo irreale dove i golpe, i massacri le false guerre civili, vedi Cile, Bolivia, Siria, Ucraina,  sono la democrazia e dove i tentativi di fare il solletico alla Cina con Hong Kong o con leggende su presunte repressioni di popolazioni mussulmane senza nemmeno uno straccio di prova, sono un modo di mobilitare le coscienze perché esse non vedano il reale contesto.

Ma questo è un tema affrontato più volte, il problema più specifico per noi ( e anche di altri Paesi europei) è quello di essere prigionieri di un’alleanza aggressiva che tuttavia non gode più della tranquillizzante superiorità in cui ha vissuto negli ultimi trent’anni. Così non opponiamo la minima resistenza alla militarizzazione altrui del territorio e alla trasformazione dello stivale in un deposito nucleare  sul quale non abbiamo di fatto alcun controllo: diventiamo insomma e sempre di più un bersaglio da neutralizzare senza che però i padroni degli arsenali siano in grado di difenderli efficacemente e di difenderci. Eppure l’evoluzione delle tecnologie militari ha completamente cambiato le carte in tavola, anche al di là dei rapporti di potenza, senza però produrre un cambiamento di atteggiamento: addirittura l’Algeria oggi dispone di aviogetti russi di quinta generazione capaci di fare il tiro al piccione con il fallimentare F35, caccia studiato nel contesto del First strike e di fatto inutile nella difesa. Insomma siamo un po’ come quei civili messi a fare da scudo umano a causa di una lunga subalternità, mai messa minimamente in discussione. Una situazione che poteva anche avere un senso nel mondo bipolare del dopoguerra, ma che oggi sa diventando davvero improponibile, anche se il milieu politico non ha fatto altro negli ultimi 30 anni che caricarsi di sempre maggiori servitù sia militari nei confronti della Nato, sia economiche nei confronti dell’Europa alla tedesca. E  con un’opinione pubblica che ha sempre preferito vedere il dito piuttosto che la luna diventando un ostaggio con la sindrome di Stoccolma.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: