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Washington a “cane pazzo”

cane-pazzo-24101332Sebbene l’impero statunitense sia nato, verso fine Ottocento con una serie di azioni e guerre coloniali condotte senza scrupoli e abbia poi proseguito la sua traiettoria con la medesima logica anzi aggravandola sempre di più, esso è stato considerato da questa parte dell’atlantico come un fattore di equilibrio e di ragionevolezza. Si tratta ovviamente di una leggenda nata all’interno di un’egemonia culturale, ma che ha resistito e ha funzionato anche quando era palese il contrario e anche quando esistevano contraltari ideologici che resistevano a questa narrazione, divenuta dopo la caduta del muro, un credo da recitare la mattina. Tuttavia da un decennio abbondante, da quando la crisi, ha mostrato anche ai ciechi le piaghe del capitalismo nella sua versione finanziaria, da quando la Cina è divenuta di gran lunga la maggiore potenza industriale del pianeta, la Russia si è risollevata dalla mazzata e il dollaro come moneta universale ha cominciato ad incontrare qualche ostacolo nelle terre dell’oro nero, questa favola è divenuta meno funzionale agli interessi di Washington.

Sebbene l’impero disponga di un apparato militare dai costi stellari e considerato il più efficiente del mondo nonostante le non poche batoste subite contro avversari che sembravano pulci in confronto con l’elefante, nella nuova cornice di nascente multipolarismo anche finanziario nel quale si fanno avanti ossi molto duri da mordere, tale deterrenza militare non basta più di per sé a garantire il mantenimento del dominio unipolare ormai vitale per un’economia delocalizzata e dipendente da una massa di denaro incoerente con il mondo reale. La forza non basta, bisogna anche mostrare di essere disposti ad usarla con leggerezza e tracotanza, altrimenti dal caos disseminato in questo anni non si raccoglierebbe altro che tempesta. Ed ecco allora che Trump o chi per lui minaccia di bombardamento atomico la Corea del Nord, ordina nuove sanzioni contro la Russia che travolgono in primis l’Europa, intima alle truppe russo siriane di non a varcare l’Eufrate per salvaguardare la futura repubblica curda che dovrebbe essere il futuro centro delle operazioni Usa in medio oriente e il maggior ostacolo sulla” via della seta” o ammassa mercenari ( gli ucraini, nazisti a parte, non ci pensano proprio ad andare al fronte) e mezzi pesanti ai confini del Donbass, torna in Afganistan con ossessiva protervia. Insomma è apparentemente incapace di assorbire la sconfitta del tutto inaspettata in Siria, nel centro Asia e anche in Ucraina dove il regime creato dal golpe arancione è ormai palesemente destinato a una pessima fine e non possiede che carri armati dalla sua.

Tenere in piedi venti di guerra che tuttavia potrebbero facilmente trasformarsi in un armageddon anche per qualche casualità o errore, consente inoltre di depistare l’attenzione dalla crisi endemica che viene superata solo negli espedienti statistici e che anzi rischia di esplodere una nuova bolla. Dunque la tecnica del cane pazzo ha le sue ragioni e del resto è ormai dal 2011 che viene sperimentata a cominciare dalla Libia di Gheddafi, maggio esponente di questa strategia, ma a questo punto visto che è stata sconfitta dovunque abbia operato senza che gli analisti lo avessero sospettato e abbia anche compiuto il miracolo storico di riavvicinare la Turchia alla Russia, essa più che spaventare gli avversari che anzi proprio per proteggersi meglio tendono ad unirli contro ogni previsione (si pensi solo ai rivali geopolitici in Asia, ossia Russia e Cina),  finisce per creare nuovi e inaspettati problemi e alla fine impaurisce soprattutto gli alleati, esposti a rilevanti perdite economiche e a essere in prima fila tra le vittime di un possibile olocausto nucleare.

Certo tutto questo sarebbe facilmente evitabile se solo gli Usa si arrendessero all’idea di non essere “eccezionali” e dunque deputati a imporre dovunque i loro voleri, di essere insomma solo una grande potenza fra altre: ma il mio sospetto è che le elites statunitensi temano di innescare il loro declino in mancanza delle rendite imperiali, prima fra tutte quella del dollaro, anche avendo consapevolezza che il tempo non lavora per loro. Anzi proprio questo li spinge fatalmente a considerare plausibile la carta militare o comunque a mostrare tutta la volontà di usarla. Il che significa che probabilmente non fingono di essere pazzi, lo sono davvero

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I demoni di Washington

7_head5413-5108-kDRC-U10801111977575XyC-1024x576@LaStampa.itSembra che ormai la deformazione della realtà non conosca limiti, debordi oltre i confini della dignità o della stessa verosimiglianza, acquisisca caratteri così grotteschi ed estremi da parere quasi propaganda di guerra, diffusa sia dai canali di informazione, sia da quelli di intrattenimento, ammesso che vi sia un confine visibile dentro queste aree della comunicazione. Un impasto di bugie, banalità, silenzi e assurde esaltazioni così denso e ossessivo che non trova una ragion sufficiente e  plausibile neanche dentro i paradigmi del pensiero unico, della lotta di classe alla rovescia e nemmeno nei timori di un’oligarchia che dopo Brexit e Trump avverte scricchiolii sinistri. Soprattutto ci si potrebbe sorprendere della maniacale campagna anti russa che viene condotta quotidianamente con ogni genere di para verità e con un set mediatico sempre in funzione in medio oriente e in Ucraina, il quale oltre a rappresentare un preoccupante stadio di degrado cognitivo, rimane in gran parte immotivato:da dove nasce l’urgenza così incalzante di circondare con un firewall la Russia anche a costo di rischiare una guerra nucleare?

Il fatto è che con l’avvento della crisi e soprattutto con la consapevolezza della sua natura endemica sono saltati tutti i presupposti geopolitici su cui si era concepita la globalizzazione, ovvero che nonostante il cambiamento degli equilibri produttivi e militari conseguenti al trasferimento in Asia e altrove della manifattura ( ma anche dei saperi legati ad essa, cosa della quale non si è tenuto conto), gli Usa in quanto braccio secolare e guardaspalla di una concezione diseguale della società, unico vero reperto di Stato in mezzo a colonie senza sovranità e costrette ad adottare persino un’unica lingua, avrebbero comunque potuto conservare una sorta di egemonia mondiale. Si è scoperto invece che la globalizzazione con la messa in mora dei diritti acquisti del lavoro, con la riduzione della democrazia a rito domenicale, l’impoverimento progressivo di vasti ceti sociali, compresi quelli del consenso silenzioso, genera pericolose tensioni e scollamenti anche all’interno, mentre l’esistenza di altri poli di potenza tende a disgregare l’egemonia monopolare molto più di quanto non fosse stato ipotizzato. A tal punto che una Mosca risorgente poteva scompaginare i piani oleodotteschi americani, l’insediamento in Asia centrale riuscendo persino a riattrarre nella propria orbita l’Ucraina.

Di qui l’atto di forza accuratamente preparato di Maidan con il reclutamento delle locali falangi nazifasciste, nella convinzione che Mosca avrebbe protestato e gridato, ma alla fine sarebbe stata costretta ad accettare il nuovo status quo che era destinato a genere conseguenze a catena su tutta l’area del Caucaso: invece la riconquista della Crimea (che del resto è sempre stata russa) e la secessione delle province orientali ha colto del tutto di sorpresa Washington e gli interessi materiali che la condizionano. Per giunta gli stessi russi che avevano osato difendere il loro territorio e la loro sfera di interessi, sono passati al contrattacco, disfacendo in breve tempo e con una impressionante dimostrazione di potenza, i piani Usa sulla Siria e il Medio Oriente. Lo smacco è stato insopportabile per chi da decenni si è abituato a spadroneggiare, ma è anche la prova provata dell’illusione di poter mantenere l’egemonia in presenza di altri poli, magari meno forti, ma comunque capaci di aggregazione e di liberare in qualche modo gli interessi di attori minori, vedi uno per tutti la Turchia. La campagna di demonizzazione della Russia risponde dunque sia alla rabbia del guappo schiaffeggiato nonostante avesse il coltello dalla parte del manico, sia alla necessità di coinvolgere un’Europa fiaccata, depredata di cervelli, in via disfacimento in una assurda contrapposizione col ruolo di collante posticcio, sia di utilizzarla per distrarre le opinioni pubbliche dai saccheggi neo liberisti che sono l’altra faccia della moneta. Si è arrivati al punto che quasi tutta la campagna presidenziale americana si è svolta su un presunta natura di Trump quale infiltrato di Mosca e di Putin.

Insomma colpire la Russia, circondarla, esecrarla, eliminare chiunque cerchi di  ricucire gli strappi ( vedi François Fillon, candidato in pectore all’Eliseo, ma immediatamente silurato dopo qualche blanda critica alle sanzioni contro Mosca), pagare e aizzare sedicenti movimenti democratici come nello schema ucraino, attivando i propri burattini interni è diventato vitale per il disegno egemonico: la presenza di un competitore credibile ancorché (sulla carta) meno forte, rimette tutto in discussione, molto più di quanto non si fosse creduto dopo la caduta dell’Urss. Senza parlare della Cina che oltre ad essere divenuto un gigante industriale (vedere il porto di Shangai e poi trovarsi in quello di New York che al confronto sembra una miniatura, dà visivamente  la misura delle cose, vedi nota) sta costruendo un proprio commonwealth in Africa e lungo la via della seta. Soprattutto rende più autonomi i Paesi minori, erodendo alleanze forzate e, preoccupazione ancora più angosciosa, mina le fondamenta su cui si è costruito il monopolio del dollaro come moneta di riserva e di scambio universali, che finora è stato la più importante arma di Washington. Una situazione difficilmente gestibile soprattutto in presenza di inquietudini e fermenti interni. La irragionevole ossessione che non teme il grottesco è in realtà assolutamente razionale, sempre che la ragione sia quella dei folli, ossia di una galassia di potere che vive di egemonia e pensiero unico e teme chiunque, fosse anche un Trump, cioè uno di loro, che cerchi un modus vivendi in un mondo fatalmente destinato ad essere multipolare.

Nota Tanto per informazione il porto della grande mela è il terzo degli Stati Uniti e si situa a non grande distanza dai primi due, ma il suo traffico è cinque volte inferiore a quello di Shangai. Tuttavia è ancora più significativo che il suo movimento marittimo sia poco più della metà del decimo porto cinese in ordine di importanza ovvero Tianjin.

 


Il nostro agente a Mosca: battaglia Navalny

111205_navalnyCredo che un degrado del genere lo si sia raggiunto solo nei tempi più bui delle dittature del 900 e forse nemmeno: vedere i media occidentali sulla scia degli ectoplasmi che governano il continente levarsi un’ennesima volta come un sol uomo contro Putin con un pretesto inesistente, anzi appositamente creato, dunque tenuto assieme dal collante di menzogne e ipocrisie è qualcosa di davvero intollerabile. Questa volta però almeno in Italia lo stridore della doppia verità è stato davvero forte e solo gente sorda o con i tappi alle orecchie può non sentilo: mentre le prefiche occidentali lamentano come una ferita alla democrazia il fatto che una piccola manifestazione di sei o settemila persone sia stata circondata e dispersa dalla polizia perché non autorizzata nell’area in cui si è svolta, pur avendo il permesso per un’area diversa, circostanza che denuncia la strumentalità del tutto, il giorno prima a Roma e con il plauso in nome dell'”ordine” di chi oggi si straccia le vesti per Mosca, si è costruito un gigantesco bastione di polizia contro il corteo di Eurostop perché nessuno si azzardasse a  mettere piede un centimetro oltre il percorso stabilito e imposto dalle autorità, senza contare i controlli e le schedature preventive. Ma mentre Eurostop è stato di fatto censurato,  telegiornali e televisioni sono pieni dei fatti di Mosca. Insomma ciò che è normale nel “democratico” Occidente dove ormai manifestare è sempre più represso da polizia e tribunali quasi fosse diversamente terroristico (lo sanno bene i no Tav),  viene demonizzato in Russia come antidemocratico.

Però in questo caso c’è molto di più perché l’organizzatore della protesta moscovita, Aleksej Navalny non è solo un proteiforme quanto inconsistente oppositore di Putin, è nei fatti un agente occidentale. Questo “agitatore politico – finanziario” misteriosa e ambigua definizione data da Time è venuto fuori praticamente dal nulla nel 2005, appena tornato, guarda i casi della vita, dall’Università di Yale,  dove era membro selezionato del «Greenberg World Fellows Program», un programma creato nel 2002 per il quale vengono selezionati ogni anno su scala mondiale appena 16 persone con caratteristiche tali da farne dei «leader globali» o in poche parole quinte colonne di Washington. Fin  da subito il solerte “fellow” ha organizzando  una sorta di dispendiosa campagna anti corruzione per la quale non ha nessun titolo visto che nel 2013 è stato arrestato per appropriazione indebita di mezzo milione di dollari finendo ai domiciliari, cosa davvero insolita in Russia, mentre l’anno dopo ha subito una condanna per truffa e riciclaggio. assieme al fratello. E chissà se di questo “agitatore finanziario” non si ricordano anche alcune aziende italiane a cui l’incorrotto ha chiesto “regali”.

Probabilmente il furbacchione con la scusa della corruzione ha tentato di ricattare gli oligarchi del petrolio (che per chi non lo sapesse non sono un’invenzione di Putin, ma dell’occidente dopo la caduta dell’Urss) tentando contemporaneamente di condizionare in qualche modo la gestione delle risorse energetiche russe, fatto sta che nel 2005 fonda il gruppo politico Democrazia alternativa, altra definizione elusiva, con i soldi della Ong americana Ned – Endowment for Democracy – a sua  volta finanziata dal Congresso Usa, come viene ufficialmente dichiarato e proclamato nel suo sito, presente in 90 Paesi e particolarmente attiva in Ucraina, insomma una succursale nemmeno così segreta della Cia . Diventa così per i media occidentali irrimediabilmente e automaticamente  “il maggiore oppositore di Putin” sebbene un sondaggio del 2015 abbia rivelato che la metà dei russi non sa nemmeno chi sia e che solo il 10 per cento provi simpatie per lui, ragione per la quale trova non nella politica, ma nella provocazione scientemente attutata come in questo caso il modo di aumentare la propria popolarità mancanza di qualsiasi e di rimanere a galla dopo le batoste elettorali . Tutto questo naturalmente, sebbene in un certo senso sia di dominio pubblico, non lo apprenderete mai dai giornaloni di regime e a maggior ragione dalle televisioni: come al solito si trovano solo informazioni sparse e senza raccordo che vanno ricucite assieme. Del resto che il personaggio sia opaco, una sorta di confuso pupazzo buono solo ad essere tirato con fili di colore verde lo dimostra il fatto che nel 2006, da perfetto democratico, diede il suo appoggio alla marcia degli ultra nazionalisti russi, nonostante il partito da lui fondato bollasse la manifestazione come “fascista e xenofoba”. Forse perché Navalny lavora comunque e senza pregiudiziali per indebolire Mosca o forse anche perché tra quegli ultra nazionalisti, in una sorta di internazionale nazista, figuravano anche i referenti del nazionalismo ucraino che daranno qualche anno dopo vita al massacro di Piazza Maidan e che ancora adesso determinano gli atti della disperazione di Kiev. Che i punti di contatto anche organizzativi ci fossero lo dimostra il fatto che nel 2015 una manifestazione organizzata da Settore destro, battaglione Azov, Assemblea nazional-socialista  chiese la liberazione dei prigionieri russi di fede ultra nazionalista.

Anche questo non è mai stato venuto alla luce in occidente, per l’impossibilità di conciliarla con la narrazione euro liberale del conflitto e per evitare la sensazione che anche in Russia si punti sul nazismo per minare dall’interno un potere che non può essere apertamente sfidato sul piano militare. Dunque Navalny si farà quindici giorni di carcere per aver tenuto una manifestazione in una zona per la quale non aveva il permesso, ma immaginiamoci cosa sarebbe accaduto se questo fosse successo a Roma: i titoloni dei giornali, la demonizzazione della violenza, le accuse di fascismo, i fermi, gli arresti, i pestaggi e i successivi processi perché dopo tutto siamo in democrazia e la protesta  è ammessa purché si svolga a migliaia di chilometri di distanza. Qui del resto tutto il ceto politico ha lo spessore di Navalny: magari avranno comprato la laurea o il diploma, ma quasi tutti hanno un bel degree di Yale.


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