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Iene ridens

$_3Avrei avuto voglia di scriverne giorni fa, ma poi sono stato depistato da altre cose. Sta di fatto che l’ignobile servizio cucito dalle Iene sul Venezuela e il suo presunto “regime sanguinario”, sulfureo connnubio di stupidità, malafede e totale assenza di cultura politica e cultura tout court,  tema di un’ approfondita analisi da parte de L’Antidiplomatico (qui il pezzo). Chi vuole o chi ha avuto la malasorte di intrattenesi con questi giullari a gettone che del resto fa informazione consona al livello dei suoi fan e del conglomerato a cui appartiene, informazione futile nel migliore dei casi, cioè politicamente castrata, volgare quasi sempre, può leggere il link; a me preme sottolineare che il fattaccio è in realtà un episodio di scuola di una delle più affermate tattiche informative sviluppate dal neo liberismo o meglio affinate dal punto di vista mediatico della millenaria disinformazione interna

Esso rassomiglia molto alla strategia dell’assassino che si ferisce in parti non vitali o inscena un attentato contro se stesso o anche un tentato suicidio, per distogliere da sé ogni sospetto: allo stesso modo vengono allevati, fatti crescere, sovvenzionati nei più diversi modi, palesi o nascosti, gruppi, pagine web, giornali, notisti, ensemble di diverso genere, trasmissioni, siti, influencer, che in apparenza appaiono critici nei confronti del potere e acquisiscono grazie a questo una certa credibilità come cani da guardia, ma al momento buono, quando la posta si fa grossa, rompono il salvadanaio e sfruttano il loro gruzzolo antisistema per sostenere ciò che è vitale per il sistema stesso.

Così abbiamo temute giornaliste d’inchiesta che a un mese dalle elezioni sputtanano il leader di qualche movimento che rischia di far perdere voti al partito di riferimento della rete, ovvero detto in soldoni, a chi paga lo stipendio, o il politico che dopo aver vaffanculato in ogni piazza scopre che gli va bene tutto o quasi del menù di potere o il sito che in un giorno cambia posizione o viene acquistato o intraprende una lenta e quasi insensibile traslazione di spazio politico. La maggior parte di queste quinte colonne viene comunque chiamata in causa episodicamente per evitare di diventare inutile. Ma ci sono ovviamente delle cartine di tornasole, dei temi sensibili che di solito indicano la presenza di questo problema perché anche facendo l’ovvia tara delle libere opinioni, vengono a galla considerazioni troppo distanti sia ideologicamente che psicologicamente da ciò che il sito, il personaggio, il gruppo esprime solitamente.

Queste spie sono quasi sempre costituite dalle situazioni internazionali, sia perché sono lontane dall’esperienza diretta delle persone e dunque permettono di giocare  su una vasta area grigia di incertezza o di certezze imposte, sia perché esprimono alla fine le volontà di lunghe catene di potere e toccano gli interessi dei capolinea degli stessi.  Venezuela, Siria e Ucraina e Russia sono stati negli ultimi anni il termometro di questi giochi senza frontiere perché francamente tutto si può dire su Maduro (o Chavez che si trovò ad affrontare la stessa opposizione di natura golpista) , salvo che in Venezuela manchi la democrazia, né che Ucraina non sia stato rovesciato un governo perfettamente legittimo ed eletto con tutte le benedizioni degli “osservatori internazionali”, né che la Russia abbia mostrato spirito aggressivo, avendo al contrario subito le ingiuste conseguenze di quello altrui, nè che in Siria ci fossero le condizioni per una lotta armata.

Questo al netto delle evidenti prove degli accaparramenti alimentari a Caracas, o del nazismo rinascente a Kiev o della raccolta in Siria di un esercito terrorista mercenario in parte agente sotto l’egida di Al Qaeda, in altra parte dedicatosi alla creazione del Califfato e messo in piedi con le medesime intenzioni con le quali la borghesia parassitaria sudamericana si crea un popolo fittizio in favore di telecamera, o  movimenti popolari vengono simulati da sanguinari gruppi paramilitari come in Ucraina (vedi strage di Odessa e di piazza Maidan)  o ancora la messa in scena una guerra civile come in Siria: lo scopo è quello di imporre regimi autoritari e coloniali amici che non sarebbe possibile instaurare attraverso i meccanismi della democrazia rappresentativa ancorché puramente formale. Quando ci si accorge che questi argomenti vengono aggirati per ancorarsi al mainstream più bigotto bisogna cominciare a considerare questa possibilità. Ovviamente un indizio non fa una prova, ma molti indizi e soprattutto i molti silenzi che seguono quando gli arcana imperii vengono svelati sono significativi. Eviteremo così di dar troppo credito a fedeli barboncini del padrone vestiti da iene.

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Washington a “cane pazzo”

cane-pazzo-24101332Sebbene l’impero statunitense sia nato, verso fine Ottocento con una serie di azioni e guerre coloniali condotte senza scrupoli e abbia poi proseguito la sua traiettoria con la medesima logica anzi aggravandola sempre di più, esso è stato considerato da questa parte dell’atlantico come un fattore di equilibrio e di ragionevolezza. Si tratta ovviamente di una leggenda nata all’interno di un’egemonia culturale, ma che ha resistito e ha funzionato anche quando era palese il contrario e anche quando esistevano contraltari ideologici che resistevano a questa narrazione, divenuta dopo la caduta del muro, un credo da recitare la mattina. Tuttavia da un decennio abbondante, da quando la crisi, ha mostrato anche ai ciechi le piaghe del capitalismo nella sua versione finanziaria, da quando la Cina è divenuta di gran lunga la maggiore potenza industriale del pianeta, la Russia si è risollevata dalla mazzata e il dollaro come moneta universale ha cominciato ad incontrare qualche ostacolo nelle terre dell’oro nero, questa favola è divenuta meno funzionale agli interessi di Washington.

Sebbene l’impero disponga di un apparato militare dai costi stellari e considerato il più efficiente del mondo nonostante le non poche batoste subite contro avversari che sembravano pulci in confronto con l’elefante, nella nuova cornice di nascente multipolarismo anche finanziario nel quale si fanno avanti ossi molto duri da mordere, tale deterrenza militare non basta più di per sé a garantire il mantenimento del dominio unipolare ormai vitale per un’economia delocalizzata e dipendente da una massa di denaro incoerente con il mondo reale. La forza non basta, bisogna anche mostrare di essere disposti ad usarla con leggerezza e tracotanza, altrimenti dal caos disseminato in questo anni non si raccoglierebbe altro che tempesta. Ed ecco allora che Trump o chi per lui minaccia di bombardamento atomico la Corea del Nord, ordina nuove sanzioni contro la Russia che travolgono in primis l’Europa, intima alle truppe russo siriane di non a varcare l’Eufrate per salvaguardare la futura repubblica curda che dovrebbe essere il futuro centro delle operazioni Usa in medio oriente e il maggior ostacolo sulla” via della seta” o ammassa mercenari ( gli ucraini, nazisti a parte, non ci pensano proprio ad andare al fronte) e mezzi pesanti ai confini del Donbass, torna in Afganistan con ossessiva protervia. Insomma è apparentemente incapace di assorbire la sconfitta del tutto inaspettata in Siria, nel centro Asia e anche in Ucraina dove il regime creato dal golpe arancione è ormai palesemente destinato a una pessima fine e non possiede che carri armati dalla sua.

Tenere in piedi venti di guerra che tuttavia potrebbero facilmente trasformarsi in un armageddon anche per qualche casualità o errore, consente inoltre di depistare l’attenzione dalla crisi endemica che viene superata solo negli espedienti statistici e che anzi rischia di esplodere una nuova bolla. Dunque la tecnica del cane pazzo ha le sue ragioni e del resto è ormai dal 2011 che viene sperimentata a cominciare dalla Libia di Gheddafi, maggio esponente di questa strategia, ma a questo punto visto che è stata sconfitta dovunque abbia operato senza che gli analisti lo avessero sospettato e abbia anche compiuto il miracolo storico di riavvicinare la Turchia alla Russia, essa più che spaventare gli avversari che anzi proprio per proteggersi meglio tendono ad unirli contro ogni previsione (si pensi solo ai rivali geopolitici in Asia, ossia Russia e Cina),  finisce per creare nuovi e inaspettati problemi e alla fine impaurisce soprattutto gli alleati, esposti a rilevanti perdite economiche e a essere in prima fila tra le vittime di un possibile olocausto nucleare.

Certo tutto questo sarebbe facilmente evitabile se solo gli Usa si arrendessero all’idea di non essere “eccezionali” e dunque deputati a imporre dovunque i loro voleri, di essere insomma solo una grande potenza fra altre: ma il mio sospetto è che le elites statunitensi temano di innescare il loro declino in mancanza delle rendite imperiali, prima fra tutte quella del dollaro, anche avendo consapevolezza che il tempo non lavora per loro. Anzi proprio questo li spinge fatalmente a considerare plausibile la carta militare o comunque a mostrare tutta la volontà di usarla. Il che significa che probabilmente non fingono di essere pazzi, lo sono davvero


I demoni di Washington

7_head5413-5108-kDRC-U10801111977575XyC-1024x576@LaStampa.itSembra che ormai la deformazione della realtà non conosca limiti, debordi oltre i confini della dignità o della stessa verosimiglianza, acquisisca caratteri così grotteschi ed estremi da parere quasi propaganda di guerra, diffusa sia dai canali di informazione, sia da quelli di intrattenimento, ammesso che vi sia un confine visibile dentro queste aree della comunicazione. Un impasto di bugie, banalità, silenzi e assurde esaltazioni così denso e ossessivo che non trova una ragion sufficiente e  plausibile neanche dentro i paradigmi del pensiero unico, della lotta di classe alla rovescia e nemmeno nei timori di un’oligarchia che dopo Brexit e Trump avverte scricchiolii sinistri. Soprattutto ci si potrebbe sorprendere della maniacale campagna anti russa che viene condotta quotidianamente con ogni genere di para verità e con un set mediatico sempre in funzione in medio oriente e in Ucraina, il quale oltre a rappresentare un preoccupante stadio di degrado cognitivo, rimane in gran parte immotivato:da dove nasce l’urgenza così incalzante di circondare con un firewall la Russia anche a costo di rischiare una guerra nucleare?

Il fatto è che con l’avvento della crisi e soprattutto con la consapevolezza della sua natura endemica sono saltati tutti i presupposti geopolitici su cui si era concepita la globalizzazione, ovvero che nonostante il cambiamento degli equilibri produttivi e militari conseguenti al trasferimento in Asia e altrove della manifattura ( ma anche dei saperi legati ad essa, cosa della quale non si è tenuto conto), gli Usa in quanto braccio secolare e guardaspalla di una concezione diseguale della società, unico vero reperto di Stato in mezzo a colonie senza sovranità e costrette ad adottare persino un’unica lingua, avrebbero comunque potuto conservare una sorta di egemonia mondiale. Si è scoperto invece che la globalizzazione con la messa in mora dei diritti acquisti del lavoro, con la riduzione della democrazia a rito domenicale, l’impoverimento progressivo di vasti ceti sociali, compresi quelli del consenso silenzioso, genera pericolose tensioni e scollamenti anche all’interno, mentre l’esistenza di altri poli di potenza tende a disgregare l’egemonia monopolare molto più di quanto non fosse stato ipotizzato. A tal punto che una Mosca risorgente poteva scompaginare i piani oleodotteschi americani, l’insediamento in Asia centrale riuscendo persino a riattrarre nella propria orbita l’Ucraina.

Di qui l’atto di forza accuratamente preparato di Maidan con il reclutamento delle locali falangi nazifasciste, nella convinzione che Mosca avrebbe protestato e gridato, ma alla fine sarebbe stata costretta ad accettare il nuovo status quo che era destinato a genere conseguenze a catena su tutta l’area del Caucaso: invece la riconquista della Crimea (che del resto è sempre stata russa) e la secessione delle province orientali ha colto del tutto di sorpresa Washington e gli interessi materiali che la condizionano. Per giunta gli stessi russi che avevano osato difendere il loro territorio e la loro sfera di interessi, sono passati al contrattacco, disfacendo in breve tempo e con una impressionante dimostrazione di potenza, i piani Usa sulla Siria e il Medio Oriente. Lo smacco è stato insopportabile per chi da decenni si è abituato a spadroneggiare, ma è anche la prova provata dell’illusione di poter mantenere l’egemonia in presenza di altri poli, magari meno forti, ma comunque capaci di aggregazione e di liberare in qualche modo gli interessi di attori minori, vedi uno per tutti la Turchia. La campagna di demonizzazione della Russia risponde dunque sia alla rabbia del guappo schiaffeggiato nonostante avesse il coltello dalla parte del manico, sia alla necessità di coinvolgere un’Europa fiaccata, depredata di cervelli, in via disfacimento in una assurda contrapposizione col ruolo di collante posticcio, sia di utilizzarla per distrarre le opinioni pubbliche dai saccheggi neo liberisti che sono l’altra faccia della moneta. Si è arrivati al punto che quasi tutta la campagna presidenziale americana si è svolta su un presunta natura di Trump quale infiltrato di Mosca e di Putin.

Insomma colpire la Russia, circondarla, esecrarla, eliminare chiunque cerchi di  ricucire gli strappi ( vedi François Fillon, candidato in pectore all’Eliseo, ma immediatamente silurato dopo qualche blanda critica alle sanzioni contro Mosca), pagare e aizzare sedicenti movimenti democratici come nello schema ucraino, attivando i propri burattini interni è diventato vitale per il disegno egemonico: la presenza di un competitore credibile ancorché (sulla carta) meno forte, rimette tutto in discussione, molto più di quanto non si fosse creduto dopo la caduta dell’Urss. Senza parlare della Cina che oltre ad essere divenuto un gigante industriale (vedere il porto di Shangai e poi trovarsi in quello di New York che al confronto sembra una miniatura, dà visivamente  la misura delle cose, vedi nota) sta costruendo un proprio commonwealth in Africa e lungo la via della seta. Soprattutto rende più autonomi i Paesi minori, erodendo alleanze forzate e, preoccupazione ancora più angosciosa, mina le fondamenta su cui si è costruito il monopolio del dollaro come moneta di riserva e di scambio universali, che finora è stato la più importante arma di Washington. Una situazione difficilmente gestibile soprattutto in presenza di inquietudini e fermenti interni. La irragionevole ossessione che non teme il grottesco è in realtà assolutamente razionale, sempre che la ragione sia quella dei folli, ossia di una galassia di potere che vive di egemonia e pensiero unico e teme chiunque, fosse anche un Trump, cioè uno di loro, che cerchi un modus vivendi in un mondo fatalmente destinato ad essere multipolare.

Nota Tanto per informazione il porto della grande mela è il terzo degli Stati Uniti e si situa a non grande distanza dai primi due, ma il suo traffico è cinque volte inferiore a quello di Shangai. Tuttavia è ancora più significativo che il suo movimento marittimo sia poco più della metà del decimo porto cinese in ordine di importanza ovvero Tianjin.

 


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