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Venezuela, perseverare è diabolico

1490896916189_1490896977.jpg--La notizia come avviene sempre più spesso è che manca la notizia: tutti i buoni giornaloni e le ottime televisioni democratiche che sbattevano il dittatore Maduro (con più di una tornata elettorale all’anno) in prima pagina, ora che ha stravinto le elezioni regionali, dopo aver vinto quelle per la costituente, hanno fatto sparire il Venezuela dall’orbe terraqueo o quanto meno dal piccolo e ingobile mondo della comunicazione occiendentale. Come conciliare una campagna quotidiana, ossessiva, pretestuosa e spesso clamorosamente bugiarda contro il chavismo che impedirebbe manu militari la libertà con  la dimostrazione palese che la maggioranza del popolo sta con Maduro e con il chiavismo? Di certo gli spacciatori di democrazia fasulla, di propaganda mediatica, di guerra economica, di accaparramento illegale di derrate alimentare e di medicinali in modo da simulare la massima penuria, di violenza prezzolata dagli sfruttatori locali oltre che da Washington, non sono di certo contenti del risultato elettorale e cercano di far passare sotto silenzio il tutto, di non farlo sapere alle future vittime dei loro spot spacciati per informazione. Purtroppo per loro non è andata bene come in Guatemala.

Ma il silenzio è in un certo senso dovuto perché è ferma intenzione della governance multinazionale,  non saprei come meglio definirla. perseverare diabolicamente con la guerriglia nelle strade e sui mezzi di comunicazione di massa visto che di idee nell’opposizione non ne compaiono, salvo due che purtroppo non possono essere chiaramente enunciate e rimangono nel sottofondo opaco e melmoso:  quella  di “regalare” il controllo del petrolio agli Usa e a una minoranza di ricca borghesia parassitaria annidata nei quartieri bene, scenario unico dove si svolgono le manifestazioni “democratiche” e abbattere tutte le faticosissime conquiste di questi anni per redistribuire il più possibile alla popolazione i proventi dell’oro nero, cosa che al neo liberismo suona come una bestemmia. In questa lotta ideologica non esiste alcun riguardo per la realtà e la verità tanto che l’eurodeputato Javier Couso Permuy, che fa parte della Delegazione Ue all’Assemblea parlamentare euro-latinoamericana, ha denunciato nei giorni scorsi l’esistenza di un documento preventivo dell’Unione europea per non riconoscere a priori il risultato delle elezioni venezuelane. Su quali basi non è dato sapere, anche perché la correttezza della tornata elettorale è stata promossa persino dagli osservatori dell’America latina, ma probabilmente in base a una nuova strategia paradossalmente contraria a quella adottata sul nostro continente, ossia l’istigazione alla separazione di alcuni di stati, in particolare i due più ricchi di petrolio, una macchinazione che ha già le sue truppe pagate, rifocillate e mediaticamente coperte che  potrebbe più facilmente portare anche un intervento diretto in nome del diritto all’autodeterminazione, favorito o negato a seconda dei casi, in quel kafkiano mondo alla rovescia del diritto neoliberista che coincide con la legge della giungla. Nel quale si pretende ad esempio la testa della dirigenza indipendentista catalana e si licenziano i giornalisti che ne hanno parlato: un vero paradiso della libertà.

In ogni caso le elezioni non porteranno a uno smantellamento delle sanzioni che secondo la Ue dovrebbero servire a favorire un dialogo tra governo e opposizione: un degradante pasticcio intellettuale, degno della suprema finezza di un Trump e per giunta  condito di menzogne perché in una democrazia questo confronto lo si fa con le elezioni e non lo si fa con chi non riconoscendole, almeno quando le perde, si pone in una situazione eversiva. Come dovrebbe ben sapere chi non a stento tollera una manifestazione di piazza, la demonizza come populismo e la reprime a suon di manganelli. Ma pazienza vedrete che Bruxelles in compenso non muoverà un dito  sull’assassinio a Malta di una blogger che aveva scoperto i legami del governo con pasticci petroliferi attuati tramite il regime azero, pappa e ciccia con l’occidente, lo stato di corruzione totale di questo membro dell’Ue, il coinvolgimento dell’esecutivo nei Panama Papers e in generale nella volontà di fare dell’isola un paradiso fiscale mediterraneo alla faccia del fiscal compact che i signori di Bruxelles vogliono imporrre ai poveracci. Ma per carità non parliamone, siamo democratici.

Francamente quando sento parlare dell’Europa, non come continente, come complesso di culture e di lingue che s’intrecciano, come crocevia di civiltà, ma come unione politico – elitaria che impone agli stati di uniformarsi al diritto privato, c’è da farsi venire i brividi. E non bastano certo il golfini sdruciti della retorica corrente a farli passare.

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I kapò dell’informazione

teschio-rossoImprovvisamente l’ossessiva e malata offensiva di stampa contro il Venezuela si è placata, Maduro è uscito dal mirino di chi ogni giorno si strappava i capelli contro la sua presunta “dittatura” ed esaltava gli squadroni della morte degli oppositori con un’inversione ridicola e canagliesca insieme per cui assalti e attentati erano pura democrazia, mentre i referendum e gli appuntamenti elettorali venivano fatti passare per armi improprie. Ma da quando si è capito che la via della violenza è fallimentare che l’80 per cento della popolazione dei barrios sta con il chavismo, tutta la saga venezuelana è scomparsa dall’informazione mainstream come se la fata turchina avesse dato un colpo di bacchetta magica e lasciando le opinioni pubbliche con in bocca il sapore delle bugie, buono per le prossime occasioni. Ovvio che questo può accadere solo se l’informazione è costruita, eterodiretta. cementata attorno a tesi precostituite, in una parola sostanzialmente falsa e sponsorizzata dal potere.

Ma il caso venezuelano di comparsa e sparizione a comando di notizie non è certo il primo, ce ne sono in abbondanza sin dalla fine della guerra del Vietnam, quando cominciarono le censure sulle stragi americane, ed è divenuta prassi dalla fine degli ’80  da quando cioè la concentrazione della comunicazione in poche mani ha fatto del giornalismo e dell’informazione un’ arma di guerra nel senso più ampio della parola comprendendo guerre armate, guerre ideologiche, guerra di classe al contrario, guerra piscologica ai governi non graditi, gestione dell’informazione sul terrorismo e via dicendo. L’esempio di scuola è quello delle armi di distruzione di massa dell’Irak che fu  appositamente costruito per conto di Washington da Blair e dai suoi servizi con l’operazione Mass Appeal. Ma a fatto compiuto, quando la tesi divenne impossibile da sostenere, si trasformò la bugia delle armi in una nobile invasione per la democrazia e i diritti umani, impostando di fatto uno standard poi utilizzato in serie. Menzogna, invasione, export di democrazia.

L’informazione contraffatta e il giornalismo parodistico hanno però bisogno oltre che di menzogne pure e semplici, di tendenziosi ritagli sui numeri, di parole contraffatte, svuotate del loro significato originale e riempite spesso con il loro contrario, di etichette politiche disoneste, di false metafore come, ad esempio, guerra al terrorismo, una deformazione che spesso rende persino superflua la segretezza assoluta: che importa infatti se da qualche parte trapela che l’amministrazione Bush mise a punto il piano Bilbao per rovesciare il legittimo governo del Venezuela?  Pochi comunque ci baderebbero in mezzo a una canea di accuse verso l’unico Paese produttore di petrolio che utilizza  i suoi ricavi petroliferi a beneficio delle classi popolari, vero motivo poi dell’accanimento del mondo non libero, ma liberista. Insomma come disse il giornalista scozzese Claud Cockburn, “non dobbiamo credere in niente prima che sia ufficialmente negato”.

In tutto questo sono calati come un fulmine globulare Internet e la rete che nonostante  i tentativi di condizionamento risulta più difficile da domare rispetto all’informazione tradizionale verticale e attraverso la quale, come fosse un samizdat, balugina qualcosa attraverso la coltre dell’informazione ufficiale. E’ fin troppo ovvio che il potere nella sua accezione più vasta non veda l’ora di ridurre al silenzio, a gattini e tresche amorose, questo strumento che quanto meno suggerisce l’esistenza di molte più cose in terra e in cielo di quelle stampate o riferite dai mezzimbusti. Ed ecco perché alla periferia dell’impero, cioè in Italia, dove in sostanza l’opposizione è ormai totalmente marginale visto che il mileu politico è interamente salito sulla barca del potere, c’è un progetto pilota per censurare concretamente l’informazione attraverso web: un progetto che non prevede discussioni parlamentari, contro la libertà, contro la Costituzione stessa grazie al quale l’Agcom avrà la facoltà di impedire l’accesso alle comunicazioni in rete, il che implica tecnicamente la facoltà, anzi l’obbligo per i provider di seguire e memorizzare la navigazione dei cittadini volta ad impedire la fruizione di contenuti. Lo vuole l’Europa naturalmente, ma queste operazioni vengono sperimentate laddove è possibile  trovare i farabutti politici più conclamati. I kapò ai quali far fare qualsiasi cosa.


Nato bum bum

strangebgIl 29 settembre scorso, subito dopo il discorso di morte e distruzione fatto da Trump, presidente di un impero impazzito dove la gente si difende dagli uragani sparando, l’Onu ha aperto la firma sul trattato di messa al bando delle armi nucleari che impegna chi lo sottoscrive a non produrre, possedere, usare o minacciare di usare questi ordigni. Immediatamente però la Nato ha proibito ai 29 paesi così sfortunati da farne parte di aderire a questo impegno esautorando così i parlamenti e minacciando oscuramente quei Paesi che volessero siglare l’accordo (122 fino ad ora) a riflettere attentamente sulle sue implicazioni, cosa che non vuol dire nulla, ma che si profila come evidente intimidazione mafiosa.

L’alleanza insomma non perde occasione di mostrare come sia parte integrante della governance europea, la mano armata del neo liberismo e non ci pensi nemmeno a rinunciare – ovviamente per la causa della pace – alle armi atomiche: infatti la proibizione di firmare nasce dal timore di dover ritirare gli arsenali nucleari sparsi un po’ ovunque sul territorio europeo, chiara violazione del vecchio trattato di non proliferazione, a garanzia certa dell’armageddon continentale in caso di guerra e come presa di ostaggio delle popolazioni con la scusa ahimè fin troppo consunta, anche se ancora buona per i cretini, di difenderla. Così i buoni sciumbasci europei hanno detto si buana a Trump e sdegnosamente non hanno firmato.

Ma al di là di questa canagliate, sono davvero eccentrici gli argomenti e i pretesti ( qualcosa bisognava pure dirla come accade anche per i peggiori banditi)  volti ad appoggiare a giustificare la proibizione di firma: in una dichiarazione del Consiglio della Nato si dice esplicitamente «un trattato che non impegna nessuno degli stati in possesso di armi nucleari non sarà effettivo, non accrescerà la sicurezza né la pace internazionali, ma rischia di fare l’opposto creando divisioni e divergenze». Benissimo, ma allora se è così, se la non proliferazione non accresce la sicurezza  in base a quale criterio o quale fantasma di un possibile e di fatto inesistente diritto internazionale, si minacciano di distruzione Paesi che si dotano di armamento nucleare? Non ci potrebbe essere esempio più chiaro della sfrontatezza dell’impero che nello stesso giorno con una mano anzi con un orrido parrucchino minaccia la distruzione della Corea del Nord perché sperimenta armi atomiche e missili (che tra l’altro di per sè non hanno nulla di nucleare) e dall’altra ordina ai Paesi soggetti alla Nato di non firmare un trattato sulla denuclearizzazione.

Strano che in pochi si siano accorti di questa gigantesca aporia anche se è scontato che quasi tutti abbiano fatto finta di non accorgersene per salvare la faccia dei padroni i quali di certo non amano tutto quello che potrebbe mettere in moto processi che strappino loro il potere della minaccia nucleare o li costringano a mostrarsi quali sono, spogliati della retorica di cui si ammantano. E tuttavia dentro tutto questo c’è anche una contraddizione incipiente di segno diverso, al di là dei deliri del Pentagono, di Trump e dello stato profondo: gli Usa non attaccheranno la Corea proprio perché possiede armi nucleari e potrebbe dare avvio all’apocalisse, mentre ha attaccato l’Irak perché non aveva le armi di distruzione di massa che sono state il pretesto per l’intervento.

Allora nessuna messa al bando delle armi nucleari, ma minacce e propositi di distruzione per chi se le costruisce a parte i tradizionali possessori: la logica dei folli.


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