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Il Pentagono ti ricerca

visitare-il-pentagonoLe cadute dal pero sono di solito rovinose, ma in ogni caso fastidiose: adesso si è scoperto dopo circa mezzo secolo che il Pentagono foraggia molte università italiane il Cnr e numerosi centri studi per ricerche che hanno attinenza in ambito militare. Se volete potete leggere qui i dati specifici, ma è da ormai da tempo immemorabile che vi sono questi contatti e semmai la cosa interessante è che via via questi finanziamenti sono andati sempre crescendo sia nel nostro Paese che in tutta Europa e in molti altri luoghi come la Corea del Sud e il Giappone. Si tratta ovviamente di ricerche molto settoriali che di per sé servono a poco, ma sono soltanto tessere di un puzzle che poi viene ricostruito a Washington. Tuttavia già negli anni sessanta scoppiò una forte polemica sul fatto che la ricerca europea fosse  impegnata dai contratti del governo federale americano, anche se in quel caso volti ad impedire una ricerca militare autonoma che tra l’altro nelle condizioni politiche del tempo poteva finire nelle mani dell’arci nemico sovietico. Poi tutto è stato silenziato, mentre dalla dissoluzione dell’Urss in poi università, laboratori e centri studi sono stati via via sempre più impegnati per aiutare a dare vita ai progetti del Pentagono, mentre i governi sovvenzionavano, sia pure in piccola misura i nuovi piani di armamento, vedi F35 . Del resto non potrebbe essere diversamente visto che in Usa  il 30 per cento abbondante di tutti i progetti di ricerca appartengono al settore militare e il 40% degli scienziati e degli ingegneri è impegnato in questo settore, anzi il 50 per cento se ci si limita a fisici e ingeneri.

La ragione di questa escalation è dunque molto semplice: gli Usa non sono più in grado di sostenere con le loro sole forze le ricerche necessarie ad alimentare il famelico complesso militar industriale, così potente da imporre le proprie visioni alle amministrazioni civili: per questo gli Usa sono costretti ad importare ricercatori da ogni dove e a finanziare sempre più studi all’esterno, anche se la sensazione è quella  di una costante perdita di terreno e di una vistosa riduzione di gap tecnologico che in qualche caso entra persino in territorio negativo. Le ragioni di tutto questo hanno diverse cause tra le quali  ne spiccano due: il drammatico declino di qualità dell’istruzione scolastica, tra le peggiori nel mondo sviluppato come frutto della privatizzazione selvaggia e il modello stesso  della way of life americana corretta al neoliberismo che sottrae precocemente le intelligenze brillanti alla ricerca e le depista verso altre attività assai più redditizie. L’insieme di queste condizioni unito al mantenimento di una forza militare mai smobilitata dalla fine della seconda guerra mondiale e ormai la voce più significativa dell’economia Usa, provoca la necessità di disseminare la ricerca in tutto il mondo “amico” ridotto a colonia.

D’altro canto però il business insisto nei meccanismi del complesso militare, il cortocircuito tra politica e affari, la comparsa di gruppi monopolistici che riducono la spinta all’innovazione, la legge assoluta del profitto fa sì che più soldi si pompano nel sistema più questo tende ad essere inefficiente rispetto alle risorse utilizzate: si è calcolato che negli ultimi 20 anni oltre 50 miliardi di dollari siano stati bruciati in progetti poi non attuati o rivelatisi fallimentari e una cifra enormemente superiore sia stata spesa per strumenti bellici inutili o palesemente mediocri. A questo si aggiunge un fenomeno relativamente nuovo, ovvero il fatto che le ricadute tecnologiche per così dire civili, si sono azzerate, mentre comincia ad essere vero il contrario, ossia che il sistema militare insegua affannosamente le realizzazioni civili. Valga come esempio il fatto che molti dei sistemi informatici in campo militare soffrono di obsolescenza. Ciò fa sballare il tradizionale rapporto che si era instaurato nel dopoguerra tra spese militari e ricadute economiche sul settore produttivo, oggi praticamente limitata all’imposizione agli alleati di sistemi d’arma che i singoli Paesi non solo sarebbero in grado di sviluppare da soli, ma anche meglio.

Quindi non c’è nulla da meravigliarsi se il Pentagono spende per la ricerca anche in Italia, anzi questi investimenti saranno destinati ad aumentare col tempo e con la progressiva scomparsa di ogni idea di sovranità.

 

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Diplomati in servitù

laurea Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale…. Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita.

Calza a pennello questo scritto di Antonio Gramsci in occasione della tradizionale querelle che si ripresenta puntualmente ad ogni cambio di governo quando a  laureati incompetenti nella materia oggetto di diploma  in qualche università privata o lottizzata dimostrano poca dimestichezza con altri optional: sintassi, grammatica, lingua straniera tabelline,  si contrappongono gli allievi della scuola della strada, come sui profili Facebook, sventolando le insegne di Mattei o Di Vittorio, altrettanto gloriosamente inabili all’esercizio di governo.

Tanto per cambiare l’Ocse ci bacchetta: saremmo gli ultimi negli investimenti statali nella pubblica istruzione e penultimi per numero di laureati, seguiti soltanto dal Messico. Per non parlare della qualità dell’istruzione che già prima della Buona Scuola di Renzi, della Fedeli e della Bellanova solo per citare tre casi di studio interessanti, aveva la vocazione di attrezzare il delfinario del privilegio degli strumenti per attrezzare gli adulti del futuro forgiando le  coscienze secondo dei valori di “civiltà” che avrebbero dovuto rappresentare in qualità di élite, più che di cittadinanza.  E non occorre essere Don Milani per sapere che non tutti gli studenti godevano delle stesse opportunità, che per molti il cammino era impervio per via di un ambiente che non favoriva l’esprimersi di talento e inclinazione. O che la scuola era abitata anche da cattivi maestri, da professoresse sciaguratamente dedite a pensare che la docenza fosse una sine cura per madri di famiglia favorendo così selezioni arbitrarie e discrezionali.

Ciononostante anche se lo scopo principale non era quello di  garantire a tutti i giovani  la trasmissione e la diffusione del sapere, tutti avevano accesso sia pure disuguale a una “bussola” , quella  della conoscenza, per orientarsi nelle scelte e di una attrezzatura per abituarsi alla fatica necessaria quanto gratificante di non smettere mai di studiare e impiegare la ragione e esercitare la libertà. Come spiega bene Gramsci: Uno studioso di trenta-quarant’anni sarebbe capace di stare a tavolino sedici ore filate, se da bambino non avesse «coattivamente», per «coercizione meccanica» assunto le abitudini psicofisiche conformi? Se si vogliono allevare anche degli studiosi, occorre incominciare da lì e occorre premere su tutti per avere quelle migliaia, o centinaia, o anche solo dozzine di studiosi di gran nerbo, di cui ogni civiltà ha bisogno…. che pare alludere profeticamente alla ormai dimostrata indolenza e accidia del nostro ceto dirigente e politico.

Era per quello che la nostra scuola era indubitabilmente superiore per qualità e attitudine a quella anglosassone e america , quella cui si è ispirata la riforma di Renzi impegnata ad imporre un modello ad uso dei leopoldini, nel quale ignoranza, superficialità e spocchia la fanno da padroni e dovrebbero aiutare irresistibili carriere di  arrivisti cretini,  con la conversione della scuola così come l’avremmo voluta e in parte conosciuta, luogo di formazione civile e spirituale in  una unica, indistinta, scuola professionale e dove la cultura, l’insieme di discipline in cui si declina il sapere del nostro tempo,  sia ridotta unicamente ad apprendistato, un campo indistinto di “competenze” imposto agli studenti per accedere al lavoro. Una scuola di servitù dunque, nella quale  la specializzazione serve a produrre in serie addetti abilitati unicamente  a  premere quel  tasto, magari quello di un pc che sgancia una bomba a n. chilometri di distanza.

Proseguendo su questa strada vedrete che quella disputa sull’importanza degli studi – soprattutto quelli umanistici dei quali perfino gli americano stanno comprendendo in ritardo l’utilità – non avrà ragion d’essere. Perchè l’obbligo della scuola dell’obbligo e oltre è ormai dichiaratamente quello di fabbricare automi sperando che funzionino e ubbidiscano meglio dei robot e che costino meno in manutenzione, sopprimendo ogni capacità creativa, ogni istinto di critica e  libertà, ogni aspirazione a fare  della tecnologia che avanza uno strumento di liberazione umana e non sistema di soggezione.

I fan dell’università della vita, i diplomati in “praticaccia”, quelli che oggi sono incaricati di compiere scelte in nome dell’interesse generale, finiscono con l’anticipare questa insana tendenza, avendo appreso con successo la lezione di chi comanda, di chi gestisce le  scienze e l’informazione, che approfitta della permeabilità di un terreno spoglio di conoscenze e competenze, che vuole emarginare e criminalizzare chi vorrebbe decisioni e atti indipendenti dai comandi superiori. E infatti dimostrano una spericolata ubbidienza, una consolidata fidelizzazione all’organizzazione che ha garantito la loro carriera, a quel sistema che colloca le sue pedine in nome di un rinnovato corporativismo al servizio dei padroni: maestri a dirigere l’istruzione, ingegneri alle opere pubbliche, clinici alla Sanità, annunciando il definitivo trionfo  del conflitto di interessi.

Pare siano lontani i tempi nei quali la meta sognata degli operai era avere un figlio laureato, delle braccianti avere una figlia maestra, se adesso possono aspirare a avere una schiatta di ministri che lavorano contro i loro stessi diritti e i loro stessi bisogni.

 

 


Bolton e i suonatori suonati

190910113842-01-trump-bolton-file-restricted-exlarge-169La notizia del licenziamento di Bolton, famigerato consigliere per la sicurezza nazionale, oltre che guerrafondaio senza pentimenti, ha lasciato sorpresi un po’ tutti perché da un anno e passa è questo personaggio ad aver gestito le vicende di Iran, Venezuela, Afganistan, Corea del Nord oltre alle pratiche di  più lungo periodo riguardanti la Russia e la Cina tra cui figura il ritiro unilaterale dal trattato sulle armi nucleari che prevedeva la  proibizione dei missili a corto e medio raggio. Cosa significa questo benservito improvviso oltre a dimostrare l’assoluta improvvisazione con cui Trump tiene le redini dell’amministrazione americana? Probabilmente la decisione è arrivata per poter trattare con l’Iran in maniera meno aggressiva o forse per questioni di politica interna, ma lo sfondo è quello che riguarda le sempre maggiori difficoltà americane e occidentali nel sovvertire regimi o allestendo colpi di stato militari o attraverso le rivoluzioni colorate.

Si sa che è stato Bolton a scegliere Guaidò come personaggio chiave del sovvertimento venezuelano, pensando scioccamente che potesse tirarsi dietro l’esercito ed è stato lui a pensare che stracciando il trattato sul nucleare, Teheran cedesse  come un castello di carte. Insensatezze, ma che hanno già una storia dietro le spalle. Il fatto è che dopo la Jugoslavia e l’Irak l’occidente e gli stati Uniti sembrano incapaci di portare a termine quelle operazioni che una volta riuscivano alla perfezione secondo un copione standard: identificazione del Paese da scardinare in ragione di interessi economici o geopolitici, scatenamento dei media contro di esso e contro il suo “regime”, approvazione di sanzioni per fiaccare il morale della popolazione, specie quella più povera e deprimere l’economia, minacce come se piovesse e se tutto ciò non fosse bastato, intervento militare in prima persona o attraverso mercenari che possono essere estremisti islamici raccolti un po’ dovunque come in Siria per simulare una guerra civile, oppure falangi neonaziste come in Ucraina o infine le forze armate del Paese stesso, spesso dipendenti dall’occidente.  Tuttavia la cosa non sembra funzionare più come prima nonostante le decine di miliardi profusi in queste operazioni attraverso i servizi, le ong, le quinte colonne: i Paesi colpiti dalle mire occidentali conoscono ormai benissimo le prospettive di una resa, ovvero miseria, predazione delle proprie risorse e molto spesso veri e propri governi fantoccio che governano il fantasma di una democrazia inesistente, ma sanno anche che l’impero nelle sue varie articolazioni non è onnipotente: per esempio non può permettersi grandi perdite umane e quindi può agire solo attraverso le armi a distanza o con piccoli contingenti di appoggio ai mercenari. Una guerra vera con decine di migliaia di caduti destabilizzerebbero società che già sono sotto un vulcano. Inoltre tali operazioni  trovano un forte ed esteso contrasto in Paesi assolutamente determinati a non farsi travolgere: si tratta di nazioni militarmente fortissime come la Russia o dall’economia gigantesca come la Cina che ormai hanno compreso il gioco. Finora il Venezuela e la Siria sono sopravvissute agli assalti, l’Iran sta cercando di espandere la propria aerea di influenza, la Russia ha risposto per le rime agli attacchi riprendendosi parte dell’Ucraina,  la Cina riesce a tenere a bada le sovversioni sponsorizzate dall’Occidente e/o dai boss della mafia come ad Hong Kong.

E’ quasi ovvio che in questo quadro generale i falchi sbattano il muso più violentemente contro la nuova realtà e finiscano per essere sostituiti ( in due anni se ne sono alternati 3 alla Casa Bianca), ma ciò non toglie che l’occidente nel suo complesso non possa rinunciare alla sua politica di imperialismo perché è da essa che dipendono il sistema e dunque la sopravvivenza delle elite di comando che l’hanno costruito. Poco importa che come scrive Andre Vltchekq a forza di opprimere gli altri lo stesso occidente è diventato luogo di oppressione: quindi stiamo entrando in una fase di instabilità dove episodi di questo genere, cambiamenti di tattica e inversioni di marcia saranno all’ordine del giorno anche in assenza della fatuità di Trump e delle sue giravolte giornaliere: il multipolarismo sta pure determinando una serie di fratture all’interno dello stesso occidente e delle sue oligarchie con Germania e Inghilterra che perseguono un proprio disegno complicando ulteriormente le cose e trascinando altri Paesi in queste avventure. Per fortuna che noi abbiamo il nuovo governo Conte e un ministro degli esteri come Di Maio: quanto a declino siamo in una botte di ferro.


Si fa presto a dire muro…

downloadUna delle date canoniche della “vittoria” occidentale e ancor più del capitalismo di marca neoliberista che da allora conquistò il mondo è la mitica caduta del muro di Berlino che rimane un suo metaforico arco di trionfo: chiunque visiti la capitale tedesca non può esimersi dal visitarne le spoglie  e magari acquistare un frammento (vero o fasullo che sia) perché nonostante tutto la reliquia, l’osso del santo in forma di calcestruzzo, è ancora fichissimo. Nonostante questa bramosia di sacre spoglie il 95% delle persone che si accosta al turo di quel muro non ne sa assolutamente nulla e il 4,99 % che ha letto qualcosa o ha visto qualcosa in tv ne ha una versione del tutto errata quando non favolistica  come di una trincea costruita dai cattivi comunisti per impedire che la gente scappasse dai buoni capitalisti. Solo un rarissimo pugno di persone spinte dalla professione storica o dalla curiosità sa che le cose andarono molto diversamente da come vengono narrate e di queste quasi nessuno osa comunque infrangere il tabù che oggi occupa uno spazio molto più ampio del muro stesso.

Se si dicesse che quel muro è stato in realtà costruito dai capitalisti occidentali molti griderebbero all’eresia e da un punto di vista della aristotelica causa efficiente avrebbero ragione, perché quella costruzione fu effettivamente messa in piedi dal regime comunista della DDR su spinta e aiuto di Mosca. Tuttavia le ragioni che ne ispirarono la costruzione risiedono altrove, ovvero nella parte avversa e precisamente tra quei “buoni”  che anno dopo anno si rimangiavano gli accordi solennemente sottoscritti a Yalta e poi a Postdam e che invece di una Germania comunemente amministrata da americani sovietici e inglesi a cui poi vennero aggregati i francesi per non dare l’impressione di un impero esclusivamente anglosassone, fu creata la Germania occidentale e per converso la Germania est. Per capire bene cosa sia effettivamente successo bisogna riferirsi alle condizioni dei primi anni del dopoguerra in cui abbiamo una Unione sovietica  che praticamente da sola aveva sconfitto la potenza nazista cui si unirono tardivamente gli anglo americani che togliendo la crosta di mitologia e ipocrisia costruita da loro attorno a loro stessi, fecero molta fatica ad avanzare dopo gli sbarchi e subirono incredibili rovesci praticamente fino all’ultimo. Di fatto i sovietici se non fosse stata per gli accordi di Yalta sarebbero tranquillamente potuti arrivare a Parigi e solo arrestando per sei mesi la loro offensiva diedero agli alleati la possibilità di mettere piede in Germania.

Ma questo è scritto comunque nei libri di storia, persino in quelli più divulgativi, e sarebbe una verità palese se qualcuno si desse la pena di leggerli con attenzione e con autonomia intellettuale. Ma lo sforzo sovietico fu pagato con venti milioni di morti e con la distruzione pressoché totale di quasi tutto il territorio europeo fin quasi agli urali, insomma la Russia aveva vinto, ma era distrutta e doveva cominciare una lunga ricostruzione non poi così lontana da quella della stessa Germania. Tutt’altra cosa va detta per l’altro vincitore, quello che adesso sembra l’unico, ovvero gli Stati Uniti d’America: lì il territorio non era stato toccato, se non a Pearl Harbour, nemmeno un muretto a secco era stato bombardato e lo sforzo bellico avendo a disposizione le risorse di mezzo mondo aveva portato al diapason la produzione industriale e l’accumulo di capitale, oltre agli straordinari crediti di guerra accumulati e una volta finite definitivamente le operazioni si pose il problema di affrontare la situazione ed evitare un calo produttivo drastico che avrebbe portato a una nuova depressione. Un po’ si rimediò con gli aiuti all’Europa devastata che oltretutto servivano anche egregiamente per fomentare le forze politiche amiche, ma alla fine l’unico vero progetto possibile per l’impegno massiccio di capitali era la ricostruzione integrale della Germania che aveva subito distruzioni di gran lunga maggiori con intere città rase al suolo, tutte le industrie bombardate eccetto quelle sotterranee. Inoltre mentre Yalta era stata fatta da Roosevelt che nutriva una certo rispetto per Stalin, adesso imperava Truman, quello dell’atomica su Hiroshima, quello sotto cui nacque il maccartismo, esplose la guerra di Corea e vennero poste le basi per quella del Vietnam, insomma avete capito: un anticomunista a tutto tondo, persino con sfumature di fanatismo che toccò ad Eisenhower correggere in parte.

A quel punto si decise di venire meno agli accordi presi a Yalta e ribaditi a Postdam e si passò alla edificazione della Germania occidentale. Adesso qualcuno si domanderà che senso abbia questa ricostruzione alla fine di una lunga estate calda da ogni punto di vista. E invece il modo per creare questa nuova Germania è molto interessante per tutti noi: improvvisamente nel 1948 gli Usa cominciarono a edificare il nuovo Paese, escludendovi i russi con un mezzo non convenzionale: ovvero la stampa di una nuova moneta ( in gran parte realizzata materialmente in Usa), il marco al posto del vecchio Reichmark utilizzato fin dalla repubblica di Weimar e che era la divisa ufficiale della Germania occupata in tutte le sue zone. In questo caso il marco diventò ufficiale nelle zone occupate di fatto dagli occidentali e aveva un valore nominale di 4,7 volte superiore rispetto a quello della vecchia moneta: questo significò che stipendi e retribuzioni delle zone occidentali divennero 3 volte maggiori rispetto alla parte direttamente gestita dall’Urss. La quale dal canto suo, impegnata nella ricostruzione non poteva certo fare la stessa operazione, anche se avesse avuto dalla sua una divisa definita universale come il dollaro. E’ da quel momento che comincia ufficialmente la guerra fredda e l’esodo da est a ovest, venduto da sempre come fuga verso la libertà, come fattore puramente ideologico, come dimostrazione del fallimento comunista e che invece corrispondeva a interessi più limitati e coinvolse soprattutto gli ex ceti della borghesia intellettuale molto richiesti all’ovest, ma che della libertà non si erano molto accorti nell’era nazista e fino ad allora quando anzi il flusso dall’ovest all’est era piuttosto imbarazzante per gli occidentali. Insomma si creò quella crisi destinata a sfociare anni più tardi più tardi nel muro.

E’ interessante vedere come le elite tedesche, sia pure in una nuova situazione, abbiano usato lo stesso strumento monetario per l’unificazione, domando le resistenze dei tedeschi dell’est con un marco di valore doppio rispetto a quello della Ddr, anche se poi ancora oggi le differenze sono nette e in qualche caso analoghe a quelle precedenti, visto che l’industria ha in gran parte saltato l’est, per andare a stabilirsi in aree più orientali e a moneta debole. Insomma a Berlino se ne intendono parecchio di egemonia per mezzo della moneta. Chissà se a qualcuno questo suggerisce qualcosa.


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