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Nigeria, oro nero nero

En Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando ebbe inizio i giornali parlarono del processo del secolo, del j’accuse contro quel colonialismo cui era stata data la definizione eufemistica di cooperazione allo sviluppo, sviluppatosi in modo abnorme  nell’era craxiana con il tandem Forte-Boniver diventato così leggendario da fare irruzione perfino nelle barzellette, e che insieme a know how, investimenti e tecnologie aveva “trasferito” come si diceva allora anche abitudini predatorie, speculazione, corruzione e  pratiche di “rafforzamento istituzionale” destinate a consolidare le tirannie sanguinarie di despoti locali.

Invece il caso Opl 245, l’immenso blocco petrolifero acquisito nel 2011 dalle oil major Eni e Shell, una specie di Eldorado offshore dell’oro nero(le sue riserve stimate ammontano a 9,23 miliardi di barili di greggio) a processo iniziato il 5 marzo 2018, dopo il rinvio a giudizio nel 2017 di 13 tra manager (tra i quali l’amministratore delegato Descalzi tuttora al suo posto), politici e intermediari accusati di corruzione internazionale e difesi da una task force di principi del foro, dall’ex vicepresidente del CSM Carlo Federico Grosso, all’ex Guardasigilli Paola Severino, è stato prudentemente estromesso perfino dalle brevi in cronaca e la stampa ha steso una cortina fumogena tanto che dell’Eni in Nigeria si parla solo per magnificare l’impegno dell’azienda volto a “ rimediare con un sistema di drenaggio delle acque alle gravi inondazioni che da anni devastano il villaggio di Aggah”, per celebrare la conversione del cane a sei zampe in generoso San Bernardo.

E’ perfino difficile ricostruire la vicenda del giacimento assegnato nel 1998 per 20 milioni di dollari – una frazione irrisoria del suo valore attuale – alla Malabu Oil & Gas, una società  la cui proprietà occulta veniva fatta risalire all’allora ministro del Petrolio Dan Etete, uno dei fedelissimi del dittatore Sani Abacha, e ceduto a Shell ed Eni in cambio di un pagamento di 1,3 miliardi di dollari, 1,1 miliardi dei quali sono stati trasferiti alla Malabu invece che allo Stato nigeriano, in qualità di tramite e mediatore per conto società di Etete e dei suoi famigli.

Per anni la Procura di Milano (al centro di un depistamento ordito per insabbiare l’inchiesta)  ha indagato sulla trama  degli spostamenti di fondi  del denaro di Eni e Shell,  transitati per un conto londinese riconducibile al governo di Abuja, ma poi  indirizzati in altri innumerevoli rigagnoli riconducibili a   conti correnti di politici nigeriani di alto livello, intermediari e vertici della nostra più prestigiosa impresa nazionale.

Deve essere per questo che, a conferma dello spirito di fattiva collaborazione che anima i due Paesi, con la Nigeria non è stato necessario un memorandum sulla falsariga di quello sottoscritto con la Libia (ne ho scritto recentemente qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/02/libia-la-smemoranda-dei-governi/ ) per “porre le basi per una cooperazione e per contrastare l’immigrazione clandestina”, benchè il presidente della Regione Campana non perda occasione per denunciare come quel paese invii qui la sua mafia locale importando da noi il suo patrimonio di competenze  malavitose col quale infiltra la nostra camorra.

A rafforzare le intese malgrado questo incidente di percorso, ci aveva pensato a gennaio il Conte 1 con una visita di Stato in Niger nel quadro, come ebbe a dire “di un percorso di rafforzamento della partnership con i Paesi africani e  a dimostrazione dell’importanza che il Paese, situato alla frontiera meridionale della Libia, riveste per l’Italia” in qualità  di  interlocutore privilegiato per “coniugare, in stretto concorso di forze, sicurezza e sviluppo, un binomio fondato su numeri e impegni ben precisi: da un lato sostegno all’addestramento delle forze di sicurezza nigerine, missione, avviata dalla Ministra Pinotti,  che reca il marchio di un zebù e il motto ciceroniano Non nobis solum, cui partecipano da settembre 92 soldati italiani, che hanno già provveduto alla formazione di 260 militari, e alla fornitura di mezzi ed equipaggiamento per il controllo dei confini, dall’altro programmi di cooperazione (ne farà parte anche la nomina a console di un uomo Eni?) a sostegno delle donne, dell’imprenditoria giovanile e dell’agricoltura su cui finora sono stati investiti circa 80 milioni di euro”.

Si continua a chiamare cooperazione, collaborazione, produttiva concordia e che altro, l’occupazione a scopo coloniale del paese del Sahel da parte di contingenti di Stati Uniti, Francia, Germania, Canada e Italia che viene motivata con una sedicente  lottacontro il terrorismo, con l’altrettanto sedicente controllo a monte delle migrazioni e con il più verosimile intento di proteggere gli investimenti stranieri. Periodicamente i soldati presenti e quelli provenienti da una ventina di paesi occidentali e africani, effettuano muscolari esercitazioni  militari congiunte  con lo scopo di “rafforzare la collaborazione tra le forze di sicurezza africane per proteggere i civili dalle violenze legate all’estremismo religioso”, nel contesto dell’iniziativa statunitense del 2003,  la Pan Sahel initiative, e poi nel 2004 la Trans-Sahara counterterrorism partnership, che hanno interessato il Ciad, il Mali, la Mauritania, il Niger, l’Algeria, il Burkina Faso, il Camerun, il Marocco, la Nigeria, il Senegal e la Tunisia per  promuovere “l’addestramento di unità dell’esercito specializzate nel contrastare le minacce terroristiche e la diffusione del radicalismo”.

E vi pare che potevamo far mancare il nostro contributo a queste azioni a alto contenuto umanitario e morale? celebrato nel mese di luglio proprio a Niamey, capitale nigeriana, in margine alla Conferenza dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Africana durante la quale è stato ratificato l’accordo e i protocolli esecutivi per realizzare compiutamente   quella Zona di Libero Scambio che istituisce una grande area commerciale, forse la più grande del mondo, che vuol fare dell’Africa e delle sue risorse un immenso supermercato.

il progetto è quello di una fiera free duty e free tax, un outlet con dietro ai banconi le solite multinazionali e gli eserciti per ne tutelano la presenza e gli affari , sempre meno minacciati da popolazioni locali ridotte allo stremo da guerre, comodi conflitti interni alimentati da fuori, fame e sete, espropriati dalle risorse che mantengono la nostra magra eppure dissipata sopravvivenza, dandoci l’illusione che non siamo a rischio, anche se non è difficile immaginare cosa può attenderci in qualità di propaggine molesta del continente nero, da sospingere con ogni mezzo  in basso, verso quelle geografie disumane dove, come in Nigeria, ultima nell’indice di sviluppo umano, prima nell’appalto del controllo dei migranti a disposizione di chi ha bisogno di schiavi, e dove 5 persone possiedono una fortuna combinata che supera di gran lunga  il bilancio dello stato.

 

 

 

 

 

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La guerra calda

6812112Ho già avuto modo di dire che il 2013 è stato l’anno della svolta sul piano geopolitico quando la Russia ha reagito con vigore al golpe ucraino ed è successivamente intervenuta in Siria, mostrando un apparato militare potente e per certi versi superiore a quello americano, cosa che si è andata confermando nelle vicende mediorientali successive, come testimonia la stessa stampa specializzata made in Usa. In quello stesso anno si è avuta notizia dei missili antinave cinesi a mach 7 e in seguito una lunga serie di eventi ha confermato la crescita militare di Paesi sulla lista nera come l’Iran che è una gran brutta notizia per Washington, visto che Teheran è oggi in grado di distruggere gli impianti petroliferi della penisola arabica e di impedire il passaggio delle petroliere nello stretto di Hormuz facendo crollare l’economia mondiale e dunque portando immediatamente a una guerra totale anche in caso di attacchi parziali.

Certo il cittadino occidentale medio, infarcito di eroi, supereroi, caporali inflessibili, addestramenti fantasiosi e narrazioni  di intrinseca sicumera, fa molta fatica a comprendere ciò che sta accadendo e non può pensare che il bilancio militare Usa, superiore a tutti quelli del resto del mondo messi assieme possa portare a una situazione di stallo e addirittura di inferiorità in alcuni settori. Ma i quasi 800 miliardi di spese militari di Washington sono una specie di miraggio, non rappresentano la realtà così come le bolle borsistiche non rappresentano l’economia reale. Infatti in quel bilancio monstre solo il 13 per cento scarso è destinato all’equipaggiamento militare, tutto il resto se ne va per il mantenimento delle oltre ottocento basi militari sparse per il mondo e ovviamente per le situazioni di conflitto. Se sembra eccessivo basti pensare che dal rapporto dell’ispettore generale per la ricostruzione dell’Iraq, Stuart Bowen, emerge un verminaio difficilmente immaginabile e salta fuori come il Pentagono abbia acquistato da società  americane interruttori elettrici del costo di 7,5 dollari  al prezzo di 900 dollari per unità, mentre i tubi per fognatura siano costati 57 volte di più del normale,  un contratto per lavare le uniformi sia arrivato 13 miliardi di dollari o come  per il funzionamento dei soli condizionatori d’aria in Irak e Afghanistan l’esercito spenda la cifra astronomica di 20 miliardi l’anno che evidentemente vanno da qualche parte sconosciuta.

Qui tocchiamo il cuore del problema, quello di una una corruzione dilagante a cui la stessa truppa non è estranea, che finisce per toccare ovviamente anche l’armamento perché esso risponde  principalmente agli interessi del complesso industrial militare e solo in seconda istanza alle esigenze militari: un coacervo che  produce sistemi d’arma a prezzi quasi insostenibili, allunga artatamente i costi di progettazione, produzione e revisione perché ciò significa maggior profitto e causa anche l’effetto inverso perché favorisce il mantenimento di strumenti bellici e di gestione ormai superati ( vedi patriot e compagnia) visto che i costi di progetto e avvio produzione sono ormai ammortizzati e dunque garantiscono ricchi guadagni . D’altronde in questo verminaio è praticamente impossibile mettere le mani: i dettagli della spesa militare sono un segreto di stato non solo per l’uomo della strada o l’informazione, ma anche per i parlamentari ai quali viene fatto conoscere solo l’ammontare complessivo del bilancio. Del resto ogni tentativo anche del presidente o di apposite commissioni di fare chiarezza si è arenato nell’impossibilità di capire come e dover si spenda: è’ un pozzo senza fondo dentro il quale non si può vedere nulla e che di fatto si autogestisce, quindi non è affatto sorprendente che si tratti di un carrozzone che produce enorme inefficienza e tenda a perdere terreno.  Non è un fatto accidentale, ma di sistema perché gli avversari che Washington ha proclamato come tali, Russia e Cina hanno un approccio completamente diverso, più sistematico ed efficace, senza la scimmia del profitto sulle spalle,  riuscendo a stare al passo o a superare gli Usa con una frazione di ciò che essi spendono.

In realtà tutto questo è una premessa per dare conto dello smarrimento e dell’insicurezza delle elites occidentali che fino a qualche hanno fa erano convinte di non avere rivali e che anzi nel 2002 avevano dichiarato il loro intendimento di ricattare militarmente l’intero pianeta: in quell’anno il famigerato idiota petrolifero di nome George W. Bush stracciò unilateralmente il trattato contro i missili balistici, facendo intendere che gli Usa stavano rispolverando la strategia del first strike, del primo colpo preventivo. La cosa che ebbe un rilievo quasi nullo nell’informazione occidentale, invece di impaurire i possibili nemici li indusse a capire che dovevano riarmarsi  in tutta fretta per evitare il l’unipolarismo made in Usa li travolgesse. E lo hanno fatto così rapidamente che in una decina di anni la realtà è completamente cambiata senza che tuttavia gli Usa siano in grado di reagire con altrettanta efficacia, visto che il sistema non si può toccare sia perché essenziale nell’economia americana e perché i vari soggetti che partecipano al banchetto non vogliono certo mettersi a dieta. Dunque le guerre scoppiate nel secondo decennio del xx° secolo nella certezza di poterle facilmente vincere e sfidando la possibilità che uno scontro diretto accendesse le polveri planetarie nella convinzione di una assoluta superiorità si sono trasformate in un incubo che ha dato poi vita alla russofobia. Trump e il suo neo isolazionismo è anche figlio di questa situazione e della consapevolezza che l’impero non può più permettersi di rischiare al buio perché la sua posta è ormai insufficiente. Ma i lobbisti gli stanno alle calcagna.


Draghi di cartapesta

cor Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’Europa e l’Italia, rappresentate ai massimi livelli a Francoforte, hanno concluso ieri con una cerimonia solenne gli otto anni di presidenza di Mario Draghi alla Bce.

È stata l’occasione per riconoscimenti unanimi:  «Draghi ha salvato l’euro restando sempre dentro le regole»   hanno ricordato l’ex presidente Ue Romano Prodi,  la Cancelliera Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron. Non è mancata l’autorevole presenza del  Capo dello Stato Sergio Mattarella giunto insieme al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. E figuriamoci se il giorno dopo gli esiti delle elezioni in Umbria che costituiscono il trailer del disfacimento della coaliziozne sgangherata che guida- si fa per dire il governo in nome e per conto delle cancellerie – sarebbe mancata la comparsata pastorale del Presidente alla pubblica celebrazione, con l’intento non solo simbolico di aggiungere alla qualità di «civil servant» di chi, lo scrive il Corriere della Sera, “ha dato volto all’Italia migliore, fatta di competenza ed etica del bene comune”, l’indiscusso ufficio di Uomo della Provvidenza e Salvatore della Patria in Europa.

Le foto ufficiali con le strette di mano e gli abbracci “accademici” sembrano proprio anticipare di poco l’augurabile replica desiderata da tutti del  già visto quando  esattamente 9 anni fa Napolitano nominò senatore a vita Monti per permettere la sua ascensione a Palazzo Chigi mettendo alla porta l’ormai molesto Berlusconi per sostituirlo con un grigio funzionario della troika. In questo caso l’eterno candidato, che Fubini sprecando un coccodrillo definisce spericolatamente “il Timoniere” come un Mao qualunque, si presenta con ancora più credenziali: dottorato in Economia al Massachusetts Institute of Techonology, accademico di rango, direttore del Tesoro di un Paese del G7, banchiere di Goldman Sachs, governatore della Banca d’Italia, una vera incarnazione del solerte servitore degli apparati del totalitarismo economico e finanziario nella colonia dell’impero.

Si vede proprio che i padroni anche stavolta non si accontentano delle stantie alleanze prone al loro servizio dopo i proclami di indipendenza fatti apposta per accreditarsi come successivi reprobi pronti alla cieca ubbidienza, dopo le rivendicazioni di sovranismo a coprire l’indole alla cortigianeria ben impersonata da un giullare, da un guappo tracotante e da un bullo di provincia e vogliono andare sul sicuro con un loro agente che garantisca il sacrificio totale dell’Italia senza cincischiare con referendum, crisi e consultazioni, meno che mai con elezioni delle quali ormai è stata sancita la costosa superfluità e assicuri la cessione di competenze, poteri, autodeterminazione e democrazia, realizzando praticamente uno slogan e una raccomandazione a lui cari, quando senza tanti giri di parole sentenziò la necessità che gli stati si disfino della loro “sovranità”, evidente ostacolo alla crescita oltre che all’appartenenza al contesto dei grandi.

Diciamo che in tema di “disfarsi” abbiamo a che fare con un esperto: dobbiamo a lui la promozione di una delle più  efficaci svendite dell’industria pubblica italiana, compiuta a tempi di record per allinearsi ai criteri e ai  parametri richiesti dall’ingresso della moneta unica. Si tratta di una operazione condotta con spregiudicatezza sfrontata che gli varrà poi la vicepresidenza elargitagli dall’acquirente, Goldman Sachs,  quando cede  l’immenso patrimonio immobiliare e il know how tecnologico dell’Eni a poco più di un terzo del valore di mercato: alberghi, palazzi, imprese turistiche, l’area di Rho Pero che poi accolse la nuova Fiera, appartamenti e uffici e un patrimonio di ricerca e applicazione tecnica.

Ci aspettano tempi bui, se la glorificazione di Draghi lo farà recedere dalla prudenza per inseguire il suo sogno di potere assoluto non disgiunto da conseguente status e rendite invidiabili. Si tratta di una di quelle montature cui ci ha abituato la società dello spettacolo, di un personaggio creato ad arte per meritarsi uno di quei Nobel fasulli, quando non si dovrebbe dargli nemmeno l’Oscar per la interpretazione del cattivo cui si riferì quando coniò l’espressione  whatever it takes, presa da un western, per definire la sua strategia di difesa dell’euro a ogni costo.

E infatti il suo è un curriculum di educati insuccessi, come ebbe a dire qualche tempo fa in un suo articolo  Angelo de Mattia, ex direttore centrale di Banca d’Italia e del Direttorio durante la gestione di Antonio Fazio, sostenendo che il timoniere avrebbe registrato un primo flop,  nell’unica vero ruolo affidato alla Bce, quello di ancorare l’inflazione sotto, ma vicino, al 2%, un limite mai raggiunto, se, ricorda, “negli ultimi mesi l’inflazione nell’eurozona sta sempre più calando, con quella italiana quasi a livello di deflazione, 0,3%”.

Per non parlare di un altro ruolo cruciale affidato alla Bce quello da svolgere in collaborazione con le autorità nazionali, di  responsabile del funzionamento efficiente e coerente della vigilanza bancaria, che in Italia ha permesso il ricorso al bail in per le banche criminali in aperta violazione dell’articolo 47   della Costituzione in merito alla tutela del risparmio e che ha prodotto lo scempio del sistema finanziario italiano e della sua reputazione, salvando i crediti deteriorati mentre generava la  fuga di capitali verso altri Paesi. E dire che nelle referenze di Draghi c’era già qualche segnale che avrebbe dovuto mettere in allarme se da governatore della Banca d’Italia aveva abiurato al cosiddetto assenso preventivo e vincolante dell’istituto  in occasione di fusioni e acquisizioni, autorizzando o girando la testa davanti a  procedure opache e irregolarità.

Insomma c’è poco da fidarsi anche quando si fa titolare dell’esigenza di dare avvio a un tenace e determinata “politica fiscale e di espansione” che ponga termine alla “differenza tra Europa e Usa”, si, proprio così, per assomigliare a una economia sostenuta unicamente dal credito speculativo da decenni, per avvicinarci  agli standard di dove sono nate e si sono sviluppate le bolle avvelenate, i sub prime  concessi anche a chi non disponeva di reddito, gonfiando sempre di più l’indebitamento delle famiglie per poi strangolarle, quegli stessi mutui cartolarizzati tra l’altro dal suo vecchio padrone, Goldman Sachs, per farne titoli negoziabili venduti dalla stesse banche sotto forma di prestiti da cravattari a soggetti già gravati dalla pressione speculativa, dai debiti contratti per l’assistenza, la casa, gli studi. O delle sue necessarie future  riforme strutturali nell’eurozona,  a imitazione di quelle che  hanno prodotto la flessibilizzazione e precarizzazione dei mercati del lavoro, all’esplosione della disoccupazione e al decremento dei salari che peggiorerà grazie alla svolta umanitaria dell’Europa che mira a determinare una competitività in basso al livello di chi arriva e è ancora più ricattabile nei lavoratori italiani.

Eppure una speranza c’è, non quella di una Greta invocata da Monti per chiamare a raccolta i militanti intorno al tema del debito pubblico, a conferma che certi santini finiscono per servire soprattutto all’establishment. Perché un foto che gira in rete dimostra che i potenti sono soggetti alla paura, che non serve un San Giorgio per piegare i draghi, basta lo sberleffo di una  ragazza che in piedi sul tavolo di una prestigiosa presidenza  fa piovere addosso a lui terrorizzato una cascata di coriandoli per dirgli che non ci sta alla sua quaresima.


La bilancia truccata

GRCompete-6Immaginate il mondo come una grande bilancia e noi seduti su uno dei piatti: si tratta intrinsecamente di una posizione piuttosto scomoda e mutevole, ma noi non riusciamo più a percepirlo perché da tre secoli e mezzo il nostro piatto è costantemente a fine corsa senza che sull’altro siano stati appoggiati pesi di qualche rilievo, tanto che ormai siamo fermamente convinti di essere il peso campione. E’ difficile sradicare questa convinzione, nonostante che da un secolo a questa parte vi siano stati profondi scossoni e il nostro piatto abbia cominciato a salire. Il primo grosso peso che la storia ha gettato sull’altra parte della bilancia, quando ormai ci sembrava di poterci azzuffare e suicidare a volontà senza che nulla cambiasse, è stata la rivoluzione di ottobre che ha trasformato l’enorme e tardigrado impero russo, in una forza estremamente dinamica che dalla fine degli anni venti ha prodotto una crescita annuale  a due cifre.

C’è stato un grande allarme perché quel peso rischiava non solo di stravolgere gli equilibri esterni, ma anche quelli interni, però dopo settanta anni di accerchiamenti, tranne il breve periodo della guerra, è stato annunciato che il grande pericolo era scomparso, che il peso sull’altro piatto era diminuito, che la situazione di stabilità e quella di peso di riferimento era stata assicurata per sempre. Ora invece ci ritroviamo in una situazione molto peggiore di prima perché mentre i ricchi, i loro ideologi e i loro lacchè ci assicuravano la fine della storia sul piatto opposto della bilancia si sono accumulati pesi enormi: la Russia che si era pensato di aver messo in ginocchio per secula saeculorum si è risollevata e ha recuperato peso, l’Asia è diventata  la fabbrica del mondo a causa dell’avidità senza freni che ha spinto a delocalizzare follemente mentre  un antico e grande impero che si era pensato di annichilire con l’oppio, è tornato sulla scena: il nostro piatto si sta alzando vertiginosamente mentre le elite ordinano di nascondere il più possibile questa situazione, di truccare la bilancia e di conseguenza molti sono convinti che a Pechino si costruiscono solo cineserie, ad onta del fatto che quasi tutto quello che usano, al di là dei marchi fasulli è prodotto nell’ex celeste impero. Si tratta oltretutto di nascondere il fatto che un’economia centralizzata e allo stesso tempo ampiamente decentrata nelle regioni, provincie, città si stia rivelando vincente. La grande muraglia contro il muro di Berlino.

Per ristabilire un minimo di realismo citerò qualche dato esclusivamente tratto dalle pubblicazioni specializzate del grande nemico di Pechino, ovvero quello che comanda sul nostro piatto e vedrete che ne rimarrete scossi: 1) nel 2018 la Cina  ha lanciato più missioni spaziali rispetto alla Russia o all’ America messe insieme, anche se naturalmente noi non ne sappiamo nulla,  inoltre è il principale costruttore ed esportatore di droni oltre che di caccia da combattimento leggeri, mentre il suo motore a reazione con post bruciatori  Ws-15 è il più potente al mondo; 2) entro quest’anno saranno funzionanti tre linee ferroviarie a levitazione magnetica, mentre per ciò che concerne la tecnologia ferroviaria ordinaria i cinesi sono in testa nell’assicurarsi le gare e gli appalti in tutto il pianeta; 3) la Cina è leader mondiale nella ricerca e produzione di energia eolica e solare e lo scorso anno  ha installato più energia rinnovabile rispetto al resto del mondo messo insieme ed è anche leader planetario nella produzione  di batterie e di auto elettriche: se Greta non fosse un androide della narrazione occidentale andrebbe in Cina non nell’America che puzza di petrolio e carbone; 4) la quota cinese nella ricerca sulle nanotecnologie cresce di anno in anno, ha superato in quantità gli Usa nel 2014 e quest’anno ne ha prodotte più che il resto del pianeta mentre è già di gran lunga il maggior produttore di grafene, il materiale che sostituirà il litio nelle batterie dei prossimi anni; 5) la Cina è il secondo principale produttore di articoli di ingegneria biomedica dopo gli Stati Uniti e a giudicare dal rateo di crescita li supererà fra tre anni; 6) grazie a un sistema scolastico, ovviamente pubblico, di eccellenza  un quarto delle persone che nel mondo  lavorano nel settore Stem , ovvero scienza, tecnologia, ingegneria e matematica è cinese.

Si tratta solo di alcuni settori visto che ho trascurato quelli dove già si sa che la Cina la fa da padrona, computer,  telefonini ed elettronica di consumo. In più va detto che mentre cresce a vista d’occhio il reddito delle popolazioni cittadine, ci sono ancora 500 milioni di cinesi – un terzo della popolazione – che vive nelle campagne e nelle aree più lontane dai grandi centri manifatturieri, oggi a basso salario, che sono pronti a entrare nel meccanismo produttivo. Ed è questa la ragione per cui nella tabella pubblicata all’inizio del post (basta cliccarci sopra per ingrandirla) , ricavata da  dati Fmi, nel 2025 nove  provincie cinesi con complessivamente 495 milioni di abitanti, molto più degli Stati Uniti e pari agli europei,  avranno un reddito pro capite superiore a quello medio Usa, anche se complessivamente l’intero Paese avrà un reddito nominale  leggermente inferiore. Se lo confrontiamo però col costo della vita, quel poco in meno è parecchio di più in termini concreti. A livello macro mentre gli States avranno un potere di acquisto aggregato di 12,5  mila miliardi di dollari, la Cina ne avrà uno da 30 mila miliardi. 

Chi pensasse di mettere tutto questo in crisi arruolando i mafiosi di Hong Kong in cerca di estradizione o cercando strade per la guerra commerciale, ha proprio la vista corta: non fermerà certo la salita del piatto e dovrà rinunciare alle sue nefande illusioni fino a che non si renderà conto che fare la guerra alle proprie stesse popolazioni in nome del profitto infinito porterà alla catastrofe.   

 

 

 


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