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I cantieri dell’Intanto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Intanto, in coda all’esultanza per il ripristino della democrazia e di un nuovo corso più trasparente e  indipendente dalla pressione dei grandi gruppi e delle lobby, sì ma negli Usa, si è appreso che il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, partito “ago della bilancia” per la governabilità,  risulta indagato per associazione a delinquere nell’ambito di una inchiesta sui rapporti fra ndrangheta e politica.

In particolare, nelle carte scritte dal magistrato Nicola Gratteri, si parla di un pranzo imbandito a Roma con intorno al tavolo proprio Cesa, il suo referente in Calabria Talarico e un imprenditore vicino alle cosche, Gallo e  nel corso del quale si sarebbero poste le basi  per una fertile collaborazione con scambio di voti contro appalti pubblici.

Intanto, mentre la traballante ministra dei Trasporti si sottrae al mea culpa per i più di dieci mesi di volontaria inazione nella riorganizzazione dei trasporti pubblici, che a differenza di scuole, teatri, cinema, ristoranti, musei, anche se molto frequentati, non rappresenterebbero rischiosi focolai, e mentre il budget per il potenziamento del settore, raggiunge la cifra ridicola di  200 milioni per il 2021 “al fine di  consentire l’erogazione di servizi aggiuntivi di vettori locali e regionali, destinato anche a studenti”, è stata resa nota la lista degli interventi strategici, secondo il piano di grandi opere predisposto in forma di slide per la convention di Villa Pamphili e definito provvedimento “sblocca cantieri”.

Intanto, mentre, alla faccia della medicalizzazione della società, non si procede con assunzioni di personale medico, paramedico e di professionisti sanitari di tutte le specializzazioni, salvo operatori addetti alla reception dei padiglioni di Arcuri e al servizio di vaccinazione condizionata dal reddito, mentre viene lasciata la delega alle Regioni, anche quelle che si sono distinte per una gestione criminale del passato e del presente,  per la erogazione di fondi e per il rafforzamento dei presidi sanitari che non dovrebbero consistere solo in reparti di terapia intensiva peraltro sguarniti di personale,  ci è stato reso noto che le priorità del costo di 35 miliardi in tre anni,  consistono nell’avvio dei 58 maxi cantieri della “ricostruzione” suddivisi in opere stradali   e ferroviarie, infrastrutture idriche, passando per i porti e i presidi di pubblica sicurezza presenti un po’ in tutto lo Stivale.

Intanto, mentre ogni giorno veniamo aggiornati sulle performance creative dell’autorità suprema Domenico Arcuri, divinità multitasking tra banchi, mascherine, siringhe, padiglioni, apriechiudi aziende decotte, attività dissipata di sperperaquattrini, assistenza a multinazionali intente a far compere nell’outlet Italia, forte della felice esperienza maturata con lui e con l’oltre quindicina  di task force con 450 esperti designate per la gestione della crisi, l’Esecutivo ha nominato i commissari straordinari incaricati della sorveglianza e della realizzazione di quei 58 interventi infrastrutturali “caratterizzati da un elevato grado di complessità progettuale, da una particolare difficoltà esecutiva o attuativa, da complessità delle procedure tecnico – amministrative ovvero che comportano un rilevante impatto sul tessuto socio – economico a livello nazionale, regionale o locale”.

Intanto, mentre migliaia di lavoratori sono espulsi dal mercato, ridotti sul lastrico, costretti all’umiliazione di mancette ingenerose, altri stanno per subire la mannaia dello sblocco dei licenziamenti, mentre attività e pubblici esercizi falliscono altri non seguono la stessa sorte perché vengono acquisiti provvidenzialmente dalla malavita organizzata, le nuove frontiere dell’occupazione si aprono a una forza lavoro sempre più precaria e dequalificata, quella dei cantieri delle grandi opere, promosse da tempo a motore della sviluppo grazie al carburante della corruzione, sulla cui trasparenza sono stati chiamati a vigilare 30 commissari.

Intanto, mentre si stanno allestendo gli uffici nei quali si svolgerà l’alto incarico dei 30 soggetti di controllo e operativi più o meni provenienti tutti dal Mit, Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti,  da  ANAS, e da  Rfi (Rete ferroviaria italiana del Gruppo FS), tecnici di elevata statura e professionale messa alla prova sul campo, si può scoprire che dalla lista fa parte Roberto Ferrazza, incaricato della vigilanza e della  ristrutturazione della caserma Ilardi di Genova e di una serie di altre ristrutturazioni di commissariati e caserme a Torino.   attualmente provveditore interregionale per le opere in Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria, legato a Genova però anche per un’altra questione: figura infatti nell’elenco degli indagati dalla procura per il crollo del ponte Morandi. 

Intanto, mentre il ministro “competente” dei Beni Culturali lancia la sua proposta per il rilancio del turismo, escludendo le visite di studiosi stranieri a musei, archivi e biblioteche, come la Statale di Lucca, stringendo un patto di ferro con Cassa Depositi e Prestiti, già attiva nel sostegno a catene alberghiere multinazionali, in Sardegna nel totale silenzio di stampa e rete, migliaia di cittadini sono costretti a scendere in piazza per battersi contro lo scempio a norma di legge di un provvedimento di carattere regionale in aperto conflitto con la normativa di tutela paesaggistica a carattere nazionale.

Intanto, mentre si segue con giubilo e entusiasmo il nuovo corso americano, gli stessi cittadini sardi, come quelli siciliani, in prima linea nel confronto nucleare tra le grandi potenze, protestano contro l’occupazione di suolo e la presenza dei maggiori poligoni per l’addestramento delle forze militari italiane e NATO, quelli di Salto di Quirra, Capo Teulada, Capo Frasca e Capo San Lorenzo, dove viene impiegato in esercitazioni a fuoco, circa l’80% delle bombe, delle testate missilistiche e dei proiettili impiegati nelle manovre militari dell’alleanza.

Intanto, mentre si fanno i primi conti delle colpe delle regioni, per quanto riguarda il pregresso, oltre al presente, e mentre continua senza nessun ripensamento la pratica di trasmissione di fondi e risorse, senza che venga esercitata nessuna forma di commissariamento ma neppure di controllo più vigile e condizionante, che magari assomigli all’occhiuta sorveglianza che ci riserva il soggetto extranazionale cui abbiamo ceduto la nostra sovranità, ad ogni incontro tra Governo ed Esecutivo le amministrazioni regionali avanzano nuove pretese, di maggiori competenze, di maggiori finanziamenti, di maggiore autonomia che mira  alla penalizzazione ulteriore del Mezzogiorno, allo smantellamento del salario sociale di classe, alla riproduzione dell’esercito industriale di riserva e alla privatizzazione dei servizi di assistenza, della scuola, dell’Università.

Intanto, mentre si ricorda sobriamente come un caro defunto il famiglia il “povero Pci”, vale anche la pena di ricordare che il suprematismo regionale che in Lombardia, in Veneto, in Emilia  ha prodotto un’escalation dei decessi per le influenze e per il Covid, grazie alla conclamata inadeguatezza dell’assistenza ospedaliera, era stato salutato dal governo di centro sinistra che ne 1999 aveva dato una spallata al sistema sanitario pubblico con una legge che regolava il “federalismo” trasferendo alle regioni il 20% (successivamente 25%) dell’Iva prodotta  nel Paese, attribuendo loro una maggiore compartecipazione all’accisa sulla benzina e un aumento dell’aliquota addizionale regionale, in qualità di risposta al malcontento  dei cittadini oppressi dal centralismo e come riconoscimento della qualità sociale di soggetti politici e amministrativi più vicini agli interessi della collettività.

Spesso vengo stigmatizzata per un eccesso nichilista di critica e un abuso catastrofista di biasimo,  ma sollevando gli occhi dal Pc, dalla tv, dalle fatture, dall’estratto conto, dalla lista di intimidazioni e ricatti che ci arriva ogni giorno, potremmo cominciare a guardare cosa c’è dietro agli “intanto”.


La Buoncostume del mondo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Se una volta erano i poliziotti del mondo, da ieri gli Usa ne sono diventati la Buoncostume.

Ce lo fa capire bene  il NYT con un affresco di Roger Cohen che  festeggia la fine dell’incubo e del primato dell’irrazionalità, ora “che, di colpo, c’è uno spazio mentale per pensare di nuovo”.

Gli fanno eco il Manifesto, che, nel giorno dei 100 anni del Pci, dedica la sua apertura alla celebrazione del “ripristino della democrazia” con foto del tandem trionfante, i giornali e la rete che ha seguito rapita lo show con le comparse uscite dal “Boss delle cerimonie”, in sgargianti falpalà, la bambina troppo cresciuta issata sul seggioline per recitare la poesia augurale al nonnino, la star sgangherata estratta temporaneamente da contesti trasgressivi, a ricordare l’happy birthday di Marylin, per alzare al cielo l’inno.

Sono tutti concordi – salvo 72 milioni di voti comunque attribuiti a quello che Cohen definisce l’impostore di genio, nostalgici come lui di un “qualche indefinito momento della grandezza americana, in cui i proprietari maschi bianchi comandavano da soli, le donne stavano a casa e il dominio globale degli Stati Uniti era incontrastato” – che con Biden inizia un nuovo corso della democrazia interrotta e vengono riaffermati codici morali.

È noioso ripetersi (ne avevo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/01/09/pastorale-americana/) ma tocca ancora una volta ricordare  che si tratta di quelli dell’ideologia del politicamente corretto, di un pluralismo di superficie grazie al quale è più appagante l’emancipazione culturale dell’autonomia politica, da quando si è imposta la convinzione che i diritti fondamentali, ormai conquistati prima di noi, sono inalienabili e si può comodamente passare a quelli “aggiuntivi”, quelli “civili” che non intralciano il sistema, e il cui accesso è negato o è ininfluente per chi non ha pane, tetto, parola. 

Così ormai si è disegnata un’anti- carta occidentale di valori a alto contenuto “estetico”, che con la sua narrazione e la sua spettacolarizzazione ispira  e sovrintende la creazione e affermazione di nuove élite, neo-liberal-con, più educate, più rinunciatarie, più adatte a fare proselitismo del fondamentalismo del mercato sotto i suoi stendardi arcobaleno.

Dopo secoli nei quali si è discusso dell’eterno conflitto etica capitalismo, morale e sviluppo, arriva a sistemare i casini del discutibile babau un esponente del progressivismo nelle vesti dell’apparentemente innocuo vegliardo e riesumare tutta la paccottiglia edificante dei padri pellegrini, dei fondatori, perlopiù avanzi di galera, di una società pronta a fornire occasioni formidabili a tutti, fuorché ai nativi, a integrare nel suo stile di vita gli aspiranti alla cittadinanza in una civiltà superiore, concessa a quelli che Malcom X definì i “negri da cortile”, oggi le donne che bucano, con le unghie e i denti dell’arrivismo machista, il soffitto di cristallo per sostituirsi a tracotanti maschi con inferiori standard di testosterone.

E infatti il primo segnale di questa moralizzazione è l’ingresso trionfale nella cerchia di governo insieme  ai finanzieri della Blackrock, la Roccia Nera, la più feroce e avida delle grandi corporation finanziarie, o insieme al capoccia della Monsanto, perfino della provvidenziale e propagandatissima transgender sottosegretaria alla Sanità, riconfermando così la profondità della voragine che divide economia e finanza, politica e pubblica amministrazione dalla società reale e perfino da quella parallela che ci viene mostrata.

E sebbene sarebbe consigliabile aspettare il primo bombardamento prima di formarsi un giudizio, si è fatto strada un unanime consenso per il “nuovo corso” segnato  secondo i commentatori da gesti epocali che sempre il NYT riassume così: “aderirà nuovamente all’Accordo di Parigi sul climate change; riaffermerà l’importanza dei valori americani, inclusa la difesa della democrazia e dei diritti umani…. rimetterà nel suo giusto posto la verità, di modo che la parola dell’America valga di nuovo qualcosa”.

E come?  ma è ovvio, secondo regole di dominio più moderne e accettabili. In effetti si è dimostrato più efficace l’azione della troika per smantellare la democrazia greca, per costringerla alla svendita dei suoi beni comuni, per farle rifiutare i prestiti russi e cinesi, perfino perché  uniformasse la forma e il peso delle pagnotte, allo scopo di favorire l’acquisto di pane precotto dalle major alimentari multinazionali, piuttosto delle sanguinose correità coi colonnelli.

A guardare i precedenti del vecchio “demiurgo” che dovrebbe ridare vigore alla democrazia americana quasi duecento anni dopo Tocqueville, non c’è da credere alla dismissione di quella componente  irrinunciabile dell’imperialismo fatta di energica convinzione tramite armi, associazione con tiranni sanguinari, repressione e stragi. E nemmeno all’abiura del suprematismo americano, ineducabile e irremovibile, che si dovrebbe realizzare attraverso, cito, la ricostruzione dei  “vacillanti rapporti con l’Unione europea e gli alleati in tutto il mondo”, sempre grazie alla Nato, all’infiltrazione in territori con invasioni commerciali sempre più esigue, a fronte di quelle di prodotti bellici come in Sardegna, Sicilia, per tener vivo il sogno di un Occidente dominante e della sua tirannia globale.

E difatti se l’elefante nella cristalliera aveva scelto come slogan: “Prima l’America”, Joe Biden ha gridato al pianeta ancora prima di mettere piede nello Studio Ovale che gli Stati Uniti “sono pronti a governare il mondo”. 

Per quello c’è da temere sempre qualche sussulto del bestione ferito dalla miseria nella quale sono sprofondati i ceti della middle class, dai senzatetto, dai barboni che piazzano provocatoriamente le loro coperte e i loro cartoni fuori dal Campidoglio.

Ma c’è da aver paura anche del pensiero unico dei satelliti  che non avendo saputo difendere le loro democrazie si accontentano delle imitazioni su Netflix, che temono l’ingovernabilità e la destabilizzazione preferendo l’immobilismo della paura e della coercizione, che credono alle balle spaziali spacciate da chi vorrebbe Assange in galera per 175 anni.


Italy on demand

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È proprio un vulcano di idee e, come per i vulcani appunto, sarebbe consigliabile starne lontano per non venir travolti dalla lava incandescente delle sue cazzate, o meglio sarebbe dire bullshit?

Perché un carattere irrinunciabile della filosofia e della comunicazione del ministro Franceschini è la passione per gli Usa e per il lo slang bassoimperiale, magari ritrasmesso con gli stilemi e gli accenti di altri due interpreti prestigiosi,  Mericoni e Rutelli, noto per aver compitato a stento il gobbo del pistolotto inneggiante al “giacimento”, alle miniere nostrane di bellezze e cultura da “sfruttare”, quelle che il detentore perenne del dicastero incaricato pensò di “valorizzare” a fini squisitamente turistici con una campagna intitolata Very Bello.

Mi capita spesso di tornare su questa figura di fantolino di quella provincia che da sempre è la fucina di una classe dirigente piccolo borghese che ha convertito in piccole virtù certi grandi vizi, ambizione, arrivismo, superficialità, spregiudicatezza, volubilità.

E non a caso si parla di lui, avvocatino dopo avvocatino, come aspirante a più alti destini, in virtù di una crisi alla quale, si mormora, avrebbe contribuito in veste di insider,  esibendo sotto traccia quella affaccendata abilità da mediatore che veniva coltivata nelle sue geografie di origine, per vendere maiali dei quali non si butta via niente proprio come per i beni culturali,  la stessa che dimostra in trattative con sponsor e mecenati coi quali ha capito che bisogna dimostrarsi cedevoli, quanto si deve invece essere intransigenti con tecnici, esperti, storici, lavoratori che non possiedono le necessarie qualità per imporre un brand e fare cassetta.

Che sia vero o no che ha scambiato una casacca con l’altra, è invece certo che si tratta di una creatura da Leopolda, con una vena speciale per la commercializzazione di tutto quel merchandising e di quella paccottiglia “ideale” che, sia pure con scarso riscontro elettorale,  ha contribuito invece accreditare un “pensierino” forte.

E’ quello dell’idolatria del mercato, della detenzione da parte di un ceto, superiore socialmente e dunque moralmente, della possibilità dinastica o di appartenenza di accentrare poteri decisionali, di delegittimare lo stato di diritto autorizzando corruzione e arbitrio a norma di legge,  della irriducibile subalternità all’amico americano, al suo stile di vita, al suo gergo, dell’ostinato atto di fede nell’Ue, nello schifiltoso disprezzo per il “popolo” che è lecito affamare offrendo in cambio cotillon al Colosseo, espropriare di beni e diritti elargendo mancette di consolazione, immeritevole com’è della bellezza che  è vantaggioso sfruttare o abbandonare in modo che il suo prezzo nell’outlet globale sia più conveniente per augusti compratori.

E difatti si tratta di un sacerdote della “valorizzazione” termine in voga per definire l’opera di moderna  razionalizzazione delle foreste amazzoniche abbattute per realizzare parquet esclusivi, per abituarci alla profittevole trasformazione del paesaggio della Sicilia in un lucrativo susseguirsi di campi da golf, per favorire la conversione di paesi e borghi in alberghi diffusi grazie al sostegno all’economia della multinazionale di B&B, sperimentata in via privata nella magione di famiglia, opportunamente “corretta” da casa vacanze in studentato, per ridurre tutela e salvaguardia a operazioni estemporanee di marketing.

Come succede a Pompei una volta di più minacciata  da un flusso magmatico ministeriale che offre spettacolari scoperte  a orologeria per celebrare il tandem tra titolare del dicastero e direttore ad interim del Parco Archeologico di Pompei,  come nel del “termopolio” già rivelatosi nel 2019 ma esibito in pubblica ostensione in occasione del Natale per nutrire l’immaginario dei fan dei masterchef frustrati dalle restrizioni,  ma soprattutto in non sorprendente coincidenza con le proteste del personale precario delle biglietterie senza cassa integrazione da mesi.

E non deve stupire, anche questo fa parte della concezione di ordine pubblico, quella che fa il camouflage ai grandi eventi e alle grandi opere infiltrate dalla criminalità, che lancia l’ipotesi di una Pompei smart-city per occultare nel percorso virtuale i crolli della mancata manutenzione, così come nasconde il martirio dei senza casa, senza lavoroe senza speranza del cratere del sisma dietro al repertorio di immaginette votive dei restauri prioritari al patrimonio ecclesiastico cui abbiamo  tutti doverosamente partecipato, in modo da consolidare il destino di quelle aree in  destinazioni del turismo sacro.  

Un ordine pubblico che si è arricchito della istanza sanitaria e dunque permette a un sindaco, quello di Venezia, di precettare le sovrintendenze restie per prolungare la chiusura dei musei civici limitando il rischio di pericolosi assembramenti davanti a Guardi e Canaletto, che consente a un governo che usa l’eccezionalità come cura salvavita  per tenere chiusi i rischiosi teatri ma aperti e esposti bus, tram, metro, che in maniera esplicita dichiara che il nostro patrimonio artistico e il nostro possiedono un’unica finalità e hanno un unico significato: quelli di prestarsi all’uso e all’abuso turistico e al consumo commerciale.  

E difatti, in modo che non ci siano dubbi,  abbiamo subito il sospirato avvio dell’aggiornamento del Colosseo in modo che possa ridiventare “un grande teatro popolare, dotato delle tecnologie più avanzate, montacarichi e complesse macchine di scena per dare vita agli spettacoli più emozionanti , cacce, combattimenti, per un periodo persino battaglie navali”, (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/12/26/hic-sunt-ladrones/ ), grazie all’incarico dato all’Invitalia di Arcuri per un bando da 18.5 milioni, con l’aggiunta di altra gara europea di importo di 411 mila euro per l’appalto del servizio di realizzazione e fornitura delle divise e dell’equipaggiamento da lavoro per il personale, che, per coerenza, potrebbero rievocare i costumi del Gladiatore, quello con Kirk Douglas.

E adesso con la dovuta solennità l’immarcescibile ministro lancia finalmente la promessa Netflix della cultura, la piattaforma digitale promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo insieme a Cassa Depositi e Prestiti e a Chili, per “supportare” il patrimonio artistico-culturale italiano con la realizzazione di “un palcoscenico virtuale” per estendere le platee e promuovere nuovi format per il teatro, l’opera, la musica, il cinema, la danza e ogni forma d’arte, live e on-demand, riservando forte attenzione ai nuovi talenti.

Seppellito l’arcaica formula del VeryBello già nel 2015 rinominata Very Flop, finalmente siamo approdati al più futurista e visionario  ITsArt che già dal nome vuole esprimere “la proiezione internazionale dell’iniziativa” e rimarcare, in forma inedita “lo stretto legame tra il nostro Paese e l’arte” partendo “da un concetto semplice e immediato che è al cuore del progetto: ‘Italy is art’ (l’Italia è arte)”. E lo si intuisce anche dal logo, che con una linea dinamica e moderna, quel punto davanti a It, sottolinea la vocazione digitale del progetto,  e che, con un richiamo al tricolore, evoca “l’italianità della sua visione”.  

 Gratta gratta,  alla fin fine il lieto annuncio riguarda in forma postuma la costituzione di una società per azioni, quelle buone che portano quattrini ai promotori, con Cassa Depositi e Prestiti in veste di socio maggioritario e Chili S.p.A., 88 dipendenti, oltre 30 dei quali saranno impegnati sullo sviluppo e la manutenzione dell’iniziativa, pensata e prodotta dall’immaginifico ministro insieme ai partner senza interpellare gli attori che dovrebbero muoversi sul “palcoscenico”.

Quanto all’impegno finanziario oltre ai 10 milioni previsti dal decreto Rilancio  , Cdp di suo ha versato 6,2 milioni, mentre Chili ha conferito in natura sei milioni di euro, un valore suddiviso in 5,5 milioni come sovrapprezzo e 490mila euro a titolo di capitale  mediante il conferimento della piattaforma tecnologica software di distribuzione di contenuti video e audio on demand, attraverso la quale saranno distribuiti i contenuti digitali culturali che includono prime di eventi e altri spettacoli teatrali, concerti, stagioni liriche, virtual tour e che, come è stato osservato, si pone in aperto conflitto con la funzione e il patrimonio multimediale sterminato della Rai.

 Più che privata la cultura, l’arte, la bellezza diventano intimiste così come il distanziamento sanitario è diventato sociale. Potremo goderceli comodamente da casa, tramite app, sul Pc o in televisione con un modesto canone, necessariamente obbligatorio come  ogni forma di obbedienza e appartenenza responsabile alla società. E allora non possiamo che augurarci che l’arrivo dell’intelligenza artificiale cancelli dal Bel Paese tanti malfattori naturali.


Invettive

Se proprio devo dirlo in questo sconquasso , in questo fine di mondo, quelli che mi repellono più di tutti non sono certo le comparse con le corna espressione di quel folklore americano che tanto ci piace nei film o nelle canzoni e che è sciamato per un attimo tra i palazzi del potere, ma che è assolutamente visibile anche nelle manifestazioni Blm. No sono i chierichetti inconsapevoli del neoliberismo, quelli che cantano sempre messa senza sapere cosa vogliano dire le formule che con tanto ottuso candore ripetono, quei cuor di leone che sono corsi alla tastiera per “difendere la democrazia americana” contro i “golpisti” veri o presunti di Trump. La democrazia americana  era invece defunta non solo per i brogli  che evidentemente stanno bene a questi difensori di formalismo senza sostanza, ma anche perché da molti  anni l’oligarchia del denaro è riuscita a determinare interamente il discorso pubblico, la sua direzione, i suoi scopi, a creare storie assurde come il Russia gate, favole senza alcuna consistenza, illusionismi, ologrammi tenuti in vita da costosi meccanismi di proiezione sugli schermi mentali e insomma  un complesso manipolatorio che impedisce la reale vita della democrazia. E’ quasi impossibile fare l’elenco di ciò che abbiamo dovuto subire in questi anni dagli ” angeli” siriani, ai gas utilizzati  -come si è poi scoperto – dai terroristi e non da Assad, alle campagne contro il Venezuela, alle menzogne continuate della Nato, all’assurda dinamica di certi attentati, alla vergognosa  prigionia di Assange così grata ai giornaloni – giornalacci, ai presunti tentativi di Putin di assassinare gente che non conta nulla, senza mai riuscirci, una farsa veramente indegna nella stessa misura in cui è ridicola e infine il Corona Gates che ci tiene inutilmente prigionieri oggi e ci terrà disoccupati domani a fronte di dati visibilmente manipolati. Si, costoro sono in grado di mentire in eterno nella misura in cui una piccola borghesia privilegiata o che tale si ritiene vuole in eterno mentire a stessa, che agisce come una macchina di Turing che fa andare avanti e indietro un nastro con scritte le parole del tempo, populismo, sovranismo, agenda globale, accoglienza, fake news, negazionismo, complottismo, democrazia, stato di diritto  e quant’altro che scorrono avanti e indietro, senza mai minimamente affrontare l’ Entscheidungsproblem della politica.  Come le borse in rapido ed entusiastico  rialzo dopo i fatti di Washington dimostra.

Ecco di fronte a tutto questo, a queste folle variopinte, incazzate, ingenue, rozze ed inermi sino alla violenza, mi viene in mente Pasolini e l’inversione di quell’articolo -poesia  in difesa dei poliziotti dopo gli scontri di Valle Giulia nel ’68:  figli di proletari contro gli studenti della buona borghesia che in realtà non stavano facendo alcuna rivoluzione, ma una guerra civile generazionale, un conflitto con i padri. Era una interpretazione assolutamente realistica e più lucida di molte altre che sono giunte decenni dopo, ma insomma quell’accreditare i meccanismi repressivi dello Stato in virtù dell’estrazione sociale o di classe mi pareva retorica oltre che sorprendente visti i guai di Pasolini con la polizia. Eppure adesso mi sento, sia pure in tutt’altro  contesto di invertire il discorso e di fare il tifo per quella società povera e sempre più proletarizzata, che ha un senso solo per riprodurre il consumo, che si sente derisa e colpita nei suoi diritti e nelle sue speranze, nelle conquiste che parevano ormai acquisite, che sciama per le strade e odia i palazzi del potere e le loro strutture reali. Poco importa che indossi un gilet giallo o si metta le corna o non abbia letto l’ultimo risvolto di copertina, suprema prova di appartenenza alla civiltà del nulla, o che appaia rozzo: esso è esasperato dalla strategia delle mistificazioni e dei linciaggi su bit e su carta di giornale, offesa dalla mancanza quasi pneumatica di argomenti che non siano le frasi rituali che sono la maledizione del futuro e che  fanno la la gioia di “postfascisti”, sindacati gialli, giornalisti da talk-show, commentatori pavloviani. Da quel culturame  che ha ridotto a prodotti light e rimacinati a pietra anche i corsari, gli eretici, i rivoluzionari. Compreso ovviamente anche Pasolini che tanto per dire fu attaccato al tempo per la sua omosessualità persino dal Manifesto che oggi è tutto casa e gender.

Non mi interessa che siano folclorici, rozzi e ignoranti, che esprimano male il loro disagio o anche in maniera sbagliata perché attraverso di loro passa il conflitto sociale che è del tutto scomparso dal discorso pubblico, messo sotto il tappeto, soffocato, zittito, oscurato da mitologie fasulle e che naturalmente viene demonizzato non appena mette fuori la testa.  Essi sono la prova che il mondo non è ancora morto, non ancora del tutto conquistato e naturalmente essi attirano il risentimento  di chi non sa essere così grezzo, così goffo, non avendo mai provato la spietata eleganza della necessità. Essi vengono deplorati e odiati dai probi difensori di una democrazia che non esiste se non come scenario dello spettacolo pubblico e dunque difensori solo del potere. A loro direi con i versi di Pasolini ” i vostri adulatori non vi dicono la banale verità: che siete una nuova specie idealista di qualunquisti”.


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