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La lezione dello Yemen

People stand by part of a Saudi fighter jet found in Bani Harith district north of Yemen's capital SanaaI media mainstream sono impegnati con tutte loro forze a nascondere l’ennesima carneficina occidentale, quella dello Yemen, condotta grottescamente in nome della guerra al terrorismo, ma essa stessa terrorismo puro per interposta Arabia Saudita, salvo azioni dirette degli Usa e armamenti da tutto il vecchio continente, Italia compresa. Secondo le stesse edulcorate cifre dell’Onu in un anno e mezzo ci sarebbero stati fino a 10 mila moti tra la popolazione civile a causa dei bombardamenti sauditi e americani operati anche con le cluster bomb che sarebbero vietate. Però il silenzio sostanziale su questa guerra non serve solo a nascondere il vero volto della “Nato allargata”, a mettere un cerotto sulle deboli, disorientate opinioni pubbliche occidentali sempre e comunque disposte all’ipocrisia, ma anche a non dover spiegare in qualche modo la straordinaria resistenza dei cosiddetti ribelli  Huthi, che si trovano a combattere contro un apparato bellico gigantesco e aggiornatissimo.

Come si sa l’Arabia Saudita è il più grande acquirente di armi al mondo, possiede oltre mille aerei da combattimento, una selva di batterie di Hawk  e di Patriot di ultima generazione ovvero i Pac 3, sofisticati sistemi di guerra elettronica per non parlare di centinaia di carri armati e di mezzi terrestri o dell’appoggio che possono dare la decina abbondante di basi Usa presenti nel Paese. Eppure non passa settimana che qualche caccia non venga abbattuto, qualche reparto saudita non si dia alla fuga, che qualche base aeronavale di Riad non venga colpita, che qualche nave non salti in aria in mare aperto o che venga distrutta qualche sede di comando. Come fanno i ribelli a disporre di armi così micidiali da forare le difese innalzate dalla tecnologia occidentale? In effetti si tratta di armi molto vecchie, i Sam 2 che in Russia vengono usati solo come bersagli o gli ancora più antichi Tocka U, tutti missili che a suo tempo i cinesi perfezionarono sostituendo il carburante liquido con quello solido, vendendoli poi all’Iran che gli ha ulteriormente sviluppati, aumentandone la gittata e che adesso sono finiti in Yemen.

Eppure questi vecchi ordigni colpiscono a distanza di centinaia di chilometri superando agevolmente le batterie antimissile sparse sul loro cammino: proprio perché si basano sui vecchi sistemi inerziali senza bisogno di satelliti e gps sono pressoché  invulnerabili alle misure elettroniche, possono cambiare rotta all’improvviso mandando in tilt i calcolatori di tiro: tutte tecnologie che nei vecchi missili in Yemen sono il massimo della loro epoca, ma che in Russia e in altre parti del mondo sono molto progredite e divenute estremamente sofisticate come nei Kalibr russi, quelli lanciati dal Mar Caspio contro l’Isis che hanno stupefatto il Pentagono il quale non immaginava la presenza di simili armi per di più montate su vascelli di piccola stazza. Di fatto quel giorno è tramontata l’era delle portaerei. Ora dal momento che il primo atto della guerra globale sarebbe certamente il reciproco annientamento delle reti satellitari, campo nel quale  russi e cinesi sono molto più attrezzati degli occidentali tanto per gradire, la parte avversa alla Nato godrebbe  di una innegabile superiorità.

Tutta questa pappardella bellica per dire che l’occidente – non parlo solo dell’uomo della strada sottoposto a un bagno integrale di suggestioni, ma delle stesse elites – si va cullando nell’idea di una propria schiacciante superiorità che finisce per favorire ogni avventura, quella Ucraina come quella siriana, tanto per fare qualche esempio. Persino i notisti più critici finiscono per darla come scontata nonostante le lezioni ricevute a partire dalla guerra di Corea , mentre in realtà le cose sono molto più complicate e molto meno favorevoli di quanto non riveli la conta delle armi, degli uomini e dei bilanci che ora si vogliono persino gonfiare su ordine del Pentagono, togliendo risorse vitali ai Paesi europei, costretti a fare da ascari. Mi chiedo se una visione più realistica delle cose  non indurrebbe ad opporsi allo stato di guerra tiepida con la  quale le elites occidentali a guida Usa cercano di distrarre i loro cittadini dalla rapina di diritti e di risorse. Se, per esempio, gli schieramenti di truppe Usa  ai confini russi invece di essere salutati con le fanfare venissero considerati per come sono cioè come una stupida provocazione e un azzardo inutile, forse alcune cose cambierebbero anche nella politica interna dei Paesi europei. Se insomma per una volta e per un’ottima ragione la paura operasse contro le elites invece di esserne l’alleata, molte porcherie potrebbero essere fermate.

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Dalla Siria agli Usa per la “crescita”

d36c7832bde630e6b506ea4f2afeffe3-kfgc-u43110907790032ueb-1224x916corriere-web-sezioni-593x443Non volendo, anzi essendo ideologicamente impossibilitata ad accorgersene, la tele- imperiale Cnn, ha fornito uno spaccato del neoliberismo, della grottesca logica in cui agisce e dell’incapacità delle persone di denudare lo scarno feticcio che si nasconde dietro abiti firmati nelle accademie anglosassoni. Per carità è un esempio minimo, ma significativo dell’idiozia contemporanea. Dunque dopo lo stop temporaneo di Trump all’immigrazione da sette Paesi musulmani, ecco che i media legati al vecchio asse di potere cercano di battere sul chiodo e dare spazio all’ “opposizione”:  così la Cnn si dirige sul Vermont e fa una sosta a Rutland dove il sindaco Chris Louras sta cercando di fare del piccolo centro una sorta di capitale per i rifugiati siriani, con un primo progetto per accogliere 25 famiglie entro l’anno.

E’ fin troppo chiaro che i rifugiati siriani in grado di essere comodamente trasportati in Usa sono stati attentamente selezionati dai servizi di intelligence e come è successo per tante piccole comunità dell’est europeo prima, poi dell’asia sud orientale  e infine del medio oriente, si cerca di farne degli strumenti di pressione e di influenza sui Paesi di origine. Questo significa in qualche modo anche soldi, magari qualche agente in più, magari l’ufficetto di un’agenzia governativa e via dicendo, insomma un’occasione per fare “la cosa giusta” come ha detto il primo cittadino e nel contempo ricavarci pure qualcosa. Ma il sindaco ha in mente altro e come ha rivelato ai microfoni della Cnn la sua insistenza per accogliere il centinaio di siriani buttati fuori dal loro Paese grazie a Washington, va oltre queste miserabili considerazioni: il fatto è che Rutland dove esistono cave di marmo e di altri materiali da costruzione di pregio, ha un tasso di disoccupazione del 3%, il che rende difficile alle imprese i ricatti occupazionali e la corsa al ribasso dei salari. Accogliendo invece i siriani ecco che si riapre il mercato, che dalla guerra nel deserto si apre la guerra tra poveri e dunque – come ha detto il sindaco – può “ripartire la crescita”.

Raramente si possono ascoltare parole così chiare su ciò che di più oscuro sta avvenendo in occidente: la crescita viene vista come legata direttamente all’impoverimento della gente essendo essa solo quella dei ricchi.  Più chiaro di così si muore. Ed è ancora più chiaro il rapporto che si è creato in Usa tra lavoro, guerra e società oligarchica. Parecchi dei tycoon fabbricano armi rastrellando di fatto la metà delle risorse pubbliche, spingendo tramite le loro lobby a guerre che a loro volta giustificano e impongono nuovi armamenti: un circolo vizioso che non permette alcun tipo di welfare e pochi interventi pubblici, che vede allargarsi la platea dei poveri, precipitare la dinamica dei salari, costringendo così le amministrazioni legali, in chiaro scuro con lo “stato profondo,”ad affidarsi alla finanza delle bolle per tenere alti i consumi e alla potenza militare per sostenere le proprie multinazionali e per dare centralità al dollaro senza la quale il sistema crollerebbe più rapidamente delle due torri.

Insomma per la creazione di un ricco che è poi l’oggetto teorico del neoliberismo, occorre impoverire e di fatto schiavizzare un enorme numero di persone. Quindi rendiamoci conto di quanto sia imperdibile l’occasione di sfruttare gli effetti collaterali di una guerra per dare vita a questo meccanismo anche dove per una disgraziata serie di circostanze esso non si sia ancora innestato. Si può perdere l’opportunità di fare la “cosa giusta”, tanto giusta da poter dichiarare apertamente che la crescita passa per l’aumento del ricatto occupazionale e dunque l’abbassamento dei salari? C’è da chiedersi se il progressista sia il sindaco soccorrevole o i suoi oppositori ferocemente contrari agli immigrati. Ma soprattutto che razza di mondo è quello in cui viviamo.


Ue in decostruzione

5-torre-di-babele-e-ponte-di-messina-2011Alle volte, lo confesso, riesco a trovare motivo di compiacimento in mezzo al dramma: accade quando qualche previsione si realizza dandomi la speranza che anche la dissoluzione dell’era contemporanea col suo alto tasso di idiozia intellettuale, politica e morale, sia ormai definitivamente cominciata. Uno dei motivi per cui avevo fatto il tifo per Trump era che il personaggio nella sua spontanea rozzezza avrebbe finito per decostruire in poco tempo l’immagine dell’America messa in piedi a forza di negazioni, bugie, silenzi, distorsioni, riti political correct, quella che faceva l’esatto contrario di quanto ufficialmente predicava, ponendosi così alla testa di un era della narrazione al riparo della quale le elites di potere globale hanno messo mano allo scasso della democrazia e più ancora all’idea di progresso sociale.

E infatti adesso abbiamo gli Usa senza infingimenti, senza decorazioni retoriche in similoro o in similnero: protervi nella difesa assoluta delle rendite di posizione, violenti, sempre alla cova di un razzismo originario, inaffidabili come amici, opachi come padroni. Abbiamo gli Usa che ci chiedono di portare a 100 milioni al giorno le spese militari come vassallatico, strappando questi soldi ai nostri salari, ai nostri diritti, al nostro welfare per conferirli direttamente alle industrie belliche degli States, imposizione già arrivata ma questa volta paradossalmente in nome di un’alleanza che secondo lo stesso richiedente è ormai obsoleta; gli accordi con l’Iran sono stati stracciati dal giorno alla notte come se, tra l’altro, essi fossero stati presi solo dagli Usa; si continua a foraggiare Poroshenko e i suoi nazisti, a mandare soldati in Africa per sostenere i propri regimi, a fare la guerra in Siria. E infine il neo presidente si prende beffe della Ue a guida tedesca invece di fingere la più alta considerazione come passato. La realtà rimane la stessa, ma Trump ne sta cambiando la percezione illusoria: la globalizzazione voluta da un’elite tesa all’affermazione dell’oligarchia non va più bene quando rischia di relativizzare gli Usa e quindi il tycoon si libera di qualche zavorra neoliberista pur di evitare la discesa inarrestabile della mongolfiera a stelle strisce.

E’ bastato questo, uno strappo della narrazione dall’alto, venuta direttamente dal padrone, per cambiare quasi tutto nell’atmosfera atona e allo stesso tempo feroce della Ue: ciò che fino a ieri era tabù diventa proposta come l’Europa a molte velocità divenuta la nuova filosofia della Merkel; dopo aver letteralmente massacrato la Grecia perché non uscisse dall’euro, ora ci si appresta a sbatterla fuori dalla moneta unica. E sono due esempi di come si sia aperto il pozzo della realtà: l’Ue già prima era una costruzione incerta dove era permesso ad alcuni di Paesi di fare concorrenza fiscale agli altri, dove il surplus commerciale tedesco, ben oltre le regole, era accettato tranquillamente, dove gli sforamenti della Francia oltre il 3 per cento del deficit venivano tranquillamente permessi, dove alcuni Paesi potevano non accettare le sentenze della Corte europea di giustizia, dove la Bce poteva infrangere le regole bancarie per favorire Deutsche Bank e via dicendo, mentre chi ha fatto le spese di tutto questo sono stati i Paesi mediterranei i cui ceti politici erano più fragili e avvinti nelle spirali del capitalismo  di relazione, di lotto e di salotto.

Del resto quelle regole, imposte proprio dall’affrettata creazione della moneta unica, in realtà contraddicevano il senso stesso dell’Unione, né avevano un significato economico, ma erano solo gli strumenti per indurre cambiamenti politici in senso reazionario: una volta venuto meno, per disaccordi in famiglia, lo sbirro globalista d’oltre oceano che faceva da sostegno, tutta la costruzione continentale comincia a rivelarsi un terribile e drammatico pasticcio. Bisognerebbe prendere atto della situazione e approfittarne perché almeno tutto questo serva a imporre le condizioni di un’amichevole quanto profonda ristrutturazione dell’edificio, senza aspettare che l’insensatezza di fondo, assieme allo scontro di interessi o al loro perseguimento senza tregua, porti a un crollo improvviso e catastrofico. Purtroppo mai come in questo caso è il condizionale la vera e concreta antipolitica.


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