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Roulette russa con la tempia degli altri

obbligazioni-mps-1Oggi voglio divertirmi a ritornare indietro nel tempo, addirittura a più di un secolo fa, alla primavera del 1915, quella in cui entrammo nella grande guerra e per giunta dalla parte opposta rispetto alle alleanze siglate in precedenza, mettendo una pietra tombale sulla credibilità del Paese. Bene in quella primavera nella quale ci si era appena ripresi dal più forte terremoto mai avvenuto in Abruzzo e che aveva fatto 30 mila morti di cui 10 mila solo ad Avezzano  le cose stavano così: i socialisti in nome dell’internazionalismo si opponevano ad entrare nel grande massacro in cui lavoratori di diversi Paesi si sarebbero scannati fra di loro; i cattolici con alla testa Benedetto XV erano generalmente contrari alla guerra sia perché originata all’individualismo liberale, sia anche perché parteggiavano istintivamente per una potenza cattolica come l’Austria la quale poteva rappresentare un valido sostegno contro la laicità moderna incarnata dalla Francia anticlericale e repubblicana; anche Giolitti socialdemocratico in nuce, che aveva ancora parecchio seguito nel Paese era contrario alla guerra perché riteneva l’Italia del tutto impreparata a un conflitto di quelle dimensioni. Dunque la stragrande maggioranza degli italiani era contraria all’entrata in guerra, ma tutto fu inutile contro la volontà dell’elite di comando, compresa la fortissima pressione della Germania sull’Austria perché cedesse il Trentino e dichiarasse Trieste città libera.

Ma allora chi voleva a tutti i costi la guerra? A parte qualche “socialista” alla Mussolini o  qualche esaltato come D’Annunzio o i futuristi, per prima cosa gli industriali e la borghesia afferente che si raccoglieva attorno all’area lombardo torinese, perché nel conflitto vedevano ottimi affari e con quelli maggior potere. E poi i liberal conservatori con forti venature massoniche che si erano artatamente intestati gli ideali risorgimentali, nonostante Mazzini non c’entrasse proprio niente con loro, tanto poco che gli impedirono di diventare deputato annullando per due volte la sua elezione nel collegio di Messina. Pure la casa reale, in un primo tempo titubante e per giunta in affari con compagnie britanniche, si era decisa per la guerra soprattutto dopo che le sconfitte austriache sul fronte orientale sembravano far sperare in un conflitto più facile del previsto e con promesse di gloria per Vittorio Emanuele III. Insomma a favore della guerra era proprio quell’ambiente cosmopolita ed elitario che oggi chiameremmo globalista, il quale in teoria l’avrebbe dovuta aborrire e questo, mutatis mutandis, vale un po’ per tutti gli altri belligeranti. Ma  alla fine di 40 anni di pace ininterrotta in Europa, scontata dalle popolazioni coloniali degli altri continenti,  le lotte sociali si erano inasprite e la razza padrona riteneva che la guerra potesse essere una buona occasione per ristabilire l’ordine che vedeva compromesso e magari acquisire nuove rendite.

Questo in realtà non è un salto nel passato, ma un ritorno al futuro perché il medesimo impasto di tensioni e di condizioni si sta riproponendo oggi, sia pure sotto forme aggiornate, ma ancora ben riconoscibili: sanzioni, riarmo e aumento delle spese militari, distruzione del diritto internazionale, tentativi di sovvertimento dei governi scomodi o non troppo accomodanti, l’assalto politico-militare ai Paesi con risorse naturali come il Venezuela e l’Iran e non facilmente penetrabili da multinazionali di ogni settore il cui potere è diventato immenso, desiderio di instaurare una nuova era di disuguaglianza in nome del mercato e del profitto, ma anche tentativi di ribellione, crescita esponenziale di nuove potenze economiche, sfilacciamento e crisi delle istituzioni create per favorire l’ordine nuovo liberista. Le elites occidentali si sentono sull’orlo del disastro e la loro tracotanza è quella della paura tanto da aver ormai inserito la guerra globale tra le opzioni praticabili perché i suoi effetti per così dire maltusiani, oltre alla enorme distruzione di mezzi  di produzione potrebbe consentire di tornare a una sorta di punto zero.  Oddio con qualche titubanza: il futurologo Douglas Rushkoff, racconta di essere stato chiamato e profumatamente pagato da alcuni iper ricchi a una consulenza privata e immaginava che gli chiedessero di investimenti e affari a lungo termine. Invece le domande, anzi la domanda posta era sempre: “Cosa faremo quando il denaro non varrà più nulla?” Vabbè che si tratta di americani e che non fanno direttamente parte della squadra di comando, nondimeno questo folclore milionario dimostra l’atmosfera da fine epoca che regna fra la classe dominante.

Ma come sempre nessuno pensa che possa succedere davvero e in qualche modo si presta al gioco che ha come sbocco il conflitto generalizzato. Tollerare cinicamente o per illusione di correttezza  i nazisti ucraini, le imprese di Guaidò in Venezuela, il terrorismo di marca occidentale in Medio Oriente, essere d’accordo le sanzioni contro la Russia o con i dazi punitivi e i diktat significa appunto entrare nella corrente che porta alla guerra senza nemmeno accorgersene, senza capire che c’è chi gioca alla roulette russa con la tempia degli altri. Finché non sarà troppo tardi.

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Le verità dei bugiardi

D6NfhoXWwAAZAMuI pasionari italiani dell’Europa o per meglio dire le maestranze del potere continentale, muratori e capimastro, si sono raccolti in mistica assemblea alla presentazione di un libercolo di David Parenzo, il cui titolo la dice lunga sul raffinato uso della lingua che gli ha consentito di ascendere da un qualsiasi bar sport dove si esagera con i bianchetti, alla notorietà televisiva: “I falsari. Come l’Unione europea è diventata il nemico perfetto per la politica italiana”. Certo è curioso vedere come questa banda di compulsivi spacciatori di balle e di luci in fondo al tunnel, si arroghi il diritto di essere detentrice di una qualunque verità, visto che i presenti, da Monti a Ferrara, alla Bonino, allo stesso autore, sono in qualche modo dei falsi di se stessi, il grande economista per virtù di aulica discendenza bancaria, l’intelligente per definizione che non ha mai detto una cosa intelligente, la grande libertaria che nel 99 pur di conservarsi la poltroncina voleva fare gruppo unico con Le Pen e si è fatta eleggere con Berlusconi per finire con la beceraggine assoluta del salotto spacciata per libertà.  Sono stati i bluff del Paese per troppo tempo, ma sono ancora lì e per giunta a cianciare di verità tra applausi insensati e fischi  dai loro antagonisti che non sono certo meglio e che collaborano con la loro inutile e miserabile batracomiomachia a confondere e a distrarre.

Ma il loro vizio, quello di apparire e di parlare, è anche la loro debolezza, perché non appena l’orizzonte si amplia, cadono al suolo visto che le loro intelligenze di cera si sciolgono non appena ci si allontana dal terra terra, dal luogo comune, dallo slogan: questo consesso di cortigiani brusseleschi per sostenere la Ue alla fine non ha trovato argomento migliore che sostenere come la fine dell’unione significherebbe immediatamente rischio di guerra. Viene insomma agitato  un vecchio spettro che nelle nuove logiche globali non ha alcun senso, ma che tuttavia è l’unica cosa da dire perché notoriamente le cose che si dovrebbero dire sono tenute nascoste, come ha ampiamente confessato il vicedirettore del Corriere della Sera. Ci sarebbe inoltre da chiedersi perché dopo 40 anni di unione si possa tornare agli antagonismi tra Paesi come se tutto questo tempo fosse trascorso invano, non avesse lasciato traccia di sé, non avesse cambiato nulla o addirittura avesse peggiorato le cose. In realtà proprio il disegno europeo in funzione dell’ordine neoliberista sotto sorveglianza tedesca non è stato altro che una doppia guerra sotterranea condotta per l’egemonia dal centro del continente  contro la sua periferia e dalle elites contro i ceti popolari.  Quindi anche concedendo una chance all’insostenibile banalità del consesso e del suo sterile dibattito occorrerebbe concluderne che in realtà è stata proprio la modalità monetaria ed elitaria della costruzione europea ad accendere ostilità profonde di cui ora si teme il riesplodere.

Del resto, allargando il campo è chiaro che il neoliberismo assediato dalle proprie contraddizioni, dal millantato credito di promesse insostenibili, ha nelle sue prospettive proprio la guerra come rigenerazione di un’economia in rotta di collisione con la ragione. Che proprio questi seguaci si approprino dell’allarme anche perché non sanno più cosa dire e sono costretti a ripetere all’infinito la loro canzone, è paradossale. Anzi è avvilente perché queste elites nostrane che vorrebbero somigliare a quelle del nord europa e aspirano ad  essere cittadine del mondo, dimostrano nel loro maldestro tentativo di imitazione tutto il loro patetico provincialismo da Arlecchini. Si avvinghiamo al palo della guerra come ballerine di burlesque perché sanno che dietro non hanno nulla dire o comunque nulla da poter dire, esibiscono pensierini infantili come fossero portatori dell’unica maturità possibile. Sono drammaticamente ridicoli.


Elisir di Giovinezza

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Fidel Castro a 33 anni diventa il lidèr maximo di Cuba, Trockij, classe 1879, è già presidente del soviet di Pietrogrado,  durante le rivoluzioni del 1905 e 1917. Mazzini, del 1805, viene arrestato e detenuto nella Fortezza del Priamar nel 1830. Cavour, nato nel 1810 fu ministro del Regno di Sardegna dal 1850  al 1852, e poi presidente del Consiglio dei ministri dal 1852. Schopenhauer (anno di nascita 1788)  pubblica nel 1818 Il mondo come volontà e rappresentazione. Aggiungo come modesta postilla personale che mio papà perseguitato come antifascista e ebreo, entrò nelle file della Resistenza a 27 anni, dove assunse un ruolo di comando per via dell’età non proprio giovanile, e a 29 fu tra i fondatori del Mup insieme a Pertini (anno di nascita 1896, medaglia d’argento al valor militare 1917, primo arresto nel 1925).

Non sto dando i numeri, osservo che deve essere successo qualcosa nella percezione del tempo delle nostre esistenze se Renzi presidente del consiglio a 39 anni fu salutato come un enfant prodige, se Macron  quarantenne  all’Eliseo pare Mozart, se l’unica discolpa per  le dissennatezze dei ministri, del recente passato e attuali, consiste nella giovanile intemperanza.

Perché se è vero che per certi geni precoci valgono la vocazione e il talento, per i frutti dello studio, dell’applicazione e dell’impegno della ragione,  pare ormai che si debba aspettare che le giovani leve abbiano i capelli bianchi e il barbone di Marx (che a 25 anni scrive Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico e propone la prima definizione del comunismo come  «la vera risoluzione dell’antagonismo fra esistenza ed essenza, tra oggettivazione e autoaffermazione, tra libertà e necessità, tra l’individuo e la specie»).

Proviamo a fare qualche ipotesi.  Sarà forse che la durata protratta della vita, uno dei successi della faccia buona del progresso, procrastina lo sviluppo, la maturazione e il compimento del pensiero e del sapere.  Sarà che siamo distratti e probabilmente alienati dall’eccesso di suggestioni cui siamo sottoposti. Sarà che la Bocconi, la Luiss e i master a Londra si sono rivelate fucine meno produttive e terreni di coltura meno fertili di quanto la nostra contemporaneità e la complessità che la caratterizza richiederebbero.  Sarà che il genio cresce meglio negli stenti e che il benessere goduto e poi perduto ha viziato e in seguito frustrato la nostra bella gioventù, anche se a ben guardare i talenti di cui sopra sono rampolli delle classi agiate e acculturate. Sarà che adulti accidiosi e stanchi hanno dato le dimissioni senza preparare la staffetta se non per lettori volonterosi del Manuale delle Giovani marmotte. E non sarà che avevano ragione le ministre del governo tecnico – sia pure tutte possedute da un insensato e illimitato amor materno – che il nostro è un Paese che i ragazzi li tiene nella bambagia, bamboccioni e choosy, che si dovrebbe metterli alla prova in vista del loro futuro di sfruttati, come vorrebbe Poletti (salvo la loro prole) con un sano e fattivo avvicendamento scuola lavoro, con le viarie tipologie di lavoro minorile, dalla raccolta della frutta come tirocinio estivo al volontariato nell’expo, appena svezzati da qualche Erasmus?

In un continuo rimpallarsi di responsabilità e colpe, tra società e famiglie, tv e altre cattive maestre di nome e di fatto, informazione e rete, scuola pubblica e istruzione privata, professori demotivati e genitori che li menano se solo osano assolvere il loro incarico pedagogico, docenti repressivi e fan di ritorno di Don Milani che cercano di accattivarsi le simpatie di manigoldi in erba, meritevoli di indulgenza collettiva per le colpe del sistema che li ha fatti nascere e crescere disuguali,  si perde di vista che tutto pare concorra  a persuaderci che anche senza lavoro, senza futuro, senza tetto sulla testa, senza garanzie e senza diritti, e anche se non costituisce più il target di punto dei consumi, la giovinezza sia l’età dell’oro della nostra esistenza. Che  ci rende intoccabili come divinità, anche nella veste di marionette di moda, o nelle fattezze di icone negative per fashion victim.

E che è quindi consigliabile protrarla il più possibile questa epoca della nostra vita, nella quale è lecita la paghetta, si è perdonati per il cattivo rendimento, non si è tenuti a rendere conto di ritardi e mancanze se non a tolleranti capostipiti, grazie alla quale si assurge a ruoli di leadership e a reputazione di guida se si viene estemporaneamente ma non sorprendentemente ricevuti dall’imperatore con tutti gli onori, invece di gridare che è nudo. Così è tutto un concorrere a allungarla questa età felice, grazie a svariati parcheggi, a innumerevoli prove generali in attesa della prima, a indecenti e costose aree di sosta pagate da nonni e genitori che sperano di distrarre le creature anche di una trentina d’anni da una prospettiva di futuro convertita da aspettativa in minaccia, colpevolizzati per aver voluto e avuto troppo e che si pentono per non aver seguito i comandi non scritti delle dinastie, Buddenbrook compresi, che si erano assunti l’onere di trasmettere un patrimonio accresciuto rispetto a quello ricevuto.

Qualcuno, cui non basta un’organizzazione del lavoro che sta creando eserciti di forza lavoro precaria, ricattata, impreparata anche se superspecializzata, da spostare di qua e di là come il padrone vuole, pensa che a mettere ordine ci vorrebbe una bella guerra, che tra l’altro rimetterebbe in modo l’economia in vista della relativa e fruttuosa ricostruzione.

Non vuol sapere o non vuol dirci che la guerra è già dichiarata:  pochi che possiedono tutto contro sfruttati che non possiedono e non possiederanno mai nulla, che ci sono prima file che cadono già sotto le fucilate, come nelle battaglie dei secoli scorsi, o nei barconi, o nei lager del deserto in attesa di una fuga proibita, o nelle fabbriche che producono per noi “valorizzando” le loro risorse, o nelle miniere o nelle foreste abbattute per il nostro parquet. Grazie a quel qualcuno ci lamentiamo che giovani, ancora più giovani dei nostri figli, vogliano venire in Europa a cercar salvezza o addirittura, che scandalo!, fortuna, che siano così numerosi e dunque minacciosi, nei gommoni, nei centri di accoglienza, colpevoli già all’origine di non restarsene a casa loro dove potremmo aiutarli tenendoli come schiavi, facendo raccogliere cotone o succhiare petrolio o scavare smerarli o crepare di fame.

Mentre piangiamo calde lacrime per i nostri virgulti costretti in business class a andare a cercare la dovuta implementazione dei loro talenti e delle loro vocazioni, compiacendoci se si pagano l’abbonamento a Tim con qualche lavoretto in pizzeria rubato a pachistani e cingalesi, spesso plurilaureati di facile accontentatura ma colpevoli di carnagioni troppo eloquenti, rimuovendo con noi stessi l’eventualità non remota che non sia un’occupazione a tempo, che rientri in quei lavoro alla spina che saranno obbligati a assolvere, se gli va bene, fino a 50 anni (età nella quale Tolstoij  aveva scritto Guerra e Pace e Anna Karenina), e che sia pure con idiomi e colori più integrabili, ormai siamo anche noi retrocessi a terzo mondo tollerato solo proporzionalmente alla nostra volontà di sottomissione.

D’altra parte come potrebbero essere maturi, coscienti, consapevoli i nuovi nati di un popolo che è stato oggetto di un processo di infantilizzazione, per punirlo come un ragazzino capriccioso che ha vissuto al di sopra delle possibilità garantite dalla paghetta, per il quale conta di più la scuola della vita esibita nelle referenze su Facebook, dell’istruzione pubblica penalizzata e svalutata, che ha assecondato la sua conversione da cittadino a consumatore, ignaro che avrebbe perso anche questo status, che si è fatto convincere che diplomi e lauree siano necessari solo per sfigati che devono presentare un foglio di carta invece di esibire capacità e vocazioni in talent show o  organizzazioni para- partitiche, che si persuade facilmente che prima o poi arrivi qualche supereroe  a salvarlo e portarlo in un mondo migliore, o meglio in un’Isola che non c’è, dove non è obbligatorio crescere.

 

 


Quella guerra dell’europa “di pace”

46_bombardamento-BelgradoVent’anni fa, la notte tra il 24 e il 35 marzo del 1999, cominciavano i bombardamenti aerei sulla Serbia che durarono due mesi e mezzo provocando enormi danni a fabbriche  infrastrutture, servizi essenziali e uccidendo centinaia di persone. Lo scopo di questa guerra fortemente voluta e preparata dagli Usa che peraltro nel decennio avevano investito una valanga di dollari per fomentare e alimentare i separatismi etnici nella ex Iugoslavia, aveva lo scopo di acquisire il controllo strategico della penisola balcanica, isolare la Russia e determinare il percorso dei flussi di materie energetiche. Tutto questo era assolutamente contrario agli interessi europei ad esclusione della Germania i cui operatori turistici avevano messo gli occhi sulla costa dalmata  e ciononostante la Ue che dal primo gennaio di quell’anno aveva adottato l’euro ( la circolazione effettiva della moneta arriverà due anni dopo) non solo non si oppose a questa strage, ma vi partecipò in maniera entusiastica, segno che ormai le elites del continente avevano visto in quell’obiettivo monetario l’assoluto distacco dagli ideali iniziali e si sentivano partecipi di una razza padrona globalizzata. La guerra era tornata a piacergli.

Certo il pretesto per partecipare fu fornito da sfacciate menzogne su presunte stragi nel Kosovo, oggi sbugiardate, mentre quelle vere perpetrate dai Croati contro i Serbi furono ufficialmente lodate da Clinton e da Kohl, ma non c’è alcun dubbio che proprio quel decennio degli anni ’90 inaugura e svela al di là di ogni dubbio l’indole strumentale della narrazione neoliberista, nella quale democrazia, giustizia, umanità e progresso vengono gestiti unicamente in ragione degli interessi del momento. Basti pensare che una Unione come quella europea che avrebbe dovuto dimostrare la coesistenza di più popoli e più culture, si lanciò nella dissoluzione della federazione jugloslava, senza tentare alcuna seria mediazione, facendo propri i più allucinanti criteri etnico -religiosi, gli stessi che vengono rigettati in altre occasioni quando non sono funzionali ai propri disegni e si sia convertita alla guerra essendo nata ufficialmente per impedire le guerre. Per non farsi mancare nulla l’Europa ha partecipato a tutte le fasi del conflitto jugoslavo per consentire l’allargamento della Nato, cosa  che i leader europei avevano solennemente giurato di non volere. Al tempo quella che stava diventando l’oligarchia continentale negò di aver preso questo impegno con Gorbaciov nel 1990 perché dopotutto vent’anni fa ancora si vergognavano un po’, fecero dire alla loro informazione lobotomizzata che quell’impegno era frutto di una leggenda metropolitana. Invece l’uscita di documenti Nato declassificati dimostrano l’esatto contrario. Poco male perché i leader implicati in questa menzogna sono ormai quasi tutti scomparsi, non sono più scomodi testimoni di una mutazione maligna cominciata dopo la caduta del muro.

Non parliamo dell’Italia per la quale la partecipazione a quel conflitto segnò uno spartiacque politico, decretando la scomparsa definitiva di una sinistra degna di questo nome e anche di un centrosinistra decente. Basterebbe ricordare la diligenza con cui Prodi si adoperò per dare il via libera alle basi americane in Italia o le parole ridicole e penose di qualche esponente di rilievo del Pds come l’eterno Fassino che tra una cameriera e un’altra, vaneggiava di una ost – politik italiana. Si vede benissimo come già quella classe politica, succeduta a quella che aveva gestito il dopoguerra, fosse totalmente inadeguata.

Disgraziatamente quest’anno cade anche il 70 compleanno della Nato che vive di festeggiamenti nella nuova e faraonica sede di Bruxelles, costata un miliardo e mezzo di euro: il suo segretario Stoltenberg – nomen homen – ha detto poco tempo fa che  “è l’alleanza di maggior successo della storia”, perché i poveri di spirito sono talmente annebbiati vedono solo quello che gli aggrada e non tengono conto dei disastri cui l’alleanza è andata incontro in veste ufficiale in Afganistan e in Libia e in veste ufficiosa in Ucraina e in Siria. Anzi la sua stessa presenza alla testa di questo conglomerato di pessime intenzioni, ne illustra efficacemente l’inettitudine in guerra e l’incompetenza in pace. Adesso questa Idra, accompagnata dai suoi Carcini,  verrà utilizzata per arginare anche la Cina che rischia di togliere agli Usa il primato planetario. Ed è probabile che vada incontro al suo Ercole.


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