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Duello alla fine dell’impero

Oggi negli Stati Uniti si vota per due candidati (e due aree elettorali) che si mostrificano a vicenda pur essendo entrambi molto al di sotto del bene e del male che viene invocato in loro nome, ossia la salvezza dell’America e che in ogni caso hanno le mani legatissime da potentati economici i quali fissano limiti rigorosi alle agende politiche. Tuttavia è proprio questa radicalizzazione che segnala il profondo cambiamento in atto perché da quando gli Usa si sono costituiti di fatto in impero, ovvero nel 1823 con la dottrina Monroe, gli scontri politici sono stati sempre riassorbiti dentro un coacervo di vasti interessi interni ed esterni che garantivano un flusso di risorse necessario a una relativa pace sociale: con la sola eccezione della guerra di secessione i cui prodromi somigliano molto alla situazione attuale, i due maggiori partiti, incollati al potere da una serie di regole parlamentari via via accumulatesi che non consentono rinnovamenti significativi, sono sempre stati convergenti al centro e dunque con poche reali differenze se non in alcuni momenti come quello della grande crisi. Lo “stile di vita” era per il sistema bipartitico, il punto fondamentale da difendere ad ogni costo e a scapito delle altri parti del mondo.

Se oggi assistiamo ad un scontro così aspro e così divisivo che va molto oltre i candidati, lo si deve al fatto che il motore che teneva assieme il tutto con una relativa stabilità è entrato in crisi: l’impero non è più un dato certo e indiscutibile perché negli anni le politiche neoliberiste, quelle neocoloniali, le avventure militari hanno spostato altrove la manifattura, favorendo l’ascesa della Cina con la sua visione di dominio morbido e condiviso che del resto fa parte della sua storia millenaria, hanno suscitato la resistenza delle vecchie potenze come la Russia che sembrava essere stata messa all’angolo per sempre e che invece si riaffaccia con armamenti che hanno reso obsoleta molta parte dell’elefantiaco sistema militare americano, si sono attirate l’odio di miliardi di persone a causa di guerre che per giunta si sono rivelare perdenti, sono riuscite persino a sfilacciare i rapporti con L’Europa . E last but no least una grande parte della classe media, in prevalenza bianca è stata drammaticamente impoverita: tutte cose che stanno provocando l’emersione dei nodi irrisolti dell’Unione, quelli messi sotto il tappeto grazie a un sistema di sfruttamento planetario che ne smussava i toni. A questo punto la scelta è se diventare lo strumento secolare e armato dell’oligarchia globalista – vedi_Biden –  o cercare una sorta di ritiro organizzato per tentare di rimediare ai troppi errori commessi – vedi Trump che tuttavia è molto al di sotto delle capacità necessarie a  questa scommessa.

Le implicazioni sociali di queste due scelte sono enormi e potrebbero anche portare a una guerra civile visto che nessuno sembra disposto a cedere sulla contestazione dei risultati:  l’ultimo sondaggio di YouGov ci dice che addirittura il 33% dei democratici e il 36% dei repubblicani sostiene la violenza politica di parte. A questo si aggiunge  la frustrazione repressa per i blocchi del COVID-19 e il danno economico e sociale che hanno inflitto: gli americani hanno visto le loro vite sconvolte e degradate dalla pandemia e dai blocchi, si sono  divisi in due campi, ciascuno capro espiatorio dell’altro per la terribile situazione. I primi dicono che la diffusione della pandemia (con tutti i suoi dati truccati però) è colpa di Trump, gli altri sostengono che il virus sia stato diffuso proprio per impedire una rielezione che all’inizio dell’anno pareva cosa certa. Ma in queste recriminazioni si avverte che ormai tra le fazioni si insinua un’odio che va ben al di là della questione.

Tuttavia, per quello che ci concerne  le due scelte alla fine dell’impero comportano grandi conseguenze: la più importante è che soprattutto con Biden che pare riscuotere più successo tra i militari, continuerebbe la serie delle guerre infinite inaugurate da Bush e mantenute dal premio nobel per la pace Obama, con un un rischio altissimo di guerra generalizzata: ormai gli Usa sotto la pressione continua del Pentagono e dell’apparato industrial – militare  hanno abbandonato la dottrina della deterrenza in favore di quella della flessibilità che prescrive l’uso di testate nucleari depotenziate per  avere ragione dell’avversario in caso di situazioni particolarmente avverse, con tutto questo che ciò comporta, ovvero una immediata risposta nucleare. E  in questa prospettiva stanno rinuclearizzando l’intera Europa facendone un bersaglio obbligato. In più nel Providing for the Common Defense  si dice che la guerra non è più una questione di se,  che è in corso la preparazione di un conflitto  che coinvolgerà ampie fette della popolazione americana con perdite enormi, senza che tuttavia sia certa la vittoria. L’impero insomma rischia di finire tra le fiamme trascinandoci tutti dietro la follia di alcuni pazzi. .

 


Barbarie light

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Allo scoppio del conflitto in Irak una foto fece il giro del mondo. Si vedeva  un soldato Usa,  uno di quei ragazzoni che ognuno vorrebbe per figlio, che “metteva in salvo”  un bambino iracheno ferito e terrorizzato.

Il Pentagono fece sapere che il giovanotto, arruolatosi pochi giorni dopo l’attentato alle Torri Gemelle per combattere il terrorismo “incarnazione del Male assoluto”  e esportare la nostra civiltà superiore, era un medico che si prestava a portare sollievo agli inevitabili “effetti collaterali” dell’Operazione Libertà Irachena, come venne chiamata dai consulenti per l’immagine di Bush Jr quella guerra insensata, con scarso successo per via dell’acronimo Oil (Operation Iraqi Liberty) che si prestava a interpretazioni maliziose, mentre aveva invece incontrato il favore del pubblico e della critica il nome del primo attacco aereo su Baghdad “Schock and Awe” (Colpisci e terrorizza).

Se c’è un prodotto che grazie alla globalizzazione è stato commercializzato e fatto circolare ovunque con successo, è la compassione,  che, diceva Brecht,  è “ciò che non si nega a coloro cui si negano aiuto e solidarietà” e che, come scriveva Susan Sontag che non ha ricevuto il Nobel, “ci proclama innocenti oltre che impotenti”, e quindi invece di commuoverci sulla sorte delle vittime di guerre e imprese coloniali, meglio sarebbe che riflettessimo su come e quanto i nostri privilegi e consumi si “collochino sulla mappa delle loro sofferenze”.   

Non riguarda quindi solo il marketing della fabbrica del consenso il fatto che chi bombarda mandi in tempo reale la Croce Rossa, che chi rade al suolo invii i caschi blu, con compiti di occhiuta sorveglianza e prevenzione delle prevedibili reazioni di “malcontento” dei sopravvissuti, in modo che non incrementino i danni per sé e gli altri, che chi rapina, depreda e saccheggia destini risorse ingenti ai programmi contro la fame nel mondo.

La pietas aiuta a scaricare spese dalla denuncia dei redditi e  eventuali costi morali dalle coscienze, legittimando con una presunta superiorità (sociale, culturale, morale, razziale) un dominio che serve a garantire che i settori privilegiati “occidentali” conservino il controllo delle risorse continuando a trarne benefici sproporzionati e ingiusti.

È diventato ancora più facile da quando si può anche esercitare la ferocia in forma light e la barbarie in versione soft, premendo un tasto che dirige il drone nelle zone dove è sacrosanto e doveroso recare i messaggi della democrazia e della civiltà che le popolazioni locali non sanno e non vogliono conquistarsi, persuadendole  dolcemente con un secondo clic, quello che apre il portello dal quale si scaricano le bombe.

Anche l’eventuale senso di colpa del colonizzatore trova riposo, convincendosi che si tratta di eventi più lontani e meno realistici delle location e della sceneggiatura di una serie di Netflix, che le “bonifiche etniche” siano autorizzata dalla necessità del contrasto del terrorismo, che i conti tornino se il bambino di Falluja che ha perso le braccia durante un bombardamento è stato poi curato a Londra, dotato di due arti artificiali, su uno dei quali campeggia un tatuaggio della squadra del Manchester, godendo delle magnifiche sorti del progresso che in patria e in pace gli sarebbero state negate.

E difatti quest’anno a essere insignito del Nobel per la pace  è stato il World Food Program (Wfp), Programma alimentare mondiale.

La presidente del Comitato per il Nobel ha elogiato l’agenzia Onu, diretta con dinamismo e tenacia dall’americano David Beasley, un trumpiano di ferro ex governatore repubblicano della South Carolina, proprio perché svolge «un ruolo cruciale nella cooperazione multilaterale» grazie  soprattutto ai contributi dei governi, in testa gli Stati Uniti, primi donatori con oltre il 43% del budget, oltre 8 miliardi di dollari raccolti nel 2019.

Il riconoscimento, è stato detto, assume una particolare attualità, a “ricordarci”, come ha scritto il Corriere,  “che la pandemia passerà mentre la fame no e non ci può essere pace con quasi 700 milioni di persone che non sanno se domani mangeranno”. E infatti oggi 690 milioni di persone al mondo soffrono di malnutrizione, di cui 135 milioni in forma acuta. Ma con la pandemia il numero è destinato a raddoppiare, tanto che il traguardo che si era posto l’Onu, quello della «fame zero» entro il 2030 è sempre più lontano.  

E chi meglio di questa organizzazione benefica poteva meritare il premio per il paradosso, quello per il tardivo e micragnoso risarcimento grazie a meccanismi di mercato: cooperazione commerciale di risorse fino al giorno prima estratte, estorte, rubate,  investimenti in infrastrutture fino al giorno prima bombardate, bonifiche di aree fino al giorno prima avvelenate da industria che hanno scelto localizzazioni esterne per non inquinare in casa, se due terzi degli aiuti vanno nelle aree di conflitto, Yemen, Sud Sudan, Siria, Somalia, Sudan, Repubblica democratica del Congo, Nigeria e Afghanistan?

Eppure si tratta di paesi che  dispongono di risorse che premetterebbero di godere di  condizioni di vita dignitose a tutti i suoi abitanti (assistenza sanitaria, istruzione, occupazione e salari decenti), se non fossero stati geografie soggette a sconvolgimento socioeconomico coloniali, a scorrerie e distruzioni, ai quali sono state imposte le regole del neoliberismo occidentale: crescita basata sulle esportazioni e sullo sfruttamento turistico con fisiologico deterioramento dell’ambiente,  liberalizzazione degli investimenti diretti esteri e  privatizzazioni di imprese pubbliche nei settori strategici  e dei mercati finanziari (che alimenta investimenti puramente speculativi e predatori senza contribuire allo sviluppo dei Paesi in cui avvengono).

Dighe, cementifici, alberghi nel deserto, zuccherifici, centrali elettriche,  spremono come sanguisughe la finanza pubblica, arricchiscono le imprese occidentali con la compiacenza, se non l’incoraggiamento, delle organizzazioni internazionali, che proclamano  di favorire lo sviluppo dei paesi poveri e nel medesimo tempo li saccheggiano senza vergogna.

Dovrebbe ricordarci qualcosa la concessione data a parenti poveri di aumentare il debito per poi pretenderne  il  rimborso esatto,  inestinguibile poiché  aumenta in proporzione alla restituzione, grazie a un ingranaggio finanziario machiavellico, mentre al contempo si permette e promuove un saccheggio delle risorse naturali, materie prime, minerali e energetiche, produzioni agricole, manodopera e forza lavoro,  per obbligare a far fronte agli impegni.

Ma pare che non siamo proprio capaci di guardare dietro al reality  che ci mostra  individui che approdano sulle nostre coste come vittime o invasori, a seconda degli opposti preconcetti ideologici, per cominciare a vederli come membri di comunità dissolte dagli stessi processi che hanno cancellato l’identità, l’autodeterminazione e il futuro dei loro Paesi e dei quali siamo corresponsabili. Per dirci che siamo ancora più correi, quando le stesse dinamiche stanno distruggendo il nostro.


Cosmicomiche italiane

marzi  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Immaginiamo che sia sceso dall’astronave  proprio qui il solito marziano, dal quale qualcuno, compreso un filosofo  più acchiappacitrulli che visionario, Zizek, si aspetta la salvezza dai mali commessi dagli umani.

Imponendogli la mascherina dovremmo raccontargli che forse arrivò dalla Cina, ma c’è anche chi pensa che a portarlo là sia stato un untore occidentale forse un italiano esponente di spicco dell’internazionalizzazione del sistema Italia, un virus influenzale della famiglia dei Covid. Che presto si diffuse, persuadendo le autorità sanitarie, istituzionali, centrali  e regionali, che si trattava di un ceppo particolarmente contagioso e particolarmente letale, a guardare al numero dei decessi nelle aree più popolose, industrializzate e inquinate del Paese.

Tanto che si stabilisce subito un rapporto causa effetto tra la qualità dell’aria e l’incidenza della patologia sull’apparato respiratorio.

Solo molto tempo dopo, e vallo a spiegare al marziano, si scoprirà che con tutta probabilità gli effetti letali sarebbero invece a carico di quello circolatorio, suscitando il sospetto che molti anziani già affetti da malattie a carico del cuore e della circolazione siano morti per terapie inappropriate, conseguenti tra l’altro alla interdizione per gli anatomopatologi di praticare autopsie sulle vittime, considerate superflue ma che invece avrebbero potuto chiarire le vere cause di morte.

Inizia da subito l’erogazione da parte delle autorità di cui sopra – che agiscono seguendo le indicazioni disomogenee, contraddittorie, confuse di una selezione di personalità scientifiche che da anni hanno consolidato relazioni  stabili con la politica anche in virtù di una certa indole alla spettacolarizzazione del loro sapere, mai colpito da dubbio – di informazioni e statistiche a dimostrazione che l’unica strada da intraprendere è la serrata del Paese. Anche perché, e questa da subito è l’unica certezza incontrovertibile, il sistema della sanità pubblica dopo anni di tagli, dopo la consegna ai privati del settore della cura e della ricerca, dimostra subito di non poter far fronte a una epidemia, come in realtà si evidenziava già – ma forse vi vergognereste di dirlo all’ometto  verde – a ogni influenza stagionale, che mieteva u gran numero di dipartite, incrementate da accertate infezioni ospedaliere.

Allo slogan “Andrà tutto bene”, che campeggia ovunque, si sostituisce subito # iorestoacasa, impegno indicato come il più responsabile a tutela della propria salute e di quella degli altri, e reso obbligatorio da una pioggia di provvedimenti limitativi della libertà personali, che aggirano il dettato costituzionale in presenza, viene affermato e confermato da alcuni costituzionalisti, di una emergenza che impone leggi eccezionali, in forma di Dpcm, insieme a poteri commissariali, svincolati dal controllo parlamentare. E infatti il loro rispetto è garantito dalle forze dell’ordine, dalle polizie municipali e dalla presenza occhiuta di militari incaricati di vigilare sulla loro applicazione comminando sanzioni elevate ai trasgressori e avvalendosi di delazioni e denunce anonime di cittadini coscienziosi.

Inizia così il lungo lockdown (non dite al marziano che ricorso a un anglicismo non nasce da una attitudine italiana alla solidale socialità che addirittura non prevede un termine appropriato nella lingua di Dante, ma nella inclinazione della comunicazione di chi sta in alto a rendere indecifrabile e quindi più potente le decisioni autoritarie).

Chiamiamolo dunque confinamento e consiste nel dividere gli italiani in due grandi categorie: quelli che possono salvarsi dal  contagio della pestilenza, imperscrutabile, misteriosa e minacciosa, della quale si continua a non sapere nulla e che viene quindi contrastata con l’uso di mascherine, guanti e  l’invito a lavarsi frequentemente le mani, come si dovrebbe peraltro fare sempre nel rispetto di normali criteri di igiene, stando a casa,   e quelli, declinati in forma di martiri e eroi nazionali, che devono prestarsi per spirito di servizio e doverosa abnegazione essendo addetti ad attività definite essenziali.

I servitori del popolo esposti al morbo sono i lavoratori di produzioni indispensabili (compresi gli F35), operai di grandi industrie, manutentori, dipendenti della grande distribuzione, e poi quelli dei trasporti, quelli delle consegne a domicilio, i magazzinieri delle multinazionali delle vendite online, riscattate dal bisogno immediato, i pony, le cassiere del supermercato, cui fino a ieri si guardava come a indolenti parassiti perché non volevano fare i turni alle feste comandate.

Non ne fanno parte i santoni della scienza che ispirano e guidano le scelte governative in modo da contenere le esuberanze di un popolo renitente e indisciplinato, da mettere in riga come un ragazzino riottoso, proprio come era stato necessario fare in occasione di crisi economiche che avevano richiesto l’adozione di criteri di austerità punitivi.

Ai martiri, anche a quelli che circolano nelle zone rosse, i datori di lavoro,  quelli di Bergamo is running,  quelli che si accordano con il Governo e i sindacati per bloccare gli scioperi e le proteste di operai che si chiedono come mai, se il morbo è così pericoloso, a loro non è data salvezza,  concedono dispositivi di tutela in applicazione unilaterale di un protocollo concordato con l’esecutivo e appoggiato dai sindacati che prevede in forma discrezionale e “volontaria” l’adozione di “strumentazione adeguata”, il distanziamento nei siti di uso collettivo, guanti e mascherine, queste ultime perlopiù a spese del dipendente.

Così, secondo un rapporto dell’Istat il 55,7% della forza-lavoro, escludendo chi ha operato in modalità smartworking,  è rimasta attiva durante il lockdown, spostandosi da casa per andare a lavoro: i livelli più alti si sono avuti a  Milano che registra il 67,1%,Lodi 73,1% e Crema 69,2%, che distano solo 24 km da Codogno, epicentro del virus.

E in prima linea, ovviamente,  c’è il personale sanitario,  celebrato e commemorato con un repertorio retorico epico anche grazie all’adozione di una narrazione e di un linguaggio bellico rievocativo dell’amor patrio e della opportunità di dotarsi d nuove leve di eroi nazionali, gli stessi fino a due mesi prima sottopagati, spinti a collocarsi nel privato, umiliati da salari poco dignitosi e caratterizzati da disuguaglianze gerarchiche.

Infatti la loro presenza virtuale si materializza via cavo, via etere e via intervista telefoniche, mentre è accertata la latitanza doverosa e avveduta da laboratori, reparti e corsie di ospedali. Quei luoghi dai quali ben presto si capisce che è meglio non frequentare insieme a case di riposo e ospizi, dichiarati focolai e dove sono stati conferiti da tempo e recentemente proprio i soggetti a rischio. Chi lamenta sintomi riconducibili al virus (e vaglielo a spiegare al visitatore interstellare) dopo qualche tentativo di relazionarsi coi numeri verdi, con i pronto soccorso, disorientato dai consigli telefonici dei medici di base e dalle contraddittorie informazioni sui sistemi diagnostici, tamponi si tamponi no, indagini sierologiche si o no, tachipirina raccomandata o sconsigliata, si arrende all’evidenza e si cura in casa nel timore di essere conferito nelle terapie intensive e sottoposto a trattamenti che in seguito si riveleranno inadatti se non controproducenti.

Per più di due mesi gli italiani vengono retrocessi a gregge:  impaurito dall’infezione e dalle sanzioni, assediato, criminalizzato se si sottrae alle leggi marziali, perseguitato  nella quotidianità con una manifestazione di potenza muscolare  che solitamente caratterizza la repressione dei crimini più vergognosi, chi segregato tra le mura domestiche, chi “in trincea”, separato comunque dai propri cari, isolato nella malattia e nella morte, perfino  privato dei conforti della religione.

Mentre intanto viene sospeso il diritto alla cura di patologie che non siano il Coronavirus, dell’istruzione somministrata in forma volontaria e dilettantistica,  dell’occupazione, quando si tratta di partite Iva, part time, precariato, artigianato e commercio, costretto a consumare i risparmi nell’attesa di un obolo statale, magari in forma id prestito da risarcire a banche alle quali il presidente del Consiglio chiede amore, in cambio della consegna dell’economia nelle loro mani criminali.

Ci sarebbe proprio da vergognarsi agli occhi del marziano per aver accettato tutto questo, sena mai mettere in discussione le imposizioni, gli obblighi, la repressione che di giorno in giorno sembrano essere sempre meno legittimi e giustificabili.

Ma più ancora è inspiegabile che nessuno si interroghi sul Dopo, che secondo la paccottiglia ideale sciorinata da una informazione che ha definitivamente tradito il suo mandato, non dovrà essere come il Prima. Quando governo e i corpi separati istituiti per l’occasione, non hanno pensato a nessun programma che non disegni un futuro di stenti, privazioni, rinunce sotto forma di costi da pagare perfino per rimettere in sesto una sanità che negli anni è stata il terreno di scorrerei dei predoni, sotto forma di carità pelosa da risarcire, sotto forma di espedienti per sopravvivere quando interi settori sono destinati a scomparire, dal turismo e il suo indotto, compresi quei B&B che avevano costituito un sommerso promosso anche nelle sue forme più opache, la ristorazione, il commercio al dettaglio, il settore pubblico quando non ci saranno più le risorse per pagare gli stipendi.

Sappiamo già che  marzo la produzione industriale è diminuita del 29,3%, mentre 270mila negozi (stima prudenziale della Confcommercio) sono destinati alla chiusura: sono le cifre di un fallimento che va di pari passo con il flop della comunicazione apocalittica che ha legittimato il confinamento se da noi il numero dei contagiati ufficiali è allo 0,36%, in Germania (con il lockdown “addolcito”  e in  Svezia dove non è stato messo in atto è allo 0,26%.

Il marziano – ma nemmeno il governo e le sue task force quando parlano di ricostruzione – ha certamente letto un volumetto di Keynes che aveva partecipato alla Conferenza di Pace di Versailles e che si intitola “Le conseguenze economiche della pace”, con il quale metteva in guardia dagli effetti punitivi di quella che definiva una “pace cartaginese”, ricordando le  condizioni eccessivamente rigide imposte da Roma a Cartagine  al termine della  seconda guerra punica col proposito di  accentuare e perpetuare l’inferiorità del perdente.

È che dopo la guerra al virus gli sconfitti siamo noi, beneficati dal Piano Marshall dell’Ue che ci condanna con il Mes a un stato di consolidata soggezione, con la prospettiva della definitiva perdita di sovranità in favore della prepotenza egemonica del sistema bancario, con la prospettiva di un’occupazione sempre più dequalificata, quella dei “cantieri”, dei lavoretti alla spina, i part time e il cottimo al Pc, suffragato anche in via parlamentare da una proposta presentata non a caso da esponenti del Pd del Jobs Act  tra i quali Martina, Orlando, Serracchiani, per ridurre l’orario di lavoro riducendo proporzionalmente il salario, lo stesso fronte che si fa interprete dei bisogni di Fca che chiede aiuti sotto forma di garanzia al Paese che ha tradito dopo averlo dissanguato, lo stesso che in nome della militanza antirazzista pensa di riscattare i lavoratori resi schiavi della sue riforme, riducendo in servitù legale gli invisibili temporaneamente  “regolarizzati”.

E’ a questo punto che lo vedrete darsela a gambe, il marziano: ha capito che sono meglio le guerre stellari.


Opere virali

grope Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non occorre aver dato un’occhiata ai risvolti di copertina dei Cicli economici di Schumpeter per sapere che le guerre vengono dichiarate non solo per appagare appetiti espansivi, per depredare interi territori di risorse e beni, per piegare popoli riottosi alla servitù, ma anche per favorire, sulle macerie prodotte fuori dai confini e anche dentro casa per via dei costi economici  e sociali bellici, un nuovo business cycle, quello della “ricostruzione”.

Si potrebbe ipotizzare fantasiosamente addirittura che possa essere quello uno degli scenari della “burrasca di distruzione creativa”, quel processo cioè di mutazione industriale che rivoluziona incessantemente la struttura economica dall’interno, distruggendo senza sosta quella vecchia e creandone una nuova.

Oddio, poco c’è di nuovo nella “ricostruzione” che si prepara qui da noi dopo la guerra mossa all’assetto sociale, di relazioni ed economico dai generali dell’esercito anti Covid19. Non si è nemmeno detto quando un capitano coraggioso darà il via libera all’apertura delle porte di Gerico, segnando audacemente la fine della narrazione apocalittica e il ritorno molto graduale a uno stato di crisi normalizzato con tanta efficacia da sembrare desiderabile, che già si indovina chi saranno i vittoriosi che trarranno profitto immediato e tangibile dall’emergenza.

A farsene portavoce è stato il  viceministro ai Trasporti, Giancarlo Cancelleri, già capogruppo regionale del M5S in Sicilia, assoldato e passato entusiasticamente nelle file del partito costruttivista di maggioranza “morale” dell’Esecutivo, che ha dettato le linea dello sviluppo “postbellico” – la definizione è sua – durante una conferenza stampa, strumento  rientrato in auge dopo i fasti della comunicazione istituzionale tramite tweet e social, da ieri sottoposti a censura severa in nome della verità.

Disgraziatamente il personaggio non è dotato di grande carisma, si spende, il poveretto, per persuaderci dei benefici che verranno per crescita, occupazione e reputazione internazionale dal grande programma di sviluppo, che poi è l’accelerazione dei progetti  previsti in contratti di programma per il periodo 2016-2020. Purtroppo però ha solo l’effetto di suscitare rimpianto e nostalgia perfino di Toninelli o, peggio mi sento, di prestigiosi malaffaristi del Rolex del passato, con i grafici, le schede, le statistiche bugiarde preparate dai loro boiardi e consulenti.

Chi volesse prendersi la briga, visto che abbiamo  molto tempo libero e di più ne avremo in qualità di superstiti disoccupati, di guardarsi il video, saprebbe che le intendenze sono già all’opera per, nell’ordine, sbloccare la mole di denaro ferma dalla burocrazia, mettere in circolo risorse al fine di realizzare lavoro, produrre Pil e promuovere benefici per le aziende, trasformare le tragedie in opportunità, come è avvenuto per il Ponte Morandi, dalle cui rovine è risorta l’araba fenice di poteri eccezionali e commissari straordinari in grado di semplificare procedure, aggirare molesti ostacoli e mobilitare miliardi.

E infatti il Grande Piano del quale si propone come testimonial di eccellenza si colloca proprio nel quadro normativo disegnato per quella “ricostruzione”, in modo da implementare questa qua “del dopo virus”, all’insegna del culto della semplificazione, che, come abbiamo imparato, significa eleggere qualsiasi oltraggio immaginato per foraggiare cordate opache, a intervento di interesse pubblico, favorire la trasformazione  di ogni ritardo e ogni inefficienza in “emergenza” da risolvere con azioni di forza, leggi speciali, demolizione dei sistemi di controllo e vigilanza, elusione di  precetti e prescrizioni.

Recuperando immagine e considerazione della gatte presciolose, il dinamico viceministro svezzato in patria a suon di sacco di Agrigento, Palermo, Messina anche senza Ponte, ma non è detta l’ultima parola, sgombra il campo dall’inutile retorica della programmazione e pianificazione, dalla bubbole della compatibilità ambientale, dai canoni enfatici della partecipazione dei cittadini ai processi decisionali.

E infatti recita che non si deve perdere tempo a elencare priorità, a cercare figure manageriali e organizzative di tipo commissariale, meno che mai si deve imporre il rispetto di regole amministrative considerate doverose e normali in altri contesti e altre situazione. Così si è deciso di mandare avanti i due contratti di programma di Anas e Rfi già avviati e votati, in modo che gli enti siano stazioni appaltanti e il loro Ad svolgano le funzioni commissari straordinari, ricordando il precedente avvelenato di organismi creati in veste di  controllori e  controllati, inquinatori e pulitori,  vigilanti e vigilati, incaricati e consegnatari, il Consorzio Venezia Nuova tanto per fare un nome.

Così si potranno, dice lui, “velocizzare” i lavori per opere che sono già interamente finanziate e inserite nei contratti di programma dell’Anas e della Rete ferroviaria, per un valore complessivo di 109 miliardi:  Passante di Bari o della 106 Jonica in Calabria, l’Alta  velocità in Calabria l’ampliamento del corridoio ferroviario Berlino-Palermo. Come?  È semplice, sempre secondo lui: invece di attendere i soliti 30 giorni per il silenzio-assenso delle prefetture, ne basteranno dieci, e a controllare sarà il prefetto della zona dove viene realizzata l’opera.

E dire che qualcuno pensava che il dopo pandemia non sarebbe cambiato niente, e dire che qualcuno addirittura sospettava che tutto sarebbe andato peggio di prima. Macché, basta prolungare lo stato di eccezione, estenderlo a tutti i settori, sospendere normative arcaiche e improduttive, esonerare la libera iniziativa da lacci e laccioli, andare incontro a quelli che appunto Schumpeter definiva “uomini fuori dal comune”, gli imprenditori, intesi a “realizzare il cambiamento”, l’innovazione, per aumentare il “prodotto sociale”, e che importa se dietro a loro ci sono gli interessi di Atlantia restituita alla legalità e alla legittimità, che importa se ci mangerà qualche cosca non poi troppo differente dai manager ferroviari dei Viareggio, se l’occupazione sarà quella die cantieri a termine nei quali verrà reintrodotta la “sicurezza” della normalità, senza guanti e mascherine, quella degli altoforni di Taranto, delle impalcature traballanti, degli stranieri in nero, del maledetto fattore umano imprevedibile, che lede la rispettabilità dei signori della Tysshen.

In fondo è proprio vero, finchè c’è guerra c’è speranza.

 


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