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Sos, Servizio Obbligatorio di Sudditanza

groù Anna Lombroso per il Simplicissimus

Devo fare una pubblica ammissione  della colpa che insieme al populismo pare essere diventata la più odiosa. La mia carriera di sovranista è cominciata molti anni fa, quando bambina per mano ai miei genitori sfilavo scandendo “fuori l’Italia dalla Nato” e quel che è peggio ho continuato così anche quando il compagno D’Alema ci trascinava festosamente in una delle campagne belliche più  infami e ingiustificate, quando l’alleanza ci costrinse a comprare armamenti pena l’allontanamento invece di investire in servizi e tutela del territorio, quando intere regioni hanno subito l’oltraggio di essere convertite in aree militarizzate, in poligoni di tiro dove far divertire generali e truppe americane con war games che non sperimentano in patria per via degli innegabili danni che producono, ma anche per farci sentire ancora dal 1945 il peso del tallone di ferro dei “liberatori”.

Non avevo capito però che questo significasse essere sovranista, mentre avevo iniziato ad averne consapevolezza quando mi sono infuriata per la volontaria abiura dal potere decisionale in materia di scelte  economiche imposto con la sottoscrizione del patto di sudditanza del fiscal compact, e dunque con la rinuncia a una identità statale in favore di una “nazione” superiore, la cui appartenenza impone  l’abdicazione e l’abbandono volontario di prerogative e diritti, ma soprattutto responsabilità. Tanto è vero che da anni l’impotenza e la cattiva volontà di governi trovano un alibi ed una motivazione proprio in quei vincoli che non premettono di “servire il popolo” per dipendere e soddisfare le esigenze di una entità dispotica.

Ed è probabilmente proprio a motivo di ciò che la condanna del sovranismo è trasversale e coinvolge quelli che lo reputano una professione di fede “economicistica”  che si  basa sulla convinzione demiurgica e illusoria che è solo il recupero della sovranità monetaria a poter generare crescita, grazie al ruolo egemone accordato alle banche centrali, alla facoltà di sottrarsi da vincoli monetari anche permettendo la svalutazione delle divise nazionali,  prescinde dall’esistenza di classi sociali e dunque dei possibili effetti redistributivi di queste misure. Ma è abbracciata anche da chi lo interpreta come l’arcaico cascame della Destra nazionalista.

Ora anche quella bambina che gridava ai cortei “Nixon boia” era in grado di capire che c’è poco da fidarsi delle censure teoretiche opposte dagli economisti  verso altri economisti e altre liee di pensiero, avendo a che fare con una scienza dell’improbabile e dell’imprevedibile, quando ogni crisi si verifica come un fulmine a ciel sereno inatteso, che rompe l’equilibrio dell’unica certezza che ispira i premi Nobel e i governi dell’impero, che il mercato si regola e si cura da sé con i suoi meccanismi, che le emergenze e i fallimenti sono l’effetto  di politiche fiscali o monetarie errate, troppo lassiste e permissive.

E quella stessa bambina anche se non era posseduta  dal mito della superiorità morale e sociale dell’Urss  era già consapevole che in mancanza di meglio, che nella improbabilità di una rivoluzione per di più permanente, la sovranità economica dello Stato potesse interpretare e rappresentare gli interessi della classe degli sfruttati,  lottando contro il capitale reo  dell’impoverimento delle classi subalterne e della perdita delle loro facoltà decisionali.

Ma oggi avere questa consapevolezza non è così facile e immediato: troppi danni ha fatto l’ideologia neoliberista in termini di percezione e perfino di semantica. Poteri e competenze dello Stato sono stati stravolti per favorire la sua conversione in entità soggetta alla tirannia e alla vigilanza del mercato, inviso in qualità di esattore e gradito quando svolge pietosa opera di aiuto compassionevole alle imprese e al padronato con sovvenzioni e leggi in favore delle rendite e del profitto, sfiduciato dai cittadini  e ridimensionato anche nell’immaginario  in favore del sovrastato cui è obbligatorio continuare ad aderire, pena l’espulsione dalla modernità cosmopolita che ci regala l’Erasmus, la Tav, i bombardamenti recanti con sé rafforzamento istituzionale e democrazia nelle lontane province che hanno osato costituirsi troppo a ridosso di basi Nato e pozzi petroliferi.

Così si è fatta strada una vulgata che  per sovranismo intende unicamente le istanze di rivendicazione autonomiste su base nazionale (Quebec, Irlanda, Palestina, ecc.),  o la perversa determinazione di un paese a uscire da un contesto penalizzante, dunque sinonimo per l’opinionismo politicamente corretto di impulsi irrazionali e fascisti, tanto che la Treccani ne dà una decodificazione che pare dettata da un guru delle Sardine come di un “atteggiamento mentale caratterizzato dalla difesa identitaria del proprio presunto spazio vitale”, alla pari con altre perversioni del passato sopravvissute solo tra frange psichicamente deboli, comunisti, anarchici, antagonisti persuasi che esista ancora la lotta di classe anche se si muove all’incontrario e che ci si è esercitato intorno per diagnosticarlo come patologia perfino Recalcati, che non perde un colpo nell’indicare come la salute dell’inconscio dipenda strettamente dalla possibilità di addomesticare il capitalismo e addolcirlo purgandolo dalla sua avidità, dalla “febbre della gola” rispetto, cito,  al “carattere ascetico della ritenzione anale”.

Non deve stupire: denuncia ancora una volta l’eclissi del pensiero e dell’azione della sinistra perdente o arresa all’ordoliberismo, arruolata o sgominata dal pensiero unico che consolida la convinzione del carattere di “legge naturale” incontrastabile del capitalismo.

Eppure una “sovranità” che si esprima come volontà di un Paese e del suo popolo non è e non deve essere necessariamente nazionalismo, se parla di autodeterminazione, se la sua distinzione tra interno ed esterno non si sviluppa come xenofobia ma come capacità di disegnare uno spazio del quale il soggetto politico è responsabile, con la facoltà di decidere sulla pace e sulla guerra, sulle alleanze e le ostilità, senza doversi assoggettare a interessi e domini “altri”, annettersi a aree di influenza e intese squilibrate.

Ma ormai sembra che non si possa sfuggire al vassallaggio imposto anche da un sistema giuridico internazionale che legifera ed è vincolante per i soggetti che agiscono sullo scenario globale, tanto che l’Onu si incarica di esercitare azioni di polizia e ingerenze, tanto che tribunali penali internazionali decidono di perseguire i supposti autori di reati sottraendoli ai tribunali dei singoli paesi e facendo esplodere il conflitto tra diritti umani e diritto nazionale e internazionale, aggirando le leggi degli Stati in favore di quelle del soggetto che ha prevalso in qualità di guardiano e giudice.

Il fatto è che la sovranità soprattutto se rappresenta una voce che non vuole essere coperta dalle cannonate, è una cosa seria e non dovrebbe essere lasciata nelle mani né dei mercanti né dei loro commessi  del supermercato globale.


Il califfato di Washington rivendica l’assassinio di Soleimani

00054E7A-il-generale-soleimani-assassinato-su-ordine-di-trumpAlla fine i killer della più grande centrale terroristica mondiale, con sede a Washington,  ce l’hanno fatto ad uccidere il generale Qassem Soleimani dopo una lunghissima serie di tentativi andati a vuoto. Sul pano giuridico non c’è alcun dubbio che se si uccide un personaggio eminente di un Paese con il quale non si è in guerra e per giunta sul territorio di un alto stato sovrano, si è terroristi per definizione, soprattutto quando questo avviene non con un’operazione sotto copertura e sotto falsa bandiera, ma in maniera esplicita, con rivendicazioni che non hanno niente da invidiare a quelle dell’Isis, salvo una dose di bugie e di ipocrisia rivoltante tipico di chi si ritene al di sopra di ogni sospetto, così come accadde due anni fa con l’assassinio da parte di Cia e Mossad di Imad Mughniyah, il capo delle operazioni internazionali di Hezbollah, dopo il quale Washington parlò candidamente di un atto di autodifesa.

In questo post non cercherò di riproporre la vita e il ruolo del leggendario Soleimani di cui è pieno il web e mi limiterò a dire che è stato l’ artefice, insieme a russi, Hezbollah ed esercito siriano, della sconfitta dello stato islamico e della cacciata dei terroristi mercenari al soldo degli Usa dalla Siria. Ma cercherò di mostrare come l’assassinio mirato sia stato da sempre un modus operandi anglosassone in genere e americano nello specifico che corrisponde a una cultura nella quale la violenza in senso lato ha grande parte tanto da rientrare nel mito fondativo della nazione (vedi qui ), ma nella quale è presente anche una sorta di scetticismo intrinseco svalutativo delle idee e delle evoluzioni storiche successive alla propria rivoluzione così da portare spesso a una sorta di personalizzazione del conflitto. Come se aver fatto fuori Soleimani significasse aver cancellato l’Iran e la sua battaglia, come se il generale delle Forze Quds, non avesse dietro di sé un Paese, una storia, interessi vistali  e decine di milioni di sciiti in tutto il Medio Oriente. La stessa cosa avvenne con l’assassinio dell’ammiraglio Yamamoto ( tra l’altro contrario alla guerra e personaggio in grado di portare più velocemente all’armistizio) come se questo avesse potuto essere risolutivo o quello del boia di Praga Reinhard Heydrich, come se la sua morte avesse potuto cambiare di una virgola le cose, mentre si lasciava che le armate di Hitler cercassero di distruggere l’Unione Sovietica limitandosi al terrorismo aereo. E ci potremmo mettere i tentativi di uccidere Castro, la morte diretta o indiretta di molti leader del Sudamerica durante un secolo e mezzo di storia, l’orrendo massacro di Lumumba messo a punto dalla Cia anche se poi attuato da mercenari belgi. Sono solo alcuni esempi.

Questa tendenza che è ovviamente ancor più radicata tra le forze armate e i servizi segreti, è talmente forte che porta ad azioni inconsulte come questa, vere e proprie esplosioni di emotività che danneggiano gravemente la strategia in nome della quale dicono di venire attuate. E’ chiaro che la morte di Soleimani non potrà che rafforzare la volontà di cerare una “fascia” sciita, a meno che questo colpo non sia stato ideato autonomamente dai militari che hanno forzato la mano per riproporre una maggiore presenza militare nell’area. Ma diciamo che anche in questo caso non farebbe che piovere sul bagnato, ovvero alimentare una cultura di fondo. Anzi sono pronto a scommettere che di fronte a un palese atto terroristico da parte di chi ha finto la guerra infinita contro il terrorismo, l’informazione mainstream più avvertita insinuerà che sono stati i militari ad esagerare per permettere ancora una volta  alla vergine americana dei mille dolori di sottrarsi in qualche modo alle proprie responsabilità: operazione completamente inutile per gli idioti terminali alla Salvini impermeabili a qualsiasi pensiero complesso, già nati con la supposta a stelle strisce incorporata e capaci di commettere marachelle geopolitiche solo in nome del più miserabile spirito bottegaio.

In realtà in questo caso l’operazione Soleimani non va collegata direttamente con la situazione mediorientale, ma con quella interna degli Usa perché mette in grande difficoltà Trump che non può certo rinnegare l’assassinio ed è costretto ad attribuirselo, ma che dopo questa inaudita provocazione è ostaggio di chi vuole la guerra santa contro l’Iran, Israele in primis, il Pentagono, lo stato profondo rappresentato dai clinton – obamiani e dai signori delle industrie belliche. Naturalmente un atto simile, anche grazie alle possibilità belliche dell’Iran, rischia di affossare l’economia mondiale e/o di aprire un conflitto nucleare allargato, quindi è improbabile che si arrivi ad un conflitto vero e proprio, ma intanto la Casa Bianca è stata paralizzata proprio in vista dell’inizio della campagna elettorale.

 

 

 


Non-viulenza!

abatan  Anna Lombroso per il Simplicissimus

A farci sospettare della buona qualità morale e politica della nonviolenza potrebbe essere una breve sintesi del passato e del presente della sua più autorevole sacerdotessa e del suo apostolato in favore della ferocia europea. Parlo della  Bonino simpaticamente ondivaga tra Berlusconi che l’ebbe al suo fianco per 12 anni, e le diversamente  “opposizioni”, tra i curdi e Erdogan, ben collocata sul seggio parlamentare dal ’76 e sulla poltroncina in prima fila di quelli che applaudirono alla inevitabile guerra dei Balcani, e che, tanto per parlare di una ristrutturazione democratica della comunicazione politica, sollecitò nel 2010  il voto dei radicali in Vigilanza Rai in favore della chiusura dei talk prima delle elezioni, appoggiando così la campagna del Cavaliere contro Santoro e Anno Zero.

A farci capire che c’è una certa differenza tra nonviolenza e pacifismo, basterebbe appunto pensare che quelli che oggi si fanno interpreti di un risveglio delle coscienze per una ecumenica accoglienza dei disperati che giungono qui in cerca di una vita più degna, dileggiati e umiliati da una manica di incresciosi e beceri buzzurri, non sono mai scesi in piazza contro le guerre che hanno prodotto la cacciata di intere popolazioni dalle loro case. E meno che mai manifestano contro quella guerra solo apparentemente incruenta che induce all’esodo con armi diverse, ma ugualmente di distruzione di massa, gli abitanti di città che devono essere convertite in alberghi o centri commerciali diffusi, i residenti di zone industriali decotte mai bonificate e tragicamente tossiche.

Perché la aggressiva e minacciosa veemenza che condannano non è solo quella dei leader di formazioni partitiche  che la usano come deterrente alla partecipazione e al dialogo, che la impiegano per nutrire paura e diffidenza, ma è quella di chi troppo inascoltato in geografie trascurate, marginali, brutte e quindi esposte a brutture aggiuntive, dà loro fiducia e consenso.

Insomma quello che in molti temono è l’impeto popolare dettato dalla scontentezza, che verbalizza con i brontolii delle pance vuote e che mette a rischio quel poco che è rimasto a convincere i detentori di superstiti privilegi e di scampate sicurezze, di essere superiori e esenti per merito naturale o per fidelizzazione all’ideologia dei potenti.

Non vogliono ricordare o sapere che quella veemenza è stata il motore della ribellione di quelli che cantavano   Fischia il Vento e pure l’Internazionale, come colonna sonora del riscatto di un popolo contro la sopraffazione nazi fascista, opponendo quando necessario, e necessario lo era a onta di Pansa o Giordano Bruno Guerri, le armi della riscossa a quelle del totalitarismo, per liberarci dall’oppressore che teneva le masse sotto il tallone di ferro degli assassinii, delle torture, dei ricatti, ma anche della povertà, delle disuguaglianze, della corruzione.

Ci vuol poco a capire che il grido di guerra che non piace alla gente che piace e che “fa tendenza” in piazza o all’apericena, è quello della collera di classe, che smentisce la fine dell’esistenza delle classi sociali, confermata invece dall’estendersi delle aree del disagio, è quello della rabbia del popolo, non a caso chiamata populismo, anche se quelli che lo deplorano non sanno cosa sia e lo censurano da quando hanno avuto la rivelazione che la radice del nome “pop” non si riferisce a un genere musicale.

E non stupisce che abbiano l’aperto consenso di una rete di sostegno  nella chiesa che ha rimosso la teologia della liberazione per esaltare più gradevoli e addomesticati slogan pauperisti che non sarebbero spiaciuti nemmeno a Peron o Videla, che si associa ai movimenti dell’amore che si riuniscono in piazze come fossero le mete delle gite sociali e delle feste padronali, essendo state espropriate della funzione di teatri della protesta e del conflitto, grazie al susseguirsi di misure di ordine pubblico indirizzate a penalizzare non solo gli stranieri ma anche gli ultimi indigeni, in modo da rassicurare i penultimi.

E d’altra parte non c’è da aspettarsi di meglio da chi sostituisce la militanza col presenzialismo, la solidarietà con la carità e le convergenze parallele di buona memoria democristiana all’antagonismo di chi ritiene non a torto che sia violenza il furto dei beni comuni, l’imposizione di opere inutili e dannose, l’acquisto di armi e dispositivi bellici distogliendo risorse a scuola e ricerca, lo spostamento di attività produttive in siti dove è più profittevole sfruttare e inquinale, la manipolazione delle leggi per favorire un padronato che inquina, avvelena e usa l’intimidazione e il ricatto per consolidare le sue regole illegittime.

Il fatto è che nessuno vuole studiare e conoscere il passato, si vive in un eterno presente che nega il futuro e nel quale tutto quello che non parla la lingua del potere e dell’establishment viene condannato come ingiusto e tutto quello che invece li sorregge è esaltato come giusto. E’ qualcosa che ha tratto vigore dalla volontà aberrante di “pacificazione” che accomuna i ragazzi di Salò ai fratelli Cervi,  che dà una interpretazione della storia distorcente per equiparare  gli attentati  dei partigiani alle stragi di Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema, che disapprova i movimenti di lotta, a cominciare da quello di liberazione palestinese, per non aver scelto la strada della nonviolenza, dimostrando che l’unica violenza concessa e approvata è quella dei regimi.

Eppure il gotha della nonviolenza e i suoi leader hanno sempre detto che bisogna guardarsi da chi si disarma per giustificare l’impotenza a difendere le sue ragioni e la ragione degli altri intorno. E che viene un momento nel quale più che dei lupi occorre aver paura delle pecore.


Monete al posto delle medaglie

553edda3-76d5-4929-bcd5-f201f5e88576_570 Anna Lombroso per il Simplicissimus

In una non singolare coincidenza con la scomparsa definitiva dall’agenda della sinistra dei temi della lotta all’imperialismo e alla sue guerre, in favore di un vago cosmopolitismo, delicato eufemismo per farci digerire la globalizzazione, abbiamo assistito negli anni a un recupero del concetto di patria, nella sua forma più retorica e trita da aggiungere alla paccottiglia impiegata per sostituirla alla sovranità costituzionale e all’autodeterminazione, cui si diceva fosse obbligatorio rinunciare per giurare fedeltà e obbedienza a un “sito” regionale e morale superiore, l’Europa.

E infatti a imporre un più moderno racconto enfatico, ridondante di un’accumulazione di icone e miti e segnato dalla ripresa istituzionale di liturgie arcaiche, compresa la parata sui sampietrini di Via dei Fori Imperiali restituita alla sua funzione di passerella per dittatori e truppe in divise sgargianti e stivali di cartone, fu proprio Ciampi, del quale è bene ricordare il curriculum denso di abiure e segnato dall’abnegazione cieca nei confronti dei pescicani della finanza, della paternità dei più scandalosi processi di privatizzazione dei tesori nazionali a cominciare dall’Iri, e dell’obbligo di sottostare ai ricatti del mercato sul debito pubblico, oltre che della decisione di vietare per sempre alla Banca d’Italia di comprare titoli di Stato già al momento dell’asta, riducendo il suo ruolo che aveva avuto la qualità di vigilare e avere un effetto stabilizzante sui prezzi. Ma anche dall’acquiescenza nei confronti degli oltraggi delle maggioranze di governo e della sua fascistizzazione, compresa la cancellazione del 25 aprile e la conversione del 2 Giugno, festa di una Repubblica che rifiuto la guerra, in celebrazione da officiare armati fino ai denti malgrado la defezione di generali impuniti, adirati per il femmineo pacifismo di governi imbelli intenti a indebolire le forze armate.

Rispolverati i sussidiari, la narrazione risorgimentale, escludendo magicamente le repressioni piemontesi nel Mezzogiorno, retrocedendo la resistenza a appendice  postuma e promuovendo il primo conflitto mondiale a “quarta guerra d’indipendenza”, dando nuovo lustro all’inno di Mameli da imporre in tutte le sedi, da Miss Italia, ai derby, come risposta non troppo efficace alle esuberanze di Bossi e come colonna sonora della partecipazione a campagne belliche in ruoli non sempre di appoggio e subalterni, è diventato  politicamente corretto, quindi doveroso riporre in soffitta il “Nixon boia”, le marce contro la Nato e i picchetti davanti all’ambasciata dell’alleato più caro e irrinunciabile. E pure  il patetico pacifismo delle anime belle, grazie alla integrazione nel pensiero comune di concetti sconcertanti, quelli di imprese belliche cruente con finalità di  esportazione di democrazia e aiuto umanitario in Crimea, Etiopia, Somalia, Serbia, Libia, Iraq, o Afghanistan, quelli della guerra come necessaria preparazione della pace, a detta di garrule ministre della Difesa, quelli della obbligatorietà di armarsi indirizzando su incauti acquisti  risorse e finanziamenti ben più necessari in altre destinazioni, quelli, altrettanto strategici e imprescindibili, entrati nella mentalità comune, secondo i quali dovremmo essere compiaciuti di accogliere come un premio e una ammissione alla tavole dei Grandi,  l’occupazione e la militarizzazione  dei nostri territori, oltre che della nostra economia, perché si prestino a fare da trampolini, deposito di intendenze, poligoni di tiro esponendoci a rischi in cambio della funzione di attendenti dei generali e marmittoni delle loro cucine.

Adesso poi ancora di più la Patria, e lo sciocchezzaio dei nostri fini dicitori di bubbole: la Matria della Murgia non poi molto più accettabile della difesa leghista dei sacri confini minacciati dal meticciato, è diventata un must per mettere in risalto i valori positivi di una non meglio identificabile identità “tradizionale” ma aperta alla cucina etnica e fusion, alla penetrazione commerciale di mode e droghe, ai rap a Sanremo, a Bella Ciao in cinese, rispetto ai vizi del sovranismo e del populismo, e  le virtù invece della rinuncia a poteri e competenze che permettono a governi incapaci e asserviti di legittimare la loro impotenza e la loro subalternità.

Eppure proprio il  4 novembre, tra sacelli e monumenti a dinastie di traditori e ladri, in vie e strade dedicate a generali  che hanno difeso le frontiere dall’invasore straniero sacrificando 600mila nostri eroici cittadini, molti dei quali passati per le armi per il reato di insubordinazione, tra corone d’alloro e sacrari a Graziani in memoria delle imprese, contro faccette nere, oggi sostituite da quelle delle nostre imprese in nome della nuova cooperazione con antiche colonie realizzata anche quella per salvaguardare il sacro suolo dalle orde      selvagge, sarebbe ragionevole guardare a film proiettati altrove, al trailer di quello che può succedere quando il popolo mai troppo sovrano, mai troppo responsabile e mai abbastanza civile si affida a quelli in uniforme, come in Cile, in Equador, in Argentina.


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