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Il Rubicone della Merkel

libertàCerte volte si rimane stupiti dalla reificazione quasi in tempo reale dei propri pensieri o ancor meglio dal tempismo con cui certi indizi si trasformano in prove. Appena pochi giorni fa avevo scritto un post – E adesso povero Paese? – nel quale mi chiedevo quale fine avrebbe fatto l’Italia,  europeista a oltranza, ma anche “amerikana” a tutti i costi in quello scisma di occidente che si va prefigurando, tra gli Usa  ossessivamente dediti al mantenimento di un potere unipolare e l’impero carolingio messo in piedi da Berlino che vorrebbe invece trarre profitto dalla multipolarità che si sta via via imponendo. Sta di fatto che tre giorni fa Angela Merkel ha passato il Rubicone sostenendo che l’Europa deve  affrontare “le sfide poste da Russia, Cina e Usa”, sottintendendo che gli Stati Uniti non sono più amici per definizione, mentre gli altri due non sono più nemici per partito preso: “Non c’è dubbio che l’Europa debba riposizionarsi in un mondo cambiato… Le vecchie certezze dell’ordine createsi nel dopoguerra non si applicano più.”

Ora non c’è dubbio che siamo in campagna elettorale e che una simile posizione può raccattare voti contro i populisti,  così come è certo che siamo nelle fasi finali decisioni americane sui dazi e che quindi la Merkel  possa aver premuto l’acceleratore delle dichiarazioni un po’ più del consueto. E’ anche vero che la Cancelliera ha ancora appena due anni di governo prima del sui ritiro, quindi si sente in qualche modo più libera, ma è altrettanto che vero che la presa di distanza dagli Usa e la rivendicazione di un ruolo geopolitico autonomo per il nostro continente è nelle cose stesse, nell’evoluzione della storia che ha ormai completamente  frantumato gli assetti del dopoguerra. Le posizioni assunte dalla Merkel sono perciò assolutamente razionali e per quanto mi riguarda ampiamente condivisibili, il problema è appunto che sia la cancelliera tedesca a indicare le linee di azione dell’Europa e a parlare per essa il che fa balzare agli occhi come la costruzione europea sia anch’essa andata alla deriva trasformandosi da patto di comune crescita tra soggetti con pari di dignità, in una sorta di potentato dove ciò che ordina Berlino diventa indiscutibile.

Fino ad ora  questo sistema ha retto perché in qualche modo ciò che era bene per il neo liberismo globale era bene anche per la Germania e viceversa, insomma la guerra di classe alla rovescia in Europa aveva trovato in Berlino la sua colonna portante mentre adesso cominciano a comparire ampie linee di frattura che mostrano come il globalismo faccia rima anche con colonialismo e imperialismo. In tutto questo la posizione dell’Italia è particolarmente delicata: il ceto politico che ha dominato gli anni novanta e i primi venti di questo secolo, non ha mai agito prendendo in considerazione l’ipotesi di una frattura tra due poli che sono stati sempre considerati come coincidenti a parte qualche baruffa marginale: dunque si è lasciata colonizzare geopoliticamente dagli Usa e si è completamente adattata ai diktat europei con una passività davvero impressionante. Ma non avendo più voce in capitolo in nulla,  prima o poi si troverà a dover scegliere tra una cattività europea umiliante e fonte di impoverimento materiale e intellettuale o farsi risucchiare nella disperata e perdente lotta dell’impero per rimanere il centro del mondo.

E’ del tutto evidente come la classe dirigente del Paese nata e allevata in questa situazione di doppia dipendenza, sia del tutto impreparata a vivere una situazione del fuori dagli schemi previsti, ma ancor peggio gli italiani in generale sono spaventati dalla rissa dei tutori che mette in forse la propria subalternità, mortificante sotto ogni punto di vista, ma moralmente comoda. A un certo punto si dovranno fare scelte in autonomia e questo non solo fa tremare le vene i polsi peggio del primo giorno di scuola, ma probabilmente è qualcosa di completamente fuori da un orizzonte colmo di atteggiamenti imitativi e di stronzate.

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Marco Polo contro Colombo

marco-polo-caravan-in-una-illustrazione-dal-catalano-atlas-circa-1375-marco-polo-1254-1324-era-un-mercante-veneziano-traveler-e-il-piu-famoso-occidentale-hanno-viaggiato-sulla-via-della-seta-eccelleva-tutti-gli-altri-viaggiatoriOggi voglio parlare d’altro rispetto ai temi roventi interni ed esterni e dunque in un certo senso immergermi in orizzonti più limpidi e meno confusi, vedere più lontano senza la nebbia della cronaca che incalza. Mi sarebbe piaciuto partire dalle Filippine, ma una notizia letta sulla Die Welt mi induce a cominciare da luoghi più vicini anche se certamente meno amichevoli da quando abbiamo la Ue dell’euro. La Atlantik-Brücke o Atlantic Bridge, un’associazione fondata nel 1952 come centro per la propaganda Usa nell’Europa di lingua tedesca, si trova costretta a riconoscere di aver fallito nel proprio scopo: da un’ indagine da essa stessa promossa, risulta che l’85% dei tedeschi è ostile agli Stati Uniti e alla sua politica, mentre il 43% vede la Cina come un partner più affidabile per la Germania rispetto agli Usa  (vedi qui) . Si tratta di cifre inconcepibili solo una trentina di anni fa e che mostrano gli enormi cambiamenti intervenuti negli ultimi tempi, soprattutto dopo la crisi e la sventagliata di guerre sante e democratiche combattute nel nome della eccezionalità imperiale e del suo esclusivo dominio planetario, ma che alla fine hanno visto l’emersione di una multipolarità sempre più accentuata. 

Ed è queste la cornice in cui si inseriscono le cronache filippine il cui impatto richiede un minimo cappello storico: il Paese divenne colonia statunitense nel 1898 dopo l’invasione di Cuba e la guerra ispano americana che comportò per Madrid la cessione di queste isole a Washington. Alla popolazione che aveva combattuto contro le truppe spagnole pensando all’indipendenza, la cosa apparve ( e in effetti lo era) un ignobile tradimento tanto che per un  decennio infuriò una rivolta che gli Usa soffocarono nel sangue, arrivando, su idea del generale  Jacob H. Smith, alla creazione di decine di campi di sterminio nei quali venivano uccisi tutti i maschi al di sopra dei dieci anni. Lo scopo era ridicolo e, mutatis mutandis, non molto diverso dalle vicende di oggi ovvero quello di “educare i filippini, innalzarli, civilizzarli e cristianizzarli “, trascurando il fatto che essi avessero abbracciato il cattolicesimo da tre secoli. Naturalmente si evita di narrare queste vicende che sporcano  e rendono irriconoscibile la linda storia ufficiale persino nelle filippine stesse e questo mostra  lo stato di soggezione totale in cui si è svolta la storia post coloniale dal dopoguerra fino ad ora. Oggi però le cose stanno cambiando e in maniera del tutto imprevedibile fino a qualche anno fa. Nel 2012 la Cina aveva inviato navi per la reclamare la propria quasi millenaria sovranità sugli isolotti Huangyan, piccoli affioramenti sabbiosi a largo di Luzon, nel mar cinese meridionale, importanti sia per la pesca che dal punto di vista delle possibilità estrattive sotto il mare che le circonda.

Questo avrebbe dovuto guastare i rapporti tra i due Paesi anche oltre il livello normalmente determinato dalla cricca filo americana al potere sotto qualunque presidente. Invece la contesa si è ricolta in un accordo tra Pechino e il presidente filippino Duterte, per lo sfruttamento congiunto delle risorse nelle zone che non presentano motivo di dissidio: la compagnia petrolifera filippina nazionale e quella cinese hanno stretto un accordo per lo sfruttamento di eventuali risorse i cui frutti andranno per il 60 per cento a Manila e per il 40 alla Cina, nonostante tutte le tecnologie e i mezzi di esplorazione/ estrazione siano cinesi. È facile dedurre che si tratta di una risposta asimmetrica da parte di Pechino al tentativo americano di aumentare le tensioni nella regione, come ad esempio con la recente comparsa di guerriglieri Daesh a Mindanao (chi li avrà mai trasportati dal Medio Oriente fino a lì?) fatto che peraltro ha spinto Duterte all’acquisto da Mosca dei missili S400 e altri tipi di armamenti. In ogni caso siamo distanti mille miglia dal modus operandi del vecchio ordine mondiale unipolare in cui la forza e il potere militare sono imposti da Washington praticamente dovunque: qui si assiste alla sostituzione delle armi, delle operazioni coperte e dell’arancionismo pagato a cottimo, con piani di prosperità comune. Una tecnica di approccio strategico di Pechino in tutte le aree del pianeta dunque niente affatto episodico, ma intrinseco alla sua millenaria cultura. Basta vedere la differenza tra questa vicenda e il grande imbroglio del Venezuela per toccare con mano la differenza tra i due mondi. Duterte ha compreso, probabilmente meglio di qualsiasi altro leader dell’ordine internazionale multipolare, l’opportunità di controbilanciare l’influenza americana nella regione attraverso gli investimenti cinesi. quando avremo il bene di comprenderlo anche noi? 


Il trombettiere del Settimo Cavalleria

locandina-film-7-cavalleria (1)Davvero non saprei che cultura si acquisisce nelle facoltà di economia e dal solo esame nella materia che ho dato ai miei tempi davanti al prof Romano Prodi, vestito con un maglionazzo da trappista, non sono rimasto favorevolmente impressionato dall’antropologia che intrinsecamente vi si dispiegava. Di fatto mi sembrava una scienza normativa della società più che euristica. Così non mi sono mai stupito del fatto che gli economisti siano impotenti di fronte alla previsione e che gratta gratta vi si trova sempre una enorme resilienza al futuro. E nemmeno mi stupisco delle ultime dichiarazioni di Bagnai che una parte sono assolutamente condivisibili, ma dall’altra sono dimostrazione di un’ingenuità davvero sconcertante che non tiene conto dell’evoluzione delle cose.

Cominciamo dal discorso apprezzabile, ancorché certo non nuovo: “Ora ci sarebbe da chiedersi perché la Germania stia rallentando, e la risposta la sapete e l’avevamo prevista: perché c’è un rallentamento dell’economia mondiale, e perché l’esposizione dell’economia tedesca a quella mondiale non è fisiologica: è patologica. Il più grande surplus commerciale al mondo fa della Germania un paese pericoloso a se stesso e ai propri vicini. Quella che loro, con una spettacolare invidia penis collettiva, continuano a leggere come loro potenza (l’impennata del surplus commerciale), in realtà è la loro fragilità (l’accresciuta dipendenza della loro crescita dalle vicende altrui). Ma questo non c’è verso di farglielo intendere, ai nostri cari fratelli tedeschi, e ce ne dispiace per loro, perché, purtroppo (e preciso che sinceramente mi addoloro per questo dato di fatto) quello che non si capisce con le buone, alla fine, lo si capisce con le cattive”.

Ma quali mai saranno queste cattive e da chi mai potrebbero essere intraprese? Bagnai sembra non aver abbandonato gli anni ’90 con qualche puntata sui ’50: “Agli Stati Uniti questo atteggiamento dà fastidio, e quando avranno regolato la situazione con la Cina sicuramente si volgeranno verso di noi.” Quasi quasi sembrerebbe di stare a sentire Renato Carosone che canta tu vuò fà l’americano ,mentre i soldi pe’ Camel vengono dal borsellino di mammà. Come si fa a pensare che in poco tempo gli Usa possano sbrigare in poco tempo le faccende con l’ex celeste impero che possiede un’economia stratosferica e che in pratica produce qualsiasi cosa marchiata poi made in Usa? Il discorso di Bagnai giustamente prende di mira la filosofia di Berlino che impone misure recessive per superare la recessione accecata dal  ottenere un vantaggio in proprio e di appoggiare le proposizioni politiche dell’oligarchia, ma poi quella frase ci pone giusto all’incrocio del vecchio mondo che sintetizza l’onnipotenza degli Usa e del capitalismo selvaggio con qualche vena italiota post bellica che attribuisce un ruolo salvifico allo zio Sam, Possibile che non si si renda conto di ciò che sta succedendo nel mondo? Pensa che arrivino  portino cioccolata e chewingum?

Del resto Washington non ha alcun bisogno di aspettare di “sottomettere” la Cina e la Russia per passare alle maniere forti con la Germania, anche ammesso che questo modo di pensare abbia qualche sensatezza: il caso Volkswagen e quello del North Stream lo dimostrano chiaramente. Ma la cosa cosa ci riguarda solo di striscio, perché agli Usa interessa soprattutto che Berlino cementi il muro con Mosca e tronchi con essa qualsiasi interscambio, per questo si mette di traverso a fare sgambetti. Qui però si legge tutta la cifra di una certa italianità provinciale e servile che si aspetta salvezza soltanto dall’esterno, che non crede nella possibilità di riscatto e di fronte alla necessità di reagire suggerisce di non fare nulla – il che è politicamente astuto visto che permette di non prendere chiaramente parte, di rimanere sempre in un punto zero in attesa di vedere come va a finire – perché certamente arriverà il settimo cavalleria (vedi nota) a fare ciò che in proprio non abbiamo le palle di fare. Ma sì, aspettiamo pure il generale Custer che ci ha già scippato la Fiat e non muoviamo un dito.

 


Il puzzle dell’Europa

imageSupponiamo che a Natale vi abbiano regalato un  gioco da tavolo, ma che considerandolo qualcosa di vecchio lo abbiate snobbato e messo in un cassetto. Poi capitandovi in mano vi rendere conto di aver sbagliato perché si tratta in sostanza di un puzzle rivoluzionario: le varie tessere vanno incontro a una deformazione tridimensionale costante e complessa, dovuta al tempo, ai colori, all’influenza delle tessere vicine per cui non si saldano più perfettamente come prima dando origine a un unico disegno bidimensionale stabilito dal fabbricante, ma possono avere esiti difficilmente prevedibili. Per quanto possa sembrare strano questo è proprio il passaggio storico – ideologico dal quale siamo attraversati o meglio del quale cominciamo ad accorgerci.

Dopo la caduta del muro di Berlino e la conseguente “fine della storia” la visione neo liberista era quella di un mondo collegato saldamente a un centro imperiale che dettava la mappa e da un pensiero unico che rappresentava la sola realtà possibile, la direzione  obbligata. Insomma una sorta di paradossale determinismo storico economico invertito rispetto al marxismo o almeno a quello diciamo così scolastico e di una visione organicistica più che olistica delle cose. Questa struttura che veniva replicata  ai vari livelli di aggregazione  politico – economica, non doveva fare altro che assorbire le aree non ancora arrivate all’approdo del capitalismo totale, con le buone dell’egemonia culturale, con i mass media via via sempre più mono linguistici e nei casi più difficili con la forza il cui uso era comunque giustificabile visto il fine. La crisi economica del 2008, non soltanto inaspettata nelle sue dimensioni,  ma anche ” impossibile” dal punto di vista della teoria è stato un vero choc perché non solo ha svelato l’inconsistenza dell’ideologia su cui reggeva la rivoluzione neoliberista, ma ha anche costretto a considerare che “la conversione” al sistema non era scontata e inevitabile, ma doveva essere imposta dalle elites che ne beneficiavano come cacciatori e raccoglitori di capitale.

La mutazione è stata visibilissima nelle imprese belliche della stagione obamiana e successivamente nella progressiva disgregazione di quegli strumenti che avrebbero dovuto essere l’incastellatura portante del sistema a causa delle reazioni alla crescita delle disuguaglianze, all’impoverimento collettivo, alla distruzione dei diritti del lavoro e di cittadinanza. La brexit e Trump sono stati il sintomo della multipolarizzazione incipiente, della dialettica tra un occidente dominato dal mercato in ogni sua intima fibra, tanto che esso non prevede nemmeno vere e proprie sovrastrutture ma soltanto particolari ambiti di azione diretta e una variegato Altro che si è stagliato sullo sfondo. Le difficoltà incontrate dai famosi trattati commerciali che dovevano completare l’opera di controllo del capitale sono stati un altro sintomo di allarme per le oligarchie di comando che ci stanno provando comunque a farle passare. Il risultato è un aumento vertiginoso di rapporti rapporti bilaterali complessi che vanno a sostituire le precedenti strutture organiche: un esempio di scuola, tanto per non rimanere nell’astratto è il famoso Nordstream 2, il gasdotto che dovrebbe portare il metano direttamente dalla Russia in Germania.  Berlino da una parte sembra inflessibile nel sostenere il diktat Usa delle sanzioni contro Mosca, colpevole di aver resistito alla folle avventura Ucraina e di aver rotto le uova nel paniera in Siria, ma dall’altro è convinta di essere nel suo buon diritto nell’intrattenere rapporti speciali con la Russia, lasciando che altri Paesi dell’Unione si trovino a fare i conti delle imposizioni di Washington.

Siamo insomma nel bel mezzo di un cambiamento, dove lo scontro tra passato e futuro creano non poche ambiguità, ma nel quale l’Europa, almeno nella struttura che si è data, appare ormai come un dinosauro dopo la caduta del meteorite. Il mondo che si annuncia non è né quello della guerra fredda, ideologicamente diviso in due fronti, né quello del monolitismo neo liberista guidato dagli Usa, ma nemmeno quello dei mercati rigidamente chiusi: è quasi ovvio che una costruzione nata su questi presupposti e malignamente evolutasi con essi, oggi sia in una profonda crisi sia politica a causa dei disastri epocali provocati dalle politiche austeritarie, sia geopolitica vista la diversità di interessi e di rapporti che esistono fra i vari membri e che adesso stanno rientrando in gioco. Il puzzle sta cambiando e chi non si prepara a cambiare rimarrà con le tessere in mano.


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