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Il vaccino russo e il “contagio” americano

20200812_093704_E2DD62D5L’offesa alla sicumera occidentale e ancor più a quella americana è stata enorme, di quelle che una volta venivano lavate col sangue e adesso con qualche balla rituale nelle serie di Netflix: dopo aver sacralizzato il vaccino come l’unica e obbligatoria speranza contro il coronavirus, ecco che la Russia titra fuori per prima il santo graal vaccinale lasciando di sasso Big Pharma che voleva fare grandi affari su una narrazione apocalittica  della pestilenza. La reazione è stata ovviamente di incredulità e di diniego, ma in ogni caso il vaccino russo,  non può essere né meglio né peggio di quelli occidentali, visto che comunque a sperimentarlo saranno i vaccinati. Anzi scommetto qualsiasi cifra che adesso in occidente diventeranno tutti contro il vaccino. Ma come si permettono i Russi di mettere bocca nella comedie umaine e sanitaria dello stato eccezionale e dei suoi valletti europei? Quasi quasi adesso accuseranno Putin di essere intervenuto con questo vaccino nelle distorcere le elezioni americane: una follia tira l’altra.

Di sicuro  questa è una lezione durissima da ogni punto di vista, compresa quella di un sistema che ormai appare fragile e inefficiente se non nella capacità di produrre narrazioni e che facilmente si rivela meno efficace di concezioni miste e sinergiche,  meno dipendenti dal denaro, da intrighi per il medesimo e da una concezione di concorrenza che portata all’estremo limite si sta rivelando fonte di assoluta debolezza. E in fondo è proprio questo ciò che di cui si parla e sui cui  il vaccino russo fa cadere una luce sinistra: un sistema ormai giunto alla sua dissoluzione. Basta semplicemente vedere come la campagna elettorale americana si svolga sul filo di due impossibilità. Da una parte Trump esprime la speranza irrealizzabile  che l’America riacquisti la potenza industriale di una volta e di conseguenza anche una classe media prospera: ma questo dopo aver trasferito in Asia tutta la produzione non è praticamente fattibile non solo per i giganteschi investimenti “non finanziari” se mi si passa l’espressione  necessari, non solo per la riaccensione del dibattito sociale che ciò comporterebbe e che i ricchi di certo non vogliono, ma anche perché assieme alla produzione materiale si è esportato l’insieme cognitivo necessario: in poche parole gli Usa non hanno più nemmeno gli uomini per farlo, ovvero un numero adeguato di tecnici e gli scienziati . Finora li si è importati, ma questo non è sufficiente, anche  perché molti dopo un po’ ritornano  da dove sono venuti: negli ultimi tre anni, per esempio, oltre 450 mila ricercatori cinesi sono tornati in patria, dove trovano un’atmosfera di dinamicità superiore, almeno stando alle interviste fatte loro da giornalisti americani.  Capisco che per un coloniale italiano abituato ad avere una certa idea dell’America questo possa risultare incredibile, e impossibile eppure questo lo si deve anche a un sistema di istruzione privatistico – elitario che funzionava quando c’era la produzione e che ora sforna soltanto una elite debole impreparata. Un sistema che vogliamo imitare fuori tempo massimo come accade ai cretini.

Dall’altra parte, quella rappresentata da Biden, si cova un altra falsa speranza, ovvero che gli Usa possano continuare a vivere molto  al di sopra dei propri mezzi, semplicemente stampando denaro ed emettendo debito che non hanno alcuna intenzione di ripagare. Fino ad ora lo status di riserva mondiale del dollaro ha permesso di importare beni  in cambio di carta e nascondendo dietro fumosi obiettivi di giustizia sociale un’opera sistematica di rapina. Ma adesso le maggiori potenze economiche stanno riducendo la loro dipendenza dal dollaro, aprendo scenari molti diversi. La Cina ad esempio che è anche il maggior partner commerciale di moltissimi Paesi (Usa compresi ) ha ridotto al solo 20 per cento il proprio interscambio in dollari e scenderà al 10 nei prossimi anni. Ma la stessa cosa stanno facendo la Russia e l’India: insomma anche questa prospettiva si sta esaurendo, ma è anche la più pericolosa perché comporta l’uso “normale” dello strumento militare come arma di ricatto e di pressione.

Ecco perché il vaccino russo mette in crisi sia l’una che l’altra versione della nostalgia americana: da una parte dimostra l’efficienza di altri sistemi, dall’altro rischia di sottrarre altro terreno al dollaro. Così vedrete che il vaccino russo non funzionerà per definizione o avrà il benefico effetto di attenuare l’assurda assurda narrazione pandemica.  Perché quando il diavolo fa le pentole, dovrebbe assicurarsi anche si poter produrre i coperchi.


Eubanditi

Inkedbig_lebowski_LO-RES_LISecondo alcuni commentatori intelligenti e in quanto tali estranei ai giornaloni dove lo sfoggio di incultura e ottusità è seconda solo al servilismo, la punizione che l’Europa tedesca ha voluto infliggere all’Italia con gli accordi sul  Recovery found, Next generation o  come cavolo vogliono chiamalo, magari ribaditi fra un po’ dall’accesso al Mes,  ha delle ragioni principalmente geostrategiche e non economiche. Certo dà un senso di straniamento parlare di queste cose quando ancora gran parte degli italiani sta festeggiando la propria rovina, accorrendo sotto le banderuole della più sfacciata presa in giro sui miliardi in arrivo, nonché resurrezione di una solidarietà europea che non c’è mai stata e meno che mai in questo caso, ma non di meno sta diventando chiara la volontà della  Germania e dei suoi ascari nordici di cogliere qualsiasi occasione di azzerare l’Italia non tanto come concorrente economico, risultato già abbondantemente ottenuto con l’euro, quanto come soggetto nazionale autonomo che possa frapporsi alle neo ambizioni di Berlino di una politica mediterranea che le dia accesso all’Asia bypassando la Russia. Secondo alcuni di questi notisti tra cui Giuseppe Masala tale nuova strategia si sarebbe consolidata dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue che avrebbe sottratto a Berlino quel retroterra diplomatico  e in qualche modo culturale che Londra avrebbe potuto garantire. Ma su questo temo che pesi la costante e antica sopravvalutazione del mondo britannico: in realtà la chiusura del mediterraneo all’incipiente via della seta era già iniziata con la distruzione della Libia, il primaverismo arabo e il successivo attacco alla Siria.

Nel globalismo ortodosso espresso dai Clinton e dagli Obama occorreva circondare la Cina  perché rimanesse la fabbrica del mondo senza però riuscire a porsi come potere globale e dunque bisognava riprendere il controllo del mediterraneo e stagnarlo rispetto ad influssi diversi da quelli atlantici. L’Italia, assieme alla Grecia era uno dei Paesi che avrebbero potuto essere miracolati dall’ascesa della Cina e quindi dallo spostarsi dell’asse economico mondiale dall’atlantico e dall’Indo pacifico perché in questo modo potevano diventare il “ponte” tra oriente e occidente: una posizione che il nostro Paese non ha voluto sfruttare considerato il suo status coloniale e la presenza di un forte partito “amerikano” che tiene in mano tutti i gangli vitali della politica e dell’informazione.  A quel tempo la cosa era di relativo interesse per la Germania, convinta di poter creare un proprio corridoio attraverso l’Ucraina e una Russia in qualche modo rinunciataria: ciò che le elites occidentali non avevano messo in conto era la resistenza di Mosca, coinvolta in pieno del suo spazio vitale e la  vigorosa reazione di  all’assalto, del tutto inaspettata nella sua determinazione e nella proiezione di forza mostrata con la riconquista della Crimea e poi con l’appoggio alla Siria. Putin, ha completamente cambiato le carte in tavola, rotto le uova nel paniere di Washington  e costretto Berlino a cambiare strategia, a guardare con maggiore intensità all’Adriatico. L’odio anti putiniano che viene incessantemente secreto dall’informazione occidentale ha origine da questo.

L’Italia era già stata umiliata nel 2011  per la sua reticente partecipazione alla campagna iniziale contro Gheddafi e per la sua resistenza ad essere spogliata dei suoi interessi in Nordafrica, cosa che costò il posto a Berlusconi, ma adesso, fallito il piano iniziale e lasciato spazio ad una situazione sempre più caotica, occorreva intervenire e grecizzare la Penisola, sottoponendola a un controllo diretto di Berlino perché non si frapponesse alle sue ambizioni. L’occasione è stata la pandemia e i danni economici che essa ha portato principalmente ai Paesi che non hanno sovranità monetaria, ma anche governi e classi dirigenti già ampiamente predisposti alla sottomissione e incapaci di qualsiasi iniziativa. Adesso, accettata un’elemosina europea che ci spoglia della residua sovranità  di fatto non potremo più fare ciò che vogliamo anche ammesso che lo si voglia fare. L’idea poi che siano gli Usa di Trump a poter costituire un contraltare al potere tedesco è una pura illusione perché Washington ha certamente interesse a fermare le ambizioni mondialiste della Germania, ma nemmeno ad appoggiare le iniziative in proprio di Paesi che sono sotto la propria tutela. Certo volendo  potremmo riprendere la situazione in mano, ma la vedo molto dura se la gran parte della popolazione non ha ancora la minima idea di ciò che sta accadendo, anche perché non ha fonti  di informazione al riguardo ed è continuamente rimbambita da euro idiozie.


Ostaggi

20160612_glider_0Arrivati alla fine dell’anno ci sono due notizie complementari che ci riguardano da molto vicino e costituiscono una nuova cattiva sorpresa: da una parte la concreta possibilità del trasferimento sul nostro territorio di altre 50 testate nucleari americane tolte dal territorio turco e trapiantate da noi e l’entrata in servizio dei primi sistemi d’arma ipersonici russi Avangarde. Si tratta di piccoli velivoli automatici, chiamati in gergo alianti, in grado montare  testate nucleari di potenza variabile dai 500 kilotoni ai 2 megatoni trasportati in gran numero da un missile balistico e capaci di arrivare a velocità di mach 27 a 50 chilometri di quota e in grado di variare in ogni momento obiettivo. Questo vuol dire che non sono  intercettabili da nulla per almeno vent’anni stando a ciò che dicono gli esperti militari  Alla fine del prossimo anno ne saranno schierati 480. Non è in fondo una sorpresa perché già i sovietici erano parecchio avanti nello studio della propulsione magneto – fuidodinamica e la maggior parte di queste realizzazioni anche in anni lontani sono avvenute in Asia. Per la verità gli americani avevano concepito più o meno lo stesso tipo di arma, ma otto anni fa le prove effettuate fallirono e adesso sono in grave ritardo. A questo si devono aggiungere il nuovo missile balistico cinese ipersonico lanciabile da sommergibili, lo svantaggio accumulato nelle difese anti missilistiche, la mediocrità di parecchi sistemi d’arma che molti Paesi sono in pratica costretti a comprare per dare soldi all’industria americana che è un esempio di corruzione quasi mistica.

Non c’è bisogno di dire che questo cambia profondamente il quadro strategico: gli Usa si erano illusi dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica di potersi comprare la Russia e probabilmente anche la Cina, neutralizzandole per sempre e invece adesso si trovano a dover fronteggiare una situazione nella quale i due Paesi di cui ci si era in qualche modo liberati per far risplendere l’impero monopolare, sono più forti di prima e soprattutto hanno dimostrato che con una frazione di quanto spendono gli Stati Uniti per un complesso militar – economico – politico elefantiaco, non soltanto sono in grado di tenere testa alla macchina schiacciasassi, ma anche di sopravanzarla con relativa facilità. Basti pensare che proprio quest’anno il Pentagono ha firmato un contratto per lo sviluppo di un sistema aliante a 5 mach e questo la dice lunga sulla situazione. L’uomo della strada rimbambito da un’informazione senza più ritegno, non ha la minima idea di questa situazione e di come le economie miste si siano rivelate molto più efficienti di quelle basate sul puro profitto privato. Di certo da qualche anno a questa parte gli stati maggiori della Nato sono letteralmente terrorizzati e la cosa migliore che hanno saputo produrre sono la russofobia e la cinofobia cercando di nascondere la situazione alle opinioni pubbliche occidentali e di armarle in sostengo di  un mondo irreale dove i golpe, i massacri le false guerre civili, vedi Cile, Bolivia, Siria, Ucraina,  sono la democrazia e dove i tentativi di fare il solletico alla Cina con Hong Kong o con leggende su presunte repressioni di popolazioni mussulmane senza nemmeno uno straccio di prova, sono un modo di mobilitare le coscienze perché esse non vedano il reale contesto.

Ma questo è un tema affrontato più volte, il problema più specifico per noi ( e anche di altri Paesi europei) è quello di essere prigionieri di un’alleanza aggressiva che tuttavia non gode più della tranquillizzante superiorità in cui ha vissuto negli ultimi trent’anni. Così non opponiamo la minima resistenza alla militarizzazione altrui del territorio e alla trasformazione dello stivale in un deposito nucleare  sul quale non abbiamo di fatto alcun controllo: diventiamo insomma e sempre di più un bersaglio da neutralizzare senza che però i padroni degli arsenali siano in grado di difenderli efficacemente e di difenderci. Eppure l’evoluzione delle tecnologie militari ha completamente cambiato le carte in tavola, anche al di là dei rapporti di potenza, senza però produrre un cambiamento di atteggiamento: addirittura l’Algeria oggi dispone di aviogetti russi di quinta generazione capaci di fare il tiro al piccione con il fallimentare F35, caccia studiato nel contesto del First strike e di fatto inutile nella difesa. Insomma siamo un po’ come quei civili messi a fare da scudo umano a causa di una lunga subalternità, mai messa minimamente in discussione. Una situazione che poteva anche avere un senso nel mondo bipolare del dopoguerra, ma che oggi sa diventando davvero improponibile, anche se il milieu politico non ha fatto altro negli ultimi 30 anni che caricarsi di sempre maggiori servitù sia militari nei confronti della Nato, sia economiche nei confronti dell’Europa alla tedesca. E  con un’opinione pubblica che ha sempre preferito vedere il dito piuttosto che la luna diventando un ostaggio con la sindrome di Stoccolma.


Gas illuminante

1944-1966 - Dati - 1. La Cascata D'acqua 2. Il Gas Illuminante Marcel DuchampUna decina di giorni fa Putin ha partecipato alla cerimonia di inaugurazione del gasdotto “Potenza della Siberia” che si sviluppa per 2200 chilometri fino in Cina, è stato progettato per resistere a temperature di – 62 gradi e a terremoti dell’ordine di 8 gradi Richter, mentre il presidente cinese Xi Jinping in video conferenza ha detto che “questo passaggio sta portando la cooperazione strategica russo-cinese nel settore energetico a un livello completamente nuovo”. L’opera inizia nel giacimento di gas Chayanda in Yakuzia e completa la sezione russa a Blagoveshchensk  dove, attraverso due gasdotti subacquei sotto il fiume Amur, si collega con  il gasdotto Heihe-Shanghai lungo 3.371 chilometri che come si evince dal nome porta il gas nell’area della  megalopoli cinese al ritmo di 38 miliardi di metri cubi l’anno, ma anche nelle regioni del nord est favorendo anche lì lo sviluppo industriale. Tuttavia questa è solo una parte della storia perché Gazprom ha dato il via alla costruzione, ai margini del gasdotto e a 160 chilometri dal confine cinese,  del più grande impianto planetario di trasformazione del gas per produrre etano, propano, butano e 60 milioni di metri cubi di elio ogni anno, elemento questo richiestissimo dalle industrie di punta, da quella dei semiconduttori a quella aerospaziale e missilistica dove finora Usa e Qatar erano in pratica i soli produttori. Per la sua costruzione saranno impegnati centinaia di ingegneri e fino 25 mila operai (non si vuole perdere tempo) , di cui tremila saranno poi stabilmente addetti alla produzione. Se vogliamo aggiungere un altro elemento  geopolitico si può aggiungere che il socio principale di Gazprom  in questa impresa destinata a rivitalizzare la regione assieme a tutto l’oriente russo, ma anche a far cadere un monopolio di fatto, è la tedesca Linde.

Però la cosa davvero interessante è che tutto questo non sarebbe mai nato se il noto politco, mestatore e corrotto Joe Biden, al tempo vice di Obama, uno di quei “competenti” a cui, secondo il furbetto da mentecatti Santori, bisogna affidarsi senza pensieri, non avesse avuto la malaugurata idea di provocare il golpe in Ucraina con l’espulsione del legittimo presidente da parte di formazioni naziste  e oligarchi  dentro un regime fantoccio degli Stati Uniti. Il colpo di stato fu pensato quando il governo di Viktor Yanukovich aveva deciso di accettare generose condizioni russe per aderire alla sua Unione economica eurasiatica piuttosto che una vaga promessa di un possibile status di candidato all’adesione all’Ue e quindi a qualche imbecille dovette sembrare un colpo da maestro, senza minimamente pensare che invece avrebbe cambiato tutte le carte in tavola e non a favore di chi si ritiene il banco. Fino ad allora infatti i negoziati tra Mosca e Pechino per il gasdotto si stavano trascinando da più di dieci anni senza alcun costrutto, perché Cina e Russia non avevano idea di quanto accanitamente e ossessivamente gli Usa intendessero assediarli. Anzi i due Paesi erano, per quanto blandamente, rivali riguardo alle risorse dell’immenso territorio siberiano, ma col golpe a Kiev tutto è diventato immediatamente chiaro, i responsabili dei due Paesi si sono resi conto che l’irresponsabilità americana e dei suoi ceti dirigenti non aveva limiti né ritegno: in poche settimane dopo tanti anni di melina, Mosca ha raggiunto un accordo finale con Pechino nell’ambito di un progetto complessivo volto a creare un perno politico ad Est, lontano dalla Nato.

Insomma la hybris di ceti politici subalterni ai poteri economici e ai loro interessi ha fatto commettere loro un enorme passo falso risvegliando resistenze che prima erano state riposte in un cassetto e agevolando la formazione un blocco continentale di straordinaria potenza economica e militare  che prima era soltanto in uno stato larvale. La cosa è indirettamente ammessa anche da uno dei massimi rappresentanti e complici del sistema liberista, ovvero Emmanuel Macron che in una recente intervista all’Economist parla di un necessario riavvicinamento alla Russia rendendosi conto che la prima vittima di tutto questo è proprio l’Europa che pure ha tenuto bordone alle avventure Usa – Nato. Insomma ha cercato in qualche modo di accodarsi alla doppia politica della Germania che non vuole assolutamente essere tagliata fuori dal gioco adesso che il Pacifico ha sostituito l’Alantico come centro della geopolitica e da una parte aderisce alle sanzioni Usa, dall’altra le bypassa senza pensieri.  Forse è la rivolta sociale in Francia che porta Macron a meditare, anche sull’assenza reale di un’Europa che non è altro che un coacervo di ideologie commerciali guidate dalla Nato, ma non c’è il minimo dubbio che occorre ripensare completamente il futuro e rifiutare il presente se non si vuole trovarsi ai margini della carta geografica dove si accumulano le cacche delle mosche.

 


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