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Criminali di guerra con contratto del gas

tumblr_lc5o4kYtzz1qzztgro1_1280Se gli stessi che inventano sceneggiati sull’uso dei gas nervini per uccidere una spia in pensione o fare strage a guerra ormai vita,  non avessero la proprietà quasi assoluta dell’informazione e la possibilità di pagare e mobilitare troupes di figuranti come gli elmetti bianchi , queste storie non reggerebbero nemmeno per qualche minuto, tanto sono mal congegnate, dilettantesche, grottesche e incredibili nei loro moventi . Invece durano giorni e e settimane quel tanto che basta per provocare l’effetto voluto e poi cadono nel nulla, senza che i responsabili siano puniti per la loro volgare mancanza di eticità anche quando si scopre l’inganno: è avvenuto per le armi di distruzione di massa di Saddam o per l’attribuzione ad Assad del famigerato attacco chimico, perpetrato da altri.

Cui prodest questo infame teatro che fa da cortina fumogena per i veri aggressori? Nel caso specifico non ci troviamo di fronte alla rappresentazione di due atti unici il secondo dei quali destinato ad oscurare il ridicolo nel quale sta sprofondando il primo, ma a un opera sola in due atti  messi in scena con lo scopo preciso di provocare un reflusso di capitali dalla Russia:

  • Primo atto: la ex spia russa, di casa al Mi6, che  Putin avrebbe tentato di assassinare senza alcun motivo al mondo (del resto era stato proprio il leader del Cremlino a scarcerarlo)usando un’ arma chimica con la firma Russia in calce e per giunta assai poco efficace nel contesto specifico. Ciò provoca l’espulsione dei diplomatici e nuove sanzioni anche nei confronti di soggetti privati le quali non fanno altro che colpire principalmente i Paesi europei esportatori.
  • Secondo atto:  si rispolvera il medesimo copione e la stessa troupe di Mollywood, ossia la Hollywood americana in Medio oriente, del 2013, e si torna a simulare con tanto di caschi bianchi venuti fuori dal nulla un assalto con gas di Assad al ridotto del terrorismo ancora aggrappato al territorio siriano. La prima volta ci si poteva anche cascare perché Damasco avrebbe potuto avere la tentazione di giocare il tutto per tutto in una situazione drammatica, ma davvero non si capisce per quale motivo dovrebbe fare una cosa simile ora, a guerra praticamente vinta. Ma tanto basta lo strepito dei media, è sufficiente che per qualche giorno la cosa scuota l’emotività ottusa delle opinioni pubbliche per fornire il pretesto a qualche attacco aereo e alle solite minacce rodomontesche di Trump. Attacco israeliano e non Usa come suprema precauzione, ma che differenza fa, Israele è gli Usa e differisce solo per un baratro di intelligenza dai lentigginosi gringhi.

Occorrevano entrambe le cose per poter arrivare a uno stato di quasi guerra e provocare così una breve crisi del rublo ai minimi dal novembre 2016 sul dollaro, un calo del 7% dei titoli russi, il peggiore dopo la vicenda della Crimea nel 2014 e un contestuale attacco speculativo sui titoli bancari russi visto che nella lista Usa dei sanzionati figura  Andrey Kostin, presidente della VTB Bank, uno dei più grandi gruppi creditizi russi. E poi volete mettere la soddisfazione per dei mediocri confusi  oltre a costituire una sorta di vendetta per la straordinaria vittoria di Putin su cui non si può nemmeno avanzare qualche sospetto visto che elezioni sono state promosse a pieni voti dagli osservatori dell’Ocse?. Insomma gas nervini fasulli per frenare l’exoport di gas russo vero. Solo l’insieme cadenzato di questa rappresentazione avrebbe potuto ottenere questo effetto e al tempo stesso mettere le basi per un possibile attacco diretto in Siria o meglio ancora instaurare un clima di angoscia e ostilità confino facile a sfuggire di mano alle isteriche scimmiette del Pentagono. La verità alla fine è che siamo in mano a un pugno di veri e propri criminali di guerra con i loro ordigni le loro trame e i loro gas imediatici, che dipendono da un pugno di criminali sociali che sempre più vedono nelle situazioni di conflitto una soluzione al declino inarrestabile del loro mondo. Declino di democrazia e di uguaglianza che quando non funziona direttamente col neoliberismo dei super ricchi si riverbera come contrasto al cosmopolitismo vacuo e standardizzato di questi ultimo con gli Orban, i Morawiecki e compagnia cantante.

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Attenti al lupo

lupo_vestito_di_pecoraSe uno aprisse un manuale di economia leggerebbe che l’emissione di azioni serve alle imprese per rastrellare capitale e investirlo nella produzione. Ma questa è diventata una fiaba o meglio ancora una falsificazione perché nella realtà avviene l’esatto contrario, ovvero le aziende sfruttano la possibilità di prestiti a tassi molto bassi per rastrellare in borsa le loro stesse azioni in maniera da aumentarne il valore e dunque remunerare meglio gli azionisti e nello stesso tempo simulare condizioni di salute eccellenti che nulla hanno a che vedere con le situazioni concrete e soprattutto con la produzione effettiva e/o i margini che essa consente, anche a fronte di grandi profitti dovuti alle delocalizzazioni .

E’ un meccanismo perverso, un circolo vizioso e allo stesso tempo una via senza uscita, una delle ragioni tra l’altro per cui il ritorno della produzione in America fa parte del pio illusionismo di Trump. Secondo gli ultimi dati, usciti qualche settimana fa, le aziende americane  hanno bruciato in queste operazioni di auto rastrellamento azionario 3000 miliardi dollari ( di cui 2000 finiti in dividendi per i massini dirigenti di impresa) e ormai si va avanti a un ritmo non inferiore ai 50 miliardi al mese. Così la Borsa sale, sfonda record su record, ma la macchina dell’economia non si muove perché le ruote non fanno che slittare nella stessa buca e il rombo del motore non è altro che il frastuono dei tamburini mediatici. Certo il meccanismo sarebbe perfetto se esistesse il moto perpetuo e non esistesse la termodinamica: ma nell’universo reale è destinato a svanire con un rombo di tuono non appena tutta l’energia sociale e geopolitica succhiata per far funzionare questo motore alla rovescia sarà esaurita. E si sta esaurendo rapidamente, anche perché le imprese, ormai libere dai vincoli dei parametri reali  finiscono per investire anche nelle obbligazioni emesse da altre imprese e in prodotti finanziari strutturati attorno ai debiti sia privati che corporate, la cui sorte è indecifrabile anche se spesso coincide con quella della spazzatura. Tanto per fare qualche esempio concreto il 60% dell’attivo di Apple, ovvero 156 miliardi, consiste in titoli che rappresentano debiti altrui  mentre più o meno sono nelle stesse condizioni  Hewlett Packard , IBM, Motorola, Xerox, Ford, General Motors, Ebay, Oracle e General Electric. I primi 30 gruppi non finanziari degli Usa detengono 426 miliardi del debito di altre imprese, 369 miliardi di debito pubblico e 40 miliardi di titoli che si riferiscono al debito dei privati. E naturalmente questi investimenti vengono fatti sui titoli più remunerativi ossia su quelli più fragili. Può funzionare solo se si è cravattari e in effetti l’ambiente neo liberista  che ha fatto da brodo di coltura di tutto questo ha campato finora sullo strozzinaggio nei confronti del lavoro e del welfare.

Ora il problema è quanto ancora potrà durare  anche perché traducendo le cifre in diagrammi e aggiungendovi la massa dei debiti privati su mutui e prestiti  si vede perfettamente che ormai si è arrivati nelle stesse condizioni e anche peggiori del 2007  – 2008  quando deflagrò la prima crisi: ormai tutti sono consapevoli della precarietà e instabilità della  situazione peraltro inevitabile nel momento in cui si è completamente rinunciato a regolamentare la finanza. Ma una prossima crisi non solo sarà molto più dura della prima e aprirà prospettive di ribaltamento delle tesi e degli strumenti che ci hanno portato fino a questo punto, ma porterà a un grande rivolgimento geopolitico spodestando gli Usa e le sue appendici europee dalla dittatura della finanza. La nuova via della seta con le sue infrastrutture finanziaria strategiche e la dedollarizarione ne sono un segno evidente.

Anche questo l’elite di comando capitalista lo capisce benissimo e da una parte accelera i processi di controllo sociale o repressivo e si accanisce contro il welfare da dove può ancora ricavare legna da ardere per il suo falò di civiltà, dall’altro cerca  di allontanare il disastro con la produzione di caos nelle aree energeticamente sensibili, Golfo, Medioriente, Venezuela. Ma sa bene che si tratta solo di un rinvio e si culla con sempre maggiore evidenza e folle tracotanza nell’incubo del first strike.  Purtroppo le fiabe degli economisti con finiscono che Cappuccetto rosso che salva se stessa e la nonna: il lupo cattivo se le mangia entrambe.


Guerra del gas: la Germania si ribella

frackpenj-e1361915720445-400x250Oggi, prendendo spunto dalla morte di Kohl, mi voglio esercitare in una di quelle decostruzioni delle narrazioni ufficiali che a volte sembrano troppo fantasiose o troppo forzate, ma che comunque contegono un nucleo di verità incontestabile. Parto da una notizia in qualche modo inaspettata che giunge da Berlino: Germania e Austria hanno espresso forti critiche sulle ultime sanzioni statunitensi contro Mosca, dicendo che potrebbero pregiudicare le imprese europee impegnate nella costruzione di gasdotti per portare in centro Europa il gas naturale russo. Impegnate in sostanza a bypassare attraverso il North Stream Ucraina e Polonia, ossia i due Paesi più antirussi per tradizione o per golpe che vi siano sul continente, cosa che come si può immaginare dispiace in maniera eccezionale a Washington.

Ora basta prendere questo fatto, ribaltarlo, tirarne le conseguenze e abbiamo una nuova filigrana di lettura della realtà nella quale l’assalto all’Ucraina, i pasticci in Turchia e successivamente in Iran e Qatar, fanno sì parte della strategia di accerchiamento della Russia per impedire una ripolarizzazione mondiale, ma hanno come importante punto iniziale questioni interne, in pratica il salvataggio delle aziende petrolifere impegnate nel fracking e tutto l’alone di speculazione borsistica attorno ad esse. Com’è noto è stato Bush, petroliere mancato, a promuovere le nuove tecniche estrattive ed è stato Obama a premere sull’acceleratore con la promessa o forse è meglio dire miraggio di far tornare gli Usa fra i maggiori esportatori di greggio, ma soprattutto con l’obiettivo di contenere la crisi con lo svilupppo di una nuova corsa all’oro nero. Disgraziatamente l’estrazione di petrolio con le tecniche del fracking oltre ad essere estremanete pericolosa per l’ambiente, per l’acqua, per l’atmosfera è anche parecchio più costosa rispetto ai normali pozzi, compresi quelli sottomarini  e dunque tutto il settore si è in qualche modo sviluppato in una bolla a metà fra borsa e Stato fino a che non è intervenuto un calo drastico dei prezzi del petrolio che ha messo in grossi guai quelli che si erano buttati sulla nuova frontiera, i grandi investimenti subito accorsi e l’ancor più grande alea speculativa attorno ad essi.

Ora però c’è un ulteriore problema: dai pozzi si estrae sia petrolio che gas, ma quest’ultimo rischia di non costituire un guadagno quanto una perdita soprattutto per gli operatori più piccoli, perché l’utilizzo del gas è meno sviluppato negli Usa rispetto all’Europa e il recupero di esso nelle particolari condizioni della tecnica di fratturazione, ne aumenterebbe ancora i costi a livelli limite. Tanto limite che si è creata una situazione assurda nella quale da una parte esiste una sovrapproduzione gasiera, dall’altra gli Stati Uniti continuano a importare dal Canada. Per reggere la baracca del fraking così vitale per la favoleggiata nuova America saudita era ed è vitale trovare dei mercati a cui vendere questo gas e dove principlamente se non in Europa? Disgraziatamente del continente fa parte anche il maggior produttore mondiale di gas oltre che detentore delle maggiori riserve planetarie ossia la Russia che con i suoi gasdotti, può rifornire l’Europa a prezzi molto più bassi rispetto agli Usa che già estraggono a prezzi superiori, ma poi devono liquefare il gas riempire le navi e mandarle dall’altra parte dell’Atlantico. Certo visti gli sprechi anche un prezzo geopolitico può dare un po’ di respiro, ma i Paesi importatori devono comunque spendere miliardi per gli impianti di degassificazione e di trasporto .

Dunque la maniera per poter attuare il proposito è impedire alla Russia di esportare, di metterla in difficoltà, di isolarla e anche di mandare a gambe all’aria quei Paesi che godono di immense riserve di gas ancora in gran parte inutilizzate, ma a portata di gasdotto per l’Europa: volete qualche nome? Il golfo della Sirte, dunque Libia, il braccio di mare tra Cipro e le coste della Siria, il Qatar e l’Iran che già producono abbastanza, ma che hanno immense riserve e che soprattutto insieme potrebbero rifornire il continente europeo e parte dell’Asia senza bisogno di degassificatori. Ma anche la Grecia e l’Egeo sono miniere già accertate e sia pure in misura minore alcuni tratti di costa turca e dell’Egitto. Ora si dà il caso che tutti questi Paesi, oltre alla Russia stessa, siano entrati nel mirino di Washington e degli ascari di Bruxelles con la guerra, tentati golpe, primavere arabe, distruzione economica, minacce per interposti amici importazione di terrorismo e quant’altro. Certo si tratta di apparenti coincidenze che trovano tutttavia un riscontro temporale visto che le vicende elencate sono ominciate insieme al boom del fracking negli Usa tra la fine del 2010 e il 2011, lo steso periodo in cui improvvisamente tutti noi scoprimmo che dovevamo diversificare le nostre fonti, costruire dagassificatori a più non posso e in sostanza comprare dagli Usa a prezzo maggiorato (vedi nota).

Ovvio che non è possibile spiegare tutto solo alla luce di questo, ma le troppe coincidenze ci dicono che si tratta di un elemento importante nella dinamica dei fatti. L’inattesa anche se serpeggiante ribellione sul North Stream della Germania, del resto già avvertita con l’affaire Wolkswagen tramite l’ennesima “agenzia indipendente”, conferma che la pista non insegue miraggi. E che l’unico miraggio è fidarsi dell’estremo occidente.

Nota E’ curioso a questo proposito notare come sia stata la Croazia  ad ottenere, dopoGas-piantina una battaglia con l’Italia e la Slovenia,  finanziamenti europei per costruzione un degassificatore sull’isola di Veglia. Curioso perché Slovenia e Croazia sono comprese in pieno nel più vasto bacino europeo adatto all’estrazione di olio e gas con la tecnica del fracking e per giunta hanno una situazione antropica di certo più  favorevole di altri aree del continente. In particolare entrambi i Paesi possiedono queste risorse lontano dalla zona turistica costiera. Risultato: devastazione delle coste per comprare gas da fracking dallo zio Sam in maniera da essere compiutamente zio Tom.


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