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Uiguri, anatomia di una fake news

33b8001d-4010-4687-95ec-5927f1a158fcEcco come nasce una fake news, non  una di quelle che durano una settimana, ma che nelle intenzioni dei suoi propalatori sono destinate a diventare un crivello per l’opinione pubblica occidentale e per i nemici dell’unipolarità americana, in maniera che il signor X tornando a casa dopo una dura giornata di lavoro malpagato, si senta indignato per la terribile repressione da parte di Pechino degli Uiguri, popolazione a maggioranza mussulmana finora totalmente sconosciuta ai più. Si comincia con un battuto d’ali di farfalla, con qualche foglio online di fede stellestrisciante, magari collegato a qualche organizzazione sedicente umanitaria che riceve abbondanti fondi dal dipartimento di stato o da qualche famigerato filantropo, poi l’argomento sbarca nei ricchi salotti della razza padrona dove si conversa amabilmente su come mantenere il dominio, successivamente la cosa comincia a diffondersi in rete dove trova dapprima le anime nere degli influenzatori e poi  infiniti canali di penetrazione tra le anime belle senza testa. E  cresce come una valanga, si arricchisce delle più disparate fantasie che nascono dal marcio inconscio occidentale e infine i rivoli di queste notizie sparse sono raccolte e riprese dall’informazione mainstream così che alla fine diventano una verità incontestabile o contestabile solo da chi non a cuore l’umanità e men che meno la democrazia.

A questo punto si scopre che lo Xinjiang, regione che l’indignato per contatto e talvolta per contratto. non sa nemmeno dove si trova, è una specie di immenso lager dove un milione di Uiguri, anzi no due milioni o meglio ancora tre che è il numero perfetto  sono internati in dozzine, centinaia, migliaia di campi perché di certo il pallottoliere non manca a Radio Feee Asia, di proprietà della Cia, media ufficiale di questa campagna. E poi si grida  che la scrittura, la cultura, i costumi, la religione e la lingua uighur sono sradicate (in favore di quale delle cinque lingue che si parlano in Cina non viene detto, ma dopotutto sono americani, mica possiamo chiedere cose troppo complesse) ,  che vengono forzati matrimoni tra Uiguri e Han che costituiscono il 90% della popolazione cinese, che si può essere imprigionati per il rifiuto di mangiare carne di cane, che si è costretti a gare di ballo forzato ben sapendo che queste manifestazioni danzanti non piacciono agli uiguri e giù di piccone con queste stronzate tra l’altro palesemente abborracciate e incoerenti. L’obiettivo naturalmente non è quello di interessarsi davvero di queste popolazioni che vivono al confine con Pakistan e presentano problemi di infiltrazione terroristica, in particolare dell’ormai “usatissima” Al Quaeda, ma di mettere in difficoltà la Cina (e magari dare un qualche senso ai dazi trumpiani) attraverso una narrazione che sembra una sorta di autodafè dell’occidente perché immagina ciò che noi faremmo, ma che è lontanissimo dalla mentalità cinese: infatti  gli Uiguri godono di una sorta di discriminazione positiva in materia di istruzione, vendita al dettaglio e creazione di società proprio per evitare problemi e oltretutto la regione che è la  più grande e allo stesso tempo di gran lunga la meno meno abitata dell’ex celeste impero (22 milioni di abitanti, nemmeno Shangai e 10 di uiguri) , è investita da un gigantesco piano di sviluppo che solo nell’ultimo anno ha portato in Xinjiang, noto per i meravigliosi paesaggi, 153 milioni di turisti. Si confondono resistenze dei residuali poteri tribal religiosi verso una situazione che rischia di marginalizzarli, con quella di conflitto etnico e  repressione razziale.

Ma andando al sodo da dove vengono prese queste notizie? Quali sono le fonti? Basta fare questa domanda per raccogliere con un kleenex tutta questa puteolente robaccia e metterla nel sacchetto che merita accanto alle pepite di Fido. Si tratta infatti esclusivamente di una tale Gay McDougall membro di un ente privato, il Cerd, che lavora anche per le Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale. Lavora talvolta per, ma non è membro dell’Onu, particolare importante perché all’inizio della campagna condotta senza la minima pezza d’appoggio se non generici  “rapporti credibili” citati dalla McDougall,  sono stati erroneamente attribuiti dall’Agenzia Reuters alle Nazioni Unite le quali sono state costrette a smentire vista la puzza di bruciato che si spandeva tutto attorno. Anche la Reuters, da cui ha attinto a piene mani tutta l’informazione mondiale, alla fine ha cercato di chiamare a soccorso un sedicente centro per i diritti umani in Cina che opera naturalmente a Washington ed è sovvenzionata dal governo statunitense. Una fonte credibilissima come del resto Human Right da tempo espressione dell’amministrazione Usa, che si è aggiunta ad accreditare i “rapporti credibili” rimasti peraltro pura citazione. Tuttavia proprio nel corso di questa espansione esplosiva di fake news, lo stesso Cerd ha tenuto a far sapere che le notizie non derivano ufficialmente dall’organizzazione, ma esclusivamente dalla signora McDougall.

La cosa interessante è che vediamo ripetersi quasi senza variazioni il caso Tibet, area peraltro indefinita, dove il revanscismo di potere dei monaci è diventato  chiave di volta di un movimento per l’indipendenza del tutto costruito a tavolino a diecimila chilometri di distanza. Si è preso il capo di una forma di buddismo ormai assolutamente marginale, il Dalai Lama, facendone una sorta di un papa arancione, esibito dappertutto, cruna dell’ago di un presunto movimento per la libertà tibetana, con tanto di costituzione custodita in India e testimonial hollywoodiani. Ci si fida sempre che l’uomo della strada legga solo i titoli della vita e infatti basta esaminare questa costituzione per vedere che essa non ha nulla a che vedere con la libertà, ma è quella di uno stato teocratico assoluto e arcaico nel quale gli ordini monastici hanno tutto il potere. Chiaro che ogni tanto, anche se ormai raramente, essi facciano qualche azione di protesta che viene spacciata come moto spontaneo della popolazione tibetana ( peraltro minoranza da sempre) la quale invece da almeno un ventennio è oramai estranea anzi apertamente ostile a queste dinamiche visto che investimenti, ferrovie, strade hanno ridato un po’ di vita al tetto del mondo. L’imperialismo cinese funziona così, è inclusivo, come del resto si vede bene in Africa, fa parte di una cultura diametralmente opposta a quella che si è affermata in occidente dopo la caduta dell’impero romano e che diventa persino autodistruttivo nella sua versione più rozza. Ad ogni modo ormai è chiaro che Washington ha dato per persa la questione tibetana  e si butta sugli Uiguri nella speranza di poter preparare sulla base di un’ennesima menzogna misure muscolari  del tutto ingiustificate. I veri uiguri sono quelli che si fanno prendere per il naso.

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Conte, i conti e ciò che conta

italy-chinaChe il governo Conte, sorretto da un movimento in cerca di autore e da una Lega monomaniaca sull’immigrazione, non sarebbe stato in grado di portare avanti le promesse lo davo per scontato, visto che esse implicavano la decisa volontà politica di contestare i parametri europei, quali fonti di impoverimento per il Paese e di disuguaglianza per i suoi cittadini, cercando altre sponde per resistere al ricatto finanziario e alle quinte colonne interne. Operazioni troppo complesse da compiere, specie se sotto il fuoco nemico armato di spread. Così  non mi stupiscono affatto le anticipazioni sulla finanziaria del ministro Tria che mostrano in sostanza  un panorama piatto rispetto al passato, senza nemmeno tentare di sfondare il tetto del 3%, limite dadaista posto da Bruxelles al deficit di bilancio, finito in Costituzione grazie all’opera di onorevoli servi sciocchi, anzi stando ben al di sotto e rendendo disponibili solo 6 miliardi per le promesse.

Quindi tutto come previsto salvo una cosa del tutto inaspettata e che rischia di fare del governo Conte la più grande occasione perduta dell’ultimo trentennio: l’inattesa disponibilità manifestata dalle due più grandi economie del pianeta a sostenere finanziariamente il Paese visto che in un contesto in rapido e radicale cambiamento, hanno o la determinazione di tenersi stretto lo Stivale o di farne un partner per futuri sviluppi. Due mesi fa è stato Trump ad assicurare a Conti la l’apertura americana a sostegni finanziari in vista della fine del quatitative easing  ora è la volta della Cina a mostrare la medesima disponibilità, manifestatasi  prima durante e dopo la visita di Tria nel celeste impero, dove peraltro è andato spesso per impegni accademici. Si tratta di qualcosa di più concreto delle promesse americane, sia perché il governo di Pechino ha capacità  di governo dell’ economia molto più ampie della Casa Bianca, sia perché tra le righe si capisce che l’eventuale appoggio a titoli di stato italiano verrebbe pensato proprio in funzione anti speculativa.

L’ambasciatore cinese in Italia lo fatto capire chiaramente con queste parole riportate dalle agenzie: “la Cina è sempre e comunque un investitore responsabile; le sue attività di investimento da un lato promuovono la stabilità dei mercati finanziari internazionali, dall’altro mirano a mantenere e accrescere il valore delle riserve. Attualmente, i rapporti sino-italiani vivono un momento di rapido sviluppo e i due Paesi intendono approfondire ulteriormente la cooperazione di mutuo vantaggio. Spero che Cina e Italia possano attuare concretamente l’intesa raggiunta dai nostri leader di governo e promuovere in modo stabile lo sviluppo della cooperazione in tutti i settori, compreso quello finanziario. E aggiunge: “Ci tengo a sottolineare che tra i nostri partner non ce n’è uno che è entrato in una crisi del debito a causa della cooperazione con la Cina. E di tutte le “crisi del debito” che abbiamo visto fino ad oggi, non ce n’è neppure una che sia partita dalla Cina”.  In due parole significa che Pechino è intenzionata a investire massicciamente in altre divise piuttosto che sul dollaro, ma in un contesto nel quale tale investimento deve mirare alla stabilità piuttosto che alle operazioni speculative e ancor meno a quelle speculativo – politiche,  che potrebbero venir rintuzzate con l’acquisto di titoli italiani, tanto più che nelle nostre riserve è entrato ormai lo yuan.

Ora, mentre si sta mettendo a punto un piano di sviluppo bilaterale  sul porto di Trieste, il solo nel nostro Paese e tra i pochissimi del mediterraneo in grado di ospitare le mega portacontainer che vengono dall’Asia, ma anche  l’unico nel continente europeo ad avere una profondità di 18 metri alle banchine, in grado di operare con le navi ancora più grandi in progetto o già in cantiere,  viene questa offerta in nome della multipolarità e della stabilità, chiara come  il sole anche se espressa nel linguaggio criptico della diplomazia. Di certo non c’è bisogno di essere Cavour per vedere la distanza che ci separa dalla situazione di un decennio fa quando fu possibile cominciare il massacro della Grecia poi sfociato nel tradimento di Tsipras o destituire d’ufficio Berlusconi senza lasciare la parola alla democrazia, ma semplicemente sostituendolo con un fantoccio della finanza. Dunque gli spazi di manovra ci sarebbero tutti per cominciare ad avere un atteggiamento meno tremebondo e inginocchiato, tanto più che nel contesto in cui siamo una resa senza condizioni non servirebbe a tenere in piedi il governo visto come pericoloso sia da Bruxelles e Berlino, sia dalla razza padrona interna che si sente spodestata e teme per i suoi assetti d’affari come è emerso in maniera persino grottesca nella tragedia di Genova.

Non bisogna perdere un’occasione che è anche un punto di inizio, certo senza fare i Rodomonti, ma chiarendo che gli interessi concreti del Paese non possono essere sacrificati in nome di concezioni economiche dietro le quali poi si nascondono anche interessi nazionali altrui. Chissà sarebbe anche un modo per uscire dall’adolescenza politica.


La tempesta perfetta e il ritorno delle mummie

mummieSi parla di settembre come il mese della resa dei conti: Berlusconi e Renzi hanno fatto sapere di voler abbattere il governo servendosi – senti chi parla – della magistratura e della faccenda dei 42 milioni della Lega scomparsi. Ed è probabile che riescano comunque a rendere le cose più complicate per Conte, Salvini e Di Maio perché le toghe rosse sono una magnifica invenzione del Cavaliere, visto che i colori prevalenti sono ben altri, bianco, nero, tengo mutuo, carriera e famiglia che è una particolare nuance tutta italiana, Ma nei mormorii prevacanzieri, così segreti da trovarsi virgolettati su Dagospia, si parla anche di un altro attacco a tenaglia contro l’esecutivo populista portato dalla finanza via spread, secondo le modalità che ben conosciamo anche se in sette anni di chiacchiere e di bugie col distintivo dell’informatore, si è riusciti a confondere l’uomo della strada a tal punto che egli ritiene l’aumento del differenziale di interesse sui titoli di stato a 10 anni come un pericolo di morte imminente. Ma quello nostrano  non è che un caso, perché anche in Usa lo stato profondo rappresentato dai giacobini del globalismo alleati all’apparato industrial – militare tenterà una nuova spallata contro Trump sempre via Putin e in nome di uno stato di conflitto permanente.

Ora lasciatemi esprimere due osservazioni. La prima riguarda in primo luogo l’Italia: qualunque opinione si possa avere del governo Conte e dei suoi ministri è chiaro che una crisi maturata attraverso il ricatto finanziario e giudiziario non può configurarsi in altro modo che come una consegna del Paese alle condizioni greche. Anche chi è fortemente contrario al cosiddetto governo populista, commetterebbe un vero suicidio politico se dovesse consentire alle manovre di un Berlusconi ormai in via di decomposizione sotto i  belletti e a quelle del suo figlioccio etico e malandrino, il guappo di Rignano: significherebbe un ritorno al peggior passato di questo Paese e per giunta sotto ricatto franco tedesco, in nome poi del nulla.

La seconda osservazione, questa volta più estesa, è che il revanscismo dei poteri globalisti, anche riuscendo in qualche operazione, non potrebbe essere che un colpo di coda, doloroso, ma temporaneo e inutile, perché ormai il processo di multipolarizzazione è andato troppo avanti per essere riassorbito e perché l’economia del casinò finanziario sta macinando le ultime risorse. I segnali vengono da molte parti e alcuni sono chiari: per esempio la Russia ha disinvestito in pochi mesi i quattro quinti dei suoi asset in titoli di stato americani  (da 90 miliardi a 15), aumentando costantemente le riserve di oro; inoltre sta abbandonando in maniera graduale, ma inarrestabile, il sistema di scambio interbancario Swift in favore dell’ SPFS, autoctono, cosa questa che testimonia del fatto di non essere in presenza a manovre temporanee, ma a una linea strategica che mentre si inserisce nel processo di dedolarizzazione, mette insieme strumenti per non essere travolti da possibili tempeste esterne. Dal canto suo la Cina si prepara a rispondere all’aggressione daziaria basato sul mito del deficit commerciale americano attraverso rappresaglie contro società come Boeing, Ford, Apple, HP e moltissime altre che paradossalmente fanno parte dell’opposizione occulta a Trump. D’altronde l’interscambio commerciale tra i paesi Brics è aumentato del 30%, ed è ora il motore della crescita nell’economia globale. Ciò significa che la maggior parte dell’economia e del sistema che facilita lo scambio palenetario di beni e merci è ora nelle mani di entità multilaterali che sono al di fuori del controllo sia degli Usa che delle elites occidentali ormai ridotte a far conto solo sulla forza militare: il prossimo vertice brics in Sudafrica ci dirà cosa bolle in pentola oltre al recente accordo tra Cina e Russia per lo sviluppo di infrastrutture in Africa.

Insomma questo complesso di eventi suggerisce che le possibilità di una tempesta perfetta non sono più così remote, cosa del resto che anche molti analisti occidentali temono e che dunque le concezioni, ideologie, teorie e prassi economiche, istituzioni intese come facility per le disuguaglianze e le oligarchie,  difese accanitamente dalle elites contro ogni parvenza di partecipazione reale, stanno ormai saltando avendo   raggiunto i propri limiti intrinseci. Così le politiche basate sul mantenimento dello status quo – vedi  il preconizzato,  Berlusconi  Renzi italiano – sono ormai dietro le spalle e incapaci di portare qualsiasi cambiamento o miglioramento. Focalizzarsi su questi obiettivi non solo è insensato, un po come castrasi per far dispetto alla moglie, ma è anche una diserzione dal battersi perché il cambiamento sia quello verso una maggiore eguaglianza e solidarietà sociale ( quella vera non quella a pie di lista delle cosiddette ong, tanto per fare un esempio) e non sia invece lasciato a estemporanei interpreti che brancolano nella penombra.


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