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Trump non sta all’attico

sir-ellys-terrace-shanghai0008Si direbbe che mentre il web e i social hanno enormemente allargato la base di discussione l’hanno anche annacquata al punto da far perdere ogni sapore alle idee, persino alle spezie in sacchetto che le hanno sostituite e che si perdono completamente dentro un’ignobile sbobba. Fa paura andare su Facebook, su twitter ed essere investiti da polemichette idiote che ricordano molto i modi salottieri della batracomiomachia dei tempi di Berlusconi. le indignazioni da campeggio, le movenze del partito preso o l’ubbidienza agli odg della generale disinformazione: insomma i sussurri e le grida che dimostrano ampiamente come non si abbia la sensazione di essere di fronte a passaggi epocali che incalzano, che incombono e che cambieranno le nostre vite.

Non ci basta Trump che rinnega gli accordi con l’Iran, che cerca di abolire ogni multilateralismo e che tenta guerre commerciali, non basta un’ Europa ridotta all’impotenza che sta implodendo, non bastano le guerre commerciali e quelle che fanno stragi. Pochi sembrano accorgersi realmente della deriva occidentale che si nutre della negazione del principio di realtà o quanto meno non pensano che tutto questo si abbatterà come uno tsunami. Poiché il pesce puzza dalla testa per rendersi conto della situazione basta soltanto far caso a ciò che avviene negli Usa dove l’elezione di Trump è sembrata una vittoria contro l’establishment, ma alla fine si è rivelato un tentativo dello stesso per tentare di evitare un declino inarrestabile. Gli Stati Uniti hanno goduto dagli anni ’80 e fino alla crisi di una prosperità senza precedenti investendo e beneficiando della globalizzazione, ma producendo sempre più profitti per pochi e sempre meno  lavoro sul suolo americano, sacrificando sia le classi lavoratrici che quella media  sostituite dall’Asia e dai robot peraltro in gran parte realizzati nella stessa Asia. Così mentre i ricchi sono diventati ricchissimi si ingrossano le file dei poveri accampati nei sobborghi delle grandi città, dei trentenni che vivono con i genitori, degli studenti che non riescono a ripagare i prestiti universitari per mancanza di posti e di prospettive, della violenza, dell’evasione chimica: decine di milioni di persone una volta appartenenti al ceto medio sono gravate da debiti che non potranno mai ripagare.

La promessa vincente del presidente palazzinaro era quella di riportare la produzione sul suolo americano, ma si è ben presto accorto di dover fare i conti con due aporie: la prima che è impossibile raggiungere questo risultato sulla base della ideologia economica e sociale che ha creato la situazione dalla quale si vorrebbe uscire. La seconda è che questo obiettivo è incompatibile con il mantenimento della posizione egemone degli Usa. Così alla fine non ha fatto altro che agire estemporaneamente e premere l’acceleratore sugli armamenti e sul caos come se l’eccesso di potere si traducesse tout court in intelligenza strategica, mentre molto spesso ottiene il solo effetto di ingrossare il fronte opposto.  Per rendersi conto di questa immersione nel mondo di Alice e di Comma 22 insieme basta guardare all’Iran che si è voluto punire di essere una spina nel fianco per i progetti Usa in medio oriente, ma l’esclusione di questo grande Paese  dai circuiti economici e finanziari occidentali, lo ha immediatamente spalancato ad altre influenze e così l’Iran è appena entrato a far parte della Shanghai Cooperation Organization insieme a Russia, India e Cina, che ora rappresentano il 40% della popolazione e il 25% del Pil nominale globale, ma il 60% di quello reale, intendendo per questo il valore globale delle loro merci sui mercati planetari: così le sanzioni hanno procurato un danno di gran lunga più importante a chi le ha poste e non chi le subisce. A questo va aggiunto il danno collaterale inflitto alla Total, azienda francese, ma con il 30% di capitale americano che è stata esclusa dallo sfruttamento del più grande giacimento di gas che si trova nelle acque iraniane, venendo rapidamente sostituta dalla cinese Cnpc.

Da questo semplice esempio si vede che l’apparenza inganna, che imperialismo e mondo globale sono in contraddizione fra loro, che oggi il vero “giocatore” planetario è la Cina che fa affari con tutti, non ha l’ambizione di comandare il pianeta, non mette sanzioni e non suscita guerre, mentre gli Usa si vanno rapidamente trasformando in una sgradita cupola di multinazionali che investe in lupare. L’ America di Trump rappresenta il punto limite di un’illusione: quella di poter togliere la scala dopo averla usata per salire in cima. Ma qualcuno non si è accorto che non erano arrivati all’ultimo piano e che l’attico è già prenotato.

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Leggende riciclate: c’era un cinese in coma

download (1)Spesso, per non dire sempre, l’idea di mondo che abbiano non ha a che fare coi dati di realtà e nemmeno con l’enorme di mole di singole bugie o ipocrisie che ricoprono le menti come il lapilli coprirono in corpi dei pompeiani, quanto con una vera e propria propaganda pervasiva che di fatto costituisce una continua quanto dissennata e contraddittoria costruzione di una realtà fittizia. Così non bisogna stupirsi se dall’oggi al domani una linea di narrazione cambia completamente come per esempio è accaduto con il leader Nord coreano Kim, passato da oggetto di scherno e pericoloso criminale a statista di livello che è riuscito a vincere la sua partita a scacchi con Trump, anche si è riluttanti ad ammettere quest’ultimo particolare.
Ma in questi giorni un altro filone narrativo sulle magnifiche sorti e progressive del sistema, sta cadendo a pezzi e se l’allarme non ha ancora raggiunto le cronache dei grandi media, si affaccia prepotentemente nelle pubblicazioni scientifiche dove ci si chiede come si farà a smaltire l’oceano di plastica ora che la Cina ha chiuso le porte al riciclaggio. Non è uno scherzo perché l’ex celeste impero finora rilavorava o smaltiva il 72% di tutta la plastica prodotta nel mondo e dunque si tratta di ricostruire anzi di creare tutta una filiera che oggi non esiste. Tuttavia è ancora più importante e interessante scoprire il perché di questa drastica decisione di Pechino e la risposta è in qualche modo agghiacciante: la qualità della plastica è diventata talmente bassa che il riciclaggio è possibile in una percentuale sempre più ridotta e la Cina rischierebbe di diventare una discarica.
Viene da ridere pensando a tutti gli allarmi sulla plastica cinese che l’informazione mainstream ha diffuso a piene mani in questi ultimi 20 anni visto che in definitiva si trattava in gran parte proprio plastica occidentale ricicciata. E su questo stesso filone c’è un aneddoto curioso da raccontare quello di una finanziaria italiana operante nel settore di import – export che stava assistendo  una nota e prestigiosa marca del made in Italy per vendere un grande quantitativo di calzature di lusso in Cina. Quando però i campioni furono mostrati ai possibili compratori ci fu una scena degna del miglior Feydeau: ” Ma come – dissero i cinesi – queste scarpe le produciamo noi e volete rivedercele a un prezzo stratosferico solo per aver aggiunto un marchio?”

Ci possiamo anche ridere su, di possiamo divertire su episodi del genere, ma questa faccenda della plastica è di livello strategico e richiama anche un’altra narrazione quotidiana, ossia quella per cui si fa di tutto per preservare l’ambiente e che le tecnologie sempre più sofisticate di produzione sono in grado di porre rimedio ai guai del consumismo sfrenato permettendo dunque al sistema di sopravvivere a tempo indeterminato. Al contrario scopriamo che la qualità tende ad abbassarsi sia per ragioni di profitto che per accelerare il ritmo di obsolescenza e sostituzione dei prodotti, mentre ci si gingilla con grandi kermesse ambientali e ci si viene  a raccontare che i grandi inquinatori sono altrove.

 


Freud al G7

2016-08-17-1471454358-5762688-donaldtrumpasacowboy-thumbIl G7 di quest’anno in Canada, come del resto quelli precedenti, non è servito assolutamente a nulla anche se è costato una follia. La sola cosa interessante è la strana ambivalenza che il vertice ha lasciato trasparire: da una parte l’isolamento degli Usa che impongono sanzioni alla Russia, all’Iran e di fatto ai Paesi europei che hanno intensi commerci con questi reprobi, dall’altro la palese accentuazione imperiale di questo isolamento che pretende di dire agli altri cosa devono fare, pena vendette commerciali e azioni legali ovviamente portate avanti da giudici americani. La cosa ha anche un suo risvolto simbolico nell’abbandono anticipato da parte del presidente Usa di un consesso che evidentemente considera inutile e impotente, non prima però dopo aver dettato le sue direttive alla servitù perché si comporti bene in sua assenza.

Da questo si vede benissimo che la politica di Trump non va affatto controcorrente rispetto a quella delle precedenti amministrazioni, ma si sovrappone ad esse con un nuovo livello nel quale il protezionismo di America First si rivela nient’altro che uno strumento di globalismo geopolitico. Naturalmente se nel breve periodo questi atteggiamenti da western di bassa lega possono anche intimorire e funzionare, andando avanti nel tempo essi finiranno per alienare agli Usa buona parte del pianeta che è già dentro un processo di multipolarizzazione: una cosa è essere padroni fingendosi partner, un altra è avere bisogno di partner volendo essere padroni. D’altra parte un’economia che si basa sul dollaro come moneta centrale e sul consumo folle a debito non ha altra scelta soprattutto anche perché gli altri con la loro obbedienza hanno lasciato che le cose evolvessero malignamente su questa strada senza correttivi. Ma se per esempio domattina scoppiasse una nuova crisi subprime visto che la situazione ricorda molto da vicino quella del 2008, e anzi appara ancora ancora più drogata cosa succederebbe? Vedremmo il pistolero incazzato con il dito sul grilletto o il cow boy disarcionato e inseguito dai Sioux che implora un cavallo per metà del suo regno?

Il fatto è che l’inutile G7 canadese si è rivelato invece una efficace sfera di cristallo che mostra con chiarezza assoluta la progressiva disintegrazione del mondo occidentale, con un’ Europa in mano a un’ insensata  oligarchia burocratico – lobbista e tenuta insieme  dagli interessi dall’ordoliberismo tedesco dove le forze centrifughe stanno ormai prevalendo, con gli Usa ormai sconnessi da un rapporto di reciprocità anche solo formale al vecchio continente e in procinto di perdere la parte di Asia conquistata dopo la seconda guerra mondiale, entrambi in via di essere scalzati in Africa dai cinesi. Tra una quindicina di anni, sempre che nel frattempo non ci venga regalato un olocausto nucleare, la Cina e l’Asia ad essa afferente saranno di gran lunga il mercato più ampio del mondo e le attività economiche dovranno guardare a Pechino più che a Washington decretando un’epocale transizione di mondo  Questa fratturazione e incipiente perdita di centralità è stata così evidente al G7 canadese che paradossalmente Trump, (immediatamente seguito da Conte che ha voluto infliggere il suo colpo di coda alle idiozie piddorenziane contro Putin sparate durante la campagna elettorale), ha auspicato un ritorno della Russia nel consesso dei cosiddetti grandi e dunque un ritorno a un G8 : si è trattato più che altro di un grottesco lapsus freudiano visto che proprio la Russia le sanzioni contro di essa nate con vicenda ucraina e perpetuate a forza di bugie, le contro sanzioni per i trasgressori che vogliano avere un rapporto con Mosca,costituiscono il principale asse di divisione e frattura. Non si è  trattato certo di un contentino retorico rozzo e di pessimo gusto, trumpiano insomma,  perché  sarebbe stato comunque privo di senso nel clima del vertice, ma di qualcosa che ha preso voce dalla subliminale consapevolezza della frantumazione e del declino oltre che dalla crescente potenza della Cina contro cui si cerca un rimedio che non si può certo trovare in un contesto di ossessiva volontà di dominio.  Così che anche l’assurdo più ragionevole di certe ragioni.


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