Annunci

Archivi tag: Cina

Le ombre del tramonto

danza_macabra.jpg--Non possiamo sapere quali anni saranno considerati fondamentali per l’evoluzione storica nei secoli futuri, perché spesso i contemporanei vengono colpiti da eventi che nel loro complesso sono secondari o al massimo concause marginali. Per esempio si sarebbe tentati di dire che l’evento simbolo del declino degli Usa e dell’intero occidente, si possa collocare nel 2001 con  l’attacco alle torri gemelle, mentre esso si inserisce nel complesso di eventi che fanno parte dell’ultimo tentativo di tenere sotto stretto controllo il medio oriente, posizione chiave fra i tre maggiori continenti, Asia, Europa ed Africa. Si tratta di uno sforzo perseguito da lungo tempo e per diversi obiettivi  (vedi Sciarada Curda ), ma che negli ultimi 75 anni ha assunto un’importanza preminente perché non solo produce enormi quantità di petrolio, ma in ragione della sua debolezza è stata garante della posizione del dollaro come moneta universale ed è stata dunque fonte primaria dell’egemonia americana. Con il collasso dell’Unione Sovietica, grazie alla quale si era raggiunto una sorta di equilibrio conflittuale anche in questa regione chiave, le carte sono state rimescolate ed è iniziata una continua serie di guerre e di giochi di alleanze destinate a mantenere il dominio su una regione che con Saddam aveva mostrato intenzione di emanciparsi dalla moneta verde, di isolare al contempo l’Iran che di fatto è la Mecca di tutta la fascia sciita che va dall’Iraq alla Siria e di mettere in difficoltà la Cina, ovvero l’incipiente rivale planetario. L’avventura afgana anch’essa impantanatasi in un clamoroso fallimento serviva sia a circondare Teheran, sia ad allontanare Pechino dal Golfo Persico e dalle sue risorse. 

Si è trattato di guerre dissimetriche che sono state vinte facilmente sulla carta, di “rivoluzioni” semi colorate che hanno investito Egitto e Libia e che avrebbero dovuto essere suggellate con la conquista della Siria. Ma qui il meccanismo si è inceppato: la rivoluzione accuratamente preparata, appoggiata da un’armata terrorista raccogliticcia di cui si era occupato il senatore McCain e tuttora spacciata come guerra civile, nonostante quei miliziani abbiano poi creato l’Isis, non ha avuto il rapido successo che si immaginava. Damasco ha resistito per anni all’assalto occidentale ed è passata al contrattacco quando la Russia di Putin è scesa in forze in suo soccorso stravolgendo tutti i piani americani. Possiamo dunque dire che il 2014 è l’anno della svolta visto che è anche quello in cui la Russia si è ripresa la Crimea, mettendo in crisi  una rivoluzione arancione, cui anche l’Europa si è prestata, che pareva essere stata coronata da un pieno successo. Le rovine  del disegno americano sono dovunque: la caduta di Saddam e del suo regime laico ha in un certo senso liberato le forze sciite rendendo il Paese più vicino all’Iran invece di allontanarlo, l’Arabia Saudita fulcro finanziario di tutta questa strategia  si è rivelata debole oltre ogni previsione e la sua guerra agli Houti cui gli Usa hanno fornito tutto il loro appoggio, rischia di essere persa per giunta gettando un ombra cupa sull’efficacia reale degli armamenti Usa ( vedi Arma letale ) . Sarà giocoforza per la monarchia medioevale che governa quell’enorme e ricchissimo scatolone di sabbia, rinunciare all’egemonia regionale e venire a patti con l’Iran. Infine tutto questo ha anche messo in moto una traslazione della Turchia da fedelissimo alleato della Nato e suo singolo membro più potente dopo gli Usa stessi, ad attore autonomo che adesso vuole schiacciare i curdi del nord della Siria, quegli stessi che gli americani hanno sfruttato a tutto campo per poi abbandonarli al loro destino.

Dunque il disingaggio Usa non è tanto dovuto all’isolazionismo di Trump, ma è nelle cose, nel fallimento del disegno medio orientale e dalla constatazione che gli Usa non possono più controllare tutto, che ” il nuovo secolo americano” preconizzato da Robert Kagan (non casualmente transitato dai repubblicani ai democratici a causa dell’insufficiente interventismo di Trump) non è più concretamente realizzabile. Una cosa che il sistema informativo occidentale cerca di nascondere, ma che le elite conoscono benissimo,  Adesso vi riporto letteralmente il brano di un discorso che molti attribuirebbero a Putin o ancor meglio a Jinping: ” L‘ordine internazionale viene sconvolto in un modo senza precedenti, con sconvolgimenti enormi, probabilmente per la prima volta nella nostra storia, in quasi tutte le aree e su scala storica. Soprattutto, una trasformazione, una riconfigurazione geopolitica e strategica. Probabilmente stiamo vivendo la fine dell’egemonia occidentale nel mondoEravamo abituati a un ordine internazionale basato sull’egemonia occidentale dal 18 ° secolo … Le cose cambiano. E siamo stati profondamente colpiti dagli errori commessi dagli occidentali in alcune crisi, dalle decisioni americane degli ultimi anni che non sono iniziate con questa amministrazione, ma ci hanno portato a riesaminare alcuni impegni nei conflitti in Medio Oriente o altrove e ripensare la fondamentale strategia diplomatica e militare  Ed è anche l’emergere di nuovi poteri il cui impatto abbiamo probabilmente sottovalutato per troppo tempo.”

Bene, invece questa è la sintesi del discorso di Macron alla conferenza degli ambasciatori tenutasi all’Eliseo  il 27 agosto scorso  ( qui per i curiosi) . Beninteso egli  glissa sui milioni di morti e di profughi che il tentativo unipolare americano, appoggiato dagli europei ha provocato, ma è chiarissimo il senso di declino che viene espresso come cornice per ipotizzare un nuovo rapporto con la Russia e con la stessa Cina, sottintendendo che questo non può prescindere da un nuovo ordine monetario. Forse la rivolta dei gilet gialli che prosegue senza sosta, anche se l’informazione su questo fenomeno latita comme d’habitude, ha suscitato in Macron dei dubbi sullo stato dell’impero militar finanziario di cui è un ingranaggio secondario.  Ma le luci del tramonto sono chiarissime.

Annunci

Settant’anni di rivoluzione

hgvjbkjhjsdgcvshjcEra proprio il primo ottobre di 70 anni fa che Mao proclamò la nascita dell Repubblica popolare cinese nella piazza Tien’anmen di Pechino, davanti alla Porta della Pace Celeste, quasi a significare una cesura assoluta col vecchio e liquefatto mondo imperiale cinese, ma in qualche modo anche una continuità col passato. La fondazione di un regime che inalberava la falce e il martello su un’area immensa non fece certo piacere agli Stati Uniti che avevano fatto di tutto per impedirlo, foraggiando a più non posso un generale corrotto e opportunista, Chiang Kai Shek che aveva raggiunto il potere civettando con i sovietici per poi fare strage di comunisti e che negli anni ’30 invece di difendere il Paese contro l’invasione giapponese ( del resto aveva passato buona parte della sua vita nel Sol Levante del cui esercito aveva fatto anche parte) usava tutta la forza disponibile per tentare di sconfiggere l’armata di Mao. Ma a quel tempo la cosa non impensierì più di tanto Washington che proprio in quel periodo doveva vedersela con l’esplosione della prima bomba atomica sovietica che ridisegnava i rapporti di forze ( vedi nota) : la Cina dopotutto era un Paese estremamente arretrato sia per cause interne che per i costanti tentativi di colonizzazione occidentale attuati anche attraverso il commercio dell’oppio e ci sarebbero volute, così si pensava, molte generazioni perché potesse diventare un problema.

Sebbene appena due anni dopo la proclamazione della Repubblica popolare il suo esercito fosse riuscito a cacciare  gli americani dalla Corea del Nord e persino ad accerchiare il grosso delle forze Usa ( i marines così valorosi nei film aspettarono che fosse un reggimento turco a sacrificarsi quasi interamente per spezzare l’accerchiamento) nessuno immaginava o voleva immaginare che la Cina comunista sarebbe divenuta in qualche decennio l’elemento cardine della politica planetaria: a impedirlo non erano solo le condizioni di partenza, ma anche la convinzione che un regime comunista non sarebbe stato in grado di portate l’ex celeste impero a un ruolo di primo piano nell’economia. Anzi questo era l’argomento principale della narrazione capitalista: visto che era difficile contestare il principio di eguaglianza e di lotta allo sfruttamento, si diceva che il sistema dell’economia pianificata non funzionava e che non permetteva l’abbondanza che invece il capitalismo e il mercato garantivano.

Per questo molto a lungo si è ignorata la gigantesca crescita cinese che sottraeva alla povertà e alla fame centinaia di milioni di persone, pur in mezzo a contraddizioni ed errori,  in un processo che per dimensioni non ha eguali nell’intera storia e ci si si soffermava al contrario su alcune narrazioni sospette o talvolta di pura invenzione come quelle di Piazza Tien’anmen con il famoso uomo davanti al carro armato, della mitica costituzione tibetana custodita dal Dalai Lama, per finire con oscure notizie di rivolte nelle regioni occidentali che nessuno ha mai mostrato e dimostrato, ma prima ancora sulle vittime della rivoluzione culturale che oggi sappiamo furono tra dirette e indirette mezzo milione e non le cifre di assoluta fantasia che ancora circolano: praticamente un decimo di quelle prodotte dalle guerre occidentali negli ultimi decenni. Tuttavia quando non è stato più possibile negare l’ascesa manifatturiera cinese e anche il benessere diffuso che di alcune delle regioni punta si è detto che questo era dovuto al fatto che in realtà il Paese era diventato capitalista, nonostante la presenza di pianificazione statale in ogni settore, la  massiccia presenza del pubblico nelle attività economiche e il fatto che  tutto il sistema bancario e creditizio sia in gran parte statale e le eccezioni siano sotto lo stretto controllo statale. E’ meraviglioso leggere i report del capitalismo che è riuscito nell’impresa di far calare i redditi di centinaia di milioni persone per darli ai grandi ricchi, biascicare di inefficienza o poca efficienza del sistema cinese. C’è in questo il lato becero e patetico di chi guida il declino dell’occidente, negandone i motivi di grandezza e respingendolo verso  forme di oscura satrapia del denaro. Non voglio nemmeno entrare in questioni accademiche che riguardano le ideologie, anche perché la Cina fin dal primo ottobre del 1949 ha rappresentato una via diversa.evolutiva del comunismo rispetto a quella sovietica non fosse altro perché è stata una rivoluzione contadina e non operaia, ma in generale in occidente non si è capito molto del né del Paese di mezzo né della rivoluzione culturale, non riuscendo ad uscire dai propri schemi e ad afferrare, da vecchi colonialisti nel cui inconscio è sempre fissata l’idea di supremazia, che nelle condizioni storiche in cui si è affermato il maoismo riscatto popolare e riscatto nazionale- culturale hanno coinciso, cosa che ha reso quanto mai forte la rivoluzione vigorosamente sopravvissuta agli errori commessi dal grande timoniere e agli assalti esterni.

Rimane il fatto che all’ascesa della Cina e alla sua peculiarità di approccio ai problemi si deve lo scardinamento del mondo unipolare realizzatosi dopo  lo sfaldamento dell’Unione sovietica, qualcosa di assolutamente inimmaginabile 70 anni fa e tuttora incomprensibile per l’occidente che non riesce a prenderne pienamente atto.

Nota Per alcuni anni dopo la fine della guerra circolarono piani e ipotesi di riprendere il conflitto, ma questa volta contro l’Unione sovietica. E’ noto il piano Unthinkable espressamente voluto da Churchill nell’estate del ’45  che comprendeva anche l’utilizzo delle forse naziste superstiti: irrealizzabile al momento, ma comunque mai abbandonato, aggiornato e messo in sonno caso mai se ne presentasse l’occasione. La bomba sovietica del ’49 lo fece definitivamente affondare.

 

 


Ritorno all’interesse nazionale

7C08E059-85FE-491A-9FFA-CAA2A58C8FD3Benché la politica italiana sia stagnante e spesso maleodorante per la presenza delle erbacce clientelari diffuse a tappeto, benché il tentativo di inaugurare un nuovo corso sia miseramente fallito per inadeguatezza pratica e ideale facendo persino risalire a galla dai fondali melmosi, i personaggi ormai impresentabili che sono stati gli starter del declino,  le cose attorno allo Stivale sono profondamente cambiate e qualsiasi nuovo governo dei prossimi anni non può limitarsi a vivacchiare perché questo significherebbe morire, non può più crogiolarsi nell’obbedienza semplicemente perché le voci del padrone sono ormai confuse e divise. La comparsa sulla scena planetaria di una potenza industriale di forza straordinaria come la Cina, la rinascita russa, l’affacciarsi sulla scena di nuovi protagonisti prima inesistenti, ha finito per provocare la frattura del potere occidentale in diverse zolle tettoniche il cui dislocamento è solo parzialmente geografico, ma soprattutto all’interno delle sue stratificazioni: abbiamo da una parte Trump e dall’altro uno stato profondo in cui le grandi multinazionali, quelle tradizionali e quelle nate da internet alleate di ferro con la finanza globalista; abbiamo il tentativo americano di bloccare la via della seta, coinvolgendo anche i renitenti Paesi europei su un fronte insensato per gli interessi del vecchio continente e ancor più per l’Italia: è anche in corso un guerra tecnologica in cui i detentori di internet, in sostanza gli Usa che ne hanno da sempre rivendicato il monopolio, cominciano a perdere terreno come illustra fin troppo chiaramente il 5G, ma le battaglie che si combattono non sono affatto lineari, le alleanze sono a geometria variabile, le major della rete da una parte tentano di conservare il monopolio dall’altro cercano alleanze con i colossi cinesi contro Trump.

Insomma un casino che si ripercuote interamente anche in Europa: la perentoria uscita della Gran Bretagna dall’Ue che dopo il voto popolare ha visto una battaglia di elite che ha portato alla sospensione del Parlamento; la Francia che tenta una sua avventura colonialista clamorosamente fallita in medio oriente, ma ancora viva in Africa dove si appoggia agli Usa per controbattere l’influenza cinese, ma allo stesso tempo deve guardarsi da Washington che vuole risucchiarle le sue posizioni; la Germania che da una parte si è lasciata trascinare nell’avventura Ucraina e nella stolta conflittualità con Mosca, ma dall’altra non vuole rinunciare ai propri rapporti con Russia e Asia, unico modo per tentare di conservare l’egemonia continentale. Insomma tutto è esploso ed anche se è impossibile predire come tutte queste forze plasmeranno i prossimi anni, il contesto in cui si è mosso il ceto politico italiano, ma anche il capitalismo di relazione dello Stivale, non ha più alcun senso visto che si è sempre mosso in una logica di subalternità sia alla Nato che successivamente all’Europa. L’interesse nazionale ha fatto raramente capolino in queste dinamiche ed è comunque sempre stato marginale. Se ne è avuto una specie di succedaneo nel quarto di secolo che va dagli anni ’50 fino alla metà dei ’70, ma solo perché esso in qualche modo coincideva con l’interesse di Washington di evitare la crescita del Partito comunista, ma in realtà non si è mai governato al di fuori dal vincolo esterno che è diventato persino suicida quando ci si è totalmente sguarniti di fronte al doppio e consustanziale attacco dell’ordoliberismo europeo e dell’egemonia tedesca realizzatosi attraverso l’euro. Pazienza i padroni sarebbero stati due e per giunta in accordo tra loro: tutta l’intelligenza di cui è capace il Paese è stata usata al solo scopo di campare alla meno peggio, fra terze generazioni di industrialotti incapaci di pensare e dediti alle pessime imitazioni, di bottegai dell’uovo oggi e un ceto politico raccogliticcio e troppo spesso dedito all’affarismo.

Una situazione drammatica e di fatto fuori dallo spirito della democrazia, ma che a suo modo poteva funzionare dentro uno schema semplice di appartenenza vuoi a Bruxelles -Nato che in termini ancora più vasti al Washington consensus. Ora tutto questo non è più possibile perché l’ubbidienza a un contesto può significare la disobbedienza a un altro. l’adesione a una linea può contrastarne un’altra, fare affari con qualcuno può incontrare i veti di un altro e l’accettazione di questi veti significa meno soldi per il Paese. Bisogna dunque ritrovare in questa confusa trasformazione planetaria e inedite dislocazioni di potere un qualche criterio guida che a questo punto in concreto non può che essere l’interesse nazionale, ovvero quello dei 60 milioni di italiani a cui la Costituzione conferisce una sovranità che è stata messa sotto i piedi da una razza padrona mediocre e proprio per questo ontologicamente opportunista e servile. Certo si potrebbe abbandonare facilmente ai discorsi ideologici di carattere generale e universale, ma questo fa parte della discussione per un futuro lungo tutto da costruire e ricostruire. Qui e ora dobbiamo ritrovare un sentiero, un sano egoismo che serva a tutti, non solo ai ricchi i quali dalle ricette globaliste e dai vincoli esterni sperano di sistemare le proprie idrovore di denaro anche nei settori che a stento rimangono pubblici e trasformare i cittadini in debitori senza diritti.

Per paradossale che possa apparire agli occhi dei luogocomunisti l’interesse nazionale oggi non solo coincide per molti aspetti con l’opposizione al turbo capitalismo, ma è anche l’unica traccia possibile da seguire dentro la liquefazione del vecchio ordine. Ancor più paradossalmente l’interesse nazionale è anche l’unico grimaldello possibile per favorire anche un possibile nuovo assetto europeo, oggi in mano alle elite più reazionarie come del resto si è recentemente visto con la messa al bando del comunismo.  Certo questo interesse nazionale, dopo il lungo disuso andrebbe per prima cosa riconosciuto e poi perseguito in modo intelligente, cosa impossibile per l’attuale ceto politico che di fatto è figlio del vincolo esterno e dei piloti automatici anche in quelle espressioni che parevano dover portare a un cambiamento. Che dio ce la mandi buona.


Bolton e i suonatori suonati

190910113842-01-trump-bolton-file-restricted-exlarge-169La notizia del licenziamento di Bolton, famigerato consigliere per la sicurezza nazionale, oltre che guerrafondaio senza pentimenti, ha lasciato sorpresi un po’ tutti perché da un anno e passa è questo personaggio ad aver gestito le vicende di Iran, Venezuela, Afganistan, Corea del Nord oltre alle pratiche di  più lungo periodo riguardanti la Russia e la Cina tra cui figura il ritiro unilaterale dal trattato sulle armi nucleari che prevedeva la  proibizione dei missili a corto e medio raggio. Cosa significa questo benservito improvviso oltre a dimostrare l’assoluta improvvisazione con cui Trump tiene le redini dell’amministrazione americana? Probabilmente la decisione è arrivata per poter trattare con l’Iran in maniera meno aggressiva o forse per questioni di politica interna, ma lo sfondo è quello che riguarda le sempre maggiori difficoltà americane e occidentali nel sovvertire regimi o allestendo colpi di stato militari o attraverso le rivoluzioni colorate.

Si sa che è stato Bolton a scegliere Guaidò come personaggio chiave del sovvertimento venezuelano, pensando scioccamente che potesse tirarsi dietro l’esercito ed è stato lui a pensare che stracciando il trattato sul nucleare, Teheran cedesse  come un castello di carte. Insensatezze, ma che hanno già una storia dietro le spalle. Il fatto è che dopo la Jugoslavia e l’Irak l’occidente e gli stati Uniti sembrano incapaci di portare a termine quelle operazioni che una volta riuscivano alla perfezione secondo un copione standard: identificazione del Paese da scardinare in ragione di interessi economici o geopolitici, scatenamento dei media contro di esso e contro il suo “regime”, approvazione di sanzioni per fiaccare il morale della popolazione, specie quella più povera e deprimere l’economia, minacce come se piovesse e se tutto ciò non fosse bastato, intervento militare in prima persona o attraverso mercenari che possono essere estremisti islamici raccolti un po’ dovunque come in Siria per simulare una guerra civile, oppure falangi neonaziste come in Ucraina o infine le forze armate del Paese stesso, spesso dipendenti dall’occidente.  Tuttavia la cosa non sembra funzionare più come prima nonostante le decine di miliardi profusi in queste operazioni attraverso i servizi, le ong, le quinte colonne: i Paesi colpiti dalle mire occidentali conoscono ormai benissimo le prospettive di una resa, ovvero miseria, predazione delle proprie risorse e molto spesso veri e propri governi fantoccio che governano il fantasma di una democrazia inesistente, ma sanno anche che l’impero nelle sue varie articolazioni non è onnipotente: per esempio non può permettersi grandi perdite umane e quindi può agire solo attraverso le armi a distanza o con piccoli contingenti di appoggio ai mercenari. Una guerra vera con decine di migliaia di caduti destabilizzerebbero società che già sono sotto un vulcano. Inoltre tali operazioni  trovano un forte ed esteso contrasto in Paesi assolutamente determinati a non farsi travolgere: si tratta di nazioni militarmente fortissime come la Russia o dall’economia gigantesca come la Cina che ormai hanno compreso il gioco. Finora il Venezuela e la Siria sono sopravvissute agli assalti, l’Iran sta cercando di espandere la propria aerea di influenza, la Russia ha risposto per le rime agli attacchi riprendendosi parte dell’Ucraina,  la Cina riesce a tenere a bada le sovversioni sponsorizzate dall’Occidente e/o dai boss della mafia come ad Hong Kong.

E’ quasi ovvio che in questo quadro generale i falchi sbattano il muso più violentemente contro la nuova realtà e finiscano per essere sostituiti ( in due anni se ne sono alternati 3 alla Casa Bianca), ma ciò non toglie che l’occidente nel suo complesso non possa rinunciare alla sua politica di imperialismo perché è da essa che dipendono il sistema e dunque la sopravvivenza delle elite di comando che l’hanno costruito. Poco importa che come scrive Andre Vltchekq a forza di opprimere gli altri lo stesso occidente è diventato luogo di oppressione: quindi stiamo entrando in una fase di instabilità dove episodi di questo genere, cambiamenti di tattica e inversioni di marcia saranno all’ordine del giorno anche in assenza della fatuità di Trump e delle sue giravolte giornaliere: il multipolarismo sta pure determinando una serie di fratture all’interno dello stesso occidente e delle sue oligarchie con Germania e Inghilterra che perseguono un proprio disegno complicando ulteriormente le cose e trascinando altri Paesi in queste avventure. Per fortuna che noi abbiamo il nuovo governo Conte e un ministro degli esteri come Di Maio: quanto a declino siamo in una botte di ferro.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: