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Seta contro dollaro: si schierano le truppe

355927fccd50711df8b855f8bb8f28e5Mentre gli Usa giocano con le loro tragiche guerre, a cui hanno aggiogato i capitan fracassa dell’Europa oligarchica, sta nascendo un mondo nuovo. Nasce da dove trent’anni fa non ce lo si sarebbe mai aspettato o comunque non se lo sarebbero aspettato gli analisti di Wall Street e la loro demente claque piazzata ovunque in occidente: sta nascendo nel cuore dell’Asia, da un altro mondo. Sono di questi giorni le notizie che forse all’uomo della strada potranno dire poco, ma sono  invece pietre miliari: la  China Energy Corporation ha acquistato il 14 per cento della Rosneft, ovvero il più grande gruppo petrolifero al mondo stringendo così un’alleanza strategica tra uno principali attori dell’oro nero e il più grande consumatore al mondo, ossia la Cina.

Considerarlo un semplice accordo commerciale sarebbe non capire nulla della nuova geopolitica incipente, semplicemente perché gli enormi quantitativi di petrolio e gas che arriveranno nell’ex celeste impero non saranno più pagati in dollari. E per giunta proprio la Cina sta preparando un suo benchmark per competere sul mercato del greggio con  quelli tradizionali ossia il Wti, il Brent e il Dubai -Oman le cui quotazioni sono esclusivamente espresse in dollari, permettendo di prezzare l’oro nero anche in altre valute e in oro. Ciò che è davanti ai nostri occhi è la fine dell’assoluto dominio monetario americano instaurato dopo la guerra con gli accordi di Bretton Woods e divenuto una vera e propria camicia di forza quando nel ’71 venne abbandonato l’aggancio del biglietto verde con l’oro collegando di fatto ad un diverso e assai più inquietante valore di base ossia carri armati, elecotteri, portaerei, insomma la potenza militare in grado di garantire che gli assegni a vuoto costituiti dalla divisa Usa non finissero mai all’incasso. Purtroppo una cosa era formare le proprie riserve con una moneta che poteva essere tradotta in oro, un’altra era costituirle con una divisa che in sostanza si appoggiava a un economia prepotente, finendo così per finanziare il debito americano e le guerre che sono servite a tenere in piedi questo meccanismo oltre che un complesso militar industriale che tende ovviamente a replicare tali logiche. Ma anche a finanziare la crisi perché è in questa cornice che sono esplosi i mutui subprime, un debito privato che va oltre i centomila miliardi di dollari e uno publico da 20 mila miliardi ticchettanti come una bomba ad orologeria.

In ogni caso è evidente che da quel momento, con la possibilità di stampare soldi ad libitum, con la complicità dei mercati  e senza possibilità di obiezione  si è delineato il mondo neo liberista e imperiale in cui viviamo oggi, quello ha distrutto speranze, politica e democrazia, creato crisi concentriche in tutto il mondo, delocalizzato l’economia reale, ridotto l’occidente a un  casinò borsistico e alla fine ha prodotto un drammatico impoverimento umano e culturale prima ancora che economico. Del resto è dall’88 che negli Usa il reddito medio delle famiglie è in calo, mentre le borse si sono date alla passa gioia salvo qualche incidente da overdose, drenando dai poveri e dai ceti medi sempre più ricchezza per poche persone. Così anche il declino del dollaro come divisa di riferimento significa anche il declino dell’assurdo mondo diseguale che esso ha prodotto: l’Organizzazione per la cooperazione di Shangai (Sco) ha la prospettiva, assieme ai giganteschi progetti della Via della seta per i collegamenti veloci tra Asia ed Europa o le opere pubbliche in Africa, di cominciare a cambiare questo ordine mondiale.

A questo punto diventa molto più chiara la logica del caos mediorientale, il golpe arancione in Ucraina e quelli tentati in Turchia o a Hog Kong, le sanzioni alla Russia che colpiscono principalmente l’Europa con l’imposizione di comprare gas americano che costa il doppio, ma anche un clima di paura alimentato costantemente e artificialmente: si tratta per gli Usa di costruire una sorta di contromuraglia cinese, di creare un cuscinetto che isoli l’Europa e tutta la fascia che va dal Golfo persico sino all’Africa settentrionale dai venti dell’est  proprio perché se anche queste parti di mondo entrassero in una nuova logica le elite occidentali e la loro egemonia culturale, la loro deforme antropologia, la volgare utopia del pensiero unico e dell’egoismo, entrerebbero in una crisi irreversibile. In effetti ormai tutto il residuo discorso politico in Europa si riduce a questo: tenersi stretto il neoliberismo, i suoi strumenti, la sua cultura di riferimento, la sua dipendenza dalla finanza, la sua allergia alla democrazia sostanziale e le sue deliranti e infantili teorie sulla disuguaglianza come motore economico oppure lavorare, magari da protagonisti e non da spettatori incerti e timorosi, a un nuovo assetto mondiale che vent’anni fa poteva sembrare un’utopia, ma che oggi diventa concreta. E’ qui che si distingue la destra, compresa quella che si finge o si illude di essere altro, magari sovvenzionata da Soros e la sinistra, o almeno quella che resta possibile in questa battaglia, se non altro per creare le basi di un riscatto futuro. Ed evitando la tentazione di una impossibile equidistanza tra capitalismi, che sarebbe ancora una volta una resa.

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Un americano a Pechino

Chairman of the Nobel Peace Prize commitSiamo abituati a ingoiare e digerire le notizie senza minimamente far caso al loro sapore: così abbiamo ascoltato nel week end della morte di un dissidente cinese, Liu Xiaobo, del tutto sconosciuto ai più ma che ebbe un momento di notorietà quando, proprio in ragione della sua dissidenza rispetto al governo di Pechino, ottenne il Nobel per la pace, un riconoscimento ormai direttamente teleguidato da Washington ( vedi nota) e in articulo mortis un pretesto per gettare le solite ombre inquietanti sul regime della terra di mezzo. La chiave di lettura è proprio questa: la totale assenza di informazioni su Xiaobo che impedisce all’uomo della strada di si situarlo sia pure grossolanamente in una mappa simbolica. E quindi di non accorgersi che faceva parte del sistema occidentale di cui costituiva, non saprei dire se di buon grado o malgrado, una quinta colonna.

Rampollo di una famiglia di origine mandarina, successivamente passata all’appoggio per Chiang Kai Shek e la Cina americana, cristiano di educazione e religione, Xiaobo si è laureato molto tardivamente a quasi 30 anni e si è dottorato nell’84: ma prima ancora di iniziare un’attività accademica in Cina è stato chiamato come visitor professor prima alla Columbia University, poi all’Università della Hawai e in quella di Oslo (la città in cui si assegna il Nobel per la pace). Era appunto  in Usa, al Berbard College di New York quando si verificarono gli scontri tra fazioni del partito comunista che culminarono con piazza Tienanmen e fu immediatamente catapultato a Pechino dove si dice che abbia avuto un ruolo pacificatore, sebbene non vi siano documentazioni al riguardo a parte ciò che lui stesso ha riferito e l’informazione ripetuto. La sua notorietà sia pure minima in Europa risale tuttavia al 2008 quando fondò insieme ad altri “Charta 08” una sorta di imitazione di Charta 77 nel cui manifesto si chiedevano rispetto dei diritti umani, libertà di espressione, ma anche tutela assoluta della proprietà privata e privatizzazione delle terre agricole. Il documento fu firmato da 303 personaggi di varia estrazione fra cui molti avvocati, un blogger tibetano e da Bao Tong, capo della fazione del partito comunista (di cui peraltro era stato esponente di vertice) che fu sconfitta a Piazza Tienanmen e al cui fianco era accorso Xiabo. Sostanzialmente fu questo che gli valse il nobel.

Ora dio mi scampi e liberi dal pensare che gli imprigionamenti e le censure, la repressione della libertà di espressione e di pensiero, l’umiliazione della discussione facciano parte della civiltà che vorremmo e ne sono al tal punto convinto che ritengo intollerabile la presenza degli Xiabo occidentali in detenzione atipica come Assange e Snowden o l’ auto censura sotto minaccia giudiziaria cui  molti devono sottostare, ma tra questi ultimi e i “dissidenti”  di cui si occupa l’informazione occidentale c’è una differenza fondamentale: i primi agiscono nel loro ambiente culturale e per il loro ambiente culturale, i secondi finiscono per essere sovrastati da logiche estranee che pian piano diventano dominanti. Così non ci si può stupire che Liu Xiaobo  all’inizio della sua carriera accademica in Usa abbia dichiarato a un giornale di Hong Kong  che la Cina aveva bisogno di essere sottoposta ad altri 300 anni di dominio coloniale per poter diventare un paese migliore. Una frase infelice, da guerra dell’oppio, da lui stesso considerata inopportuna nella forma, ma non nella sostanza e mai rinnegata.  Per non parlare delle fasi successive, quella in cui celebra la guerra americana in Irak (2006) come straordinaria esportazione della democrazia o in cui propone la radicale privatizzazione di tutta l’economia cinese (2007) o le successive uscite in favore delle imprese sioniste nella striscia di Gaza. Tutte cose che lo hanno reso forse meno nobile, ma sicuro nobelato per la pace.

Proprio tutto questo dimostra fino in fondo la stupidità della repressione: perché facendo di Xiapbo un dissidente quanto mai comodo per le lime sorde dell’occidente è diventato impossibile criticarne il pensiero e vederlo per ciò che era: un neoliberista selvaggio, totalmente succube di Washington e della sua geopolitica nonché uno degli ultimi colonizzati felici di esserlo. Persino il Guardian che non è precisamente né comunista, né cinese si è chiesto quanti avrebbero inneggiato a Xiaobo se ne avessero conosciuto il pensiero, mentre siamo costretti a leggere coccodrilli insensati sui giornali o sentire sciocchezze dalla voce amica dell’informazione televisiva.

Nota Il premio nobel per la pace è conferito da una commissione eletta dal parlamento norvegese sulla base di rigorosi criteri di rappresentanza politica con il supporto di organizzazioni come Corte internazionale di Giustizia dell’Aja, l’Unione interparlamentare di Ginevra, l’apporto dei precedenti nobelati e delle associazioni  che li sostengono e addirittura di direttori di istituti di studi militari o di “organizzazioni che lavorano per la pace”. Insomma un complesso che ormai fa riferimento esclusivamente al mondo occidentale a guida americana e che per di più si svolge in un Paese che si è recentemente scoperto sotto stretta tutela di Washigton, al punto che l’ambasciata Usa si serviva della polizia norvegese e dei servizi oltre che di un proprio corpo appositamente costruito e ingaggiato, per spiare cittadini all’insaputa delle autorità,  Ad ogni modo non c’è non c’è alcun dubbio sui criteri di scelta dei vari personaggi insigniti, tanto che l’attribuzione di tale riconoscimento è ormai fonte di sospetto più che di merito.

 


Primavera cinese

large_yLHHBbtb9U0sJ04UNSdhazkTZVCLHRiNT_TL8VnoWaE-kvEH-U43330231093270AyE-593x443@Corriere-Web-SezioniCiò che agli inizi del secolo scorso affascinava gli orientalisti era da una parte lo stupefacente progresso tecnologico del Giappone che in meno di cinquant’anni dopo la sua forzosa apertura era riuscito a recuperare il gap che lo separava dal mondo industrializzato e la straordinaria longevità del celeste impero che, nonostante invasioni e infinite vicissitudini interne, durava grosso modo sullo stesso immenso territorio dal 221 avanti Cristo dimostrando così una stabilità senza paragoni. L’altro impero di dimensioni paragonabili più longevo, quello romano, sembra quasi una meteora al confronto: la costruzione della grande muraglia cominciò nel 215 ac, all’epoca della prima guerra punica quindi appena all’inizio della conquista del mediterraneo da parte della repubblica romana ed era indirizzata alla difesa contro gli Nsiung Nu una popolazione, anzi un complesso di popolazioni nomadi che dopo due secoli di alterne vicende e sostanzialmente sconfitte invertirono la rotta e si diressero verso occidente grosso modo nel periodo della guerra civile tra Mario e Silla. Quando gli Nsiung Nu, col nome Unni arrivarono alle porte dell’Europa, l’impero romano era di fatto già finito.  Anzi la sua fine fu accelerata proprio da questa spinta unna che costrinse le tribù germaniche, slave e sarmatiche ad assaltare il limes. E mancano ancora ottocento anni a Marco Polo.

A questo proposito è molto interessante anche per l’oggi considerare che nei Paesi di lingua romanza, Italia, Francia, Spagna, Romania quella degli Unni viene considerata un’invasione, mentre per quelli di tradizione germanica si parla di migrazione. Ma questo è tutt’altro capitolo: per ora ciò che mi preme  sottolineare è la straordinaria stabilità cinese che si pone anche come elemento di stabilizzazione e di progresso anche all’esterno e che comunque costituisce un elemento da mettere in primo piano in un mondo da tempo ai confini della guerra. Naturalmente due secoli di benevola cineseria laccata e molti decenni di propaganda prima contro la Cina della rivoluzione maoista poi contro il gigante industriale che impaurisce l’occidente cercano di dare un’impressione del tutto contraria.  Per esempio, tanto per affrontare un argomento che volente o nolente sarà quello contro cui si scontreranno frontalmente le contraddizioni del pensiero unico liberista,  si dice che la Cina sia il maggiore inquinatore del pianeta e in un certo senso è vero se si considera che l’impero di mezzo fabbrica per il mondo. Ma se andiamo a leggere i dati in maniera più sensata ci accorgiamo che non è affatto così, che la Cina produce 8 tonnellate per abitante di gas serra e inquinanti di vario genere contro i 10 della pulitissima Europa e i 20 degli Stati Uniti.

In realtà è proprio sul piano ambientale che la Cina dimostra la sua possibilità di essere un modello e la sua modernità in tutti i sensi essendo passata dalla repressione finanziaria delle industrie inquinanti adottata in Occidente secondo meccanismi puramente mercatista a vasti piani piani per il recupero della qualità dell’aria nelle aree urbane, per la tutela della biodiversità e per la riconversione energetica. Non solo è di gran lunga il maggior produttore di energia idroelettrica, ma è anche il Paese più avanzato in fatto di rinnovabili come dimostra la recente inaugurazione della prima megacentrale solare gallegginate a Huainan vicino a Shanghai, qualcosa che finora non ha paragoni. Per di più sta creando delle “città foresta” come quella di Liuzhou capace di ospitare 35 mila persone, 40 mila alberi di 23 specie diverse che praticamente costituiscono una sorta di coperta termica la quale permette oltretutto di assorbire  1.000 tonnellate di anidride carbonica all’anno e 57 tonnellate di sostanze inquinanti, mentre produce 900 tonnellate di ossigeno. La città ovviamente è completamente autonoma grazie all’energia solare e a quella geotermica. Si tratta di un progetto pilota a cui ne seguiranno immediatamente altri tre molto più grandi nella regione di Nanchino.

Questo per non parlare delle nuove tecniche agricole che tendono a preservare sia l’ambiente che la futura produzione. Ma anche in un settore discusso e discutibile come il nucleare, Pechino è tornata ai suoi vecchi progetti e punta adesso alle centrali a fusione di sali, ovvero centrali al torio che hanno alcuni vantaggi fondamentali: la possibilità di uno spegnimento immediato a seguito di un incidente o di un malfunzionamento, cosa oggi impossibile  e una produzione di scorie 1000 volte inferiore a quelle prodotte da una centrale a uranio. Questi impianti nonostante gli enormi vantaggi non vengono più considerati in occidente sia per mancanza di fondi delle major del nucleare, sia per la pressione delle lobby militar-industriali che vogliono materiale fissile per le bombe e uranio impoverito per i proiettili, tutte cose che le centrali al torio “purtroppo” non producono. Si potrebbe dire che gli Unni hanno continuato a spostarsi verso occidente, magari a bordo di qualche galeone pellegrino, ma non c’è dubbio che su uno dei temi fondamentali del prossimo futuro la Cina è tornata ad essere il centro propulsivo del mondo, anche se si fa di tutto per nasconderlo e anzi far apparire il contrario. O peggio si cerca di esorcizzare realizzazioni possibili solo con una programmazione dello stato e del tutto inconcepibili nel puro mercato. Forse qualcuno dovrebbe cominciare a togliersi gli occhiali deformanti dell’esotismo da una parte e del pensiero unico dall’altro e a riconoscere nuovi modelli possibili da trasformare e riadattare, ma che comunque sono in campo e che si richiamano a modelli inclusivi così diversi da quelli di bastone e carota adottati dall’occidente e in particolare dall’impoero anglosassone.


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