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Storia di gangster: la banda dei rapitori

Trump gangsterCredo che ci voglia una faccia tosta senza confini o un’autocoscienza da molluschi bivalvi per recitare le orazioni neoliberiste della globalizzazione, del libero commercio, del diritto internazionale e della libertà in un mondo reale di segno radicalmente contrario. Perché dietro l’intollerabile retorica si nasconde un occidente dedito al brigantaggio, ai sanguinosi conflitti, al teppismo planetario e persino ai sequestri di persona, sempre con una pretesto di innocenza tanto che viene in  mente quella frase di Nietzsche: attenti ai giusti, a loro piace crocifiggere coloro che inventano la propria virtù per se stessi. Ma l’arresto in Canada del direttore finanziario di Huawei, Meng Wanzhou, su presunte violazioni delle sanzioni USA contro l’Iran, valica ogni limite, colma ogni misura, non solo perché pretende di imporre a tutti la parola degli Usa in maniera mai così chiara e in stile criminale, ma perché questo avviene sulla base di accordi multilaterali unilateralmente stracciati da Washington.

Le presunte violazioni  dell’embargo all’Iran si riferiscono a quelle in essere prima dell’accordo sul nucleare e poi terminate con la firma dei cinque membri permanenti dell’Onu, Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna, Usa, più la Germania e l’Unione europea. Se la Casa bianca ha ritenuto di non dover onorare la propria firma (ma forse l’onore occorrerebbe prima averlo) pretende che anche tutti gli altri firmatari, benché in realtà non hanno cambiato parere, si adeguino. Adesso si dice che questo arresto sia una mossa del deep state per far fallire l’incontro Trump – Jinping e può darsi che nelle pieghe di un impero che sente minacciato il suo potere globale e di una elite che avverte gli scricchiolii della propria egemonia culturale le cose passino per la cruna di quest’ago. Come d’altronde è anche possibile che il sequestro sia avvenuto proprio per avere un’arma di ricatto con i cinesi in vista dei colloqui bilaterali.

Ma non tutto è chiaro in un atto che suona apertamente banditesco, si ha come l’impressione che questa sia solo la buccia esterna della cipolla: Meng Wanzhou non è soltanto la direttrice finanziaria di Huawei è anche figlia del fondatore e principale azionista del colosso cinese, Ren Zhengfei, che si stava preparando a sostituire. E non solo: più volte la donna aveva messo a disposizione le risorse dell’azienda per accompagnare e scortare Zhang Shoucheng, uno dei più noti fisici del pianeta che  nel settembre scorso aveva ricevuto un prestigioso premio europeo grazie alle sue ricerche in campo quantistico che promettevano di rivoluzionare l’industria dei semiconduttori.

Ora accade che dieci giorni fa,  il 1° dicembre Meng Wanzhou si dovesse incontrare con il professor Zhang per andare poi insieme in Argentina e partecipare a una cena nell’ambito del G 20. Ma la direttrice finanziaria di Huawei viene arrestata mentre è in transito in Canada, mentre il professor Zhang, che si trova in Usa ad aspettarla (insegna anche alla stanford University visto che i talenti autoctoni scarseggiano alquanto) pensa bene di suicidarsi  buttandosi da un grattacielo. La notte stessa, guarda che coincidenza,  va a fuoco in Olanda il laboratorio dell’ ASML, uno dei maggiori produttori mondiali di sistemi litografici a raggi ultravioletti estremi che serve appunto per la costruzione di chip avanzati a 7 nanometri, proprio il campo su cui esiste una battaglia senza quartiere tra la Cina e gli Usa. Se a questi fatti aggiungiamo che Huawei non piace proprio all’intelligence americana per la difficoltà di penetrare nei suoi sistemi di crittaggio ( tenetene conto nei prossimi acquisti) e che il professor Zhang è stato socio fondatore di Danhua Capital, conosciuta anche come Digital Horizon Capital la quale detiene partecipazioni nelle imprese della silicon Valley  che lavorano su intelligenza artificiale, sicurezza informatica e droni, abbiamo un quadro completo e sufficiente per penetrare tutte le corazze delle verità ufficiali.   

Gli Usa che al contrario di quanto possa pensare l’uomo della strada in occidente, faticano a reggere la concorrenza tecnologica, nonostante la massiccia importazione di ricercatori, semplicemente, perché – come era stato previsto dagli analisti più intelligenti – il modello di base e la scuola che produce, non riescono a creare una base sufficiente alle esigenze del predominio, sono letteralmente terrorizzati dall’idea di perdere terreno. e per questo non badano a scrupoli. Certo non  fa piacere che i ladri gentiluomini della guerra fredda si siano trasformati in gangster dopo essersi tolti i guanti bianchi. D’altro canto proprio l’egemonia culturale asfittica da cui derivano queste situazioni, non permette che gli agnelli si oppongono ai lupi nemmeno quando ne sono il pasto e nessuno appena può si fa le domande giuste: le mie convinzioni sono semplicemente condizionate culturalmente da una società malata?  Obbedisco ciecamente per paura  di perdere il miei confort e la mie sicurezze apparenti o reali che siano? E anche quando ci si accorge di essersi ingannati si tenta di cambiare le cose o semplicemente si smette di essere onesti?

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D&G presi a bacchettate

Dolce e Gabbana CinaQuasi sempre le campagne pubblicitarie e promozionali mi fanno venire l’orticaria e un senso di nausea perché fanno parte integrante del processo digestivo del capitalismo e anche di quell’intelligenza che pare più formata dal cervello intestinale, arcaico reperto delle prime forme di vita complessa in via di diversificare i loro piani biologici. L’infortunio di Dolce e Gabbana in Cina è però più interessante perché ci offre uno squarcio per guardare oltre la claustrofobia occidentale e un globalismo neo liberista che in realtà si propone come omologazione planetaria e come neo colonialismo globale, cosa che spunta fuori anche in modo inconscio e subliminale. La vicenda credo sia nota un po’ a tutti: si tratta di tre spot per lanciare il marchio nel celeste impero in cui si vede una modella, ovviamente cinese che cerca di mangiare con le bacchette un cannolo alla siciliana o una pizza o un piatto di spaghetti.

La cosa è stata interpretata giustamente  come uno sfottò e l’azienda che voleva creare un evento kolossal è stata costretta a chiedere scusa con un altro video, non prima però che si diffondesse un messaggio  in cui Stefano Gabbana, rispondendo a una critica proprio agli spot incriminati, offende la Cina e la sua cultura, creando così un caso diplomatico che è costata a D&G l’annullamento dell’evento e la cancellazione dei prodotti del marchio dai principali siti e-commerce cinesi. E probabilmente ci vorrà molto tempo prima di recuperare il tempo perduto su quello che è oggi il secondo mercato del lusso del pianeta e fra quattro anni sarà il primo:  l’intreccio fra presuntuosa e caprina ignoranza e una incontenibile mancanza di rispetto è stata una miscela troppo velenosa per essere sopportata. Innanzitutto sono circa 2000 anni che i cinesi mangiano spaghetti, tagliolini e tagliatelle con le bacchette, cosa evidentemente ignorata dai creativi della minchia che hanno messo in piedi questo capolavoro, ma l’impresa non deve essere poi così difficile visto che la pasta lunga era mangiata con le mani o nelle case nobili e signorili anche con forchette a due rebbi che non è poi molto diverso. Io stesso che le bacchette proprio non le so usare visto che la mia manualità è uguale a zero, l’unica cosa che riesco a mangiare agevolmente con queste  è proprio la pasta cinese o asiatica in genere. Secondo fattore che tuttavia dovrebbe essere più alla portata di cretino è che nelle cucine orientali il cibo viene ridotto a piccoli bocconi e quindi la forchetta può rivelarsi inutile o addirittura scomoda. Per di più anche una superficiale conoscenza della storia della cucina ci mostra facilmente che è la forchetta, diffusa grazie a Caterina de’ Medici come uso di corte, ad aver impattato sulla forma e le preparazioni del cibo e non viceversa.

A parte questo è del tutto evidente che gli occidentali sono spontaneamente convinti che i loro usi e costumi, ideologie, visioni del mondo, modi di essere siano migliori e che dunque ogni raffronto non può che essere scherzoso e noncurante dei valori attribuiti alle cose al di fuori del proprio ambito. Che poi questo incidente sia capitato proprio a un azienda di “mangiaspaghetti” come ci chiamano generalmente, l’unico altro Paese al di fuori dell’estremo oriente dove l’uso di pasta (e di riso) è la base dell’alimentazione, suona come paradossale, anche se ormai vogliamo a tutti i costi fare gli americani pensando così di evolverci e non comprendo l’involuzione catastrofica di gusto e di intelligenza alla quale andiamo incontro.  Ma insomma il fatto è che questo atteggiamento di curiosa e tollerante indulgenza assume un che di patetico e di ridicolo o di inquietante quando impatta non più con l’esotismo colonialista, ma con i giganti dell’estremo oriente che sono economicamente, demograficamente e ormai anche tecnologicamente maggioranza.

Anche così forse non varrebbe la pena di parlare di questo incidente se non fosse che questo atteggiamento fondamentale è alla radice del fallimento totale della cosiddetta accoglienza sulle due sponde dell’atlantico: le comunità che si sono formate non sono mai state valorizzate, ma soltanto tollerate e portate all’auto ghettizzazione nella convinzione istintiva di non poter imparare nulla da loro e di poter fare solo i maestrini e i civilizzatori di barbari. Basta appena una passata di spugna sul politicamente corretto e su certi umanesimi da poltrona, che viene fuori la vera natura del’imperialismo ontologico. Lo stesso che si rivela facile alla commozione degli individui, ma anche alla strage di popoli e culture.

 


Uiguri, anatomia di una fake news

33b8001d-4010-4687-95ec-5927f1a158fcEcco come nasce una fake news, non  una di quelle che durano una settimana, ma che nelle intenzioni dei suoi propalatori sono destinate a diventare un crivello per l’opinione pubblica occidentale e per i nemici dell’unipolarità americana, in maniera che il signor X tornando a casa dopo una dura giornata di lavoro malpagato, si senta indignato per la terribile repressione da parte di Pechino degli Uiguri, popolazione a maggioranza mussulmana finora totalmente sconosciuta ai più. Si comincia con un battuto d’ali di farfalla, con qualche foglio online di fede stellestrisciante, magari collegato a qualche organizzazione sedicente umanitaria che riceve abbondanti fondi dal dipartimento di stato o da qualche famigerato filantropo, poi l’argomento sbarca nei ricchi salotti della razza padrona dove si conversa amabilmente su come mantenere il dominio, successivamente la cosa comincia a diffondersi in rete dove trova dapprima le anime nere degli influenzatori e poi  infiniti canali di penetrazione tra le anime belle senza testa. E  cresce come una valanga, si arricchisce delle più disparate fantasie che nascono dal marcio inconscio occidentale e infine i rivoli di queste notizie sparse sono raccolte e riprese dall’informazione mainstream così che alla fine diventano una verità incontestabile o contestabile solo da chi non a cuore l’umanità e men che meno la democrazia.

A questo punto si scopre che lo Xinjiang, regione che l’indignato per contatto e talvolta per contratto. non sa nemmeno dove si trova, è una specie di immenso lager dove un milione di Uiguri, anzi no due milioni o meglio ancora tre che è il numero perfetto  sono internati in dozzine, centinaia, migliaia di campi perché di certo il pallottoliere non manca a Radio Feee Asia, di proprietà della Cia, media ufficiale di questa campagna. E poi si grida  che la scrittura, la cultura, i costumi, la religione e la lingua uighur sono sradicate (in favore di quale delle cinque lingue che si parlano in Cina non viene detto, ma dopotutto sono americani, mica possiamo chiedere cose troppo complesse) ,  che vengono forzati matrimoni tra Uiguri e Han che costituiscono il 90% della popolazione cinese, che si può essere imprigionati per il rifiuto di mangiare carne di cane, che si è costretti a gare di ballo forzato ben sapendo che queste manifestazioni danzanti non piacciono agli uiguri e giù di piccone con queste stronzate tra l’altro palesemente abborracciate e incoerenti. L’obiettivo naturalmente non è quello di interessarsi davvero di queste popolazioni che vivono al confine con Pakistan e presentano problemi di infiltrazione terroristica, in particolare dell’ormai “usatissima” Al Quaeda, ma di mettere in difficoltà la Cina (e magari dare un qualche senso ai dazi trumpiani) attraverso una narrazione che sembra una sorta di autodafè dell’occidente perché immagina ciò che noi faremmo, ma che è lontanissimo dalla mentalità cinese: infatti  gli Uiguri godono di una sorta di discriminazione positiva in materia di istruzione, vendita al dettaglio e creazione di società proprio per evitare problemi e oltretutto la regione che è la  più grande e allo stesso tempo di gran lunga la meno meno abitata dell’ex celeste impero (22 milioni di abitanti, nemmeno Shangai e 10 di uiguri) , è investita da un gigantesco piano di sviluppo che solo nell’ultimo anno ha portato in Xinjiang, noto per i meravigliosi paesaggi, 153 milioni di turisti. Si confondono resistenze dei residuali poteri tribal religiosi verso una situazione che rischia di marginalizzarli, con quella di conflitto etnico e  repressione razziale.

Ma andando al sodo da dove vengono prese queste notizie? Quali sono le fonti? Basta fare questa domanda per raccogliere con un kleenex tutta questa puteolente robaccia e metterla nel sacchetto che merita accanto alle pepite di Fido. Si tratta infatti esclusivamente di una tale Gay McDougall membro di un ente privato, il Cerd, che lavora anche per le Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale. Lavora talvolta per, ma non è membro dell’Onu, particolare importante perché all’inizio della campagna condotta senza la minima pezza d’appoggio se non generici  “rapporti credibili” citati dalla McDougall,  sono stati erroneamente attribuiti dall’Agenzia Reuters alle Nazioni Unite le quali sono state costrette a smentire vista la puzza di bruciato che si spandeva tutto attorno. Anche la Reuters, da cui ha attinto a piene mani tutta l’informazione mondiale, alla fine ha cercato di chiamare a soccorso un sedicente centro per i diritti umani in Cina che opera naturalmente a Washington ed è sovvenzionata dal governo statunitense. Una fonte credibilissima come del resto Human Right da tempo espressione dell’amministrazione Usa, che si è aggiunta ad accreditare i “rapporti credibili” rimasti peraltro pura citazione. Tuttavia proprio nel corso di questa espansione esplosiva di fake news, lo stesso Cerd ha tenuto a far sapere che le notizie non derivano ufficialmente dall’organizzazione, ma esclusivamente dalla signora McDougall.

La cosa interessante è che vediamo ripetersi quasi senza variazioni il caso Tibet, area peraltro indefinita, dove il revanscismo di potere dei monaci è diventato  chiave di volta di un movimento per l’indipendenza del tutto costruito a tavolino a diecimila chilometri di distanza. Si è preso il capo di una forma di buddismo ormai assolutamente marginale, il Dalai Lama, facendone una sorta di un papa arancione, esibito dappertutto, cruna dell’ago di un presunto movimento per la libertà tibetana, con tanto di costituzione custodita in India e testimonial hollywoodiani. Ci si fida sempre che l’uomo della strada legga solo i titoli della vita e infatti basta esaminare questa costituzione per vedere che essa non ha nulla a che vedere con la libertà, ma è quella di uno stato teocratico assoluto e arcaico nel quale gli ordini monastici hanno tutto il potere. Chiaro che ogni tanto, anche se ormai raramente, essi facciano qualche azione di protesta che viene spacciata come moto spontaneo della popolazione tibetana ( peraltro minoranza da sempre) la quale invece da almeno un ventennio è oramai estranea anzi apertamente ostile a queste dinamiche visto che investimenti, ferrovie, strade hanno ridato un po’ di vita al tetto del mondo. L’imperialismo cinese funziona così, è inclusivo, come del resto si vede bene in Africa, fa parte di una cultura diametralmente opposta a quella che si è affermata in occidente dopo la caduta dell’impero romano e che diventa persino autodistruttivo nella sua versione più rozza. Ad ogni modo ormai è chiaro che Washington ha dato per persa la questione tibetana  e si butta sugli Uiguri nella speranza di poter preparare sulla base di un’ennesima menzogna misure muscolari  del tutto ingiustificate. I veri uiguri sono quelli che si fanno prendere per il naso.


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