images (1)Accade a Baltimora, come è accaduto in tanti altri posti dove i poliziotti hanno pestato o ucciso dei neri, evidentemente tornati ad essere cittadini dimezzati: la gente di colore si ribella come può. Ci si può chiedere come mai questo accada dopo decenni di conquiste civili, di lotta al razzismo e di political correct persino ossessivo, come mai succeda tra l’altro in un Paese in cui un nero è presidente, una nera è ministro della giustizia e in una città in cui il sindaco è nero. Ma in realtà tutto questo può stupire solo si ostina a considerare gli Usa un modello o per adesione ideologica al liberismo, per semplice abitudine mentale o perché ciò consente di giustificare meglio l’accettazione di uno stato di sudditanza che può persino giungere a tratti grotteschi come nella vicenda Lo Porto: gli episodi che si susseguono sono il frutto di un quarto di secolo  di guerre e di bugie, di dominio mondiale senza antagonisti, di  declino della democrazia, di preferenza quasi automatica verso l’opzione violenta.

Non si capisce davvero come i poliziotti possano essere diversi rispetto a tutto questo, tanto più che in numero sempre maggiore essi vengono dalle file di chi ha operato nelle “missioni di pace” ed è abituato a premere il grilletto, a essere arbitro assoluto della situazione senza subirne significative conseguenze visto che le vittime non hanno gran voce in capitolo.  Perché si è in guerra e questa continua anche una volta tornati contro gruppi e culture  percepiti come ostili al sogno americano  o comunque come un atto di accusa contro di esso. Diciamo che gli antichi e duraturi reperti del razzismo che fu, si saldano al razzismo sociale di marca liberista che vede l’esclusione e la povertà come una colpa di cui avere al massimo compassione nei confronti di chi si sottomette e sta al gioco, ma da punire con ogni mezzo in chi si ribella.

La cosa davvero curiosa è che si possa davvero sostenere il modello americano, facendone sempre un punto di riferimento in ogni campo, quando alcune patologie del Paese sono conclamate: esse producono 7,2 milioni di detenuti o persone sottoposte a custodia, un numero che non ha riscontro in nessun altra parte del pianeta e che ormai costituisce quasi la metà della popolazione carceraria del mondo intero. La stessa Cina è un paradiso avendo appena 1,6 milioni detenuti, ma con una popolazione da quattro a cinque volte superiore. Se l’Italia dovesse avere gli stessi numeri americani, ovvero una persona sotto custodia su 32,  si ritroverebbe con un milione e 800 mila detenuti.

Eppure a nessuno viene in mente di dire che forse gli Usa hanno un problema che va ben oltre la questione carceraria in sé e che anzi va collegato col fatto di avere circa 70 milioni di disoccupati di cui circa la metà non affiora alla superficie della statistica e anche con il dato Ocse, secondo i quali gli Usa sono divenuti  il Paese con la minor mobilità sociale fra quelli avanzati, altro che terra delle opportunità. Ogni tanto tutto questo si salda, esplode in qualche episodio particolarmente grave, fa deflagrare le contraddizioni e la rabbia: sul pannello di controllo dove tutto va sempre bene, si accende brevemente una spia rossa, gli aedi della eccezionalità americana si tacciono per qualche giorno, fino a che l’incendio sembra spegnersi. Così il sistema imperiale continuerà a bruciare in segreto i suoi sistemi di sicurezza, la sua democrazia e anche la sua economia, fino al momento in cui le scintille appiccheranno il fuoco dovunque.