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Il Curatore Fallimentare

arcurino Anna Lombroso per il Simplicissimus

Giuseppe Conte ha nominato super commissario per l’emergenza coronavirus Domenico Arcuri, amministratore delegato di Invitalia, in qualità di “figura tecnica e non politica”, incaricato di  gestire, da  sottosegretario ad hoc che farà capo al presidente del Consiglio,  soprattutto la fase del post emergenza,.

E siccome è stato sottolineato che da lui ci si aspetta molto in futuro, nella fase postbellica,  “per rafforzare la distribuzione di strumenti sanitari e impiantare nuovi stabilimenti”, non è detto che finita l’epidemia, gli verrà dedicata una statua, come ad un’omonima starlette, che però non figura tra le sue parentele illustri tra ex mogli e  mogli vigenti.

Peccato, che con quel curriculum brillante merita davvero appropriati riconoscimenti: nel 1986, nello stesso anno della sua laurea alla Luiss in Economia e Commercio, è già magicamente all’IRI per occuparsi delle aziende del gruppo che si occupano di telecomunicazioni, informatica e radiotelevisione. Nel 1992 passa in Pars, di cui diventa Amministratore Delegato solo due anni dopo. È partner responsabile italiano di Telco, Media e Technology nel 2001, mentre dal 2002 è in Amministratore Delegato in Deloitte. Ma è dal  2007 che spicca il voto assumendo ancora una volta il ruolo di Amministratore delegato di Invitalia, poltrona che gli viene riconfermata più volte anche negli anni successivi visti i folgoranti successi nella gestione delle misure di agevolazione che lo Stato propone alle imprese e negli interventi per la reindustrializzazione delle aree in crisi.

Non mi sono nemmeno presa la briga di virgolettare tutti gli encomi entusiastici che ho citato e che accomunano la stampa oggi che plaude alla felice scelta. Felicissima, anzi,  se molto opportunamente invece di selezionare un superpoliziotto o un manager collaudato nella protezione civile, il presidente Conte ha dato la preferenza a un “curatore fallimentare”, come confermano la natura e le performance delle varie società nelle quali è approdato sempre ai vertici e riportandole, cito ancora ad “alti standard di visibilità”. E che, per quelli che non sono abbonati al Sole 24 Ore, ricordano la vocazione e le mansioni dell’indimenticato protagonista di Pretty Woman, da addetti all’acquisizione di aziende per poi cannibalizzarle, per comprarle per conto di istituzioni statali mettendoci un bel po’ di soldi pubblici, per poi farle marcire in modo da rivenderle a dinamici licenziatori e delocalizzatori.

Per dir la verità gli agiografi oggi impegnati nel ritrattino del commissario non si sprecano con gli esempi celebrativi: ho riperticato qualche dichiarazione in perfetta sintonia con la paccottiglia cara a Calenda o anche a Barca jr., ad esempio in merito alla conversione del Mezzogiorno in Smartland, impegno così appassionatamente visionario in assenza di rete, fibra banda larga e nemmeno cellulari, da garantirne la totale irrealizzabilità. E infatti si deve a lui il lancio nel 2015 del programma Smart&Start Italia della sua agenzia governativa Invitalia, che “sostiene la nascita e la crescita delle startup innovative ad alto contenuto tecnologico per stimolare una  nuova cultura imprenditoriale legata all’ economia digitale, per valorizzare i risultati della ricerca scientifica e tecnologica e per incoraggiare il rientro dei «cervelli» dall’estero”, seducente iniziativa che a guardare il test effettuato da virus sulle opportunità del telelavoro, della telescuola, della organizzazione del settore sanitario, perfino della programmazione della vendita e delle consegne di prodotti alimentari ordinati online non pare abbia mostrato applicazione e dato conferme incoraggianti.

Va forse meglio, per capire la selezione effettuata, andarsi a vedere il brand/obiettivo della cultura del management di queste agenzie, che ricordano da vicino il talento di quelle di rating, soggetti ed enti incaricati di valutazioni (e interventi) neutrali e oggettivi, che operano invece al servizio del capitalismo, in veste di portavoce e portaordini di un mercato finanziario integrato.  Così si capisce meglio che si tratta degli “attrezzi” meglio perfezionati del liberismo, di soggetti deputati a attuarne il fondamento,   l’illimitata circolazione internazionale dei capitali, autorizzati a  entrare e uscire liberamente da un Paese, con la possibilità di delocalizzare qualsiasi produzione, delegati a richiamare quelli esteri con ogni sorta di blandizie,   agevolazioni fiscali, leggi ad hoc,   sussidi   pubblici, quei sostegno cioè che qualcuno ha definito l’assistenza all’imperialismo delle  multinazionali, legittimate a prendersi il bottino e scappare.

E per capirne di più basta pensare all’azione intrapresa da Prodi per smantellare l’Iri in modo da avviare un vasto programma di privatizzazioni, in festosa coincidenza con l’affiliazione all’Ue, basta  ricordare che si è saputo e taciuto sul fatto che i quattrini che Invitalia offriva a Fca per favorire la riconversione all’ibrido, erano invece impiegati per giocare alla roulette del gioco d’azzardo finanziario, o rammentare la prestigiosa operazione che aveva portato la Rolls Royce a insediare uno stabilimento a spese di Invitalia  a Avellino, o rammentare la pompa con la quale il governo Renzi prima e Gentiloni avevano magnificato il pacchetto di contratti di sviluppo per il quale erano stati stanziati un miliardo e mezzo, pari  al 75% del budget iniziale, mentre nulla si è saputo per la necessaria riservatezza del restante 25, a conferma che la vocazione e il compito attribuito all’agenzia di “proprietà” del Ministero dell’Economia – già solo questo la dice lunga  a dimostrare la sua esenzione al controllo almeno parlamentare – creata durante il governo D’Alema,  accusata dalla Corte dei Conti di elargire stipendi troppo alti a fronte di un rosso vertiginoso, sotto la dizione di attrattore di  investimenti esteri, è quello di invitare, lo dice il nome stesso,  parassiti e speculatori forestieri, mentre poi le risorse sono italianisssime doc ed escono dai nostri portafogli.

Direte che non sono mai contenta, ma se penso alla svendita della costa sarda in cambio di una clinica extralusso per magnati e sceicchi in vacanza, se penso alle indecenti disparità di costo delle attrezzature sanitarie e degli investimenti in strutture e servizi che hanno beneficato gli apparati regionali, se penso che le startup ingegnose e alacri di cui si favoleggia non sono riuscite a produrre una mascherina, lasciando il campo libero all’aggiotaggio e alla sciacallaggine delle industrie e dell’Europa, non mi sento rassicurata che i destini dei salvati siano affidati a un guardiano dei valori e degli interessi della peste da ben prima del coronavirus.


La scoperte della domenica

pizza servizio domicilio pizzeria-2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chiunque, sia pure a malincuore, si sia piegato all’acquisto online di prodotti, a ordinare una cena o dei generi alimentari  su Justit o su Foodora o su Easy Coop, ha avuto la smentita di una delle balle stratosferiche più in voga: quella secondo la quale gli immigrati servono non per abbassare il livello di pretese dei lavoratori locali, persuasi con la forza e le intimidazioni  ad accontentarsi di salari minori e di minori garanzie  in modo da trascinare in basso anche quelli degli indigeni, macchè, ma per sostituire invece gli italiani che non vogliono più prestarsi a mestieri servili, non qualificati e umilianti.

Non solo le cronache estive, infatti, riportano le vicende di italiane soggette al caporalato che schiattano sotto la canicola, ma ogni giorno suonano alla porta connazionali in veste di pony, facchini, trasportatori. E si tratta non solo di giovanotti e ragazze che arrotondano la paghetta settimanale di mammà, o che hanno alternato il volontariato all’Expo o il disonore a Eataly con l’Erasmus, che si parcheggiano nell’ipotesi remota che si tratti di una tappa intermedia e provvisoria in attesa delle fortune di una startup creativa, ma di quarantenni e cinquantenni che hanno dovuto mettersi in competizione con ridenti bengalesi o enigmatici peruviani,  sfiniti e mortificati e che accettano le rare mance come una vergogna, tutto sommato meno disonorevole dei testimonial di Eni, Enel, inviati a intimorire i consumatori e utenti in veste di racket per strappare un contratto.

La rivelazione del ricambio su base etnica ha colpito anche qualche nostro  pensatore che, effettuato un test per scoprire la deriva del lavoro ai tempi della fine del lavoro, si è fatto  consegnare la domenica di prima mattina qualche delicatessen e che dopo la tremenda agnizione di veder accontentata in tempo reale la sua pretesa, si chiede se non sarebbe giusto che andasse al corriere l’importo della consegna, o se non sarebbe preferibile rinunciare a certi lussi avvelenati,  o meglio ancora se non sarebbe ora di proclamare lo sciopero generale della clientela delle aziende della distribuzione online.

È che di tanto in tanto succede che qualcuno che ha fatto sega a scuola il giorno che spiegavano il plusvalore, tiri fuori il capino dalla cuccia calda della rinuncia volontaria di ricchezze morali e dignità in cambio della sicurezza, per interrogarsi sui confini della responsabilità collettiva e di quella individuale,  dimenticando  che ci sono geografie nelle quali non esiste il mercatino rionale e dove, qualora sopravviva, impone dei prezzi alti destinati a consumi di eccellenza, dove il commercio al dettaglio è stato spazzato via, imponendo il pellegrinaggio nelle nuove cattedrali periferiche, o che qualsiasi merce online costa meno anche con l’aggiunta del recapito del prodotto peraltro assolutamente uguale a quello acquistato nei negozio.

O che dipende anche dalle scelte, sia pure condizionate, dei consumatori il successo di una globalizzazione che ha decretato il successo di sedicenti prodotti di nicchia – quanto grande dovrebbe essere Bronte per rifornire tutti i gourmet di pistacchi? Quanto  estesi gli appezzamenti di fagioli di Lamon e le cave di marmo di Colonnata per appagare il provincialismo gastrico dei fan di Masterchef? – in modo da consolidare l’idea che un prodotto o un oggetto sia più desiderabile e valorizzi chi lo compra e se lo mangi solo se costa di più e se è più raro e quindi esclusivo, e che di conseguenza chi spende è autorizzato a pretendere che chi vende e incarta e consegna la merce sia al suo servizio.

Ogni volta che si affronta il tema dell’apertura festiva dei supermercati, sono gli stessi che si indignano per il destino rio delle cassiere e dei commessi e dichiarano la loro estraneità e innocenza grazie alla rinuncia delle birre da bere davanti a Quelli del Calcio, e più o meno gli stessi che stranamente non hanno collegato questo ennesimo sopruso alla progressiva e accelerata cancellazione dei diritti, delle garanzie e delle conquiste del lavoro, alla base delle “riforme” che hanno obbligato in aggiunta a tutto quello che è stato tolto, il dovere di essere grati ai padroni che concedono un posto e un salario e perfino uno straordinario festivo.

Non stupisce, perché sono perlopiù quelli che delegano il riscatto – ma solo quello della cattiva coscienza, non quello della dignità propria e degli altri – alle piazze delle sardine, dei Fridays for Future, ai flashmob delle Nonunadimeno, cui le commesse di cui sopra non possono partecipare, alle associazioni umanitarie e agli avventizi dell’antifascismo, purché l’ambientalismo si limiti al giardinaggio, con la raccolta delle lattine, quella differenziata, insomma all’ecologia domestica che salva i grandi inquinatori, la giustizia sociale si restringa nei confini della compassionevole prima accoglienza, quella di genere si accontenti di sostituire gentaglia e sopraffattori di sesso maschile con analoghi esponenti del peggio di sesso femminile, mentre intanto, indisturbato,  il liberismo più feroce persegue il suo disegno demoniaco.

Si tratta di un ceto che per occupazione, istruzione, piccoli privilegi ereditati possiede un patrimonio ideale di aspettative e ambizioni, ma che non ha i mezzi per realizzarle nella quantità e qualità che ritiene di meritare. E si limita a un impegno virtuale per le ultime rivoluzioni borghesi concesse quando ormai i diritti fondamentali sono stati alienati e cancellati e ci si deve accontentare dei riconoscimenti elargiti al minimo sindacale come mancette a alto contenuto psicologico.

Tra queste erogazioni controllate e anestetizzanti ci sono anche i mestieri e i lavori inesistenti dei quali ha parlato con un grande successo un libro di David Graeber di qualche tempo fa che ha descritto con tanto di esempi i cosiddetti Bullshits Job, i lavori inutili fini a se stessi, che non hanno lo scopo di produrre,  ma di introdurre nuove forme di controllo sociale nel settore pubblico, nelle grandi istituzioni economiche, nelle multinazionali che agiscono proprio come i regimi socialisti, creatori di milioni di posti per i proletari, come quelli capitalistici che sceglievano la guerra e il colonialismo anche allo stesso scopo, quelli strettamente militari che avevano inventato l’ammujUena:  scavare fossati per poi riempirli.

Ai nostri tempi è la finanza soprattutto che tiene occupato così il ceto dei suoi sudditi di prima categoria, che non rinuncerebbero mai al salario anche se raggiungono al consapevolezza del loro status, ma è una cifra delle grandi “burocrazie” statali e sovranazionali (vi viene in mente un esempio a caso? l’Ue forse?) nelle quali sopravvivono e prosperano topologie bene identificabili di leccaculi, impegnati unicamente a dire si e soddisfare i capricci dei superiori, o a rattoppare i loro disastri, o quelli che il libro definisce gli sgherri, indicando come esempio  i professionisti incaricati di convincere un potenziale cliente che la Bocconi è meglio della Luiss (e in questi giorni li abbiamo visti in opera a magnificare la rigida divisione in classi sociali delle classi scolastiche), o i kapò che non hanno altro compito che controllare altri kapò o alimentare l’attività dei grandi uroburoi generando altre occupazioni altrettanto inutili come in un moto perpetuo.

Non è una consolazione pensare che anche i ricchi piangono, che l’insoddisfazione e la frustrazione sono i mali del secolo, che non è detto sia meglio stare tutto il giorno davanti a un computer a cincischiare invece di consegnare merci col motorino, grazie alla desiderata confusione  tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, tra posto e fatica, indotta proprio per tenere sotto col bastone e la carota  tutti quelli cui è stata offerta un’unica uguaglianza, quella di servi.


Terroliberismo

58feba66c46188ed7f8b4603-720x300In questa settimana abbiamo potuto assistere a tre movimenti di rivolta in Ecuador, Cile e Catalogna, molto diversi tra loro e tuttavia accomunati da uno stesso elemento di contorno: il terrorismo. Non nel senso che la gente che scende in piazza o fa le barricate abbia qualcosa a che vedere con questo ambiguo concetto, ma nel senso che esso è stato utilizzato per coprire il tradimento del presidente ecuadoregno Moreno presentatosi come sinistra e divenuto ultra liberista il giorno dopo per la necessità di “combattere il terrorismo”, la stessa motivazione oggi utilizzata dal suo compagno di merende cileno Pinera per dare un senso alla sua permanenza al potere. Naturalmente si tratta di pretesti puramente rituali, mentre in Catalogna si è tentato di spezzare il fronte indipendentista – federalista non evocando il terrorismo a parole, ma sfruttando un misterioso quanto opportuno attentato compiuto con un auto a Barcellona nel 2017. Il senso di quell’azione, rivendicata dall’Isis secondo le informazioni fornite dall’ipersionista e ciadista  Rita Katz, che detiene il monopolio delle informazioni in Medio Oriente, è rimasta sospesa al nulla visto che tutti i protagonisti benché non in possesso di armi da fuoco, sono stati uccisi. Ma il terrorismo è stato evocato anche per le lotte antitav in Italia, così come per i gilet gialli  in Francia o per i movimenti antagonisti in centro e Sud america o per alcuni movimenti di liberazione da sanguinari dittatori in Africa.

Ad ogni modo appare chiaro come “il terrorismo” sia diventato un concetto che non ha più nulla a che vedere con la sua genealogia e tanto meno con un significato specifico tanto è vero che in occidente le medesime azioni acquisiscono un significato positivo se condotte contro altri nel qual caso si parla di combattenti per la libertà, o se riferite ad interventi militari diretti, di azioni di commando mentre le stragi di civili prendono il nome di vittime collaterali, ma hanno un significato negativo se condotte contro di noi, nel qual caso appunto si parla di terrorismo. L’estensione del concetto anche alla difesa non puramente verbale di diritti o di comunità all’interno stesso dell’occidente ci fa comprendere che “contro di noi” acquista il significato di contro l’oligarchia di comando, le sue prescrizioni e la sua ideologia di fondo. Da una parte si crea una paura che paralizza  e che induce a svendere le libertà, dall’altra si colpisce il dissenso, sia quello attivo, sia in molti casi anche quello passivo, ossia espresso attraverso le parole avvalendosi di strumenti apparentemente giustificabili come le leggi contro l’incitamento all’odio che sono quanto mai ambigue e in effetti sono state usate per colpire la semplice diversità di opinione. E’ illuminante da questo punto di vista la difesa che è stata fatta della recente legge tedesca sull’incitamento all’odio che non distingue affatto tra idee, satira, descrizione, citazioni ed espressioni di intolleranza reali: “gli auguri di morte, le minacce gli insulti, l’incitamento all’odio e le falsità su Auschwitz non sono un’espressione della libertà di opinione quanto un attacco all’opinione altrui”. Ora le prime fattispecie sono già ampiamente coperte dalle leggi e dalle legislazioni di qualunque Paese, quindi il citarle sarebbe superfluo, se non fosse che il resto è davvero inquietante perché si fa riferimento a verità prescritte e a opinioni ammesse o meno: si propone in sostanza come censura. Certo si gioca su elementi oscuri e tragici come  Auschwitz per avere vita facile, ma è evidente che ciò può essere applicato a qualsiasi cosa: per esempio io potrei dire che la diminuzione dell’età media nelle classi più disagiate che si sta evidenziando in tutto l’occidente a causa delle minori tutele sanitarie è di fatto un assassinio di stato. E dunque inciterei all’odio, mentre sarei un perfetto cretino contemporaneo  se dicessi che la sanità pubblica è insostenibile: sono semplicemente due punti di vista, il primo dalla parte dell’umanità, la seconda da quella dell’economia liberista. Solo che la prima è censurabile, la seconda merita una medaglia.

Insomma l’uso del terrorismo come grande uomo nero ha prima facilitato il controllo individuale, ma ha poi ha spianato la strada al controllo sociale e delle idee.. Ed è per questo che la presunta lotta contro il terrorismo viene così spesso citata ( o magari fattualmente gestita) da regimi ultra liberisti intendendo che si tratta si impedire attentati e bombe, ma soprattutto di arginare le opinioni non “corrette” che alla fine poi diventano odio tout court. E a ragione perché meno libertà esiste più cresce l’odio o viceversa e Auschwitz è nata perché  esprimere idee non corrette era l’equivalente ad odiare il Reich tedesco. Sembra impossibile che pochi comprendano come la nozione stessa, sia la negazione della libertà.


Partono i bastimenti

sir03 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma vi ricordate, non poi troppo tempo fa, quando dovevamo  essere tutti pronti a raccogliere la formidabile sfida della globalizzazione, dove tutti i paesi sono mondo, dove possono circolare e essere valorizzate intelligenze, creatività, know how e prodotti?

Quando a questa scommessa- erano queste le formule gergali in uso del coglionario liberista: sfida, scommessa, sistema Paese, giacimenti culturali – bisognava preparare i propri virgulti in modo che sapessero l’idioma indispensabile, ben prima della lingua madre considerata un arcaico optional, per mettersi in vetrina nel mercato, a tale fine si dovevano iscrivere alle costosissime scuole private americane e tedesche insieme a altri rampolli scelti nel delfinario del privilegio e della rendita del latifondo e della comunicazione, per quello li dovevate sottoporre a quel tirocinio alla convivenza con altre etnie non a Lampedusa bensì tramite l’Erasmus e i master acchiappacitrulli della Luiss e della Bocconi, vedendoli già – proprio come le mamme ebree di Ovadia, che indicano i due gemellini in passeggino: questo è Davide l’ingegnere e questo è Albert l’avvocato –  nella city o a wall street a buggerare gli avidi ingenui?

E invece adesso tutti a frignare per i  poveri virgulti costretti a andare a cercar fortuna proprio alla stregua di altri poveretti estratti dalla lotteria naturale nel Sud del mondo al quale l’Europa, eufemismo scelto per chiamare in altro modo il più perverso  liberismo, ci ha condannati a essere annessi a Catanzaro come a Milano. Ma con una differenza rispetto a tunisini, libici, nigeriani, che da loro il fenomeno si chiama disperazione e paura e alternativa alla morte certa per una probabile, mentre da noi viene rivendicato come necessaria fuga dei cervelli e legittima aspettativa di esprimere il proprio talento.

C’è da temere che il risultato sia lo stesso, che i ragazzi e i non ragazzi che se ne vanno nelle capitali dell’occidente siano parimenti destinati a un rifiuto e a una emarginazione magari più educata e ce ne vorrà prima che conquistino tutti i diritti, pizzaioli a Londra, informatici a Seattle, interior designer a Berna, dove vigono altri tipi di decreti sicurezza 1 e bis

Giova ricordare che tra il 1901 e il 1923 emigrarono in America 4.711.000 italiani, di questi, 3.374.000 dal Sud. Già allora si effettuavano rilevazioni statistiche, c’è da scommettere più attendibili di quelle odierne, che dividevano i “partenti” tra settentrionali, in cerca di “miglior fortuna” e meridionali spinti dalla fame. Così oggi  potremmo sostenere che siamo i settentrionali  a fronte dei meridionali di un Sud ancora  più  esasperato, oppresso e in guerra di quello incarnato allora dagli abruzzesi ai quali si limitava la pratica della   transumanza, dai campani esausti per le espropriazioni effetto dei patti agricoli e per la malaria, dai lucani affamati dell’entroterra montano, proprio quelli  che dettero il più alto contributo all’emigrazione, quando nel 1911 la popolazione della Basilicata si riduce del 3, 58% e i suoi giovani vanno verso le Americhe sul Sirio, non  più sicuro dei barconi di oggi.

Dal 1861 agli anni Settanta del Novecento circo ventisette milioni di italiani si sono trasferiti all’estero. Scriveva Nitti: “… quel capitale circolante che la borghesia ha vanamente richiesto allo Stato mercé sgravi fiscali, opere pubbliche diffusione del credito oggi lo va formando il popolo mercé i risparmi sugli alti salari guadagnati all’estero e inviati in patria“, proprio come Romania, Polonia, Ucraina si sono conquistati l’ingresso in Europa, con i risparmi delle donne delle pulizie, della badanti, dei manovali e dei muratori al nostro servizio.

Ma allora   i governi tentarono di fermare l’esodo alla rovescia di quello di oggi non attraverso misure di sviluppo dell’occupazione o di sostegno all’istruzione o di accesso ai servizi sociali, bensì con la repressione invitando le autorità a contrastare l’emigrazione clandestina e a ostacolare quella regolare, per impedire un fenomeno che riduceva l’esercito di manodopera disponibile nelle campagne. Almeno fino agli  anni ’50 e ’60 quando l’industrializzazione promuove i flussi di emigrazione interna dal Sud al Nord verso il triangolo industriale pari a almeno  5 milioni in venti anni.

Cui corrispondeva – ma era cominciato prima –  un altri tipo di spostamento interno, quello degli intellettuali e degli acculturati del Mezzogiorno che occupano l’amministrazione centrale, lasciando sguarnite le periferie e accentando il distacco tra una dirigenza ministeriale e burocratica a prevalente formazione giuridica e il contesto decisionale economico e industriale, finendo per indebolire il rapporto tra Stato e società al Sud e tra politica e  comparto produttivo al Nord.

Adesso abbiamo solo i frutti avvelenati dello “sviluppismo” iniquo all’occidentale e all’europea e della distopia globalista che pare non siano stati scalfiti dalla crisi, visto che pare sia proibito ormai cimentarsi in una speranza alternativa al sistema, visto che pare sia vietato  ripensare a uno Stato nazionale e unito in grado di reagire all’egemonia del capitale privato transnazionale, alla espansione e occupazione dei mercati riconquistando un ruolo regolatore e autonomo, pena la condanna in quanto ottusi sovranisti.

A questo vogliono persuaderci quelli che spacciano le pillole di globalizzazione come fosse cosmopolitismo, i raffinati neoliberisti progressisti che trattano il tema della demoralizzazione e disperazione come fosse un’ubbia di un popolino retrogrado e passatista, attaccato al campanile e al ragù della domenica, obbligato al suo piccolo mondo ristretto da vizi che farebbero parte dell’autobiografia nazionale: accidia, indolenza, provincialismo, viltà, impermeabile alla cucina fusion della greppia alimentata dalle merci e dai miti trasportati dall’alta velocità e offerta a chi mostra di sapere ubbidire e di fidelizzarsi di buon grado.

Ci vedono e ci vogliono cafoni, straccioni, coscritti a forza e costretti a andarcene, impoveriti e defraudati. Forse allora dovremmo farci briganti.

 

 

 

 

 

 


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