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La scoperte della domenica

pizza servizio domicilio pizzeria-2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chiunque, sia pure a malincuore, si sia piegato all’acquisto online di prodotti, a ordinare una cena o dei generi alimentari  su Justit o su Foodora o su Easy Coop, ha avuto la smentita di una delle balle stratosferiche più in voga: quella secondo la quale gli immigrati servono non per abbassare il livello di pretese dei lavoratori locali, persuasi con la forza e le intimidazioni  ad accontentarsi di salari minori e di minori garanzie  in modo da trascinare in basso anche quelli degli indigeni, macchè, ma per sostituire invece gli italiani che non vogliono più prestarsi a mestieri servili, non qualificati e umilianti.

Non solo le cronache estive, infatti, riportano le vicende di italiane soggette al caporalato che schiattano sotto la canicola, ma ogni giorno suonano alla porta connazionali in veste di pony, facchini, trasportatori. E si tratta non solo di giovanotti e ragazze che arrotondano la paghetta settimanale di mammà, o che hanno alternato il volontariato all’Expo o il disonore a Eataly con l’Erasmus, che si parcheggiano nell’ipotesi remota che si tratti di una tappa intermedia e provvisoria in attesa delle fortune di una startup creativa, ma di quarantenni e cinquantenni che hanno dovuto mettersi in competizione con ridenti bengalesi o enigmatici peruviani,  sfiniti e mortificati e che accettano le rare mance come una vergogna, tutto sommato meno disonorevole dei testimonial di Eni, Enel, inviati a intimorire i consumatori e utenti in veste di racket per strappare un contratto.

La rivelazione del ricambio su base etnica ha colpito anche qualche nostro  pensatore che, effettuato un test per scoprire la deriva del lavoro ai tempi della fine del lavoro, si è fatto  consegnare la domenica di prima mattina qualche delicatessen e che dopo la tremenda agnizione di veder accontentata in tempo reale la sua pretesa, si chiede se non sarebbe giusto che andasse al corriere l’importo della consegna, o se non sarebbe preferibile rinunciare a certi lussi avvelenati,  o meglio ancora se non sarebbe ora di proclamare lo sciopero generale della clientela delle aziende della distribuzione online.

È che di tanto in tanto succede che qualcuno che ha fatto sega a scuola il giorno che spiegavano il plusvalore, tiri fuori il capino dalla cuccia calda della rinuncia volontaria di ricchezze morali e dignità in cambio della sicurezza, per interrogarsi sui confini della responsabilità collettiva e di quella individuale,  dimenticando  che ci sono geografie nelle quali non esiste il mercatino rionale e dove, qualora sopravviva, impone dei prezzi alti destinati a consumi di eccellenza, dove il commercio al dettaglio è stato spazzato via, imponendo il pellegrinaggio nelle nuove cattedrali periferiche, o che qualsiasi merce online costa meno anche con l’aggiunta del recapito del prodotto peraltro assolutamente uguale a quello acquistato nei negozio.

O che dipende anche dalle scelte, sia pure condizionate, dei consumatori il successo di una globalizzazione che ha decretato il successo di sedicenti prodotti di nicchia – quanto grande dovrebbe essere Bronte per rifornire tutti i gourmet di pistacchi? Quanto  estesi gli appezzamenti di fagioli di Lamon e le cave di marmo di Colonnata per appagare il provincialismo gastrico dei fan di Masterchef? – in modo da consolidare l’idea che un prodotto o un oggetto sia più desiderabile e valorizzi chi lo compra e se lo mangi solo se costa di più e se è più raro e quindi esclusivo, e che di conseguenza chi spende è autorizzato a pretendere che chi vende e incarta e consegna la merce sia al suo servizio.

Ogni volta che si affronta il tema dell’apertura festiva dei supermercati, sono gli stessi che si indignano per il destino rio delle cassiere e dei commessi e dichiarano la loro estraneità e innocenza grazie alla rinuncia delle birre da bere davanti a Quelli del Calcio, e più o meno gli stessi che stranamente non hanno collegato questo ennesimo sopruso alla progressiva e accelerata cancellazione dei diritti, delle garanzie e delle conquiste del lavoro, alla base delle “riforme” che hanno obbligato in aggiunta a tutto quello che è stato tolto, il dovere di essere grati ai padroni che concedono un posto e un salario e perfino uno straordinario festivo.

Non stupisce, perché sono perlopiù quelli che delegano il riscatto – ma solo quello della cattiva coscienza, non quello della dignità propria e degli altri – alle piazze delle sardine, dei Fridays for Future, ai flashmob delle Nonunadimeno, cui le commesse di cui sopra non possono partecipare, alle associazioni umanitarie e agli avventizi dell’antifascismo, purché l’ambientalismo si limiti al giardinaggio, con la raccolta delle lattine, quella differenziata, insomma all’ecologia domestica che salva i grandi inquinatori, la giustizia sociale si restringa nei confini della compassionevole prima accoglienza, quella di genere si accontenti di sostituire gentaglia e sopraffattori di sesso maschile con analoghi esponenti del peggio di sesso femminile, mentre intanto, indisturbato,  il liberismo più feroce persegue il suo disegno demoniaco.

Si tratta di un ceto che per occupazione, istruzione, piccoli privilegi ereditati possiede un patrimonio ideale di aspettative e ambizioni, ma che non ha i mezzi per realizzarle nella quantità e qualità che ritiene di meritare. E si limita a un impegno virtuale per le ultime rivoluzioni borghesi concesse quando ormai i diritti fondamentali sono stati alienati e cancellati e ci si deve accontentare dei riconoscimenti elargiti al minimo sindacale come mancette a alto contenuto psicologico.

Tra queste erogazioni controllate e anestetizzanti ci sono anche i mestieri e i lavori inesistenti dei quali ha parlato con un grande successo un libro di David Graeber di qualche tempo fa che ha descritto con tanto di esempi i cosiddetti Bullshits Job, i lavori inutili fini a se stessi, che non hanno lo scopo di produrre,  ma di introdurre nuove forme di controllo sociale nel settore pubblico, nelle grandi istituzioni economiche, nelle multinazionali che agiscono proprio come i regimi socialisti, creatori di milioni di posti per i proletari, come quelli capitalistici che sceglievano la guerra e il colonialismo anche allo stesso scopo, quelli strettamente militari che avevano inventato l’ammujUena:  scavare fossati per poi riempirli.

Ai nostri tempi è la finanza soprattutto che tiene occupato così il ceto dei suoi sudditi di prima categoria, che non rinuncerebbero mai al salario anche se raggiungono al consapevolezza del loro status, ma è una cifra delle grandi “burocrazie” statali e sovranazionali (vi viene in mente un esempio a caso? l’Ue forse?) nelle quali sopravvivono e prosperano topologie bene identificabili di leccaculi, impegnati unicamente a dire si e soddisfare i capricci dei superiori, o a rattoppare i loro disastri, o quelli che il libro definisce gli sgherri, indicando come esempio  i professionisti incaricati di convincere un potenziale cliente che la Bocconi è meglio della Luiss (e in questi giorni li abbiamo visti in opera a magnificare la rigida divisione in classi sociali delle classi scolastiche), o i kapò che non hanno altro compito che controllare altri kapò o alimentare l’attività dei grandi uroburoi generando altre occupazioni altrettanto inutili come in un moto perpetuo.

Non è una consolazione pensare che anche i ricchi piangono, che l’insoddisfazione e la frustrazione sono i mali del secolo, che non è detto sia meglio stare tutto il giorno davanti a un computer a cincischiare invece di consegnare merci col motorino, grazie alla desiderata confusione  tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, tra posto e fatica, indotta proprio per tenere sotto col bastone e la carota  tutti quelli cui è stata offerta un’unica uguaglianza, quella di servi.


Terroliberismo

58feba66c46188ed7f8b4603-720x300In questa settimana abbiamo potuto assistere a tre movimenti di rivolta in Ecuador, Cile e Catalogna, molto diversi tra loro e tuttavia accomunati da uno stesso elemento di contorno: il terrorismo. Non nel senso che la gente che scende in piazza o fa le barricate abbia qualcosa a che vedere con questo ambiguo concetto, ma nel senso che esso è stato utilizzato per coprire il tradimento del presidente ecuadoregno Moreno presentatosi come sinistra e divenuto ultra liberista il giorno dopo per la necessità di “combattere il terrorismo”, la stessa motivazione oggi utilizzata dal suo compagno di merende cileno Pinera per dare un senso alla sua permanenza al potere. Naturalmente si tratta di pretesti puramente rituali, mentre in Catalogna si è tentato di spezzare il fronte indipendentista – federalista non evocando il terrorismo a parole, ma sfruttando un misterioso quanto opportuno attentato compiuto con un auto a Barcellona nel 2017. Il senso di quell’azione, rivendicata dall’Isis secondo le informazioni fornite dall’ipersionista e ciadista  Rita Katz, che detiene il monopolio delle informazioni in Medio Oriente, è rimasta sospesa al nulla visto che tutti i protagonisti benché non in possesso di armi da fuoco, sono stati uccisi. Ma il terrorismo è stato evocato anche per le lotte antitav in Italia, così come per i gilet gialli  in Francia o per i movimenti antagonisti in centro e Sud america o per alcuni movimenti di liberazione da sanguinari dittatori in Africa.

Ad ogni modo appare chiaro come “il terrorismo” sia diventato un concetto che non ha più nulla a che vedere con la sua genealogia e tanto meno con un significato specifico tanto è vero che in occidente le medesime azioni acquisiscono un significato positivo se condotte contro altri nel qual caso si parla di combattenti per la libertà, o se riferite ad interventi militari diretti, di azioni di commando mentre le stragi di civili prendono il nome di vittime collaterali, ma hanno un significato negativo se condotte contro di noi, nel qual caso appunto si parla di terrorismo. L’estensione del concetto anche alla difesa non puramente verbale di diritti o di comunità all’interno stesso dell’occidente ci fa comprendere che “contro di noi” acquista il significato di contro l’oligarchia di comando, le sue prescrizioni e la sua ideologia di fondo. Da una parte si crea una paura che paralizza  e che induce a svendere le libertà, dall’altra si colpisce il dissenso, sia quello attivo, sia in molti casi anche quello passivo, ossia espresso attraverso le parole avvalendosi di strumenti apparentemente giustificabili come le leggi contro l’incitamento all’odio che sono quanto mai ambigue e in effetti sono state usate per colpire la semplice diversità di opinione. E’ illuminante da questo punto di vista la difesa che è stata fatta della recente legge tedesca sull’incitamento all’odio che non distingue affatto tra idee, satira, descrizione, citazioni ed espressioni di intolleranza reali: “gli auguri di morte, le minacce gli insulti, l’incitamento all’odio e le falsità su Auschwitz non sono un’espressione della libertà di opinione quanto un attacco all’opinione altrui”. Ora le prime fattispecie sono già ampiamente coperte dalle leggi e dalle legislazioni di qualunque Paese, quindi il citarle sarebbe superfluo, se non fosse che il resto è davvero inquietante perché si fa riferimento a verità prescritte e a opinioni ammesse o meno: si propone in sostanza come censura. Certo si gioca su elementi oscuri e tragici come  Auschwitz per avere vita facile, ma è evidente che ciò può essere applicato a qualsiasi cosa: per esempio io potrei dire che la diminuzione dell’età media nelle classi più disagiate che si sta evidenziando in tutto l’occidente a causa delle minori tutele sanitarie è di fatto un assassinio di stato. E dunque inciterei all’odio, mentre sarei un perfetto cretino contemporaneo  se dicessi che la sanità pubblica è insostenibile: sono semplicemente due punti di vista, il primo dalla parte dell’umanità, la seconda da quella dell’economia liberista. Solo che la prima è censurabile, la seconda merita una medaglia.

Insomma l’uso del terrorismo come grande uomo nero ha prima facilitato il controllo individuale, ma ha poi ha spianato la strada al controllo sociale e delle idee.. Ed è per questo che la presunta lotta contro il terrorismo viene così spesso citata ( o magari fattualmente gestita) da regimi ultra liberisti intendendo che si tratta si impedire attentati e bombe, ma soprattutto di arginare le opinioni non “corrette” che alla fine poi diventano odio tout court. E a ragione perché meno libertà esiste più cresce l’odio o viceversa e Auschwitz è nata perché  esprimere idee non corrette era l’equivalente ad odiare il Reich tedesco. Sembra impossibile che pochi comprendano come la nozione stessa, sia la negazione della libertà.


Partono i bastimenti

sir03 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma vi ricordate, non poi troppo tempo fa, quando dovevamo  essere tutti pronti a raccogliere la formidabile sfida della globalizzazione, dove tutti i paesi sono mondo, dove possono circolare e essere valorizzate intelligenze, creatività, know how e prodotti?

Quando a questa scommessa- erano queste le formule gergali in uso del coglionario liberista: sfida, scommessa, sistema Paese, giacimenti culturali – bisognava preparare i propri virgulti in modo che sapessero l’idioma indispensabile, ben prima della lingua madre considerata un arcaico optional, per mettersi in vetrina nel mercato, a tale fine si dovevano iscrivere alle costosissime scuole private americane e tedesche insieme a altri rampolli scelti nel delfinario del privilegio e della rendita del latifondo e della comunicazione, per quello li dovevate sottoporre a quel tirocinio alla convivenza con altre etnie non a Lampedusa bensì tramite l’Erasmus e i master acchiappacitrulli della Luiss e della Bocconi, vedendoli già – proprio come le mamme ebree di Ovadia, che indicano i due gemellini in passeggino: questo è Davide l’ingegnere e questo è Albert l’avvocato –  nella city o a wall street a buggerare gli avidi ingenui?

E invece adesso tutti a frignare per i  poveri virgulti costretti a andare a cercar fortuna proprio alla stregua di altri poveretti estratti dalla lotteria naturale nel Sud del mondo al quale l’Europa, eufemismo scelto per chiamare in altro modo il più perverso  liberismo, ci ha condannati a essere annessi a Catanzaro come a Milano. Ma con una differenza rispetto a tunisini, libici, nigeriani, che da loro il fenomeno si chiama disperazione e paura e alternativa alla morte certa per una probabile, mentre da noi viene rivendicato come necessaria fuga dei cervelli e legittima aspettativa di esprimere il proprio talento.

C’è da temere che il risultato sia lo stesso, che i ragazzi e i non ragazzi che se ne vanno nelle capitali dell’occidente siano parimenti destinati a un rifiuto e a una emarginazione magari più educata e ce ne vorrà prima che conquistino tutti i diritti, pizzaioli a Londra, informatici a Seattle, interior designer a Berna, dove vigono altri tipi di decreti sicurezza 1 e bis

Giova ricordare che tra il 1901 e il 1923 emigrarono in America 4.711.000 italiani, di questi, 3.374.000 dal Sud. Già allora si effettuavano rilevazioni statistiche, c’è da scommettere più attendibili di quelle odierne, che dividevano i “partenti” tra settentrionali, in cerca di “miglior fortuna” e meridionali spinti dalla fame. Così oggi  potremmo sostenere che siamo i settentrionali  a fronte dei meridionali di un Sud ancora  più  esasperato, oppresso e in guerra di quello incarnato allora dagli abruzzesi ai quali si limitava la pratica della   transumanza, dai campani esausti per le espropriazioni effetto dei patti agricoli e per la malaria, dai lucani affamati dell’entroterra montano, proprio quelli  che dettero il più alto contributo all’emigrazione, quando nel 1911 la popolazione della Basilicata si riduce del 3, 58% e i suoi giovani vanno verso le Americhe sul Sirio, non  più sicuro dei barconi di oggi.

Dal 1861 agli anni Settanta del Novecento circo ventisette milioni di italiani si sono trasferiti all’estero. Scriveva Nitti: “… quel capitale circolante che la borghesia ha vanamente richiesto allo Stato mercé sgravi fiscali, opere pubbliche diffusione del credito oggi lo va formando il popolo mercé i risparmi sugli alti salari guadagnati all’estero e inviati in patria“, proprio come Romania, Polonia, Ucraina si sono conquistati l’ingresso in Europa, con i risparmi delle donne delle pulizie, della badanti, dei manovali e dei muratori al nostro servizio.

Ma allora   i governi tentarono di fermare l’esodo alla rovescia di quello di oggi non attraverso misure di sviluppo dell’occupazione o di sostegno all’istruzione o di accesso ai servizi sociali, bensì con la repressione invitando le autorità a contrastare l’emigrazione clandestina e a ostacolare quella regolare, per impedire un fenomeno che riduceva l’esercito di manodopera disponibile nelle campagne. Almeno fino agli  anni ’50 e ’60 quando l’industrializzazione promuove i flussi di emigrazione interna dal Sud al Nord verso il triangolo industriale pari a almeno  5 milioni in venti anni.

Cui corrispondeva – ma era cominciato prima –  un altri tipo di spostamento interno, quello degli intellettuali e degli acculturati del Mezzogiorno che occupano l’amministrazione centrale, lasciando sguarnite le periferie e accentando il distacco tra una dirigenza ministeriale e burocratica a prevalente formazione giuridica e il contesto decisionale economico e industriale, finendo per indebolire il rapporto tra Stato e società al Sud e tra politica e  comparto produttivo al Nord.

Adesso abbiamo solo i frutti avvelenati dello “sviluppismo” iniquo all’occidentale e all’europea e della distopia globalista che pare non siano stati scalfiti dalla crisi, visto che pare sia proibito ormai cimentarsi in una speranza alternativa al sistema, visto che pare sia vietato  ripensare a uno Stato nazionale e unito in grado di reagire all’egemonia del capitale privato transnazionale, alla espansione e occupazione dei mercati riconquistando un ruolo regolatore e autonomo, pena la condanna in quanto ottusi sovranisti.

A questo vogliono persuaderci quelli che spacciano le pillole di globalizzazione come fosse cosmopolitismo, i raffinati neoliberisti progressisti che trattano il tema della demoralizzazione e disperazione come fosse un’ubbia di un popolino retrogrado e passatista, attaccato al campanile e al ragù della domenica, obbligato al suo piccolo mondo ristretto da vizi che farebbero parte dell’autobiografia nazionale: accidia, indolenza, provincialismo, viltà, impermeabile alla cucina fusion della greppia alimentata dalle merci e dai miti trasportati dall’alta velocità e offerta a chi mostra di sapere ubbidire e di fidelizzarsi di buon grado.

Ci vedono e ci vogliono cafoni, straccioni, coscritti a forza e costretti a andarcene, impoveriti e defraudati. Forse allora dovremmo farci briganti.

 

 

 

 

 

 


I post gretini

vvox_einaudi2-1030x539Non sono state elezioni facili per il potere oligarchico, né è stato semplice riuscire a contenere sovranisti ed eurocritici  e non concedere loro la platea del parlamentino di Strasburgo che sul piano concreto conta meno del due di coppe quando briscola è a bastoni, ma che può avere comunque un potere di tribuna. Tuttavia la governance è riuscita a sfruttare i suoi stessi peccati per recuperare consensi usciti dalla porta principale  facendoli transitare dalla porta di servizio grazie all’operazione Greta Thunberg: deviando il discorso sui temi dell’ambiente che essi stessi tradiscono quotidianamente, sono riuscite a riempire i serbatoi dei Verdi continentali. Occorreva però qualcosa di forte per poter spostare consensi su formazioni da sempre alleate con le socialdemocrazie più corrive con il capitalismo di mercato: ed ecco la ragazzina davanti al Parlamento di Stoccolma che già fa simpatia, soprattutto se si dimentica che è circondata da guardie del corpo, per giunta autistica o dichiaratasi tale che moltiplica per due l’interesse, portatrice di discorsi apocalittici, abbastanza ingenui e rozziin pratica solo slogan,  da far presa a largo raggio dentro un’opinione pubblica devastata e facile all’emozione più che al pensiero e tanto meno all’azione. In ogni caso del tutto aliena dall’avere un’idea coerente dell’insieme dei problemi che in realtà sono spesso  molti diversi da come vengono affrontati (vedi nota).

Probabilmente l’idea è stata data dai gilet gialli che fin da subito hanno collegato i temi ambientali con quelli della critica al sistema, non occorreva altro che gonfiare i primi con l’aria fritta del millenarismo escatologico e cancellare i secondi, per creare il terreno di colture perfetto per convogliare voti su formazioni che hanno da sempre accettato il sistema capitalistico e il mercato in una ambiguità che li ha condannati all’impotenza sostanziale: non bisogna dimenticare, tanto per fare una citazione, che fu il ministro degli esteri tedesco , il verde Joschka Fischer a dare il via definitivo ai bombardamenti sulla Jugoslavia. Ma questo non è che un segnale: nel governo Jospin hanno approvato le privatizzazioni e le detassazioni per gli azionisti, mentre nel governo Schroeder  sono stati protagonisti della restrizione del welfare e della deregolamentazione delle leggi del lavoro.

Però la ventata di ecologismo a reti unificate, che ha assunto il tono di una vera e propria campagna elettorale,  li ha portati ad ottenere il 13, 47% in Francia, addirittura il 20 e qualcosa in Germania, il 15% in Finlandia ed altrettanto in Irlanda. Dalle analisi del voto risulta che i Verdi hanno raccolto i consensi della classe medio alta giovanile e scolarizzata delle grandi città, quella che fa eco alle marce e agli scioperi per il clima, mentre si prepara ad accedere alle posizioni con cui devastare il pianeta in età adulta. Non è certo un caso se ecologisti radicali come Jutta Ditfurth in Germania e Martine Billard in Francia abbiano abbandonato il verdismo di mercato. Né può essere una sorpresa vedere come i verdi post gretini abbiano cominciato ad attaccare  France Insoumise e anche il Front de Gauche ora per l’attaccamento ai regimi progressisti dell’America Latina,o per il loro posizionamento anti sanzioni sulla Russia o ancora per il lato “sovietico” che scorgono nella pianificazione ecologica elaborata da Jean-Luc Mélenchon.

Essi ora inalberano sul loro vessillo ciò che ritengono sia una medaglia al valore, ossia il non essere né di destra né di sinistra, che in realtà significa poter essere entrambe le cose a seconda delle convenienze: così ora il co-presidente dei verdi valloni Jean-Marc Nollet dice di essere pronto, a livello federale, a “una coalizione con tutte le parti “, mentre in Germania già da tempo ci sono “coalizioni nero-verdi” con la destra, come quella in atto nella regione del Baden-Württemberg, che adesso potrebbero moltiplicarsi sull’onda di un successo che ha portati i Grünen ad essere il secondo partito grazie ai voti in libera uscita da Cdu e Spd. A Strasburgo hanno annunciato di voler essere “pragmatici”, insomma disponibili a tutto detto in soldoni. Dunque l’ennesima creazione di false alternative è pienamente riuscita, anche a livello strategico perché non c’è alcun dubbio che i problemi ambientali siano in stretta relazione di causa ed effetto con il sistema neo liberista ed è questa consapevolezza che si vuole stroncare sul nascere, mettendo in campo ogni sorta di depistaggi che coprono le diverse aree socio culturali: il negazionismo climatico per la destra borghese corrotta e incapace, la catastrofe millenarista annunciata da una Cassandra sedicenne per le aree radical chic, le buone e false intenzioni dei vari accordi e conferenze internazionali per i ceti medi tradizionali. Di certo quella del gattopardo non è una specie in estinzione.

Nota Un esempio di scuola è quello della salute oceanica e del suo ecosistema. A tutti viene detto che il problema principale è quello della plastica che ormai forma intere isole ed è causa della morte per molte specie marine. Che questo costituisca un motivo d’allarme non c’è dubbio, ma  un rapporto dell’ Ipbes, l’Istituto di ricerca sulla biodiversità e gli ecosistemi, creato dall’ Onu, in un rapporto di poche settimane fa ha chiarito che il crollo della vita negli oceani non è dovuto a questo, né all’acidificazione delle acque e nemmeno al cambiamento climatico, ma all’industria della pesca commerciale che non solo preleva immense quantità di pesce e di crostacei, spesso sotto banco, dimezzando le cifre ufficiali, ma agisce in modo da devastare interi ecosistemi. Tuttavia non se ne parla mai per il fatto che qui non si tratta del pescatore che esce con lampara e a cui va addebitato circa il 2%  del pescato totale, ma di mostri commerciali la cui gestione è in mano – nel pianeta – a non più di 600 grandi aziende che hanno un forte potere di interdizione sulle notizie, come per esempio è accaduto alla Bbc che nella serie Blue Planet  evita sempre di collidere con gli interessi forti. Attribuire tutto alla plastica da una parte nasconde i responsabili e il contesto strutturale nel quale essi possono crescere, dall’altra colpevolizza i singoli.


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