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Facciamoci un gilet

366062825--1-Questo sarà un lungo post, una corsa panoramica e senza anguste misure sui gilet jaunes, sullo spirito che hanno incarnato prendendone via via consapevolezza, sulla risposta unicamente repressiva dello stato neo liberista che così svela menzogne, illusioni e limiti oggettivi di chi ha creduto nella fine della storia. E infine sulla possibilità che questa jacquerie divenuta in poco tempo onda di profondo cambiamento, costituisca l’inizio e l’innesco di una svolta storica.

Ogni sabato, per quindici  settimane, sono scesi nelle strade delle città idi tutta la Francia a decine di migliaia, hanno organizzato assemblee, allagato i social media e la stampa, nonostante gli instancabili sforzi di reprimere, calunniare e sminuire il movimento  dato fin da novembre sull’orlo del collasso: ma i manifestanti in giallo sono ancora lì, segno che rappresentano molto di più di quelle richieste “piccolo borghesi”  in cui li ha incasellati spregiativamente l’informazione di regime. Oggi persino i lacché di penna e microfono del potere macroniano sono costretti a riconoscere che il movimento dei gilets jaunes  si è rivelato molto più complesso  e sorprendente di quanto non fosse apparso all’inizio, almeno ai loro occhi velati. Essi sono riusciti a evidenziare i pericoli dell’utopia neoliberista di Macron e delle oligarchie europee senza basarsi né sul nazionalismo, né sull’allarme migratorio di carattere xenofobo, ma portando avanti una nuova visione della  democrazia e della solidarietà che ha ben poco a che vedere con i tentativi di imitazione o di associazione ideale.

Il minimo che possiamo dire è che i gilet hanno fin da subito suscitato la rabbia isterica di Emmanuel Macron e dal suo governo. Ci sono state ovviamente delle concessioni formali: a dicembre, di fronte alle dimensioni del movimento, il governo è stato costretto a rinunciare al suo aumento programmato della tassa sui carburanti e anzi ha annunciato una serie di misure destinate a calmare la tempesta. Rispetto a ciò che i numerosi movimenti sociali degli ultimi dieci anni di storia francese sono riusciti ad ottenere  – cioè niente – si sarebbe potuto pensare che essi si accontentassero di questa vittoria. Ma i manifestanti non hanno impiegato molto a rendersi conto che le misure annunciate dal governo (aumento del salario minimo di 100 euro al mese, anche se a carico dei contribuenti e non dei datori di lavoro, esenzione fiscale per gli straordinari, un bonus di fine anno per i dipendenti, l’annullamento della tassa CSG per i pensionati con meno di 2.000 euro al mese) era solo fumo negli occhi, perché queste “briciole” erano ben lontane dalle richieste del movimento per la giustizia sociale e fiscale, la redistribuzione della ricchezza e una democrazia più diretta.

E’ forse proprio per questo che il gilet gialli sono stati oggetto di una violenza che non si vedeva in Francia almeno dal 1968. Da novembre circa 80.000 poliziotti, gendarmi, membri di  membri di unità speciali dell’esercito, uomini dei servizi con i loro servizi, si sono mobilitati per “tenere sotto controllo” le manifestazioni in tutto il Paese. Nel corso delle proteste sono state lanciate decine di migliaia di granate lacrimogene e pallottole di gomma contro i manifestanti spesso in contesti illegali. Le cifre del ministero dell’Interno, quindi di una parte che ha tutto l’interesse a minimizzare parlano da sole: finora almeno dieci persone sono morte (una è stata uccisa direttamente dalle “forze dell’ordine”), 2.100 sono state ferite, 8.700 quelle arrestate con 1.796 condanne. La violenza della polizia ha colpito tutti, anche, i medici di strada, i giornalisti, i fotografi e gli studenti delle scuole superiori, vecchi, donne, bambini e persino disabili. Nonostante tutto questo Macron e i suoi compari sembrano lontani dal mettere in discussione le politiche sociali ed economiche che hanno alimentato questa rabbia popolare, il governo ha puntato il resto del suo già scarso capitale di credibilità tentando di screditare il movimento, disumanizzando i suoi partecipanti e demonizzandone le azioni: il ministro degli Interni Christophe Castaner e i membri del partito di Macron parlano costantemente di “teppisti”, presentando i manifestanti come una folla odiosa, xenofoba e fascista. Il duro rifiuto di Castaner di riconoscere la violenza della polizia è sorprendente. Il mese scorso, mentre invitava i francesi a non manifestare, ha minacciato: “coloro che dimostrano sappiano che sono complici dell’ hooliganismo”.

Certo dev’essere un cretino coi fiocchi o uno che crede che lo siano gli altri, ma di fatto questo eccesso di violenza cieca alla fine è diventato esso stesso un argomento di discussione  nella vita pubblica francese. Dopo due mesi di triste silenzio sulla repressione della polizia contro i manifestanti, i media – che fino a quel momento erano interessati solo alla violenza perpetrata dai “teppisti” – sono stati costretti a svegliarsi. Sembra ormai passato molto tempo dall’affaire  Benalla, quando l’opinione  pubblica e i media sembravano agitati non tanto dal fatto che la guardia del corpo di Macron, forte del suo ruolo di favorito,  picchiasse i manifestanti e scatenasse la sua furia contro un uomo a terra , ma per il fatto che non fosse un poliziotto. Per la prima volta, su radio e TV, si cominciano a sentire intellettuali che si rifiutano di condannare i manifestanti e cercano di spiegare la rivolta  in termini di violenza sociale ed economica che la politica pubblica ha imposto alla popolazione. Per la prima volta, il governo non riesce a strumentalizzare la violenza per screditare il movimento: piuttosto, la sua stessa violenza sta aiutando ad amplificare il messaggio dei manifestanti.  D’altra parte a questo cambiamento di atmosfera hanno contribuito le mobilitazioni dei gilets contro la repressione della polizia e a sostegno delle vittime: centinaia di testimonianze, foto e video di gilet jaune feriti sono circolate sui social media anche quando i media erano interessati solo a mostrare violenza “hooligan”. A dicembre, un video che mostrava oltre cento liceali nel sobborgo parigino di Mantes-la-Jolie in ginocchio, le mani in testa, circondati dalla polizia in tenuta antisommossa, è diventato virale e la posa che questi adolescenti sono stati costretti ad adottare è stata ripresa dai manifestanti , che lo hanno reso uno dei simboli  delle loro  proteste. Le donne coinvolte nel movimento sono state particolarmente attive nella marcia parigina per denunciare la violenza della polizia e hanno voluto che alla testa della manifestazione ci fossero i feriti nelle prime settimane di protesta. Rompere il silenzio ha significato anche sollevare il velo su una violenza che è stata perpetrata per decenni contro i movimenti di opposizione e specialmente le popolazioni dei quartieri poveri, della classe lavoratrice e delle minoranze etniche della Francia. Si apre così la strada a una convergenza con le lotte degli irregolari o dei circoli sociali urbani.

In effetti, tutto questo fa parte del quadro più ampio dello slittamento autoritario che ha raggiunto il suo massimo sotto il governo di Macron. Questo autoritarismo si rivolge prima di tutto contro chiunque combatta i poteri in essere.  Chi abbia partecipato alle manifestazioni lo sa: non si può più dimostrare in Francia senza rischiare di andare all’ospedale o peggio. La polizia ha persino iniziato a confiscare sistematicamente maschere, occhiali e sieri indispensabili per i manifestanti di fronte a raffiche di gas lacrimogeni. La libertà di manifestare è a sua volta sempre più minacciata, dal momento che lo stato di emergenza è stato introdotto sulla scia degli attacchi terroristici le cui cause e dinamiche affondano nello stesso potere che si è dedicato dall’organizzazione dell’esercito terrorista  contro la Siria. A questo si aggiunge la repressione attraverso i tribunali. Persino molti giuristi hanno espresso le loro crescenti preoccupazioni su questo stato di cose. E a ragione: perché il numero di gilet che Jaunes arrestati ai margini delle manifestazioni per motivi “preventivi”, così come il numero di manifestanti condannati al carcere – a volte solo per i messaggi di Facebook – è davvero sorprendente. Per non parlare delle intimidazioni giudiziarie nei confronti di coloro che vengono considerati come uomini simbolo del movimento in maniera così grossolana e grottesca da fomentare l’indignazione: uno di loro, Julien Coupat è stato detenuto per quasi quarantotto ore perché aveva un giubbotto giallo nella sua auto cosa peraltro obbligatoria per legge.

Da questo punto di vista il macronismo  sta prendendo una china inquietante anche perché in qualche modo incoraggiato dall’oligarchia europea che vede messa in questione la sua stessa esistenza e i propri strumenti di potere tra cui l’euro e le regole di bilancio che ne derivano. Ad ogni modo con il disegno di legge sulle “false notizie” che limita la libertà di stampa, la legge sull’asilo e l’immigrazione che impone regole più severe sui più vulnerabili, nuove regolamentazioni per rendere  segreta o quasi la vita interna delle aziende e la trasformazione dello stato di emergenza in legge ordinaria, di fatto si marcia vero un regime autoritario. E dire che Macron era stato eletto per evitare la Le Pen. Ma il fatto centrale, che spesso sfugge, è che questa non è l’eccezione, ma la regola, perché il capitalismo nella fase neo liberista cerca di imporre una direzione che la società deve seguire, vale a dire, il dominio del mercato globale considerato come la fine della storia e il migliore de mondi possibili. Lo stesso inquilino dell’ Eliseo lo aveva detto nella sua campagna elettorale sostenendo che la Francia stava soffrendo perché non era riuscita ad adattarsi alla “modernità” dell’ordine economico globalizzato, più specificamente a causa del suo sistema politico e delle istituzioni antiquate e ossificate.Eppure oggi in Francia come altrove nel mondo le contraddizioni all’interno del neoliberismo – e in particolare la crescente concentrazione di ricchezza e la distruzione dell’ambiente – stanno alimentando una sofferenza popolare e una rabbia espressa nel rifiuto di queste politiche. La risposta violenta e repressiva rimane l’unica possibile per le governance neo liberiste sia all’interno che all’esterno. 

Proprio per questo la mobilitazione ha continuato ad aggregare nuovi elementi, dalle scuole superiori agli studenti universitari e ai movimenti sociali nelle periferie delle grandi città. Mentre all’inizio i rapporti tra i gilets e le organizzazioni sindacali erano difficili, i membri del sindacato presto hanno cominciato ad apparire durante le proteste e molti sindacati hanno portato solidarietà, spesso grazie all’iniziativa e alla pressione delle strutture di base o territoriali. Il 2 febbraio scorso primo “sciopero generale” combinato con una dimostrazione che univa i sindacati , la CGT, Solidaires e alcuni rami di Force ouvrière con le jaune gilet . È stato un successo straordinario, con oltre 300.000 partecipanti. Il prossimo sciopero generale nazionale che unisce i gilets jaunes e il gilets rouges  è stato convocato per il 19 marzo. Questo nonostante dentro al movimento ci sia ancora un po’ di tutto, grazie anche alle infiltrazioni che peraltro erano state già annunciate da alti gradi delle forze armate e ai media che presentano come capi del movimento personaggi che sono assolutamente marginali o addirittura in polemica con esso. Il fatto sostanziale è che questo sommovimento sta ridefinendo gli obiettivi collettivi dal basso e si oppone radicalmente all’insistenza autoritario-neoliberista secondo cui la sovranità popolare dovrebbe essere delegata ai leader e agli “esperti”.

Oggi siamo di fronte al fallimento politico del progetto europeo e alle correnti politiche dominanti in tutto il mondo occidentale, esse stesse per lo più campioni dell’utopia neoliberale. In contrasto con questi ultimi, il movimento dei gilets jaunes sembra essere uno dei pochi movimenti popolari a non essere costruito attorno ai fattori di pancia ed è dunque una possibilità storica di svolta di cambiamento. 

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Danze ungheresi

imagesForse non c’è niente di meglio della situazione ungherese per capire meglio l’Europa neo liberista e più in generale il mondo occidentale post moderno dominato dal capitalismo finanziario e dalla distruzione dei diritti del lavoro in favore di quelli del profitto. Com’è noto il governo Orban ha alzato il tetto degli straordinari che si possono richiede ai lavoratori dalle 250 ore annuali ( le stesse che Italia, salvo situazioni particolari) a 400 ore, suscitando la protesta di molta parte della popolazione e di quasi tutte le componenti politiche comprese quelle che si schierano su fronti opposti. Si va infatti dagli ultra nazionalisti ai socialisti, dai seguaci di Soros, alias europeisti, al Jobbik di destra. In realtà in ogni Paese europeo ci sono situazioni per cui i tetti posti allo straordinario sono facilmente aggirabili in termini formali o con il ricatto reso possibile dalle situazioni precarie, così che alla legalità di facciata si contrappone spesso un’ illegalità diffusa e sostanziale, ma quello che qui ci interessa è il perché Orban abbia adottato un simile provvedimento che ha visto scendere in piazza folle quanto mai eterogenee, persino gente del suo stesso partito con la sola eccezione del partito operaio: è presto detto, priva dell’euro l’Ungheria ha tassi di crescita vigorosa che hanno raggiunto addirittura il 5% nell’ultimo trimestre dell’anno scorso e attrae molte delocalizzazioni, in particolare dalla Germania, così che al contrario di quanto accade da noi la manodopera scarseggia inducendo il governo a un clamoroso passo falso per aumentare la capacità produttiva globale di un Paese ancora in gran parte contadino.

Vediamo come ha delineato la situazione il Corriere della Sera che insieme a Stampa e Repubblica è uno degli eminenti rappresentanti dell’informazione di regime euro finanziario e lo è in maniera così inequivocabile da costringere l’inviato del giornale a Bruxelles, Ivo Caizzi, a lamentarsi ufficialmente delle notizie false date dal direttore in merito alla trattativa sulla finanziaria tra Italia e Ue: gli ordini del giorno dell’avversario sono la chiave di volta per comprenderne gli obiettivi e le linee di azione. Una frase in particolare, riferita a Orban, è illuminante:  “Finora la politica anti-migranti, grazie alla piena occupazione, gli aveva garantito ampi consensi. Ma senza gli stranieri manca anche manodopera a buon mercato, così il premier ha dovuto rispondere forzando sugli straordinari. E gli ungheresi hanno iniziato a dire no.”

Si tratta di un vero capolavoro di ipocrisia perché sembra che gli ungheresi dicano no alla politica della piena alla piena occupazione e desiderino l’ingresso di manodopera a buon mercato in maniera che anche i loro salari vengano ridotti e si immettano dunque nella corrente principale dell’europeismo. Senza volere vengono fuori le vere ragioni e intenzioni del globalismo che niente hanno a che vedere con l’umanità, ma solo con l’economia, tanto che mentre ci si dispera davanti ai microfoni e alle telecamere per i migranti le cause delle migrazioni vengono di fatto asportate chirurgicamente dal discorso pubblico perché sarebbe davvero inconcepibile confessare che esse sono dovute alle lacrime, al sangue e alla povertà portati dal neo colonialismo multinazionale. Gli ungheresi invece protestano contro una visione del lavoro priva di contrattazione e imposta dall’alto, non certo per mettere in moto meccanismi che alla fine non possono che avere i medesimi esiti, anzi di gran lunga peggiori anche se ottenuti, come ogni cosa nell’occidente contemporaneo, attraverso il cosiddetto mercato che sono quanto di più lontano dalla libertà sostanziale, ma che a uno sguardo disattento non appaiono come frutto di imposizione, bensì come di ineludibile necessità cui bisogna adattarsi o perire.

Il vero problema è che quando il lavoro è abbondante i salari tendono a salire così come i diritti e questo non è tollerabile per i potentati economici tedeschi ed europei in genere che hanno creato disoccupazione nei loro Paesi per rincorrere il lavoro a basso costo e di certo l’aumento del tetto degli straordinari non è sufficiente a contenere questo inevitabile processo. Ci vuole ben altro. Così non ci si batte contro l’autoritarismo di Orban, così come non ci batte contro quello più elusivo, ma altrettanto concreto e soffocante di Macron: ci si batte paradossalmente e ancora una volta contro il lavoro in favore del profitto. Altro che immigrazione e democrazia figurativa. Se in piazza manca proprio il partito operaio, erede delle varie coniugazioni del partito comunista, nome ormai illegale in Europa, qualcosa vorrà pur dire. anche se non lo si vuole dire.


L’Eurofascismo fa le prove in Catalogna

BarOrmai è chiaro e visibile anche da chi non vuole vedere che in Spagna il franchismo delle classi dirigenti madrilene, sopito, ma non spento, ravvivato da Rajoy con la sua banda di clerico – fascisti  e l’europeismo eurista si sono alla fine saldati esplodendo nella questione della Catalogna, l’ultima a resistere sotto l’assalto di Franco, Hitler e Mussolini durante la guerra civile e oggi la prima a volersene andare dalla dittatura neo liberista. L’assalto del vero e proprio esercito di occupazione mandato dal governo centrale a impedire il referendum sull’indipendenza del primo ottobre ha prodotto ieri 14 arresti tra funzionari del governo catalano e amministratori di aziende che avevano stampato le schede elettorali, ma è solo l’ultimo e clamoroso atto di una repressione che va avanti da oltre un mese con arresti, perquisizioni, sequestri di volantini elettorali, assalto a libere manifestazioni: oggi ha solo e definitivamente calato sua maschera.

E indovinate chi è uno dei personaggi che ha chiesto nei giorni scorsi  il pugno di ferro contro gli indipendentisti e invitato il governo a fare della Catalogna terra bruciata. come portavoce occulto, ma nemmeno tanto delle forze armate? Quel colonnello  Tejero che nell’81 tentò un colpo di stato contro le neonate istituzioni spagnole, episodio oscuro, mai realmente chiarito, ma che sembra essere maturato alla corte di re Juan Carlos il quale alla fine, visto il fallimento dell’operazione e il rischio di guerra civile, buttò a mare il piano e i suoi complici per uscirne come difensore della democrazia. L’intervento di Tejero plurigolpista fallito e manovrato dalla corte ( tentò un golpe anche nel ’79) potrebbe sembrare un piccolo e ignobile particolare, ma visto che i suoi consigli sono stati seguiti, la sua voce illustra come meglio non si potrebbe tutta l’involuzione politica e sociale della Spagna che viene quasi risucchiata a forza dal suo passato.

Naturalmente l’Europa sta con Madrid e per non farsi mancare tutto il grottesco possibile questa ong dei massacri sociali lo fa proprio nel momento in cui la repressione di Madrid raggiunge il suo apice e svela la sua natura antidemocratica: magari a Bruxelles la fratturazione degli stati nazionali e la nascita di soggetti statuali più piccoli e con minor peso specifico potrebbe anche far comodo e farebbe ancor più comodo alla Germania e alla sua dama di compagnia francese, assunta a progetto, ma alla fine le doglie di questi parti sarebbero così dolorosi da mettere in pericolo l’intera costruzione oltre a costituire un problema e non da poco per le impalcature esterne della stessa, la prima delle quali è la Nato. Dunque adesso si dice a Bruxelles, “rispettiamo la Costituzione”, anche se le operazioni della polizia e dell’esercito, gli arresti e i sequestri  contro un  referendum puramente consultivo ne sono la negazione assoluta. Ma si sa in occidente ormai le costituzioni sono a la carte: immaginiamoci solo per un momento l’esecrazione se le stesse cose le avesse fatto Maduro in Venezuela.

Naturalmente i catalani, compresi quelli incerti sull’indipendenza non l’anno presa bene e la reazione non si è fatta attendere con manifestazioni di cinquanta mila cittadini davanti al palazzo dove sono stati fatti gli arresti, blocchi, scontri, disubbidienza civile, mobilitazione sindacale che si appresta a indire per il 3 ottobre uno sciopero generale, con il personale del porto che si rifiuta di scaricare alcunché dalle due navi crociera utilizzati da Madrid per far arrivare a Barcellona 16 mila uomini: insomma la mossa del governo centrale è stata poco intelligente se la si guarda sui tempi lunghi perché è destinata ad aumentare più che mai la voglia di indipendenza e a convincere anche gli incerti. Probabilmente il referendum salterà, ma il problema per gli oligarchi spagnoli ed europei diventerà certamente molto più grave, ma del resto non si può pretendere intelligenza da oligarchi la cui mente è già tutta occupata dall’avidità, dal non senso e dal terrore di perdere le proprie prerogative. E che come si è visto all’Onu, è preda di un delirio.

Di certo stiamo assistendo a un momento storico, quello in cui di fatto viene negata anche l’autonomia già concessa e in cui l’idea di indipendenza esce da un terreno caotico, disordinato e in qualche modo sospeso per diventare un chiaro obiettivo con un nemico preciso e ben individuato, mentre sarebbe stato facile risolvere i nodi senza esisti drammatici. Ma l’imbarazzante livello culturale dei dirigenti occidentali, dai cosiddetti think tank del neo liberismo dove l’idiozia si taglia col coltello, alle sue penose espressioni politiche che sembrano essere frutto di quell’infantilismo generale che esse stesse hanno voluto e preparato, dà ormai ogni giorno i suoi frutti.


Impero dell’ipocrisia

proteste contro trumpTempo fa mi occupai del colesterolo (qui), ovvero del curioso fatto che mentre la ricerca scientifica lo assolve sempre di più dai peccati attribuitigli negli anni ’80 e ’90, tutta l’industria farmaceutica, medica e alimentare che nel tempo si è sviluppata attorno a questo tabù dei grassi saturi continua per ovvie ragioni economiche a promuoverlo,  a diminuire i livelli di colesterolo ammissibili per creare dal nulla nuove immense schiere di “malati”, consumatori di statine, pillole, prodotti vari  e di  diete più o mene sane ma sempre molto costose, proposte dagli stessi ambienti, in contrasto si badi bene, sia al progresso della conoscenza, sia alla tradizione.  Questo dimostra la forza enorme della narrazione sia quale potente strumento del consenso e della politica, sia come strumento per determinare i tratti di  “conoscenza collettiva” e monetizzarla in molti modi. La sua azione si esplica attraverso un mimetismo percettivo che nega una visione generale delle cose e dunque delle contraddizioni, ci rende schiavi di pregiudizi su cui si innestano istinti pavloviani.

Per esempio come è possibile che la Ue la quale sta preparando fra festosi suoni di tromba e rulli di tamburi, un blocco del mediterraneo per fermare la migrazione dall’Africa settentrionale con il pretesto del terrorismo , si adonti per il blocco trumpiano dell’immigrazione da sette paesi mussulmani formulato per gli stessi motivi? E come può dolersene Obama che adottò la stessa misura con l’Iraq o come potrebbe mai protestare la Clinton per il muro messicano  visto che fu il marito a pensarlo e inaugurarne un bel pezzo?

Come è possibile non accorgersi che proprio Trump, rompendo l’unanimismo ipocrita del political correct, sta liberando il conflitto politico che da Reagan in poi è stato praticamente messo fuori gioco in Usa e successivamente in Europa? Negli ultimi trent’anni gli States con il loro codazzo occidentale non hanno fatto altro che invadere altri Paesi, compiere immense stragi, distruggere regimi laici per fermare un “terrorismo” e un estremismo musulmano incubato e concepito proprio nelle dottrine geostrategiche americane. Hanno torturato e fabbricato mostri da demonizzare, ma sono amici di chi scopertamente li sostiene come è accaduto per Isis – Arabia Saudita e nemici di chi li combatte, vedi Iran, insomma hanno creato un indescrivibile e tragico caos nel quale gli stessi autori non si orientano più. E dovremmo credere che i progressisti, sono quelli che inalberano cartelli di protesta per il blocco dell’immigrazione, mentre tacevano di fronte ad ogni invasione, ad ogni menzogna e cinico imperialismo, mentre si auto convincevano di ogni favola messa come pezza a colore, compresa l’esportazione di democrazia e civiltà?

Trump è certamente un conservatore con tratti reazionari, non c’è dubbio, ma credo che al sedicente progressismo euro atlantico che pensava di poter assimilare e digerire ogni contraddizione non dia per nulla fastidio questo, quanto  il fatto che la sua ingenua purezza di padrone e imperatore finisce per smascherare tutti gli alibi generici dietro cui viene nascosta la realtà e dietro cui si nasconde un progressismo impotente e abitudinario. Non è certo un caso se i sette Paesi dai quali è stata bloccata l’immigrazione sono gli stessi segnalati sotto il segno di Obama in nome del “Terrorist travel prevention act” sia nel 2015 che nel 2016: se è per questo stiamo parlando solo di bon ton. Anzi molto peggio, di ipocrisia perché sotto l’amministrazione precedente sono stati espulsi oltre 3 milioni di clandestini per i quali non si è sprecato nemmeno un pennarello e un pezzo di cartoncino, forse perché Soros non pagava la diaria. Ciò che non viene tollerato è che in realtà vengano squadernati i limiti dell’impero e dell’ideologia che la domina.

Il vero pericolo individuato in Trump sia dall’elite di comando, sia dalla falsa socialdemocrazia e dai suoi abbonati è che la sua “nudità” rispetto alla narrazione rimetta in moto un meccanismo di riflessione politica, peraltro già iniziato con Sanders, capace di creare un’opposizione reale al sistema e non solo un arancionismo interno disposto a fare da comparsa di buona coscienza e da simulacro della democrazia, oltre che da paraocchi per i 100 milioni tra disoccupati e sotto occupati che annunciano in silenzio una rottura sociale.

 

 


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