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L’idiozia non paga dazio

6455643La nuova guerra dei dazi è come un cerino usato per scaldare i fogli nei quali accanto al testo visibile ci sono messaggi scritti con l’inchiostro simpatico: paradossalmente vi si può leggere chiaramente la storia del tentato’assassinio dello stato e dei diritti ad esso connessi nel sistema chiamato democrazia, sostituendolo con dei potentati economici non legati alcun modo alla cittadinanza. Basta prendere la sentenza emessa dal Wto, ovvero l’organizzazione mondiale del commercio riguardo al presunto danno commerciale provocato alla Boeing e alla Lockheed dagli aiuti pubblici forniti all’Airbus da Germania e Francia,  per rendersi conto dell’orrendo intrico di insanabili contraddizioni del mondo liberista e di ciò che contiene il suo vaso di Pandora: il provvedimento infatti da una parte ha un sapore di beffa perché rientra in maniera chiarissima negli schemi del più esplicito e volgare imperialismo dello Stato americano che opera il suo sostegno alle aziende del campo aeronautico attraverso il complesso militare, (esemplare è stata l’imposizione all’acquisto degli F35 o in altri settori con le minacce di ritorsione per il 5G cinese),  dall’altro pretende che gli Stati siano completamente estranei all’economia  dunque siano solo una semplice gendarmeria agli ordini del potere economico.

Tutto questo è insensato perché lo Stato stesso, in quanto organizzazione sociale è parte fondamentale delle attività economiche con le sue leggi e con la sua politica che in qualche caso sempre più raro dovrebbero essere determinate dai cittadini. Qui invece vediamo all’opera una concezione ottusa, degradante e disuguale nella quale si tenta di disintegrare la società stessa per farne una specie di azionariato di minoranza che non conta nulla e in cui il 99 per cento dei titoli finisce in mano all’ 1 per cento. Ma la schizofrenia e l’ipocrisia  di tutto questo è ancora più visibile in Europa, un’ istituzione che si è consolidata dentro questo insano paradigma: Francia e Germania avrebbero infatti violato questi stessi divieti di intervento pubblico che fanno osservare con tanta solerzia agli altri Paesi membri e che sono fissati nel trattato di Lisbona, ma i dazi fino a 7,5 miliardi di dollari stabiliti dal Wto dovranno pagarli tutti, Italia compresa che grazie alla lungimiranza del signor Berlusconi non è entrata nel consorzio Airbus, pagandone tutte le conseguenze e che adesso si troverà in difficoltà ad esportare i propri prodotti tipici e magari sarò aperta alle importazioni di Parmesan, oltre a tutti i danni inferti al nostro settore agroalimentare dalle regolette europee sempre pensate per favorire i grandi gruppi.

Dunque siamo in una situazione di totale liquefazione dell’occidente e dei suoi costrutti istituzionali più artefatti che usa le barriere tariffarie, vale a dire la più diretta arma di protezione economica statale, per punire gli aiuti statali di altri, in evidente contraddizione con se stessa. E finché si trattava della Cina o della Russia, ovvero del grande nemico, tutto pareva normale e giustificabile anche dentro i breviari del globalismo fideistico, ma applicato all’interno dell’occidente stesso, suona come autolesionismo e in sostanza come un segnale che le contraddizioni sono ormai arrivate al livello di guardia. Anzi se volessimo fare un’analisti della psicopatologia contemporanea potremmo concluderne che ci si infliggono ferite proprio per allontanare il senso di nulla che ci strangola, la mancanza di speranze, il bovarismo sociale dal quale siamo ormai tutti affetti. Però sapete quello che vi dico? Ben vengano i dazi come pena del contrappasso se servono ad evitare la meta finale del globalismo neo liberista, in qualche modo delineata nei trattati di libero scambio in atto o temporaneamente  in cantiere di riparazione come il Ttip, quello cioè di un mondo direttamente governato dai grandi gruppi economici e finanziari in veste di legislatori supremi , nel quale gli stati sono semplici esecutori e i cittadini i servi della gleba tecnologica.

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L’Europa che non c’è

La mappa di Ecateo V-VI secolo acOra che il delitto è consumato, che l’oligarchia europea ha gettato la maschera con la sua equiparazione di nazismo e comunismo la cosa più saggia  è capire se l’Europa alla quale ci apprestiamo a sacrificare ciò che resta di questo Paese, esista realmente o sia solo, un mito, una pura costruzione intellettuale, un concetto spurio oppure una semplice aggregazione geografica che nel resto del pianeta lo distingue come il continente della volontà di potenza. In questi anni abbiamo assistito alle liti, spesso artificiali per trovare un senso alla parola e rintracciarne le comuni radici culturali, vuoi che esse debbano essere rintracciate nella religione cristiana ad onta degli scismi che l’hanno divisa  (ma allora il sud america sarebbe europeissimo) o con più consistenza sulle basi illuministiche o in altri vettori culturali. Tutti tentativi destinati a fallire per parzialità o semplicemente perché il piccolo continente ha differenze culturali enormi in uno spazio così piccolo da poter creare l’illusione di un facile assemblaggio.

Di certo qualsiasi sia l’origine etimologica del nome che rimane ancora non chiarita, anche se con tutta probabilità esso deriva dal fenicio “ereb” che vuol dire occidente, è sempre stato un nome geografico che i greci – per i quali il centro del mondo era il mediterraneo come appare evidente dall’opera del primo vero geografo, Ecateo di Mileto   – citavano raramente riferendosi principalmente alle terre a nord del mondo ellenico e in ogni caso mai come termine a se stante, ma solo in rapporto all’Asia: questo già ci mette sulla pista di un concetto sottrattivo e non additivo. I greci stessi che noi riteniamo fondatori della civiltà occidentale, non si consideravano affatto europei. A loro volta anche i romani non si sentivano affatto europei, concetto inesistente nel mondo antico, ma anch’essi si consideravano mediterranei, a casa loro in Egitto, o lungo l’Eufrate o in Nord Africa, ma assai meno nelle terre occidentali: dopo almeno quattro secoli di eurocentrismo non ci rendiamo conto che per i romani la conquista delle Gallie, della Britannia, della stessa penisola iberica nella sue parti centrali, della Pannonia o del Norico derivavano esclusivamente dalla necessità di tenere lontani i barbari ed erano considerate estreme propaggini del mondo. Non è un caso che i romani potenza terrestre, abbiano considerato vitale per la propria espansione lo scontro con Cartagine, potenza marittima per eccellenza.  Anzi se Roma aveva un difetto era proprio quello di essere troppo a occidente tanto che poi la capitale imperiale verrà trasferita a Costantinopoli, mentre una nuova religione di carattere  mediorientale diventava quella di stato.

Tuttavia se esistono rarissime citazioni dell’Europa nel mondo antico, gli europei non esistono affatto e il concetto comincia ad apparire qui e là solo molto dopo la caduta dell’impero d’occidente e l’affermazione degli stati romano – barbarici. Due sono le citazioni native di questo oggetto misterioso: la prima appartiene al sesto secolo dopo Cristo ed è usata da Gregorio Magno in una lettera all’imperatore romano Maurizio (noi lo chiameremmo bizantino, ma al tempo questa distinzione non esisteva) per rivendicare l’universalità del vescovo di Roma, rispetto a quello di Costantinopoli, oltre che per invocare aiuto contro i Longobardi. In quella missiva supplicava l’imperatore:   “Non dimenticatevi dell’europa asservita ai barbari”. In questo senso ciò che orgogliosamente chiamiamo continente era solo la parte di impero Romano non più sotto il controllo imperiale, le terre dei barbari insomma. Dunque ancora una volta un concetto esplicitamente ritagliato in negativo, anche se attualissimo visto che è ancora in mano a barbari politici.  Per un’ altra citazione bisogna attendere ancora tre secoli e questa volta siamo a Poitiers dove intorno al 920 (l’anno esatto non si conosce) l’esercito berbero musulmano di al-Andalus, comandato dal suo governatore,ʿAbd al-Raḥmān venne sconfitto dai Franchi di Carlo Martello. Questa vicenda, ignorata molto a lungo, venne invece recuperata a metà del 1800 nell’alveo della nascente cultura del suprematismo bianco per indicare in qualche modo la nascita dell’Europa a cui bisognava pur dare un qualche inizio. Il perché di Poitiers è dovuto al fatto che l’unica cronaca che in qualche modo descrive la battaglia, opera di un autore di cui non conosciamo il nome, spagnolo cristiano, ma abitante sotto il regno mussulmano, marra  al suo inizio l’assalto degli arabi contro le “genti del nord” grandi e grosse, ferme come un muro di ghiaccio. Egli narra anche che il mattino successivo al sanguinoso, ma non decisivo scontro, l’esercito di Carlo Martello si rischierò convinto di dover ricominciare la battaglia, ma gli arabi se ne erano andati nella notte e in questo caso gli uomini del nord diventano “europensis”. Qui assistiamo ancora una volta a un taglio in negativo e questa parte di mondo viene definita non perciò che è, ma in relazione a ciò che non è, ossia la ricca, colta e allora anche più tollerante civiltà araba. C’è da dire che lo scarso ricordo che si ebbe della battaglia per secoli fu che essa non fu né decisiva né folgorante, fu soltanto una vittoria per abbandono e un segnale che l’espansione araba si andava esaurendo dovunque. A questo proposito va detto che un secolo e mezzo prima di Poitiers gli arabi avevano sconfitto i cinesi nella battaglia del fiume Talas oggi in Kazahistan, senza però riuscire a penetrare oltre nella vasta regione: battaglia dunque secondaria importanza se non fosse per il fatto che dai prigionieri cinesi fu appreso il segreto della fabbricazione della carta e della bussola.

Ma vediamo chi erano questo Franchi: erano una popolazione germanica formata. esattamente come gli alamanni  – che hanno dato il nome alla Germania in quasi tutte le lingue romanze ad eccezione dell’italiano e del rumeno –   da gruppi sparsi in prevalenza goti e, probabilmente, da uomini che mal sopportavano il potere tribale e che perciò si riunificavo in accampamenti dandosi il nome di “liberi”, *franco in antico sassone con una radice che fa pensare a Freya e al suo giorno. Friday e Freitag  (ma questa è solo un’ipotesi) . Questi gruppi avevano a lungo combattuto contro i romani sul limes del Reno e in parte del Danubio prima di cominciare ad entrare alla spicciolata  e poi sempre più numerosi nelle gallie nord che si spopolavano. Ora facciamo un passo indietro e andiamo alla fine del IV secolo quando i goti sfondarono il limes del Danubio e si riversarono nei Balcani sconfiggendo in maniera catastrofica i romani nella battaglia di Adrianopoli che costituì il colpo che trascinò nella polvere l’impero. Per fronteggiare la situazione si dovettero prendere legioni dall’Egitto, dal resto del nordafrica e dal medio oriente, ma la situazione non precipitò del tutto, Costantinopoli  il maggior centro di potere dell’impero non venne conquistata dai Goti grazie all’attacco  della cavalleria araba che pure faceva parte delle legioni. E del resto gli arabi, ad eccezione delle tribù più interne erano cristiani, avevano i loro vescovi, i loro funzionari, erano pienamente integrati nel mondo romano ed ebbero persino un imperatore, Filippo l’Arabo, figlio di uno sceicco del deserto  sotto il cui regno si celebrò il primo millennio della città eterna. E anche a lui toccò il destino di combattere i Goti da cui prenderanno origine anche i Franchi. 

Allora come la mettiamo? Inizialmente Europa è ciò che i barbari hanno strappato all’impero, ma l’impero si estendeva su tre continenti ed era un mondo molto più complesso di ciò che noi ora chiamiamo Europa, anzi in qualche modo antitetico ad esso che si riassumeva e ancor oggi in fondo si riassume sotto il nome di sacro romano impero. Però quel nome di recupero che tentava di riproporsi come succedaneo della precedente autorità universale sui territori marginali della medesima, mostrava una chiara natura imitativa e al tempo stesso la prospettiva di voler essere qualcosa di nuovo, identificato con quel “sacro” che però ne mostrava tutti i limiti e l’impossibilità di proporsi come organismo in grado di mediare fra le diverse culture. Ad ogni modo la suddivisione feudale, l’impero, le autonomie comunali e la lotta per le investiture impedirono per secoli che i termini Europa ed europeo venissero usati se non in rare attestazioni: esse cominciano ad apparire sempre più frequentemente dopo la scoperta delle America e l’affermazione sia in termini economici e che antropologici del colonialismo: in questo senso europeo significa non indigeno o aborigeno e man mano acquisisce tutti i caratteri legati all’idea della supremazia bianca che è ancora alla base dell’occidente anche se recentemente si è passati dall’idea di una superiorità genetica a quella di superiorità culturale. Paradossalmente però il vero successo della parola si accompagna allo sviluppo degli stati nazionali avvenuto con la demolizione delle istituzioni feudali residuali ed è in questo contesto che alla fine nasce l’idea  di evitare lo scontro diretto fra le nazioni che detengono il potere su tutto il pianeta, ancorché esso abbia avuto un vero rilievo solo dopo la strage della prima guerra mondiale.

Tuttavia l’idea dell’Europa rimane sostanzialmente un ritaglio e la sua universalità, come possiamo vedere in questi anni, è ancora legata al suo imperialismo, mentre la radicale differenze di cultura che la contraddistinguono vengono elise e rese marginali o addirittura demonizzate dall’economicismo. L’Europa rimane un sacro romano impero che con la tendenza a contrapporsi a ciò che lo circonda, nella sicumera  della propria distintiva sacralità, qualcosa che non unisce e che addirittura è riuscita a riaprire solchi profondi tra le sue culture anche se tenta di nasconderli, qualcosa che ha a che fare con il potere e non con la comprensione e l’amicizia. A mio giudizio l’Italia ha ancor meno a che fare con tutto questo che gli altri: forse è per tale motivo che svedesi, norvegesi e persino finlandesi considerano gli italiani come orientali, ad onta del fatto che la nostra penisola e più a occidente di quella scandinava.


Ritorno all’interesse nazionale

7C08E059-85FE-491A-9FFA-CAA2A58C8FD3Benché la politica italiana sia stagnante e spesso maleodorante per la presenza delle erbacce clientelari diffuse a tappeto, benché il tentativo di inaugurare un nuovo corso sia miseramente fallito per inadeguatezza pratica e ideale facendo persino risalire a galla dai fondali melmosi, i personaggi ormai impresentabili che sono stati gli starter del declino,  le cose attorno allo Stivale sono profondamente cambiate e qualsiasi nuovo governo dei prossimi anni non può limitarsi a vivacchiare perché questo significherebbe morire, non può più crogiolarsi nell’obbedienza semplicemente perché le voci del padrone sono ormai confuse e divise. La comparsa sulla scena planetaria di una potenza industriale di forza straordinaria come la Cina, la rinascita russa, l’affacciarsi sulla scena di nuovi protagonisti prima inesistenti, ha finito per provocare la frattura del potere occidentale in diverse zolle tettoniche il cui dislocamento è solo parzialmente geografico, ma soprattutto all’interno delle sue stratificazioni: abbiamo da una parte Trump e dall’altro uno stato profondo in cui le grandi multinazionali, quelle tradizionali e quelle nate da internet alleate di ferro con la finanza globalista; abbiamo il tentativo americano di bloccare la via della seta, coinvolgendo anche i renitenti Paesi europei su un fronte insensato per gli interessi del vecchio continente e ancor più per l’Italia: è anche in corso un guerra tecnologica in cui i detentori di internet, in sostanza gli Usa che ne hanno da sempre rivendicato il monopolio, cominciano a perdere terreno come illustra fin troppo chiaramente il 5G, ma le battaglie che si combattono non sono affatto lineari, le alleanze sono a geometria variabile, le major della rete da una parte tentano di conservare il monopolio dall’altro cercano alleanze con i colossi cinesi contro Trump.

Insomma un casino che si ripercuote interamente anche in Europa: la perentoria uscita della Gran Bretagna dall’Ue che dopo il voto popolare ha visto una battaglia di elite che ha portato alla sospensione del Parlamento; la Francia che tenta una sua avventura colonialista clamorosamente fallita in medio oriente, ma ancora viva in Africa dove si appoggia agli Usa per controbattere l’influenza cinese, ma allo stesso tempo deve guardarsi da Washington che vuole risucchiarle le sue posizioni; la Germania che da una parte si è lasciata trascinare nell’avventura Ucraina e nella stolta conflittualità con Mosca, ma dall’altra non vuole rinunciare ai propri rapporti con Russia e Asia, unico modo per tentare di conservare l’egemonia continentale. Insomma tutto è esploso ed anche se è impossibile predire come tutte queste forze plasmeranno i prossimi anni, il contesto in cui si è mosso il ceto politico italiano, ma anche il capitalismo di relazione dello Stivale, non ha più alcun senso visto che si è sempre mosso in una logica di subalternità sia alla Nato che successivamente all’Europa. L’interesse nazionale ha fatto raramente capolino in queste dinamiche ed è comunque sempre stato marginale. Se ne è avuto una specie di succedaneo nel quarto di secolo che va dagli anni ’50 fino alla metà dei ’70, ma solo perché esso in qualche modo coincideva con l’interesse di Washington di evitare la crescita del Partito comunista, ma in realtà non si è mai governato al di fuori dal vincolo esterno che è diventato persino suicida quando ci si è totalmente sguarniti di fronte al doppio e consustanziale attacco dell’ordoliberismo europeo e dell’egemonia tedesca realizzatosi attraverso l’euro. Pazienza i padroni sarebbero stati due e per giunta in accordo tra loro: tutta l’intelligenza di cui è capace il Paese è stata usata al solo scopo di campare alla meno peggio, fra terze generazioni di industrialotti incapaci di pensare e dediti alle pessime imitazioni, di bottegai dell’uovo oggi e un ceto politico raccogliticcio e troppo spesso dedito all’affarismo.

Una situazione drammatica e di fatto fuori dallo spirito della democrazia, ma che a suo modo poteva funzionare dentro uno schema semplice di appartenenza vuoi a Bruxelles -Nato che in termini ancora più vasti al Washington consensus. Ora tutto questo non è più possibile perché l’ubbidienza a un contesto può significare la disobbedienza a un altro. l’adesione a una linea può contrastarne un’altra, fare affari con qualcuno può incontrare i veti di un altro e l’accettazione di questi veti significa meno soldi per il Paese. Bisogna dunque ritrovare in questa confusa trasformazione planetaria e inedite dislocazioni di potere un qualche criterio guida che a questo punto in concreto non può che essere l’interesse nazionale, ovvero quello dei 60 milioni di italiani a cui la Costituzione conferisce una sovranità che è stata messa sotto i piedi da una razza padrona mediocre e proprio per questo ontologicamente opportunista e servile. Certo si potrebbe abbandonare facilmente ai discorsi ideologici di carattere generale e universale, ma questo fa parte della discussione per un futuro lungo tutto da costruire e ricostruire. Qui e ora dobbiamo ritrovare un sentiero, un sano egoismo che serva a tutti, non solo ai ricchi i quali dalle ricette globaliste e dai vincoli esterni sperano di sistemare le proprie idrovore di denaro anche nei settori che a stento rimangono pubblici e trasformare i cittadini in debitori senza diritti.

Per paradossale che possa apparire agli occhi dei luogocomunisti l’interesse nazionale oggi non solo coincide per molti aspetti con l’opposizione al turbo capitalismo, ma è anche l’unica traccia possibile da seguire dentro la liquefazione del vecchio ordine. Ancor più paradossalmente l’interesse nazionale è anche l’unico grimaldello possibile per favorire anche un possibile nuovo assetto europeo, oggi in mano alle elite più reazionarie come del resto si è recentemente visto con la messa al bando del comunismo.  Certo questo interesse nazionale, dopo il lungo disuso andrebbe per prima cosa riconosciuto e poi perseguito in modo intelligente, cosa impossibile per l’attuale ceto politico che di fatto è figlio del vincolo esterno e dei piloti automatici anche in quelle espressioni che parevano dover portare a un cambiamento. Che dio ce la mandi buona.


Marcia turca

R-11957953-1525466135-7555.jpegQualcuno è rimasto sorpreso dal post pubblicato l’altro ieri con il titolo probabilmente bizzarro di Salvini a Hong Kong  nel quale oltre a ipotizzare che vi siano state pressioni di Washington nel colpo di testa estivo del leader leghista, prospettavo un’idea delle dinamiche europee molto diverse da quelle correnti e propagandistiche che si hanno dell’unione continentale. Intanto quest’ultima è di fatto diventata un sacro romano impero con la Germania che detta e la Francia che funge da scrivano e tutto il resto o è inglobato nel sistema industriale mitteleuropeo a cui alcune regioni italiane chiedono l’annessione oppure fa parte di un’europa mediterranea senza voce in capitolo e praticamente svuotata di ogni energia e competitività dal marco continentale, ovvero dall’euro. L’Italia che era l’unico Paese di quest’area a poter dire la sua per la sua potenza industriale ha rinunciato da tempo ad ogni sovranità mai immaginando che la coppia di padroni a cui si è messa servizio, Washington e Berlino potesse divorziare.

Invece sta accadendo sotto i nostri occhi e non da da questa estate: la Germania vuole giocare un ruolo autonomo nei confronti della potenza continentale euroasiatica, formata da Cina e Russia, non si vuole autoescludere dall’area economica preponderante del futuro prossimo. Dal North Stream 2 alla faccenda Huawei, Berlino non intende auto castrarsi in nome del potere planetario Usa di cui si intravvede in modo chiaro il declino. E se qualcuno avesse dei dubbi in proposito basterebbe sapere che oggi viene ipotizzata la possibile entrata della Turchia nel sistema di difesa franco tedesco (Pesco) se quest’ultima dovesse definitivamente sganciarsi dalla Nato dopo la vicenda dell’acquisto degli S400 da Mosca. La cosa non è puramente ipotetica, un gioco di risico per le sere d’estate, ma qualcosa di più concreto se l’agenzia di stato turca Anadolu scrive: “Pesco è abbastanza flessibile in termini di cooperazione e ha il potenziale per far avanzare programmi tecnologici innovativi nel campo della difesa. Forse è il momento di valutare se il Pesco potrebbe svolgere un ruolo nei rapporti fra Turchia ed Unione europea”. Del resto è da tempo che la Germania, seguita dalla Francia  mal sopporta il meccanismo sanzionatorio e/o daziario che Washington ha messo in piedi contro Russia, Iran e Cina mentre la Turchia dal canto suo ha sviluppato intensi rapporti commerciali con Mosca, compra sempre più gas siberiano, ha legittimato la presenza russa in Siria impegnandosi in ripetuti colloqui di pace con Putin e non intende certo rimanere fuori dalla Via della Seta: dunque vi sono sempre più interessi convergenti Berlino e Ankara, mentre vi sono linee altrettanto divergenti da Washington.

Tenendo conto che tutto questo ha origine dall’acquisto dei missili russi da parte di una delle maggiori potenze Nato, non ci vuole molto a comprendere che anche la Russia potrebbe in futuro rientrare in un nuovo modello di difesa, cosa del resto a cui Putin ha giù accennato. Insomma si preparano dislocazioni epocali annunciate anche da una presa di distacco verso le interpretazioni più “americane” del neoliberismo di cui gli Usa e la Nato sono il braccio armato: pochi giorni fa Reiner Wendt, presidente del sindacato di polizia tedesco nel prendere posizione sull’escalation delle aggressioni agli agenti di polizia, anche da parte di persone di ogni strato sociale dice che la gente non si sente più rappresentata dalle elites e si sente minacciata dal declino sociale “Il ritiro dello Stato dai suoi compiti primari ha lasciato un segno che è già devastante. Io non comprendo, ad  esempio, perché i servizi d’interesse generale debbano essere lasciati al mercato. La teoria secondo cui il mercato regola tutto al meglio non si è concretizzata. Perché  persone bisognose di cure e assistenza in questo paese  debbono essere  soggette  a  meccanismi di mercato   basati sul profitto?   Le persone bisognose e di cure e assistenza vengono trattate come clienti.  Nella  Agenzia Federale per l’Impiego le persone disoccupate sono definite appunto  “clienti”:  l’uso  dei termini è rivelatore. Lo Stato non è un’azienda e  i cittadini non sono clienti, ma portatori in quanto cittadini di diritti fondamentali”.

Certo è incredibile che queste cose le dica un poliziotto, sia pure sindacalista, mentre le cosiddette sinistre tacciono e si fanno complici del mercato: è un segno dei tempi che cambiano, ma nel caso specifico rappresenta un allontamento dai capisaldi ideologici della talassocrazia di stampo anglosassone e il recupero di visioni continentali che in qualche modo sono affini alle dislocazioni di cui stiamo parlando. Tanto più che esse sono largamente condivise anche in Francia. Dunque assistiamo a un recupero dello stato e soprattutto a una contestazione di quello che era il primo comandamento dopo l’89: o si è con Washington o si è contro Washington.  Ora la speranza sarebbe che il nostro ceto politico capisse le dinamiche in atto, si rendesse conto di cosa è effettivamente l’Europa, fosse in grado di uscire dalla propaganda  e riuscisse a concepire un ruolo del Paese in tutto questo. Ma invece si tratta di cazzari inadeguati al presente e soprattutto al futuro.


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