Archivi tag: Italia

Ex Jugoslavia: chi rompe paga

isisbalcani8Se dovessimo definire la contemporaneità potremmo chiamarla era dell’ipocrisia: essa è talmente diffusa e consustanziale alla narrazione pubblica  da non essere più nemmeno percepita, da violare qualsiasi recinto di realtà fattuale, da sfregiare ogni idea di diritto e di giustizia e da sostituirsi anche moralmente alla verità per cui il mentitore non sa di esserlo e qualora ne abbia consapevolezza non ha sensi di colpa. Gli esempi costituiscono ormai un catalogo immenso che si arricchisce ogni giorno: per esempio – e mi riferisco a due giorni fa – su quali criteri di diritto internazionale o di semplice buona fede si basano gli Usa quando minacciano di bombardamenti la Corea del Nord per la messa a punto di missili a raggio più vasto?  Eppure non ho letto o sentito nemmeno una parola che facesse notare la totale assurdità dei diktat americani al di fuori della logica brutale della forza. Oppure come si fa a definire “moderata” l’Arabia Saudita che è uno dei principali finanziatori del terrorismo, spesso come mediatore e che peraltro è lo stato più lontano da ogni concezione democratica da avere il Corano come costituzione? Come si fanno ad ignorare totalmente le stragi di Mosul dopo aver organizzato una piccola Hollywood del massacro e del famoso “ultimo ospedale” bombardato ad Aleppo quando la città è stata riconquistata dai siriani? O come fa Israele a minacciare la Siria di ritorsioni per aver risposto alle quotidiane violazioni del suo spazio aereo?

La confusione è così grande sotto il cielo che non ce ne si accorge nemmeno più, segno che l’armageddon occidentale si avvicina a grandi a passi: qualcosa di cui faranno  le spese per primi quelli che si adeguano alla logica della forza brutale senza averla. Per esempio da noi politici di bassa lega e commentatori di giro continuano a campare sull’allarme terrorismo che sarebbe portato dai barconi, probabilmente per trovare una formula che riesca a confondere un problema umanitario che non si è in grado di affrontare, con uno di sicurezza, ancor più vicino ai confini cresce il terrorismo vero. Però non conviene dirlo perché una rappresentazione realistica della ex Jugoslavia mostrerebbe senza possibilità di dubbio la totale insensatezza della guerra balcanica, la brutalità Usa e la intollerabile oltre che autopunitiva sottomissione europea ai piani americani. Dunque si fa finta che principalmente in Bosnia, ma anche in Macedonia e Kosovo non crescano come funghi le comunità wahabite e salafite, estremamente radicalizzate e fornitrici di “foreign fighters” ovvero combattenti stranieri per la Siria e l’Iraq, tutta gente che adesso è tornata e  si prepara a nuove avventure.

I semi di tutto questo sono stati posti dall’occidente perché fosse più facile la disgregazione della Jugoslavia, arrivando addirittura ad importare 11 mila mujaheddin, ma successivamente  essi sono stati facilmente coltivati  dall’Arabia Saudita e da altri Paesi del Golfo, attraverso Ong che hanno facile gioco ad infiltrarsi e a operare in un territorio completamente devastato, in una terra di nessuno etica, dove corruzione, assenza di servizi, disoccupazione, sanità al lumicino, criminalità rampante, rendono facile fornire alle fasce di popolazione più disperata un aiuto, un’istruzione, persino riferimenti morali cancellati dalla guerra.  La radicalizzazione di questi naufraghi delle guerre occidentali è  quasi naturale, tanto che in alcune aree della Bosnia e del Kosovo hanno ormai controllo del territorio, mentre la svanita retorica europea nasconde tutto questo sotto tappetini talmente lisi da essere indecenti:  prendere atto della situazione del resto è un tutt’uno con l’ammettere il gigantesco e disumano errore di aver voluto a tutti i costi distruggere la Jugoslavia, sostituendo un entità multiculturale funzionante con spezzoni senza futuro e di fatto in territori di occupazione la cui unica visibile tendenza è quella di frazionarsi si ancora di più. Del resto non si può certo porre rimedio a tutto questo con operazioni di polizia, occorrerebbe ribaltare da cima a fondo lo sciagurato modello imposto oltre che trovare miliardi a valanga.

Di certo l’Arabia Saudita sta creando nel cuore dell’Europa una nuova e gigantesca area di instabilità, di cui il continente e soprattutto i Paesi circonvicini come l’Italia, faranno ben presto le spese. Ma che sapete che vi dico? Chi rompe paga e i cocci, specie se taglienti, sono i suoi.

 

Advertisements

Europa chiama Diaz

stor_2393032_13370Non si può certo dire che il neoliberismo liberi la fantasia e tanto meno che l’immaginazione sia una qualità delle oligarchie europee, le quali per cancellare l’assoluta prevedibilità da cui sono intrise, si limitano a imprigionare quella altrui fra le sbarre invisibili dei media: avrei scommesso qualsiasi cosa che in vista delle celebrazioni per i trattati Roma e il vertice europeo di due giorni dopo sarebbe scattato l’allarme terrorismo. Infatti  è puntualmente accaduto perché questa volta la posta in gioco sul tavolo  della paura è particolarmente allettante: non solo riattizza le angosce per la violenza  che viene da lontano, ma serve anche ad affiancarle quella che proviene dalle opposizioni allo status quo che chiedono l’uscita dall’euro e dalla Nato, due temi apparentemente diversi, ma intimamente connessi. Così mentre a Parigi risorge la caccia l’uomo, mentre in Germania l’anti islamismo vede alla sua testa una Merkel alla caccia dei consensi perduti, in Italia il ministero dell’interno comincia a bombardare i sudditi con allarmi di ogni tipo sulla manifestazione di Roma del 25: si parla ovviamente di black bloc stranieri, di infiltrazioni violente (basta vedere da che parte, intelligenti pauca) e insomma si imbastisce un’operazione di denigrazione  e ghettizzazione preventiva del dissenso allegandola d’ufficio al capitolo violenza.

Nell’intero continente si cerca in qualche modo la chiave per indurre le opinioni pubbliche a mettere psicologicamente quasi sullo stesso piano il terrorismo e l’opposizione all’oligarchia contro la quale occorre una guerra di civiltà. Ci vuole una bella faccia tosta dopo un mese di recrudescenza di stragi dovunque, compresa quella di decine di rifugiati con tanto di carta dell’Onu, ma comunque tutti i segnali che vengono dal potere sono nel segno di Genova. Non si tratta solo della creazione di zone chiuse in cui i riti  dei “grandi” in via di marcescenza e dei loro valletti possano essere celebrati nell’assoluta separazione dalla gente comune perché questa ormai è una tradizione, ma del nuovo decreto di massima sicurezza che concede poteri mai visti alla polizia e di fatto trasforma la normale dialettica democratica in reato a prescindere; anche solo essere in piazza con uno striscione può essere motivo di arresto o di pestaggio. Forse non si rendono ben conto che queste cerimonie sono ormai messe di suffragio a priori, ma poiché non possiedono la capacità di immaginare altro, se non la repressione per chi chi si è salvato dal contagio dell’egemonia culturale, continuano su questa strada. La violenza reale o immaginaria che sia, ancorché marginale è l’alleata perfetta del potere non solo perché mantiene la paura in caldo, ma anche  perché tutto il clima di allarme che crea serve benissimo a marginalizzare se non cancellare qualsiasi dibattito sulle idee che animano i manifestanti: prima gli allarmi sono utilizzati come prevenzione contro la discussione delle ragioni degli antagonisti, poi, dopo gli eventi non si parla d’altro che della violenza, anche minima se c’è stata o della violenza che stranamente non c’è stata. Inoltre l’assoluta sproporzione tra fatti e repressione è destinata a creare un senso di paura sia nel protestare, sia nel denunciare il brigantaggio legale e istituzionale che fa sempre più parte della “vita democratica”.

Insomma è evidente la trasformazione di questo Paese come degli altri dell’Europa Felix , in stato di polizia. E’ francamente miserevole lo spettacolo dei coreuti ciechi,  privi della benché minima sensibilità storica e attaccati come caciocavalli alle favolette atlantiche, ma sostanzialmente carenti di moralità intellettuale che continuano a esaltare come dischi rotti ‘l’Europa la quale ci avrebbe regalato 70 anni di pace. Intanto sono 60 a contare dai trattati di Roma, 40 se si tiene conto delle guerre iugoslave, ovvero lo stesso periodo di pace concesso dal periodo ultranazionalista del continente, ma non si può non capire che tutto questo è stato dovuto logiche del mondo bipolare e al ruolo marginale, passivo, a sovranità ridotta del continente. Una volta esauritasi questa fase la guerra è tornata eccome, sia nei Balcani, sia nelle numerose guerre fatte altrove, ma forse giuste o non importanti per questi ipocriti aedi, e tuttavia anche all’interno dell’Europa stessa. Una guerra non condotta con gli eserciti, cosa impossibile in presenza del padrone americano, ma con altri mezzi, quelli economico – istituzionali.  Una conseguenza paradossale, ma fin troppo ovvia per l’europeismo post bellico che vedeva solo nell’integrazione economica guidata dalle elites, non nella civiltà dell’eguaglianza, dei diritti e della speranza, l’unica strada contro la guerra.


Crociera neoliberista dalla Grecia al Medioevo

5336301_origSei mesi fa la commissione Europea inviò al governo greco un memorandum di 2000 pagine, tutto in inglese, riguardante una nuova legge fiscale destinata alla privatizzazione totale dell’economia e a trasferire a Bruxelles ogni decisione di spesa, con in più la pretesa che venisse approvato entro pochi giorni, nemmeno il tempo di leggere e di capire. Di fronte a un simile atto ci si sarebbe potuta attendere una ventata di indignazione e repulsa: dopotutto era  passato poco più di un anno dal famoso referendum indetto dal cavial socialista Tsipras non per resistere alle pretese della Ue, ma nella speranza che fosse il popolo stesso a decretare la propria fine: come sappiamo non andò così, i greci disserro no, ignari che sarebbero stati traditi dal loro governo.  Invece in questo ultimo caso il diktat europeo è stato accettato senza fiatare e probabilmente senza essere nemmeno letto.

Insomma sta accadendo il contrario di ciò che ci si potrebbe aspettare, di quella che viene considerata la dinamica naturale: più la Grecia va alla  deriva, più crescono la disoccupazione, la precarietà, la povertà, più sprofondano salari e pensioni, più si distrugge lo stato sociale senza che questo faccia migliorare i famosi conti pubblici i quali anzi peggiorano denunciando il fallimento oltre che la reazionaria stupidità della Ue e più deboli si fanno i tentativi di liberarsi dalla morsa. A parte un governo fattosi totalmente pupazzo della troika, anche le proteste, le manifestazioni, gli scontri, le paiono diminuire e sono soprattutto espressione disperata delle varie categorie via via colpite, più che effetto di una protesta generale e di un unico obiettivo. Insomma più crescono i motivi di malcontento e di rabbia, più la voce sembra affievolirsi. Difficile da capire, anche se questa logica ribaltata si può intravvedere mutatis mutandis anche altrove, in Italia per esempio dove l’opposizione e le sue espressioni sociali, sindacali, politiche erano molto più vivaci al tempo di Berlusconi mentre è andata scemando man mano che i tempi si facevano più cupi e si susseguivano massacri e governi di burattini, forse più costumati e presentabili del Cavaliere, ma altrettanto se non più reazionari.

Difficile spiegarlo e a me non vengono in mente che lezioni di storia medioevale di Ovidio Capitani, il quale a studenti divenuti distratti spiegava non solo le origini del capitalismo e la battaglia ideologica e teologica su interessi e usura, ma anche le rivolte contadine che si svolsero dal 300 fino al ‘600, soprattutto nel centro Europa, talvolta di tale ampiezza da essere vere e proprie guerre come la Bauernkrieg che vide 300 mila insorti e 100 mila morti nella prima metà  del ‘500. Ebbene queste jacquerie, questi tumulti dei ciompi, queste peasants’ revolt, spesso appoggiate anche dalla piccola nobiltà rurale, avevano una caratteristica in comune qualunque sia la chiave di pensiero con le quali le si vogliano interpretare: non scoppiavano mai in tempo di carestia o di scarsi raccolti, come sarebbero lecito aspettarsi, ma solo in periodi di vacche grasse. Il fatto è che le difficoltà e la povertà finiscono per mettere in primo piano le esigenze di sopravvivenza personale e familiare, per ottundere la consapevolezza della propria condizione ed anche quella dei rimedi possibili. Solo quando c’è  un surplus e la corda dello sfruttamento si allenta c’è tempo e disponibilità al coordinamento e all’azione collettiva, come è dimostrato anche dalle rivolte cittadine che si ebbero dopo la peste nera o come lo stesso sviluppo delle lotte operaie durante e dopo la rivoluzione industriale, quando ogni vittoria nelle battaglie ne aumentava la coscienza e l’intensità, mentre ogni peggioramento delle condizioni ha portato a un progressivo abbandono delle battaglie. Se proprio si volesse individuare una costante, per carità sommaria, ma non futile tra ascesa e declino della battaglia sociale si potrebbe dire che in principio le lotte vengono condotte nella illusione di poter trovare un accordo con le classi dominanti, poi si arriva a una sorta di coscienza rivoluzionaria che individua negli assetti di potere la radice della disuguaglianza e tende perciò ad abbatterli e infine – se si subisce una sconfitta – ci si illude di trovare una soluzione all’interno dello status quo, anche se in maniera molto più subalterna e rassegnata rispetto agli inizi. E si torna a rifugiarsi nella propria singolarità.

Difficile individuare cause ed effetti in questo complicatissimo flusso  che si mischia poi a condizioni ed eventi casuali o esterni, ma a me sembra che la vicenda greca ne possa essere un esempio e un monito: chi pensa che il peggioramento delle condizioni di vita porti di per se stessa a un aumento di conflittualità sociale consapevole e in grado di invertire la rotta probabilmente si sbaglia: la direzione verso la quale ci si incammina, grazie ai suggerimenti del discorso pubblico, è quella non di una guerra alla povertà, compresa la nuova povertà da lavoro, ma di una guerra tra poveri che rischia di diventare più intensa man mano che si diventa più poveri. Anzi l’egemonia culturale neo liberista ha rispolverato nella sua fumisteria alcuni concetti medioevali riguardo all’idea  della povertà come volontaria e originata da un difetto dell’individuo: una concezione ormai così introietta da vaste aree della società che molti tentano di nasconderla dietro un linguaggio liquido e ambiguo o si auto colpevolizzano per per questo invece di chiederne conto  a un pensiero unico assurdo e arcaico.

Forse è per questo che un l’ex ministro del lavoro nel governo Letta, oltre che numerologo di servizio effettivo permanente presso il neo liberismo, Enrico Giovannini, è capitombolato in una  clamorosa gaffe  nel corso di un’intervista:  ha detto che “il nostro obiettivo era portare gli italiani alla soglia della povertà”. Più che una gaffe un lapsus freudiano.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: