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Nepal, passaggio a livella

Anna Lombroso per il Simplicissimus

In Nepal sono morti 4 italiani e proseguono le ricerche dei dispersi. Ah, a proposito,  si contano almeno 4100 vittime del terremoto, ma secondo la Charitas  potrebbero salire addirittura a 6000,  aumentano i pericoli di epidemie, le strade sono impraticabili, interi territori sono isolati, il 70 % delle case è distrutto, manca l’elettricità, dove prima c’era,  e quindi scarseggia anche l’acqua, fa freddo ma i superstiti vivono per strada. Un  aereo di linea è precipitato in Francia, 150 passeggeri hanno perso la vita. Sul luogo del disastro sono convenuti capi di stato e di governo europei. Nessuno di loro invece è andato a rendere omaggio agli 800 fuggitivi da guerre, violenze, fame, sete, morti nel Mediterraneo.

Non venitemi a dire che la morte è ‘a livella, che rende tutti uguali. E d’altra parte non lo è nemmeno la nascita sottoposta all’imponderabile azzardo della lotteria naturale, che attribuisce fortuna, beni, privilegi, aspettativa e qualità di vita a chi ha la sorte di venire al mondo dalla parte giusta, che può godere di diritti che altrove sono elargizioni arbitrarie.

Ma la morte, ah anche  la morte segue itinerari disuguali, si accanisce contro chi è più esposto, più debole, più vulnerabile, soffia su casette come fossero di carta, sgretola montagne bucherellate da speculazioni e sfruttamento, facendole rovinare sulla gente, gonfia fiumi costretti in argini impotenti a contenerli e li fa straripare e invadono le strade e allagano le case e coprono tutto di fango.

Così i disastri un tempo naturali, oggi esasperati dalla mano dell’uomo, prevedibili ma mai prevenuti, si inferociscono contro i diseredati, contro gli emarginati,  che non hanno nemmeno l’onore dalla cronaca, figuriamoci quello della storia, entrando  nella contabilità sommaria dei massacri e delle catastrofi, infieriscono contro chi ha meno secondo gli imperativi delle ideologie cui si ispirano sfruttamento e sopraffazione, secondo la loro pedagogia spietata che giudica naturali e giuste le differenze di una loro discrezionale meritocrazia: chi possiede poco,  merita di avere meno ancora perché non è stato capace di esprimere forza, determinazione, ambizione, perché non ha saputo o voluto difendersi da un destino predeterminato di umiliazione e servitù, perché per incapacità o codardia si è condannato da sé alla punizione degli dei dell’acqua, del terremoto, delle frane, degli eventi che ormai non si usa più chiamare “naturali”, diventati come sono, “estremi”.

Perché  se è vero che il cambiamento climatico produce una radicalizzazione degli accadimenti, accentuandone la potenza e gli effetti, perché  se è vero che i terremoti mietono più vittime per via dell’incremento dell’urbanizzazione, è altrettanto vero che i responsabili diretti o indiretti del saccheggio, gli autori di abusi endemici, hanno preso l’abitudine di esasperare anche la semantica, così che ogni acquazzone diventa una bomba d’acqua, ogni temporale si converte in uragano. E se non mentono sulle conseguenze, ormai quotidianamente catastrofiche, è evidente che esacerbano e drammatizzano la qualità degli eventi – tutti appunto estremi, quindi ineluttabili, implacabili, ineludibili e fatali – per cancellare annose responsabilità, colpevoli correità nella devastazione di  territori  sempre più fragili e inermi.

Così finisce che il reiterarsi  delle catastrofi, che si inanellano periodicamente, e grazie alla rimozione delle responsabilità, si accredita come l’espiazione di una colpa, il pagamento del fio  per la complicità o  l’assoggettamento a varie forme di criminalità, quella illegale e quella legittimata che hanno convertito regioni un tempo ricche, pingui e fertili, territori rigogliosi e felici in geografie degradate oggetto di scorrerie, bottini delle guerre del cemento, della speculazione, dei condoni, della corruzione. E anche i lutti devono sottostare a criteri gerarchici e discrezionali: europei in viaggio valgono di più di disperati in fuga, cittadini di un remoto terzo mondo nel quale la morte fa la conta a migliaia valgono di più, almeno sui media,  di giovani alpinisti avventurosi. E le alluvioni venete o liguri valgono di più di quelle calabresi e siciliane, se in aggiunta al dispregio di norme di sicurezza e di tutela del bene comune, sacrificato alla cupidigia di interessi privati sempre più voraci e impudenti, in sovrappiù all’abusivismo piccolo e grande, tollerato o autorizzato, alla proliferazione di casette, di capannoni, di villaggetti sul greto di fiumi sempre più minacciosi, di insediamenti sempre più pretenziosi e sempre più indifesi,  al disprezzo delle regole e all’ egemonia delle deroghe,  che accomunano tutto questo stivale troppo lungo, ci fosse un’atavica colpa, un peccato originale, quello di un Sud istintivamente dedito alla trasgressione come all’indolenza, all’accidia come all’ignoranza.

E dire che nemmeno il golpe mosso contro le sovranità di stati e popoli, contro democrazie denutrite, farà da livella: un’Italia retrocessa a propaggine della sventurata Africa, tanto da essere predestinata ad accoglierne i fuggitivi, considerata un peso molesto ed ingombrante a causa di costumi dissipati e di antiche fiacchezze, è condannata a replicare sempre più inique differenze al suo interno, con un ceto dirigente impegnato in una belligeranza ostinata e irriducibile contro il suo terzo mondo di dentro,  maggioritario, ma ormai ripiegato in una dolorosa minoranza di azione e pensiero, ricattato e disarmato.


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