Anna Lombroso per il Simplicissimus

Perfino il Corriere apre oggi con un compianto: “C’era un’immagine fino a ieri associata alla Lombardia: pratica, solida, efficiente. Non c’è più. La pandemia l’ha sfigurata. Davanti a migliaia di anziani delusi e sofferenti in attesa del vaccino è difficile riconoscere la regione più dinamica d’Italia, la locomotiva che dovrebbe trainare il Paese”.

L’autore dell’epitaffio ci ricasca sulla retorica di rito ambrosiano: a “sfigurare” l’icona del motore d’Italia  che deve trascinarsi dietro un paese corrotto, indolente, parassitario che campa alle sue spalle tanto da costringerla suo malgrado a pretendere una dinamica e operosa autonomia dallo Stato ladrone, non è stata la pandemia ma il suo vertice politico-amministrativo con le sue declinazioni burocratiche e appendici scombiccherate, impegnate in una ignobile gara: Fontana e Moratti, Bertolaso  e Camparini e l’ineffabile Aria più inquinata di quella che respirano i cittadini dei territori più avvelenati d’Europa in competizione con Wuhan, che, ci informano nello stesso articolo, hanno scritto al quotidiano chiedendo “perché la Lombardia non fa più la Lombardia?”.

Magari, verrebbe da rispondere. La verità è che non solo la Regione continua a fare el so mestè come il pasticcere dei proverbi, ma lo fa talmente bene che dopo più di un anno continua a essere il traino se non addirittura un format da replicare come raccomanda Salvini, costituendo “un record di priorità negli ospedali rispetto ai medici locali e all’assistenza primaria, e di promozione della privatizzazione”. Di più, un “modello da imitare”,  proprio come esigeva Giorgetti all’atto di accettare il mandato governativo, per aver adottato politiche “a favore dei produttori piuttosto che delle elemosine” .

Hanno ragione tutti e due e difatti  i consigli per gli acquisti di alleati bendisposti offerti al liquidatore d’Italia e ancor prima al predecessore sono stati accolti con favore.

Guardandoci indietro possiamo andare all’ora X, al 21 febbraio 2020 quando  poco dopo la mezzanotte l’Ansa annuncia “Coronavirus, un contagiato in Lombardia, segue la notizia di altri due casi nel padovano e è allora che Salvini intima al governo: “Chiudere! Blindare! Proteggere! Bloccare!”. Poi, a raffica, Fontana di autodichiara contagiato mentre Sala e Gori sindaco di Bergamo proclamano che le loro città “restano aperte”, Salvini ci ripensa, Confcommercio lancia una campagna  per approfittare dei saldi,  Confindustria mette in guardia dalla psicosi che minaccia l’economia. 

Nel marasma del momento scompare la notizia che da gennaio i servizi segreti e uno “scenario” (così veniva definito il Piano nazionale Anticovid) annunciavano il rischio accertato di una epidemia e l’ipotesi altrettanto accertata che il focolaio sarebbe stato circoscritto non casualmente nell’area più antropizzata, industrializzata e dunque inquinata del Paese dove la cittadinanza è in alta percentuale affetta da malattie corniche dell’apparato respiratorio e dunque  più vulnerabili, come hanno dimostrato le statistiche relative alle epidemia influenzali  di questi ultimi anni.

E veniva tacitata anche l’altra notizia, che il Piano di emergenza nazionale risaliva al 2006, che perfino Formigoni al tempo dell’Aviaria, ne aveva denunciato l’inadeguatezza, che in assenza di dati certi, anche per via della proibizione di effettuare autopsie, non si procede a dettare protocolli di cura per i medici di base, in una ridda contraddittoria di indicazioni e pareri della selva di tecnici che dettano le linee della gestione politica dell’emergenza.   

È così che la Regione più colpita, quella dove i processi di privatizzazione sono stati più fruttuosi anche per la consegna di una rete di servizi, Rsa comprese,  al sistema confessionale, tra San Raffaele e Cl- Compagnia delle Opere, quella dove la sanità è stata scossa da scandali vergognosi, detta tempi e regole al governo, impegnato a oscurare gli effetti del pluridecennale attacco bipartisan alla sanità pubblica, alla rete territoriale, al trattamento e al  numero del personale sanitario e delle strutture.

E’ così  che la sera del 7 marzo il governo annuncia la chiusura della Lombardia e delle altre aree, ma due giorni dopo, il 9 marzo sera il lockdown viene esteso a tutto il territorio nazionale, anche grazie al consenso del comitato tecnico-scientifico che aveva raccomandato la prima soluzione, ma poi non si è opposto alla seconda, operando una scelta drastica e più severa di quella invocata dagli esperti.

I fatti hanno dato ragione ai sospetti, il pensiero forte che riconferma le virtù e le qualità economiche, sociali e morali di quei territori più sovrani degli altri non avrebbe permesso che fossero penalizzati, producendo una “sleale” concorrenza di aree e settori produttivi fino ad allora più svantaggiati, e dunque era preferibile far colare a picco tutto il Paese.

In cambio della proclamazione “padana” dell’emergenza Covid i “gran lombardi” hanno ottenuto  il confinamento per tutto il resto del Paese,un confinamento relativo che stando ai comandi di Confindustria ha selezionato il capitale umano in produttivi e essenziali, mandati al lavoro senza i necessari requisiti di sicurezza, e quelli invece condannati al fallimento o alla salvezza in via digitale tra le mura di casa. I primi in trincea come carne da cannone, sanitari in testa, dipendenti dei servizi di servizi, catene commerciali, gli altri risparmiati dal contagio ma non dalla rovina

La miseria della loro iniziativa “secessionista” si rivela sempre nel contestare l’efficacia e l’efficienza del potere centrale, salvo approfittarne in forma dichiaratamente parassitaria, reclamando aiuti, esenzioni, assistenza secondo la filosofia dei loro capitani di industria che esigono uno Stato assente per non ostacolarli con lacci e laccioli, ma molto presente in funzione no profit e compassionevole.

Ora, come al solito, è inutile chiedersi come mai i due governi non abbiano pensato di commissariare la Regione, misura ampiamente prevista dal nostro ordinamento, tanto che è stata applicata innumerevoli volte.

Innumerevoli volte, è vero,  e proprio con motivazioni affini, ma in regioni del Mezzogiorno. E questo conferma l’inviolabilità legale e morale delle regioni autoproclamatesi intoccabili, talmente superiori per civiltà e progresso, da risultare incompatibili con elementari regole democratiche e della rappresentanza, ormai superate dallo stato di eccezione imposto dall’emergenza. Si tratta della ormai confermata applicazione locale dei principi dell’imperialismo, che divide su scala le nazioni in aree più ricche abilitate allo sfruttamento predone di aree più svantaggiate.

La Lombardia è quindi davvero un laboratorio nel quale si testa la distruzione creativa del draghismo, nel modo un bel po’ pasticcione e rudimentale dei cumenda meneghini col culto del lavoro e della fatica, degli altri, però. Un posto che vanta primati formidabili, di consumo del suolo, di evasione fiscale, di penetrazione mafiosa nel terziario, di ricorso a contratti anomali, part time e precariato, di industrie delocalizzate e che per questo ci proietta il trailer di quel che sarà, sanità a pagamento, prestazioni erogate su base reddituale, aggiramento dei criteri che regolano la vita democratica con la “chiamata” di personale politico e amministrativo in funzione commissariale, potentati economici e finanziari locali che replicano in fotocopia le gerarchie carolinge europee, puntando a far fuori il piccolo in favore delle concentrazioni dei grandi, interessati a stabilire il primato del privato multinazionale sotto il cui ombrello trovare una nicchia protettiva.

E mica vorrete che i margravi  dell’impero si mettano gli uni contro gli altri come fanno fare a noi.