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La locomotiva che all’incontrario va

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Perfino il Corriere apre oggi con un compianto: “C’era un’immagine fino a ieri associata alla Lombardia: pratica, solida, efficiente. Non c’è più. La pandemia l’ha sfigurata. Davanti a migliaia di anziani delusi e sofferenti in attesa del vaccino è difficile riconoscere la regione più dinamica d’Italia, la locomotiva che dovrebbe trainare il Paese”.

L’autore dell’epitaffio ci ricasca sulla retorica di rito ambrosiano: a “sfigurare” l’icona del motore d’Italia  che deve trascinarsi dietro un paese corrotto, indolente, parassitario che campa alle sue spalle tanto da costringerla suo malgrado a pretendere una dinamica e operosa autonomia dallo Stato ladrone, non è stata la pandemia ma il suo vertice politico-amministrativo con le sue declinazioni burocratiche e appendici scombiccherate, impegnate in una ignobile gara: Fontana e Moratti, Bertolaso  e Camparini e l’ineffabile Aria più inquinata di quella che respirano i cittadini dei territori più avvelenati d’Europa in competizione con Wuhan, che, ci informano nello stesso articolo, hanno scritto al quotidiano chiedendo “perché la Lombardia non fa più la Lombardia?”.

Magari, verrebbe da rispondere. La verità è che non solo la Regione continua a fare el so mestè come il pasticcere dei proverbi, ma lo fa talmente bene che dopo più di un anno continua a essere il traino se non addirittura un format da replicare come raccomanda Salvini, costituendo “un record di priorità negli ospedali rispetto ai medici locali e all’assistenza primaria, e di promozione della privatizzazione”. Di più, un “modello da imitare”,  proprio come esigeva Giorgetti all’atto di accettare il mandato governativo, per aver adottato politiche “a favore dei produttori piuttosto che delle elemosine” .

Hanno ragione tutti e due e difatti  i consigli per gli acquisti di alleati bendisposti offerti al liquidatore d’Italia e ancor prima al predecessore sono stati accolti con favore.

Guardandoci indietro possiamo andare all’ora X, al 21 febbraio 2020 quando  poco dopo la mezzanotte l’Ansa annuncia “Coronavirus, un contagiato in Lombardia, segue la notizia di altri due casi nel padovano e è allora che Salvini intima al governo: “Chiudere! Blindare! Proteggere! Bloccare!”. Poi, a raffica, Fontana di autodichiara contagiato mentre Sala e Gori sindaco di Bergamo proclamano che le loro città “restano aperte”, Salvini ci ripensa, Confcommercio lancia una campagna  per approfittare dei saldi,  Confindustria mette in guardia dalla psicosi che minaccia l’economia. 

Nel marasma del momento scompare la notizia che da gennaio i servizi segreti e uno “scenario” (così veniva definito il Piano nazionale Anticovid) annunciavano il rischio accertato di una epidemia e l’ipotesi altrettanto accertata che il focolaio sarebbe stato circoscritto non casualmente nell’area più antropizzata, industrializzata e dunque inquinata del Paese dove la cittadinanza è in alta percentuale affetta da malattie corniche dell’apparato respiratorio e dunque  più vulnerabili, come hanno dimostrato le statistiche relative alle epidemia influenzali  di questi ultimi anni.

E veniva tacitata anche l’altra notizia, che il Piano di emergenza nazionale risaliva al 2006, che perfino Formigoni al tempo dell’Aviaria, ne aveva denunciato l’inadeguatezza, che in assenza di dati certi, anche per via della proibizione di effettuare autopsie, non si procede a dettare protocolli di cura per i medici di base, in una ridda contraddittoria di indicazioni e pareri della selva di tecnici che dettano le linee della gestione politica dell’emergenza.   

È così che la Regione più colpita, quella dove i processi di privatizzazione sono stati più fruttuosi anche per la consegna di una rete di servizi, Rsa comprese,  al sistema confessionale, tra San Raffaele e Cl- Compagnia delle Opere, quella dove la sanità è stata scossa da scandali vergognosi, detta tempi e regole al governo, impegnato a oscurare gli effetti del pluridecennale attacco bipartisan alla sanità pubblica, alla rete territoriale, al trattamento e al  numero del personale sanitario e delle strutture.

E’ così  che la sera del 7 marzo il governo annuncia la chiusura della Lombardia e delle altre aree, ma due giorni dopo, il 9 marzo sera il lockdown viene esteso a tutto il territorio nazionale, anche grazie al consenso del comitato tecnico-scientifico che aveva raccomandato la prima soluzione, ma poi non si è opposto alla seconda, operando una scelta drastica e più severa di quella invocata dagli esperti.

I fatti hanno dato ragione ai sospetti, il pensiero forte che riconferma le virtù e le qualità economiche, sociali e morali di quei territori più sovrani degli altri non avrebbe permesso che fossero penalizzati, producendo una “sleale” concorrenza di aree e settori produttivi fino ad allora più svantaggiati, e dunque era preferibile far colare a picco tutto il Paese.

In cambio della proclamazione “padana” dell’emergenza Covid i “gran lombardi” hanno ottenuto  il confinamento per tutto il resto del Paese,un confinamento relativo che stando ai comandi di Confindustria ha selezionato il capitale umano in produttivi e essenziali, mandati al lavoro senza i necessari requisiti di sicurezza, e quelli invece condannati al fallimento o alla salvezza in via digitale tra le mura di casa. I primi in trincea come carne da cannone, sanitari in testa, dipendenti dei servizi di servizi, catene commerciali, gli altri risparmiati dal contagio ma non dalla rovina

La miseria della loro iniziativa “secessionista” si rivela sempre nel contestare l’efficacia e l’efficienza del potere centrale, salvo approfittarne in forma dichiaratamente parassitaria, reclamando aiuti, esenzioni, assistenza secondo la filosofia dei loro capitani di industria che esigono uno Stato assente per non ostacolarli con lacci e laccioli, ma molto presente in funzione no profit e compassionevole.

Ora, come al solito, è inutile chiedersi come mai i due governi non abbiano pensato di commissariare la Regione, misura ampiamente prevista dal nostro ordinamento, tanto che è stata applicata innumerevoli volte.

Innumerevoli volte, è vero,  e proprio con motivazioni affini, ma in regioni del Mezzogiorno. E questo conferma l’inviolabilità legale e morale delle regioni autoproclamatesi intoccabili, talmente superiori per civiltà e progresso, da risultare incompatibili con elementari regole democratiche e della rappresentanza, ormai superate dallo stato di eccezione imposto dall’emergenza. Si tratta della ormai confermata applicazione locale dei principi dell’imperialismo, che divide su scala le nazioni in aree più ricche abilitate allo sfruttamento predone di aree più svantaggiate.

La Lombardia è quindi davvero un laboratorio nel quale si testa la distruzione creativa del draghismo, nel modo un bel po’ pasticcione e rudimentale dei cumenda meneghini col culto del lavoro e della fatica, degli altri, però. Un posto che vanta primati formidabili, di consumo del suolo, di evasione fiscale, di penetrazione mafiosa nel terziario, di ricorso a contratti anomali, part time e precariato, di industrie delocalizzate e che per questo ci proietta il trailer di quel che sarà, sanità a pagamento, prestazioni erogate su base reddituale, aggiramento dei criteri che regolano la vita democratica con la “chiamata” di personale politico e amministrativo in funzione commissariale, potentati economici e finanziari locali che replicano in fotocopia le gerarchie carolinge europee, puntando a far fuori il piccolo in favore delle concentrazioni dei grandi, interessati a stabilire il primato del privato multinazionale sotto il cui ombrello trovare una nicchia protettiva.

E mica vorrete che i margravi  dell’impero si mettano gli uni contro gli altri come fanno fare a noi.    


Draghi & Polli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ve l’ immaginate la reazione di  Di Vittorio, che non è il soggetto di una soap, quando, leggendo  il resoconto del “trombettiere” dell’Unità  in servizio al Senato, scopre  che il presidente incaricato ha definito il popolo e i lavoratori “capitale umano da promuovere”?

Ecco, e invece adesso immaginatevi Landini che ritiene naturale questa concessione all’idioma del progresso e che si compiace del “”discorso programmatico di alto profilo, quello del presidente del Consiglio, Mario Draghi, con una netta collocazione europea dell`Italia per costruire un’Europa nuova e socialmente sostenibile“, offrendo la sua disponibilità per la realizzazione di grandi obiettivi che richiedono  “il consenso e il coinvolgimento del mondo del lavoro e della cittadinanza attiva. Per questo è necessario subito un pieno coinvolgimento delle parti sociali e un chiaro ruolo d`intervento e d’indirizzo pubblico delle politiche industriali e di sviluppo”.

Non c’è più Di Vittorio, non c’è più l’Unità e anche la Cgil non sta tanto bene se il suo segretario ha scorso il Bignami della lectio magistralis del banchiere, senza soffermarsi sulla strumentazione prevista da anni e a base di distruzione creativa, al servizio della selezione naturale dei “produttivi” in modo da perseguire quella soluzione finale grazie alla quale quell’Europa nuova sul cartamodello delle cancellerie, che concede ai Paesi del blocco centrale l’esclusiva  di sfruttare la forza lavoro qualificata e a basso costo dei Paesi del Sud e dell’Est europei, declassandole a mercati di sbocco e bacini da “valorizzare”, esautorati e espropriati di  risorse e capacità competitive.

Così come non c’era da aspettarsi niente di meglio dal mammasantissima del sistema bancario-finanziario, non sorprende la resa incondizionata di sindacati che via via si sono acconciati a diventare organi di magnanima consultazione, che in vista della progressiva perdita di autorevolezza in qualità di negoziatori di garanzie hanno scelta la più redditizia attività di agenti e promoter di fondi  e polizze sanitarie e previdenziali nel quadro del Welfare aziendale, perlopiù in capo alle stesse imprese e multinazionali che hanno l’opportunità di beneficiare due volte del contributo a un tempo di dipendenti e assicurati.

Nell’efficiente succedersi di stati di eccezione  suscitati dalla Necessità prima e dalla pandemia poi, trattata da emergenza sanitaria per nascondere la sua natura di crisi sociale indotta da privatizzazioni selvagge, austerità applicata al sistema assistenziale e sanitario, effetti della riduzione del potere d’acquisto che ha investito anche la prevenzione e le cure di patologie, i sindacati sono venuti meno al loro mandato piegandosi ai diktat della “realistica” mancanza di una alternativa praticabile al dominio economico e finanziario, inseguendo solo  i particolarismi corporativi grazie ai  quali si è prodotta la frammentazione delle classi subalterne fino alla competitività più feroce favorita   dall’innovazione tecnologica, della legislazione  del lavoro, da “riforme” intese al ritorno di vecchi strumenti aggiornati e svincolati da ogni tutela, cottimo, caporalato, part time, volontariato, avvicendamento scuole, formazione e lavoro.

Da anni, ai pistolotti del Primo Maggio in piazza con rappresentanze confindustriali, non segue nessuna azioni che riproponga il nodo irrisolto della rivendicazione salariale, come si trattasse di una battaglia arcaica e superata. Mentre  invece verte su una Ingiustizia che la modernità ha aggravato, se oggi in Italia si guadagna meno di trent’anni fa, a parità di professione, di livello di istruzione, di carriera  e se la trasformazione del lavoro e dei modi di organizzazione, la mobilità e la precarizzazione scatenati  dagli “spiriti animali” dell’accumulazione, sono andati  di pari passo con i processi di ristrutturazione, con il degrado del sistema produttivo nazionale, con il trasferimento di risorse riversate  nei settori a più basso valore aggiunto e in particolare nei servizi.

Così la deregolazione del mercato del lavoro, l’illegittimità di misure adottate come necessaria concessione alla libera iniziativa, perfino le delocalizzazioni vengono rivendicate come un’esigenza vitale per la sopravvivenza delle imprese, così come la compressione dei salari, le restrizioni imposte ai diritti dei lavoratori e la demolizione delle protezioni sociali conquistate in decenni di lotta vengono rivendicate come requisiti irrinunciabili a garanzia della  competitività e indicate come rinuncia necessaria in nome di sviluppo e “benessere”.  

E ci ritroviamo con il segretario della Cgil in estasi per essere stato ricevuto dal PapaRe che gli ha offerto così l’occasione di ribadire al priorità dello ius soli – sul quale concordiamo, certo, riconfermando l’opportunità che i diritti di cittadinanza vengano garantiti anche ai nativi da più generazioni –   concorde con il presidente del G30, con il cane da guardia dell’Ue, con il dinamico piazzista di strumenti creativi di Goldman & Sachs, con il firmatario della condanna al fiscal compact e all’assoggettamento ai comandi impartiti via lettera, sul quadro di “riforme (ammortizzatori sociali, fisco, pubblica amministrazione, giustizia) e sugli investimenti, capaci di creare nuovo lavoro in particolare per i giovani e le donne”, raccomandati dall’Europa.

E, dunque, inevitabili, tra la revisione della pubblica amministrazione, le privatizzazioni su larga scala e la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali; la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario anche attraverso la riduzione dei salari;  la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale; le opportune riforme costituzionali, temi oggi rivisitati dopo il passaggio per Rimini, le colonne del Financial Times, la nuova intesa raggiunta con la nomenclatura partitica e movimentista nazionale.

D’altra parte basta ricordare come un anno fa Landini esultava   per il taglio del cuneo fiscale, accolto come una conquista “perché dopo tanti anni c’è un provvedimento che aumenta il salario netto di una parte dei lavoratori dipendenti”, omettendo  sulla possibilità che costituisca un taglio al salario differito dei lavoratori o che corrisponda  a un aumento del costo dei servizi, a cominciare da quelli sanitari e assistenziali.  

La mascherina opportunamente collocata sulla bocca aveva impedito ai sindacati in questo anno di pronunciarsi quando i lavoratori di quelle che stavano diventando le zone rosse proclamarono scioperi e indissero manifestazioni, prontamente represse, per chiedere misure di sicurezza congrue alla proclamata gravità dell’epidemia che aveva provocato la divisione dei cittadini in produttivi abilitati a tutelare la salute tra le pareti domestiche e essenziali, costretti in questa veste a prodigarsi in posti di lavoro, fabbriche, uffici-pochi- supermercati, magazzini, industrie belliche da raggiungere sugli abituali carri bestiame.  O quando il Governo con l’assenso della triplice ha acconsentito a un protocollo che stabiliva la estemporaneità di requisiti di sicurezza a fronte della immunità padronale in caso di contagi, in modo che restasse invariata la contabilità delle usuali morti bianche,  per poi scrivere i suoi Dpcm sotto dettatura dei tandem Regioni-Confindustria.

Proprio la stessa riservatezza così cara ai tecnici deve aver caratterizzato il sobrio consenso dato all’esaltazione del lavoro agile, prova generale della rivoluzione digitale che renderà generalizzato il ricorso allo smartworking e  a quello che ne consegue: proliferazione di contratti anomali, riduzione delle remunerazioni e incremento della disponibilità h24, aumento delle possibilità di controllo e invasione degli spazi privati, primato del part time offerto alle donne come generoso accorgimento per conciliare lavoro esterno e prestazioni domestiche, tutti obiettivi indirizzati all’obiettivo di rompere eventuali fronti comuni, a ridurre la consapevolezza dello sfruttamento, isolando i soggetti condannati a un solipsismo sterile.

La narrazione apocalittica è stata accettata dunque e accolta come il sigillo definitivo all’azione di testimonianza e rappresentanza, diventata incompatibile con l’adesione al Progresso, esige la rinuncia, obbliga al sacrificio tramite opportune riforme, come se in questi ultimi venticinque anni non  ne avessimo subite abbastanza , dal “Pacchetto Treu” alla Legge 30/2003, dalle leggi e leggine di Sacconi, alla Fornero, al “Jobs Act” in modo che il lavoro non fosse mai abbastanza flessibile, mobile, agile, smart, tanto per piacere a chi le pensa, le detta, le impone e le applica contro di noi.


Smemorati & Svergognati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Viviamo in un tempo nel quale chi ha il potere celebra la memoria come valore  una  volta l’anno, mentre negli altri giorni viene concesso l’oblio affinché non reagiamo alle offese  e i torti subiti.

La Bibbia, vien bene il riferimento proprio oggi,  distingue tra non ricordare e dimenticare, tra un atto naturale e uno volontario, e quindi tra ciò che non dimentichiamo, e ciò che decidiamo di ricordare. Ma loro no, a questo servono varie tipologie di “droghe” e anestetici di sistema, paura, ricatto, intimidazione, stato di necessità grazia al quale si rinuncia a diritti e libertà, in modo che chiunque si affacci sulla scena possa approfittare della smemoratezza indotta per accreditare la sua pretesa di innocenza, immune da colpe e impunito, e da essere autorizzato a condannare la memoria come forma di sterile  e vendicativo biasimo che ostacola il ragionevole procedere nella storia.

 E mica possiamo pretendere che onorino la vergogna, emozione  dalla quale sono esenti avendola interamente delegata a chi sta sotto anche nella forma più nuova di fallimento personale rispetto a degli standard sociali, economici e culturali cui saremmo inadeguati per lignaggio, appartenenza sociale, rendita e identificabili grazie ai criteri della meritocrazia, diventata ormai scienza alla pari dell’antropologia, nella mani dell’aristocrazia di chi ce l’ha fatta per benemerenze dinastiche o di affiliazione.

E difatti è al  vuoto, o ai cani, come nel detto popolare, che ci tocca gridare vergogna! quando ricordiamo – ma siamo in pochi – a cosa è successo in questo anno,  allo sfregio che ci viene quotidianamente inferto da coloro che in modo del tutto arbitrario e schizofrenico: si può, non si può, si poteva ma ve ne siete approfittati, non abbiamo mai detto che si potesse, si arrogano la prerogativa di insegnarci tramite algoritmo cromatico qual è il “nostro bene”, dopo che hanno impedito il diritto di imparare, con il piglio di Torquemada combinato con Savonarola e Nostradamus.

O quando i pochi che contestano la gestione dell’emergenza sospettando una volontà nella sospensione di elementari garanzie democratica, sospensione interrotta per permettere un referendum preteso per rimuovere l’inettitudine a legiferare e riformarsi del Parlamento, vengono arruolati nelle file dei neofascisti riconfermando l’obbligatorietà di una maggioranza insostituibile, anche se si sta distinguendo per l’inquietante reiterazione di errori e crimini già commessi o per la coazione a ripetere di colpe del passato, dall’assoggettamento a Confindustria alla sottomissione peracottara all’Europa.

Ma pare non spetti a noi il governo della vergogna, così ripercorrendo qualche tappa, riprendiamoci almeno quello del ricordo tornando a quel 5 gennaio, quando il Ministero della Salute invita alla vigilanza alcuni enti all’ Istituto Superiore di Sanità,all’ Ospedale Spallanzani di Roma e il Sacco di Milano con una breve nota in merito a una “Polmonite da eziologia sconosciuta”, il cui focolaio è stato individuato in Cina, e senza allertare i clinici ospedalieri e i medici di base rimanda all’osservanza dei contenuti del Piano nazionale  antipandemico, che risale al 2017 in forma di fotocopia di quello del 2006,  derubricando il fenomeno a forma influenzale un po’ più virulenta. Ma fino al primo febbraio quando in apparente contraddizione con quella che a oggi dovrebbe apparire come una colpevole sottovalutazione, il Consiglio dei Ministri dichiara lo stato di emergenza per 6 mesi e stanzia 5 milioni di euro per le prime misure di contrasto, incaricando il Capo della Protezione Civile e task force commissariali in numero destinato ad aumentare.

Cade di venerdì l’inizio della Grande Paura, con la segnalazione del primo contagiato in Lombardia, cui segue uno stillicidio di allarmi sempre più accelerato, si istituiscono le prime zone rosse, si chiudono le scuole in sei regioni, il presidente  Fontana e poi quello del Lazio recatosi sul Navigli per un brindisi con i giovani elettori,  sono “infetti” e si formano due fronti, quello  di chi se la prende con i seminatori di paura che paralizzano  il Paese, da Beppe Sala che riapre i locali chiusi dalla Regione, dopo le 18  e indossa la maglietta con lo slogan #milanononsiferma, si fa ritrarre mentre prende lo spritz e condivide un video commissionato da 100 brand della ristorazione che esalta i “ritmi impensabili” della capitale morale al sindaco di Bergamo, a Salvini che si reca da   Mattarella a esigere di “Riaprire tutto e far ripartire l’ Italia”. E quello del blocco totale, del lockdown feroce, salvo una evidente accondiscendenza ai comandi di Confindustria, che si presta a sottoscrivere un accordo unilaterale in tema di temporanea sicurezza nei luoghi di lavoro, che porta alla divisione della cittadinanza in chi, gli essenziali, deve esporsi a quella che non è più una influenza appena un po’ più contagiosa, in fabbrica, al supermercato, in bus e metro, e quelli invece selezionati per salvarsi tra le mura di casa, o meglio per sopravvivere al virus ma non alla perdita del posto, del sapere, e pure della cura di patologie necessariamente trascurate.  

Così si sceglie la strada della paura che omologa tutto, si chiude il Paese ispirandosi alla Cina che in realtà a chiuso una regione, anzi uno sputo nel suo impero, convertita da barbara geografia di magnasorci a modello, si mette in moto una macchina vomita dati contraddittori, mentre gli ospedali vengono retrocessi a lazzaretti per incurabili, si depotenzia la medicina territoriale, si offrono soluzioni demiurgiche sotto forma di app inutilizzabili quando tutto l’impegno è profuso nel prendere tempo in attesa del miracolistico vaccino, mentre non viene neppure individuato e adottato un protocollo per la cura.

E poi si spendono milioni per mascherine (solo ieri il Manifesto ha riportato la denuncia in merito all’inefficacia delle mascherine prodotte da Fca), siringhe avveniristiche, container refrigerati  per morti in attesa di conferimento e vaccini,  padiglioni le somministrazioni, banchi, una panoplia di merci e prodotti dei brand sanitari, il tutto affidato a autorità commissariali accumulatrici di incarichi, competenze, poteri e conflitti di interesse.

Perché c’è delega e delega, potere sostitutivo e potere sostitutivo, così a fronte dell’insensata e opaca amministrazione dell’emergenza a cura delle Regioni, in particolare, per la tutela della memoria storica, per quanto riguarda deleghe ereditate dalle province cancellate da Renzi, in modo da resettare un po’ di partecipazione,  non è stata minimamente presa in considerazione l’ipotesi del commissariamento.

Nemmeno di Fontana e dei suoi famigli, nemmeno di Gallera, men che mai della new entry si fa per dire che ha messo il suo sigillo nobiliare sulla erogazione discrezionale dei farmaci per appartenenza di ceto, dando una personale interpretazione dell’immunità e della conseguente impunità come prerogativa di classe.

E dire che non si sarebbe trattato di una bizzarria istituzionale,  visto che all’articolo 120 della Costituzione si prevede che “...Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni.. quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali. ..” e che la legge “definisce le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del principio di leale collaborazione. ..”, e che i precedenti si contano  per inadempienze in tema di rifiuti (4), di sanità: famoso il caso della Campania scoppiato nel 2009, e prorogato con vari atti almeno fino al 2015. Senza parlare della facoltà per lo Stato di esercitare potere sostitutivo incaricando autorità commissariali di attuare i piani di rientro  necessari a  assicurare i livelli essenziali di assistenza ai cittadini.

Bisogna tenere memoria di questo, quando si assiste alla pantomima del rimpallo di colpe, messa in scena per ritrovare unità di intenti nell’attribuire le responsabilità al popolino infantile e riottoso, quando assistiamo alla celebrazione del Presidente insostituibile in quanto, ha scritto una penna intinta nelle lacrime greche, “lontano dai Palazzi”, salvo il Pirellone, Palazzo Barlaymont a Bruxelles, quello di Viale dell’Astronomia a Roma, quando, succederà prima o poi, saremo chiamati a eleggere i nuovi consigli regionali con particolare riguardo per quelli delle regioni che pretendono maggiore autonomia e licenza di uccidere, o quando scopriamo non  a caso che le Regioni soggette a controllo commissariale sono tutte del Sud, o quando esaltano la statura morale e la lezione dei nonni, quelli rimasti dopo la soluzione finale.

O quando quelli che vivono sicuri nelle loro tiepide case, e trovano a sera il cibo caldo e visi amici, esercitano la gretta superiorità degli svergognati immemori.


Bambini che giocano alla ghigliottina

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Faccio autocritica, non sono una rigorosa e scrupolosa complottista, vado a braccio e mi faccio possedere dal pregiudizio, favorevole o sfavorevole che sia.

Così c’ho messo un po’ a rendermi conto che questo governo non è un’accolita di improvvisati improvvisatori che sa tenere la barra dritta solo quando scrive sotto dettatura le regole caldamente raccomandata da Confindustria, che si muove come una banda di ubriachi che va dietro al ribollir dei tini, sia che consista nel business della mascherine, in quello dei banchi a rotelle, o dei padiglioni rosa per invogliare al vaccino in bimbi riottosi, che dopo mesi di si può fare, poi no non si può fare, di è permesso, e no è proibito adotta la linea dura copiando il compito della secchiona tedesca prima della classe, che – lo so l’elenco è lungo – continua a mettere in scena il copione della baruffe con le regioni ad uso di ambo i contendenti per far dimenticare colpe passate, presenti future disperdendole nelle nebbie di competenze e poteri, che alterna bastone e carota con una predilezione per la seconda,  minacciando e comminando sanzioni per attuare il suo sistema vincente che consiste nel rivendicare i meriti del pochissimo che sembra andar bene e addossare le colpe del tutto che va male alla massa incivile, riottosa, inurbana e irresponsabile.

Invece dietro a quell’accozzaglia di tracotanti incompetenti, di titubanti decisionisti a intermittenza, con i loro commissari straordinari in perenne conflitto di interessi e neuroni – certamente pochi rispetto alla molteplicità di incarichi, con i loro pallottolieri al lavoro per fare le nozze e i vaccini coi fichi secchi, con i loro sacerdoti della scienza che si contraddicono perfino con loro stessi, tra apocalisse e fiduciosa consegna alla legge del lasciar fare alla natura, tra viks vaporub e polivalenti, ecco là dietro ci devono essere dei geni della strategia politica e di scienza della comunicazione, che, non è la prima volta, funziona meglio quando non c’è, o è confusa e produttrice di confusione.

Vi ricordate quando si diceva che il successo della Lega dipendeva in larga parte dalla supericiliosa indifferenza del sistema dell’informazione e della tv pubblica che trattava l’esercito padano con tanto di elmi cornuti come fenomeni da baraccone?

Vi ricordate quando il trionfo die 5stelle veniva attribuito allo stesso trattamento schizzinoso riservato  da giornali, televisioni, mass media e vari persuasori e pensatori?

Qualche tecnico della percezione ha approfittato delle sia pur caute riserve avanzate all’operato del Conte 2  per promuovere l’esecutivo vigente a incarnazione dello spirito di abnegazione, con il sostegno a corrente alternata dei pensatori e intellettuali sotto l’ombrello del Manifesto,  in combinazione con il dilettantismo degli addetti ai lavori dall’incerto curriculum.

E il successo è stato assicurato: il vuoto di una informazione di  servizio, il marasma nel quale versa quella scientifica, le vergognose prestazioni dei media nei quali si succedono le cronache del dolore a cura di improbabili insider che amplificano le urla dei degenti, con le veline delle lobby proprietarie  che reclamano aiuto alle imprese e alle lobby, hanno prodotto un gran pieno pop e rock (ci manca solo Celentano), un berciare di popolo e di Pasquini e Masanielli del web che implorano pena di morte per gli sciatori, il gulag isolazionista per i compulsivi dello shopping in centro, il tribunale e poi la gogna minorile per i bulletti che si dedicano a risse stradali come facevano prima del Covid.

Sono dei geni, hanno montato un po’ di ghigliottine virtuali, messo in fila le sedie per gli spettatori che sferruzzano e applaudono a ogni cader di teste in Place de la Concorde dei social, così, distratti dalla spettacolo da vivo, sbagliamo colli, facciamo salire sulla carretta i nostri e quelli che stanno peggio di noi, mentre loro se ne stanno al riparo fisicamente e moralmente.

E i più tra una maglia rasata un punto riso si sprecano per difendere l’operato di ministri e “governatori” coinvolti in miserabili vicende opache ancora assisi serenamente sulle loro poltrone, di personaggi discutibili che circolano di incarico in incarico al servizio di multinazionali criminali,  di partiti e movimenti disonorevoli che sbrodolano le loro schifezze solo apparentemente conflittuali, per poi ritrovarsi mirabilmente uniti nel difendere i loro interessi non solo elettorali, il tutto  nel timore che ci possa essere di peggio, come se l’avvicendamento di  chi dà gli ordini al boia potesse ancora comportare qualcosa di più insano e velenoso di quello che ci sta capitando, salvo per il cappuccio nero o l’affilatura della lama.  

Che poi quel peggio che temono, quel Male maggiore, pur deplorato per la sua ferina violenza, rappresentata dal solito energumeno, è materializzato già da una po’ nel pensare comune suscitato  dal fondo e autorizzato contro gli “altri”, stranieri, minoranze, comprese quelle di chi non si adatta alla narrazione dell’ideologia imperante, se (ne ho scritto qui https://ilsimplicissimus2.com/2020/12/12/censis-il-novelliere-dei-regimi/ ) il Censis denuncia che una percentuale altissima di cittadini pretende le maniere forti e la repressione cruenta  per chi non si associa alle misure di emergenza, se una bella percentuale vorrebbe la pedagogica reintroduzione della pena di morte, se tanti, basta scorrere il social più frequentato, proprio come piccoli Toti e graziose Lagarde suggeriscono di farsi una ragione delle leggi naturali e dunque anche di quelle di mercato, che giustamente esigono  il sacrificio degli improduttivi.

Sono stati sorprendentemente capaci nel legittimare e diffondere una forma di populismo lazzarone, quello che concede a chiunque si sia riservato un tribuna in rete la potenza gaglioffa di giudicare, di comminare pene, di emettere sentenze morali. E di sentirsene investiti grazie a una superiorità che deriva perlopiù dall’avere conservato quel minimo kit di sopravvivenza da “ceto medio” sopravvissuto, che non li fa viaggiare su bus e metro stracolmi, non li fa correre per la città in motorino per consegnare merci ai critici di Neflix e agli opinionisti sul Facebook, non li costringe a stare in officine e uffici malsani sotto ricatto di perdere il posto non garantito e il salario incerto.  

È proprio vero, come dice Brecht,  arriva il momento di sciogliere il popolo, quando si è fatto retrocedere non a branco, che i lupi ne rispettano le regole, ma a gregge feroce.


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