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Non facciamoci riconoscere

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Voglio raccontarvi un episodio di vita vissuta. Per ragioni famigliari conoscevo bene un Presidente del Consiglio che si era reso impopolare per via dell’imposizione di un prelievo sui conti correnti. Ebbene, camminavo per Via del Corso, quando si ferma un’alfetta blu e ne scende proprio lui, mi si avvicina e mi chiede notizie dei miei congiunti.

E’ un’ora morta, non gira nessuno salvo una coppia di coniugi di mezza età, lui con un’aria modesta a intimorita, lei col cappottino con il collo di pelliccetta e una di quella immancabili borsette rigide. E ecco che mi si avvicina brandendola come un’arma impropria che mi colpisce mentre lei strilla contumelie contro di me colpevole di “essere in amicizia” con quello che le ha sfilato quattrini sudati dal conto. Ho ricostruito il quadretto non per sottolineare la persistenza nel costume patrio di dirottare il dissenso su stadi intermedi e contigui piuttosto che sugli attori protagonisti e colpevoli del danno, ma per riportare la frase con la quale il marito impensierito la apostrofò, tirandola via: Non facciamoci riconoscere!

Non facciamoci riconoscere è da sempre il primo comando di ceti piccolo borghesi preoccupati di non essere accettati in alto, di non saper celare origini modeste, convinti che sia necessario nascondere come una vergogna povertà, debiti, e soprattutto istinti di ribellione, inaccettabili per principali e dirigenti, deplorati dagli opinionisti della stampa locale, che vanno repressi e confinati in certi tinelli magistralmente illustrati dalla matita di Novello.

Adesso, quando continuano a dirci che provvidenzialmente è stata superata la divisione in classi, come quella tra destra e sinistra, concetti arcaici da quando l’odio sociale viaggia alla rovescia, ricchi contro poveracci e oligarchi contro plebei, da quando ci è negato il riconoscimento di classe disagiata per promuoverci a società signorile di massa, che comprende tutti quelli che godono di ben 500 euro sopra lo standard base di sopravvivenza, ecco adesso Non facciamoci riconoscere è l’invito che arriva dall’alto ma anche orizzontalmente e perfino dal basso, ogni qualvolta dimostriamo sfrontatamente di voler reagire, nemmeno con una sassaiola, men che mai prendendo una bastiglia, ma esprimendo la nostra collera a parole, diritto ormai largamente circoscritto e censurato.

E difatti basta guardare i commenti, ma non solo sulla stampa che non siamo più autorizzati a chiamare “cocchiera”, anche se ogni giorno rimpiangiamo Agenza Stefani e notiziari Luce,   sui social, sui blog, alla circolazione di pensierini in rete, in merito ai disordini di ieri quando migliaia di ambulanti e ristoratori hanno protestato in più città italiane contro le chiusure delle loro attività e per chiedere immediate riaperture. Ci sono stati scontri a Roma, davanti a Montecitorio, dove alcuni manifestanti hanno cercato di sfondare le transenne lanciando bottiglie contro la polizia, che ha risposto con le tradizionali “cariche di alleggerimento”. A Milano gruppi di ambulanti si sono riuniti in piazza Duca d’Aosta, davanti alla Stazione centrale, e hanno fermato il traffico sulla circonvallazione. Sull’A1 centinaia di operatori dei mercati hanno parcheggiato in mezzo alle carreggiate camion e furgoni nei pressi dello svincolo per Caserta Sud, bloccando l’autostrada per ore.

E tutti a sottolineare l’infiltrazione di gruppi organizzati dell’estrema destra,  a dargli addosso per toni, slogan e grida “fascistoidi”, a recriminare che se alla manifestazione presenzia Sgarbi, reo di non essere sottosegretario nel governo dei Migliori, allora la credibilità è compromessa, che se berci come in Salvini d’antan, ormai redento e affiliato, se dai in escandescenze sputazzando dietro la mascherina come un energumeno o un Grillo qualunque, ormai arruolato nel sobrio progressismo, allora legittimi le istanze di chi vuole censura e repressione, Tso e sanzioni, perché appunto ti sei fatto riconoscere, come antidemocratico, populista, no vax e negazionista, in sostanza “fascista”.

 Ormai il discrimine è quello segnato da reticolati profilattici che coincidono con quelli di ordine pubblico, da quando la crisi sanitaria ha imposto non solo imperativi e obblighi di “sicurezza”, ma comandamenti “morali” incentrati sulla “responsabilità” in carico unicamente alla gente normale, essendo decisori e padroni automaticamente esonerati per via dell’alto compito affidato loro dalla Provvidenza,  sulla centralità delle pratiche penitenziali richieste dall’emergenza, secondo le quali sono ormai proibiti ogni piacere e  ogni gratificazione, oltre ai diritti da subito sospesi, compreso il voto,  per via del lutto.

Che poi anche quello è a carico di tutti fuorché di quelli che hanno contribuito allo smantellamento del sistema di cura e assistenza, che hanno prodotto tali danni sociali o da autorizzare l’accelerazione del passaggio da adulti che devono contribuire allo sviluppo ritardando l’età pensionabile a  vecchi inutili da conferire in Rsa, lasciar morire soli nelle corsie dei lazzaretti, come se la loro fine precoce e solitaria rispondesse ai criteri di leggi naturali, da dividere la popolazione, in aggiunta alle consolidate disuguaglianze, in esposti al rischio in qualità di “essenziali”, sommersi in posti di lavoro insalubri, mezzi pubblici affollati, e “salvati”, almeno dal morbo, che nella rovina siamo destinati prima o poi a precipitare per via di tagli alle remunerazioni, variazioni contrattuali, diminuzione del potere d’acquisto.

Ma non basta, ci vengono date anche regole di comportamento improntate al bon ton del politically correct, che impongono che, prima di ogni cauta obiezioni vengano esibite le doverose credenziali di appartenenza al consorzio civile, estatica idolatria della scienza incarnata dalle health-star, esibizione anche sul profilo della celebrazione del rito vaccinale, ridicolizzazione dei dissidenti e dei dubbiosi annoverati tra terrapiattisti e orfani del mia abbastanza compianto Giulietto  Chiesa, si aderisca alle regole dei vecchi servizi d’ordine in odor di stalinismo alle manifestazioni del passato remoto, non accettare la provocazione, non rispondere con reazioni violente alla violenza, come se in situazioni di evidente soppressione di diritti e democrazia spettasse alle vittime rispettarne a tutti i costi i criteri e le regole cancellate, accettandone di nuovi, mai abbastanza provvisori, incompatibili con una gamma di valori e principi che sembravano accettati e inalienabili, in una parola, ingiusti.

Non facciamoci riconoscere, è un invito alla moderazione rivolto anche a me ieri, che mi sono resa colpevole di aver adombrato delle  motivazioni per la insana spesa di oltre 250 milioni di euro per la realizzazione di campi di accoglienza per popolazioni costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. Oltre alla ipotesi che si trattasse di una specie di recovery senza restituzione dedicato a soggetti esclusi dalle elargizioni pandeconomiche, o che fosse un argomento in più a disposizione della narrazione millenaristica con l’aggiunta di altre catastrofi (qualcuno continua a rammentarci che sarebbe prossima un’invasione di extraterrestri stufi delle nostre intemperanze), mi sono permessa di immaginare che in previsione dell’aumento della scontentezza e del disagio, si sia pensato di confinare sfrattati e disoccupati effetto dei prossimi sblocchi, in situazioni di marginalità per contenerne il rischio sociale. A me parevano tutte e tre e quasi alla pari, motivazioni inique e deplorevoli. Macché.

Apriti cielo, mi sono fatta riconoscere come visionaria apocalittica, pericolosa per la causa comune che esige di contenersi mimetizzandosi nel pensiero mainstream, nei suoi modi di comunicazione, nei suoi stilemi.

E poi per uno i soldi sono pochi, sarà una pastetta delle solite, come se non fosse oltraggioso destinare un investimento considerevole per sfamare chi ha pane, per altri invece, sarebbe una ipotesi irrealistica, come se non superasse qualsiasi fantasia malata e cospirazionista il film di un paese costretto da un anno a andare in rovina, a rompere vincoli sociali e familiari, a mascherarsi per riconfermare l’opportunità di non sorridersi, parlarsi, baciarsi, a perdere beni, istruzione, libertà per tenersi stretta una sopravvivenza, intesa come immunità, incerta e provvisoria, da una specifica malattia, solo quella.  

Ma non sarà ora di farci riconoscere per quel che siamo, umiliati, incazzati, traditi, offesi e per quello che  vogliamo invece essere? Liberi di pensare, dubitare, esprimerci, criticare, desiderare, capire, sapere e far sapere?  


La locomotiva che all’incontrario va

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Perfino il Corriere apre oggi con un compianto: “C’era un’immagine fino a ieri associata alla Lombardia: pratica, solida, efficiente. Non c’è più. La pandemia l’ha sfigurata. Davanti a migliaia di anziani delusi e sofferenti in attesa del vaccino è difficile riconoscere la regione più dinamica d’Italia, la locomotiva che dovrebbe trainare il Paese”.

L’autore dell’epitaffio ci ricasca sulla retorica di rito ambrosiano: a “sfigurare” l’icona del motore d’Italia  che deve trascinarsi dietro un paese corrotto, indolente, parassitario che campa alle sue spalle tanto da costringerla suo malgrado a pretendere una dinamica e operosa autonomia dallo Stato ladrone, non è stata la pandemia ma il suo vertice politico-amministrativo con le sue declinazioni burocratiche e appendici scombiccherate, impegnate in una ignobile gara: Fontana e Moratti, Bertolaso  e Camparini e l’ineffabile Aria più inquinata di quella che respirano i cittadini dei territori più avvelenati d’Europa in competizione con Wuhan, che, ci informano nello stesso articolo, hanno scritto al quotidiano chiedendo “perché la Lombardia non fa più la Lombardia?”.

Magari, verrebbe da rispondere. La verità è che non solo la Regione continua a fare el so mestè come il pasticcere dei proverbi, ma lo fa talmente bene che dopo più di un anno continua a essere il traino se non addirittura un format da replicare come raccomanda Salvini, costituendo “un record di priorità negli ospedali rispetto ai medici locali e all’assistenza primaria, e di promozione della privatizzazione”. Di più, un “modello da imitare”,  proprio come esigeva Giorgetti all’atto di accettare il mandato governativo, per aver adottato politiche “a favore dei produttori piuttosto che delle elemosine” .

Hanno ragione tutti e due e difatti  i consigli per gli acquisti di alleati bendisposti offerti al liquidatore d’Italia e ancor prima al predecessore sono stati accolti con favore.

Guardandoci indietro possiamo andare all’ora X, al 21 febbraio 2020 quando  poco dopo la mezzanotte l’Ansa annuncia “Coronavirus, un contagiato in Lombardia, segue la notizia di altri due casi nel padovano e è allora che Salvini intima al governo: “Chiudere! Blindare! Proteggere! Bloccare!”. Poi, a raffica, Fontana di autodichiara contagiato mentre Sala e Gori sindaco di Bergamo proclamano che le loro città “restano aperte”, Salvini ci ripensa, Confcommercio lancia una campagna  per approfittare dei saldi,  Confindustria mette in guardia dalla psicosi che minaccia l’economia. 

Nel marasma del momento scompare la notizia che da gennaio i servizi segreti e uno “scenario” (così veniva definito il Piano nazionale Anticovid) annunciavano il rischio accertato di una epidemia e l’ipotesi altrettanto accertata che il focolaio sarebbe stato circoscritto non casualmente nell’area più antropizzata, industrializzata e dunque inquinata del Paese dove la cittadinanza è in alta percentuale affetta da malattie corniche dell’apparato respiratorio e dunque  più vulnerabili, come hanno dimostrato le statistiche relative alle epidemia influenzali  di questi ultimi anni.

E veniva tacitata anche l’altra notizia, che il Piano di emergenza nazionale risaliva al 2006, che perfino Formigoni al tempo dell’Aviaria, ne aveva denunciato l’inadeguatezza, che in assenza di dati certi, anche per via della proibizione di effettuare autopsie, non si procede a dettare protocolli di cura per i medici di base, in una ridda contraddittoria di indicazioni e pareri della selva di tecnici che dettano le linee della gestione politica dell’emergenza.   

È così che la Regione più colpita, quella dove i processi di privatizzazione sono stati più fruttuosi anche per la consegna di una rete di servizi, Rsa comprese,  al sistema confessionale, tra San Raffaele e Cl- Compagnia delle Opere, quella dove la sanità è stata scossa da scandali vergognosi, detta tempi e regole al governo, impegnato a oscurare gli effetti del pluridecennale attacco bipartisan alla sanità pubblica, alla rete territoriale, al trattamento e al  numero del personale sanitario e delle strutture.

E’ così  che la sera del 7 marzo il governo annuncia la chiusura della Lombardia e delle altre aree, ma due giorni dopo, il 9 marzo sera il lockdown viene esteso a tutto il territorio nazionale, anche grazie al consenso del comitato tecnico-scientifico che aveva raccomandato la prima soluzione, ma poi non si è opposto alla seconda, operando una scelta drastica e più severa di quella invocata dagli esperti.

I fatti hanno dato ragione ai sospetti, il pensiero forte che riconferma le virtù e le qualità economiche, sociali e morali di quei territori più sovrani degli altri non avrebbe permesso che fossero penalizzati, producendo una “sleale” concorrenza di aree e settori produttivi fino ad allora più svantaggiati, e dunque era preferibile far colare a picco tutto il Paese.

In cambio della proclamazione “padana” dell’emergenza Covid i “gran lombardi” hanno ottenuto  il confinamento per tutto il resto del Paese,un confinamento relativo che stando ai comandi di Confindustria ha selezionato il capitale umano in produttivi e essenziali, mandati al lavoro senza i necessari requisiti di sicurezza, e quelli invece condannati al fallimento o alla salvezza in via digitale tra le mura di casa. I primi in trincea come carne da cannone, sanitari in testa, dipendenti dei servizi di servizi, catene commerciali, gli altri risparmiati dal contagio ma non dalla rovina

La miseria della loro iniziativa “secessionista” si rivela sempre nel contestare l’efficacia e l’efficienza del potere centrale, salvo approfittarne in forma dichiaratamente parassitaria, reclamando aiuti, esenzioni, assistenza secondo la filosofia dei loro capitani di industria che esigono uno Stato assente per non ostacolarli con lacci e laccioli, ma molto presente in funzione no profit e compassionevole.

Ora, come al solito, è inutile chiedersi come mai i due governi non abbiano pensato di commissariare la Regione, misura ampiamente prevista dal nostro ordinamento, tanto che è stata applicata innumerevoli volte.

Innumerevoli volte, è vero,  e proprio con motivazioni affini, ma in regioni del Mezzogiorno. E questo conferma l’inviolabilità legale e morale delle regioni autoproclamatesi intoccabili, talmente superiori per civiltà e progresso, da risultare incompatibili con elementari regole democratiche e della rappresentanza, ormai superate dallo stato di eccezione imposto dall’emergenza. Si tratta della ormai confermata applicazione locale dei principi dell’imperialismo, che divide su scala le nazioni in aree più ricche abilitate allo sfruttamento predone di aree più svantaggiate.

La Lombardia è quindi davvero un laboratorio nel quale si testa la distruzione creativa del draghismo, nel modo un bel po’ pasticcione e rudimentale dei cumenda meneghini col culto del lavoro e della fatica, degli altri, però. Un posto che vanta primati formidabili, di consumo del suolo, di evasione fiscale, di penetrazione mafiosa nel terziario, di ricorso a contratti anomali, part time e precariato, di industrie delocalizzate e che per questo ci proietta il trailer di quel che sarà, sanità a pagamento, prestazioni erogate su base reddituale, aggiramento dei criteri che regolano la vita democratica con la “chiamata” di personale politico e amministrativo in funzione commissariale, potentati economici e finanziari locali che replicano in fotocopia le gerarchie carolinge europee, puntando a far fuori il piccolo in favore delle concentrazioni dei grandi, interessati a stabilire il primato del privato multinazionale sotto il cui ombrello trovare una nicchia protettiva.

E mica vorrete che i margravi  dell’impero si mettano gli uni contro gli altri come fanno fare a noi.    


Smemorati & Svergognati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Viviamo in un tempo nel quale chi ha il potere celebra la memoria come valore  una  volta l’anno, mentre negli altri giorni viene concesso l’oblio affinché non reagiamo alle offese  e i torti subiti.

La Bibbia, vien bene il riferimento proprio oggi,  distingue tra non ricordare e dimenticare, tra un atto naturale e uno volontario, e quindi tra ciò che non dimentichiamo, e ciò che decidiamo di ricordare. Ma loro no, a questo servono varie tipologie di “droghe” e anestetici di sistema, paura, ricatto, intimidazione, stato di necessità grazia al quale si rinuncia a diritti e libertà, in modo che chiunque si affacci sulla scena possa approfittare della smemoratezza indotta per accreditare la sua pretesa di innocenza, immune da colpe e impunito, e da essere autorizzato a condannare la memoria come forma di sterile  e vendicativo biasimo che ostacola il ragionevole procedere nella storia.

 E mica possiamo pretendere che onorino la vergogna, emozione  dalla quale sono esenti avendola interamente delegata a chi sta sotto anche nella forma più nuova di fallimento personale rispetto a degli standard sociali, economici e culturali cui saremmo inadeguati per lignaggio, appartenenza sociale, rendita e identificabili grazie ai criteri della meritocrazia, diventata ormai scienza alla pari dell’antropologia, nella mani dell’aristocrazia di chi ce l’ha fatta per benemerenze dinastiche o di affiliazione.

E difatti è al  vuoto, o ai cani, come nel detto popolare, che ci tocca gridare vergogna! quando ricordiamo – ma siamo in pochi – a cosa è successo in questo anno,  allo sfregio che ci viene quotidianamente inferto da coloro che in modo del tutto arbitrario e schizofrenico: si può, non si può, si poteva ma ve ne siete approfittati, non abbiamo mai detto che si potesse, si arrogano la prerogativa di insegnarci tramite algoritmo cromatico qual è il “nostro bene”, dopo che hanno impedito il diritto di imparare, con il piglio di Torquemada combinato con Savonarola e Nostradamus.

O quando i pochi che contestano la gestione dell’emergenza sospettando una volontà nella sospensione di elementari garanzie democratica, sospensione interrotta per permettere un referendum preteso per rimuovere l’inettitudine a legiferare e riformarsi del Parlamento, vengono arruolati nelle file dei neofascisti riconfermando l’obbligatorietà di una maggioranza insostituibile, anche se si sta distinguendo per l’inquietante reiterazione di errori e crimini già commessi o per la coazione a ripetere di colpe del passato, dall’assoggettamento a Confindustria alla sottomissione peracottara all’Europa.

Ma pare non spetti a noi il governo della vergogna, così ripercorrendo qualche tappa, riprendiamoci almeno quello del ricordo tornando a quel 5 gennaio, quando il Ministero della Salute invita alla vigilanza alcuni enti all’ Istituto Superiore di Sanità,all’ Ospedale Spallanzani di Roma e il Sacco di Milano con una breve nota in merito a una “Polmonite da eziologia sconosciuta”, il cui focolaio è stato individuato in Cina, e senza allertare i clinici ospedalieri e i medici di base rimanda all’osservanza dei contenuti del Piano nazionale  antipandemico, che risale al 2017 in forma di fotocopia di quello del 2006,  derubricando il fenomeno a forma influenzale un po’ più virulenta. Ma fino al primo febbraio quando in apparente contraddizione con quella che a oggi dovrebbe apparire come una colpevole sottovalutazione, il Consiglio dei Ministri dichiara lo stato di emergenza per 6 mesi e stanzia 5 milioni di euro per le prime misure di contrasto, incaricando il Capo della Protezione Civile e task force commissariali in numero destinato ad aumentare.

Cade di venerdì l’inizio della Grande Paura, con la segnalazione del primo contagiato in Lombardia, cui segue uno stillicidio di allarmi sempre più accelerato, si istituiscono le prime zone rosse, si chiudono le scuole in sei regioni, il presidente  Fontana e poi quello del Lazio recatosi sul Navigli per un brindisi con i giovani elettori,  sono “infetti” e si formano due fronti, quello  di chi se la prende con i seminatori di paura che paralizzano  il Paese, da Beppe Sala che riapre i locali chiusi dalla Regione, dopo le 18  e indossa la maglietta con lo slogan #milanononsiferma, si fa ritrarre mentre prende lo spritz e condivide un video commissionato da 100 brand della ristorazione che esalta i “ritmi impensabili” della capitale morale al sindaco di Bergamo, a Salvini che si reca da   Mattarella a esigere di “Riaprire tutto e far ripartire l’ Italia”. E quello del blocco totale, del lockdown feroce, salvo una evidente accondiscendenza ai comandi di Confindustria, che si presta a sottoscrivere un accordo unilaterale in tema di temporanea sicurezza nei luoghi di lavoro, che porta alla divisione della cittadinanza in chi, gli essenziali, deve esporsi a quella che non è più una influenza appena un po’ più contagiosa, in fabbrica, al supermercato, in bus e metro, e quelli invece selezionati per salvarsi tra le mura di casa, o meglio per sopravvivere al virus ma non alla perdita del posto, del sapere, e pure della cura di patologie necessariamente trascurate.  

Così si sceglie la strada della paura che omologa tutto, si chiude il Paese ispirandosi alla Cina che in realtà a chiuso una regione, anzi uno sputo nel suo impero, convertita da barbara geografia di magnasorci a modello, si mette in moto una macchina vomita dati contraddittori, mentre gli ospedali vengono retrocessi a lazzaretti per incurabili, si depotenzia la medicina territoriale, si offrono soluzioni demiurgiche sotto forma di app inutilizzabili quando tutto l’impegno è profuso nel prendere tempo in attesa del miracolistico vaccino, mentre non viene neppure individuato e adottato un protocollo per la cura.

E poi si spendono milioni per mascherine (solo ieri il Manifesto ha riportato la denuncia in merito all’inefficacia delle mascherine prodotte da Fca), siringhe avveniristiche, container refrigerati  per morti in attesa di conferimento e vaccini,  padiglioni le somministrazioni, banchi, una panoplia di merci e prodotti dei brand sanitari, il tutto affidato a autorità commissariali accumulatrici di incarichi, competenze, poteri e conflitti di interesse.

Perché c’è delega e delega, potere sostitutivo e potere sostitutivo, così a fronte dell’insensata e opaca amministrazione dell’emergenza a cura delle Regioni, in particolare, per la tutela della memoria storica, per quanto riguarda deleghe ereditate dalle province cancellate da Renzi, in modo da resettare un po’ di partecipazione,  non è stata minimamente presa in considerazione l’ipotesi del commissariamento.

Nemmeno di Fontana e dei suoi famigli, nemmeno di Gallera, men che mai della new entry si fa per dire che ha messo il suo sigillo nobiliare sulla erogazione discrezionale dei farmaci per appartenenza di ceto, dando una personale interpretazione dell’immunità e della conseguente impunità come prerogativa di classe.

E dire che non si sarebbe trattato di una bizzarria istituzionale,  visto che all’articolo 120 della Costituzione si prevede che “...Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni.. quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali. ..” e che la legge “definisce le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del principio di leale collaborazione. ..”, e che i precedenti si contano  per inadempienze in tema di rifiuti (4), di sanità: famoso il caso della Campania scoppiato nel 2009, e prorogato con vari atti almeno fino al 2015. Senza parlare della facoltà per lo Stato di esercitare potere sostitutivo incaricando autorità commissariali di attuare i piani di rientro  necessari a  assicurare i livelli essenziali di assistenza ai cittadini.

Bisogna tenere memoria di questo, quando si assiste alla pantomima del rimpallo di colpe, messa in scena per ritrovare unità di intenti nell’attribuire le responsabilità al popolino infantile e riottoso, quando assistiamo alla celebrazione del Presidente insostituibile in quanto, ha scritto una penna intinta nelle lacrime greche, “lontano dai Palazzi”, salvo il Pirellone, Palazzo Barlaymont a Bruxelles, quello di Viale dell’Astronomia a Roma, quando, succederà prima o poi, saremo chiamati a eleggere i nuovi consigli regionali con particolare riguardo per quelli delle regioni che pretendono maggiore autonomia e licenza di uccidere, o quando scopriamo non  a caso che le Regioni soggette a controllo commissariale sono tutte del Sud, o quando esaltano la statura morale e la lezione dei nonni, quelli rimasti dopo la soluzione finale.

O quando quelli che vivono sicuri nelle loro tiepide case, e trovano a sera il cibo caldo e visi amici, esercitano la gretta superiorità degli svergognati immemori.


Dica 33, anzi no, bee

Quando la finiremo di fare le pecore e di collaborare al gioco al massacro che è poi il nostro massacro? Quando la smetteremo di dare credito ai colori delle regioni , ai fermi, alle  misure di segregazione anti covid che ancora nel febbraio dello scorso anno secondo la scienza ufficiale non servivano a fermare un contagio, che secondo gli studi più recenti sono persino controproducenti, ma che per motivi misteriosi e una scienza dozzinale e da media sono stati usati dappertutto in occidente arrivando in alcuni casi ( vedi Australia e Nuova Zelanda) alla creazione di  veri e propri campi di concentramento. E tutto per una sindrome influenzale che ha un tasso di letalità dello 0,26% comparabile a quello di un’influenza severa anche a tenere per buone le cifre ufficiali sballate grazie a un opportuno cambiamento dei criteri nelle dichiarazioni di morte ( chi non teme di affrontare la statistica medica può leggersi questo studio). Quando smetteremo di essere stupidi e ignoranti, di essere succubi delle bugie? Qui non si tratta di affermare che il Covid esiste o meno, né di inalberare sciocchi slogan tipici di chi non va oltre la televisioni e i suoi orrori di stupidità, ma di rendersi conto, dopo un anno, che le famose “misure” non servono a nulla e infatti non sono servite tanto che ne vengono proposte sempre di nuove, che le terapie intensive non sono piene e comunque ci si va per altre patologie, che il virus è perfettamente curabile e che non c’è alcun bisogno di pericolose, costose e ambigue vaccinazioni universali.

Francamente non riesco a comprendere come  questo non sia ancora chiaro e lampante e come lo slogan “il Covid non si nega, si combatte” tratto dallo stupidario dei subornati e dei gregari a tutti i costi, non abbia ancora trovato la sua verità, ossia che la malattia non costituisce alcun percolo rilevante a patto di avere un buon servizio sanitario e che invece costituisce un relativo rischio  per le persone fragili e già ammalate in assenza di una sanità pubblica efficiente perché demolita dai tagli draconiani  propiziati guarda caso proprio da quelle aree di potere che oggi sono alla testa della grande operazione paura. E non riesco ancora a capire come le persone nella loro stragrande maggioranza non si siano accorte che il vero pericolo in questa folle situazione non sia il Covid, ma la caduta di una decente assistenza per qualsiasi altra patologia, tanto non ti fanno esami e non ti ricoverano se non sei positivo, non c’è pià prevenzione dei tumori, mentgre le chemioterapie vengono interrotte e le sale chirurgiche sono chiuse ovunque. Tutto questo si che provocherà una mare adi morti nei prossimi anni  a parte quelli fatti dal vaccino, ma sottaciuti  Quando allo stato di paura e di atonia subentrerà il caos economico quella parte di sanità malata che si è piegata a questo disegno e gli ha tenuto bordone capirà quanto ha sbagliato a tradire il giuramento, perché sarà letteralmente spazzata via.  E tuttavia rimane da risolvere il problema del gregge, della facilità con cui le persone vengono manipolate, della loro paura a disobbedire anche di fronte ad ordini assurdi  che oltre a limitare gravemente le libertà personali, mettono in pericolo l’intera vita, le aspirazioni, le imprese familiari, il lavoro, i rapporti umani, la dimensione sociale, il futuro. Quale cambiamento antropologico è intervenuto per provocare questa passività anche di fronte alla catastrofe? Bè credo essenzialmente  l’assenza di politica e quindi dello scontro di idee che essa porta, la scomparsa di una immagine del mondo complessa e dialettica.: dalla metà degli anni ’80 in occidente c’ è stata un’unica verità possibile – peraltro corrispondente al fanatismo economico-finanziario globale strutturatosi dopo il declino dell’Unione sovietica – senza che vi fosse la possibilità di immaginare alternative e antagonismi effettivi che non fossero di nicchia.

L’omologazione  dentro un modello globale dove ogni visione disomogenea e potenzialmente antagonista rispetto al neoliberismo e ai suoi costrutti storici, viene demonizzata con parole private o alterate di senso di senso ( fascista, comunista, rossobruno, populista, negazionista) che sono come le delimitazioni di un campo di gioco oltre il quale qualsiasi palla non vale o innesca un fallo. Così  ogni scontro vive esclusivamente dentro una dimensione individuale e incredibilmente futile, finendo per ammansire intere  generazioni: in assenza dell’idea stessa di conflitto sociale e ideologico, di scontro fra prospettive possibili anche le vittime designate, anche il servo precarizzato, finisce per fare propria  propria la visione dell’avversario. Quindi non si può letteralmente immaginare di essere presi in giro senza contemporaneamente rigettare tutto il mondo in cui si è vissuti. Ora i medici non hanno più bisogno di chiedere ai pazienti di dire 33, basta dire bee.


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