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Smemorati & Svergognati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Viviamo in un tempo nel quale chi ha il potere celebra la memoria come valore  una  volta l’anno, mentre negli altri giorni viene concesso l’oblio affinché non reagiamo alle offese  e i torti subiti.

La Bibbia, vien bene il riferimento proprio oggi,  distingue tra non ricordare e dimenticare, tra un atto naturale e uno volontario, e quindi tra ciò che non dimentichiamo, e ciò che decidiamo di ricordare. Ma loro no, a questo servono varie tipologie di “droghe” e anestetici di sistema, paura, ricatto, intimidazione, stato di necessità grazia al quale si rinuncia a diritti e libertà, in modo che chiunque si affacci sulla scena possa approfittare della smemoratezza indotta per accreditare la sua pretesa di innocenza, immune da colpe e impunito, e da essere autorizzato a condannare la memoria come forma di sterile  e vendicativo biasimo che ostacola il ragionevole procedere nella storia.

 E mica possiamo pretendere che onorino la vergogna, emozione  dalla quale sono esenti avendola interamente delegata a chi sta sotto anche nella forma più nuova di fallimento personale rispetto a degli standard sociali, economici e culturali cui saremmo inadeguati per lignaggio, appartenenza sociale, rendita e identificabili grazie ai criteri della meritocrazia, diventata ormai scienza alla pari dell’antropologia, nella mani dell’aristocrazia di chi ce l’ha fatta per benemerenze dinastiche o di affiliazione.

E difatti è al  vuoto, o ai cani, come nel detto popolare, che ci tocca gridare vergogna! quando ricordiamo – ma siamo in pochi – a cosa è successo in questo anno,  allo sfregio che ci viene quotidianamente inferto da coloro che in modo del tutto arbitrario e schizofrenico: si può, non si può, si poteva ma ve ne siete approfittati, non abbiamo mai detto che si potesse, si arrogano la prerogativa di insegnarci tramite algoritmo cromatico qual è il “nostro bene”, dopo che hanno impedito il diritto di imparare, con il piglio di Torquemada combinato con Savonarola e Nostradamus.

O quando i pochi che contestano la gestione dell’emergenza sospettando una volontà nella sospensione di elementari garanzie democratica, sospensione interrotta per permettere un referendum preteso per rimuovere l’inettitudine a legiferare e riformarsi del Parlamento, vengono arruolati nelle file dei neofascisti riconfermando l’obbligatorietà di una maggioranza insostituibile, anche se si sta distinguendo per l’inquietante reiterazione di errori e crimini già commessi o per la coazione a ripetere di colpe del passato, dall’assoggettamento a Confindustria alla sottomissione peracottara all’Europa.

Ma pare non spetti a noi il governo della vergogna, così ripercorrendo qualche tappa, riprendiamoci almeno quello del ricordo tornando a quel 5 gennaio, quando il Ministero della Salute invita alla vigilanza alcuni enti all’ Istituto Superiore di Sanità,all’ Ospedale Spallanzani di Roma e il Sacco di Milano con una breve nota in merito a una “Polmonite da eziologia sconosciuta”, il cui focolaio è stato individuato in Cina, e senza allertare i clinici ospedalieri e i medici di base rimanda all’osservanza dei contenuti del Piano nazionale  antipandemico, che risale al 2017 in forma di fotocopia di quello del 2006,  derubricando il fenomeno a forma influenzale un po’ più virulenta. Ma fino al primo febbraio quando in apparente contraddizione con quella che a oggi dovrebbe apparire come una colpevole sottovalutazione, il Consiglio dei Ministri dichiara lo stato di emergenza per 6 mesi e stanzia 5 milioni di euro per le prime misure di contrasto, incaricando il Capo della Protezione Civile e task force commissariali in numero destinato ad aumentare.

Cade di venerdì l’inizio della Grande Paura, con la segnalazione del primo contagiato in Lombardia, cui segue uno stillicidio di allarmi sempre più accelerato, si istituiscono le prime zone rosse, si chiudono le scuole in sei regioni, il presidente  Fontana e poi quello del Lazio recatosi sul Navigli per un brindisi con i giovani elettori,  sono “infetti” e si formano due fronti, quello  di chi se la prende con i seminatori di paura che paralizzano  il Paese, da Beppe Sala che riapre i locali chiusi dalla Regione, dopo le 18  e indossa la maglietta con lo slogan #milanononsiferma, si fa ritrarre mentre prende lo spritz e condivide un video commissionato da 100 brand della ristorazione che esalta i “ritmi impensabili” della capitale morale al sindaco di Bergamo, a Salvini che si reca da   Mattarella a esigere di “Riaprire tutto e far ripartire l’ Italia”. E quello del blocco totale, del lockdown feroce, salvo una evidente accondiscendenza ai comandi di Confindustria, che si presta a sottoscrivere un accordo unilaterale in tema di temporanea sicurezza nei luoghi di lavoro, che porta alla divisione della cittadinanza in chi, gli essenziali, deve esporsi a quella che non è più una influenza appena un po’ più contagiosa, in fabbrica, al supermercato, in bus e metro, e quelli invece selezionati per salvarsi tra le mura di casa, o meglio per sopravvivere al virus ma non alla perdita del posto, del sapere, e pure della cura di patologie necessariamente trascurate.  

Così si sceglie la strada della paura che omologa tutto, si chiude il Paese ispirandosi alla Cina che in realtà a chiuso una regione, anzi uno sputo nel suo impero, convertita da barbara geografia di magnasorci a modello, si mette in moto una macchina vomita dati contraddittori, mentre gli ospedali vengono retrocessi a lazzaretti per incurabili, si depotenzia la medicina territoriale, si offrono soluzioni demiurgiche sotto forma di app inutilizzabili quando tutto l’impegno è profuso nel prendere tempo in attesa del miracolistico vaccino, mentre non viene neppure individuato e adottato un protocollo per la cura.

E poi si spendono milioni per mascherine (solo ieri il Manifesto ha riportato la denuncia in merito all’inefficacia delle mascherine prodotte da Fca), siringhe avveniristiche, container refrigerati  per morti in attesa di conferimento e vaccini,  padiglioni le somministrazioni, banchi, una panoplia di merci e prodotti dei brand sanitari, il tutto affidato a autorità commissariali accumulatrici di incarichi, competenze, poteri e conflitti di interesse.

Perché c’è delega e delega, potere sostitutivo e potere sostitutivo, così a fronte dell’insensata e opaca amministrazione dell’emergenza a cura delle Regioni, in particolare, per la tutela della memoria storica, per quanto riguarda deleghe ereditate dalle province cancellate da Renzi, in modo da resettare un po’ di partecipazione,  non è stata minimamente presa in considerazione l’ipotesi del commissariamento.

Nemmeno di Fontana e dei suoi famigli, nemmeno di Gallera, men che mai della new entry si fa per dire che ha messo il suo sigillo nobiliare sulla erogazione discrezionale dei farmaci per appartenenza di ceto, dando una personale interpretazione dell’immunità e della conseguente impunità come prerogativa di classe.

E dire che non si sarebbe trattato di una bizzarria istituzionale,  visto che all’articolo 120 della Costituzione si prevede che “...Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni.. quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali. ..” e che la legge “definisce le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del principio di leale collaborazione. ..”, e che i precedenti si contano  per inadempienze in tema di rifiuti (4), di sanità: famoso il caso della Campania scoppiato nel 2009, e prorogato con vari atti almeno fino al 2015. Senza parlare della facoltà per lo Stato di esercitare potere sostitutivo incaricando autorità commissariali di attuare i piani di rientro  necessari a  assicurare i livelli essenziali di assistenza ai cittadini.

Bisogna tenere memoria di questo, quando si assiste alla pantomima del rimpallo di colpe, messa in scena per ritrovare unità di intenti nell’attribuire le responsabilità al popolino infantile e riottoso, quando assistiamo alla celebrazione del Presidente insostituibile in quanto, ha scritto una penna intinta nelle lacrime greche, “lontano dai Palazzi”, salvo il Pirellone, Palazzo Barlaymont a Bruxelles, quello di Viale dell’Astronomia a Roma, quando, succederà prima o poi, saremo chiamati a eleggere i nuovi consigli regionali con particolare riguardo per quelli delle regioni che pretendono maggiore autonomia e licenza di uccidere, o quando scopriamo non  a caso che le Regioni soggette a controllo commissariale sono tutte del Sud, o quando esaltano la statura morale e la lezione dei nonni, quelli rimasti dopo la soluzione finale.

O quando quelli che vivono sicuri nelle loro tiepide case, e trovano a sera il cibo caldo e visi amici, esercitano la gretta superiorità degli svergognati immemori.


Dica 33, anzi no, bee

Quando la finiremo di fare le pecore e di collaborare al gioco al massacro che è poi il nostro massacro? Quando la smetteremo di dare credito ai colori delle regioni , ai fermi, alle  misure di segregazione anti covid che ancora nel febbraio dello scorso anno secondo la scienza ufficiale non servivano a fermare un contagio, che secondo gli studi più recenti sono persino controproducenti, ma che per motivi misteriosi e una scienza dozzinale e da media sono stati usati dappertutto in occidente arrivando in alcuni casi ( vedi Australia e Nuova Zelanda) alla creazione di  veri e propri campi di concentramento. E tutto per una sindrome influenzale che ha un tasso di letalità dello 0,26% comparabile a quello di un’influenza severa anche a tenere per buone le cifre ufficiali sballate grazie a un opportuno cambiamento dei criteri nelle dichiarazioni di morte ( chi non teme di affrontare la statistica medica può leggersi questo studio). Quando smetteremo di essere stupidi e ignoranti, di essere succubi delle bugie? Qui non si tratta di affermare che il Covid esiste o meno, né di inalberare sciocchi slogan tipici di chi non va oltre la televisioni e i suoi orrori di stupidità, ma di rendersi conto, dopo un anno, che le famose “misure” non servono a nulla e infatti non sono servite tanto che ne vengono proposte sempre di nuove, che le terapie intensive non sono piene e comunque ci si va per altre patologie, che il virus è perfettamente curabile e che non c’è alcun bisogno di pericolose, costose e ambigue vaccinazioni universali.

Francamente non riesco a comprendere come  questo non sia ancora chiaro e lampante e come lo slogan “il Covid non si nega, si combatte” tratto dallo stupidario dei subornati e dei gregari a tutti i costi, non abbia ancora trovato la sua verità, ossia che la malattia non costituisce alcun percolo rilevante a patto di avere un buon servizio sanitario e che invece costituisce un relativo rischio  per le persone fragili e già ammalate in assenza di una sanità pubblica efficiente perché demolita dai tagli draconiani  propiziati guarda caso proprio da quelle aree di potere che oggi sono alla testa della grande operazione paura. E non riesco ancora a capire come le persone nella loro stragrande maggioranza non si siano accorte che il vero pericolo in questa folle situazione non sia il Covid, ma la caduta di una decente assistenza per qualsiasi altra patologia, tanto non ti fanno esami e non ti ricoverano se non sei positivo, non c’è pià prevenzione dei tumori, mentgre le chemioterapie vengono interrotte e le sale chirurgiche sono chiuse ovunque. Tutto questo si che provocherà una mare adi morti nei prossimi anni  a parte quelli fatti dal vaccino, ma sottaciuti  Quando allo stato di paura e di atonia subentrerà il caos economico quella parte di sanità malata che si è piegata a questo disegno e gli ha tenuto bordone capirà quanto ha sbagliato a tradire il giuramento, perché sarà letteralmente spazzata via.  E tuttavia rimane da risolvere il problema del gregge, della facilità con cui le persone vengono manipolate, della loro paura a disobbedire anche di fronte ad ordini assurdi  che oltre a limitare gravemente le libertà personali, mettono in pericolo l’intera vita, le aspirazioni, le imprese familiari, il lavoro, i rapporti umani, la dimensione sociale, il futuro. Quale cambiamento antropologico è intervenuto per provocare questa passività anche di fronte alla catastrofe? Bè credo essenzialmente  l’assenza di politica e quindi dello scontro di idee che essa porta, la scomparsa di una immagine del mondo complessa e dialettica.: dalla metà degli anni ’80 in occidente c’ è stata un’unica verità possibile – peraltro corrispondente al fanatismo economico-finanziario globale strutturatosi dopo il declino dell’Unione sovietica – senza che vi fosse la possibilità di immaginare alternative e antagonismi effettivi che non fossero di nicchia.

L’omologazione  dentro un modello globale dove ogni visione disomogenea e potenzialmente antagonista rispetto al neoliberismo e ai suoi costrutti storici, viene demonizzata con parole private o alterate di senso di senso ( fascista, comunista, rossobruno, populista, negazionista) che sono come le delimitazioni di un campo di gioco oltre il quale qualsiasi palla non vale o innesca un fallo. Così  ogni scontro vive esclusivamente dentro una dimensione individuale e incredibilmente futile, finendo per ammansire intere  generazioni: in assenza dell’idea stessa di conflitto sociale e ideologico, di scontro fra prospettive possibili anche le vittime designate, anche il servo precarizzato, finisce per fare propria  propria la visione dell’avversario. Quindi non si può letteralmente immaginare di essere presi in giro senza contemporaneamente rigettare tutto il mondo in cui si è vissuti. Ora i medici non hanno più bisogno di chiedere ai pazienti di dire 33, basta dire bee.


I cantieri dell’Intanto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Intanto, in coda all’esultanza per il ripristino della democrazia e di un nuovo corso più trasparente e  indipendente dalla pressione dei grandi gruppi e delle lobby, sì ma negli Usa, si è appreso che il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, partito “ago della bilancia” per la governabilità,  risulta indagato per associazione a delinquere nell’ambito di una inchiesta sui rapporti fra ndrangheta e politica.

In particolare, nelle carte scritte dal magistrato Nicola Gratteri, si parla di un pranzo imbandito a Roma con intorno al tavolo proprio Cesa, il suo referente in Calabria Talarico e un imprenditore vicino alle cosche, Gallo e  nel corso del quale si sarebbero poste le basi  per una fertile collaborazione con scambio di voti contro appalti pubblici.

Intanto, mentre la traballante ministra dei Trasporti si sottrae al mea culpa per i più di dieci mesi di volontaria inazione nella riorganizzazione dei trasporti pubblici, che a differenza di scuole, teatri, cinema, ristoranti, musei, anche se molto frequentati, non rappresenterebbero rischiosi focolai, e mentre il budget per il potenziamento del settore, raggiunge la cifra ridicola di  200 milioni per il 2021 “al fine di  consentire l’erogazione di servizi aggiuntivi di vettori locali e regionali, destinato anche a studenti”, è stata resa nota la lista degli interventi strategici, secondo il piano di grandi opere predisposto in forma di slide per la convention di Villa Pamphili e definito provvedimento “sblocca cantieri”.

Intanto, mentre, alla faccia della medicalizzazione della società, non si procede con assunzioni di personale medico, paramedico e di professionisti sanitari di tutte le specializzazioni, salvo operatori addetti alla reception dei padiglioni di Arcuri e al servizio di vaccinazione condizionata dal reddito, mentre viene lasciata la delega alle Regioni, anche quelle che si sono distinte per una gestione criminale del passato e del presente,  per la erogazione di fondi e per il rafforzamento dei presidi sanitari che non dovrebbero consistere solo in reparti di terapia intensiva peraltro sguarniti di personale,  ci è stato reso noto che le priorità del costo di 35 miliardi in tre anni,  consistono nell’avvio dei 58 maxi cantieri della “ricostruzione” suddivisi in opere stradali   e ferroviarie, infrastrutture idriche, passando per i porti e i presidi di pubblica sicurezza presenti un po’ in tutto lo Stivale.

Intanto, mentre ogni giorno veniamo aggiornati sulle performance creative dell’autorità suprema Domenico Arcuri, divinità multitasking tra banchi, mascherine, siringhe, padiglioni, apriechiudi aziende decotte, attività dissipata di sperperaquattrini, assistenza a multinazionali intente a far compere nell’outlet Italia, forte della felice esperienza maturata con lui e con l’oltre quindicina  di task force con 450 esperti designate per la gestione della crisi, l’Esecutivo ha nominato i commissari straordinari incaricati della sorveglianza e della realizzazione di quei 58 interventi infrastrutturali “caratterizzati da un elevato grado di complessità progettuale, da una particolare difficoltà esecutiva o attuativa, da complessità delle procedure tecnico – amministrative ovvero che comportano un rilevante impatto sul tessuto socio – economico a livello nazionale, regionale o locale”.

Intanto, mentre migliaia di lavoratori sono espulsi dal mercato, ridotti sul lastrico, costretti all’umiliazione di mancette ingenerose, altri stanno per subire la mannaia dello sblocco dei licenziamenti, mentre attività e pubblici esercizi falliscono altri non seguono la stessa sorte perché vengono acquisiti provvidenzialmente dalla malavita organizzata, le nuove frontiere dell’occupazione si aprono a una forza lavoro sempre più precaria e dequalificata, quella dei cantieri delle grandi opere, promosse da tempo a motore della sviluppo grazie al carburante della corruzione, sulla cui trasparenza sono stati chiamati a vigilare 30 commissari.

Intanto, mentre si stanno allestendo gli uffici nei quali si svolgerà l’alto incarico dei 30 soggetti di controllo e operativi più o meni provenienti tutti dal Mit, Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti,  da  ANAS, e da  Rfi (Rete ferroviaria italiana del Gruppo FS), tecnici di elevata statura e professionale messa alla prova sul campo, si può scoprire che dalla lista fa parte Roberto Ferrazza, incaricato della vigilanza e della  ristrutturazione della caserma Ilardi di Genova e di una serie di altre ristrutturazioni di commissariati e caserme a Torino.   attualmente provveditore interregionale per le opere in Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria, legato a Genova però anche per un’altra questione: figura infatti nell’elenco degli indagati dalla procura per il crollo del ponte Morandi. 

Intanto, mentre il ministro “competente” dei Beni Culturali lancia la sua proposta per il rilancio del turismo, escludendo le visite di studiosi stranieri a musei, archivi e biblioteche, come la Statale di Lucca, stringendo un patto di ferro con Cassa Depositi e Prestiti, già attiva nel sostegno a catene alberghiere multinazionali, in Sardegna nel totale silenzio di stampa e rete, migliaia di cittadini sono costretti a scendere in piazza per battersi contro lo scempio a norma di legge di un provvedimento di carattere regionale in aperto conflitto con la normativa di tutela paesaggistica a carattere nazionale.

Intanto, mentre si segue con giubilo e entusiasmo il nuovo corso americano, gli stessi cittadini sardi, come quelli siciliani, in prima linea nel confronto nucleare tra le grandi potenze, protestano contro l’occupazione di suolo e la presenza dei maggiori poligoni per l’addestramento delle forze militari italiane e NATO, quelli di Salto di Quirra, Capo Teulada, Capo Frasca e Capo San Lorenzo, dove viene impiegato in esercitazioni a fuoco, circa l’80% delle bombe, delle testate missilistiche e dei proiettili impiegati nelle manovre militari dell’alleanza.

Intanto, mentre si fanno i primi conti delle colpe delle regioni, per quanto riguarda il pregresso, oltre al presente, e mentre continua senza nessun ripensamento la pratica di trasmissione di fondi e risorse, senza che venga esercitata nessuna forma di commissariamento ma neppure di controllo più vigile e condizionante, che magari assomigli all’occhiuta sorveglianza che ci riserva il soggetto extranazionale cui abbiamo ceduto la nostra sovranità, ad ogni incontro tra Governo ed Esecutivo le amministrazioni regionali avanzano nuove pretese, di maggiori competenze, di maggiori finanziamenti, di maggiore autonomia che mira  alla penalizzazione ulteriore del Mezzogiorno, allo smantellamento del salario sociale di classe, alla riproduzione dell’esercito industriale di riserva e alla privatizzazione dei servizi di assistenza, della scuola, dell’Università.

Intanto, mentre si ricorda sobriamente come un caro defunto il famiglia il “povero Pci”, vale anche la pena di ricordare che il suprematismo regionale che in Lombardia, in Veneto, in Emilia  ha prodotto un’escalation dei decessi per le influenze e per il Covid, grazie alla conclamata inadeguatezza dell’assistenza ospedaliera, era stato salutato dal governo di centro sinistra che ne 1999 aveva dato una spallata al sistema sanitario pubblico con una legge che regolava il “federalismo” trasferendo alle regioni il 20% (successivamente 25%) dell’Iva prodotta  nel Paese, attribuendo loro una maggiore compartecipazione all’accisa sulla benzina e un aumento dell’aliquota addizionale regionale, in qualità di risposta al malcontento  dei cittadini oppressi dal centralismo e come riconoscimento della qualità sociale di soggetti politici e amministrativi più vicini agli interessi della collettività.

Spesso vengo stigmatizzata per un eccesso nichilista di critica e un abuso catastrofista di biasimo,  ma sollevando gli occhi dal Pc, dalla tv, dalle fatture, dall’estratto conto, dalla lista di intimidazioni e ricatti che ci arriva ogni giorno, potremmo cominciare a guardare cosa c’è dietro agli “intanto”.


Ceto mediocre

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi è capitato di sbirciare nel profilo di un “conoscente” di Fb un post che ha incontrato un certo favore del pubblico, nel quale si enumerano quelle qualità speciali  del presidente del Consiglio che alla “marmaglia” populista, in odor di neofascismo, possono sembrare vizi innominabili.

Si va dall’aspetto distinto e dal look formale “proprio come un leader straniero”, alla   proprietà di linguaggio; dall’onestà confermata dal non aver fatto fuori  “49 milioni agli italiani né qualche decina alla sanità lombarda”,  all’abitudine ormai rara di non farsi fotografare mentre fa il pieno di schifezze nazionali e esotiche,  dalla riservatezza pudica che gli vieta di rivelarci il suo intimo,  di farsi immortalare durante passeggiate intemperanti con la fidanzata e di fare pubblica ostensione della prole, all’educato uso di mondo grazie al quale non molesta cittadini suonando imperiosamente i campanelli, fino a quell’approccio laico che inibisce a lui, sia pure fervente cattolico, di sbaciucchiare sacre immaginette e sgranare rosari live e on demand.

In una parola fervidi democratici e ardenti antifascisti non possono che compiacersi che le sorti del paese siano nelle mani dell’incarnazione dell’anti- salvini.

Vale poco ricordare l’angelo che con la spada fiammeggiante combatte l’odierno anticristo, si è lasciato andare a delicate confidenze urbi et orbi sul culto del santo di Pietralcina del quale conserva in portafogli l’immaginetta, che gli avrebbe insegnato l’umiltà e la preghiera, che è vero che non scampanella apostrofando incivilmente gli sconosciuti, però impegna i centralini di Palazzo Chigi con le telefonate dei fan, che non va a spasso con la morosa ma in compenso pare sia molto attento alla tutela dell’attività del suocero.

Vale invece ricordare che all’onestà, condizione necessaria ma non sufficiente,  non basta che non sfilino i portafogli dalla tasche sull’autobus, o facendo la cresta sui finanziamenti elettorali, o dissanguando il magro bilancio dello Stato,  lucrando e approfittando delle partite di giro della corruzione, perché invece esige scelte che non siano lesive del bene generale, che non favoriscano interessi particolari e privati, che abbiano lo sguardo lungo per quanto riguarda il passato in modo che danni e crimini non diventino l’alibi per l’inazione, per quanto riguarda il presente, in modo che sia pure in condizioni difficili non si ricorra a stati di eccezione, forme autoritarie e repressive, che possano compromettere il futuro, generando disuguaglianze, limitazioni delle libertà e del godimento dei diritti.   

È che secondo le nuove regole che hanno disegnato l’identikit del “meglio che ci possa capitare”, un passo in avanti, sembra, rispetto all’abusato “meno peggio” in virtù della situazione straordinaria che si sta vivendo, Conte rappresenta l’idealtipo del politicamente corretto.

Dopo – e prima, purtroppo, a vedere l’esuberanza di certe auto-candidature –  il grigiore feroce del loden montiano, dopo al sfolgorante pacchianeria cafona dei doppiopetto forzitaliani, dopo la sguaiata rozzezza delle felpe, si gioisce delle composte confezioni dell’avvocato di provincia con qualche incursione nel “fighettismo” atticciato con gli spacchetti,  da gagà con la pochette, come icasticamente ha osservato qualcuno.

Non c’è da stupirsi della prevalenza della forma, a considerare il successo del femminismo neoliberista in quote rosa, il trionfo di un antifascismo senza resistenza per il quale la liberazione consiste nel cantare Bella Ciao in poggiolo e non il riscatto da sfruttamento e sopraffazione, la fiducia accordata a un ambientalismo da giardiniere che raccolgono lattine e sacchetti in spiaggia, un’ideale di Lavoro basato su correzioni semantiche, il cottimo che diventa smartworking, l’illegalità che si chiama vantaggiosa mobilità, la precarietà proposta come liberatoria autonomia da vincoli e orari,  una visione dell’istruzione come passaggio formativo preparatorio a occupazioni in più possibile specializzate, atomizzate e infine servili.

Il politicamente corretto infatti si poggia solidamente sul ricorso all’eufemismo, secondo il quale basta addomesticare proverbi, luoghi comuni, consuetudini per far diventare accettabili azioni e comportamenti che favoriscono discriminazione, emarginazione e che offendono, purgandole in una specie di edificante  “Lourdes linguistica” come scrisse quel formidabile polemista Robert Hughes autore della Cultura del piagnisteo, che ultimamente si è sbizzarrita abbattendo monumenti e miti.  

E infatti tutto  il disdicevole deve essere ripulito, più che cancellato: dai comportamenti sessuali ai gusti letterari, al modo di parlare, di vestirsi, di scrivere, per uniformarsi  al “modo giusto di fare le cose”, adeguandosi agli imperativi di una maggioranza inquisitoria, insofferente nei confronti di tutto ciò che si “distingue”, che critica, che obietta, che si interroga, che “pensa”.

Così per combattere il fondamentalismo conservatore, deve affermarsi il bigottismo progressista che interpreta il razzismo come peculiarità esclusiva di un pubblico grossolano cui guardare come alla feccia condannata a meritarsi di restare nell’ignoranza brutale delle brutte periferie e definibile come l’indole maleducata alle gaffe inopportune della plebaglia,  o legge l’omofobia, proprio come il sessismo machista,  come il deplorevole atteggiamento del teppista dell’hinterland, oggetto invece di indulgenza quando si palesa come rivendicazione dei fermenti ormonali di vecchi puttanieri.

Per non parlare di quella forma di “dolce violenza” esercitata come ferma persuasione morale, che consiste prima di tutto nello sfoderare modi doverosamente aggressivi e animosi  per deprecare, denigrare e contrastare gli  avversari,  caricando le loro posizioni di tratti biasimevoli e caricaturali, richiamando all’obbligo della dissociazione e dell’anatema, e per poi arruolarli a forza in categorie disonorevoli che è necessario screditare: gente che non si accontenta dell’ecologia di Greta, dell’aiuto umanitario di Carola, dell’antifascismo delle sardine, che non è no vax ma non equipara – come pare faccia l’Europa, l’antiCovid all’antipolio, gente che ritiene che per non essere credibilmente  antixenofobi bisogna cominciare con il condannare colonialismo, imperialismo e le loro guerre di conquista, e con il riflettere su un’immigrazione che è stata promossa e favorita per spostare  merce-uomo dove occorreva  al padrone, poi servita per creare conflitto tra poveri e alimentare diffidenza e ostilità.

Così quelli che ancora si credono élite e in quanto tale, esenti e risparmiati perché culturalmente e socialmente superiori, fanno una quotidiana manutenzione dello loro status “bannando” gli inferiori, mettendo i loro like e il je suis sul profilo in nome di bandiere curate nei colori e nel decoro, pilastro dell’ordine pubblico mondiale, e battaglie che hanno sostituito quelle antiche a classi “cancellate” o rimosse, a ideologie arcaiche e superate, per dare sostegno a minoranze più comode, quelle remote, quelle che si possono omaggiare con un’offerta o una petizione,  quelle benviste dal capitalismo nella sua variante “umanista” e “cosmopolita” , green e tecnologica (i bombardamenti avvengono in remoto, premendo un tasto), integrate e funzionali alla sua sopravvivenza.

Non è semplicistico dire che grazie a questa declinazione della vecchia ipocrisia, il progressismo legittima la sua adesione al neoliberismo, il riformismo autorizza che in suo nome di assecondino le incursioni in armi di sovranità illiberali esterne,  la democrazia ridotta a espressione letteraria  venga usata come copertura da chi ha promosso la fine della partecipazione, da chi permette che si ricorra in nome nostro e della nostra salute a misure eccezionali e che si abusi di strumenti straordinari, che si impongano e si rendano permanente stati anomali, in un delirio di onnipotenza che grazie al regime del terrore è ormai largamente giustificato, accettato, celebrato. Anche se sono invece espliciti e evidenti l’assoggettamento alla sovranità imperiosa delle multinazionali, farmaceutiche,  tecnologiche, commerciali, la concessione e la consegna del Paese a una “superpatria” fittizia che detta condizioni, presta soldi a strozzo e impone forme e entità della restituzione, partecipa in prima persona dell’ingiunzione di un particolare prodotto salvavita, dopo aver sollecitato la fine dell’assistenza, della cura, della ricerca in qualità di spese superflue di una collettività dissipata.

Il ceto medio non c’è più, ha lasciato il posto a un ceto mediocre, che recita la sua melensa apologia dei nonni, mentre li fa morire anticipatamente nelle case di riposo e negli ospedali nei quali vige, ora tacitamente e tra poco legalmente, una soluzione o selezione finale, che censura e criminalizza ferocemente il dissenso omologato a offensivo ribellismo o patologia da sottoporre a Tso, che conduce una crociata in difesa degli altari di una scienza clinica largamente condizionata e asservita a interessi di mercato, mentre gli ospedali e i luoghi di cura sono interdetti a malattie “altre”, che divide e aiuta a dividere e a contrastarsi le vittime sociali, che nega qualsiasi principio di quella responsabilità che pretende dai cittadini, coprendo antiche e nuove malefatte, colpe e omissioni, inazione e corruzione.

Sarebbe ora che il popolino disprezzato cominciasse a esigere qualcosa di più del “il meglio” delle brave persone.


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