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Razzismo vaccinale

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se ve ne siete accorti, ma anche la verità è disuguale, e dunque possono dirla in regime di monopolio solo i ricchi e potenti, che non temono ripercussioni, censure, ostracismo.

In questo caso poi il soggetto che si è espresso con icastica e incisiva brutalità possiede tutte le caratteristiche per essere protetto e intangibile da critiche che possano ledere il suo stato e ostacolare la sua azione, per nascita, privilegi ereditati, incrementati e arricchiti grazie a vincoli matrimoniali, amicizie e ambizione personale che le ha permesso di intraprendere carriere inarrestabili e insediarsi da inamovibile in vertici impervi per nuovi arrivati. Sono accessori questi che permettono all’élite di proferire frasi e minacce tremende che altri, più in basso, non direbbero mai per non passare da cinici sprezzanti, mentre è certo che le metterebbero, e le mettono, in pratica, saltando agevolmente le parole per passare ai fatti.

Qualcuno ipotizza che l’assessora lombarda tornerà sui suoi passi, che adesso come un Berlusconi, un Renzi, un Conte qualunque dirà di essere stata fraintesa, che quello che ha detto è stato estrapolato e manomesso.

Macchè con l’innocenza dei boia che rivendicano di fare con efficienza il loro mestiere, con quel piglio da praticona sbrigativa, che combina certe specificità attribuite alle donne con i modi spicci e spregiudicati dei maneggioni che ti appioppano fondi, assicurazioni, mutui capestro, la Moratti ha confermato che proseguirà con piglio imprenditoriale e tenacia amministrativa  sulla strada aperta da anni, quella dell’applicazione ad ogni contesto e settore delle leggi inderogabili del mercato, come hanno fatto e fanno altre signore prima di lei, Thatcher, Fornero, Lagarde, von der Leyen, che spesso hanno affogato gli stessi crimini in una palude ipocrita di lacrime e pentimento.

E infatti che cosa ha detto fuori dai denti?   Che i Vaccini anti-Covid devono essere somministrati “più in fretta” nelle regioni con maggior densità abitativa, più mobilità, fortemente colpite dall’epidemia e che contribuiscono in modo significativo al Pil, chiedendo di prendere in considerazione non solo fattori demografici e sanitari, ma anche economici, preponderanti nei territori che costituiscono il “motore del Paese”.  

Qualcosa cioè che ogni dirigente di rito ambrosiano, ogni notabile meneghino, ogni leader padano pensa e cerca di fare, a cominciare dal parlamentare europeo leghista Ciocca che ha affermato che “se si ammala un lombardo vale di più che se si ammala una persona di un’altra parte d’Italia”, del sindaco della Capitale morale in campagna elettorale che se la piglia su Instagram con l’assessora:  «Ci sono mattine in cui ti possono cadere le braccia. il tuo Paese in preda a una crisi politica difficile da decifrare e nel momento sbagliato, la tua Regione che chiede l’assegnazione dei vaccini in base al Pil», ma segue scrupolosamente le orme della ex sindaca mettendo al sacco Milano, svendendola a prezzi da outlet a multinazionali immobiliari, emirati compresi.

E qualcosa, vale ricordarlo, che sognano di fare con più energia e pervicacia anche presidenti “diversamente leghisti”, come Bonaccini che pretende, in accordo totale con la Coraggiosa, una maggiore autonomia della sua regione in materie strategiche, scuola, università e appunto sanità, in barba algi scandali delle spese pazze e alle prestazioni fornite in fase pandemica, grazie al moltiplicarsi delle spinte verso una estensione delle prerogative regionali, peraltro prevista dalla riforma costituzionale del 2001, voluta da un Centrosinistra succube del secessionismo bossiano e favorita dall’introduzione del federalismo fiscale, poi disciplinato da una legge del 2009 che porta il nome di Roberto Calderoli e che vige in grazia di Dio, del Pd, dei 5stelle, di Conte 1 e 2 e del popolo italiano che non perde occasioni per rimuovere l’opportunità di farsi giustizia con l’ultimo strumento democratico rimasto e ultimamente “abusato” da un ceto che non vuole riformarsi.

E dunque perché scandalizzarsi per la rivendicazione di essere autorizzata a fare quello che leggi e usi prevedono ampiamente, a realizzare quello già intrapreso, comprese le nefandezze degli immediati predecessori, dimissionari ma non commissariati, intervento di forza che rientra nelle competenze degli esecutivi ma esercitato solo nei confronti di regioni del Sud. A dimostrazione della dichiarata mediocrità politica e civile del Governo, interessato invece a non intervenire per mantenere una ripartizione dei poteri che permetta lo scaricabarile o la manutenzione di rapporti affaristici con interlocutori privilegiati.

Si sa che le competenze regionali in materia sanitaria sono talmente estese da costituire la parte assolutamente preponderante della loro azione, esattamente come i relativi costi rappresentano la principale componente dei loro bilanci incidendo per oltre l’80% della spesa corrente. A questo equilibrio squilibrato si deve la demolizione del sistema assistenziale e di cura pubblico, che ha origine nei tagli decisi in obbedienza ai diktat europeo, eseguiti con la correità delle Regioni nell’organizzazione e nel contrasto ai fenomeni come il virus:  dunque dipende da loro se si è scelto di privilegiare le strutture ospedaliere a scapito della medicina territoriale  di base, così come la penalizzazione del “pubblico” e il sostegno ai “privati”, tanto che i decantati modelli lombardo e anche emiliano si fondano nel primo caso sull’equiparazione meccanica dei soggetti, nel secondo anzi sulla competizione  e la concorrenza grazie alla spietata aziendalizzazione, che trova conferma esemplare nel ruolo dato al cosiddetto ”welfare aziendale” dei dipendenti regionali in materia di prestazioni sanitarie.

D’altra parte non deve stupire che un governo che sta rivelando la sua indole autoritaria, seppure coi guantini di velluto dello zerbinotto, non abbia preso di petto la questione, lasciando campo libero ai caudillos periferici, contribuendo così a alimentare la leggenda che una tragica pandemia si può contrastare solo riducendola a crisi sanitaria e a questione di ordine pubblico, arrivando a sdoganare  le performance del nemico giallo e attribuendo i successi del contenimento della malattia  all’intrinseca antidemocraticità del regime.

Si tratta della assegnazione politica e morale di un ruolo “guida”, che è stata rivelata il 9 marzo quando è stato esteso a tutto il territorio nazionale il lockdown stabilito la sera del 7   per la Lombardia, con un atto drastico e incomprensibile perfino ai tecnici che aveva suggerito una chiusura controllata delle zone a più alta incidenza epidemica. Cui fa da riscontro l’altra scelta, quella grazie alla quale i lavoratori delle aeree più colpite comunque hanno continuato  a viaggiare e esporsi nelle fabbriche, negli uffici, nei supermercati delle catene di distribuzione, senza che venissero adottate strategia di gestione dell’emergenza e piani di sicurezza, a dimostrazione che si voleva salvaguardare l’economia del “motore” del Paese dall’indebita concorrenza di aree più svantaggiate. 

C’è poco da scandalizzarsi per le sconcezze della madre badessa, sta semplicemente celebrando le liturgie della religione di Stato e di Governo, quella del dio profitto.


Falò della Vanità, gli “influencer” dell’Influenza

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A leggere il libro Cuore, si capisce che il piccolo Enrico, poi magistralmente interpretato in tv dal nipotino del regista che fin dall’asilo voleva approfittare delle opportunità dinastiche per farsi  allievo di Montezemolo, leader,  sindaco,  premier,  presidente, Ad, imperatore, e i suoi compagnucci di scuola da grandi sognavano di fare gli esploratori, i pompieri, i medici missionari, gli inventori.

Poi i tempi sono “evoluti”, e con essi la progettualità infantile popolando l’immaginario delle nuove leve di comandanti dell’Alitalia, hostess, agenti segreti, più tardi grazie alle serie televisive, di magistrati, poliziotti e Ultimi, e di calciatori e veline fidanzate di goleador, art director e top model. Infine, in coincidenza con la fine del “lavoro”, la demolizione dello studio e l’illusione dell’estinzione della fatica, la proiezione del sé di domani, si è ridotta da talentuoso imprenditore di start up in garage, a pilota di droni, a manager dell’accoglienza nel B&B a casa di nonna, a dinamico e indipendente consegnatario di Glovo.

Ma il vero sogno nel cassetto  pare sia accreditarsi come influencer. Operazione non poi così difficile, a vedere i casi di successo, e che richiede come unico talento irrinunciabile, una sgangherata autoreferenzialità e una tendenza all’egolatria.

Non a caso si deve al Covid, alla Grande Influenza, l’auto accreditamento di nuovi soggetti che rivendicano una funzione di persuasori per comportamenti eticamente ineccepibili  e ad elevato contenuto di responsabilità sociale: attori di serie Tv, garrule starlette prestate ai Grandi Fratelli, referenza prestigiosa vista la carriera portentosa di un partecipante del passato, talent scout di rapper,  neo melodici, coristi di jingle, compositori e “produttori”, sono impegnati h 24 a  convincerci della bontà  dell’ignoranza e del valore igienico dell’obbedienza, lanciando l’anatema contro chi non si vaccina quando per anni ha invece ingurgitato bevande e cibi, farmaci e droghe senza premurarsi di sapere cosa ci sia dentro.

E istigandoci a restare così nella beata inconsapevolezza e spensierata osservanza dei comandi  che ci risparmiano dallo sforzo di conoscere, interrogarsi, decidere.

Da adesso poi diventare influencer, testimonial, e pure sponsor a titolo gratuito delle case farmaceutiche, è più facile ancora, grazie a Vanity Fair, rivista non casualmente nata in America, che lancia la sua campagna social pro piazzando su Instagram il faccione del sindaco Sala, e  invitando tutti  a seguirne il fulgido esempio, postando  la propria foto con l’adesivo #iomivaccino che si trova sull’account del magazine.

Guardatela, quell’immagine è proprio al sintesi perfetta dei miti distopici della Capitale Morale che ieri non ha saputo fronteggiare la neve, non sorprendente a quelle altitudini, come non era sorprendente una superiore incidenza di un virus nella regione più inquinata, trafficata e urbanizzata.

Quello della “Milano da bere” che si è fatta mangiare perfino dagli emiri, svendendosi il territorio, cacciando i residenti in un mesto hinterland e che spera di resuscitare buttando quattrini e risorse nei giochi invernali dopo il flop dell’Expo. Quello delle riviste patinate  che hanno aperto virtualmente ai ragiunat i luoghi dei mega-dirigenti, degli Ad, e pure del Cavaliere, rivelando i loro consumi, le loro sartorie, le loro cantine, le loro letture e i loro Pantheon, ammettendoli sia pure solo virtualmente, in cerchie “esclusive” legittimate a sfruttare, dissipare, corrompere, pretendere, scopare a pagamento, mettere l’orologio sopra il polsino e tirare la cocaina.  

E quello di un sindaco che a onta dei  più remoti e dei più recenti insuccessi, si ricandida spudoratamente, accomodato nell’ultima trincea, quella olimpionica,  dove si celebra la bulimia costruttrice e speculatrice nell’urbanistica negoziata della Moratti, di Albertini, di Pisapia,  del «Progetto Porta Nuova» (pro­prietà fon­diaria comprata da emirati e principati), della riconversione dei sette scali ferro­viari, circa 1 milione e 300 mila mq,  dei grotteschi  grattacieli di una City Life (la prima «Nuova Milano») sull’area dell’ex-Fiera, assediati da impressionanti cataste di casamenti, a imitazione provinciale  della Dubai dei sette emirati, o delle città nuove saudite,  dove invece la tendenza è a abbandonare la distopia delle torri smisurate che graffiano il cielo.

E che pare inossidabile alla vergogna tanto che dopo aver  sacrificato i lavoratori essenziali santificando il profitto dopo aver riaperto le fabbriche e fatto viaggiare i tram stracolmi chiudendo i reparti ospedalieri troppo pieni, dichiara la sua vicinanza agli elettori recando il “panetùn” natalizio agli indigenti indigeni – quelli stranieri preferisce renderli invisibili grazie alla pulizia etnica delle forze dell’ordine –  come fosse un Salvini qualunque,  motivando l’acquisizione della sua pagine di propaganda elettorale:  “credo che chi oggi abbia responsabilità politica deve sentirsi la responsabilità di dire, senza se e senza ma, che si vaccinerà, mi pare veramente il minimo, io lo faccio con convinzione”.

Mica è il solo, il Bonaccini ha indetto, molto fotografato e in tempestiva coincidenza con l’epopea sotto zero dei camion refrigerati, narrata con gli accenti epici dello sbarco in Normandia e con quelli biblici  dell’inaugurazione della salvifica Arca di Noè,  il V-day, inteso come Giorno del Vaccino,  a Modena, da dove  è partita la campagna che  si estenderà a tutta la popolazione, al grido entusiasta “ce l’abbiamo fatta, tutti insieme”, perché se “il 2020 si era aperto, scrive il Feltri jr, con lo strisciare da rettile della pandemia si è chiuso con l’arrivo dell’antidoto, non so se sia sacrilego spendere il termine di miracolo, miracolo umano”. 

Saremo salvi, ci fanno capire,  se tutti seguiremo l’esempio dei Vip, politici, campioni sportivi, attori, subrette salvo qualche deplorata ballerina, mentre manca all’appello un buon numero di medici e infermieri, alcuni dei  quali già prontamente denunciati agli ordini professionali grazie alla  doverosa confusione che mescola le schiere degli empi no-vax che rinnegherebbero perfino Sabin con le pattuglie eretiche di quelli che si interrogano su efficacia e trasparenza del prodigio Pfitzer, tacciati di rozzo antiscientismo, di quelli che ne mettono in dubbio la portata liberatoria e redentiva se porteremo per sempre la mascherina, dovremo mantenere il distanziamento, verranno ordinati nuovi lockdown e se è ancora incerta la durata dell’immunità per chi si è sottoposto e la sua possibile contagiosità per gli altri, per non parlare degli effetti collaterali, le controindicazioni e i danni a breve e lunga distanza.

E così come lotofagi, potremo guarire con l’oblio dalla memoria di anni di demolizione del sistema sociale, dell’assistenza, della cura, dell’istruzione, finalmente immuni al rischio di pensare, agire in libertà, lottare contro soprusi e sfruttamento.

È che la dolce persuasione morale cui ci stanno sottoponendo ha lo stesso carattere imperioso e obbligatorio delle raccomandazioni dei Dpcm.

Non verranno a prenderci a casa i battaglioni del vaccino come nei film di fanstascienza per tradurci nei rosei padiglioni di Arcuri, non ci metteranno al camicia di forza per inocularci il miracolo con le  siringhe a altra prestazioni del suddetto commissario, ma sono già predisposte le liste di proscrizione per il personale sanitario disertore, Zaia ha anticipato con festoso entusiasmo che hotel e compagnie aeree rifiuteranno i loro servizi ai traditori,  il sottosegretario alla Salute Sandra Zampa in Tv, lancia il tema dell’obbligatorietà come pre-condizione per chi lavora nel pubblico: “se ci dovessimo rendere conto che evidentemente c’è un rifiuto che non si riesce a superare, io penso che nel pubblico non si possa lavorare”.

E se il vice ministro alla Salute Pierpaolo Sileri afferma che “se un medico non capisce l’importanza del vaccino ha sbagliato lavoro” e che se necessario l’obbligo per il personale sanitario non è affatto da escludere, dando una inedita interpretazione del concetto di obiezione di coscienza che avremmo voluto venisse adottata per gli antiabortisti, Rossana Dettori, segretaria confederale della Cgil con delega alla sanità, salute e sicurezza rilancia in nome dell’unità dei lavoratori: “se il Governo dovesse decidere per l’obbligo, questo non può valere per una sola categoria. Deve valere per tutti i lavoratori, non solo per quelli della pubblica amministrazione. Anche per chi lavora nel privato…” .   

Alla Vanità in Fiera, non ci resta che preferire un bel Falò della Vanità di sacri e profani, boriosi e penitenti, peccatori e savonarola.


Postridicoli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“I banchi a rotelle esistono da dieci anni e cambiano il modo di fare didattica. Li abbiamo presi perché servono sia per affrontare l’emergenza, sia perché sono un patrimonio strutturale che resterà per le future generazioni”, parola di Azzolina affidata spericolatamente a Google per i posteri, che conferma la massima di Flaiano: dev’esserci qualcuno che continua a spostare la soglia del ridicolo.

Non so se l’avete notato, ma il ridicolo è ed è sempre stato un effetto che si percepisce a posteriori.

A guardare un cinegiornale Luce chiunque si interroga su come sia stato possibile che si adunassero masse oceaniche a osannare quel rozzo imbonitore, bevendosi la sua retorica da quattro soldi, che sognassero le visioni di grandezza che propinava da quel balcone, che si compiacessero per le sue performance grottesche in veste di volta in volta di spigolatore, muratore per la grandezza dell’Italia, picconatore per far posto alla modernità. O che milioni di tedeschi ben prima della minaccia, dell’intimidazione, del terrore si consegnassero a quell’ometto dalla voce stridula, si facessero sedurre dalle sue mossette da isterico, non ridessero delle sue divise da operetta.

Anni dopo e per anni milioni di italiani hanno votato per le chimere di un venditore porta a porta, col parrucchino di moquette, il fondotinta che colava come l’hennè del Craxi dei suoi ultimi comizi, ridevano delle sue barzellette trite e ritrite, si beavano della sua filosofia da cumenda “lavoro, guadagno, spendo, pretendo”. Si sono perfino preoccupati quando, colpito da un attentatore che brandiva un duomo in miniatura, mostrò le ferite come meriti acquisiti sul campo. E gioivano per e con lui quando a suon di sottintesi da caserma o da bar lasciava intuire i successi delle sue campagne a pagamento sotto le lenzuola.

Non è proprio vero che una risata possieda la potenza di seppellire tiranni e despoti. E’ vero invece che di solito ci si accorge di quell’aspetto risibile e patetico, umano e dunque sorprendente in chi si atteggia da superuomo, solo quando rotola giù la testa da busto marmoreo, quando il condottiero viene disarcionato e cade nel fango sporcandosi li beli braghi bianchi della divisa imperiale.

Perfino adesso che godiamo di quella onnipotenza virtuale che ci permette di vederli rendersi ridicoli in diretta, di ascoltarne le baggianate h24, di approfittare dell’eterna memoria di Google che non dimentica e non perdona, dimostriamo una inquietante tolleranza, una imperdonabile indulgenza nei confronti di chi ci sfrutta, ci toglie libertà e diritti, ci deruba, ci inganna, ci autocensuriamo come se fosse maleducato, o peggio rischioso, non prenderli sul serio immaginandoli seduti sul water, ritoccarsi con la crema da scarpe la chioma e la barba autorevole, sistemare la soletta nelle scarpe per parere più alti.

Eppure siamo consapevoli che a noi non viene perdonato nulla, che non c’è reciprocità soprattutto di questi tempi quando i padri spirituali delle sette pentecostali di Confindustria, della Borsa, dell’Ue e dell’industria farmaceutica ci impongono la penitenza per farci scontare i loro stessi peccati.

Adesso che dal primo lockdown sono stati spesi oltre 120 miliardi, ma i problemi del sistema sanitario, della sicurezza nei posti di lavoro, del trasporto pubblico, della scuola, dei ristori arbitrari, dei musei chiusi e i centri commerciali aperti, degli esercizi al dettaglio falliti mentre Amazon prospera, sono irrisolti, mentre il popolino puerile deve, compunto e devoto, stare a sentire i pistolotti sul Natale denso di spiritualità del pretonzolo di Palazzo Chigi che starebbe bene al posto di De Sica curato ciociaro nel celebre cinepanettone.

Si vede che si è restii a rendere sghignazzo per offesa, sberleffo per umiliazione ai potenti in vita e vigenti. Si dirà che è per paura, perché si è soggetti a ricatti concreti o morali. Di questi tempi poi è probabile che come un veleno serpeggi il timore accuratamente nutrito che ai ridicoli del momento si sostituiscano ridicoli più tremendamente macchiettistici già provati o dei quali si deve temere la prova per via dell’adesione generalizzata che viene data al partito del meno peggio, del male minore che sottovaluta che sempre di Male si tratta.

Eppure se proprio vogliamo riservare scherno, dileggio, derisione a qualcuno dovremmo ragionevolmente dedicarli a chi dopo aver riempito i social della satira faidate con oggetto lo Zaia che denuncia le scorpacciate di topi vivi dei cinesi, ha pensato bene di aver riso abbastanza e lo ha rivotato, permettendogli di farsi delle sonore sghignazzate sulla insipienza degli elettori veneti.

 E come non temere il plebiscito che si aspetta il ricandidato Sala del quale verrà prudentemente rimossa l’immaginetta votiva in t-shirt con lo slogan #milanononsiferma, quando si fa ritrarre mentre prende lo spritz e condivide un video commissionato da 100 brand della ristorazione che esalta i “ritmi impensabili” della capitale morale.

Pensate che seguito continua a avere il presidente Zingaretti, augusto demolitore della sanitò pubblica della sua regione, che mogio mogio deve dichiarare un Covid asintomatico, dopo l’apericena con figuranti giovano del Pd sui Navigli.

E volete scommettere che ha ancora delle chance il successore del celeste governatore, altra figurina, immortale quella perché viene ancora interpellato sui grandi temi, del catalogo dei grandi cicisbei del Ridicolo, immortale questo perché è al suo posto invece di essere sbattuto fuori e commissariato con ignominia, quel Fontana che ha suscitato ilarità più della sua imitazione quando si mette in isolamento in diretta Facebook dopo aver annunciato la positività di una sua collaboratrice, infilandosi a rovescio la mascherina.

Per non parlare del concorso di attori impegnati nella comunicazione a corrente alternata:  “Siamo prontissimi” (Presidente del Consiglio ) “Non possiamo presentarci come il lazzaretto d’Europa” (Presidente del Consiglio), “Andrà tutto bene”  (sempre lui), e poi via con lo stato di eccezione necessario e doveroso, con i Servizi Segreti, la cui delega è nelle mani di Conte  che come in un film di Mel Brooks aiutano a secretare, declassare a scenario e poi sbianchettare la data di un dossier declassato a ‘scenario’ mentre invece il frontespizio riporta il titolo “Piano Nazionale Anticovid”, rimasto sempre lo stesso per anni anche dopo che Formigoni aveva dichiarato essere inadeguato nel 2006; o con il no alle mascherine non ancora approntate dalla Fca, diventate irrinunciabili a prodotto confezionato, con la proibizione a effettuare autopsie retrocesse a esercitazioni da necrofili, con l’anatema lanciato contro cure rivelatesi efficaci, ma malviste per scarso ritorno economico e dunque osteggiate dai santoni in libro paga delle case farmaceutiche.

Una definizione di umorismo nero dice che si tratta di un genere narrativo che suscita ilarità pur raccontando di  eventi o argomenti generalmente considerati molto seri o addirittura tabù, come la guerra, la morte, la violenza, la religione, la malattia, la sessualità, la diversità culturale, l’omicidio e così via. 

E ci siamo dentro di certo nell’intermittenza di adesso non si può, tranquilli adesso si può, no, non si può più per colpa vostra, anche se ve l’avevamo permesso.

Ci siamo dentro nel riconoscimento, in qualità di unica patologia della quale è concesso morire del Covid19, mentre ci lasciano crepare di tutte le altre sottovalutate, trascurate, non curate. Ci siamo dentro nell’affidamento apotropaico lettura ai santini: i virologi, gli epidemiologi, i veterinari, ai cornetti contro il malocchio: le mascherine, alle liturgie: bollettini, conta dei morti, statistiche.

Ci siamo dentro eccome quando rivendichiamo lo status di resistenti per aver cantato Bella Ciao e Azzurro durante il lockdown tra una serie e l’altra di Netflix, quando vogliamo l’onorificenza di Cavalieri del Lavoro per esserci prestati al cottimo creativo dello smartworking permesso dall’esposizione al virus di milioni di lavoratori di serie B, che producono, anche armi peraltro, recano viveri con Glovo, Justeat e Easycoop, forniscono corrente elettrica per stare su Facebook a denunciare nel tribunale sociale i trasgressori.

Verrebbe da dire che sarebbe una bella e cruda sceneggiatura based on a true story e venata di sarcasmo nei toni del nero, la vicenda di una impresa statale che viene data per quattro soldi a una dinastia criminale che avvelena, vessa e martirizza dipendenti e una intera  città, che poi quando l’ha vampirizzata scappa impunita come impuniti e immuni sono i successivi aspiranti all’acquisizione desiderata per eliminare la concorrenza, gli stessi che piazzano in veste di killer per la soluzione finale una kapò feroce.

E che così approfittando dell’emergenza sanitaria, che in quel posto si aggiunge ai fattori di morte già presenti, prestano il destro a un governo che fa assumere debiti, colpe, delitti a noi cittadini investendo lo Stato del ruolo di elemosiniere, affidando la liquidazione nella sua forma più ignava al manager più discusso e discutibile di questi tempi, quell’Arcuri dai banchi a rotelle, del brand delle mascherina, delle app fallimentari,  quel bel tomo davvero che immagina l’industrializzazione come l’occasione per investire a fondo perduto i quattrini pubblici in modo da dare ossigeno alle multinazionali, qualcosa che suona come una lugubre presa in giro dei morti di Taranto, di quelli dell’epidemia e pure dei vivi derubati e espropriati.

È vero, non c’è niente di comico, se non li seppelliamo né sotto il fango delle loro responsabilità e nemmeno sotto una risata, per la quale ci vorrebbe proprio il Molière della  Prècieusese ridicules che racconta di due provinciali che arrivano a Parigi, ma va bene anche Roma, per infilarsi e accreditarsi nella mondanità esclusiva dell’aristocrazia, ma va bene anche la politica.

Vi ricordano qualcuno? È che loro a differenza delle macchiette del progressismo, dei resti della banda degli onesti, delle e sagome bislacche che l’antifascismo senza resistenza identifica come il Male assoluto, fanno un figura meschina.

Ma allora non risparmiamoli, se è vero che il ridicolo può uccidere più della spada.    


Il banchetto osceno dei governatori

crapulaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma non eravamo insorti tutti quando le critiche alla gestione del “contenimento” dell’epidemia rivolte alla Lombardia avevano sconfinato in veri e propri attacchi all’industrioso popolo lombardo, nemmeno avesse, compatto,  votato Lega.

E non era diventato il motivo conduttore della propaganda in favore della riscoperta dei valori più sacri, il richiamo all’unità nazionale ritrovata come motore morale per combattere il Covid?  E non si era detto che con la ricostruzione si sarebbe dovuto riedificare anche l’impianto etico della nazione più forte e coesa?

I nostro progressisti devono proprio essere guariti almeno dalla retorica sciovinista, vedi mai che si trasformi nell’aborrito sovranismo,   a vedere recenti esternazioni: di governatori, sindaci, ex premier “è intrinsecamente sbagliato che un dipendente pubblico a parità di ruolo e funzione guadagni lo stesso stipendio a Milano e al sud“ ( il sindaco di Milano, Sala e l’onorevole Quartapelle), e ancora:  “Gli investimenti per la ripartenza devono concentrarsi sul nord, il sud aspetti ” (Bonaccini) e tanto per sfogliare gli archivi recenti: “molti giovani del Sud invece di rispondere alla chiamata delle aziende balneari della Romagna hanno preferito starsene a casa a godersi in reddito di cittadinanza” (Matteo Renzi, senatore, l’anno scorso).

Ecco qua in poche citazioni riassunti gli ideali e i propositi dei riformisti del Pd, in tema di occupazione, scuola, tutela del territorio, sviluppo organico del Paese, integrazione. Il motore che li muove  è sempre la divisione del nemico,  che non bastava quella attuata dalle misure straordinarie e eccezionali di contrasto al virus che aveva discriminato la popolazione: chi stava a casa risparmiato dal contagio e garantito dal servizio doveroso effettuato da chi si prestava per assicurare i servizi essenziali, costretto a viaggiare su mezzi affollati, a prodigarsi in luoghi nei quali non erano osservate norme elementari di sicurezza, a entrare in contatto con la clientela delle grandi catene di distribuzione, sicché il lavoro, soprattutto quello manuale e esecutivo,  viene occultato in una specie di clandestinità opaca e sregolata.

Pare che non possa esserci rilancio e crescita e neppure rispetto dei diritti fondamentali se non c’è qualcuno che merita e ottiene di più e qualcuno penalizzato per origine, collocazione geografica, appartenenza, etnia, sfortuna. Pare che le remunerazioni debbano essere riconosciute solo in funzione dei consumi che vengono concessi a chi le guadagna.

Pare che le risorse da investire debbano avere la stessa qualità, andare dove danno più profitto, siano la sanità o la scuola privata, siano geografie dove  le cordate del cemento hanno riposto più aspettative, con l’unica consolazione che forse anche il Ponte potrebbe attendere.

Pare che nemmeno lo smartworking possa essere una livella visto che la digitalizzazione così precaria e “differenziata” nelle regioni del Nord, a Sud è penalizzata dalla carenza strutturale e di sistema.

Pare che perfino l’utopia del ministro Franceschini di convertire il nostro Mezzogiorno in un parco tematico proprio come nei desiderata di Farinetti, Briatore e pure del Terzo Reich, che auspicava la trasformazione della colonia Italia  in relais per tedeschi ricchi,   sia messa in pericolo  per la fisiologica indolenza ribellista delle popolazioni mediterranee.

Non voglio nemmeno immaginare quali riforme saranno invocate a garanzie dei prestiti europei e che effetti avranno sull’arto “inferiore” del paese, già considerato una molesta propaggine africana incompatibile con progresso e sviluppo, non voglio nemmeno ipotizzare gli esiti della tracotanza delle tre regioni che pretendono più autonomia perfino in materia sanitaria,, indifferenti alle prestazioni offerte in caso di crisi prevedibile, i sui imprenditori hanno in passato condotto una guerra coloniale di conquista e di trasferimento di corruzione, inquinamento, crimine che di differenzia dalle mafie tradizionali perché agisce di frequente “a norma di legge”.

Mentre è inevitabile guardare a quello che sta accadendo:  aziende che licenziano cancellando i contratti a termine col meccanismo del non rinnovo, che dichiarano l’eliminazione degli ammortizzatori sociali motivandola con l’eccesso di forza lavoro rispetto a ordinativi in calo, manager e economisti che invocano la necessaria e doveroso sostituzione di occupati a tempo indeterminato con precari.

A essere penalizzati come è naturale sono i giovani e le donne soprattutto del Mezzogiorno, che condividono lo stesso precipizio verso instabilità, incertezza e bisogno con quelli che fino a oggi godevano del reddito da lavoro dipendente, oggi messo in discussione anche dallo smartworking, assimilabile a un nuovo cottimo legalizzato e che provocherà riduzioni di personale, con  quei ceti medi impoveriti, micro e piccoli imprenditori, commercianti, bottegai, che hanno legato la loro sopravvivenza a settori abbattuti dal Covid e dalla gestione irrazionale dell’economia post-pandemica.

Come già si intravvedeva con la crisi partita nel 2008, l’unità del paese troppo lungo potrebbe verificarsi grazie a un rovina condivisa, che non viene ammessa da territori, informazione e ceto dirigente che ripete l’atto di fede europeo che dovrebbe assicurare e benedire benessere e lavoro, dimenticando quanto l’adesione al trattato di Maastricht sia stata generata dall’interno per creare un contesto favorevole alle gabbie salariali, alle disuguaglianze da promuovere in termini di trattamento e investimenti, alla realizzazione di quel patto  del 1993, siglato con il protocollo di sindacati e governo,  per i redditi e la competitività che anche grazia alla svalutazione ha segnato il declino delle retribuzioni.

Più di 70 anni fa, nel 1949, Giuseppe Di Vittorio, che non è il protagonista di una soap della Rai, ma il segretario della Cgil di allora, lanciava il suo Piano del Lavoro che doveva riscattare dall’isolamento il movimento operaio nella fabbriche, nelle campagne, dando soluzione al problema della disoccupazione nel paese, delle riduzioni salariali, della miseria che si mangiava il Sud dove Cristo si era fermato a Eboli, con cinque milioni di lavoratori “marginali” e due milioni di disoccupati.

Era la risposta politica e democratica di un sindacato che vuole dare forma a un’alleanza della classe lavoratrice testimoniando e rappresentando le lotte che scuotono il paese nelle fabbriche e nella campagne per aumentare i salari, riprendersi le terre occupate dai latifondisti in combutta con la mafia, contro il cottimo e per la creazione di servizi, infrastrutture, scuole, ospedali. Tre anni prima il Sud era stato teatro del primo sciopero delle gelsominaie, le raccoglitrici di gelsomini a cottimo, che avevano trascinato nelle strade a nelle piazze quelli che raccoglievano le olive e poi quelle degli agrumeti e via via contadine e contadini di tutta la Sicilia in lotta per il salario minimo garantito.

Più di 70 anni dopo, dopo i morti per lavoro di Modena, Reggio Emilia, e poi Avola e Battipaglia, dopo i crimini denominati morti banche, dopo che una città, Taranto, è diventata simbolo del martirio e del sacrificio per il salario, basterebbe tirar fuori dal cassetto il Piano di Di Vittorio.

Ma ci vorrebbe qualcuno che non avesse firmato il più osceno degli armistizi con il padronato. Ci vorrebbe qualcuno che non credesse alle menzogne di Stato e di Governo, quelle che  Ridurre (o far crescere più lentamente) i salari al Sud favorirebbe l’occupazione, quando la competitività in tempi di globalizzazione ha altri terzi mondi esterni e interni di cui approfittare, quelle che le retribuzioni dovrebbero essere disuguali, quando  il settore pubblico, ormai da anni, offre scarsissime opportunità lavorative al Sud, quelle che i salari dei dipendenti del Nord sono penalizzati dal costo della vita superiore a quello del Mezzogiorno, come se non avessimo proprio in questi mesi “consumato” gli stessi prodotti offerti dal “blocco” delle grandi catene di vendite e distribuzione con gli stessi prezzi maggiorati semmai dai servizi di appoggio meno efficienti nelle aree che non possiedono di una rete di trasporti efficiente.

E ci vorrebbe qualcuno che non sia stordito dalla paura e dal ricatto, che vada in strada e in piazza a difendere la proprio dignità e la propria libertà. E altri che escano  di casa, lascino là pc e telefonini, ritrovino parole e canti di lotta e riscatto, perché il vento non ha smesso di fischiare e abbiamo voce dietro la mascherina.

 

 

 

 

 

 


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