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Emergenza, comincia il Magna-Magna olimpico

oliAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non ci crederete, ma le Olimpiadi del 2026 sono già diventate un’emergenza che ha bisogno di procedure accelerate, di figure commissariali che accentrino provvidenzialmente le competenze, di leggi speciali e misure eccezionali, di uno status giuridico ( il sindaco di Milano lo identifica in una fondazione, nome che dovrebbe rispecchiare la qualità “morale e sociale dell’iniziativa) che garantisca fulminee scelte senza i maledetti lacci e laccioli della burocrazia e dei molesti organismi di vigilanza e controllo. Ma hanno soprattutto gran necessità di quattrini e di un super manager che combini dinamismo, buone relazioni con istituzioni e decisori, esperienze di comunicazione, marketing e commerciali anche maturate in paesi stranieri, cui aggiungere spregiudicatezza e  lussureggiante pelo sullo stomaco.

Per queste esigenze prioritarie possiamo stare tranquilli: apprendiamo dalle agenzie che il governo proprio ieri  ha assicurato per sostenere e “finanziare” i giochi, per emanare rapidamente la doverosa Legge e per decidere sui nomi  per mister Olimpiade.

A garantire un solenne fallimento del grande evento in linea con il fiaschi delle Olimpiadi tenutasi in questi anni, o con quello dell’Expo che viene continuamente portato come caso di successo e esperienza ripetibile, ci si sarebbe aspettati che venisse tolto dalla naftalina Montezemolo. Per assicurare invece l’appoggio di governo e opposizione toscana si poteva suggerire Lotti, nel caso non fosse già impegnato per i giochi a Firenze come vorrebbe Nardella che rivendica  l’ampliamento dell’aeroporto come un atto improrogabile per una valorizzazione dell’oscuro borgo del Giglio anche in vista di prestigiose candidature, magari in tandem con Bologna in modo da non inimicarsi la ministra De Micheli.

Ma possiamo stare sereni, il fiasco è assicurato e non solo per la natura dei giochi che ormai sono schifati da Paesi civili (ricordiamo i no di Oslo, Amburgo Denver) e in condizioni economiche migliori delle nostre, convinti dalle esperienze del passato che si tratta di investimenti a perdere, che comportano danni pesantissimi per i bilanci statali e per le amministrazione delle località interessate, per l’ambiente e per l’assetto sociale se si pensa al trasferimento coatto di residenti soprattutto nel caso come a Rio ma perfino a Londra che si tratti di cittadini di serie B e C la cui permanenza costituisce un danno per il decoro e la reputazione.

E non sono bastate le trastole, i trucchi e i giochi delle tre carte  dei governi bari a nascondere le falle: quelle londinesi sono costate cinque volte la spesa preventivata e interi quartieri sono stati stravolti, malgrado alcuni atleti siano stati ospitati in baracche, il Brasile è stato destabilizzato da quei giochi maledetti che hanno cercato di nascondere sotto un indegno camouflage le tremende disuguaglianze delle favelas, coperte da grandi tabelloni come i sipari sulla tragedia, tanto che per  onorare i suoi impegni con gli organizzatori, lo stato di Rio de Janeiro taglia le spese per servizi e salari e ha dichiarato lo stato di “pubblica calamità”, come avviene in caso di terremoto o inondazioni. Anche quelle di Montreal  sono state un disastro economico per la città, che ci ha messo più di 30 anni per pagare i debiti e ancora soffre per gli impianti costruiti e mai più utilizzati, compreso lo Stadio Olimpico finito di pagare nel 2006 e tuttora senza padrone.Torino grazie a quelle invernali  è diventata la città più indebitata d’Italia, con una eredità di strutture costruite per l’occasione e costate decine di milioni di euro, molte in stato di abbandono. A Barcellona le Olimpiadi hanno segnato la data di inizio del processo di gentrificazione, che comincia con l’impennata degli affitti e si conclude con la sostituzione di classi medio-basse e basse con classi medio-alte e alte: il quartiere di Icaria venne raso al suolo per far spazio alla Vila Olimpica (Città Olimpica), un quartiere residenziale per ceti abbienti. E appartiene ormai alla letteratura   il caso di  Toronto, del 1976 quando i costi – inizialmente stimati in 250 milioni di dollari – lievitarono fino a ben oltre i due miliardi, quando nel maggio del 1976 il governo locale introdusse una tassa speciale sui tabacchi per ripagare i debiti, che vennero saldati solo alla fine del 2006.

La lezione della storia fa intendere che gli interessi in gioco siano così appetitosi da far affrontare e sopportare il flop certo  a tre celebrati ex, selezionati da stimate società di cacciatori di teste e che vantano tutti e tre dei curricula di altisonanti insuccessi, per il posto prestigioso di manager: l’ex amministratore delegato di Sky Italia; l’ex di Rinascente e Grandi Stazioni  che ora si occupa dello sviluppo “commerciale” di Fs, inteso come Tav immagino, anche se una nevicata a gennaio ferma i treni e lascia i viaggiatori all’addiaccio come sul Don; e l’ex ad del colosso telefonico “3”. Tanto a metterci i soldi, come assicura il governo, ci pensiamo noi, perché si può star certi  che i grandi Magna-Magna, i Grandi Eventi e i Bal Excelsior portano Grandi Debiti: l’impegno dei privati, il project financing, le cordate di generosi investitori per i quali varrebbe l’insegnamento di De Coubertain “l’importante è partecipare” anche senza profitti, fanno parte del mantra dei sacerdoti del cemento sempre sulla giostra della Tav, del Mose, dei valichi e dei ponti; così come le progressive fortune dell’occupazione indotta rientrano tra le fake news della triplice che festeggia il Primo Maggio con Confindustria, i fanatici dei lavori precari, del volontariato formativo, del part time, delle mansioni manuali e a termine che finiscono quando si chiudono i cantieri in bolletta, adesso molto propagandati per assimilare i serbatoi di merce-lavoro straniera; o come l’ecologia dei “giardinieri”, per fornire infrastrutture alle città, abbandonate prima di essere realizzate, convertite in pochi mesi in archeologia industriale,  o per piantare alberelli smunti e esili in forma di compensazione  a far compagnia all’albero della vita dell’Expo, secondo la narrazione di Legambiente che d’altra parte ha condiviso e garantito con marchio della green economy. gli oltraggi perpetrati per legge dal regime renziano Sviluppo Italia, semplificazione, Salvaitalia.

E cosa volete aspettarvi da due città e da due sindaci che avranno anche sullo scrittoio l’immaginetta di Greta ma che razzolano male, vantando, tanto per fare un esempio il primato cittadino e regionale di consumo dissipato di suolo: Milano che sta cantierizzando  progetti che coinvolgono oltre 3 milioni di metri quadrati, dall’ Area Expo (1,1 milioni di metri quadrati), agli Scali ferroviari (1,2 milioni di metri quadrati),da  Bovisa Gasometro (850 mila metri quadrati), alle Aree Falk e Città della Salute (1,4 milioni di metri quadrati), da Città Studi  a Citylife, da Fiera Milano City, alla Piazza d’Armi e a  Milano Santa Giulia a Rogoredo,  mentre i residenti vengono espulsi verso l’hinterland per appagare gli appetiti dei protagonisti della bolla immobiliare; Cortina dove varianti creative ai piani e alle leggi regionali   hanno fatto della Perla delle Dolomiti uno dei posti più variamente e oltraggiosamente cementificati e oggetto di speculazione intensiva. Dove i cittadini si erano pronunciati per l’anschluss al Trentino Alto Adige, ma adesso ci ripensano in vista della beata autonomia dei ricchi, viziati ed evasori secessionisti del Veneto.

E che dire di un altro indotto, quello della  corruzione che in questi casi diventa autorizzata perché riesce nella doppia operazione di servirsi di leggi speciali, di corromperle e di essere concessa per legge: da questo punto di vista sarebbe giusto delegare tutte le competenze a uno dei maggiori esperti del settore, il sindaco di Milano ed ex commissario dell’Expo, che ha riempito tutte le caselle come dimostra la sentenza con cui il Tribunale lo ha condannato a sei mesi convertiti in multa per il reato di falso materiale e ideologico, convertendolo in vittima del dovere per aver  sottoscritto  due verbali “consapevole delle illecite retrodatazioni” ma con “l’obiettivo (…) di evitare che la questione della paventata incompatibilità dei due” componenti della commissione di gara per la Piastra potesse comportare il “rischio di ulteriori ritardi nell’espletamento della procedura” e quindi dell’apertura di Expo.  Chissà da adesso in poi quante firme pazze verranno abbonate  agli unici pupazzi di neve capaci di far sciogliere  i nostri soldi.

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Avrà preso una cantonata?

renzi-cantone-718974Anna Lombroso per il Simplicissimus

Spaventapasseri, lo avevo definito quando venne incaricato di guidare l’organismo di vigilanza e controllo sul fenomeno della corruzione. Mi pareva efficace come definizione perchè con le competenze e il budget che gli erano stati affidati avrebbero potuto mettere paura solo ai passeri e non certo a avvoltoi e gazze ladre.

A 5 anni di distanza, uno prima della naturale scadenza,  Cantone lascia per tornare a vestire la toga presso l’Ufficio del massimario della Corte di Cassazione, motivando così la sua decisione: “la magistratura vive una fase «difficile», che mi impedisce di restare spettatore passivo”.

Verrebbe da dire che al ruolo di astante, sia pure dal palco d’onore, doveva essere abituato.  L’Autorità anticorruzione era stata istituita nel 2012 durante il governo di Mario Monti nell’ambito della cosiddetta legge Severino, con il compito di  prevenire fenomeni di illegalità all’interno della pubblica amministrazione attraverso pratiche di trasparenza e mediante vigilanza sui contratti, appalti e incarichi pubblici. A nominare lui al vertice dell’Anac era stato però Matteo Renzi nel 2014 seguendo il trend di moda allora, sistemare un magistrato, un tecnico dunque,  a incarnare la legalità e la sua tutela conferendogli un’autorità  morale oltre che legale, sull’intera società. Anche se di fatto si trattava di un potere virtuale più che reale, e pure “postumo”,  come un pompiere chiamato a spegnere incendi già appiccati da quelli che lo chiamano in soccorso.

E infatti non  a caso la designazione avviene poco prima che si aprano i cantieri e fervano le opere dell’Expo (ha l’incarico di commissario speciale del grande evento),    ma un bel po’ dopo che gran parte degli appalti, delle attribuzione  e delle consulenze erano stati assegnati. A vedere i ritagli di allora si legge Cantone chiede spiegazioni, Cantone non ritiene soddisfacenti le spiegazioni sull’affidamento a Farinetti, e Cantone indaga sui subappalti, per poi sentirlo ammettere che  “esulavano del tutto da un suo possibile controllo», accontentandosi della squadra anticorruzione istituita da Sala, della altisonante Piattaforma per la trasparenza del premier, con tanto di App, e rassegnandosi a  chiudere un occhio anzi tutti  e due sulla sostanza dell’iniziativa, sul già concluso e  spartito,  mettendo un sigillo di impunità e legittimità sulla sua inutilità, sui danni erariali e per la collettività, sulla pretesa emergenza coltivata per permettere licenze  e deroghe, sul contributo alla cancellazione di diritti, garanzie e conquiste del lavoro, che più corruzione morale di quel “volontariato” ce n’è poche.

Niente di diverso da quello che succede a proposito del Mose, quando tira fuori il capo e chiede informazioni per poi ammettere  ragionevolmente (in una intervista alla Rai di giugno 2014) che. “Credo non abbia alcun senso indagare, non è che ogni emergenza necessita di un commissario. Sull’ Expo può avere un senso perché ci sono termini stretti, sul Mose i tempi sono già da tempo superati”.  E altrettanto avviene per la Metro C di Roma, che definisce la madre di tutte le corruzioni: anche là, come succede ai treni, è arrivato in ritardo e i giochi sono fatti.

Eppure ieri nel dare le dimissioni rivendica  i risultati della sua battaglia: «Naturalmente la corruzione è tutt’altro che debellata ma sarebbe ingeneroso non prendere atto dei progressi, evidenziati anche dagli innumerevoli e nient’affatto scontati riconoscimenti ricevuti in questi anni dalle organizzazioni internazionali (Commissione europea, Consiglio d’Europa, Ocse,  Fondo monetario) e dal significativo miglioramento nelle classifiche di settore».

E come  non esultare del fatto che Trasparency ci faccia scendere di due piazzamenti nella graduatoria della percezione “popolare” del fenomeno,  uno di quegli organismi concepiti dallo stesso sistema che genera il malaffare, un po’ come le agenzie di rating,  che prende in esame come indicatori le malefatte dei pesci piccoli, quelli che fanno la cresta sui documenti e le merci, che non danno la fattura, lasciando fuori  le banche, gli enti pubblici, i vertici delle multinazionali  e quindi i grandi impuniti e i grandi immuni, i Paesi guida dell’Occidente e della Ue non levantina o che dire dell’Ue dove se volessimo applicare il criterio della lievitazione dei costi delle opere pubbliche, si scoprirebbe  che in Germania le spese dei lavori pubblici vengono gonfiati artificialmente e  a dismisura, come ha denunciato perfino Der Spiegel, lo stesso organo di stampa che ha definito Vienna un “intrico del malaffare” riprendendo il giudizio di un grippo di lavoro Ocse che ne parlò come del “crocevia della corruzione”.  E come non esultare dell’encomio delle istituzioni europee, quando basterebbe leggere il Sole 24 ore per sapere che il crimine economico trova un humus favorevole  nella regione e mica solo alle Cayman se è vero che    “nell’ultimo decennio sono stati almeno 133 mila gli oligarchi dell’ex Unione Sovietica, i milionari cinesi e arabi, i ricchi uomini d’affari turchi, libanesi, brasiliani, venezuelani e sudafricani, che hanno acquistato a mani basse la cittadinanza o la residenza in un Paese dell’Unione europea in cambio di soldi“,  ritenendola un luogo favorevole a traffici illeciti e opacità.

Va a sapere come mai proprio adesso il presidente Cantone, ha raggiunto il limite della sua sopportazione, stanco  che “all’Anac istituita sull’onda di scandali ed emergenze,  e che rappresenta oggi un patrimonio del Paese e motivo di orgoglio” ( e si direbbe a lui che ne incarna l’autorità), vengano riservati scarsi riconoscimenti.

Dipenderà che i supposti reati del lobbista Siri ( indagato per aver ricevuto una promessa di denaro in cambio di una norma da inserire in una legge) sono più disdicevoli dell’azione di un ministro che tenta di favorire l’esonero dalle responsabilità di una banca e del suo management?

Sarà che alcune  misure contenute nel decreto sblocca cantieri entrato in vigore a giugno in materia di appalti   (lo stop all’obbligo per gli enti locali di avere una centrale unica, lo stop di scegliere i commissari per le gare da un registro dell’Anac, l’aumento al 40% per i subappalti)  gli sono sembrate più rischiose dello Sblocca Italia, delle deregulation promosse a livello regionale e locale dai piani paesaggistici e dalle deroghe comunali in forma bipartisan, come in Emilia, Lazio, Veneto o Firenze e Milano?

Sarà perchè il nefasto si all’Alta Velocità del governo in carica macchiato di abiura, scoprirà l’osceno vaso di Pandora delle cordate delle imprese sempre in piedi, ma non sul banco degli imputati? e allora è meglio dedicarsi alle sudate carte del Massimario in attesa di una meritata ricompensa elettiva, in forma di premio fedeltà? 

 


Olimpiadi, Pupazzi di neve

il_794xN.1674385628_ezq6Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte l’abbiamo visto al cinema.

C’è un briccone che deve disfarsi di un falso Leonardo, si mette d’accordo con una casa d’aste prestigiosa quanto spregiudicata, che individua un complice che fingerà di essere interessato all’acquisto e che rilancia spericolatamente,  attirando l’attenzione di un qualche citrullo che si infila nella trattativa montata ad arte e che alla fine si ritrova con in mano il cerino acceso, o meglio la patacca.

Ecco, me li immagino gli svedesi che se la godono guardando agli italiani che pensano di essere stati furbi aggiudicandosi dei giochi che nessuno vuole più ospitare, perché pregiudicano i bilanci pubblici, costringono a sobbarcarsi spese impegnando risorse che dovrebbero avere ben altra destinazione di interesse pubblico, perché compromettono l’ambiente con opere pesanti che restano a imperitura memoria della sfacciata megalomania dei promotori, a volte incompiute e pronte dal giorno successivo alla chiusura della kermesse a accreditarsi come monumenti di archeologia industriale.

E poi perchè, come insegnano Londra o Rio de Janeiro, nelle città sventrate le infrastrutture e i servizi estemporanei hanno sfrattato intere comunità di abitanti, i più esposti e vulnerabili, perchè per coprire antiche iniquità e ingiustizie  proprio come ai passaggi dei despoti ospiti occasionali, si nascondono le vergogne della povertà, con drappi, facciate finte come prosceni e sipari  da esporre allo sguardo dei potenti, dietro ai quali di agita instancabile il malaffare.

Da ieri sera ci fanno vedere il popolo olimpico che gioisce a Milano a a Cortina, diecimila per Tv e questura, un centinaio per chi non si accontenta dei figuranti a pagamento che esultano, dimentichi che pochi giorni fa la capitale morale ha piegato la testa e le ali per un normale temporale estivo come una Roma della Raggi qualunque, ignari forse che ancora non hanno trovato una destinazione i terreni occupati dell’Expo e ora abbandonati alla speculazione, inconsapevoli probabilmente che le grandi opere e i grandi eventi seguono un percorso prevedibile e già segnato, se le autorità anticorruzione chiamate in causa a interventi avviati, secondo una consolidata consuetudine, non possono fare altro che arrendersi, ammonire ma poi chiudere un occhio benevolo per non bloccare progresso e iniziativa più criminale che privata.

Così quelli che sono compiaciuti per l’affermazione della Perla delle Dolomiti, una delle località che registra il più elevato livello di saccheggio del territorio, grazie a regimi speciali, deroghe, licenze urbanistiche conquistate grazie al ricatto della secessione, lo stesso che ha convinto la Regione Veneto a impegnarsi per essere in prima fila nel fronte della candidatura, non sono consci che Cortina come tutta l’Italia, non ha bisogno di valorizzazione per attirare un turismo che sempre di  più avrebbe bisogno di essere calmierato in modo razionale, così come dovrebbe essere controllata e limitata la smania avida e perversa delle multinazionali immobiliari, alberghiere,   turistiche.

Dietro a quelle prime file di citrulli acchiappati e gongolanti da ieri sera, ci raccontano che c’è una solida alleanza, una invincibile armata che si è stretta intorno a questo formidabile progetto, tutti uniti, Coni, governo, capo dello Stato, istituzioni, regioni, enti locali come un sol uomo, pronti a dimenticare scaramucce e contrasti. Immagino che possiamo annoverare anche l’Europa, come una mamma indulgente cui piace vedere giocare i suoi cattivi ragazzi. E non possono che essere cattivi quelli che montano queste operazioni di facciata per dare in pasto ai cani affamati e rabbiosi un osso da succhiare in qualche Colosseo, e nel frattempo li impoveriscono sempre di più, li indebitano sempre di più, li riducono a gladiatori o maschere del cine dove va in scena lo spettacolo greco.

Non è difficile capire  chi è davvero contento, là dietro, le solite banche che incravattano gli enti e le amministrazioni pubbliche da qui ai prossimi sette anni, le imprese che andranno svelte nell’aggiudicarsi i primi appalti e lente lente nei lavori in modo da trasformare i ritardi in emergenze da risolvere con regimi speciali, commissari straordinari (Sala è competente in materia, no?),  illeciti legali, due regioni che a pari merito stanno avviando in porto le loro autonomie da ricche e spietate, due comuni che aggireranno a spese degli altri ottomila i nodi scorsoi dei pareggi di bilancio esigendo licenze per via della loro funzione simbolica, e soprattutto le cordate criminali, quelle che entrano e escono dalle porte girevoli delle opere pubbliche e non dei tribunali,che tramano non più nell’ombra, che tanto sono nei consigli di amministrazione di qualche istituto di credito, di aziende dove hanno collocato i loro colletti bianchi o prezzolato i manager.

E dire che avevamo apprezzato perfino Monti che aveva detto no alla candidatura delle Olimpiadi 2020 e abbiamo rischiato di votare per la Raggi che aveva smascherato la sceneggiata invereconda con la quale Marino aveva preso in ostaggio la sua giunta e la città per la sua ossessione spocchiosa e mitomane. Adesso anche loro sono stati fidelizzati.

D’altra parte, come si dice, l’importante è partecipare..  degli utili. E infatti noi tutti siamo fuori gioco, se non per pagare.

 

 


I pisapippi e l’Emirato di Milano

zipipAnna Lombroso per il Simplicissimus

Mi par proprio di sentirlo: ma dai, è troppo, così mi imbarazzate e poi chi glielo dice agli Amici della Scala, che già mi rimproverano di eccesso di accondiscendenza, salvo qualche repulisti in stazione Centrale, nei confronti degli stranieri.

Eh si, il sindaco Sala che come gli è già successo con incarichi e appalti opachi e infiltrazioni mafiose all’Expo, si è accorto con un certo ritardo della esagerata donazione che i sauditi hanno offerto alla Scala, una prima tranche di tre milioni di euro per entrare tra i soci fondatori del teatro. «Non per i diritti umani, perché non esiste una black-list governativa e perché il Cda non reputa l’Arabia Saudita un Paese con cui non si debba collaborare», ribadisce il Sindaco, che rimanda al mittente, il principe-ministro Badr dell’Arabia Saudita, il lauto contributo, inaccettabile, a suo dire, per mere questioni procedurali che però denuncerebbero la volontà della controparte di assumere un ruolo di gestione nelle scelte del prestigioso luogo della cultura milanese e italiana, esuberando da quello di generoso mecenate. Resta la volontà di continuare a collaborare, vedi mai, così come la fiducia del sindaco, catapultato sulla poltrona di primo cittadino su mandato della divina provvidenza, nei confronti della sovrintendente così sprovveduto da aver creduto nei politici, sic, che cambiano idea un giorno si e un giorno anche.

Eh si, devono essersi trovati spiazzati dall’atteggiamento del lombardo più autorevole del governo, che prima guarda all’Arabia Saudita come a un partner desiderabile e poi lo infila nella lista nera degli indesiderabili. Mentre invece avranno guardato con sollievo alle nuove aperture nei confronti dei più scatenati shopping victim che da anni fanno acquisti vantaggiosi in quel di Milano, grazie alla benevola disponibilità di un susseguirsi di giunte comunali fotocopie della gestione Moratti, quella che ha dato il via alla penetrazione del Qatar – prima malvisto dai governi in carica in qualità di petrol-monarchia finanziatrice del terrorismo, oggi diventato ambito “socio” commerciale, generoso compratore, munifico sponsor –  che ha occupato militarmente la capitale morale sul gradino più elevato delle gerarchie della finanza immobiliare più assatanata.

Ma quello che più ha contribuito alla trasformazione di Milano in terreno di conquista per i predatori del deserto e non solo, è stato Pisapia, al quale era stato attribuito un ruolo salvifico, quello della rottura col passato, quello della discontinuità sulla quale avevano scommesso i tanti pisapippi (la società civile di architetti, fotografi di moda, Pr, arredatori, stilisti, chef ), che oggi rialzano la testolina in presenza del tandem del rinnovamento, oggi  terzetto, l’araba fenice che risorge dalla cenere forte della empatia oltre che dell’unità di intenti: denigrazione del voto popolare sul referendum, abiura di mandato e tradizione “di sinistra”, sviluppismo delle Grandi opere intorno al buco con l’utopia del cemento intorno, europeismo scatenato, esecutivi (nazionali e locali) rafforzati con la riduzione del potere parlamentare rispetto a governo e sindaco, attenzione speciale “per chi innova, investe e produce”, Riva o Arcelor Mittal compresi.

Aveva fatto un gran brutta fine quel sogno, quando l’audace sindaco preferì tirarsi fuori dalla partita dell’Expo, lasciando il giocattolo già avvelenato nelle mani degli affaristi, dando luogo a uno dei più indecenti intrecci di interessi illeciti e di atti corruttivi  che l’intervento della magistratura ha marginalmente arginato. O quando ha manifestato la stessa apatica inerzia nel contesto della istituzione della Città Metropolitana nel corso della quale è stato consolidato il processo di trasformazione di Milano in città vetrina svuotata dai suoi abitanti spinti a forza nelle cintura metropolitana. Peggio ancora è andata per le speranze accese con 5 referendum consultivi che non erano un  piano di governo della città, ma ne fornivano indirizzi, e spente quando nessuno dei pronunciamenti ha trovato attuazione. O quando il voto su uno di quei 5 referendum, quello sulla piantumazione di  verde pubblico, è stato tradito tagliando centinaia di alberi sani, ultimo residuo polmone della città, per far posto ai cantieri della linea 5 del metrò. O quando con la privatizzazione-finanziarizzazione di A2A sono stati collocati ai vertici  soggetti  che hanno incrementato le falle di    una delle ex municipalizzate più indebitate d’Italia grazie a progetti dissennati come la centrale a carbone in Montenegro e l’integrazione in A2A della gestione dei rifiuti, per aumentarne la quota da incenerire.

Ed è ancora niente rispetto all’ideale di città perseguita dalla giunta Pisapia in totale continuità con la gestione Moratti, su cui spiccano i grattacieli che nemmeno Dubai interpreta più come monumenti alla modernità, tanto che cerca di appiopparli a noi, con la mega-sede di Unicredit progettata da Cesar Pelli (230 metri di altezza) o il Palazzo Lombardia, 161 metri, progetto di Pei-Cobb-Freed e Partners, prodotto della megalomania di Roberto Formigoni, in una foresta di torri tirate su  senza un piano particolareggiato del Comune e per iniziativa liberista e irregolare di società immobiliari, banche, presidenza regionale. O rispetto ai regali fatti al Qatar nell’ambito di quella che è stata definita una “Jihad” virtuale, immobiliare e finanziaria con l’acquisto a prezzo scontato del 40% dell’area di Porta Nuova, inteso a edificare quasi 300 mila metri quadrati del centro città, nei quartieri Garibaldi-Repubblica, appena oltre la cerchia monumentale dei Bastioni spagnoli. O se pensiamo allo strapotere concesso alla finanza immobiliare anche grazie allo sciagurato accordo di programma sugli Scali Ferroviari improntato a criteri di deregulation che trasformano l’urbanistica in negoziato privato tra amministrazione e imprese i cui appetiti vanno appagati, in questo caso spalmando in maniera pressoché indifferenziata 670.000 mq di superficie di cemento, per terziario, commercio, residenze di lusso e ricezione alberghiera per il turismo aziendale. O con l’autorizzazione nel Piano di Governo del Territorio a quello che viene definito il “mix funzionale libero” con cui si permette al privato piena libertà di intervento su tutto il tessuto consolidato della città.

E mentre i dati evidenziano una sorta di boom edilizio nel centro metropolitano, le tendenze rilevate sul fronte demografico segnalano la continua emorragia di popolazione a Milano  e una crescita robusta dell’hinterland, segno evidente che è in corso una espulsione degli abitanti per sostituirli con avventizi, per convertire il patrimonio residenziale in uffici, sedi di imprese e banche, grandi firme, residence e hotel.

A guardare a Milano, dove si è già consumato dietro a qualche battibecco di facciata, il sodalizio  tra Pd e Lega, a guardare al Lazio, a guardare a Taranto, c’è da preoccuparsi pensando all’Italia che potrebbe essere  nella futura età del “meno peggio”.


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