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Il banchetto osceno dei governatori

crapulaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma non eravamo insorti tutti quando le critiche alla gestione del “contenimento” dell’epidemia rivolte alla Lombardia avevano sconfinato in veri e propri attacchi all’industrioso popolo lombardo, nemmeno avesse, compatto,  votato Lega.

E non era diventato il motivo conduttore della propaganda in favore della riscoperta dei valori più sacri, il richiamo all’unità nazionale ritrovata come motore morale per combattere il Covid?  E non si era detto che con la ricostruzione si sarebbe dovuto riedificare anche l’impianto etico della nazione più forte e coesa?

I nostro progressisti devono proprio essere guariti almeno dalla retorica sciovinista, vedi mai che si trasformi nell’aborrito sovranismo,   a vedere recenti esternazioni: di governatori, sindaci, ex premier “è intrinsecamente sbagliato che un dipendente pubblico a parità di ruolo e funzione guadagni lo stesso stipendio a Milano e al sud“ ( il sindaco di Milano, Sala e l’onorevole Quartapelle), e ancora:  “Gli investimenti per la ripartenza devono concentrarsi sul nord, il sud aspetti ” (Bonaccini) e tanto per sfogliare gli archivi recenti: “molti giovani del Sud invece di rispondere alla chiamata delle aziende balneari della Romagna hanno preferito starsene a casa a godersi in reddito di cittadinanza” (Matteo Renzi, senatore, l’anno scorso).

Ecco qua in poche citazioni riassunti gli ideali e i propositi dei riformisti del Pd, in tema di occupazione, scuola, tutela del territorio, sviluppo organico del Paese, integrazione. Il motore che li muove  è sempre la divisione del nemico,  che non bastava quella attuata dalle misure straordinarie e eccezionali di contrasto al virus che aveva discriminato la popolazione: chi stava a casa risparmiato dal contagio e garantito dal servizio doveroso effettuato da chi si prestava per assicurare i servizi essenziali, costretto a viaggiare su mezzi affollati, a prodigarsi in luoghi nei quali non erano osservate norme elementari di sicurezza, a entrare in contatto con la clientela delle grandi catene di distribuzione, sicché il lavoro, soprattutto quello manuale e esecutivo,  viene occultato in una specie di clandestinità opaca e sregolata.

Pare che non possa esserci rilancio e crescita e neppure rispetto dei diritti fondamentali se non c’è qualcuno che merita e ottiene di più e qualcuno penalizzato per origine, collocazione geografica, appartenenza, etnia, sfortuna. Pare che le remunerazioni debbano essere riconosciute solo in funzione dei consumi che vengono concessi a chi le guadagna.

Pare che le risorse da investire debbano avere la stessa qualità, andare dove danno più profitto, siano la sanità o la scuola privata, siano geografie dove  le cordate del cemento hanno riposto più aspettative, con l’unica consolazione che forse anche il Ponte potrebbe attendere.

Pare che nemmeno lo smartworking possa essere una livella visto che la digitalizzazione così precaria e “differenziata” nelle regioni del Nord, a Sud è penalizzata dalla carenza strutturale e di sistema.

Pare che perfino l’utopia del ministro Franceschini di convertire il nostro Mezzogiorno in un parco tematico proprio come nei desiderata di Farinetti, Briatore e pure del Terzo Reich, che auspicava la trasformazione della colonia Italia  in relais per tedeschi ricchi,   sia messa in pericolo  per la fisiologica indolenza ribellista delle popolazioni mediterranee.

Non voglio nemmeno immaginare quali riforme saranno invocate a garanzie dei prestiti europei e che effetti avranno sull’arto “inferiore” del paese, già considerato una molesta propaggine africana incompatibile con progresso e sviluppo, non voglio nemmeno ipotizzare gli esiti della tracotanza delle tre regioni che pretendono più autonomia perfino in materia sanitaria,, indifferenti alle prestazioni offerte in caso di crisi prevedibile, i sui imprenditori hanno in passato condotto una guerra coloniale di conquista e di trasferimento di corruzione, inquinamento, crimine che di differenzia dalle mafie tradizionali perché agisce di frequente “a norma di legge”.

Mentre è inevitabile guardare a quello che sta accadendo:  aziende che licenziano cancellando i contratti a termine col meccanismo del non rinnovo, che dichiarano l’eliminazione degli ammortizzatori sociali motivandola con l’eccesso di forza lavoro rispetto a ordinativi in calo, manager e economisti che invocano la necessaria e doveroso sostituzione di occupati a tempo indeterminato con precari.

A essere penalizzati come è naturale sono i giovani e le donne soprattutto del Mezzogiorno, che condividono lo stesso precipizio verso instabilità, incertezza e bisogno con quelli che fino a oggi godevano del reddito da lavoro dipendente, oggi messo in discussione anche dallo smartworking, assimilabile a un nuovo cottimo legalizzato e che provocherà riduzioni di personale, con  quei ceti medi impoveriti, micro e piccoli imprenditori, commercianti, bottegai, che hanno legato la loro sopravvivenza a settori abbattuti dal Covid e dalla gestione irrazionale dell’economia post-pandemica.

Come già si intravvedeva con la crisi partita nel 2008, l’unità del paese troppo lungo potrebbe verificarsi grazie a un rovina condivisa, che non viene ammessa da territori, informazione e ceto dirigente che ripete l’atto di fede europeo che dovrebbe assicurare e benedire benessere e lavoro, dimenticando quanto l’adesione al trattato di Maastricht sia stata generata dall’interno per creare un contesto favorevole alle gabbie salariali, alle disuguaglianze da promuovere in termini di trattamento e investimenti, alla realizzazione di quel patto  del 1993, siglato con il protocollo di sindacati e governo,  per i redditi e la competitività che anche grazia alla svalutazione ha segnato il declino delle retribuzioni.

Più di 70 anni fa, nel 1949, Giuseppe Di Vittorio, che non è il protagonista di una soap della Rai, ma il segretario della Cgil di allora, lanciava il suo Piano del Lavoro che doveva riscattare dall’isolamento il movimento operaio nella fabbriche, nelle campagne, dando soluzione al problema della disoccupazione nel paese, delle riduzioni salariali, della miseria che si mangiava il Sud dove Cristo si era fermato a Eboli, con cinque milioni di lavoratori “marginali” e due milioni di disoccupati.

Era la risposta politica e democratica di un sindacato che vuole dare forma a un’alleanza della classe lavoratrice testimoniando e rappresentando le lotte che scuotono il paese nelle fabbriche e nella campagne per aumentare i salari, riprendersi le terre occupate dai latifondisti in combutta con la mafia, contro il cottimo e per la creazione di servizi, infrastrutture, scuole, ospedali. Tre anni prima il Sud era stato teatro del primo sciopero delle gelsominaie, le raccoglitrici di gelsomini a cottimo, che avevano trascinato nelle strade a nelle piazze quelli che raccoglievano le olive e poi quelle degli agrumeti e via via contadine e contadini di tutta la Sicilia in lotta per il salario minimo garantito.

Più di 70 anni dopo, dopo i morti per lavoro di Modena, Reggio Emilia, e poi Avola e Battipaglia, dopo i crimini denominati morti banche, dopo che una città, Taranto, è diventata simbolo del martirio e del sacrificio per il salario, basterebbe tirar fuori dal cassetto il Piano di Di Vittorio.

Ma ci vorrebbe qualcuno che non avesse firmato il più osceno degli armistizi con il padronato. Ci vorrebbe qualcuno che non credesse alle menzogne di Stato e di Governo, quelle che  Ridurre (o far crescere più lentamente) i salari al Sud favorirebbe l’occupazione, quando la competitività in tempi di globalizzazione ha altri terzi mondi esterni e interni di cui approfittare, quelle che le retribuzioni dovrebbero essere disuguali, quando  il settore pubblico, ormai da anni, offre scarsissime opportunità lavorative al Sud, quelle che i salari dei dipendenti del Nord sono penalizzati dal costo della vita superiore a quello del Mezzogiorno, come se non avessimo proprio in questi mesi “consumato” gli stessi prodotti offerti dal “blocco” delle grandi catene di vendite e distribuzione con gli stessi prezzi maggiorati semmai dai servizi di appoggio meno efficienti nelle aree che non possiedono di una rete di trasporti efficiente.

E ci vorrebbe qualcuno che non sia stordito dalla paura e dal ricatto, che vada in strada e in piazza a difendere la proprio dignità e la propria libertà. E altri che escano  di casa, lascino là pc e telefonini, ritrovino parole e canti di lotta e riscatto, perché il vento non ha smesso di fischiare e abbiamo voce dietro la mascherina.

 

 

 

 

 

 


Vedi Milano e poi muori

milanAnna Lombroso per il Simplicissimus

La Milano che prima era da bere, poi da mangiare, adesso è da vergognarsi.  Come al suono delle trombe dell’Apocalisse sanitaria sono cadute le mura della Capitale morale, mentre tace il rombo futurista del motore dello sviluppo nazionale.

Con ferocia voluttuosa i calabresi guidati dalla Santelli, i veneziani elettori di Brugnaro, i laziali sotto il magister elegantiarum delle mascherine, gli emiliani sollecitati dal loro presidente a prestarsi in qualità di festosi volontari per infoltire  la schiera di braccianti o di ronde, in modo da meritarsi reddito di cittadinanza e altre risorse parassitarie, possono prendersi il lusso a poco prezzo di criminalizzare lombardi e milanesi per la fiducia accordata ai loro rappresentanti, per aver subito l’onta delle morti dei loro cari lasciati soli, l’umiliazione di essere la popolazione più contagiata e contagiosa.

E dire che per capire che un giorno un qualche accadimento naturale o non, più dello straripamento annuale del Lambro o del Seveso più di licenziamenti a raffica, più di un terremoto, più di una nube tossica che avvelena l’aria, avrebbe avuto la funzione di rivelare cosa si nascondeva dietro a orgogliose rivendicazioni e narrazioni epiche, bastava poco.

Bastava poco per diagnosticare che i mali del “caso Lombardia” fanno parte di un contagio nazionale, che non si voleva e non si vuol vedere, per non dover prendere atto che dietro il festoso barzellettiere, il gioviale sciupafemmine a pagamento, il generoso mecenate che si pagava anche il rinfresco del G8 c’era il golpista, il colluso con le mafie, lo speculatore intento a trasferire la sua città ideale della corruzione e del malaffare, le Milano 2 e 3, perfino nel cratere di un sisma.

E mica è colpa dei soli milanesi o dei lombardi se parte delle morti in concorso col Covid sono da attribuire ai furti e agli espropri perpetrati ai danni della sanità pubblica, se poi il divino ladrone celeste pontifica su igiene, salute e profilassi sanitaria e sociale dalle colonne di un autorevole quotidiano nazionale.

O se tuttora il vertice, le teste insomma, del governo regionale che meriterebbero la ghigliottina, perseverano nell’infamia idiota e diabolica, reclamando che si incrementi la loro indipendenza, alla luce delle performance ottenute in cima alla graduatoria di assassinii,  e restano al loro posto pur suscitando la collera della plebaglia, che però è la stessa che riserva un  consenso ammirato per la figura iconica di altro bramino del secessionismo regionale che pretende di  esercitare la dovuta superiore autonomia in materia sanitaria, per via di una statistica meno ferale, e in quella dell’occupazione e della scuola, per fare un severo collocamento di immigrati e percettori di mance e redditi improduttivi nell’ambito del cottimo di stato.

C’è un proverbio che la dice tutta sul disincanto tossico dei romani: er più pulito c’ha la rogna. Ma pare possa funzionare egregiamente a tutte le latitudini, se il Pisapia che viene a cadenza regolare tirato fuori dalla naftalina in qualità di leader di un rinascente progressismo, è stato artefice del processo di svuotamento del centro di Milano dai residenti, proprio come un Brugnaro o un Nardella qualsiasi, per consegnarlo a multinazionali della speculazione, al terziario del lusso, alle finanziarie e alle banche che hanno bisogno di sfolgoranti vetrine per esibire al loro avida smania di accumulazione, agli emiri del Qatar intenti a fare shopping di terreni e di club sportivi a Milano come in Sardegna.

Si adatta a tutto lo stivale se  tutta la stampa nazionale ha partecipato alla narrazione della nuova Grande Milano guidata con destrezza dall’ex commissario di un epico fallimento, segnato da infiltrazioni mafiose sulle quali l’autorità anticorruzione ha dovuto chiudere un occhio anzi due, in nome dell’ineluttabile e incontrastabile “interesse generale”, da un primo cittadino che accoglie il collega disobbediente di Riace come un eroe e permette in contemporanea i repulisti repressivi di immigrati, da un sindaco che sta realizzando le più famigerate espropriazioni di beni comuni per cederli a società immobiliari e costruttori posseduti dal demone dei faraoni, che sognano di lasciare un’impronta indelebile sotto forma di grattacieli che non vogliono più a Dubai, frutti delle visioni tossiche di archistar  la cui reputazione crolla alla prova di un’ovovia o di un colpo di vento.

Sicchè la bulimia costruttiva fa il paio con il gigantismo megalomane di chi concede il passaggio attraverso Venezia delle Grandi Navi da crociera, oggi rimpiante e richieste a gran voce per contribuire alla ricostruzione dopo la guerra al virus,  o con la compulsiva volontà di riaprire i cantieri delle opere infrastrutturali, da anni rivelatesi come formidabili macchine mangiasoldi pubblici per appagare gli appetiti delle solite cordate, o con i propositi del Ministro Franceschini per il rilancio turistico del Paese, grazie alla sua immaginifica visionarietà, la stessa di Farinetti e di Renzi, fare del Sud la Sharm el Scheik d’Italia, della Sicilia un immenso campo da golf, degli Uffizi un juke box, di Venezia un museo a cielo aperto.

Vi avevano detto di stare tranquilli, che niente sarà come prima.

E per una volta mantengono la parola, tutto sarà peggio di  prima se la cifra antropologica degli italiani pare non sia l’arroganza meneghina, la spocchia veneziana, l’indolenza napoletana, la spilorceria genovese, l’ostentazione palermitana,  ma invece un’arrendevolezza brontolona ma docile, la licenza e la piccola trasgressione del così fan tutti al posto della ribellione.

E succede perfino quando tra Franza e Spagna non si magnerà più in un Paese sull’orlo del fallimento, nel quale centinaia di migliaia di persone si affacciano cautamente di casa, con la fierezza del loro finalmente riconosciuto senso di responsabilità, che nasconde la paura di misurarsi col disastro legittimato dalla minaccia apocalittica, con il tentativo di rimuovere o almeno rinviare la catastrofe, pagando pegno per il loro sabbatico con  proibizioni, quarantene, forme di controllo sociale  tecnologiche, bastonate,  controlli perfino con droni e elicotteri, divieti di spostamento, sanzioni  presto comminate dalle ronde che fino a ieri erano l’inaccettabile format ideale poliziesco salviniano, ora irrinunciabile sistema di necessaria vigilanza e contenimento delle disobbedienze oltre che immaginifico bacino occupazionale insieme agli steward sulle spiagge, o ai braccianti al tempo delle ciliegie.

Il poco che ci hanno fatto sapere, fatto di avvertimenti trasversali e minacce, di come immaginano il nostro futuro prossimo dall’Alpi alle Madonie parla di una condanna alla servitù, nel migliore dei casi, quella già ampiamente avviata nella normalità malata di prima della malattia, subendo i ricatti padronali, le ipotesi non remote per i più fortunati di riduzioni del salario a  fronte di aumento dell’orario di lavoro, il caporalato tramite smart working, con l’assillo di dover rendere i prestiti benevolmente concessi, quelli personali erogati da quelle banche oggetto di salvataggi dagli effetti del loro avventurismo finanziario effettuati a nostre spese,  e quelli dovuti all’Ue,  sotto l’intimidazione di nuove e sempre più severe privazioni in qualità di pena meritata per aver dissipato, goduto, consumato in merci e libertà.

E dire che per anni i risparmi dei cittadini, i fondamenti sani del Paese, hanno costituito un orgoglio oltre che la fonte cui attingere al bisogno, e si sa che il bisogno si presentava sempre più frequentemente per ovviare alla distruzione dello stato sociale, a quella del lavoro, della scuola pubblica. Da oggi risparmiare è un lusso come succede durante le carestie, se chi tiene la cassa comune non ha fatto come gli antichi, che riponevano le scorte nei granai. Ed è ancora di più un privilegio curarsi, nutrirsi, istruirsi, viaggiare, studiare, scaldarsi o rinfrescarsi, e poi amarsi, convivere sotto un tetto dignitoso, andare al mare, visitare un museo.

Non sarà stato un complotto di un impero del male quello che ha liberato e fatto circolare il virus, ma dovremmo trovare una parola adatta per definire questa prova generale, che sembra non finire, di repressione delle aspettative in cambio della sopravvivenza, della libertà di decidere di sé in cambio della “salute”, secondo criteri intesi a imporre una autorità morale abilitata a decidere che cosa è il meglio per noi, alcuni di serie A protetti dentro le mura di casa, altrui di serie B incaricati di garantirci i beni e i servizi elementari, come esige lo stesso sistema che vuol farci pagare i danni che ha prodotto, secondo la regola aurea che socializza le perdite e privatizza i profitti.

Forse è ormai troppo tardi per conservarci il diritto di resistere all’ingiusto e di disobbedire all’illegittimo, la malattia ci ha contagiati molto prima del virus.

 

 

 


Milano da mangiare

Losanna, l'assegnazione delle Olimpiadi invernali 2026Anna Lombroso per il Simplicissimus

Altro che “Milano da bere”, l’era Craxi ha preparato il trionfo della bulimia costruttrice e speculatrice della “Milano da mangiare”, culminata nell’urbanistica negoziata e  depravata della Moratti, di Albertini, di Pisapia, forse il più empio,  e oggi di Sala, del quale si è appreso che ha promosso la svendita per 7 milioni di euro di un’area che si identifica tra le odierne vie Zecca Vecchia, Fosse Ardeatine, Valpetrosa e Piazza San Sepolcro, corrispondente al Foro della antica Mediolanum romana – come testimoniano i resti archeologici nei sotterranei della vicina Biblioteca Ambrosiana e della Chiesa del Santo Sepolcro – l’unica  rimasta di verde pubblico nel cuore storico della città ( e d’altra parte a  Viale Argonne i residenti denunciavano tempo fa «l’inutile abbat­timento di 573 alberi, molti dei quali secolari»)  e che gli speculatori hanno “riproposto” con successo a 90 milioni di euro.

Come al solito l’operazione, grazie all’abituale stravolgimento semantico, che fa diventare un malfattore il rimpianto statista in esilio, viene definita come “riqualificazione” di un sito in vista del prossimo appuntamento mondiale delle Olimpiadi invernali, grazie alla realizzazione di un albergo, dotato di parcheggi pertinenziali a servizio anche delle forze dell’ordine che attualmente occupano piazza San Sepolcro, dalle “dimensioni simili” al tessuto urbano preesistente, a cura   del team di progettazione di Rimond (cito dal Corriere della Sera) “società specializzata nel «design and built» che opera a livello internazionale”, con l’intento, cito ancora, di riempire “l’area di via Zecca Vecchia che oggi è «un vuoto» del tessuto urbano in una zona centralissima di Milano. L’obiettivo è sanare questa ferita. Di contrapporre al gesto violento di demolizione un esercizio paziente di ricostituzione”.

Non ci è dato di sapere, a parte l’indecente garage Sanremo, chi vivesse là, se creativi che preferiscono la “valorizzazione” dei Navigli, stilisti, art decor, indossatrici, finanzieri  oppure nativi meneghini cacciati con ambrosiana  fermezza come d’altra parte cominciò a succedere dopo il 1934 quando furono messi a ferro e fuoco  i quartieri popolari nella zona centrale e con la deportazione degli abitanti di circa 100 mila abitanti, a proposito di vecchio e nuovo fascismo.

E infatti più di tre quarti della città entro i Bastioni ha meno di cent’anni, è sorta in maniera improvvida, irrazionale, disorganica a dimostrazione che ingordigia e avidità sono inestinguibili e che costruttori, immobiliaristi, finanza, banche, amministratori, croupier addetti ai giochi finanziari valutari e borsistici della speculazione fondiaria e edilizia  della Capitale morale, non si accontentano mai, sanno piegare le regole al profitto e il bene comune ai loro interessi convertendo programmazione e pianificazione in una contrattazione dove vincono sempre loro.

Così non basta loro la vergognosa operazione dell’Expo, del «Progetto Porta Nuova» (pro­prietà fon­diaria comprata da emirati e principati), la riconversione dei sette scali ferro­viari, circa 1 milione e 300 mila mq,  i grotteschi  grattacieli di una City Life (la prima «Nuova Milano») sull’area dell’ex-Fiera, assediati da impressionanti cataste di casamenti, a imitazione provinciale  della Dubai dei sette emirati, delle città nuove saudite, di Kuala Lumpur o Bangkok o Shanghai  o Rio o Denver, dove invece la tendenza è a abbandonare la distopia delle torri che graffiano il cielo.

Così pensate che abbuffate ancora più voraci di quelle dell’Expo dell’alimentazione si avvicinano grazie alle Olimpiadi invernali (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/10/09/emergenza-comincia-il-magna-magna-olimpico/) che vedono protagoniste due città emblema della deregulation urbana, del consumo di suolo (Milano in quello ha già meritato la medaglia d’oro), dello sviluppo edilizio a base di variazioni di piano, cambi di destinazione d’uso, assoggettamento supino agli interessi proprietari, in barba a norme, leggi e compatibilità ambientale (Cortina è nota per essere così poco disposta a subirle gli effetti da altalenare tra la secessione dal veneto e il rientro sotto l’ombrello leghista in vista della desiderata autonomia regionale).

Il Consiglio dei Ministri ha definitivamente approvato il decreto legge “per le misure per l’organizzazione e lo svolgimento dei Giochi invernali Milano-Cortina del 2026 e delle Paralimpiadi. La cosiddetta legge olimpica , formata da 19 articoli (compresi anche quelli per le ATP Finals di tennis a Torino dal 2021 al 2025) istituisce gli organismi per la governance dei giochi: Consiglio Olimpico Congiunto Milano-Cortina 2026 presso il Coni che svolgerà il ruolo di “indirizzo generale e di alta sorveglianza sull’attuazione del programma di realizzazione dei Giochi“, la Fondazione Milano-Cortina 2026 che si occuperà soprattutto di gestione e promozione degli eventi sportivi,  la Infrastrutture Milano-Cortina 2026 SPA che ha funzione di “realizzazione, quale centrale di committenza e stazione appaltante, anche stipulando convenzioni con le altre amministrazioni aggiudicatrici, delle opere individuate” e si ispira a “necessari” criteri di semplificazione “per riuscire, nel rispetto delle norme, a rendere le procedure piu’ snelle in modo da non rallentare l’operatività'”, come ha dichiarato esultante il presidente di Regione Lombardia. E per finire, aggiungendo al danno la beffa, un Forum per la sostenibilità e l’eredità olimpica durevole, che dovrebbe far pensare a lungimiranti programmi per il dopo.

Da parte di tutti c’è stato l’invito a accelerare, a fare presto, che l’alato carro del tempo incalza, ma è già evidente che come al solito i ritardi saranno invece benedetti, perché sono quelli che permettono di dichiarare il provvidenziale stato di emergenza più utile delle semplificazioni perché autorizza leggi eccezionali, commissari straordinari, smantellamento dell’edificio dei controlli, autorità speciali. Così l’iter e le procedure per la realizzazione  di 25 opere «essenziali», 13 «connesse» e 3 «di contesto» che aspettano di essere realizzate in Lombardia, più le 21 opere definite «principali» dalla Regione Veneto (e alcune decine di opere venete considerate «secondarie») potrà seguire quelle scorciatoie doverose e ineluttabili che hanno fatto e faranno la fortuna di cordate cui erano stati sottratti ossi succulenti tramite tardivi ripensamenti (Olimpiadi di Roma) e grazie a indagini giudiziarie che almeno temporaneamente hanno rallentato o impoverito il banchetto.

E infatti, recita il Sole 24 Ore, “le Olimpiadi invernali, come accaduto per altri grandi eventi (ultimo dei quali l’Expo di Milano del 2015), sono viste come l’occasione per portare a termine lavori utili alle regioni” e quindi vai col cemento, sottraendo fondi e risorse agli investimenti per la difesa e messa in sicurezza del suolo e aggiungendo pressione e inquinamento.

Anche se la maggior parte dei paesi disertano l’accreditamento a ospitare le kermesse, anche se quelli che ne sono stati afflitti in passato pagano ancora i debiti contratti, anche se nessuno restituirà le case di Londra abbattute o svuotate per far posto alle strutture e infrastrutture, anche se pesa sui brasiliani l’oltraggio postumo dei costi e dell’umiliazione di dover nascondere la miseria delle favelas, pare che da noi ci sia ancora qualcuno che crede al linguaggio universale dello sport e alle magnifiche occasioni di sviluppo e occupazione che ne deriverebbero, dimentichi dei buchi in bilancio di Torino, dell’archeologia  miserabile degli impianti, delle stazioni, dei servizi rimasta a marcire a Roma, che ci sia ancora qualcuno che ci vuol persuadere che questa sia l’occasione epr eseguire opere di interesse generale che altrimenti non verrebbero finanziate e alle quali penserebbero munifici sponsor.

E che ci sia qualcuno  così boccalone da credere al valore delle cosiddette compensazioni ambientali e sociali, o che siano opere essenziali a beneficio della comunità il potenziamento del terminal 2 dell’aeroporto di Malpensa, l’adeguamento logistico e tecnologico del suo collegamento alla stazione Centrale di Milano; l’acquisizione di 10 treni per il potenziamento dei collegamenti Milano-Sondrio-Tirano, o il collegamento Lecco-Bergamo, la Pedemontana lombarda, il prolungamento della metro 4 di Milano da Linate a Segrate. E anche la variante di Longarone, la Variante di Cortina, il collegamento ferroviario Verona Porta Nuova-aeroporto Catullo, la linea ferroviaria Mestre- Castelfranco.

Quando per realizzare le “nuove Milano” di Pisapia e Sala sono state cancellate linee di bus e tram, quando i nostri aeroporti, per non dire delle nostre alte velocità, sono già ora e più che mai in prospettiva sovradimensionate rispetto al traffico fi oggi e di domani, quando i pendolari che dall’hinterland dove sono sati confinati ci mettono ore per raggiungere i posti di lavoro, quando appartengono alle leggende metropolitane le vicende di autostrade fantasma dove non passa nessuno come la Brebemi o la Pedemontana.

È davvero avvilente che qualcuno di beva la menzogna velenosa di poter trarre giovamento da un nuovo Bal Excelsior dopo il fallimento dell’Expo e voglia affidarsi alle bugie di due regioni, Lombardia e Veneto, assatanate di quattrini con i quali appagare gli appetiti dei privati cui vogliono consegnare a nostre spese la sanità, la scuola, l’università e che rivendicano di poter mettere le mani sul miliardo stanziato per accontentare amici, affiliati, famigli e complici. Tanto che Toscana e Emilia vogliono imitarli al più presto e hanno già parlato di un nuovo duetto olimpico, Nardella-De Micheli perché hanno detto    “se Milano è la capitale finanziaria e Roma quella politica, Firenze e Bologna possono rappresentare il polo italiano delle eccellenze e del made in Italy, visto che rappresentiamo il meglio in campo alimentare, in quello della moda, dei motori, della tecnologia e dell’alta formazione universitaria”. Altro che Bonnie e Clyde, altro che Totò e Peppino, siamo andati peggiorando anche coi cialtroni.

 

 

 

 


Il Presepe dei Citrulli

san-gregorio-armeno.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chi ama le celebrazioni  annuali sarà contento di sapere che il 25 dicembre da Santa Natività è stato promosso a “giornata delle sardine”, per festeggiare la seconda rivoluzione cristiana, dopo la prima, quella che ha sconfitto anche mediante  Inquisizione, Crociate e guerre umanitarie contro i feroci infedeli, riformando “la severa e vendicativa religione dei padri, introducendo per la prima volta nella cultura monoteista il concetto del perdono, del rispetto per le donne, il rifiuto della schiavitù e della guerra”.

Ce lo annuncia Dacia Maraini, cui un sito “informativo” attribuisce la maternità di uno dei testi sacri della risorgenza dell’affettività alla pari con le cartine dei Baci e dunque dei libri di Moccia e della Storia celebrata opera della prima moglie,  “Va dove ti porta il cuore”, paragonando Gesù che “ha superato i principi del vecchio Testamento, il concetto di giustizia come vendetta (occhio per occhio, dente per dente) la profonda misoginia, l’intolleranza e la passione per la guerra”, al movimento delle “piccole sardine”, moltiplicate miracolosamente anche senza pani, che sarebbe capace di “introdurre nella società sfiduciata e cinica una nuova voglia di idealismo”, proprio come i Ferrero Rocher di Ambrogio quando hai uno strano appetito. E distinguendosi così da precedenti disdicevoli, che è opportuno dimenticare perché parlavano  di ” Guerra, Appropriazione, Distruzione,  Nemico da abbattere…” insomma di quella maledetta Lotta di Classe da condurre per stabilire condizioni di giustizia, libertà, fratellanza, così cari a arcaici cascami e vecchi attrezzi che disprezzano gli “unici pesci che non vengono da allevamenti intensivi” e che dunque piacciono a vegani, combattenti contro l’olio di palma e pure alla Comunità di Sant’Egidio, al Vaticano, a Prodi e alla Cei, come ci informa compiaciuto l’Espresso che esalta, nel numero in edicola, il successo della “rete bianca”, che proprio come il pastore di anime,  “ha superato i principi del vecchio Testamento, il concetto di giustizia come vendetta (occhio per occhio, dente per dente) la profonda misoginia, l’intolleranza e la passione per la guerra”.

Secondo la nota parabola  succede che da “brillanti promesse” si passi alla condizione di “soliti stronzi” per finire a quella di “venerati maestri”, o maitresse in questo caso, intenta all’ermeneutica dei testi biblici per “sugare” quel po’ di sangue giovane dall’ultimo fenomeno pop che le consenta di dimostrare la sua esistenza in vita cioè sulle pagine dei giornaloni.

Altro che eclissi del sacro prodotta dal consumismo, in questi giorni è tutto un fiorire di religiosità e di spirito ecumenico, messianico e pastorale.

Sempre il Corriere, promosso a house organ di questo bisogno di religiosità contro quei beceri profeti del risentimento e dell’odio, che pure si accreditano come baciatori di immaginette e crocefissi, ha ospitato una lettera autografa del sindaco Sala – quello che sta svuotando la Capitale Morale dei suoi abitanti per far posto alla Nuova Milano, delle Banche, delle Multinazionali, del turismo aziendale, offerta all’occupazione di emiri e sceicchi in qualità di graditi acquirenti e generosi invasori cui è lecito perdonare un credo in altre sedi molto osteggiato – che si confessa “come parlasse a se stesso” anche grazie alla modesta tiratura raggiunta dal quotidiano.  E ci comunica il dolore di essere privato della comunione ma la gioia di essere guidato in ogni suo atto dalla fede, che professa con puntiglio nei luoghi consacrati per stabilire un continuo “confronto con il Mistero” e che lo “aiuta nell’impegno a favore dei più deboli, altrimenti la parola di dio rimane scritta solo nei libri e non nei cuori”.

In effetti di misteri il sindaco ex commissario dell’Expo ce ne dovrebbe rivelare molti a proposito del suo cammino sulla via dell’equità, del rispetto e dell’accoglienza verso i più deboli,  proprio come dovremmo esigere d’altra parte dagli innumerevoli baciapile che ogni giorno peccano contro di noi e fanno ammenda concedendo a  se stessi quello che  a noi è interdetto, il perdono dunque, la reiterazione della colpa, la prescrizione e pure l’immunità e impunità terrene nell’auspicio di quelle celesti.

C’era da giurarci che in occasione della duplice ricorrenza: Natale e liturgia delle sardine, il partito dell’amore da Berlusconi a Cicciolina fino a Santori si sarebbe aggiudicato il favore di critica e pubblico, a conferma che grazie al superamento storico della categorie di destra e sinistra e della loro dialettica, retrocessa a teatrino mediatico e a garbata competizione tra lobby si sarebbe affermata l’egemonia della falsa coscienza capace di combinare Dio, Patria e Famiglia, come avviene in piena vigenza di un regime autoritario e implacabile per contrastare efficacemente anche con la religione, ogni antagonismo, ogni ideale di riscatto e giustizia sociale in contrasto e in concorrenza con il sistema capitalistico e con il suo “ordine” politico, culturale, etico e la sua illimitata e improrogabile riproduzione.

E’ il nuovo/antico spirito del tempo, che coincide con il bon ton della correttezza politica, il più funzionale al mantenimento dello status quo e che assolve roghi, torture, violenze e persecuzioni se attuati a opera del detentori del potere, laico o confessionale, occupando con la sua Verità gli spazi civili e psichici della persone, in modo che si adattino a regole e comandamenti ispirati al rispetto gerarchico e delle convenzioni, all’obbedienza e al conformismo. In modo che si imponga una censura ragionevole anche all’immaginario: che per carità non si illuda di affrancarsi, non aspiri ad altro da quello che viene concesso sotto l’albero o nella calza della Befana, senza nemmeno il carbone incompatibile con l’ecologia degli educati  giardinieri e con accompagnamento, alla pari, di Jingle Bells e Bella Ciao.

 

 


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