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La prevalenza del Ridicolo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La prevalenza del ridicolo nella nostra società, che si esalta in tempi tragici, è allegoricamente rappresentato dall’apparizione della personalità distruttiva secondo Benjamin che risorge dalle rovine fiammeggiante di sdegno e rancore accanto alle due mutoline con bavaglio e gli occhi bassi come alunne ciuchine, a conferma che l’istituto delle dimissioni è di pertinenza delle quote rosa, dopo la Iden o la Guidi, in virtù del ruolo subalterno  delle donne come gregarie che recano umili e volonterose la borraccia d’acqua ai campioni.

Che  pure la maglia rosa ha rivelato anche ai più recalcitranti la sua vena macchiettistica, a cominciare dalla evidente incomprensione, denunciata dai toni burbanzosi dell’inguaribile spacconcello, di avere avviato una lotta destinata alla sconfitta contro l’inamovibilità dell’avversario, attribuibile non certo alle sue qualità di leader ma all’abilità di approfittare di una crisi che mette in ombra l’emergenza che l’ha fatta deflagrare  e che deve essere pompata nella sua drammaticità per  mantenere lo status quo.

Senza nemmeno entrare nel politico di uno stato di eccezionalità che autorizza alla sospensione del dibattito democratico, sia pure condotto da figure irrilevanti, che ha spazzato via con disonore qualsiasi forma di critica alla gestione dell’incidente della storia prevedibile ma trattano come un incontrastabile fenomeno naturale,  che vieta “moralmente” il ricorso al voto e invece impone obbedienza ai comandi sovrani di una autorità esterna, c’è sempre comunque da interrogarsi sulla “statura” dei burattinai in questo Paese, sulla loro tracotanza   demoniaca che li fa ergere sulla massa anche se hanno le fattezze e l’eloquio di Gelli, Delle Chiaie, del birba di Rignano, che proprio come er Cecato possono ordire trame, promuovere golpe e cospirazioni, intrighi e crimini, malgrado facce e intelligenze poco plausibili per la funzione di maligni influencer.

Ma, per tornare alla vignetta del boss che, direbbe la Crusca, esce le sue ministre di serie C sperando di sostituirle con altre ministre di serie B, che pur sempre femmine sono, più contigue e conformi a lui, la plastica raffigurazione dell’umiliazione cui vengono sottoposte le donne, perfino quelle arruolate nell’establishment alle cui regole si uniformano entusiasticamente, era stata preceduta da altra   “cerimonia” di rito civile e concretizzatasi in una letterina aperta di filosofa e scrittrice, “femminista militante” secondo curriculum da Wikipedia, Luisa Muraro, indirizzata appunto alle due figuranti di opposizione e di governo, Elena Bonetti e Teresa Bellanova, rappresentanti rispettivamente per le Pari Opportunità e per l’Agricoltura in quota PD  poi, trasmigrate come rondinelle. in Italia Viva, perché si sottraessero, cito, “alle manovre” del capo contro un governo che di “errori e danni ne ha fatti, così come tanti altri governi alle prese con la pandemia”, ma nessuno dei  quali “è così grave come quello che potrebbe fare Matteo Renzi”.

In questi mesi menti attempate ma autorevoli, intelligenze mature ma agili, sembra che siano state possedute dalla paura, contenuto forte della comunicazione delle “autorità”, comprensibilmente eh, visto che l’epidemia ha rivelato da subito i suoi effetti nefasti combinato con la cancellazione del sistema di prevenzione e assistenza, sulla popolazione anziana, sicché hanno limitato l’esercizio della ragion critica per manifestare un sostegno cieco all’Esecutivo e alle sue misure, baluardo e trincee contro il nemico mortale e nel timore che ad esso possa sostituirsene uno peggiore, quello incarnato dal babau neofascista del quale prestigiosi membri del governo sono già stati fedeli alleati.

Ma duole dover dare sempre ragione a Flaiano, quando la tragedia sconfina nel ridicolo, se una intellettuale   attivamente impegnata per la liberazione della donna dai condizionamenti economici, sociali e morali del patriarcato, raccomanda alle due comparse: “Mirate alla libertà femminile e al bene comune”, e anche “siate ministre del governo in carica, che può e deve migliorare la sua politica: date il vostro contributo, lo sapete fare. Vi chiediamo, in sostanza una prova della vostra indipendenza dalla politica che mira al potere”.

Che dire? Santa ingenuità? Beata innocenza, di chi chiede autonomia di pensiero e azione dal “potere”, quello della “bottega”,  da una ministra che sapeva fare così bene il suo mestiere di sindacalista e ministra  da gridare ai quattro venti le sue convinzioni sui danni di un ritorno a quell’Articolo 18, dal magnificare gli effetti progressivi del Jons Act, da ipotizzare un volontariato punitivo nei campi per i percettori di aiuti statali, o da un’altra esponente della coalizione che ha avuto una certa visibilità per aver rivendicato la presenza di quote rosa nelle 45 task force messe in piedi per gestire i brand pandemici fino a  farsene una tutta sua.

Mentre nessuna delle due vestali del focolare progressista si è espressa in merito alla notizia che non ha avuto gran risonanza, che sull’intero territorio nazionale, circa l’80% dell’occupazione femminile creata tra il 2008 e il 2019 è stata cancellata in tre mesi, tra aprile e giugno del 2020, quando è stato possibile cancellare quasi 200.000 posti di lavoro (guardando solo al Sud Italia) in novanta giorni, non per colpa del Covid, ma perché la diffusione di forme contrattuali  precarie e prive di garanzie, non suscettibili di essere protette neanche dal blocco dei licenziamenti messo in atto in questi mesi, è ormai costume generalizzato nel nostro Paese, che colpisce in maniera superiore le donne, come testimoniato anche dal Rapporto SVIMEZ. 

E difatti a dimostrazione della inanità di qualsiasi persona comune, sia pure con un curriculum stimabile e rinomato, rispetto alla strabordante sfrontatezza del ceto di regime, le due, poco prima di essere trascinate via per i capelli, come Wilma degli Antenati, dai posti conferiti loro, hanno risposto piccate a “ una donna di pensiero”  che avrebbe escluso aprioristicamente  “che la scelta condivisa da due donne possa essere liberamente ordinata a null’altro che alla ricerca di un bene comune possibile per il Paese”, reclamando il riconoscimento della  “libertà decisionale e autonomia femminile” delle loro decisioni in modo da “contare” in occasione della distribuzione oculata delle risorse del Recovery.

Si manifesta così la rivendicazione della funzione di marionette dell’intendente in braghe bianche al servizio del disegno totalitario che si realizza con rinnovate forme di  condizionamento e controllo totale su quel che resta delle democrazie in Grecia o da noi.  Alla faccia delle virtù di genere, delle leggiadre specificità, della superiore sensibilità e accortezza nel guardare ai bisogni reali, anche loro hanno diritto a partecipare dell’ “occasione storica per il Paese e le nuove generazioni” costituita dal banchetto di nozze coi fichi secchi dei nostri quattrini.

Ormai senza memoria e senza storia, uomini e donne vengono persuasi della bontà collettiva di sottomettersi in modo da conservare quel poco che si può grattare dal fondo del barile, per dimostrare la superiorità rispetto alla marmaglia ignorante, ribellista, infantile e irresponsabile cui bisogna imporre una guida forte o la repressione.  

E come all’interno delle società e dei Paesi di ripropongono le forme e i modi del colonialismo, lo stesso processo di riverbera e ripete nel contesto di genere quando le “affermate”, le “arrivate” usano l’immeritato status, l’impunità e l’immunità, l’arroganza che ne deriva per contribuire a intimidire ed emarginare quelle che anche tirando il collo non arrivano nemmeno a vedere il cielo sopra il soffitto di cristallo, arrivando a disonorare e manipolare anni di pensiero e rivendicazioni di genere e di classe, elargendo mancette etiche in forma di fondi  a disposizione di una scrematura di gruppi e associazioni in grazia dell’emancipazionismo neoliberista, propalando la lieta novella di confortevoli part time che permettono la desiderabile combinazione di lavoro e di cura, genitorialità assistenza.  

Al gioco delle parti che esalta la propaganda sul contrasto alla cultura patriarcale, alla violenza sessuale, al maschilismo semantico,  partecipano non sorprendentemente  quelle che dalle poltrone di Lagarde, von der Leyen, Harris, Clinton Merkel, dalle direzioni dei giornali, dalle fondazioni bancarie, dai consigli di amministrazione, dalle agenzie pubblicitarie esercitano discriminazione, oppressione, sfruttamento.  

Lo sanno bene quelle che grazie al mito della sorellanza universale sono state vittime della supremazia delle   bianche sulle nere, delle laureate sulle contadine, delle manager sulle operaie.

E lo sanno anche le “eretiche” quelle che si sono permesse e si permettono di non coltivare un altro frutto della prevalenza del ridicolo, quel pregiudizio favorevole di genere che legittima qualsiasi parola, purchè di voce di donna, che celebra arrivismo e sopraffazione autorizzati, ma solo per una èlite autoselezionata secondo i criteri mainstream, al fine di realizzare vocazioni e aggiudicarsi privilegi, alla pari e più dei maschi. Bella soddisfazione.  


Concorrenza sleale

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È stata la Stampa – quella dello Specchio dei tempi, che va in sollucchero per certi bozzetti di cronaca cittadina,  comprese qualche anno fa quelle che aggiornavano sul sacrosanti pogrom punitivi contro   cittadini italiani di etnia rom, accusati di stupro da una ragazzina che tentava di coprire così una fuga da casa – a pubblicare con relativa locandina pubblicitaria gratis, la notizia dell’intraprendente proprietario di un bar di Cuneo, che si sta preparando a servire il caffè solo ai “clienti vaccinati”.

 A ben vedere si tratta di un caso evidente di concorrenza sleale, tale da suscitare nel lettore che si illudesse di poter esercitare libera opinione e anche liberi consumi senza dover esibire quel certificato di sana e robusta costituzione interdetto ormai all’Italia, il desiderio bastardo che questa selezione profilattica produca esiti sul suo fatturato talmente dissuasivi da farlo recedere dall’incauta trovata pubblicitaria.

Ma d’altra parte mica ci stupiamo per questo.

In attesa che si materializzi il patentino immaginato da Arcuri  nella hall dei suoi padiglioni, sotto forma di plastica a punti per il  sorteggio di premi e cotillon, già idealizzato da De Luca, in attesa che venga preso in parola il Toti icastico selezionatore di “improduttivi” che ha dichiarato: “visto che sono già state violate le libertà costituzionali di movimento e di impresa, perché non si potrebbe imporre per legge a tutti il vaccino?”, in attesa che venga meglio spiegato quell’articolo 5 dell’ultimo Dpcm che configura per “soggetti incapaci” ricoverati  presso  strutture  sanitarie assistite che si rifiutassero di sottoporsi al vaccino il trattamento obbligato, quello fortemente raccomandato dal filosofo Galimberti per disobbedienti e eretici della scienza, assimilati ai matti comuni. E in attesa di una certificazione per andare al cine, salire in aereo, soggiornare in hotel, ma pure lavorare in tutti i settori a contatto con il pubblico come vuole Ichino e anche per gli altri come postula   un vice ministro della Salute, impegnato a combattere le disuguaglianze, ecco, in attesa, possiamo già dire che si può definire concorrenza sleale la campagna per l’esclusiva che ha permesso a Pfizer in regime di monopolio di occupare il mercato italiano con un prodotto non sufficientemente testato. 

E credo si possa definire così la pressione esercitata per battere i competitori con gli strumenti di una lobby prepotente per aggiudicarsi  il consenso incontrastato di governi che hanno rinunciato a qualsiasi forma di sovranità anche in materia di tutela della salute, ormai promossa a unico diritto universale e unico interesse generale, anche grazie al favore di rappresentanti di una cerchia di tecnici e scienziati che ha fatto della neutralità un vizio da combattere coi vaccini della  repressione e della  censura perfino all’interno della corporazione.

Tanto che nessuno si interroga sulla possibilità e opportunità di ricorrere a preparati di altra casa produttrice o di combinare più marchi diversi e, meno che mai, sullo stato dall’arte di eventuali protocolli curativi finora negletti in attesa della panacea.  

E dovevamo aspettarcelo perché la “moral suasion” esercitata dalle autorità è stata così perentoria da produrre effetti più potenti di un obbligo o un comando,  sicchè la vaccinazione con il logo Pfizer come l’LV di Vuitton spopola talmente da assumere la qualità di una dimostrazione di senso civico progressista, illuminato e dunque superiore per censo, cultura e qualità morale, quindi legittimato a esercitare una “doverosa” violenza sanzionatoria e repressiva, quella che richiede Tso, obbligatorietà, licenziamenti , ostracismi, emarginazione per i renitenti, tutti arruolati insieme a Pappalardo, Agamben, Montesano e Montagnier nelle file di Salvini e Meloni.

Perché, come mi è capitato di scrivere (anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/12/30/sinistra-di-pfizer-e-di-governo/  ) il vaccino e dunque l’accettazione fideistica del parere della scienza e delle “raccomandazioni” che assumono particolare perentorietà in veste di Dpcm, ha assunto la forma di una patente di antifascismo come piace a quella che si definisce “sinistra” a intermittenza, quella light di governo con Bella Ciao sul balcone, senza lotta, senza resistenza, senza coscienza di classe,  che consente di rivendicare  l’appartenenza documentata al  consorzio civile e che si prodiga per emarginare e criminalizzare chi non si adegua, ignorante e rozzo primitivo militante contro quel Progresso che ci ha regalato gli antibiotici, lo smartphone e, ma casualmente, la bomba risolutiva su Hiroshima. 

E in effetti è concorrenza sleale contro un pensiero e una idealità “altra” la scelta dei governi di puntare tutto sui vaccini, che permettono di non incidere  sulle cause di fondo che hanno generato il problema, di consolidarsi alternando terrore e poi speranza, oltre che di far fare affari d’oro a cupole che potrebbero restituire il favore con appoggi di vario genere. Affari che in futuro sono destinati a ripetersi e moltiplicarsi poiché se si cerca maldestramente di gestire gli effetti, non sono state rimosse le origini e le fonti, inquinamento, tagli all’assistenza, cessione della ricerca all’industria,  caduta degli standard professionali della classe medica, urbanizzazione, cancellazione delle garanzie del lavoro che espone gli addetti ai rischi dell’insicurezza e della precarietà. 

Non a caso il dibattito pubblico in pieno declino dell’Occidente si è ridotto alla polarizzazione delle posizioni “vaccino si” e “vaccino no”,  a dimostrazione che la civiltà superiore delle libertà le ha consumate all’osso, liberalizzando insieme ai capitali, all’avidità accumulatrice della finanza, alla supremazia degli interessi particolari, il controllo sociale, la gestione amministrativa oltre che giudiziaria e penale dei conflitti di classe, il sopravvento e l’ingerenza delle tecnologie, un governo dell’ordine pubblico impiegato per tutelare i privilegiati, rassicurare i penultimi e marginalizzare e criminalizzare gli ultimi.   

Questa normalità cui vogliono abituarci, mantenendo la provvidenziale confusione, la manipolazione dei dati, l’insensato quadro in continuo divenire di proibizioni, sanzioni, licenze, cromatismi, ha come effetto, ormai decisamente voluto, il permanere dell’eccezionalità sfuggita al controllo di un esecutivo di rissosi partner che litigano come gli ubriachi fuori dall’osteria dove hanno il pieno, limitando il dibattito pubblico, alla contemplazione degli urli, dei rifacci e dei piagnistei degli avvinazzati che si contendono la damigiana che viene da fuori, da dove altri più attrezzati si preparano a approfittare con più profitto di tutte le scorciatoie e di tutte le opportunità decisionali.

È così che si mantiene il consenso obbligatorio alla stregua del trattamento sanitario a un governo che si mantiene grazie all’emergenza e che quindi all’emergenza non può e non vuole rinunciare pena la sua sopravvivenza.

È così che si è determinato uno stato di eccezione pubblica e individuale, grazia al quale ci sentiamo costretti,  per la difesa della sopravvivenza biologica –  l’unica cosa che conta e che  va difesa – a  ripudiare democrazia, diritti, relazioni sociali e affettive. In sostanza, la vita.    


Sinistra di Pfizer e di governo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sull’esistenza del gregge siamo sicuri, no? un po’ meno sull’immunità.

A guardarsi intorno gli italiani sono convinti di essersi conquistati la salvezza, aderendo in massa, per ora moralmente e psicologicamente al vaccino della ditta Pfizer, che sta faticosamente traversando le Alpi e recando  il suo messaggio di algida grazia e resurrezione.

E a ben vedere ormai la vaccinazione ha assunto i connotati di una particolare forma di militanza “antifascista”, come piace alla sinistra di governo senza lotta, di quelle light, senza resistenza, senza coscienza di classe, senza lotta contro autoritarismi, repressioni e censure, invece largamente impiegati da chi sta in alto e si sente dalla “parte giusta”, superiore e illuminato, per censo, cultura e qualità morale e perciò legittimato a esercitare una “necessaria” violenza sanzionatoria e repressiva, tanto da richiedere Tso, obbligatorietà, dunque licenziamenti , ostracismi, emarginazione per chi non obbedisce.

Chi si vaccina insomma acquisisce oltre a un patentino per lavorare nel settore pubblico, per andare in vacanza in hotel nei quali non siano ammessi disertori e cani, per viaggiare in aereo, l’automatico arruolamento nel  consorzio civile che si prodiga per emarginare chi non si adegua, ignorante e rozzo primitivo che si oppone al Progresso che ci ha regalato gli antibiotici, lo smartphone e casualmente la bomba risolutiva su Hiroshima, inevitabile effetto collaterale.

Sono gli effetti di una formidabile campagna di propaganda di contrasto a chi solleva  obiezioni e muove  critiche alla gestione di una crisi che si finge sia sanitaria, mentre è il frutto velenoso di una emergenza sociale.

Così da mesi una parte di cittadini viene arruolata a viva forza nelle file dei complottisti – non voglio nemmeno citare l’altra definizione nauseante  – in modo da suffragare l’ipotesi raccomandata e poi obbligata che si tratti di una patologia maligna come il diavolo,  incontrastabile con buone pratiche, buona medicina di base, buona organizzazione, buona profilassi.  Sicché tutto si rivelerebbe inutile, si, inutile, salvo stare rinchiusi, vivere una sub esistenza, limitare ogni forma di socialità anche dei bambini, remissivamente rinunciare a diritti e garanzie in attesa della salvifica immunizzazione.

Così da mesi non potendo fare di meglio,  si spargono, proprio come con il denigrato sistema dell’helicopter money, “soldoni” per i nuovi brand sanitari: mascherine, siringhe, terapie intensive dove mancano i medici, oltre a banchi, app, padiglioni vezzosi e incoraggianti, provvidenze per la famelica cerchia confindustriale. E invece  “soldini” per i “ristori”, la cassa integrazione, gli aiuti di Stato, del genere di quelli proibitissimi dall’Ue a meno che non si tratti di coperture a garanzia di aziende che se la sono data a gambe dall’Italia, di sostegno a multinazionali che fanno scalo brevemente per un mordi e fuggi che sgombri il campo dalla concorrenza leale.

Così da mesi,  a parte l’elenco delle  sostanziose risorse investite in Opere Strategiche, non è stato nemmeno abbozzato un piano di rafforzamento della sanità, mentre i burbanzosi “governatori” e non solo quelli che pretendono ulteriore autonomia, esigono licenza di continuare a uccidere nella linda e profumata sanità privata delle Rsa, delle cliniche, delle case di cura. Men che meno un programma per razionalizzare i trasporti pubblici: la ministra competente, si fa per dire, ha gorgheggiato solo due giorni fa di aver messo sul tavolo ben 53 milioni per “implementare il settore” con l’impiego di taxi, Ncc e bus turistici tramite gare da indire in 48 ore, a conferma della sconcertante nozione del tempo e della tempestività dell’Esecutivo.

Rasenta ormai il ridicolo la gestione della scuola, tra banchi, mascherine si o no, orari scaglionati, didattica digitale come complemento o soluzione finale che provvede a evitare moleste e costose assunzioni  di personale, in linea con il processo di demonizzazione dei dipendenti pubblici, ultima trincea di un ceto medio retrocesso a proletariato possibilmente senza figli, lusso e privilegio riservato a pochi, condotto con un livore che trova spiegazione solo nella volontà di rompere qualsiasi tentativo di creare un fronte unitario degli “sfruttati”.  

Eh si, ci vuole proprio un vaccino, uno qualunque, meglio se si tratta di quello più gradito ai resti dell’impero di Occidente, che non occorre che abbia passato il vaglio degli enti di certificazione, che abbia effettuato tutti i test indispensabili ad accertarne efficacia e eventuale dannosità, perchè  è comunque convincente e raccomandabile anche in forma coatta, costituendo l’unica soluzione dopo che si è scelto di non identificare, mettere a punto e poi applicare su larga scala un protocollo di cura e magari anche di prevenzione.

Tanto che è noto che i tentativi in forma volontaria e isolata di clinici e medici sono stati ostacolati e censurati, che alcune scelte terapeutiche sono state osteggiate, che addirittura non è stata data la possibilità all’Italia di provare gratuitamente gli effetti di un anticorpo monoclonale largamente applicato con successo per combattere la Sars-CoV-2 e in uso negli Usa e in Germania e Francia, malgrado venga prodotto anche in uno stabilimento del Lazio, come ha denunciato il Fatto quotidiano.

E infatti a fronte dei dubbi, degli interrogativi, ha avuto il sopravvento l’attesa messianica della salvezza sia pure non eterna dopo che hanno squillato per dieci mesi e più le trombe dell’Apocalisse.  

Pare che la maggior parte pur di uscire dall’ergastolo del virus sia pronta al patteggiamento con la Pfizer e l’industria farmaceutica,  la cui affidabilità pare sia stata esaltata dai successi azionari  delle case in questione e dalle plusvalenze multimilionarie realizzate dai loro amministratori, vendendo le azioni in loro possesso, a conferma  che il prestigio e l’autorevolezza dei potenti cresce man mano che aumento il loro conto in banca, attestato insostituibile di abilità e destrezza.  

Pare che magari nel lungo periodo il vaccino possa determinare benefici per i manager proporzionati ai danni per la salute, ma intanto è opportuno farlo “per se stessi”, ma soprattutto “per gli altri” a dimostrazione di un inusuale senso di responsabilità non suffragato da dati certi: nemmeno il Crisanti un tempo nume tutelare della salute, poi retrocesso a abbietto no-vax, oggi redento grazie all’atto di fede nell’Aifa, l’ente che scopre a scoppio ritardato nocività e pericoli, sa darci per certo che chi si vaccina sia davvero immune e che non costituisca un rischio di contagio per quelli che entrano in contatto con lui.

Pare che grazie al “miracolo” ormai il ceto politico abbia guadagnato una nuova e inattesa affidabilità, insieme a quello che viene chiamata “comunità scientifica”, un termine che racchiude in sé il senso di una comunanza appunto di convinzioni e pensiero, mentre da mesi assistiamo a scontri di dotte o sgangherate tifoserie disciplinari.

Così se si dà per scontato, anzi legittimo, che le industrie cerchino il profitto, sarebbe un’infamia da disfattisti e complottisti ritenere che Esecutivo e tecnici mettano a rischio la nostra salute, come se la demolizione del sistema sanitario fosse una colpa del passato, malgrado la stabilità dei governi regionali vigenti, la inamovibilità di ministri e decisori, come se  da fine febbraio le misure applicate non abbiano avuto solo un carattere di “ordine pubblico”, mentre l’edificio economico e sociale del Paese crollava insieme ai diritti del lavoro e dell’istruzione, e come se questa emergenza che ci si ostina a chiamare sanitaria non fosse frutto di una crisi sociale della quale ha esasperato disuguaglianze e ingiustizie.

Un effetto ce l’ha l’immunizzazione di massa dei grandi demiurghi, quello placebo, che ci autorizza a uscire di casa sia pure con tutti gli obblighi di prima dell’epocale distribuzione, che ci scaraventa, ma salvi, nel mare in tempesta delle nuove miserie, che funziona come un plebiscito per rafforzare governi nazionali e quello sovranazionale riconfermando il loro diritto a vessarci ma per il nostro bene.   


Falò della Vanità, gli “influencer” dell’Influenza

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A leggere il libro Cuore, si capisce che il piccolo Enrico, poi magistralmente interpretato in tv dal nipotino del regista che fin dall’asilo voleva approfittare delle opportunità dinastiche per farsi  allievo di Montezemolo, leader,  sindaco,  premier,  presidente, Ad, imperatore, e i suoi compagnucci di scuola da grandi sognavano di fare gli esploratori, i pompieri, i medici missionari, gli inventori.

Poi i tempi sono “evoluti”, e con essi la progettualità infantile popolando l’immaginario delle nuove leve di comandanti dell’Alitalia, hostess, agenti segreti, più tardi grazie alle serie televisive, di magistrati, poliziotti e Ultimi, e di calciatori e veline fidanzate di goleador, art director e top model. Infine, in coincidenza con la fine del “lavoro”, la demolizione dello studio e l’illusione dell’estinzione della fatica, la proiezione del sé di domani, si è ridotta da talentuoso imprenditore di start up in garage, a pilota di droni, a manager dell’accoglienza nel B&B a casa di nonna, a dinamico e indipendente consegnatario di Glovo.

Ma il vero sogno nel cassetto  pare sia accreditarsi come influencer. Operazione non poi così difficile, a vedere i casi di successo, e che richiede come unico talento irrinunciabile, una sgangherata autoreferenzialità e una tendenza all’egolatria.

Non a caso si deve al Covid, alla Grande Influenza, l’auto accreditamento di nuovi soggetti che rivendicano una funzione di persuasori per comportamenti eticamente ineccepibili  e ad elevato contenuto di responsabilità sociale: attori di serie Tv, garrule starlette prestate ai Grandi Fratelli, referenza prestigiosa vista la carriera portentosa di un partecipante del passato, talent scout di rapper,  neo melodici, coristi di jingle, compositori e “produttori”, sono impegnati h 24 a  convincerci della bontà  dell’ignoranza e del valore igienico dell’obbedienza, lanciando l’anatema contro chi non si vaccina quando per anni ha invece ingurgitato bevande e cibi, farmaci e droghe senza premurarsi di sapere cosa ci sia dentro.

E istigandoci a restare così nella beata inconsapevolezza e spensierata osservanza dei comandi  che ci risparmiano dallo sforzo di conoscere, interrogarsi, decidere.

Da adesso poi diventare influencer, testimonial, e pure sponsor a titolo gratuito delle case farmaceutiche, è più facile ancora, grazie a Vanity Fair, rivista non casualmente nata in America, che lancia la sua campagna social pro piazzando su Instagram il faccione del sindaco Sala, e  invitando tutti  a seguirne il fulgido esempio, postando  la propria foto con l’adesivo #iomivaccino che si trova sull’account del magazine.

Guardatela, quell’immagine è proprio al sintesi perfetta dei miti distopici della Capitale Morale che ieri non ha saputo fronteggiare la neve, non sorprendente a quelle altitudini, come non era sorprendente una superiore incidenza di un virus nella regione più inquinata, trafficata e urbanizzata.

Quello della “Milano da bere” che si è fatta mangiare perfino dagli emiri, svendendosi il territorio, cacciando i residenti in un mesto hinterland e che spera di resuscitare buttando quattrini e risorse nei giochi invernali dopo il flop dell’Expo. Quello delle riviste patinate  che hanno aperto virtualmente ai ragiunat i luoghi dei mega-dirigenti, degli Ad, e pure del Cavaliere, rivelando i loro consumi, le loro sartorie, le loro cantine, le loro letture e i loro Pantheon, ammettendoli sia pure solo virtualmente, in cerchie “esclusive” legittimate a sfruttare, dissipare, corrompere, pretendere, scopare a pagamento, mettere l’orologio sopra il polsino e tirare la cocaina.  

E quello di un sindaco che a onta dei  più remoti e dei più recenti insuccessi, si ricandida spudoratamente, accomodato nell’ultima trincea, quella olimpionica,  dove si celebra la bulimia costruttrice e speculatrice nell’urbanistica negoziata della Moratti, di Albertini, di Pisapia,  del «Progetto Porta Nuova» (pro­prietà fon­diaria comprata da emirati e principati), della riconversione dei sette scali ferro­viari, circa 1 milione e 300 mila mq,  dei grotteschi  grattacieli di una City Life (la prima «Nuova Milano») sull’area dell’ex-Fiera, assediati da impressionanti cataste di casamenti, a imitazione provinciale  della Dubai dei sette emirati, o delle città nuove saudite,  dove invece la tendenza è a abbandonare la distopia delle torri smisurate che graffiano il cielo.

E che pare inossidabile alla vergogna tanto che dopo aver  sacrificato i lavoratori essenziali santificando il profitto dopo aver riaperto le fabbriche e fatto viaggiare i tram stracolmi chiudendo i reparti ospedalieri troppo pieni, dichiara la sua vicinanza agli elettori recando il “panetùn” natalizio agli indigenti indigeni – quelli stranieri preferisce renderli invisibili grazie alla pulizia etnica delle forze dell’ordine –  come fosse un Salvini qualunque,  motivando l’acquisizione della sua pagine di propaganda elettorale:  “credo che chi oggi abbia responsabilità politica deve sentirsi la responsabilità di dire, senza se e senza ma, che si vaccinerà, mi pare veramente il minimo, io lo faccio con convinzione”.

Mica è il solo, il Bonaccini ha indetto, molto fotografato e in tempestiva coincidenza con l’epopea sotto zero dei camion refrigerati, narrata con gli accenti epici dello sbarco in Normandia e con quelli biblici  dell’inaugurazione della salvifica Arca di Noè,  il V-day, inteso come Giorno del Vaccino,  a Modena, da dove  è partita la campagna che  si estenderà a tutta la popolazione, al grido entusiasta “ce l’abbiamo fatta, tutti insieme”, perché se “il 2020 si era aperto, scrive il Feltri jr, con lo strisciare da rettile della pandemia si è chiuso con l’arrivo dell’antidoto, non so se sia sacrilego spendere il termine di miracolo, miracolo umano”. 

Saremo salvi, ci fanno capire,  se tutti seguiremo l’esempio dei Vip, politici, campioni sportivi, attori, subrette salvo qualche deplorata ballerina, mentre manca all’appello un buon numero di medici e infermieri, alcuni dei  quali già prontamente denunciati agli ordini professionali grazie alla  doverosa confusione che mescola le schiere degli empi no-vax che rinnegherebbero perfino Sabin con le pattuglie eretiche di quelli che si interrogano su efficacia e trasparenza del prodigio Pfitzer, tacciati di rozzo antiscientismo, di quelli che ne mettono in dubbio la portata liberatoria e redentiva se porteremo per sempre la mascherina, dovremo mantenere il distanziamento, verranno ordinati nuovi lockdown e se è ancora incerta la durata dell’immunità per chi si è sottoposto e la sua possibile contagiosità per gli altri, per non parlare degli effetti collaterali, le controindicazioni e i danni a breve e lunga distanza.

E così come lotofagi, potremo guarire con l’oblio dalla memoria di anni di demolizione del sistema sociale, dell’assistenza, della cura, dell’istruzione, finalmente immuni al rischio di pensare, agire in libertà, lottare contro soprusi e sfruttamento.

È che la dolce persuasione morale cui ci stanno sottoponendo ha lo stesso carattere imperioso e obbligatorio delle raccomandazioni dei Dpcm.

Non verranno a prenderci a casa i battaglioni del vaccino come nei film di fanstascienza per tradurci nei rosei padiglioni di Arcuri, non ci metteranno al camicia di forza per inocularci il miracolo con le  siringhe a altra prestazioni del suddetto commissario, ma sono già predisposte le liste di proscrizione per il personale sanitario disertore, Zaia ha anticipato con festoso entusiasmo che hotel e compagnie aeree rifiuteranno i loro servizi ai traditori,  il sottosegretario alla Salute Sandra Zampa in Tv, lancia il tema dell’obbligatorietà come pre-condizione per chi lavora nel pubblico: “se ci dovessimo rendere conto che evidentemente c’è un rifiuto che non si riesce a superare, io penso che nel pubblico non si possa lavorare”.

E se il vice ministro alla Salute Pierpaolo Sileri afferma che “se un medico non capisce l’importanza del vaccino ha sbagliato lavoro” e che se necessario l’obbligo per il personale sanitario non è affatto da escludere, dando una inedita interpretazione del concetto di obiezione di coscienza che avremmo voluto venisse adottata per gli antiabortisti, Rossana Dettori, segretaria confederale della Cgil con delega alla sanità, salute e sicurezza rilancia in nome dell’unità dei lavoratori: “se il Governo dovesse decidere per l’obbligo, questo non può valere per una sola categoria. Deve valere per tutti i lavoratori, non solo per quelli della pubblica amministrazione. Anche per chi lavora nel privato…” .   

Alla Vanità in Fiera, non ci resta che preferire un bel Falò della Vanità di sacri e profani, boriosi e penitenti, peccatori e savonarola.


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