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Calenda? ha fatto il militare a Cuneo

toto Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come siamo caduti in basso, signora mia! direbbe il compianto Arbasino, nel vedere che dagli appelli degli intellettuali dalla A di Asor Rosa alla Z di Bauman con in calce, siamo precipitati giù, alla lettera aperta di una rosa di superbi sfrontati, da Calenda (che rivendica il ruolo di ispiratore) a Brugnaro, da Toti a Gori.

E par di sentirli, proprio come Totò e Peppino, mentre si rivolgono  a quella Malafemmina della Germania: Signorina, veniamo noi con questa mia a dirvi…., per raccomandarle  di prendere la «decisioni giuste», senza andare al seguito dei «piccoli egoismi nazionali», emersi a sorpresa con l’emergenza sanitaria.

Il Sole 24 Ore che si fa proprio pescare all’amo come il pesce boccalone, è talmente entusiasta dell’iniziativa, che lascia correre sul fatto che i firmatari invece di acquistare uno spazio in casa confindustriale, si siano addirittura tassati per comprare una pagina della Frankfurter Allgemeine Zeitung, per la  pubblicazione della fiera e dolente invocazione.

È proprio una supplica la loro,  e viene definita spericolatamente “bipartisan”, come se ci fossero delle differenze di fronti tra Toti e Bonaccini, tra Brugnaro e Sala, come se Bonaccini non fosse a pieno titolo nel terzetto di punta che pretende l’autonomia supplementare in materia sanitaria proprio come uno Zaia o un Fontana qualunque perfino adesso, o tra i propugnatori delle Triv e delle Tav, come se  i sindaci in calce non fossero primi cittadini del cemento, autori delle più proterve operazioni di “gentrificazione” tramite l’espulsione dei residenti dalle città per favorire le speculazioni dei predoni immobiliari.

Eppure con una improntitudine insolente il promotore, da ricordare più per le sue candide e infantili interpretazioni televisive, che per le performance manageriali, tutte segnate da proverbiali flop, o per quelle di ministro, firmatario già allora, ma di infami patti stipulati con aziende criminali, insieme all’augusta accolita di marpioni, sigla l’ennesima pretesa di innocenza per il passato e il presente, in qualità di crociati per un’Europa equa e solidale, che a loro quelli di Ventotene gli spicciano casa, rammentando ai tedeschi e agli olandesi,  accusati di boicottare i cosiddetti «coronabond», come dovrebbero comportarsi “i grandi Paesi in occasione di una emergenza”.

Così grazie a un veloce ripasso su Wikipedia (non sono più i tempi del Bignami), alla voce Ue,  hanno fatto una scoperta eccezionali: partner favoriti, come l’Olanda – “un esempio di mancanza di etica e solidarietà”, e la Germania, che pure  anche grazie all’Italia ha potuto evitare il default con il dimezzamento dei debiti di guerra, starebbero  “sottraendo da anni risorse fiscali a tutti i Paesi europei….e a farne le spese sono i nostri sistemi di welfare e dunque i nostri cittadini più deboli, quelli che oggi sono più colpiti dalla crisi”, costringendo gli Stati membri alla rinuncia “a costruire istituzioni forti e politiche sociali e di sicurezza comuni

E dire che qualcuno ha pensato che l’epidemia avrebbe lasciato solo macerie, miseria, indigenza e costi economici e morali, dopo il passaggio dei suoi cavalieri dell’apocalisse, che sarebbe servita ai soliti noti, speculatori, accaparratori e borsaneristi, quelli insomma che dichiarano guerra per poi profittare dei benefits della ricostruzione. Macché ecco qua che come un’araba fenice risorge un’utopia europea che potrebbe appagare l’aspirazione ideale di far convergere in un’unica entità etica e organizzativa, equa e solidale come il cacao, le diverse sovranità statali, alla pari.

A essere maliziosi ci sarebbe da sospettare che sia solo per la sua proverbiale mancanza del più elementare bon ton che in calce all’appello, dietro il quale si intuisce l’immancabile fantasma della Bonino, non ci sia anche la firma di Salvini, a conferma che perfino il sovranismo più bieco e il populismo più ignorante possono essere sdoganati quando arriva l’ora di dare una mano al sistema bancario, alle imprese che si fregano le mani, dopo essersele lavate, in attesa di spartirsi la beneficenza compassionevole dello Stato, alla finanza post creativa che si accinge a nuove bolle, nuovi fondi,  a cominciare da quelli sanitari promossi perlopiù dalle aziende multinazionali che così sfruttano due volte i dipendenti in qualità di lavoratori e di assicurati.

Ci sta bene un po’ di linguaggio bellico per questi signorini della guerra mossa contro di noi, dei molti in trincea obbligata e oggetto di leggi marziali in caso di diserzione o sciopero, che anche così sperano di essere promossi da attendenti a colonnelli sotto la guida del generale della Provvidenza, indicato da tutta la politica italiana, dal Pd alla Lega agli esponenti della critica keynesiana, incantati dalle oscene baggianate esibite per accreditare il suo nuovo corso rooseveltiano.

Il new deal della ricostruzione (è stato nientepopodimeno che Franco Bernabè  a galvanizzarci promettendo che «il virus darà l’opportunità di fare l’Europa» invocando una nuova Bretton-Woods europea) che annovera ovviamente il lancio di “helicopter money”, senza dire che poi le banconote del loro Monopoli le dovremo restituire insieme al conto del carburante, del pilota, del noleggio dell’elicottero, inevitabilmente prevede lo Stato debba assorbire le perdite del settore privato – cancellandone i debiti – nei suoi bilanci, e incrementando il debito pubblico, mentre restano vigenti, o, bontà loro, temporaneamente sospesi, i vincoli dei trattati.

Come i prestigiatori delle fiere di paese credono di imbonirci con le gabole delle tre carte, con l’illusionismo dell’elargizione pelosa dell’aiuto condizionato, erogato eccezionalmente e subordinato a una restituzione maggiorata, pretesa con altri colpi di accetta alle garanzie e alle prerogative dei lavoratori, con altri tagli alle risorse disponibili per la spesa pubblica e le politiche sociali, con altri e più pesanti ricatti alla forza lavoro, sempre più intimorita e precaria per permettere l’ormai consolidata pratica del racket comunitario: la privatizzazione dei profitti a fronte della socializzazione delle perdite.

Alla stregua dei cravattari ci concedono generosamente il prestito.

Ma poi, sotto minaccia, lo dovremo restituire tutto. E con gli interessi della moneta in corso nell’impero, i soldi certo, ma anche i talleri della cessione definitiva dei poteri e della democrazia, della cancellazione dello stato sociale e di diritto, per garantire la salvezza dei rentiers, dei gamblers della finanza, dei croupier della roulette, delle banche assassine,  e la sommersione di chi non era ancora annegato e merita un salvagente già sgonfio.

Altro che helycopter money, sappiamo noi cosa e chi dovrebbe essere scaraventato giù. E, per favore, senza restituirli.


Svendita per fallimento

zeta Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’assalto ai forni, convertito nel presente in forma di saccheggio dei supermercati, potrebbe essere la prima scena del trailer del dopo emergenza, quando la crisi economica succederà a quella sanitaria.

C’è chi, come Draghi, l’alchimista del Fiscal Compact, con tutte le probabilità ormai richiesto a gran voce anche da gran parte della compagine governativa che non si sente abbastanza ardimentosa per fronteggiare il disastro prevedibile, decisionista su coprifuoco ma indeterminata sulla “guarigione”, che affida le sorti dei sopravvissuti all’austerità al virtuoso sistema bancario, comprensivo di casse venete, Mps e babbo Boschi?, ma c’è anche chi si aggrappa alla tradizione del marchesato del Grillo, quando i rampolli dissipati avevano fatto fuori il patrimonio e toccava vendere i gioielli di famiglia.

Con una spettacolare insipienza pari solo alla sfrontatezza parassitaria di chi ha sempre potuto tenere l’aristocratico  culo al caldo, Luigi Zanda, capogruppo Pd al Senato, avanza la  proposta di utilizzare il nostro vasto patrimonio pubblico come garanzia per finanziare la ricostruzione, comprese le sedi istituzionali:   palazzo Chigi e Montecitorio.

Un’occhiata troppo rapida al suo brillante curriculum, dalla presidenza del Consorzio Venezia Nuova (si potrebbe suggerirgli l’aggiunta del Mose al pacchetto, ma quello nessuno lo vuole, nemmeno in qualità di sfarzoso monumento alla corruzione e al malaffare)  a quella di Lottomatica, da quella dell’Agenzia per il Giubileo a quella della Fondazione Palaexpo, che suggerirebbe di far tesoro delle sue competenze, si, ma in qualità di cinico curatore fallimentare,  potrebbe trarvi in inganno.

L’ha detto con l’autentica sofferenza di chi patisce una privazione e un sacrificio, perché intendono così i beni comuni quelli che a forza di starci dentro hanno maturato il convincimento che i palazzi siano loro proprietà, come d’altra parte le coste della sua isola concesse benevolmente agli emiri in cambio di un nosocomio per i loro famigli in gita in Costa Smeralda che giustamente non si fidano della nostra sanità, o le vaste aree sarde occupate militarmente dalla Nato per effettuare esercitazioni e test micidiali. Un patrimonio “personale” della cerchia “superiore” che è necessario alienare in cambio di protezione, ammissione alla tavola dei grandi, mantenendosi   possibilmente auto blu, spiaggetta privata, bunker antiatomico o anticontagio.

D’altra parte come insegnerebbe anche la Costituzione che il suo partito voleva “aggiornare”, anche la salute dovrebbe essere un bene comune e infatti anche quella è stata trascurata, svenduta ai privati, ridotta a aspirazione estetica di corpi ben levigati e allenati,  in modo da potenziarne il valore sul mercato, e del quale ci si accorge quando è minacciato.

Basta pensare al numero di morti attribuibili a patologie respiratorie aggravate dalla concomitanza con il Covid 19, ai decessi in stato di abbandono nelle corsie ridotte a lazzaretti, ai pazienti selezionati secondo criteri d’età e pubblica utilità, per la carenza di strutture di terapia intensiva, alla mancanza di respiratori, del costo ormai di un migliaio di euro, a fronte dei milioni dilapidati in operazioni di malaffare, cattiva gestione, vacanze premio di governatori, per capire che la salute in ogni luogo della società è diventata un lusso per pochi, che la ricerca è confinata nelle fortezze delle aziende farmaceutiche, che la tecnologia è più redditizia se la applichi ai bombardieri che ai dispositivi salva-vita.

Negli ospedali certo, ma anche nelle scuole, che crollano, che devono attingere a compassionevoli contributi delle famiglia e dove pare basti  garantire la presenza di cassette di pronto soccorso, il cui contenuto minimo è previsto nell’allegato 2 del decreto 15 luglio 2003, n. 388 “da integrare sulla base dei rischi, delle indicazioni del Medico Competente e del Sistema di Emergenza del Servizio Sanitario Nazionale”, nelle fabbriche e negli uffici dove magnanimamente Confindustria ha acconsentito a concordare procedure di sicurezza, volontarie e temporanee in modo che dopo si possa  perire di normali e abituali “morti bianche”, nelle palestre e nei campetti di calcio che qualche ammirevole sponsor una tantum dota di defibrillatori, nelle città dove lo smog si contrasta a suon di domeniche ecologiche invece di incrementare il trasporto pubblico, nel mondo tutto dove la lotta all’inquinamento dovremmo combatterla noi con costumi morigerati e raccogliendo lattine la domenica.

Quando il dopo pandemia fa capolino come una minaccia invece che come la promessa di uscire dalla paura, si capisce che l’auspicio di tanti,  che cioè questo evento segni un nuovo tempo più attento ai bisogni e ai diritti, perfino l’incipit di un new deal della sanità pubblica e della riappropriazione di poteri e competenze da parte dello Stato, dopo il conclamato fallimento delle privatizzazioni allestite nelle cucine secessioniste delle regioni che rivendicano l’autonomia, è vano e illusorio.

Ricorrentemente qualcuno che non aveva eseguito l’atto di fede europeista (oggi ci tocca anche l’abiura di Prodi e le rilevazioni di Noto/sondaggi che accerta che perfino al fiducia dei fan più accesi sarebbe crollata del 25%  e non basta certo la promessa di elargire dall’areo come volantini pubblictari della sua beneficenza la promessa dei miliardi  della Bce), aveva ripetuto che per sapere come sarebbe andata a finire l’Italia bastava stare seduti a guardare con tanto di pop corn il film della Grecia.

Non c’è stato bisogno del pugno di ferro senza guanto di velluto della Troika, di referendum proibiti comunque per timore degli improbabili assembramenti non sono stati paventati, abbiamo già la moria di anziani, le chemio sospese, le file davanti ai bancomat e l’assalto ai supermercati, per caso i bambini non svengono per la fame in classe solo perché sono chiuse le scuole. Abbiamo già avuto la svendita di immobili di pregio e la cessione di coste e isole, proprio come là, altre vengono “promesse” per farci intendere che è uno dei modi obbligati per contribuire tutti alla ricostruzione dopo questa strana guerra, nella quale tutti abbiamo rischiato di essere condannati se non a morte, al carcere duro e alle pene per diserzione, multati e esposti alla gogna.

È sicuro che il virus non sia il prodotto di laboratorio di un Dottor No che voleva imporre la sua egemoni col terrore, ma è altrettanto certo che sta segnando le nuove frontiere del controllo economico e sociale, durante e dopo l’emergenza, cui seguirà una crisi  devastante, per i mancati introiti di milioni di lavoratori, per la chiusura di imprese e esercizi piccoli e grandi, per la cancellazione dai bilanci della voce “turismo”, per una carestia perfino di generi alimentari incrementata dalle limitazioni alle coltivazioni ortofrutticole, e che induce già e indurrà sempre di più  a chiedere “aiuti” che ci ridurrà definitivamente, in qualità di paese di serie B,  allo status di colonia, incapace e impotente.

Non sarebbero bastate le migliaia di morti annuali di influenze meno apocalittiche, quelle accertate attribuibili a infezioni ospedaliere per costringerci alla resa, è stato necessario il potente canovaccio della tragedia epocale, che ci sta facendo rinunciare a diritti e garanzie, se non vale più nemmeno il dilemma “o la borsa o la vita”.

 


Italia malata grave, ma non seria

it Anna Lombroso per il Simplicissimus

Fino a qualche tempo fa, mentre stavano facendo irruzione nella narrazione economica e sociologica automazione, robotizzazione, informatizzazione a farci sognare che saremmo stati esonerati dalla fatica,  non poteva mancare nella nostra cassetta degli attrezzi, un testo, quel “Lavoro manuale e lavoro intellettuale” di Alfred Sohn Rethel, pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1977, nel quale si delineava una nuova nozione di sintesi sociale, una originale forma di socializzazione dominante, fondata sulla produzione e non sulla circolazione, sul lavoro e non sullo scambio,  grazie al sopravvento, su quello manuale, del lavoro intellettuale, ormai ricollegato alla produzione e al superamento della tradizionale concezione di classe operaia.

Poi succede qualcosa, che non è un cigno nero, perché era prevedibile e previsto, profetizzabile e contrastabile, e confonde tutto.

E altro che nuova sintesi sociale: arcaiche figure criminalizzate perché non sapevano approfittare delle magnifiche opportunità del progresso, lavoratori che non si adeguavano doverosamente alla modernità accettandone i comandi in nome dell’interesse generale, trasferendosi altrove o industriandosi in lavoretti alla spina, ceti penalizzati in quanto parassitari e immeritatamente a ricasco di un sistema produttivo che senza di loro avrebbe caratteristiche di dinamismo futurista, sono stati promossi cavalieri, più di Berlusconi insignito del titolo ancora vigente nel ’77, o di Marchionne (2006) o Montezemolo (1998), icone della retorica da sussidiario alla pari del “muratorino” , oggetto di riconoscimenti prestigiosi e dell’annesso medagliere, Grandi Ufficiali come Bertolaso (Medaglia d’oro al merito della sanità pubblica nel 2005), grazie alla possibilità offerta loro di prodigarsi e  cadere nelle trincee del Covid19.

Così i servi della gleba sono diventati un esercito di combattenti e resistenti che, dicono, si deve sacrificare per noi, per i nostri frigoriferi, ma pure per i nostri arsenali, garantendoci i barattoli per le conserve ma non i pomodori che resteranno nei campi abbandonati per l’obbligatoria diserzione degli stagionali e per le proibizioni governative, le scarpe del Made in Italy ma non i camici, come vuole un apparato industriale che si è piegato a stringere un patto di non belligeranza con esecutivo e sindacati sull’onda di scioperi e manifestazioni, purchè non fosse vincolante ma avesse carattere di oculata discrezionalità arbitraria, purchè fosse chiaro che una volta conclusa la fase emergenziale si possa tornare a morire nell’altoforno, cascare da impalcature, contaminare senza virus.

Nell’archivio sempre rinnovato del “è permesso” e del “è proibito”, dietro all’hashtag: #iorestoacasa milioni di lavoratori perlopiù “manuali” che devono produrre la certificazione che attesti “Comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità, motivi di salute, rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza”, devono affollarsi su metro, bus e pullman, circolare per strada muovendo il profitto e il contagio, rischiando e facendo rischiare, stando alla catena di montaggio senza distanze regolamentari, caricando e scaricando casse e furgoni, trascinando carrelli e riempiendo scaffali, stando alla cassa e nei magazzini dei centri commerciali.

Insieme al personale sanitario, sempre per usare quel linguaggio bellico obbligatorio al tempo delle guerra al morbo, devono stare in prima linea, domestiche, operai, dipendenti delle imprese di pulizia, facchini, camionisti,  muratori, netturbini, scaffalisti, quelli per i quali la semantica dell’eufemismo progressista aveva trovato altri nomi: colf, operatori ecologici, in modo da far digerire umiliazioni e precarietà, ma pure travet del pubblico impiego, partite Iva, che fanno azioni ripetitive che volutamente esonerano dal pensare e scegliere, operatori dei call center costretti a pagarsi internet per recitare contratti e offerte, dipendenti di enti che cliccano su format, con la stessa remota indifferenza imposta a quelli che sganciano bombe da miglia e miglia di distanza o guidano droni, ormai forzati di una nuova manualità per la quale dividono con i lavoratori del braccio la condanna a salari bassi, ricatti, intimidazioni, anche se vengono persuasi di appartenere a un ceto superiore, meno esposto, meno vulnerabile e più apprezzabile.

E magari è bene ricordare che le regole di sicurezza, igiene e profilassi cui si è generosamente assoggettata Confindustria prevedono che mediante disinfezione una tantum, sia doveroso stare insieme alla mensa, davanti ai banchi delle lavorazioni, mentre la socializzazione è interdetta nel caso di assemblee o presidi, in modo da non disturbare i manovratori, da non compromettere la reputazione nazionale, da non minacciare onorabilità e profitti di un sistema padronale che ha scelto da anni di non investire in ricerca e innovazione, di non mettere un soldo in sicurezza e garanzie, preferendo la distribuzione dei profitti delle operazioni finanziare creative agli  indolenti e accidiosi azionisti.

Parlo di quella cricca che dimostra di non conoscere nemmeno le più elementari regole della concorrenza che suggerirebbe di convertire settori in crisi per rispondere a bisogni impellenti che avrebbero un mercato ahimè inesauribile: dispositivi medici, mascherine, guanti, camici,  che da sempre sa solo schiacciare i salari verso il basso, piuttosto che elevare prestazioni e prodotti,  promuovere fondi e assicurazioni per sfruttare due volte i dipendenti, promuovendo la fine della sanità pubblica, sostenere l’eccellenza delle sue rendite azionarie anzichè quella dei prodotti.

Pochi paesi credo siano afflitti da una classe imprenditoriale e padronale così ottusa, ai cui comandi lavora una classe politica altrettanto miope fino al suicidio, che non capisce che in un mondo così interconnesso la crisi di un comparto comporta a ricasco la sofferenza di tanti altri, che l’afflizione di un’azienda che non paga i suoi debiti si ripercuote sulla banca che le ha dato credito spericolatamente sulla base di relazioni opache, e che così negherà il credito a altri operatori, o che mancando le forniture, è inevitabile una reazione inflazionistica, con una stretta della liquidità di tutto il sistema.

Non è detto che stavolta si salveranno. Mentre è detto che a pagare saremo noi.

Sarebbe consigliabile dunque sospettare dei moniti alla solidarietà, alla coesione ricordate solo all’atto di socializzare le perdite mentre si privatizzano i profitti.

E altrettanto raccomandabile sarebbe non rispondere con la cieca ubbidienza a regole e imperativi che assumono un carattere morale inteso a criminalizzare le vittime, corridori, bambini al parco giochi, vecchi che vanno al supermercato, mentre si dà voce e ascolto ai bisogni della cupola che impone l’allargamento delle liste  degli “autorizzati”, delle attività “strategiche” per il Pil ma non per noi, F35 compresi, dei settori strategici e cruciali.

Regole e imperativi così contraddittori, confusi che non possono che dar luogo a discrezionalità, e che potrebbero essere applicati con efficacia solo su un tessuto sociale coeso, in una nazione che si è dotata di infrastrutture, servizi, compresi quelli “democratici” della partecipazione, del rispetto dei bisogni, della tutela dei più deboli.  E in uno Stato che avesse la forza e la sovranità economica e politica per esigere di entrare nel capitale e nel controllo delle aziende strategiche (nella sanità, nelle infrastrutture, nella farmaceutica, nell’energia, nell’ambiente, nell’agroindustria,nell’informatica e nella  robotica, nelle telecomunicazioni) garantendo e esaltando la loro funzione di “interesse pubblico”.

L’Italia è ammalata. E solo noi potremmo guarirla e guarirci.


Peccato di vecchiaia

per fido Anna Lombroso per il Simplicissimus

Proprio come volesse dare attuazione a una “modesta proposta”  di Swift, si direbbe che il coronavirus sia una risposta concreta ai desiderata di Madame Lagarde e delle istituzioni che è stata di volta in volta chiamata a rappresentare autorevolmente, così come alle raccomandazioni di certe sue impari imitatrici seriali (ne ho scritto qui: ).

Secondo loro, convinte che il tempo è una molesta convenzione che non riguarda ceti superiori e intoccati da privazioni, malattie e stenti  “La longevità è diventata un nemico, se non da combattere, almeno da rendere inoffensivo: troppe spese per lo stato in pensioni e assistenza sanitaria”, e anche: “Se si va in pensione prima, quando si è ancora in buona salute, è un costo, perché qualcuno te la deve pagare….”, così  un  “accorciarmento della vita media favorirebbe aiutarebbe gli investitori professionali a trovare degli asset più affidabili”.

L’ipotesi è suggestiva, ma in realtà tutto era cominciato ben prima del Covid19, con i tagli alla spesa sanitaria statale, la privatizzazione selvaggia dell’assistenza ( invidiata in tutto il mondo che la vuole imitare, poco più di un anno si è formata una triplice alleanza senza precedenti, tra Amazon, Berkshire Hathaway e JP Morgan, grazie a  una società indipendente monopolistica,  nella quale JP Morgan promuove i fondi per una prossima bolla sanitaria delle finanziarie del settore, Berkshire Hathaway   copre il comparto assicurativo,  mentre Amazon coprirà la catena dal produttore al consumatore grazie alla sua distribuzione capillare), con la fine della prevenzione, della diagnostica garantita, delle cure dentarie presentate come un lusso in regime esclusivo a beneficio di pochi selezionati per appartenenza sociale o etnica (dobbiamo all’ex presidente Hollande il conio della definizione sans dents), della sostituzione del Welfare pubblico con quello aziendale contrattato dai compiacenti sindacati che, in carenza di rappresentatività, si sono convertiti a fare gli investitori professionali  e i piazzisti di fondi speculativi, fondi pensione, risparmio gestito, hedge fund.

E quando tramite ricatti e intimidazioni diventati sistema di governo e intesi a rompere antichi patti generazionali, si sono criminalizzati e poi puniti gli anziani..

Si, i vecchi sono colpevoli, colpevoli di vivere troppo a lungo, di essere in troppi rispetto alla popolazione attiva (è stato Boeri a “denunciare” che per ogni pensionato c’è solo un lavoratore virgola tre, come se fosse da imputare agli empi over 65 la fine del lavoro e dell’economia produttiva, le delocalizzazioni, di godere di “benefici” assistenziali e non di retribuzione e diritti maturati, di aver dissipato risorse, preteso troppo, dilapidato indebitamente ricchezze, consacrando una interpretazione del merito nella fissazione dei requisiti e dei talenti per vincere la gara della competitività, giovinezza, ambizione, arrivismo, affiliazione e fidelizzazione all’ideologia dominante.

Ormai siamo posseduti da un pensiero macabro che toglie ogni possibilità al sopravvento della ragione e alla consolazione che ne potrebbe derivare, vittime tutti di qualcosa descritto come  incontrastabile, imprevedibile e incontrollabile, così i vari approcci ( la sottovalutazione, l’allarmismo terroristico, le restrizioni e perfino la cosiddetta  immunità di gregge) finiscono per rispondere ad una stessa esigenza, quella che non venga rivelato il tracollo  dei sistemi sanitari statali  distrutti da tagli in modo da delegare l’assistenza ai privati. E che venga di conseguenza legittimata una pratica finora applicata senza che venisse apertamente ammessa, effetto dell’egemonia culturale e politica della pragmatica “necessità”.

Lo sapeva già chiunque avesse avuto un congiunto anziano,  chi aveva effettuato un tetro test sulle condizioni di inevitabile trascuratezza cui veniva lasciato in ospedale ma pure nelle case di riposo, chi aveva dovuto subire il mantra del “se ne faccia una ragione, suo padre/ sua madre, ha fatto la sua vita”, chi ha avuto conferma che le graduatorie per cure e diagnostica, per non parlare dei trapianti e di interventi delicati, sono sottoposte a criteri arbitrari, che accudimento e cure in condizione di invalidità sono accessibili solo a chi se le può pagare.

Ma è oggi che la seleziona malthusiana è autorizzata, suggerita se non raccomandata, come esito inevitabile di una scelta fatale che è doveroso accettare e che interessa sia gli anziani che hanno garantito una economia assistenziale domestica al sistema, quelli i cui risparmi  hanno attutito gli effetti della crisi, sia quelli in situazione di bisogno, soli, esposti, tutti ugualmente esclusi dalle terapie intensive e dall’accesso ai dispositivi salvavita per la colpa di possedere “minori aspettative di vita”, dopo essere stati oggetto della propaganda della giovinezza assicurata a ogni età.

Così non deve stupire che  la mortalità sia più alta  nelle regioni di governatori che davano la colpa ai cinesi che mangiano topi vivi e convivono con i pipistrelli, dove la salute è stata un brand propizio per corruzione, speculazioni e consegna della cura e della ricerca ai privati (Bertolaso ha scelto prudentemente di essere ricoverato al San Raffaele),  dove la più elevata concentrazione di industrie e grandi opere a fortissimo inquinamento da polveri sottili, che provoca la morte di  almeno 40.000 persone, elevando il rischio sistemico e abbassando le difese immunitarie di decine di migliaia di soggetti perlopiù anziani che soffrono di broncopatie, insufficienze respiratorie, cardiopatie.

Sono i vecchi di zone dove una volta vigeva il rispetto per i patriarchi, che ai nostri tempi vengono assimilati ai dannati del neoliberismo, tutti condannati come immeritevoli di vivere, insieme ai destinatari di misure di ordine pubblico e di leggi marziali, senzatetto, lavoratori precari e irregolari senza autorizzazioni.

È a quegli anziani che si è riferito con la sua sentenza di morte Giavazzi economista e accademico della Bocconi e già responsabile dal 1992 al 1994, non a caso,  della ricerca economica, gestione del  debito pubblico e delle privatizzazioni al Ministero del Tesoro, quando ha risposto affermativamente e senza esitazioni alla domanda di quel bel tomo di Giuliano Ferrara: “sarebbe migliore o comunque senza alternative civilmente superiori un mondo scremato di chi non ce la fa a resistere a una pandemia di polmonite che strozza le vie respiratorie con la violenza del coronavirus?”.

Il suo si! deve avere avuto un effetto liberatorio per i profeti del liberismo, che hanno fatto tesoro del contenuto del  documento  della Siaarti ( Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva), (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/03/11/sotto-il-tendone-del-circo/ )   in cui si affermava  che “può rendersi necessario porre un limite di età all’ingresso in terapia intensiva”, che fingono che non occorre fare differenze d’età nella contabilità dei morti, in modo da non essere costretti a distinguere tra “decessi per virus” e “decessi con virus”, in modo da accreditare l’ipotesi che la falce della pestilenza mieta vite giovani e anziane, “sane”  e già toccate da altre malattie, come una livella, in modo che diventi ammissibile per ogni individuo porsi il dilemma di chi ha il diritto naturale di essere salvato, quando dovrebbe essere dovere della società, dello stato, della democrazia secondo gli imperativi della sua Carta costituzionale tutelare la vita e la salute di tutti.

Adesso poi sugli  strati sociali più poveri, sui lavoratori “manuali”, in barba alla magnificenza di uno sviluppo che avrebbe dovuto liberare dalla fatica, sui precari ricattati che hanno difficoltà anche a autocertificare anche l’obbligatorietà del rischio cui sono costretti a sottoporsi,  su quelli più esposti e predisposti, quindi gli invalidi, i portatori di handicap e i disabili, gli anziani ricadono anche gli effetti immediati delle misure governative di “contenimento”, quelle che sarebbero accettabili e attuabili sono in un tessuto sociale corte, coeso e dotato di servizi efficienti, abbandonati, soli, affamati, terrorizzati dalla fine dei risparmi,  dal distacco della corrente, dalle rate inevase, dall’affitto non pagato,  come le loro le badanti irregolari che non possono e hanno paura di assisterli. Come succede sempre quando i più vulnerabili e i più ricattati diventano chi carne da cannone e chi gente a perdere.

Se ne ricordino quelli che ci parlano di orgoglio nazionale, dell’unità solidale di tutti, della  rivoluzione morale che si sta realizzando, della possibilità che quello che abbiamo perso in beni si stia guadagnando in solidarietà e coesione  sociale.

Verrebbe da dire mondo cane, ma cane, si sa, non mangia cane.

 

 

 


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