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Evasione & Secessione

italia-secessione  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono passati 22 anni da quando una piccola e risoluta task force di cretini – 8 “venetisti”, vennero definiti – sequestrarono un ferry boat per trasferire a San Marco un tank, un camper fornito di alcun fiaschi di vino, pane e salame, l’equipaggiamento necessario  insomma per la presa del simbolo della Serenissima e dell’istanza di indipendenza da Roma ladrona.

Si sa che il sindaco Cacciari, uno di quelli che invidiava esplicitamente il radicamento territoriale della Lega, costola della sinistra, perse una intera notte di lettura di brani scelti di Hofmannsthal e di inediti di Nietzsche, impegnato in una trattativa con gli insorti asserragliati nel campanile, che si arresero, si mormorò,  una volta finite le vettovaglie e le bevande.

L’accaduto, oggi dimenticato, suscitò allora grande scalpore in qualità si segnale d’allarme del diffondersi di pressioni secessioniste e eversive, poi via via retrocesse a inoffensivo folclore, come l’elmo con le corna dei fan di Borghezio e la somministrazione rituale ai fedeli di acqua del sacro fiume fetida e velenosa per via dei reflui industriali e agricoli della brava gente della Padania.

Siccome tutto è relativo l’impresa degli 8  preoccupò l’arco costituzionale ancora intriso di valori unitari e sovranisti mentre la vera secessione, quella richiesta di autonomia delle regioni ricche, viene intesa oggi come legittima rivendicazione di chi produce, lavora, spende e pretende, autorizzato quindi a gestirsi il portafoglio, padrone in casa sua, oggetto verosimile di una contesa all’interno del governo che l’azzeccagarbugli degli italiani cerca di sanare con doverose concessioni su sanità e ambiente, di un negoziato con l’opposizione, le cui “ragioni” sono ben rappresentata dal  presidente dell’Emilia targato Pd, e  di un pronunciamento del Parlamento come d’abitudine chiamato a mettere un timbro notarile sul già stabilito.

I secessionisti decisamente imborghesiti rispetto ai magnifici 8 e destinati perciò ad avere successo di critica e di pubblico dopo quello “istituzionale ( la richiesta di maggiore autonomia   è stata sottoposta a referendum consultivo regionale nell’ottobre 2017 per poi essere ratificata nel febbraio 2018 dal Governo Gentiloni)  stanno dirigendo il loro tank anticostituzionale alla conquista dei fortini oltre che della scuola pubblica e dell’università, dell’assistenza e del governo delle politiche ambientali,  grazie alla “appropriazione” – legittima a loro dire  – del  cosiddetto residuo fiscale, ovvero la differenza fra quanto i cittadini versano allo Stato centrale per il pagamento delle tasse e quanto ricevono come trasferimenti dallo stesso Stato centrale.

Vaglielo a dire a Zaia che  avrebbe molti più proventi per attuare le sue riforme se potesse contare sui contributi sottratti dall’evasione dell’operoso Veneto che vanta un primato con 9 miliardi di tasse evase, una cifra enorme,  che pesa per l’8,5% sulla quota nazionale, in un territorio che produce il 9,3% del Pil italiano. Vaglielo a dire che la proverbiale efficienza proclamata non ha saputo contrastare la consegna della gestione dei rifiuti a consorterie criminali, che puzza di marcio lontano un miglio il welfare che vorrebbe promuovere grazie all’autonomia, perchè cresce sul volontario disfacimento dell’assistenza pubblica (sono stati sollecitati a tornare al lavoro i medici ultrasettantenni, per mancanza di personale) in modo da darla in custodia ai privati, proprio come fossimo nel Lazio o in Campania, come si vuole fare con l’istruzione.

E andate a chiedere a Fontana dove vanno i rifiuti delle industriose aziende lombarde, come mai chiudono i presidi ospedalieri e i dipendenti hanno solo i tetti per dire le loro ragioni, che cosa è cambiato dopo lo scandalo Formigoni, se è vero che Milano continua ad essere senza depuratore – e senza opere di salvaguardia per il Seveso, come una Calabria qualunque-  o cosa sta facendo l’Aler (azienda regionale) commissariata a fronte di migliaia di senza tetto, proprio come fossimo a Roma.

E magari si potrebbe avere da Bonaccini presidente dell’Emilia Romagna qualche notizia che incoraggi da affidargli un budget speciale per aiutare quei terremotati che dal sisma del 2012 devono ancora vedere aiuti e risarcimenti, nemmeno si parlasse di Irpinia, o qualche informazione sui suoi “aiuti” alle famiglie molto apprezzati dalla Lega, o sulle recenti misure per la casa della regione Emilia Romagna, che pare non siano altro che contributi arbitrari per l’affitto, o sulla sua legge urbanistica segnata dal totale assoggettamento alla rendita, ai potentati immobiliari e ai costruttori legittimati dalla natura di “cooperative”.

E sto parlando soltanto delle inadempienze che riguardano le competenze in capo alle regioni dopo lo “scioglimento” delle province, la rivoluzione amministrativa e moralizzatrice di Delrio che ha fatto risparmiare ai cittadini ben 26 centesimi di risparmio, a fronte (la fonte è proprio l’Upi) dei  drammatici tagli a scuole, strade, assistenza, con  il quasi dimezzamento delle spese di manutenzione ordinaria (-43% dal 2013 al 2018) e del quasi azzeramento della capacità di investimento delle province (-71% nello stesso periodo) sugli oltre 130 mila chilometri di strade e sulle quasi 7.000 scuole secondarie superiori, insieme all’ aumento secco di circa 36 milioni dei costi per gli oltre 12.000 dipendenti ex provinciali transitati nelle regioni e nei ministeri (dove gli stipendi sono mediamente più elevati). E per non dire del caos che si è creato, della sovrapposizione di competenze, della miserabile rappresentazione di tornate elettorali per le città metropolitane tenute all’insaputa dei cittadini e dove votano i già eletti in modo da raddoppiare l’incarico.

Nemmeno ricordo gli scandali che hanno avuto le regioni come ambientazione di ruberie cialtrone dalla mutande alle merendine e altre più sofisticate, rammentando invece che da molto prima della loro istituzione in tanti avevano messo in guardia sulla natura di enti che avrebbero comportato costi difficilmente sostenibili per le finanze pubbliche italiane senza effetti apprezzabili sulla crescita, dotate di potere decisionale e legislativo ridotto e occasionale anche in virtù della riforma del titolo V della Costituzione del 2001, che ha prodotto sperequazioni in utti i settori compreso quello fiscale.

Oggi il secessionismo dei ricchi rivela la sua indole antidemocratica interpretata in forma bipartisan e che dà carattere di ufficialità alle esternazioni dell’ammiratore del Vesuvio: sfiduciare il Sud, consolidando la convinzione che il Mezzogiorno sia insalvabile per la sua natura di peso morto dove le risorse vengono impiegate in modo irrazionale, improduttivo e clientelare, dove hanno origine e prosperano le cosche, dove alberga il familismo amorale. E volendo dimostrare che in assenza di provvidenziali terremoti e eruzioni, è meglio condannarlo a propaggine africana cui è tassativo negare autodeterminazione e pure le risorse che producono. E d’altra parte si tratta della declinazione nazionale della strategia europea, imporre l’austerità più feroce e arbitraria in modo da dirigere distribuzione, alterare gli equilibri e favorire le disuguaglianze.

Non è solo la Lega a  volere la sua interpretazione aberrante del federalismo,  che costringe il governo a distorcere le norme costituzionali sull’autonomia in modo eversivo per l’unità nazionale e l’universalità dei diritti: la lobby della secessione degli estratti dalla lotteria del privilegio immeritato ha molti associati, le rendite, le multinazionali, i costruttori, gli investitori nei settori del Welfare privato, la finanza che inventa sempre nuove bolle per alimentare il suo casinò, i venditori di beni comuni all’incanto che da anni promuovono crisi in modo che diventino proficue emergenze, quelle che costringono a poteri speciali e liquidazioni eccezionali.

Ah ci sono anche i professionisti dell’antisovranismo, anche quello dei ricchi, che non vogliono dividere le loro correità, nell’Ilva,  ad esempio, cercando qualcuno cui appioppare  la mela marcia che ha avvelenato i tarantini,  nelle banche criminali, nei fallimenti ripetuti dell’Alitalia, in modo che sia chiaro per tutti che lo Stato deve fare il becchino, e noi con lui, seppellire le magagne,  pagare per salvare i padroni, diventare invisibile quando ci sono utili.  

 

 

 

 

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Olimpiadi, Pupazzi di neve

il_794xN.1674385628_ezq6Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte l’abbiamo visto al cinema.

C’è un briccone che deve disfarsi di un falso Leonardo, si mette d’accordo con una casa d’aste prestigiosa quanto spregiudicata, che individua un complice che fingerà di essere interessato all’acquisto e che rilancia spericolatamente,  attirando l’attenzione di un qualche citrullo che si infila nella trattativa montata ad arte e che alla fine si ritrova con in mano il cerino acceso, o meglio la patacca.

Ecco, me li immagino gli svedesi che se la godono guardando agli italiani che pensano di essere stati furbi aggiudicandosi dei giochi che nessuno vuole più ospitare, perché pregiudicano i bilanci pubblici, costringono a sobbarcarsi spese impegnando risorse che dovrebbero avere ben altra destinazione di interesse pubblico, perché compromettono l’ambiente con opere pesanti che restano a imperitura memoria della sfacciata megalomania dei promotori, a volte incompiute e pronte dal giorno successivo alla chiusura della kermesse a accreditarsi come monumenti di archeologia industriale.

E poi perchè, come insegnano Londra o Rio de Janeiro, nelle città sventrate le infrastrutture e i servizi estemporanei hanno sfrattato intere comunità di abitanti, i più esposti e vulnerabili, perchè per coprire antiche iniquità e ingiustizie  proprio come ai passaggi dei despoti ospiti occasionali, si nascondono le vergogne della povertà, con drappi, facciate finte come prosceni e sipari  da esporre allo sguardo dei potenti, dietro ai quali di agita instancabile il malaffare.

Da ieri sera ci fanno vedere il popolo olimpico che gioisce a Milano a a Cortina, diecimila per Tv e questura, un centinaio per chi non si accontenta dei figuranti a pagamento che esultano, dimentichi che pochi giorni fa la capitale morale ha piegato la testa e le ali per un normale temporale estivo come una Roma della Raggi qualunque, ignari forse che ancora non hanno trovato una destinazione i terreni occupati dell’Expo e ora abbandonati alla speculazione, inconsapevoli probabilmente che le grandi opere e i grandi eventi seguono un percorso prevedibile e già segnato, se le autorità anticorruzione chiamate in causa a interventi avviati, secondo una consolidata consuetudine, non possono fare altro che arrendersi, ammonire ma poi chiudere un occhio benevolo per non bloccare progresso e iniziativa più criminale che privata.

Così quelli che sono compiaciuti per l’affermazione della Perla delle Dolomiti, una delle località che registra il più elevato livello di saccheggio del territorio, grazie a regimi speciali, deroghe, licenze urbanistiche conquistate grazie al ricatto della secessione, lo stesso che ha convinto la Regione Veneto a impegnarsi per essere in prima fila nel fronte della candidatura, non sono consci che Cortina come tutta l’Italia, non ha bisogno di valorizzazione per attirare un turismo che sempre di  più avrebbe bisogno di essere calmierato in modo razionale, così come dovrebbe essere controllata e limitata la smania avida e perversa delle multinazionali immobiliari, alberghiere,   turistiche.

Dietro a quelle prime file di citrulli acchiappati e gongolanti da ieri sera, ci raccontano che c’è una solida alleanza, una invincibile armata che si è stretta intorno a questo formidabile progetto, tutti uniti, Coni, governo, capo dello Stato, istituzioni, regioni, enti locali come un sol uomo, pronti a dimenticare scaramucce e contrasti. Immagino che possiamo annoverare anche l’Europa, come una mamma indulgente cui piace vedere giocare i suoi cattivi ragazzi. E non possono che essere cattivi quelli che montano queste operazioni di facciata per dare in pasto ai cani affamati e rabbiosi un osso da succhiare in qualche Colosseo, e nel frattempo li impoveriscono sempre di più, li indebitano sempre di più, li riducono a gladiatori o maschere del cine dove va in scena lo spettacolo greco.

Non è difficile capire  chi è davvero contento, là dietro, le solite banche che incravattano gli enti e le amministrazioni pubbliche da qui ai prossimi sette anni, le imprese che andranno svelte nell’aggiudicarsi i primi appalti e lente lente nei lavori in modo da trasformare i ritardi in emergenze da risolvere con regimi speciali, commissari straordinari (Sala è competente in materia, no?),  illeciti legali, due regioni che a pari merito stanno avviando in porto le loro autonomie da ricche e spietate, due comuni che aggireranno a spese degli altri ottomila i nodi scorsoi dei pareggi di bilancio esigendo licenze per via della loro funzione simbolica, e soprattutto le cordate criminali, quelle che entrano e escono dalle porte girevoli delle opere pubbliche e non dei tribunali,che tramano non più nell’ombra, che tanto sono nei consigli di amministrazione di qualche istituto di credito, di aziende dove hanno collocato i loro colletti bianchi o prezzolato i manager.

E dire che avevamo apprezzato perfino Monti che aveva detto no alla candidatura delle Olimpiadi 2020 e abbiamo rischiato di votare per la Raggi che aveva smascherato la sceneggiata invereconda con la quale Marino aveva preso in ostaggio la sua giunta e la città per la sua ossessione spocchiosa e mitomane. Adesso anche loro sono stati fidelizzati.

D’altra parte, come si dice, l’importante è partecipare..  degli utili. E infatti noi tutti siamo fuori gioco, se non per pagare.

 

 


Golpino regionale e ragionieri di Corte

costituzionali_940Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nei giorni scorsi la Corte Costituzionale, che ha brillato per composto riserbo in occasioni nelle quali un partito di governo proponeva lo stravolgimento della Carta per rafforzare l’esecutivo, limitandosi a esprimersi sulla congruità di un referendum che per fortuna è stato vinto, ha invece parlato per bocca del suo presidente sulle proposte di autonomia regionale che, secondo Lattanzi, “può svolgersi compiutamente solo se è in grado di disporre delle risorse economiche necessarie all’espletamento delle funzioni di competenza e a condizione che esse siano attribuite secondo modi e tempi che permettono una idonea programmazione della spesa”.

A volte, a malincuore, verrebbe da dar ragione agli ignoranti cialtroni improvvisatisi costituzionalisti del Si, che apostrofavano da soloni, professoroni e gufi i componenti del supremo istituto colpevoli di scendere- peraltro in rare occasioni – su indebiti terreni “politici”. Perché la critica della Corte alla svolta che è stata impressa al federalismo dovrebbe avere appunto il significato di misurarne la legittimità e compatibilità con una carta costituzionale che colloca al centro dei suoi principi l’uguaglianza dei cittadini, il pari accesso a opportunità, servizi, lavoro, assistenza, senza misurarsi con le eventuali coperture e con gli obblighi imposti da ragioni di necessità dettate dall’alto e da fuori, incarnate perfettamente dal quel nefasto  memorandum della JP Morgan (sul quale l’organi di garanzia ha virtuosamente taciuto) – coincidente con il programma di governo di Renzi, che sosteneva come “I sistemi politici dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione. C’è forte influenza delle idee socialiste”, colpevoli di aver prodotto esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo…. Portando (addirittura!) alla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

A quelli cui l’autonomia regionale (avviata dai governi riformisti e progressisti) non piace, deve piacere ancora meno l’abiura della Corte che si piega ai poteri finanziari insistendo non sulla ammissibilità di quel progetto, ma sulla sua sostenibilità economica, confermando, se ce ne fosse bisogno, la sudditanza dello Stato, trasformato in un’azienda commerciale che, in caso di difficoltà, deve perdere potere e competenza per essere eventualmente ‘commissariato’ da superiori autorità finanziarie  e dai loro delegati: Europa, governi tecnici, quelli che come disse Monti, devono “educare i Parlamenti”, o Bce che al momento giusto, come sostenne Draghi, può mettere il “pilota automatico” per  contrastare sovranismi, populismi, ribellismi. Come è già d’altra parte ampiamente successo attraverso il congelamento di un sistema di potere, con sistemi elettorali pensati per non cambiare  nulla salvo promuovere avvicendamenti di persone; con le ‘larghe intese’, che sono la ricetta dell’immobilismo; con le riforme istituzionali, come quella del Senato, che avevano come finalità l’‘efficientizzazione’ del sistema, contro la sua democratizzazione; con la derisione delle scelte plebiscitarie dei cittadini.

La sostituzione della politica con le gli algoritmi e le metodologie dell’economia finanziarizzata è un processo avviato e consolidato con successo anche perché il ceto dirigente senza  eccezioni si è piegato a quella che qualcuno (Foucault) chiamava ‘governamentalità’,  un esercizio della politica poco politico che non è la governabilità decisionista craxiana e nemmeno l’adattamento del riformismo alla realpolitik del compromesso, ma si è trasformato in mentalità e costume.

Sicché al centro della visione e dell’esercizio della politica non c’è la rappresentatività delle istituzioni, ma l’autorità, anzi il potere, degli esecutivi, impegnati a difendere interessi di parte, fino a piegare le leggi per rispondere a esigenze private e personali, alla tutela di lobby, perfino a una interpretazione della legalità adattabile alla salvaguardia di chi possiede prerogative e privilegi che vuole conservare come inalienabili.

Come è dimostrato proprio in questa occasione dalla domanda di autonomia proveniente dalla regioni più “benestanti” e dalla reazione all’epoca del referendum consultivo tenutosi in Lombardia e in Veneto, quando   l’intero arco politico si è compattamente schierato per il SI (Lega -promotrice- assieme a  tutta la destra esplicita, insieme ai 5stelle e a quella implicita, il Pd). Ora il movimento 5Stelle è perplesso, titubante per via della preoccupazione di perdere consenso nel Mezzogiorno (anche se poi scopriamo che è nelle regioni più ricche del Nord che si registra il maggior numero di richieste di reddito di cittadinanza o come diavolo vogliamo chiamarlo).

È che si è avuta così la conferma che quella che viene chiamata la “secessione dei ricchi” sancisce l’appartenenza non solo virtuale di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna al contesto del pingue nord, più affine al Belgio e alla Baviera che alla Basilicata e alla Calabria, in aperto contrasto con la nostra Costituzione stabilendo l’iniquo principio che chi vive in regioni a reddito più alto ha diritto a un livello maggiore di servizi. E premiando le loro performance con la concessione a svincolarsi sempre più dai vincoli costituzionali  vigenti che saldano  ancora allo Stato e alle altre regioni italiane attraverso una ripartizione di competenze e una condivisione di risorse uniformi, riservandosi  una quota maggiore del  cosiddetto “residuo fiscale”, vale a dire della differenza (che in quelle regioni è positiva) tra le entrate fiscali e tributarie di quelle geografie e le risorse che vengono spese dalle pubbliche amministrazioni.

Nessuno dotato di buonsenso o di buona vista può credere alla favoletta del reinvestimento in servizi, cure, assistenza, istruzione, del bottino (circa 30 miliardi)  frutto dell’autodeterminazione della gestione delle risorse, che, l’esperienza già collaudata dimostra, è invece preliminare a altre privatizzazioni, che i presidenti di quelle regioni, che si ritengono titolari di una sovranità  preminente rispetto a quella nazionale, intendono promuovere in modo arbitrario e discrezionale per sancire la loro appartenenza alle cerchie finanziarie e commerciali europee e nel contesto nazionale. In modo da replicare su scala le disuguaglianze che ancora tengono in vita lo zombie europeo, da ripetere le stesse modalità di sfruttamento operata dalle cancellerie grazie alla deindustrializzazione e alla delocalizzazione delle aree produttive e delle realtà industriali superstiti, a criteri, all’applicazione di criteri di competitività destinati ad allargare sempre di più il solco che divide nord e sud ma anche quello che separa la forza lavoro dei paesi più forti dalla manodopera a basso costo che proviene dalla aree “arretrate”.

Qualcuno ha perso tempo ad  analizzare le differenze che caratterizzano la domanda di autonomia delle tre regioni: il veneto per il quale si tratta di una “esigenza” prioritaria e simbolica a sancire il suo ruolo di traino e di motore di istanze secessioniste, La Lombardia che ha avuto un atteggiamento più distaccato, come dimostra l’esito del referendum, l’Emilia che è stata senza dubbio spunta ad aggregarsi per contrastare una eventuale avanzata della Lega, come se si trattasse di un monopolio del Carroccio, quando invece si tratta della eredità avvelenata della riforma del Titolo V, come è dimostrato dall’iter del processo attuale, avviato è bene ricordarlo, dal governo Gentiloni,  che ha addirittura previsto  che il Parlamento possa limitarsi a approvare o respingere l’eventuale accordo stipulato fra regioni e governo, senza possibilità di emendarlo. In verità si tratta di tre laboratori impegnati alla pari a uniformarsi alle disuguaglianze che caratterizzano il contesto europeo e occidentale, a assecondare la privatizzazione della società, dai servizi all’assistenza, dalla scuola e università alla sicurezza, dalla gestione dei rifiuti ai trasporti, dalla salvaguardia del territorio, retrocessa a attività di riparazione marginale, alla ricostruzione e alle misure antisismiche fino alla manutenzione dell’edilizia scolastica.

È quello che si vuole, e mica solo in casa leghista, quando le province non sono mai veramente morte e le aree metropolitane non sono mai nate, quando si sottraggono competenze e poteri allo Stato senza assegnarli ai comuni, stretti nella morsa dei debiti e dell’inettitudine impotente davanti agli appetiti privati, quando non esistono più quegli stadi e quei livelli intermedi che svolgevano i compiti di rappresentanza e mediazione degli interessi territoriali. Quando le regioni assecondano trivelle e tunnel, adottano programmi che dietro al contrasto al consumo di suolo e a sostegni per l’edilizia sociale costituiscono gli alibi per derogare agli standard urbanistici e alle tutele della natura, non licenziano i piani dei rifiuti per creare quello stato di emergenza necessario a favorire l’import-export a beneficio dei privati e delle mafie che la fanno da padrone, sospendono l’accesso dei cittadini alle informazioni nel caso di interventi ad elevato impatto ambientale, rivendicano la potestà a emanare proprie leggi in materie, come il consumo di suolo, per loro stessa natura di preminente interesse statale.

E quando la lotta di classe c’è ma alla rovescia, ricchi contro poveri, da una parte i fautori del libero mercato globale dall’altra il malinteso sovranismo dei neo-nazionalisti. E quando invece di pensare a qualcosa d’altro, si raccomandano la riforma dell’Unione, l’incremento di  de-regulation delle geografie già privilegiate, cancellerie carolinge o regioni, quando la battaglia contro lo stato nazione premia campanilismi e localismi e cancella le identità storiche nazionali per un coagulo globale posticcio.

E infatti il golpe regionale si svolge, nel silenzio dei media, fuori dal Parlamento, fuori dai luoghi della cittadinanza, come succede sempre di più ormai quando si devono prendere le decisioni che riguardano la politica della vita, la nostra vita.

 

 

 

 

 


Casal di Padania

mafie-al-nord-immagini Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non c’è film ambientato a Napoli nel quale l’improvvido turista derubato non venga consigliato dagli indigeni di rivolgersi all’esponente locale della camorra per negoziare la restituzione della valigia rubata o dell’orologio della laurea sottratto mentre transitava in taxi verso l’Hotel Royal. E non c’è film ambientato a Roma nel quale il ragazzino dei Parioli cui hanno “preso in prestito” il motorino fuori dalla pizzeria di Trastevere non vada a chiedere aiuto al capannello di piccoli malavitosi che bivacca nel solito bar di via della Scala o di Santa Maria.

Non stupiamoci dunque se il costume si è diffuso tanto che oggi veniamo a sapere dalle cronache che un direttore di banca di una filiale veneta la cui fidanzata era stata derubata di una borsa con la tesi di laurea,  si è rivolto ai Casalesi che in 24 ore hanno recuperato e riconsegnato la refurtiva. Così il protagonista dell’episodio, lo ha riferito il Procuratore nazionale antimafia Ferdinando Cafiero de Raho, diventato da allora ostaggio dei clan di Casal di Principe, è stato costretto a prestare la sua consulenza nei traffici illeciti.

Aveva ragione quel carabiniere ascoltato nel corso di un processo per infiltrazioni mafiose nel Nord, che disse che ormai tutto quello che non è Calabria, o Sicilia, Calabria o Sicilia è destinato a diventare. La Guardia di Finanza e la Polizia, coordinate dalla Dda di Venezia, hanno in questi giorni eseguito  50 misure cautelari (47 in carcere, 3 ai domiciliari) e 9 provvedimenti di obbligo di dimora e di altro tipo come il divieto si svolgere la professione di avvocato e sequestrato  beni per 10 milioni. Le operazioni   hanno avuto come teatro  Venezia e altre località della provincia, Casal di Principe, in provincia di Caserta,  e tra gli accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso e altri gravi reati:  estorsioni per riscuotere crediti, truffe all’erario, traffico d’armi, violenze, e ricatti, ci sono il sindaco di Eraclea,  un avvocato e dei commercialisti e un direttore di banca  che permetteva ai malavitosi, come già faceva il suo predecessore, di operare sui conti societari senza averne titolo, concordando l’impiego di prestanome e omettendo sistematicamente di segnalare le operazioni sospette. Tra i filoni d’indagine ancora aperti c’è dunque  l’ipotesi di rapporti con la politica e il voto di scambio, i con il clan dei Casalesi che ruoterebbero attorno al settore dell’edilizia legato alle costruzioni lungo la costa adriatica veneziana, da San Donà di Piave a Bibione, Caorle e oltre.

Questa ultima operazione conferma i dati del rapporto semestrale di giugno 2018 della Dia che riferiva come il Veneto  sia “teatro di associazionismo criminale con tutte le più potenti mafie italiane ben radicate nel territorio” . E la Commissione parlamentare antimafia nella sua Relazione conclusiva ha scritto che esistono “diversi elementi fanno ritenere che siano in atto attività criminali più intense di quanto finora emerso perché l’area è considerata molto attrattiva”.  Nella  provincia di Venezia Cosa Nostra avrebbe riciclato capitali illeciti nel settore immobiliare, come accertato nel corso  dell’inchiesta Adria Docks.  L’indagine Jonny ha rivelato  “ciclici collegamenti della criminalità locale con la ‘ndrangheta, per consolidare la presenza  della cosca Arena di Isola Capo Rizzuto nel brand del traffico di sostanze stupefacenti e riciclaggio di denaro “sporco” .  Sono state denominate  Fiore reciso, Stige, Picciotteria 2, Ciclope,  le indagini che in questi anni hanno portato alla luce i sodalizi tra criminali locali e organizzazioni riferibile a mafia, ‘ndrangheta, camorra,  con l’ausilio di stimati esponenti dell’imprenditoria, delle banche e delle casse rurali, di professionisti e funzionari pubblici, impegnati a creare un humus favorevole al business criminale.

E si scopre in questi casi che l’ombra lunga dell’alleanza tra mala e mafie si proietta ancora  in quelle zone che parevano antropologicamente esenti: poco meno di un anno fa la Guardia di Finanza ha confiscato tre immobili nelle province di Lucca, Pisa e Firenze riconducibili al patrimonio di Felice Maniero, del valore stimato di circa 4,5 milioni di euro. E chissà dove è custodito ancora il bottino frutto di quel sodalizio. Chi ancora oggi ne gode i frutti dopo la resa dell’avventuriero che aveva soggiogato l’informazione per i suoi modi da guascone che facevano dimenticare i suoi efferati delitti.

Che l’infiltrazione mafiosa nell’operoso Nord risalga ai primi anni ’90 si sapeva. Già allora i casalesi avevano conquistato il litorale oggi ambientazione dell’operazione investigativa, da tempo è stato denunciato che organizzazioni criminali comprano le vendemmie per occupare militarmente il comparto delle bollicine, che a Milano risiedono i più attivi riciclatori professionali in grado di trovare un miliardo in contanti in due ore tra le dieci di sera e mezzanotte, quando banche e finanziarie sono chiuse, e i più professionali addetti al trasferimento di denaro all’estero nelle Andorre, nelle Azzorre, a Gibilterra, nel Liechtenstein, nel Principato di Monaco, o che in Lombardia gli usurai mafiosi hanno sostituito quelli tradizionali perfezionando i sistemi di ricatto e intimidazione cruenta, bene introdotti dal gruppo di Coco Trovato, uno specialista del settore, che si era guadagnato una reputazione di rispettabilità grazie alla assidua frequentazione e allo scambio di favori e alla comunanza di interessi con le élite locali che hanno accreditato lui e altri padrini e che hanno favorito un modello imprenditoriale centrato sull’acquisizione di aziende in crisi trasformate in attività legali di facciata dietro alle quali svolgere  quelle illegali.

È emblematica la dichiarazione resa agli inquirenti in tribunale di Ivano Perego, della Perego Strade, una azienda partecipata dalla ‘ndrangheta, cui il fondatore si era rivolto quando l’impresa famigliare risentì della crisi: e il lavoro arrivò, racconta in aula, perché quello era un settore nel quale i mafiosi ci stavano già, e qua nel Nord non troverà un brianzolo o un bresciano a operare nei trasporti, hanno relazioni importanti, procurano appalti ghiotti, favoriscono finanziamenti per il leasing cui gente come noi non ha mai avuto accesso…. Come, non lo so, io ho fatto i miei interessi e non sto a vedere cosa fanno loro.

Per anni il ceto dirigente del Nord si è speso per smentire gli allarmisti (a cominciare dal generale Dalla Chiesa), rassicurare, minimizzare, rafforzando la narrazione di un territorio sano, intorno a una capitale morale inviolata dal crimine, perlomeno prima dell’invasione degli stranieri foriera di scippi, spaccio, rapine in villa da contrastare con la pistola sul comodino. Come se non fosse già risaputo da anni che era la ‘ndrangheta a farla da padrona all’Ortomercato di Milano, magari coperta- vi furono innumerevoli denunce – dai vigili che chiedevano la stecca in cambio della protezione,  come se la Dia e le Commissioni parlamentari non avessero riferito che sono le agenzie di collocamento mafiose a selezionare il personale di baristi, inservienti, buttafuori di locali, balere e night della movida delle pingui province padane. Come se il commissariamento dell’Expo non fosse stato deciso proprio dopo l’accertamento delle infiltrazioni mafiose e degli appetiti del malaffare contiguo nella grande fiera del cibo. Come se i giri di poltrone nei consigli di amministrazione e nei vertici della grandi opere non dipendessero da ingressi e uscite alla “porte girevoli” di tribunali e patrie galere, prima e dopo permanenze troppo brevi. E come se non fosse stato proprio il Cnel, per una volta efficiente, a diagnosticare e analizzare il processo secondo il quale mafiosi arrivati al nord, alcuni dei quali trasferitisi al seguito di carcerati eccellenti insieme alle famiglie in nuclei numerosi, hanno potuto estromettere gli imprenditori locali, acquisire attività, rilevare fabbriche, immobili, appezzamenti agricoli, greggi e allevamenti, boschi e vigneti grazie all’intermediazione e ai servigi di quelli che vengono chiamati “uomini cerniera”, colletti bianchi che la cronaca definisce “insospettabili”, commercialisti, funzionari delle amministrazioni pubbliche e di istituti finanziari, controllati e controllori.

Eppure esistono da anni le mappe che segnalano quali clan e di quali provenienze si sono spartiti i territori, con la ‘ndrangheta preponderante rispetto a Cosa nostra e camorra, eppure basterebbe guardare a uno degli indicatori più rilevanti per valorate il controllo della politica esercitato dalla criminalità organizzata, la lista cioè dei comuni sciolti per condizionamento mafioso. Eppure basterebbe “seguire i soldi” per individuare i brand dell’impero mafioso: traffico di droga e armi, sfruttamento della prostituzione, tratta degli schiavi, e poi la rete commerciale degli esercizi: pizzerie, bar, palestre, ristoranti, night, discoteche. Cui si aggiungono i settori meno tradizionali: le imprese legali, le immobiliari, le finanziarie, le cordate delle costruzioni, quelle del movimento terra e dello smaltimento dei rifiuti. Eppure nessuno potrà dichiararsi innocente, nessuno potrà dire che anche questo fenomeno era imprevedibile e quindi incontrastabile.

Anche perché a ben vedere questa commistione di interessi illegali e regolari, le correità diffuse, l’omertà prodotto del ricatto, la speranza che la salvezza, il benessere, la sicurezza arrivino da altre fonti opache ma potenti non possono non confermarci che il sistema nel quale sopravviviamo è sostanzialmente criminale, occupato militarmente e governato da poteri scellerati secondo modalità e usi banditeschi che opprimono e reprimono, sfruttano e intimoriscono, quando i confini tra legale e legittimo sono sfumati e rispondono a criteri numerici che nulla hanno a che fare con la rappresentanza, quando il settanta per cento del conto della pizzeria va alla malavita e porzioni analoghe dei nostri investimenti in fondi vanno al crimine finanziario, quando ceti sono emersi grazie a clientelismo, familismo, corruzione e malaffare e pretendono impunità per il loro contributo sia pure in forma disuguale,  al benessere generale e pure al buon governo, avendo dato vita e nutrimento a dinastie di spregiudicati eredi pronti, proprio come nelle famiglie delle cupole, a prestarsi per delitti, ruberie, abusi e soperchierie come è d’uso nel racket dell’impero.


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