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La locomotiva che all’incontrario va

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Perfino il Corriere apre oggi con un compianto: “C’era un’immagine fino a ieri associata alla Lombardia: pratica, solida, efficiente. Non c’è più. La pandemia l’ha sfigurata. Davanti a migliaia di anziani delusi e sofferenti in attesa del vaccino è difficile riconoscere la regione più dinamica d’Italia, la locomotiva che dovrebbe trainare il Paese”.

L’autore dell’epitaffio ci ricasca sulla retorica di rito ambrosiano: a “sfigurare” l’icona del motore d’Italia  che deve trascinarsi dietro un paese corrotto, indolente, parassitario che campa alle sue spalle tanto da costringerla suo malgrado a pretendere una dinamica e operosa autonomia dallo Stato ladrone, non è stata la pandemia ma il suo vertice politico-amministrativo con le sue declinazioni burocratiche e appendici scombiccherate, impegnate in una ignobile gara: Fontana e Moratti, Bertolaso  e Camparini e l’ineffabile Aria più inquinata di quella che respirano i cittadini dei territori più avvelenati d’Europa in competizione con Wuhan, che, ci informano nello stesso articolo, hanno scritto al quotidiano chiedendo “perché la Lombardia non fa più la Lombardia?”.

Magari, verrebbe da rispondere. La verità è che non solo la Regione continua a fare el so mestè come il pasticcere dei proverbi, ma lo fa talmente bene che dopo più di un anno continua a essere il traino se non addirittura un format da replicare come raccomanda Salvini, costituendo “un record di priorità negli ospedali rispetto ai medici locali e all’assistenza primaria, e di promozione della privatizzazione”. Di più, un “modello da imitare”,  proprio come esigeva Giorgetti all’atto di accettare il mandato governativo, per aver adottato politiche “a favore dei produttori piuttosto che delle elemosine” .

Hanno ragione tutti e due e difatti  i consigli per gli acquisti di alleati bendisposti offerti al liquidatore d’Italia e ancor prima al predecessore sono stati accolti con favore.

Guardandoci indietro possiamo andare all’ora X, al 21 febbraio 2020 quando  poco dopo la mezzanotte l’Ansa annuncia “Coronavirus, un contagiato in Lombardia, segue la notizia di altri due casi nel padovano e è allora che Salvini intima al governo: “Chiudere! Blindare! Proteggere! Bloccare!”. Poi, a raffica, Fontana di autodichiara contagiato mentre Sala e Gori sindaco di Bergamo proclamano che le loro città “restano aperte”, Salvini ci ripensa, Confcommercio lancia una campagna  per approfittare dei saldi,  Confindustria mette in guardia dalla psicosi che minaccia l’economia. 

Nel marasma del momento scompare la notizia che da gennaio i servizi segreti e uno “scenario” (così veniva definito il Piano nazionale Anticovid) annunciavano il rischio accertato di una epidemia e l’ipotesi altrettanto accertata che il focolaio sarebbe stato circoscritto non casualmente nell’area più antropizzata, industrializzata e dunque inquinata del Paese dove la cittadinanza è in alta percentuale affetta da malattie corniche dell’apparato respiratorio e dunque  più vulnerabili, come hanno dimostrato le statistiche relative alle epidemia influenzali  di questi ultimi anni.

E veniva tacitata anche l’altra notizia, che il Piano di emergenza nazionale risaliva al 2006, che perfino Formigoni al tempo dell’Aviaria, ne aveva denunciato l’inadeguatezza, che in assenza di dati certi, anche per via della proibizione di effettuare autopsie, non si procede a dettare protocolli di cura per i medici di base, in una ridda contraddittoria di indicazioni e pareri della selva di tecnici che dettano le linee della gestione politica dell’emergenza.   

È così che la Regione più colpita, quella dove i processi di privatizzazione sono stati più fruttuosi anche per la consegna di una rete di servizi, Rsa comprese,  al sistema confessionale, tra San Raffaele e Cl- Compagnia delle Opere, quella dove la sanità è stata scossa da scandali vergognosi, detta tempi e regole al governo, impegnato a oscurare gli effetti del pluridecennale attacco bipartisan alla sanità pubblica, alla rete territoriale, al trattamento e al  numero del personale sanitario e delle strutture.

E’ così  che la sera del 7 marzo il governo annuncia la chiusura della Lombardia e delle altre aree, ma due giorni dopo, il 9 marzo sera il lockdown viene esteso a tutto il territorio nazionale, anche grazie al consenso del comitato tecnico-scientifico che aveva raccomandato la prima soluzione, ma poi non si è opposto alla seconda, operando una scelta drastica e più severa di quella invocata dagli esperti.

I fatti hanno dato ragione ai sospetti, il pensiero forte che riconferma le virtù e le qualità economiche, sociali e morali di quei territori più sovrani degli altri non avrebbe permesso che fossero penalizzati, producendo una “sleale” concorrenza di aree e settori produttivi fino ad allora più svantaggiati, e dunque era preferibile far colare a picco tutto il Paese.

In cambio della proclamazione “padana” dell’emergenza Covid i “gran lombardi” hanno ottenuto  il confinamento per tutto il resto del Paese,un confinamento relativo che stando ai comandi di Confindustria ha selezionato il capitale umano in produttivi e essenziali, mandati al lavoro senza i necessari requisiti di sicurezza, e quelli invece condannati al fallimento o alla salvezza in via digitale tra le mura di casa. I primi in trincea come carne da cannone, sanitari in testa, dipendenti dei servizi di servizi, catene commerciali, gli altri risparmiati dal contagio ma non dalla rovina

La miseria della loro iniziativa “secessionista” si rivela sempre nel contestare l’efficacia e l’efficienza del potere centrale, salvo approfittarne in forma dichiaratamente parassitaria, reclamando aiuti, esenzioni, assistenza secondo la filosofia dei loro capitani di industria che esigono uno Stato assente per non ostacolarli con lacci e laccioli, ma molto presente in funzione no profit e compassionevole.

Ora, come al solito, è inutile chiedersi come mai i due governi non abbiano pensato di commissariare la Regione, misura ampiamente prevista dal nostro ordinamento, tanto che è stata applicata innumerevoli volte.

Innumerevoli volte, è vero,  e proprio con motivazioni affini, ma in regioni del Mezzogiorno. E questo conferma l’inviolabilità legale e morale delle regioni autoproclamatesi intoccabili, talmente superiori per civiltà e progresso, da risultare incompatibili con elementari regole democratiche e della rappresentanza, ormai superate dallo stato di eccezione imposto dall’emergenza. Si tratta della ormai confermata applicazione locale dei principi dell’imperialismo, che divide su scala le nazioni in aree più ricche abilitate allo sfruttamento predone di aree più svantaggiate.

La Lombardia è quindi davvero un laboratorio nel quale si testa la distruzione creativa del draghismo, nel modo un bel po’ pasticcione e rudimentale dei cumenda meneghini col culto del lavoro e della fatica, degli altri, però. Un posto che vanta primati formidabili, di consumo del suolo, di evasione fiscale, di penetrazione mafiosa nel terziario, di ricorso a contratti anomali, part time e precariato, di industrie delocalizzate e che per questo ci proietta il trailer di quel che sarà, sanità a pagamento, prestazioni erogate su base reddituale, aggiramento dei criteri che regolano la vita democratica con la “chiamata” di personale politico e amministrativo in funzione commissariale, potentati economici e finanziari locali che replicano in fotocopia le gerarchie carolinge europee, puntando a far fuori il piccolo in favore delle concentrazioni dei grandi, interessati a stabilire il primato del privato multinazionale sotto il cui ombrello trovare una nicchia protettiva.

E mica vorrete che i margravi  dell’impero si mettano gli uni contro gli altri come fanno fare a noi.    


Arcuri, finché c’è virus c’è speranza

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non si fa in tempo a tirare un sospiro di sollievo che ti arriva un’altra bastonata. Così c’è da temere che in vena di commissariare l’indegno vertice della Regione Lombardia il grande timoniere collochi al suo posto un ammiraglio o altro generale, purché non della Guardia di Finanza, che anche coi competenti è meglio non esagerare.

Resta da immaginare che prestigioso incarico si troverà per il reprobo e i suoi cari, in veste di boiardi o boia che dir si voglia, se Domenica Arcuri cui sono stati riservati gli encomi d’obbligo, resta in sella inviolabile,  inalienabile e anche un bel po’ incazzato per la rimozione ingiustificata, in Invitalia,  l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, di proprietà del Ministero dell’Economia, e candidato non smentito per Cassa Depositi e Prestiti, le due major dell’assistenza a chi ha a spese di chi non ha.

Non si può certo dire che sia stato catapultato dalle stelle alle stalle, il Wolf “risolvo problemi” di Conte, che conserva la facoltà di eseguire il mandato- lo chiede l’Europa- di dare rinnovato vigore alla vocazione di uno stato espropriato di sovranità a elargire investimenti pubblici per sostenere le imprese, accuratamente selezionate secondo i criteri della distruzione creativa che prepara il grande reset. Affondando quindi i piccoli navigli, favorendo megalomani concentrazioni e dando pane per i denti di multinazionali bulimiche che ormai fanno affari autoriproducendosi con la circolazione di dati, così da non aver bisogno di dipendenti molesti visto che noi stessi contribuiamo al loro business, da utenti, clienti e informatori.

Tanto più che resterà nel contesto- quello dei brand della pandeconomia- nel quale ha fatto valere le sue qualità di manager, se verranno confermati i fatti dai quali hanno preso le mosse alcune procure a proposito della fornitura di mascherine e sul ruolo di broker come tal Benotti, le cui conversazioni con il Commissario,  che le ha smentite facendo intendere che si trattasse di uno stalker, sedotto dal suo ineguagliabile carisma,  in numero di oltre 1000 fanno sospettare mallevadorie e traffici opachi quantificabili in 70 milioni.

E non abbandonerà nemmeno l’altro business, quello che gli è costato lacrime dopo che ha versato il sangue dell’abnegazione continuamente rivendicata.

E d’altra parte mica è colpa sua se, dopo aver promesso vaccinazioni eque e solidali, universali e pure leggiadre, da eseguire in aggraziati padiglioni a forma di fiore, siamo precipitati nell’abisso del rischio, dopo Romania,Grecia, Polonia, Portogallo, oltre a Norvegia, Svezia, Finlandia, Slovacchia, Slovenia e Lituania, le grandi case, con le quali aveva trattato con piglio e arroganza padronale in veste di campione dell’Europa, sono venute meno all’impegno, ancorchè minacciate  di azione penale dal burbanzoso indignato.

Vedrete che supererà lo   smacco di vedere infrangersi il suo sogno davanti all’ipotesi che la salvezza venga concessa in caserma a cura di dimessi militari. che aver addirittura stanziato sibaritiche risorse  per rifornire il personale della somministrazione di apposito outfit da esibire nelle primule del costo di circa 400 mila ciascuna, quando dalla poltrona di Invitalia per la quale ha diritto a una remunerazione eccessiva perfino per gli standard indulgenti della Corte dei Conti, potrà dedicarsi alle trattative già intraprese per favorire l’ascesa monopolistica nazionale del vaccino di  Reithera sul quale ha investito   81 milioni di euro, acquisendo  una partecipazione al capitale  dell’azienda accreditata come fiore all’occhiello della ricerca  patria.  

In realtà non occorre il giornalismo investigativo per scoprire che quella che la stampa ha definito la innovativa società medicale romana e che ha conquistato il grosso della filiera di sperimentazione e produzione sul suolo italiano anche grazie ai  finanziamenti ricevuti dalla Regione Lazio, è in realtà controllata al 100% da Keires AG (società svizzera di diritto privato). Accaparrati i quattrini di Invitalia, Reithera  ha dichiarato di voler impiegare 69,3 milioni di euro nelle attività di ricerca e sviluppo per la validazione e produzione del vaccino anti-Covid allo scopo di raggiungere una capacità produttiva di 100 milioni di dosiall’anno, investendo il resto nell’ampliamento dello stabilimento di Castel Romano.  

Ecco spiegato perché dinamici marpioni restano inamovibili al loro posto, quando corrispondono alle esigenze combinate di sviluppare un comparto che si presenta promettente dal punto di vista economico, sociale e perfino morale, da quando la missione della politica consiste nella salvaguardia della salute come unico diritto e nell’investimento nel mercato della produzione dei farmaci come unico motore di competizione e profitto, e di ridurre poteri e sovranità della Stato all’obbligo di entrare direttamente nel capitale aziendale delle imprese, secondo la consuetudine che vuole le perdite a carico della collettività e i profitti a beneficio dei privati.

Insomma per i nostri Arcuri a ogni latitudine, finché c’è virus – c’è speranza.

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Giochi invernali, via il primo miliardo di soldi pubblici

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è un sale sulle molte ferite che ci vengono inflitte, che aggiunge umiliazione al dolore. Parlo della reiterata presa per i fondelli alla quale pare non siamo attrezzati per reagire, se continuiamo a berci le loro fregnacce tossiche dandole per buone, persuadendoci che ne verrà qualcosa di positivo per noi tapini.

Ecco pronto un esempio, la Commissione di Coordinamento del Cio che prosegue i suoi proficui abboccamento con il Comitato organizzatore delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, ne sta apprezzando gli sforzi  e la “visione strategica”  che ruoterebbe, pare,  attorno al desiderio di “far innamorare tutti gli italiani dei Giochi e degli sport invernali e che il mondo si innamori dell’Italia”.

Peccato che certe sbandate  costino care, se l’oggetto dell’infatuazione al caffè sceglie ‘o spumone che è quello   ca costa ‘e cchiu o se la festa di fidanzamento ha luogo al castello del boss delle cerimonie.

Come nel caso appunto di questi Giochi che aspiravano a costituire un “format replicabile” di sostenibilità non solo finanziaria, ma “ambientale e sociale”, rappresentando uno stimolo alla creazione di  nuove opportunità e occupazione a lungo termine e capace di lasciare alle generazioni future un’eredità di impianti (dalle piste di bob e all’ovale dello speedskating), infrastrutture per la mobilità e risorse per il turismo economicamente redditizie.

Un modello, quindi,   per favorire “l’inclusione, la diffusione dei valori olimpici in tutto il Paese e la promozione di stili di vita sani grazie alla pratica sportiva“, e una lezione per promuovere  una maggiore competenza nella gestione dei grandi eventi, offerta a quelle città del mondo, codarde e imbelli, che da anni guardano ai Giochi come a una tentazione suicida cui è bene non cedere, pena voragini di bilancio, debiti, penalizzazione dei cittadini, larghi strati dei quali vengono spostati delle abitazione per far posto a infrastrutture che, a evento finito, si convertono in mesta archeologia agonistica.

Così dal momento della vittoria, quando due città che non hanno brillato per senso della misura e vocazione ecologica, vantando un primato nel campo dell’illegalità e illiceità urbanistica, del consumo di suolo, di gentrificazione, con l’espulsione degli abitanti per la concessione di territorio a grandi gruppi immobiliari, a boss del commercio, a finanziarie, lo slogan che si è sentito ripetere con orgoglio dai promotori e dalle amministrazione è stato che si trattava dei primi Giochi  a “costo zero” per i contribuenti del Paese ospite, un principio raccolto dalla Legge Olimpica approvata nel maggio scorso – che non si dica poi che durante il lockdown il parlamento è stato inoperoso – a simboleggiare l’auspicio per una ripresa dell’Italia provata dalla pandemia e una riconquistata reputazione internazionale.

Peccato che anche la buona fama e il rispetto siano una merce costosa: dopo tutte quelle premesse e promesse sull’autosufficienza economica dell’evento, le cui spese per l’organizzazione, raggiungerebbero i  1.362.000.000 euro, forse, secondo un ragionevole arrotondamento  un miliardo e mezzo, a carico del Cio con mezzo miliardo, mentre il resto dovrebbe arrivare da sponsorizzazioni, merchandising, vendita dei biglietti, lotterie, apprendiamo che  un miliardo di euro è già stato stanziato   dal Governo  (473 milioni vanno alla Lombardia, 325 milioni al Veneto), e “destinato alle opere prioritarie del territorio”, quelle  infrastrutturali cioè “utili ad agevolare l’accessibilità ai luoghi interessati” – e che secondo la Ministra De Micheli cofirmataria del provvedimento  “saranno sicuramente di stimolo per la ripresa economica e il miglioramento competitivo delle imprese anche dopo il 2026” . Al miliardo si aggiungeranno  altri 574 milioni piovuti dal Pirellone, mentre  la giunta di Zaia ne promette 213.

C’è tutto lo spazio dunque per lasciar sbrigliare un po’ della retorica di genere, quella che contrappone tagli alla spesa per la tutela del territorio con le dissipate spese militari, i costi della Tav con le pene dei pendolari. In questo caso si può vincere facile con gli investimenti magri perfino in tempo di Covid per le strutture sanitarie, per l’assunzione del personale, per il rafforzamento della medicina di base e gli oneri a nostro carico per appagare la bulimia costruttiva e la megalomania di ministri e amministrazioni e per alimentare la mangiatoia mai abbastanza colma delle cordate del cemento, degli immobiliaristi, dell’affarismo collegato alla grandeur di opere, interventi e eventi, talmente sfrontato da aver perso la gara con la Francia.

E difatti il programma di Parigi 2024 è stato tagliato di 400 milioni, con il “sacrificio” dello stadio del rugby, di quello acquatico e di alcuni campi di calcio, dopo l’esempio di Tokyo  che, causa Covid, ha scelto di risparmiare  più di 300 milioni di uscite per le infrastrutture.

Invece con il piglio da gradassi provinciali, sembra che non siamo disposti a rinunciare a ben due “location”, maschile  e lombardo e femminile e veneto, per lo sci alpino, a una faraonica tettoia sopra la pista ovale del pattinaggio di velocità di Baselga di Pinè, impianto proverbialmente già in perdita come i tracciati per il bob, accertate macchine mangiasoldi a tutte le latitudini salvo che per il sindaco di Cortina che vuole ridare ai suoi amministrati nuovi brividi, con gli interventi sulla pista Eugenio Monti, quelli della discesa vertiginosa del flop finanziario per via dei  73 milioni del capitolato, 65 per il ripristino e i macchinari di congelamento, 8 per garantire l’utilizzo dopo il Giochi.   


E se voleste essere ottimisti, malgrado l’esperienza dell’Expo, sul volume e qualità dell’occupazione favorita da un Grande Evento, c’è da temere che dovrete accontentarvi dei conflitti di ruoli e di interesse del dinamico management, delle esenzioni fiscali meritate dai  70 dipendenti del gruppo di lavoro di Milano Cortina 2026,  e delle competenze dello staff ( o vogliamo chiamarlo task force?) che vedrà il nucleo centrale del Comitato composto da circa 600 persone, con quattro dipartimenti decentrati che si concentreranno su Governance, Games Delivery, Digital e Revenues. Per il resto  c’è immaginare che si tratterà dell’occupazione poco qualificata, a termine, precaria, quando non “formativa” e “volontaria”, dei cantieri e delle varie tipologie di servitù messi in circolazione dall’eventologia.

Insomma se i cittadini del mondo dopo alcuni prestigiosi rifiuti hanno dimostrato di non volere più le Olimpiadi, bisogna dimostrare se sono cittadini quelli che le sopportano e le pagano.


Razzismo vaccinale

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se ve ne siete accorti, ma anche la verità è disuguale, e dunque possono dirla in regime di monopolio solo i ricchi e potenti, che non temono ripercussioni, censure, ostracismo.

In questo caso poi il soggetto che si è espresso con icastica e incisiva brutalità possiede tutte le caratteristiche per essere protetto e intangibile da critiche che possano ledere il suo stato e ostacolare la sua azione, per nascita, privilegi ereditati, incrementati e arricchiti grazie a vincoli matrimoniali, amicizie e ambizione personale che le ha permesso di intraprendere carriere inarrestabili e insediarsi da inamovibile in vertici impervi per nuovi arrivati. Sono accessori questi che permettono all’élite di proferire frasi e minacce tremende che altri, più in basso, non direbbero mai per non passare da cinici sprezzanti, mentre è certo che le metterebbero, e le mettono, in pratica, saltando agevolmente le parole per passare ai fatti.

Qualcuno ipotizza che l’assessora lombarda tornerà sui suoi passi, che adesso come un Berlusconi, un Renzi, un Conte qualunque dirà di essere stata fraintesa, che quello che ha detto è stato estrapolato e manomesso.

Macchè con l’innocenza dei boia che rivendicano di fare con efficienza il loro mestiere, con quel piglio da praticona sbrigativa, che combina certe specificità attribuite alle donne con i modi spicci e spregiudicati dei maneggioni che ti appioppano fondi, assicurazioni, mutui capestro, la Moratti ha confermato che proseguirà con piglio imprenditoriale e tenacia amministrativa  sulla strada aperta da anni, quella dell’applicazione ad ogni contesto e settore delle leggi inderogabili del mercato, come hanno fatto e fanno altre signore prima di lei, Thatcher, Fornero, Lagarde, von der Leyen, che spesso hanno affogato gli stessi crimini in una palude ipocrita di lacrime e pentimento.

E infatti che cosa ha detto fuori dai denti?   Che i Vaccini anti-Covid devono essere somministrati “più in fretta” nelle regioni con maggior densità abitativa, più mobilità, fortemente colpite dall’epidemia e che contribuiscono in modo significativo al Pil, chiedendo di prendere in considerazione non solo fattori demografici e sanitari, ma anche economici, preponderanti nei territori che costituiscono il “motore del Paese”.  

Qualcosa cioè che ogni dirigente di rito ambrosiano, ogni notabile meneghino, ogni leader padano pensa e cerca di fare, a cominciare dal parlamentare europeo leghista Ciocca che ha affermato che “se si ammala un lombardo vale di più che se si ammala una persona di un’altra parte d’Italia”, del sindaco della Capitale morale in campagna elettorale che se la piglia su Instagram con l’assessora:  «Ci sono mattine in cui ti possono cadere le braccia. il tuo Paese in preda a una crisi politica difficile da decifrare e nel momento sbagliato, la tua Regione che chiede l’assegnazione dei vaccini in base al Pil», ma segue scrupolosamente le orme della ex sindaca mettendo al sacco Milano, svendendola a prezzi da outlet a multinazionali immobiliari, emirati compresi.

E qualcosa, vale ricordarlo, che sognano di fare con più energia e pervicacia anche presidenti “diversamente leghisti”, come Bonaccini che pretende, in accordo totale con la Coraggiosa, una maggiore autonomia della sua regione in materie strategiche, scuola, università e appunto sanità, in barba algi scandali delle spese pazze e alle prestazioni fornite in fase pandemica, grazie al moltiplicarsi delle spinte verso una estensione delle prerogative regionali, peraltro prevista dalla riforma costituzionale del 2001, voluta da un Centrosinistra succube del secessionismo bossiano e favorita dall’introduzione del federalismo fiscale, poi disciplinato da una legge del 2009 che porta il nome di Roberto Calderoli e che vige in grazia di Dio, del Pd, dei 5stelle, di Conte 1 e 2 e del popolo italiano che non perde occasioni per rimuovere l’opportunità di farsi giustizia con l’ultimo strumento democratico rimasto e ultimamente “abusato” da un ceto che non vuole riformarsi.

E dunque perché scandalizzarsi per la rivendicazione di essere autorizzata a fare quello che leggi e usi prevedono ampiamente, a realizzare quello già intrapreso, comprese le nefandezze degli immediati predecessori, dimissionari ma non commissariati, intervento di forza che rientra nelle competenze degli esecutivi ma esercitato solo nei confronti di regioni del Sud. A dimostrazione della dichiarata mediocrità politica e civile del Governo, interessato invece a non intervenire per mantenere una ripartizione dei poteri che permetta lo scaricabarile o la manutenzione di rapporti affaristici con interlocutori privilegiati.

Si sa che le competenze regionali in materia sanitaria sono talmente estese da costituire la parte assolutamente preponderante della loro azione, esattamente come i relativi costi rappresentano la principale componente dei loro bilanci incidendo per oltre l’80% della spesa corrente. A questo equilibrio squilibrato si deve la demolizione del sistema assistenziale e di cura pubblico, che ha origine nei tagli decisi in obbedienza ai diktat europeo, eseguiti con la correità delle Regioni nell’organizzazione e nel contrasto ai fenomeni come il virus:  dunque dipende da loro se si è scelto di privilegiare le strutture ospedaliere a scapito della medicina territoriale  di base, così come la penalizzazione del “pubblico” e il sostegno ai “privati”, tanto che i decantati modelli lombardo e anche emiliano si fondano nel primo caso sull’equiparazione meccanica dei soggetti, nel secondo anzi sulla competizione  e la concorrenza grazie alla spietata aziendalizzazione, che trova conferma esemplare nel ruolo dato al cosiddetto ”welfare aziendale” dei dipendenti regionali in materia di prestazioni sanitarie.

D’altra parte non deve stupire che un governo che sta rivelando la sua indole autoritaria, seppure coi guantini di velluto dello zerbinotto, non abbia preso di petto la questione, lasciando campo libero ai caudillos periferici, contribuendo così a alimentare la leggenda che una tragica pandemia si può contrastare solo riducendola a crisi sanitaria e a questione di ordine pubblico, arrivando a sdoganare  le performance del nemico giallo e attribuendo i successi del contenimento della malattia  all’intrinseca antidemocraticità del regime.

Si tratta della assegnazione politica e morale di un ruolo “guida”, che è stata rivelata il 9 marzo quando è stato esteso a tutto il territorio nazionale il lockdown stabilito la sera del 7   per la Lombardia, con un atto drastico e incomprensibile perfino ai tecnici che aveva suggerito una chiusura controllata delle zone a più alta incidenza epidemica. Cui fa da riscontro l’altra scelta, quella grazie alla quale i lavoratori delle aeree più colpite comunque hanno continuato  a viaggiare e esporsi nelle fabbriche, negli uffici, nei supermercati delle catene di distribuzione, senza che venissero adottate strategia di gestione dell’emergenza e piani di sicurezza, a dimostrazione che si voleva salvaguardare l’economia del “motore” del Paese dall’indebita concorrenza di aree più svantaggiate. 

C’è poco da scandalizzarsi per le sconcezze della madre badessa, sta semplicemente celebrando le liturgie della religione di Stato e di Governo, quella del dio profitto.


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