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Ecologia in maschera

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A volte viene proprio da ringraziare un accadimento che occupa lo spazio pubblico con la sua potenza apocalittica se ci risparmia dall’inanellarsi di baggianate rituali a scadenza annuale.

Impegnati tutti sul Covid 19 ci hanno  graziati delle liturgie della green economy senza olio di palma, delle narrazioni pedagogiche dei patron dei rave di raccolta di lattine  e dei moniti severi degli sporcaccioni globali che finanziano il pallottoliere ecologico a cura dell’organizzazione di ricerche ambientali Global Footprint Network incaricato di misurare le risorse consumate dai dissipati popoli della terra e “estinte” in previsione dell’Earth Overshoot Day.

E siccome quasi nulla può aspirare a stare alla pari con gli scenari rovinologico-sanitari della pestilenza passa senza grande risonanza l’arrivo in Louisiana dell’uragano Laura, più violento e sterminatore di Katrina, che minaccia  quelle che i meteorologi hanno descritto come inondazioni letali e danni diffusi se già 300 mila abitazioni e attività commerciali sono senza elettricità. E d’altra parte a Palermo, a Verona si sono verificati quegli eventi estremi che sono la conseguenza accertata del cambiamento climatico, retrocessi ad allarmi di serie B per via di un ridotto impatto sanitario o percepiti come la declinazione pittoresca contemporanea delle piaghe bibliche che si starebbero accanendo sull’umanità.

In pochi mesi il tema è sprofondato nelle brevi in cronaca e la figurina apologetica di Greta non popola più l’immaginario giovanile   che rinvia i volonterosi assembramenti dei  Fridays For Future a venerdì migliori.

E’  stata anche retrocessa a sterile e irresponsabile argomentazione da complottisti e negazionisti la teoria che possa esserci un rapporto evidente tra pressione antropica, smog,  inquinamento industriale e la superiore incidenza di contagi in Lombardia, registrata anche successivamente alla “riapertura” e, pare, non imputabile all’arrivo di immigrati.

Eppure numerosi articoli presenti in letteratura scientifica (tra l’altro è italiano uno “specialista” autorevole, Mario Menichella che da anni analizza le correlazioni tra condizioni ambientali e patologie) hanno informato che le particelle di particolato fine e ultrafine agirebbero da vettori fisici “leggeri” nei confronti del virus, in grado di portarlo assai più lontano rispetto a quelli  tradizionali.

Eppure, e non a caso, Wuhan, New York, Pianura Padana, che risultano tra le aree più colpite dal Covid-19, sono proprio quelle che  da decenni hanno sviluppato una forte concentrazione di industrie e grandi impianti inquinanti che contribuiscono più di altre sorgenti al loro inquinamento atmosferico per la maggior parte dell’anno, causando di conseguenza un’elevata incidenza fra la popolazione di cancro, malattie cardiovascolari(infarto, ictus, etc.), patologie respiratorie croniche o comorbidità spesso letali.

Eppure nella Pianura Padana da anni si registrano anche a causa della nebbia,  concentrazioni  anomale di varie sostanze nocive (diossine, polveri sottili, particolato fine e ultrafine, gas tossici, etc.), che ristagnano e si accumulano al suolo e che insieme alle emissioni causate dal dissennato ricorso a impianti di biomassa e biogas fanno di questi territori delle zone a alto rischio epidemiologico, come dimostrato dalla incidenza e letalità di malattie respiratorie e polmonari.

Ma la pandemoniaca gestione del virus influenzale del 2020 ha prodotto un effetto mortale in più, quello di cancellare dal nostro vocabolario la formula in passato abusata della qualità della vita, in favore della necessità della sopravvivenza. Proprio come la sopravvalutazione della imprevedibilità ed eccezionalità  di questo incidente della storia è servita a  esercitare una pietosa rimozione delle responsabilità di decenni di  smantellamento della sanità pubblica e di pudico silenzio sugli investimenti che grazie alla carità europea di sarebbero dovuti programmare per il futuro, così la colpevolizzazione dei comportamenti collettivi e individuali è stata brandita come un’arma per distrarre dalle negligenze e dai crimini dei grandi inquinatori, fonti industriale esonerate dal pagamento per i loro crimini e reati grazie a varie forme di immunità e impunità e licenze che intere aree del paese pagano da ben prima del Covid 19 con il loro martirio. 

Vaglielo a dire a Galli della Loggia che, in perfetta consonanza con la ministra Azzolina, attribuisce il marasma nel quale si agitano i responsabili dell’istruzione, allo strapotere dei sindacati, vaglielo a dire ai nuovi predatori pronti a comprarsi risorse e opportunità a prezzi scontati grazie a ristrutturazioni farlocche che promuovono espulsione  di lavoratori e  riduzione della sicurezza e delle tutele.

Vaglielo a dire alle associazioni imprenditoriali che vogliono persuaderci che la perdita stimata di almeno un milione e 1,4 di posti di lavoro – l’Inps fa sapere che gli occupati a fine maggio erano circa 750 mila in meno rispetto a un anno prima e oltre mezzo milione di precari sono spariti dal mercato del lavoro-  sia un incontrastabile effetto collaterale della crisi che deve far abbassare le ali alle pretese di garanzie e protezione, quindi di legalità, arretrata a optional quando non a capriccio incompatibile con la gravità del momento.

Vaglielo a dire a quelli che ancora credono che la partita di giro delle elargizioni dimostri che l’Ue è riformabile e che le condizioni che verranno imposte debbano essere accettate per riguadagnare la reputazione perduta da un popolo che ha voluto troppo.

E vaglielo a dire a Confindustria che reclama riforme strutturali, come se tra “Pacchetto Treu”, Legge 30/2003,  misure del Sacconi dello stare tutti sulla stessa barca, “Jobs Act non ne avessimo avute abbastanza per far regredire il lavoro a precarietà e poi a servitù e che indica tra le priorità la cancellazione del Decreto Dignità.

Ma non è mica l’unica cosa che si vuol cancellare, a guardare il senso profondo del Decreto Semplificazioni che in previsione dell’unica strategia partorita da Villa Pamphili, dalle task force e dal governo per la Ricostruzione (130 grandi cantieri di infrastrutture, stadi compresi, e Grandi opere) propone la demolizione di ogni sistema di controllo, vigilanza e sorveglianza sugli interventi per favorire quella libera iniziativa che non vuole ostacoli, ubbie da anime belle del movimentismo e intralci di antagonisti e anarco-insurrezionalisti.

Basterebbe quello a dimostrare che la tutela dell’ambiente è un optional incompatibile con lo sviluppo, come d’altra parte quella della salute, salvaguardata a suon di mascherine della Fca e di guanti di silicone, e che prevenzione e cure sono lussi che non meritiamo.

E quindi vaglielo a dire a quelli del “niente dovrà essere come prima” se l’unica novità in agenda sono gli interrogativi sullo smaltimento delle mascherine, plausibili a fronte del formidabile incremento della produzione di amteria palstiche a uso “sanitario”, a quelli che davanti allo spettacolo dell’arcadia pandemica, auto in garage, aziende chiuse, città deserte, pensavano che fossimo all’inizio di una beata era delle decrescita felice. A quelli che si illudevano che magicamente fosse arrivato il momento per  ripensare  il modello produttivo e consumistico, liberandoci dalla fatale dipendenza economica e morale del mito della crescita immaginando di sanare i danni del mercato globale con meccanismi di mercato, commercializzazione dei diritti di emissione, import-export dei veleni verso vittime affamate, ricattate e consenzienti o con una ecologia domestica che addossi il peso sui cittadini secondo la prassi della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti.

Vaglielo a dire ai giardinieri dell’ambientalismo senza lotta di classe che la catastrofe rimossa è vicina, che il sistema non è più emendabile e che il rotolare inarrestabile del pianeta verso la rovina travolgerà tutti, lupi e agnelli, rane e scorpioni.


Questione giudiziaria, questione settentrionale

fedAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se la rivendicazione “federalista” della Regione Lombardia, avanzata insieme a Piemonte e Veneto, tutte e tre in testa alle classifiche di rendimento in occasione del Covid, non nasconda anche qualche pretesa non ancora rivelata in tema di amministrazione della giustizia, in modo che si possa effettuare un graduatoria della legalità tra meritevoli, in testa quelli che possono vantare più dinamismo, maggiore produttività confermata dai procedimenti giudiziari in corso, e immeritevoli, e giù quelli che sono affetti dagli stessi mali di sempre, meno competitivi nella gara da quando camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra hanno trovato più vantaggiosi contesti da infiltrare e occupare.

Fosse così la Lombardia si meriterebbe dei tribunali speciali, autonomi e con la collaborazione di soggetti privati proverbialmente più efficienti. Può esibire infatti  cinque inchieste, quelle  che riguardano la  fornitura dei test sierologici appaltatai in affidamento esclusivo alla Diasorin e il conflitto di interesse relativo alla fornitura dei camici, che interessa direttamente il presidente indagato per frode in forniture pubbliche. Altre che concernono gli eventi verificatisi durante  l’emergenza coronavirus:  la mancata chiusura della Val Seriana e la diffusione del virus nelle residenze per anziani. Poi ci sono i filoni “conoscitivi”   sulla realizzazione  dell’ospedale negli ex padiglioni della ex Fiera di Milano, per il quale il nucleo Tributario della Gdf sta indagando su  spese e consulenze.

Ma i guai per Fontana non finiscono qui: sempre nell’ambito dello scandalo dei camici, ci sarebbe un tentato versamento di denaro, segnalato come Sos-Segnalazione sospetta,  proveniente da un suo conto svizzero precedentemente intestato alla madre, per il quale nel 2015 aveva eseguito uno scudo fiscale per 5,3 milioni.

Gli indicatori e i criteri per definire e valutare l’onestà  non dovrebbero dar luogo a gerarchie e graduatorie: o lo sei o non lo sei, soprattutto quando i comportamenti di pubblici ufficiali, rappresentanti eletti, uomini delle istituzioni ledono i beni comuni e l’interesse generale. Senza rifarsi all’immancabile confronto tra il pensionato che ruba due mele per fame e, sempre per restare in Lombardia, Formigoni, dovrebbero suscitare la stessa ripugnanza i misfatti indecenti consumati all’ombra della pandemia  e i miserabili trucchi messi in atto all’ombra della legittimità per anni e anni, a suon di note spese spregiudicate (comprensive di lecca-lecca, pedalini, preservativi e sexy toys, crapule e dopocena in club a luci rosse), indennità discutibili, innocenti regali di elettori riconoscenti in cambio di accomodamenti.

E si potrebbe aggiungere in tema di micragnosa grettezza, la recente  pidocchiosa decisione unanime dei consiglieri regionali dal Piemonte alla Calabria fino alle regioni a statuto speciale,  di incassare il gettone di presenza e, in qualche caso, anche il rimborso di trasferimento relativi ai mesi di lockdown.

Mentre, a proposito dell’inazione che non sempre è migliore dello strafare, chissà come potremmo definire con il metro dell’onestà le prestazioni del presidente della Liguria Toti che ha lasciato nel cassetto 21 dei 27 milioni stanziati per il Ponte Morandi, come denunciato dal procuratore della Corte dei Conti Claudio Mori nella memoria riguardante il giudizio di parifica del bilancio regionale del 2019, che si interroga sul perché i fondi non siano stati spesi. Che poi non è l’unico record dell’amministrazione regionale:  la medesima indagine certifica  il bilancio della spesa sanitaria del 2019 è stato chiuso  con un disavanzo di 64 milioni, il peggior dato di tutta Italia appena un po’ meglio del Molise.

Fin troppo facile immaginare che dietro al secessionismo delle regioni che vantano primati di efficienza, redditività e produttività, leghiste e Pd a pari merito, non ci sia anche l’accesso morale e materiale a quelle forme di immunità e impunità che nascono dal riconoscimento a norma di legge di differenze discrezionali e discriminazioni arbitrarie. E che oggi suonano ancora più stonate per via delle performance disonorevoli delle regioni che hanno fatto pagare ai condannati a morte dal tribunale dell’austerità i tagli praticati al sistema sanitario e la sua riduzione a uno stato di emergenza prevedibile e  prevista in modo da promuovere la competitività fasulla dei privati,  con la distruzione delle strutture territoriali e preventive, grazie a troppe attività produttive mai interrotte per guadagnare il consenso di Confindustria.

Sono dati che dovrebbero indurre qualsiasi amministratore a dimettersi e qualsiasi governo a commissariare enti incapaci e corrotti che proseguono indisturbati nel solco politico venticinquennale tracciato da Formigoni, Maroni, Fontana e Trivelli. E che confermano  che  il chiacchiericcio istituzionale e comunicativo di questi mesi che doveva accreditare programmi strategie e misure in grado di mettere al centro del processo decisionale lo Stato, era un espediente per prendere tempo, lasciando spazio all’oblio impudico che sta sostituendo la censura e l’autocensura praticate in questi mesi nei confronti di qualsiasi critica.

Intanto, paradossalmente, a predicare la obbligatoria scissione dallo Stato padrone, è l’avanguardia rivendicata del sovranismo e del populismo  sponsorizzati da due presidenti della Lega e il testimonial delle sardine che aspira a interpretare il ruolo del partigiano dei valori progressisti, contro il neofascismo buzzurro e rozzo che i suoi partner della pretesa federalista incarnano.

A conferma che non è il sovranismo a preoccupare l’establishment impegnato a sostenere rinunce e resa incondizionata all’Europa, ma la possibilità sempre remota che si conservino scampoli di poteri e competenze, quelli rimasti dopo i tagli effettuati volontariamente con un voto del Parlamento  limitando  una serie di determinazioni giuridiche ed economiche e anche politiche, con l’adesione a trattati   internazionali, in virtù dell’appartenenza alla NATO o all’Onu  che ha privato la nazione dello Ius ad Bellum,  o con l’accettazione dei contratti capestro che istituiscono l’Euro privandoci della sovranità monetaria e del comando politico sulla moneta, cessato nel 1981 con il cosiddetto divorzio fra ministro del Tesoro e la Banca d’Italia, consegnando  lo Stato ai mercati.

In un sistema statale così indebolito le pretese secessioniste hanno gioco facile, tanto che sarebbe ora di parlare di una questione settentrionale, se si vuole replicare su scala la divisione che caratterizza l’Unione Europea, con territori che rivendicano saldezza e superiorità economica, sociale e perfino morale, quelli che un tempo riportavano all’iconografia del Belgio pingue e operoso e quelli meridionali, indolenti, parassitari, propaggini di un’Africa impura che batte cassa, attribuendo ai vizi del Sud le colpe e i danni di uno sviluppo disuguale.

Ci sarebbe da ringraziare il Covid che ha fatto giustizia rivelando i guasti di una crescita che ha dimostrato tutta la sua impotenza a governare i guasti che produce, dall’urbanizzazione scriteriata, all’inquinamento, dalla promiscuità insicura nei trasporti, per culminare nella demolizione del sistema sanitario pubblico operata dai governi della Baviera italiana  (Lombardia, Nordest, Emilia Romagna) nella quale si concentrava il 50% del Pil dell’intero paese e che vogliono imporre il loro credo in base al quale  le regioni che producono più reddito e pagano più tasse dovrebbero ricevere a copertura di identici servizi maggiori risorse delle regioni più povere, e che, quindi,  i diritti di cittadinanza debbano essere finanziati con risorse più abbondanti laddove la capacità fiscale è maggiore, contro il principio costituzionale  che  stabilisce che ogni italiano debba pagare le tasse in base al reddito e ricevere i servizi indipendentemente da dove risiede.

Siamo di fronte alla ripetizione del modello coloniale arcaico: su, un mondo industrializzato, ben nutrito e dinamico, giù periferia sottosviluppata condannata a rendere disponibili materie prime e riserve inesauribili di forza lavoro a basso costo.

Peccato deluderli, peccato che non sia più così, che un “su” più arrogante e assertivo stia brigando per spingerci verso un giù occupato e espropriato, dove l’unica forma di sopravvivenza dovrebbe essere l’unità nella resistenza per il riscatto.

 


Vedi Milano e poi muori

milanAnna Lombroso per il Simplicissimus

La Milano che prima era da bere, poi da mangiare, adesso è da vergognarsi.  Come al suono delle trombe dell’Apocalisse sanitaria sono cadute le mura della Capitale morale, mentre tace il rombo futurista del motore dello sviluppo nazionale.

Con ferocia voluttuosa i calabresi guidati dalla Santelli, i veneziani elettori di Brugnaro, i laziali sotto il magister elegantiarum delle mascherine, gli emiliani sollecitati dal loro presidente a prestarsi in qualità di festosi volontari per infoltire  la schiera di braccianti o di ronde, in modo da meritarsi reddito di cittadinanza e altre risorse parassitarie, possono prendersi il lusso a poco prezzo di criminalizzare lombardi e milanesi per la fiducia accordata ai loro rappresentanti, per aver subito l’onta delle morti dei loro cari lasciati soli, l’umiliazione di essere la popolazione più contagiata e contagiosa.

E dire che per capire che un giorno un qualche accadimento naturale o non, più dello straripamento annuale del Lambro o del Seveso più di licenziamenti a raffica, più di un terremoto, più di una nube tossica che avvelena l’aria, avrebbe avuto la funzione di rivelare cosa si nascondeva dietro a orgogliose rivendicazioni e narrazioni epiche, bastava poco.

Bastava poco per diagnosticare che i mali del “caso Lombardia” fanno parte di un contagio nazionale, che non si voleva e non si vuol vedere, per non dover prendere atto che dietro il festoso barzellettiere, il gioviale sciupafemmine a pagamento, il generoso mecenate che si pagava anche il rinfresco del G8 c’era il golpista, il colluso con le mafie, lo speculatore intento a trasferire la sua città ideale della corruzione e del malaffare, le Milano 2 e 3, perfino nel cratere di un sisma.

E mica è colpa dei soli milanesi o dei lombardi se parte delle morti in concorso col Covid sono da attribuire ai furti e agli espropri perpetrati ai danni della sanità pubblica, se poi il divino ladrone celeste pontifica su igiene, salute e profilassi sanitaria e sociale dalle colonne di un autorevole quotidiano nazionale.

O se tuttora il vertice, le teste insomma, del governo regionale che meriterebbero la ghigliottina, perseverano nell’infamia idiota e diabolica, reclamando che si incrementi la loro indipendenza, alla luce delle performance ottenute in cima alla graduatoria di assassinii,  e restano al loro posto pur suscitando la collera della plebaglia, che però è la stessa che riserva un  consenso ammirato per la figura iconica di altro bramino del secessionismo regionale che pretende di  esercitare la dovuta superiore autonomia in materia sanitaria, per via di una statistica meno ferale, e in quella dell’occupazione e della scuola, per fare un severo collocamento di immigrati e percettori di mance e redditi improduttivi nell’ambito del cottimo di stato.

C’è un proverbio che la dice tutta sul disincanto tossico dei romani: er più pulito c’ha la rogna. Ma pare possa funzionare egregiamente a tutte le latitudini, se il Pisapia che viene a cadenza regolare tirato fuori dalla naftalina in qualità di leader di un rinascente progressismo, è stato artefice del processo di svuotamento del centro di Milano dai residenti, proprio come un Brugnaro o un Nardella qualsiasi, per consegnarlo a multinazionali della speculazione, al terziario del lusso, alle finanziarie e alle banche che hanno bisogno di sfolgoranti vetrine per esibire al loro avida smania di accumulazione, agli emiri del Qatar intenti a fare shopping di terreni e di club sportivi a Milano come in Sardegna.

Si adatta a tutto lo stivale se  tutta la stampa nazionale ha partecipato alla narrazione della nuova Grande Milano guidata con destrezza dall’ex commissario di un epico fallimento, segnato da infiltrazioni mafiose sulle quali l’autorità anticorruzione ha dovuto chiudere un occhio anzi due, in nome dell’ineluttabile e incontrastabile “interesse generale”, da un primo cittadino che accoglie il collega disobbediente di Riace come un eroe e permette in contemporanea i repulisti repressivi di immigrati, da un sindaco che sta realizzando le più famigerate espropriazioni di beni comuni per cederli a società immobiliari e costruttori posseduti dal demone dei faraoni, che sognano di lasciare un’impronta indelebile sotto forma di grattacieli che non vogliono più a Dubai, frutti delle visioni tossiche di archistar  la cui reputazione crolla alla prova di un’ovovia o di un colpo di vento.

Sicchè la bulimia costruttiva fa il paio con il gigantismo megalomane di chi concede il passaggio attraverso Venezia delle Grandi Navi da crociera, oggi rimpiante e richieste a gran voce per contribuire alla ricostruzione dopo la guerra al virus,  o con la compulsiva volontà di riaprire i cantieri delle opere infrastrutturali, da anni rivelatesi come formidabili macchine mangiasoldi pubblici per appagare gli appetiti delle solite cordate, o con i propositi del Ministro Franceschini per il rilancio turistico del Paese, grazie alla sua immaginifica visionarietà, la stessa di Farinetti e di Renzi, fare del Sud la Sharm el Scheik d’Italia, della Sicilia un immenso campo da golf, degli Uffizi un juke box, di Venezia un museo a cielo aperto.

Vi avevano detto di stare tranquilli, che niente sarà come prima.

E per una volta mantengono la parola, tutto sarà peggio di  prima se la cifra antropologica degli italiani pare non sia l’arroganza meneghina, la spocchia veneziana, l’indolenza napoletana, la spilorceria genovese, l’ostentazione palermitana,  ma invece un’arrendevolezza brontolona ma docile, la licenza e la piccola trasgressione del così fan tutti al posto della ribellione.

E succede perfino quando tra Franza e Spagna non si magnerà più in un Paese sull’orlo del fallimento, nel quale centinaia di migliaia di persone si affacciano cautamente di casa, con la fierezza del loro finalmente riconosciuto senso di responsabilità, che nasconde la paura di misurarsi col disastro legittimato dalla minaccia apocalittica, con il tentativo di rimuovere o almeno rinviare la catastrofe, pagando pegno per il loro sabbatico con  proibizioni, quarantene, forme di controllo sociale  tecnologiche, bastonate,  controlli perfino con droni e elicotteri, divieti di spostamento, sanzioni  presto comminate dalle ronde che fino a ieri erano l’inaccettabile format ideale poliziesco salviniano, ora irrinunciabile sistema di necessaria vigilanza e contenimento delle disobbedienze oltre che immaginifico bacino occupazionale insieme agli steward sulle spiagge, o ai braccianti al tempo delle ciliegie.

Il poco che ci hanno fatto sapere, fatto di avvertimenti trasversali e minacce, di come immaginano il nostro futuro prossimo dall’Alpi alle Madonie parla di una condanna alla servitù, nel migliore dei casi, quella già ampiamente avviata nella normalità malata di prima della malattia, subendo i ricatti padronali, le ipotesi non remote per i più fortunati di riduzioni del salario a  fronte di aumento dell’orario di lavoro, il caporalato tramite smart working, con l’assillo di dover rendere i prestiti benevolmente concessi, quelli personali erogati da quelle banche oggetto di salvataggi dagli effetti del loro avventurismo finanziario effettuati a nostre spese,  e quelli dovuti all’Ue,  sotto l’intimidazione di nuove e sempre più severe privazioni in qualità di pena meritata per aver dissipato, goduto, consumato in merci e libertà.

E dire che per anni i risparmi dei cittadini, i fondamenti sani del Paese, hanno costituito un orgoglio oltre che la fonte cui attingere al bisogno, e si sa che il bisogno si presentava sempre più frequentemente per ovviare alla distruzione dello stato sociale, a quella del lavoro, della scuola pubblica. Da oggi risparmiare è un lusso come succede durante le carestie, se chi tiene la cassa comune non ha fatto come gli antichi, che riponevano le scorte nei granai. Ed è ancora di più un privilegio curarsi, nutrirsi, istruirsi, viaggiare, studiare, scaldarsi o rinfrescarsi, e poi amarsi, convivere sotto un tetto dignitoso, andare al mare, visitare un museo.

Non sarà stato un complotto di un impero del male quello che ha liberato e fatto circolare il virus, ma dovremmo trovare una parola adatta per definire questa prova generale, che sembra non finire, di repressione delle aspettative in cambio della sopravvivenza, della libertà di decidere di sé in cambio della “salute”, secondo criteri intesi a imporre una autorità morale abilitata a decidere che cosa è il meglio per noi, alcuni di serie A protetti dentro le mura di casa, altrui di serie B incaricati di garantirci i beni e i servizi elementari, come esige lo stesso sistema che vuol farci pagare i danni che ha prodotto, secondo la regola aurea che socializza le perdite e privatizza i profitti.

Forse è ormai troppo tardi per conservarci il diritto di resistere all’ingiusto e di disobbedire all’illegittimo, la malattia ci ha contagiati molto prima del virus.

 

 

 


Meno diritti più Covid

unnamed (4)In Canada la narrazione epidemica sta crollando sotto i colpi del nuovo rapporto di Theresa Tam, direttrice dell’ Health Officer canadese,  secondo cui l’ 81% dei decessi con coronavirus  si è avuto nelle case di cura e ha colpito gli anziani con gravi patologie croniche, mentre un altro 18% si è avuto fra anziani ospedalizzati per vari motivi di salute. In un certo senso si tratta di uno scandalo: il panico di massa è stato innescato sul presupposto che il coronavirus poteva uccidere chiunque e in qualsiasi momento, un set propagandistico narrativo riciclato su tutte le piattaforme mediatiche con l’intento di spaventare  il pubblico in modo da indurlo ad accettare il “blocco” o la chiusura della società e dell’economia, ufficialmente al fine di “salvare vite umane”, ma più realisticamente per aumentare il controllo sociale. Ora però sta diventando sempre più chiaro che la stragrande maggioranza della popolazione non ha mai avuto un reale rischio di morire per Covid 19 e nemmeno di avere la malattia in forma più seria di un’influenza.

Qualcosa di simile è accaduto anche in 14 stati degli Usa per i quali si hanno i dati statistici sufficienti  e da ciò che si può ricavare dai numeri non si tratta di una situazione inedita nemmeno in Europa, in Scozia e in Inghilterra in maniera massiccia e a macchia di leopardo nel resto del continente come per esempio in Lombardia. La cosa importante che emerge dallo studio canadese dove il fenomeno ha avuto la massima estensione statistica per così dire, è che questa diffusione anomala nelle case di riposo e nei reparti di lungo degenza non è dovuto tanto alle caratteristiche del virus quanto a quelle contrattuali  vigenti in queste strutture: la quasi totalità del personale è assunto con part time di poche ore quando non vive nel precariato vero e proprio e quindi ognuno lavora in due o tre, talvolta addirittura quattro di queste strutture creando le condizioni ideali per la diffusione del virus proprio nei luoghi dove sarebbe stato opportuno evitarla. Anche in certe parti dello Stivale con relazioni di lavoro sempre più slegate da contratti a tempo pieno, affidato a cooperative che ricordano più il caporalato che l’originaria formula sociale, questa assurda mobilità ha contribuito alla diffusione virale. E di fatto questo è stato anche ammesso in qualche modo da Salvini il quale tuttavia da bamba qual’è e da persona la cui mission è di non capire mai nulla, aveva attribuito questo effetto al fatto che si trattasse di immigrati e non di persone costrette al doppio e triplo lavoro e dunque ad una mobilità eccessiva nell’ambito di ambienti a rischio. Tanto più che questo sarebbe comunque da evitare anche senza il coronavirus.  Ma nulla di tutto questo emerge chiaramente ed è anzi nascosto dalla qualifica eroica subito affibbiata al personale sanitario proprio per nascondere il modo con cui viene trattato.

Ma d’altronde perché prendersela col povero Salvini quando tanti pseudo intelligenti non fanno altro che dimenticare come il vero virus sia l’inciviltà sociale e anzi con i loro sciocchi culti pandemici e orazioni ai salvatori della vita giustificano qualsiasi pronazione all’autoritarismo: non hanno ancora capito che,  meno diritti, meno tutele e più covid, non viceversa. Del resto già da un decina di giorni sulla stampa europea dove domina lo scontro Francia Germania, ma dove i governi come quello italiano tendono a far credere che ci saranno soldi gratis, si moltiplicano gli accenni alla durezza del dopo pandemia: il governatore della Banca di Francia ricorda che “a lungo termine, dovremo rimborsare questi soldi … quindi dovremo puntare a una gestione più efficiente” che in soldoni per lui significa nuovi tagli draconiani alla spesa pubblica e guarda caso in particolare nella sanità che secondo lor signori andrebbe completamente privatizzata; in Germania il Die Welt accenna a prossimi aumenti della tassazione per le fasce medie e popolari, mentre l’Istituto Montaigne, annuncia la necessità di aumentare significativamente l’orario di lavoro senza ovviamente aumento di salario. Si tratta di progetti e di intenzionalità molto facili da raggiungere: con la falsa epidemia si è creata abbastanza disoccupazione, un esercito di riserva sufficientemente ampio, per ottenere non solo gli aumenti di orario di lavoro, ma anche gli abbassamento di salario, oltre alla decimazione di tutele e di servizi. Ma di tutto questo non si accorgono le teste di virus. 


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