La vittoria unisce, ma la sconfitta divide. E così adesso israeliani e americani cominciano vicendevolmente ad accusarsi di aver creduto che sarebbe stato facile abbattere il regime iraniano e così mettere fuori gioco una potenza regionale che dava fastidio, con la sua stessa esistenza, sia a Washington che a Tel Aviv. Joe Kent, ex direttore dell’antiterrorismo statunitense, dimessosi recentemente in polemica con Trump, sostiene che, ancor prima dell’inizio della guerra in Iran, la comunità dell’intelligence statunitense concordava sul fatto che la Repubblica Islamica non stesse sviluppando un’arma nucleare e che in caso di conflitto ci sarebbe stata la chiusura dello stretto di Hormuz. Non solo ma che l’attacco e l’uccisione della leadership iraniana non avrebbe portato a un cambio di regime, ma anzi a un suo rafforzamento.

Allora perché The Donald avrebbe ugualmente deciso di attaccare? La risposta più gettonata è perché Netanyahu lo ha convinto e anzi ricattato, spingendolo a un passo che il presidente in realtà non voleva fare. Ma in Israele questa risposta viene ormai apertamente contestata. Israel Hayom, che poi vorrebbe dire Israele Oggi, di proprietà della miliardaria, Miriam Adelson, naturalizzata americana, contesta questa tesi e del giornalista che ha scritto l’articolo sostiene che “le notizie pubblicate, tra gli altri, dal New York Times e dal Washington Post, secondo cui Netanyahu avrebbe trascinato Trump e gli Stati Uniti in guerra, in parte sostenendo che il regime potesse essere rovesciato, sono palesemente errate. Le conversazioni che ho avuto indicano che almeno alcuni alti funzionari dell’amministrazione Trump, e lo stesso Trump, erano coloro che ritenevano possibile il rovesciamento del regime, mentre il team israeliano presentava una valutazione molto più cauta sulla questione”. Dunque la tesi che viene da Tel Aviv, ma anche dall’interno degli Usa, vista la particolare collocazione dell’editrice del giornale che è quanto meno portavoce delle istanze della lobby sionista, è che l’idea di un colpo d’ariete che avrebbe fatto crollare la volontà iraniana di resistere, sia in qualche modo nata all’interno di quell’orribile misto di sionisti cristiani e militari dilettanti di cui The Donald si è circondato.

Insomma gli americani accusano Israele e Israele accusa gli americani e qui non è tanto importante capire chi abbia ragione, se pure si possa trovare una qualche ragione nella follia, ma che stia nascendo una polemica che di per sé denuncia il senso di sconfitta: se la vittoria ha molti padri, la sconfitta è orfana e i protagonisti vogliono ad ogni costo disconoscere il frutto della colpa. Il fatto che stia nascendo questa polemica è la prova provata che la densa e amara nuvola del fallimento si va addensando sulle teste dei protagonisti dell’aggressione del tutto ingiustificata all’Iran e tutti ora cercano di dare la colpa agli altri. D’altronde i due governi hanno combinato un disastro così clamoroso e si sono esposti a un fiasco di dimensioni così epocale che viene naturale cercare di non essere visti come i responsabili. La guerra in Iran segna in effetti il crollo dell’unipolarismo statunitense cui era strettamente collegato il delirante progetto della Grande Israele. Ora questi sogni si sono rivelati un incubo e demarcano la fine di un’era, senza tuttavia ancora lasciare spazio a un futuro. E per una ragione: che ormai il futuro è altrove.