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Rea Ilva

Ilva: fumi come teschio,menzione per fotografa tarantina

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se qualcuno ricorda una delle più sfrontate lezioni di realpolitik, impartita da Blair quando dichiarò che in Iraq c’erano stati abusi, crimini, errori, “cose che non si dovevano fare”, ma grazie alla democrazia, venivano riconosciute e la gente poteva lamentarsene. Abbiamo capito che anche gli ultimi arrivati al governo hanno appreso l’insegnamento, quando Luigi Di Maio a Taranto ha “messo la faccia” come avrebbero detto quelli del Pd e  ha fatto qualche pubblica ammissione di sbagli commessi e ritardi. Si tratta di atti certamente lodevoli che starebbero a dimostrare la crescita della sua statura di statista come ha prontamente rilevato qualche entusiasta commentatore deliziato dalla sua “ compostezza, irriducibilità e anche un rigore sconosciuti”.

Perché invece restano però tutti gli interrogativi in sospeso, resta la sostanza della tragedia, resta quella pesante eredità che dimostra la riluttanza del nuovo a scardinare l’immondo edificio criminale del passato. Resta impunita una classe dirigente che ha cambiato collocazione istituzionale o elettorale grazie a vari giri di poltrone, e che negli anni si è macchiata come ha sancito la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dei reati di violazione degli articoli  8 (diritto al rispetto della vita privata) e 13 (diritto ad un rimedio effettivo) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, autorizzando la prosecuzione delle attività industriali nonostante le diverse decisioni giudiziali che ne evidenziavano la pericolosità per ambiente e salute.

A Taranto, centraline installate o no,  in funzione o  casualmente spente, si registrano incrementi preoccupanti delle emissioni di polveri sottili, di quelle ultra sottili e un aumento degli idrocarburi policicli aromatici cancerogeni. I Riva si godono il riposo degli ingiusti, salvati dai vari livelli di governo, nessuno escluso: siamo ancora in attesa della sospensione per via di decreto o per inserimento in quello Crescita, della impunibilità per i vertici dello stabilimento. Ancelor Mittel prosegue indisturbata nella produzione compresa quella di ricatti e intimidazioni, promossa da un accordo cappio siglato dal candidato di + Europa Calenda che lo vanta nel suo programma elettorale quale intervento salvifico per 10 mila famiglie di operai tenuti per il collo grazie  all’assunzione di ognuno dei lavoratori tramite contratto individuale a fronte dell’esubero di 3000. A dimostrazione che il nuovo anche per via di indemoniati  alleati, non è in grado o non vuole disfarsi del prima, si tratti di Triv, Tav,  Tap, Muos, discariche, come fossero camicie di forza nelle quali costringere qualsiasi rispetto della volontà popolare e dell’interesse generale. E a conferma che nel calcolo di guadagni e perdite non vengono mai annoverati i più di 500 morti in fabbrica per incidenti, le migliaia di contagiati dai veleni dentro e fuori Taranto, la compromissione irreversibile di piante, terreni, aria, acqua a chilometri e chilometri di distanza e, perchè no?  quella della dignità di una popolazione che ogni giorno ancora viene costretta a scegliere tra fatica e cancro, tra salario e salute, tra sottomissione e dignità.  Tutto questo in una regione che paga il prezzo di una narrazione: la retorica dello sviluppo, mascherando dietro una falsa solidarietà nazionale le pressioni di un colonialismo assistenziale che considera territorio e cittadini  come laboratorio di un esperimento di sfruttamento ad opera di imprenditori e manager avidi, di tecnocrati aziendali e amministratori “progressisti”, che hanno realizzato una trasformazione della cittadinanza in clientela taglieggiata e blandita, una conversione aberrante della quale il sindacato è stato complice consapevole.

Non si capisce che cosa dobbiamo ancora aspettare per chiudere “questa” Ilva ex Riva, ora Arcelor Mittal, il cui piano di acquisizione della fabbrica era stato considerato poco credibile dalla gestione commissariale così come quello di risanamento e che ora si sta fondendo con la tedesca TyssenKrupp, sempre quella,  sia pure con un progetto di nazionalizzazione che più passa il tempo e più si rivela utopistico anche se nei fatti l’Italia ha bisogno di siderurgia . Quanti morti e quali costi dobbiamo ancora subire per capire che non si tratta di un tema locale magari da affrontare con un referendum cittadino come si vuol fare con tutte le controversie scabrose, perché è invece la punta di un iceberg, la più vergognosa, affiorata dal mare di altri siti avvelenati e avvelenatori, proprio là, in un’area di 125 chilometri quadrati, lungo 17 chilometri di costa, comprendente il mostro e le sue discariche ma pure la raffineria Eni, le due centrali termoelettriche ex Edison passate all’Ilva, la centrale Enipower, la Cementir, due inceneritori, la discarica Italcave, una delle più grandi basi navali militari del Mediterraneo, l’arsenale militare ed altre piccole e medie aziende.

E poi quanti altri: la discarica di Bussi e i veleni riversati nel fiume Pescara, la Centrale Porto Tolle (danno ambientale, stimato dall’ Ispra intorno ai 3 miliardi di euro); l’Ex Pertusola Sud per la produzione dello zinco dismesso nel 2000 (anche qui danni per 3 miliardi di euro nell’area di Crotone) o il Petrolchimico Priolo (per il disinquinamento ci vorrebbero 10 miliardi); la Chimica Caffaro di  Brescia ( l’Ispra stima un danno di almeno 1,5 miliardi di euro); le centrali di Brindisi, area Sin ( danno di 3,5 miliardi); l’area frusinate a sud di Roma (un miliardo il danno provocato da diverse industrie nella Valle del Sacco, tra cui la Caffaro, colpevole anche del rischio delle lagune di Grado e  Marano, calcolato in un ,miliardo) ); il Fiume Toce e il Lago Maggiore (la Syndial dell’Eni è stata condannata a pagare quasi 2 miliardi di euro per averli contaminati); Cogoleto, una delle zone  più inquinate d’Italia, dove l’ex stabilimento Stoppani per trattamento del cromo ha comportato sconci per quasi un miliardo e mezzo di euro.

Quanta altra Italia dobbiamo veder morire di tossine letali, compresa la complicità con una classe padronale da parte di uno Stato che non ha saputo controllare nemmeno le sue imprese, e di governi e amministrazioni comprate in cambio di consenso e prebende, prima di pensare che le bonifiche sono un onere a carico degli inquinatori come vorrebbe una legge disattesa e derisa, oltraggiata e vanificata tramite altre leggi di segno opposto, nazionali e regionali, come la famosa “antidiossina” prontamente svuotata di portata e significato proprio per consentire all’Ilva di uccidere indisturbata, come il Codice ambiente subito invalidato per quanto concerneva le emissioni dal successivo Milleproroghe.

Quante altre morti renderanno credibili e autorevoli le rilevazioni delle emissioni usate come pelli di zigrino perfino da Vendola che con il suo piglio lirico ebbe la faccia di tolla di rivendicare i “comuni valori cristiani” che condivideva con i Riva e pure con la Marcegaglia, quella degli applausi ai killer della Thyssen diventata poi l’attachée della multinazionale francoindiana, mentre correva sul filo del telefono  la demolizione della autorità scientifica del direttore dell’Arpa, quando si intimidivano i giornalisti e altri se ne compravano, quando si sbeffeggiavano perfino gli amici di partito che osavano far proprie le analisi indipendenti dell’Arpa.

Quanti altri delitti verranno consumati ai danni del territorio e dell’ambiente prima che si riveda l’Aia, Autorizzazione integrata ambientale, e più in generale, che si pensi a ridare forza ai processi di valutazione della pressione sull’ambiente delle produzioni  che i precedenti governi hanno impoverito e limitato in favore delle aziende.

E quanti altri soldi nostri dobbiamo impegnare per salvare oltre alle banche criminali anche le aziende criminali, in attesa di altri misfatti prossimi che si stanno consumando e  si consumeranno nei gioielli di famiglia conservati, come la sorella dell’Ilva, l’acciaieria di Trieste, svenduti a prezzo di favore, chiusi con i loro delitti sepolti che però continuano a mietere vittime, esportatori delle stesse consuetudini a corrompere e ammorbare ben oltre i confini nazionali.

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Navigliatori di lungo corso

grattAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai non c’è politico e amministratore che  non voglia lasciare una indelebile impronta del suo passaggio, la sua piramide, il suo Leonardo, il suo ponticello, il suo scavo.

Il sindaco Sala ha scelto per questo la riapertura dei Navigli, sulla quale si erano espressi a larga maggioranza i milanesi attraverso un referendum. Era il 2011 e il sindaco Pisapia ne prese atto, commissionò uno studio ma visti i risultati fermò la radiosa visione di una Milano come Amsterdam (anche se in tanti, a cominciare da Dorfles, ricordarono che non si trattava di romantiche vie d’acqua, ma di pozze insalubri). Il fatto è che i lavori avrebbero richiesto almeno 10 anni, un investimento di più di 400 milioni, molte ricadute indesiderate sulla circolazione.

Sala invece non si arrende, ci tiene a passare alla storia, anzi alla storiella, ridimensionando il primitivo progetto e scoperchiando solo 5 aree:  Via Gioia partendo dalla Martesana per 800m (senza lambire la nuova area di Porta Nuova), via San Marco 200m, via Sforza in corrispondenza dell’Università, via Molino delle Armi intorno a piazza Vetra e infine Conca del Naviglio da via Marco d’Oggiono alla Darsena, con una spesa di “soli” 150 milioni.

Non dirò che 150 milioni potrebbero trovare migliore destinazione in attività di manutenzione di varie tipologie di aree urbane, nella valorizzazione di parchi e giardini, nel recupero di immobili per far fronte alla richiesta abitativa popolare.

E’ che in città d’arte, in metropoli come in centri minori, da tempo cittadini e studiosi  hanno imparato a diffidare di questi spot da propaganda elettorale perenne (il sindaco meneghino dichiara apertamente di volerne fare il marchio simbolico della sua campagna per un secondo mandato), estemporanei e occasionali, che si sviluppano senza un piano e un progetto che tenga conto del rapporto costi e benefici, degli effetti sulla mobilità urbana, del reale contributo ai valori di appartenenza e identità di una città e di arricchimento sociale per i suoi abitanti. A Roma abbiamo assistito alla riduzione del grande progetto di creazione della più vasta area archeologica all’interno di una città alla  pedonalizzazione incompleta di una parte di Via dei Fori Imperiali, ad uso, si direbbe, dei lavori, quelli si faraonici per spesa, durata e megalomania corruttiva, della Metro.

Il sindaco dell’Expò  ( pende ancora sul suo capo una indagine per  abuso d’ufficio per aver creato un vantaggio a un società, la Mantovani spa (si, quella che appare e scompare nelle varie inchieste sulle Grandi Opere) grazie all’affidamento opaco dell’appalto per la fornitura di 6mila alberi per un importo di 4,3 milioni, e oggi impegnato a trovare una sistemazione per postuma per il sito del suo Bal Excelsior, con l’irragionevole trasferimento degli studenti della Statale da una zona viva a un deserto); il sindaco dell’operazione “Mind”  ( 510 mila metri quadrati di nuovi edifici, che ospiteranno 40 mila utenti, per un progetto da 2 miliardi di euro, destinati quasi esclusivamente al  terziario (200 mila mq), da offrire a grandi aziende come Novartis, Bayer, Glaxo, Bosch, Abb, Celgene, Ibm,  e 63 mila mq di cui 9 mila senior living, cioè residenze di altissimo livello e 16 mila mq di spazi commerciali, ma senza grande distribuzione, e 7 mila mq di hotel, il tutto  gestito dai privati di Lend Lease insieme alla società pubblica proprietaria delle aree, Arexpo) ; il sindaco dell’operazione “stazioni” ( sette grandi aree delle Ferrovie dello Stato (scali Farini, Romana, Porta Genova, Lambrate, Greco Breda, Rogoredo, San Cristoforo), per oltre 1 milione di metri quadrati, saranno riprogettate, grazie a una intesa  con il fondo anglosassone Olimpia investment fund per la realizzazione di edifici per 674 mila metri quadrati, meno di un terzo dovrebbe essere destinato a edilizia convenzionata, per il resto speculazione immobiliare: residenze, uffici, aree commerciali, grazie a un  indice edificatorio altissimo, più dello 0,8 che farà piovere su Milano un diluvio di cemento e 500 milioni di euro nelle casse delle Ferrovie);  ecco quel sindaco con ogni sua scelta denuncia la sua immagine di città.

La Milano che vogliono i suoi padroni esteri e nazionali (sempre gli stessi, cordate eccellenti che entrano e escono dalle porte girevoli dai grandi appalti e pure dei tribunali, come uno dei suoi finanziatori elettorali. Parnasi, a dimostrazione che certe amicizie valgono nella capitale infetta come in quella morale) è una Gran Milan senza più milanesi, come e più di come si vuole succeda quasi ovunque, dal Centro Italia del dopo sisma, a Venezia, a Firenze. Basta pensare che in controtendenza col resto del mondo il futuro skyline della città è irto di grattacieli: quello di 26 piani che prenderà il posto della torre Inps di via Melchiorre Gioia della Coima di Manfredi Catella, immobiliarista  cresciuto all’ombra di Ligresti, che alla guida dell’Hines, poi girata al fondo sovrano dle Qatar,  aveva già realizzato la riqualificazione dell’area di Porta Nuova con il Bosco Verticale e la Unicredit Tower,  quello che si prevede sorgerà a Santa Giulia grazie al progettone della società Lend Lease che dovrebbe completare i lotti Nord:  50 per cento residenziale di lusso, il resto terziario e alberghiero, affidati inizialmente a un’archistar Norman Foster.

Non si può che apprezzare il gesto plateale di un’altra vedette dell’architettura, Piano, che  ha sbattuto la porta (“Non sono certamente il garante di uno shopping center con un parco divertimenti”) in corso d’opera dopo aver firmato il primo progetto per l’Area Falk di Sesto San Giovanni, chiamato “Città della salute e della ricerca”, perché qui dovevano essere edificate le nuove sedi dell’Istituto neurologico Besta e dell’Istituto dei tumori: spesa 480 milioni (328 li mette la Regione, 40 lo Stato, 80 i privati) e affidato alla società  Milano Sesto dell’immobiliarista Davide Bizzi, insieme al gruppo arabo Fawaz Abdulaziz Alhokair. Anche là a parte i due nosocomi tutto il resto dell’area sarà occupato da solito terziario, residenziale di prestigio e centri commerciali.

Non potendo dire “e allora il Pd” saldamente al governo, possiamo dire però “e allora Pisapia”, che questo disegno di “valorizzazione” della città lo ha facilitato e sponsorizzato con tenacia, in continuità con l’empia gestione Moratti a  cominciare dall’adozione frettolosa del un Piano di Governo del Territorio e del Piano delle Regole, opaco e non partecipato come quello sottoscritto dalla giunta precedente, o dal “rendering” della zona dell’Idroscalo promossa a Central Park di rito ambrosiano, o dall’apertura della Darsena  costata già 40 milioni e che avrebbero dovuto portare in barca all’Expò i visitatori, ma che, strada facendo, si è trasformata in una fogna per raccogliere gli scoli dei padiglioni, e soprattutto da scelte di fondo  che hanno confermato la tendenza a un dualismo produttivo-residenziale che separa  il centro consegnato alla finanza immobiliare, dall’hinterland metropolitano,   segnalando  una ulteriore perdita di popolazione a Milano (-4,26%) e una crescita robusta della cintura (+8,99%) e  generando crescenti movimenti pendolari.

Ecco come si sta allestendo la Gran Milàn di domani: il  parco tematico di una città al servizio delle sedi di multinazionali, un territorio a disposizione delle scorrerie degli speculatori immobiliari, un laboratorio dove perfezionare il sistema di espropriazione del bene comune e della residenzialità degli abitanti, per consegnarli a investitori stranieri, dove quel che resta di memoria e identità in sui riconoscersi diventa dehors, location, passerella modaiola per un turismo di manager e centro commerciale a cielo aperto per sceicchi, per i creativi, i fighetti, le modelle e la neo-intellighenzia che non ha conosciuto il Giamaica e nemmeno Brera ridotta a jukebox per fare cassa.

Nel rivendicare le differenze con Roma  (bella gara: i risultati dell’Arpa parlano di una Terra dei fuochi meneghina, si susseguono gli incendi dolosi in centri di raccolta e smaltimento, per via dello smog e a causa dello sforamento del Pm10 si è dato fondo al  il bonus europeo, il Comune ha dovuto attivare una centralina  per il monitoraggio delle buche, non è stata prevista una rete di accoglienza per gli almeno  900  migranti che resteranno fuori dai centri  della città ( sabato chiude anche il Corelli) e che non avranno la possibilità di ottenere la protezione umanitaria e non potranno più essere accolti nell’ambito dello Sprar, MM, la società delle metropolitane milanesi ha accertato che sono più di 50.000 gli occupanti abusivi delle case popolari, mentre non può quantificare quelli sfuggiti al monitoraggio, preda del racket degli alloggi che ricatta e strozza italiani e stranieri), Sala ha proclamato che con il suo progetto Navigli, una vera e propria rivoluzione,  ha voluto dare inizio al tempo dell’orgoglio. Bisognerebbe non rieleggerlo non fosse altro che per l’abuso di quelle due parole che parlano di dignità e libertà.

 

 


Eni in fiamme? Niente paura, al massimo morite

paviaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri pomeriggio una colonna di fumo nero si è alzata dall’impianto dell’Eni di Sannazaro de’ Burgundi (Pavia), una delle raffinerie più grandi l’Italia, visibile a decine di chilometri di distanza. Pareva uno di quei film del filone catastrofico, hanno detto gli abitanti cui il Comune aveva raccomandato di restare in casa.. ma Eni, poi la prefettura e infine la Regione hanno tranquillizzato tutti. L’incendio è stato domato, non ci sono né intossicati né feriti in azienda, l’allarme è rientrato e prime analisi, con sonde da campo di Arpa, non hanno rilevato concentrazioni particolari di inquinanti.

Tutto bene? Vi sentite confortati e fiduciosi? Beh, datemi retta, fate male. Meglio non credere alle loro rassicurazioni come alle loro bugie.

Meglio stare in campana, perché tutto fa sospettare che i 40 anni trascorsi dall’incidente di Seveso siano passati invano, se la passano liscia gli assassini dell’Eternit e quelli dell’Ilva, se un presidente del Consiglio che si è rimesso nel portafogli i quattrini destinati a rafforzare la sanità in un posto dove ci si ammala e si muore di più e prima, vantandosi poi di sborsarne di più, mentre si tratta del solito gioco delle tre carte e quei soldi sono il frutto dell’accordo vigliacco sottoscritto con i Riva per evitar loro l’infamante galera, il tesoretto della dinastia conservato gelosamente in Svizzera e che passerà a una cordata di aziende private che l’utilizzerà per la cosiddetta tardiva ambientalizzazione.

Meglio stare in campana deve valere per tutti – tutti i lavoratori e i poveracci – il credo secondo il quale il lavoro deve essere solo fatica, mobile, precaria, soggetta a ricatti e intimidazione, perché solo così si promuove crescita, si attraggono investimenti esteri, si premia il sacrificio di imprenditori tanto generosi da rimanere in patria invece di delocalizzare, accontentandosi di aiuti si tato, leggi che appagano appetiti avidi e profitti insaziabili, che permettono evasione e truffa, che tollerano, anzi promuovono  corruzione e malaffare.

Meglio stare in campana, perché se sbagliano, se avvelenano, se intossicano,  se sono inquisiti e vanno sotto processo, possono sempre contare su indulgenti prescrizione e favorevoli lungaggini, così da risorgere sempre pronti a rientrare nel monopoli delle grandi opere, con altre sigle, altri consorzi ugualmente opachi, grazie a un clima generale propizio a impunità negli affari come in politica.

Meglio stare in campana se i rottamatori hanno deciso di mantenere inalterata l’eredità di scempio tossico del secolo breve e della Prima Repubblica, quella maturata per via dell’oscena indifferenza alla salute dei cittadini e  dell’ambiente di gruppi pubblici e privati e che resta là come un tremendo monumento  di archeologia industriale a Marghera, Trieste, Ravenna, La Spezia, Livorno, Piombino, Orbetello, Bagnoli, Falconara, Manfredonia, Bari, Brindisi, Taranto, Crotone, Porto Torres, Sulcis Iglesiente, Milazzo, Augusta-Priolo, Gela. Dove si è celebrato più che lavoro, parassitismo, dove produzioni sempre più circoscritte vengono sovvenzionate con aiuti e licenze  deroghe che soffocano diritti, garanzie e conquiste.

Meglio stare in campana se perfino la Relazione sulle bonifiche dei siti contaminati in Italia promossa dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, del 12 dicembre 2012, recita «Il settore bonifiche, almeno fino ad oggi, è stato fallimentare […]. All’interno dei 57 siti di interesse nazionale (Sin) (mega-siti contaminati) ricadono le più importanti aree industriali della penisola …. All’esito dell’inchiesta della Commissione, il quadro risulta desolante non solo perché non sono state concluse le attività di bonifica, ma anche perché, in diversi casi, non è nota neanche la quantità e la qualità dell’inquinamento e questo non può che ritorcersi contro le popolazioni locali, sia dal punto di vista ambientale sia dal punto di vista economico …..i siti di interesse nazionale sono 57, coprono una superficie corrispondente a circa il 3 per cento del territorio italiano e, sebbene il riconoscimento quali Sin per taluni di essi sia avvenuto diversi anni fa (talvolta anche oltre dieci anni fa), i procedimenti finalizzati alla bonifica sono ben lontani dall’essere completati». E se, sempre secondo la stessa fonte, i Siti di interesse regionale potenzialmente contaminati   sarebbero 15.122; 6.132 i Sir potenzialmente contaminati accertati; 4.314 i Sir contaminati; 4.879 i Sir con interventi avviati; solo 3.011 quelli bonificati.

Meglio stare in campana se continua inesorabile il consumo di suolo, se la sua tutela è oggetto di proposte che si sperdono negli interminabili corridoi intoccati dall’ideologia imperante della semplificazione, se i Piani Regolatori prevedono ulteriori dissipazioni di territorio a scopo edificatorio (la virtuosa e laboriosa Lombardia batte il record con  l’87% dei Pgt recentemente approvati che promuove ancora un ulteriore consumo di suolo), se leggi urbanistiche  nazionali esaltano il primato dei privati e delle rendite, come il ricorso ossessivo a deroghe e licenze, anche in nome di emergenze artificiali, grazie alla retorica proterva di Olimpiadi, Giochi, Ponti, Esposizioni.

Meglio stare in campana se la manomissione della Costituzione significa, non ultima, la manomissione dell’ambiente, secondo un processo avviato coi vari Piani casa e  decreti,  il «Fare», lo «Sblocca Italia» la riforma Madia, intesa allo svuotamento del potere delle sovrintendenze, ridotte a passacarte e all’approvazione notarile e che nella loro attuale forma completamente depotenziata ben poco potrebbero fare per arginare soprusi e abusi voluti dall’esecutivo rafforzato.

Meglio stare in campana se così le regioni  saranno private del potere di legislazione concorrente in materie quali il governo del territorio e l’energia, che consentono agli stessi enti territoriali di esplicare il diritto-dovere di salvaguardia ambientale – garantito dall’articolo 9 della Costituzione  e soprattutto se, grazie alla «clausola di supremazia» prevista dall’art. 117, quarto comma, del testo riformato della Costituzione, nessuno avrà il diritto di opporsi alle scelte dell’esecutivo. Non delle Stato, ricordiamolo, ma del governo centrale.

Meglio stare in campana, se con la nuova formulazione dell’art. 117 si riduce l’ambito di  tutela e  valorizzazione, riservandoli ai soli beni culturali e paesaggistici,  annullando l’attuale disposizione che attribuisce allo stato «la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali», venendo meno al principio costituzionale fondamentale garantito dall’articolo 9 e  cancellando il primato della protezione dell’ambiente sugli altri interessi che potrebbero interferire  con essa.

Stiano in campana gli abitanti di Firenze e dell’hinterland, minacciati da una Tav, da una metropolitana, da un aeroporto, da un inceneritore voluto da un ex presidente della provincia assurto a ben più elevati destini, stiano in campana i veneziani che stanno per essere penalizzati da una canale a beneficio dei corsari delle crociere, siano in campana i cittadini che si trovano insieme a lottare contro la Tav, il Terzo Valico, il Ponte, le trivelle, contro il decisionismo autoritario e incompetente. Quelli che da anni dicono No, che lo scriveranno dopodomani e noi con loro.


Trivelle, il governo sabota il referendum

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A quanto pare non sono sufficienti morti di cancro, catastrofi, incidenti, per persuadere della necessità di tutelare ambiente, territorio  e salute. E non basta nemmeno un pronunciamento popolare, se a ondate ricorrenti governi in carica decidono che è tempo di tradirlo. Se, a distanza di cinque anni , il governo tramite i suoi fedeli tutori in parlamento, cancella il voto di 26 milioni di italiani che vollero l’abrogazione del decreto Ronchi, attribuendo all’acqua il carattere di bene comune, che di conseguenza andava gestito ed erogato esclusivamente da soggetti pubblici.

In realtà quei si sono già stati rinnegati: nel Paese è tutto come prima, tra faide, passivi abissali e opacità incrementata da clientelismo e familismo.  A Ferrara il comune, per far cassa, sta vendendo un pacchetto di azioni Hera, la società che riscuote le bollette di buona parte dell’Emilia Romagna e del Nord, da 8 milioni di euro. In Campania la giunta regionale si prepara a scontare di 157 milioni di euro il debito accumulato nei suoi confronti da Gori, un’azienda del gruppo Acea, a Roma è in arrivo  un nuovo sistema tariffario grazie al  quale saranno assicurati  ai gestori   i profitti di un tempo, calcolati come prima le referendum, ma chiamati con un altro nome.  Ma mica gli basta, adesso vogliono il sigillo imperiale, anche simbolico, del primato del privato, così un drappello di deputati del Pd ha presentato due emendamenti “correttivi” del principio fondamentale che ispira il ddl del 2007 di iniziativa popolare riproposto da movimento 5 stelle, Sel e da qualche sparuto esponente di minoranza del partito della nazione. E infatti si propongono di cancellare quell’articolo 6 che, prendendo spunto dalla definizione di acqua come diritto umano, tanto da garantire a tutti una fornitura minima di 50 litri al giorno, prescrive l’affidamento del servizio idrico solo a enti di diritto pubblico pienamente controllati dallo Stato, escludendo Spa miste pubblico-privato.

È che al governo e al premier i referendum proprio non si addicono, e se si piegano a questo arcaico istituto è per convertirlo in espressione plebiscitaria di c0nsenso per qualche nefandezza, per qualche estremo oltraggio alla Costituzione e alla democrazia, per illudere che anche sia possibile una sia pure estemporanea e occasionale forma di partecipazione, una liturgia superstite dopo il fallimento perfino della primarie. Se si sono tenuti, meglio annullarne le moleste conseguenze. Se si stanno per officiare, allora si ricorre a tutte le possibili forme di prevenzione, trasformarle in eventi clandestini, ridurre la propaganda a generosi quanto occulti samizdat, proibirne la pubblicità. Così solerti prefetti somministrano pillole di bon ton istituzionale per vietare ai consigli comunali di riunirsi per prevedere iniziative di comunicazione e mobilitazione in revisione del referendum per il no alle trivelle promosso da cinque regioni, esibendo una circolare  del Ministero dell’Interno secondo la quale “è fatto divieto a tutte le amministrazioni pubbliche di svolgere attività di comunicazione ad eccezione di quelle effettuate in forma impersonale ed indispensabili per l’efficace assolvimento delle proprie funzioni”. È stata proprio la Sicilia a mettere in moto la macchina della censura, là dove la maggior parte dei sindaci è contraria alle trivellazione, e non solo quelli dei comuni costieri.

A volte si capisce che è in corso un continuo braccio di ferro per imporre un osceno autoritarismo. Perforare in mare è irrilevante per quanto riguarda l’approvvigionamento: se si decidesse  di “sfruttare” i fondali dell’Adriatico si potrebbero estrarre, entro il 2020, 22 milioni di tonnellate di idrocarburi, a copertura del  fabbisogno di 4 mesi di consumi, proprio  quando la domanda di petrolio registra ormai un trend in flessione, per via della crisi ed anche di un sia pur lento cambiamento nel sistema energetico, prodotto dall’elettrificazione dei consumi e dall’efficienza. E’ rischioso: inquina più che per le eventuali perdite, per via delle necessarie procedure che accompagnano le operazioni con l’impiego di prodotti altamente tossici, esercita una pressione formidabile con il rischio di eventi sismici. E’ costoso e poco redditizio: hanno già dato forfait alcune compagnie che avevano inizialmente presentato domanda di autorizzazione, e che hanno valutato il pericolo di impegnarsi in attività onerose e osteggiate dalle popolazioni.

È evidente allora che si tratta di una pièce de résistence mirata a raggiungere una serie di disonorevoli obiettivi: intanto dimostrare emblematicamente che è il governo a comandare anche mediante il progressivo impoverimento dei poteri locali, la crescente espropriazione di competenze, l’indebolimento di quelle relative al controllo e alla vigilanza. Esibire come un’ostensione l’indole a appagare gli appetiti dei padroni, soprattutto quelli che appartengono alle dinastie imperiali, con predilezione per le multinazionali che su stanno accomodando in attesa delle magnifiche sorti e progressive del Ttip. Anche  a far credere che il mare è liquido, circola, mica lo puoi trattenere, alzare muri o recintarlo, e allora lo si può cedere, dare in comodato, offrire in sacrificio alla Francia per una grande bouillabaisse sovranazionale coi nostri pesci, o alla Nato perché si eserciti all’arte della guerra.

Ma c’è anche un’altra immonda volontà: incrementare divisioni, popolare fronti avversi per praticare il ricatto come sistema di governo: occupazione o ambiente, lavoro o salute, come è avvenuto all’Ilva, come è avvenuto in troppi casi nei quali si sono artatamente contrapposti in un duello mortale le ragioni della salvaguardia del posto e della qualità di vita. E’ umiliante che ci riescano, che ci sia ancora qualcuno che cade nel loro tranello come il  segretario Chimici Cgil, che si è schierato apertamente contro il referendum e a fianco delle trivelle, perché    “siamo ancora lontani”,  ha detto, da un “superamento dell’energia da fonte fossile” e mettendosi dalla parte delle lobby, della devastazione, dell’alienazione dei beni comuni e dei diritti, del brutto e del cattivo, come fosse un destino implacabile e che ci meritiamo per garantirci la sopravvivenza, che la vita deve essere esclusiva proprietaria e padronale.

Allora dobbiamo mostrare di saperci riscattare votando e facendo votare si il 17 aprile, se non vogliamo aspettare un’altra Chernobyl per sapere da che parte stare.


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