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Basta la salute…

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il lavoratore manuale nemmeno sapeva che quello alla salute era un diritto, sapeva soltanto che doveva contare su una macchina che funzionasse bene e sopportasse la fatica per conquistarsi gli elementari mezzi di sussistenza, che spettava a lui conservarsela efficiente e effettuare la necessaria manutenzione, perché il signore, il feudatario, il principe permettevano nel migliore dei casi che un cavadenti girasse nelle piazze o distribuisse un elisir, unico antidoto nel caso di peste nera, provvidenziale per ridurre la popolazione degli inutili parassiti.

Era quella la condanna degli schiavi, per i quali l’unico diritto immutabile e riconosciuto era la fatica e dei quali non resta memoria storica se non quella indiretta delle piramidi che hanno tirato su, intitolate ai loro faraoni, celebrati invece in vita e in morte. La malattia era la pena capitale comminata e applicata per fame, isolamento e abbandono del soggetto diventato rifiuto superfluo da conferire in una fossa senza tante cerimonie.

Avevamo sperato nella fine della schiavitù, almeno da noi – che in altre geografie destinatarie di operazioni di rafforzamento istituzionale, esportazione di democrazia e campagne di aiuto umanitario vigeva ancora con profittevole dinamismo seppure sotto altro nome. E’ successo quando lo sviluppo richiedeva individui talmente in buona salute da garantire non solo uno sfruttamento più fertile e profitti più sicuri ma anche nuovi consumi compresi quelli edonistici più fervidi e prodighi e redditizi.

Il corpo, a un certo momento e per un certo tempo, è stato promosso a prodotto oltre che merce, esteticamente obbediente  a canoni e requisiti imposti dalla somatica di regime, che ci voleva eternamente giovani, scattanti, lisci e ben oliati, depilati e tonici sia davanti alla pressa, ormai quasi in disuso, che al desk del nuovo impero digitale, grazie a frequentazioni di istituzioni ginniche, parchi e perigliose strade cittadine inquinate, perché poi si sa, sulle minacce sanitarie dell’inquinamento dell’industria e dei trasporti  il sistema economico si è mostrato meno attento in vista della definitiva conversione dell’economia produttiva in economia finanziarie, quando il pericolo nella futura società del rischio sembrava altrettanto immateriale dei quattrini aerei circolanti in fondi, bolle, titoli.

È che la salute, quella fisica – che quella mentale e psichica ha cominciato a essere “garantita” artificialmente da equilibratori dell’umore, farmaci da auto somministrarsi o gentilmente erogati dal servizio sanitario per ottenere il buonumore e l’oblio, per sopportare il passato, il presente e più che mai il futuro – si è sempre più trasformata in un brand.

Ed è avvenuto non solo con l’irruzione in borsa e nel mercato di multinazionali farmaceutiche che hanno monopolizzato la ricerca, con la sostituzione della sanità pubblica con le cure e le cliniche private, diventate sempre più profittevoli a confronto con un sistema assistenziale volutamente impoverito e inefficiente,  ma anche con l’ostensione di modelli estetici e di comportamento che hanno accreditato perfino nuove patologie redditizie e di moda, dalla celiachia alle decine di intolleranze, che hanno imposto canoni di salute e bellezza che andavano rispettati per  accedere a posizioni, posti, opportunità.

Così le disuguaglianze si sono espresse in nuovi modi sorprendenti, facendo diventare doveroso laminare le ciglia e inevitabile ricorrere a lenti a contatto colorate quando gli anziani aspettano mesi e mesi per un intervento di cataratta in una struttura pubblica, dimostrando l’indispensabilità della sbiancatura della chiostra dentaria quando sono stati dichiarati “sans dents” dall’allora presidente francese quelli che non hanno meritato le magnifiche opportunità del capitalismo e sono costretti a rinunciare alle cure mediche private tramite fondi e assicurazioni spesso promossi dagli stessi padroni che così li sfruttano due volte.

Ma la vera allegoria simbolica dell’iniquità di un sistema, nel quale la salute non è un diritto uguale per tutti come non lo è la giustizia, è rappresentata dalla scelta obbligata, per migliaia di lavoratori e per i cittadini di posti dove per anni hanno prodotto veleni industrie criminali tra salario e malattia, tra fatica malremunerata e cancro. Come succede a Taranto, come nei siti dell’amianto del primo iscritto al Partito Democratico che dà dell’imbroglione a Berlusconi proprio come la padella che dice su della farsora, come è accaduto all’Ipca (oltre 130 morti di tumore), e come con tutta probabilità succede nelle ridenti campagne trevigiane dove la stessa malavita che si compra le vendemmie di prosecco rovescia tonnellate di rifiuti tossici.

Che la salute potesse essere a rischio anche senza l’inanellarsi delle sette piaghe bibliche, che poi erano 10 (acqua mutata in sangue, rane, zanzare, mosche velenose, mortalità del bestiame, ulcerazioni, grandine, locuste, tenebre, morte dei primogeniti) lo si doveva immaginare per l’analogo inanellarsi di crisi (ambientali, migratorie, tecnologiche, debitorie e finanziarie), perché stiamo sulla terra ormai stretta in quasi 8 miliardi, perché  a forza di manipolare natura, uomini e forme abbiamo esposto ogni “cosa” a inattese vulnerabilità, perché i sistemi più sono complessi e più di rivelano fragili, perché ogni epidemia locale è suscettibile di  avere una diffusione globale rapidissima.

Eppure per anni la gran parte di noi si è fatta persuadere dell’inevitabilità se non addirittura della desiderabilità dei questi effetti collaterali del progresso, della globalizzazione, fenomeno a alto contenuto ideologico se ha trasformato l’internazionalismo nel cosmopolitismo per pochi che va dalla cucina fusion all’Erasmus, del primato della scienza  che contrasta le malattie, dell’egemonia digitale, insomma di quella parvenza di onnipotenza virtuale che ci è stata concessa a fonte dell’impotenza concreta che abbiamo sperimentato i questi mesi.

E così d’improvviso, anche se c’erano tutti i segnali, ci siamo ritrovati come i cenciosi del lumpenproletariat, un ceto senza identità di classe,  privo di coscienza politica, disorganizzato e condannato a  trarre il suo reddito   da occupazioni occasionali che talvolta sconfinano nell’illegalità e  per le quali, come per il cottimo soggetto al caporalato, la salute diventa il bene primario, in nome del quale è necessaria la rinuncia a altri diritti diventati secondari, istruzione, lavoro, la cessione di spazi di autonomia e libertà.

Ormai succede sempre che un bisogno resti tale e non dia luogo a un diritto. Succede perfino oggi che il diritto costituzionale alla salute ha preso il sopravvento per una insensata gerarchia, mentre sono sospese prevenzione, cura, assistenza, perchà l’unica malattia concessa pare sia il Covid.

Succede perfino oggi, quando scopriamo che per rafforzare il sistema sanitario le cui falle volontarie e promosse da anni di consegna ai privati, di favori alle cliniche e pure ai cucchiai d’oro in barba alle leggi dello stato,  dobbiamo attendere l’elemosina che ci dovrebbe forse arrivare con la partita di giro europea, trasmettendoci i quattrini che abbiamo erogato, condizionati da comandi e priorità, come si apprende se ci si prende la briga di  leggersi il documento ufficiale del board del MES dell’8 maggio 2020,  con la specifica  delle clausole che regolano il prestito per affrontare il Covid.

Mentre una quindicina di giorni fa è passato sotto un pudico silenzio la determinazione del Ministero dello Sviluppo Economico  di proporre al Dipartimento per le Politiche Europee della Presidenza del Consiglio le schede di sintesi delle aree progettuali ritenute strategiche e per la cui realizzazione sarà chiesta la copertura finanziaria con il Recovery Fund dell’Unione europea, tra i quali fanno spicco  quelli finalizzati al Potenziamento della filiera industriale nazionale, dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza per cui si prevede di impiegare nei prossimi sei anni 12 miliardi e cinquecento milioni di euro di provenienza Ue.

Tale è la confusione indotta tra sopravvivenza e vita, tra salute e sicurezza che sempre di più il cittadino, che vive sotto il tallone della biopolitica quando ogni funzione e comportamento e scelta umana deve iscriversi e assoggettarsi al modello economico dell’impresa e all’obiettivo del profitto e dell’accumulazione,  verrà persuaso che per meritarsi di stare al mondo e per essere una merce di valore nel mercato, battendo la concorrenza di altri corpi,  sia necessario pagare con la rinuncia alla libertà e il tradimento della dignità.


Ecologia in maschera

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A volte viene proprio da ringraziare un accadimento che occupa lo spazio pubblico con la sua potenza apocalittica se ci risparmia dall’inanellarsi di baggianate rituali a scadenza annuale.

Impegnati tutti sul Covid 19 ci hanno  graziati delle liturgie della green economy senza olio di palma, delle narrazioni pedagogiche dei patron dei rave di raccolta di lattine  e dei moniti severi degli sporcaccioni globali che finanziano il pallottoliere ecologico a cura dell’organizzazione di ricerche ambientali Global Footprint Network incaricato di misurare le risorse consumate dai dissipati popoli della terra e “estinte” in previsione dell’Earth Overshoot Day.

E siccome quasi nulla può aspirare a stare alla pari con gli scenari rovinologico-sanitari della pestilenza passa senza grande risonanza l’arrivo in Louisiana dell’uragano Laura, più violento e sterminatore di Katrina, che minaccia  quelle che i meteorologi hanno descritto come inondazioni letali e danni diffusi se già 300 mila abitazioni e attività commerciali sono senza elettricità. E d’altra parte a Palermo, a Verona si sono verificati quegli eventi estremi che sono la conseguenza accertata del cambiamento climatico, retrocessi ad allarmi di serie B per via di un ridotto impatto sanitario o percepiti come la declinazione pittoresca contemporanea delle piaghe bibliche che si starebbero accanendo sull’umanità.

In pochi mesi il tema è sprofondato nelle brevi in cronaca e la figurina apologetica di Greta non popola più l’immaginario giovanile   che rinvia i volonterosi assembramenti dei  Fridays For Future a venerdì migliori.

E’  stata anche retrocessa a sterile e irresponsabile argomentazione da complottisti e negazionisti la teoria che possa esserci un rapporto evidente tra pressione antropica, smog,  inquinamento industriale e la superiore incidenza di contagi in Lombardia, registrata anche successivamente alla “riapertura” e, pare, non imputabile all’arrivo di immigrati.

Eppure numerosi articoli presenti in letteratura scientifica (tra l’altro è italiano uno “specialista” autorevole, Mario Menichella che da anni analizza le correlazioni tra condizioni ambientali e patologie) hanno informato che le particelle di particolato fine e ultrafine agirebbero da vettori fisici “leggeri” nei confronti del virus, in grado di portarlo assai più lontano rispetto a quelli  tradizionali.

Eppure, e non a caso, Wuhan, New York, Pianura Padana, che risultano tra le aree più colpite dal Covid-19, sono proprio quelle che  da decenni hanno sviluppato una forte concentrazione di industrie e grandi impianti inquinanti che contribuiscono più di altre sorgenti al loro inquinamento atmosferico per la maggior parte dell’anno, causando di conseguenza un’elevata incidenza fra la popolazione di cancro, malattie cardiovascolari(infarto, ictus, etc.), patologie respiratorie croniche o comorbidità spesso letali.

Eppure nella Pianura Padana da anni si registrano anche a causa della nebbia,  concentrazioni  anomale di varie sostanze nocive (diossine, polveri sottili, particolato fine e ultrafine, gas tossici, etc.), che ristagnano e si accumulano al suolo e che insieme alle emissioni causate dal dissennato ricorso a impianti di biomassa e biogas fanno di questi territori delle zone a alto rischio epidemiologico, come dimostrato dalla incidenza e letalità di malattie respiratorie e polmonari.

Ma la pandemoniaca gestione del virus influenzale del 2020 ha prodotto un effetto mortale in più, quello di cancellare dal nostro vocabolario la formula in passato abusata della qualità della vita, in favore della necessità della sopravvivenza. Proprio come la sopravvalutazione della imprevedibilità ed eccezionalità  di questo incidente della storia è servita a  esercitare una pietosa rimozione delle responsabilità di decenni di  smantellamento della sanità pubblica e di pudico silenzio sugli investimenti che grazie alla carità europea di sarebbero dovuti programmare per il futuro, così la colpevolizzazione dei comportamenti collettivi e individuali è stata brandita come un’arma per distrarre dalle negligenze e dai crimini dei grandi inquinatori, fonti industriale esonerate dal pagamento per i loro crimini e reati grazie a varie forme di immunità e impunità e licenze che intere aree del paese pagano da ben prima del Covid 19 con il loro martirio. 

Vaglielo a dire a Galli della Loggia che, in perfetta consonanza con la ministra Azzolina, attribuisce il marasma nel quale si agitano i responsabili dell’istruzione, allo strapotere dei sindacati, vaglielo a dire ai nuovi predatori pronti a comprarsi risorse e opportunità a prezzi scontati grazie a ristrutturazioni farlocche che promuovono espulsione  di lavoratori e  riduzione della sicurezza e delle tutele.

Vaglielo a dire alle associazioni imprenditoriali che vogliono persuaderci che la perdita stimata di almeno un milione e 1,4 di posti di lavoro – l’Inps fa sapere che gli occupati a fine maggio erano circa 750 mila in meno rispetto a un anno prima e oltre mezzo milione di precari sono spariti dal mercato del lavoro-  sia un incontrastabile effetto collaterale della crisi che deve far abbassare le ali alle pretese di garanzie e protezione, quindi di legalità, arretrata a optional quando non a capriccio incompatibile con la gravità del momento.

Vaglielo a dire a quelli che ancora credono che la partita di giro delle elargizioni dimostri che l’Ue è riformabile e che le condizioni che verranno imposte debbano essere accettate per riguadagnare la reputazione perduta da un popolo che ha voluto troppo.

E vaglielo a dire a Confindustria che reclama riforme strutturali, come se tra “Pacchetto Treu”, Legge 30/2003,  misure del Sacconi dello stare tutti sulla stessa barca, “Jobs Act non ne avessimo avute abbastanza per far regredire il lavoro a precarietà e poi a servitù e che indica tra le priorità la cancellazione del Decreto Dignità.

Ma non è mica l’unica cosa che si vuol cancellare, a guardare il senso profondo del Decreto Semplificazioni che in previsione dell’unica strategia partorita da Villa Pamphili, dalle task force e dal governo per la Ricostruzione (130 grandi cantieri di infrastrutture, stadi compresi, e Grandi opere) propone la demolizione di ogni sistema di controllo, vigilanza e sorveglianza sugli interventi per favorire quella libera iniziativa che non vuole ostacoli, ubbie da anime belle del movimentismo e intralci di antagonisti e anarco-insurrezionalisti.

Basterebbe quello a dimostrare che la tutela dell’ambiente è un optional incompatibile con lo sviluppo, come d’altra parte quella della salute, salvaguardata a suon di mascherine della Fca e di guanti di silicone, e che prevenzione e cure sono lussi che non meritiamo.

E quindi vaglielo a dire a quelli del “niente dovrà essere come prima” se l’unica novità in agenda sono gli interrogativi sullo smaltimento delle mascherine, plausibili a fronte del formidabile incremento della produzione di amteria palstiche a uso “sanitario”, a quelli che davanti allo spettacolo dell’arcadia pandemica, auto in garage, aziende chiuse, città deserte, pensavano che fossimo all’inizio di una beata era delle decrescita felice. A quelli che si illudevano che magicamente fosse arrivato il momento per  ripensare  il modello produttivo e consumistico, liberandoci dalla fatale dipendenza economica e morale del mito della crescita immaginando di sanare i danni del mercato globale con meccanismi di mercato, commercializzazione dei diritti di emissione, import-export dei veleni verso vittime affamate, ricattate e consenzienti o con una ecologia domestica che addossi il peso sui cittadini secondo la prassi della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti.

Vaglielo a dire ai giardinieri dell’ambientalismo senza lotta di classe che la catastrofe rimossa è vicina, che il sistema non è più emendabile e che il rotolare inarrestabile del pianeta verso la rovina travolgerà tutti, lupi e agnelli, rane e scorpioni.


Peccato di vecchiaia

per fido Anna Lombroso per il Simplicissimus

Proprio come volesse dare attuazione a una “modesta proposta”  di Swift, si direbbe che il coronavirus sia una risposta concreta ai desiderata di Madame Lagarde e delle istituzioni che è stata di volta in volta chiamata a rappresentare autorevolmente, così come alle raccomandazioni di certe sue impari imitatrici seriali (ne ho scritto qui: ).

Secondo loro, convinte che il tempo è una molesta convenzione che non riguarda ceti superiori e intoccati da privazioni, malattie e stenti  “La longevità è diventata un nemico, se non da combattere, almeno da rendere inoffensivo: troppe spese per lo stato in pensioni e assistenza sanitaria”, e anche: “Se si va in pensione prima, quando si è ancora in buona salute, è un costo, perché qualcuno te la deve pagare….”, così  un  “accorciarmento della vita media favorirebbe aiutarebbe gli investitori professionali a trovare degli asset più affidabili”.

L’ipotesi è suggestiva, ma in realtà tutto era cominciato ben prima del Covid19, con i tagli alla spesa sanitaria statale, la privatizzazione selvaggia dell’assistenza ( invidiata in tutto il mondo che la vuole imitare, poco più di un anno si è formata una triplice alleanza senza precedenti, tra Amazon, Berkshire Hathaway e JP Morgan, grazie a  una società indipendente monopolistica,  nella quale JP Morgan promuove i fondi per una prossima bolla sanitaria delle finanziarie del settore, Berkshire Hathaway   copre il comparto assicurativo,  mentre Amazon coprirà la catena dal produttore al consumatore grazie alla sua distribuzione capillare), con la fine della prevenzione, della diagnostica garantita, delle cure dentarie presentate come un lusso in regime esclusivo a beneficio di pochi selezionati per appartenenza sociale o etnica (dobbiamo all’ex presidente Hollande il conio della definizione sans dents), della sostituzione del Welfare pubblico con quello aziendale contrattato dai compiacenti sindacati che, in carenza di rappresentatività, si sono convertiti a fare gli investitori professionali  e i piazzisti di fondi speculativi, fondi pensione, risparmio gestito, hedge fund.

E quando tramite ricatti e intimidazioni diventati sistema di governo e intesi a rompere antichi patti generazionali, si sono criminalizzati e poi puniti gli anziani..

Si, i vecchi sono colpevoli, colpevoli di vivere troppo a lungo, di essere in troppi rispetto alla popolazione attiva (è stato Boeri a “denunciare” che per ogni pensionato c’è solo un lavoratore virgola tre, come se fosse da imputare agli empi over 65 la fine del lavoro e dell’economia produttiva, le delocalizzazioni, di godere di “benefici” assistenziali e non di retribuzione e diritti maturati, di aver dissipato risorse, preteso troppo, dilapidato indebitamente ricchezze, consacrando una interpretazione del merito nella fissazione dei requisiti e dei talenti per vincere la gara della competitività, giovinezza, ambizione, arrivismo, affiliazione e fidelizzazione all’ideologia dominante.

Ormai siamo posseduti da un pensiero macabro che toglie ogni possibilità al sopravvento della ragione e alla consolazione che ne potrebbe derivare, vittime tutti di qualcosa descritto come  incontrastabile, imprevedibile e incontrollabile, così i vari approcci ( la sottovalutazione, l’allarmismo terroristico, le restrizioni e perfino la cosiddetta  immunità di gregge) finiscono per rispondere ad una stessa esigenza, quella che non venga rivelato il tracollo  dei sistemi sanitari statali  distrutti da tagli in modo da delegare l’assistenza ai privati. E che venga di conseguenza legittimata una pratica finora applicata senza che venisse apertamente ammessa, effetto dell’egemonia culturale e politica della pragmatica “necessità”.

Lo sapeva già chiunque avesse avuto un congiunto anziano,  chi aveva effettuato un tetro test sulle condizioni di inevitabile trascuratezza cui veniva lasciato in ospedale ma pure nelle case di riposo, chi aveva dovuto subire il mantra del “se ne faccia una ragione, suo padre/ sua madre, ha fatto la sua vita”, chi ha avuto conferma che le graduatorie per cure e diagnostica, per non parlare dei trapianti e di interventi delicati, sono sottoposte a criteri arbitrari, che accudimento e cure in condizione di invalidità sono accessibili solo a chi se le può pagare.

Ma è oggi che la seleziona malthusiana è autorizzata, suggerita se non raccomandata, come esito inevitabile di una scelta fatale che è doveroso accettare e che interessa sia gli anziani che hanno garantito una economia assistenziale domestica al sistema, quelli i cui risparmi  hanno attutito gli effetti della crisi, sia quelli in situazione di bisogno, soli, esposti, tutti ugualmente esclusi dalle terapie intensive e dall’accesso ai dispositivi salvavita per la colpa di possedere “minori aspettative di vita”, dopo essere stati oggetto della propaganda della giovinezza assicurata a ogni età.

Così non deve stupire che  la mortalità sia più alta  nelle regioni di governatori che davano la colpa ai cinesi che mangiano topi vivi e convivono con i pipistrelli, dove la salute è stata un brand propizio per corruzione, speculazioni e consegna della cura e della ricerca ai privati (Bertolaso ha scelto prudentemente di essere ricoverato al San Raffaele),  dove la più elevata concentrazione di industrie e grandi opere a fortissimo inquinamento da polveri sottili, che provoca la morte di  almeno 40.000 persone, elevando il rischio sistemico e abbassando le difese immunitarie di decine di migliaia di soggetti perlopiù anziani che soffrono di broncopatie, insufficienze respiratorie, cardiopatie.

Sono i vecchi di zone dove una volta vigeva il rispetto per i patriarchi, che ai nostri tempi vengono assimilati ai dannati del neoliberismo, tutti condannati come immeritevoli di vivere, insieme ai destinatari di misure di ordine pubblico e di leggi marziali, senzatetto, lavoratori precari e irregolari senza autorizzazioni.

È a quegli anziani che si è riferito con la sua sentenza di morte Giavazzi economista e accademico della Bocconi e già responsabile dal 1992 al 1994, non a caso,  della ricerca economica, gestione del  debito pubblico e delle privatizzazioni al Ministero del Tesoro, quando ha risposto affermativamente e senza esitazioni alla domanda di quel bel tomo di Giuliano Ferrara: “sarebbe migliore o comunque senza alternative civilmente superiori un mondo scremato di chi non ce la fa a resistere a una pandemia di polmonite che strozza le vie respiratorie con la violenza del coronavirus?”.

Il suo si! deve avere avuto un effetto liberatorio per i profeti del liberismo, che hanno fatto tesoro del contenuto del  documento  della Siaarti ( Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva), (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/03/11/sotto-il-tendone-del-circo/ )   in cui si affermava  che “può rendersi necessario porre un limite di età all’ingresso in terapia intensiva”, che fingono che non occorre fare differenze d’età nella contabilità dei morti, in modo da non essere costretti a distinguere tra “decessi per virus” e “decessi con virus”, in modo da accreditare l’ipotesi che la falce della pestilenza mieta vite giovani e anziane, “sane”  e già toccate da altre malattie, come una livella, in modo che diventi ammissibile per ogni individuo porsi il dilemma di chi ha il diritto naturale di essere salvato, quando dovrebbe essere dovere della società, dello stato, della democrazia secondo gli imperativi della sua Carta costituzionale tutelare la vita e la salute di tutti.

Adesso poi sugli  strati sociali più poveri, sui lavoratori “manuali”, in barba alla magnificenza di uno sviluppo che avrebbe dovuto liberare dalla fatica, sui precari ricattati che hanno difficoltà anche a autocertificare anche l’obbligatorietà del rischio cui sono costretti a sottoporsi,  su quelli più esposti e predisposti, quindi gli invalidi, i portatori di handicap e i disabili, gli anziani ricadono anche gli effetti immediati delle misure governative di “contenimento”, quelle che sarebbero accettabili e attuabili sono in un tessuto sociale corte, coeso e dotato di servizi efficienti, abbandonati, soli, affamati, terrorizzati dalla fine dei risparmi,  dal distacco della corrente, dalle rate inevase, dall’affitto non pagato,  come le loro le badanti irregolari che non possono e hanno paura di assisterli. Come succede sempre quando i più vulnerabili e i più ricattati diventano chi carne da cannone e chi gente a perdere.

Se ne ricordino quelli che ci parlano di orgoglio nazionale, dell’unità solidale di tutti, della  rivoluzione morale che si sta realizzando, della possibilità che quello che abbiamo perso in beni si stia guadagnando in solidarietà e coesione  sociale.

Verrebbe da dire mondo cane, ma cane, si sa, non mangia cane.

 

 

 


Tav di mare

grandi-navi-venezia-inquinano-veramente-navi-crociera-v6-381602-1280x720Anna Lombroso per il Simplicissimus

Già me li immagino quelli del Simby, si purchè nel cortile degli altri. Le compagnie Costa e Aida, del gruppo mondiale Carnival Corporation, hanno prenotato per l’anno prossimo gli approdi a Trieste e a Ravenna  per tutte le navi che abitualmente iniziano e finiscono le loro crociere alla Marittima a Venezia.

In realtà si sono riservati di attraccare anche a Venezia, come hanno già fatto altre volte, ma è probabile che in questo caso si tratti di un segnale intimidatorio lanciato al Governo in previsione di un provvedimento, applaudito da autorità scientifiche come Celentano, che dirotti il passaggio delle navi corsare dal Bacino di San Marco al Canale alternativo, quello certamente meno suggestivo. dei Petroli rinforzato all’uopo da opere affidate all’immancabile Consorzio Venezia Nuova.

E infatti la stampa locale ci fa subito sapere che le due compagnie, da sole, coprono il 30% del traffico della Marittima; l’approdo che è il nono porto crocieristico nel Mondo, il terzo in Europa ed il primo home port italiano,   ristrutturato con la munifica magnificenza di più di 100 milioni di euro nel corso del decennio dal 1990 al Duemila, per conseguire il traguardo dei 2,5 milioni di crocieristi in transito all’anno, è economicamente sostenibile solo se mantiene determinati standard di utilizzo, pena un incremento delle tariffe praticate alle compagnie, che, sottolineano i riflessivi cronisti,  si sono dovute sobbarcare i costi conseguenti agli incidenti di giugno e luglio. Senza dire che già dal 2015 a causa della crisi è diminuito di almeno il 30% il numero dei croceristi, altro duro colpo dopo quella fase di arresto simbolico del 2012 con il naufragio della Costa Concordia e la promulgazione del Decreto Clini-Passera, che vietava il passaggio in Bacino di San Marco e nel canale della Giudecca alle navi di stazza lorda superiore alle 40.000 tonnellate. Il provvedimento, scaturito dall’emozione e dalla preoccupazione che un simile pericolo possa verificarsi  all’interno della città storica,  rinvia però la propria applicazione al momento in cui sarà trovato e realizzato un percorso d’ingresso alternativo. Così nel confuso e contraddittorio rimpallo di proposte, stalli, progetti e ricorsi che ne consegue, la provvisorietà diventa definitiva.

Ora chiunque dotato di un modesto buonsenso capirebbe che siamo di fronte a un altro caso Tav su scala appena un po’ ridotta: si pensano e si realizzano opere ingiustificatamente  superbe  e sovradimensionate senza fare il conto con l’oste, la riduzione del traffico, l’austerità che restringe i consumi, la proposta di nuove rotte, una inversione nel percorso della megalomania gigantista che ha abbassato l’altezza dei grattacieli in tutti i posti civilizzati salvo Milano e che  potrebbe provocare un ridimensionamento anche nelle stazze  al fine di ridurre  rischi e consumi.

Invece no, meno di venti anni fa proprio come  circa di venti anni fa si sono cominciati a praticare inutili buchi sulla montagna, si è attrezzato il porto della città più sensibile, fragile ed esposta del mondo per essere oggetto di un oltraggio quotidiano che a volte ammonta a 13 passaggi in un giorno  e che perfino a detta dell’Università che ha avuto tra i suoi prestigiosi rettori lo stesso che poi ha davvero applicato il format distopico del transito delle navi davanti a San Marco, non porta benefici economici alla città pericolosamente sfiorata dai mostri, dalla cui pancia nemmeno scendono più i suoi forzati, preferendo fotografarla e fotografarsi sul ponte più alto con la Basilica ridotta a modellino dentro la palla di vetro anche senza neve.

In previsione di trovare destinazioni con tasse e imposte più basse, per evitare altri purtroppo probabili rischi, per non aver a che fare con un’opinione pubblica che si è fatta più attenta, le compagnie stanno decidendo con il buonsenso della tasca al posto dello spirito di servizio e della cautela   dei governi che si sono succeduti, oggi incarnati dalla De Micheli che avverte che sulla Tav è inutile discutere, è tutto deciso e si è provveduto sollecitamente ad avvertire di questo l’Ue.

Che tanto si sa che a fare le scelte sono sempre i padroni: sono state le compagnie a darsi un codice di comportamento scegliendo, dopo l’incidente della Costa e in attesa che le autorità si pronunciassero,  di posizionare a Venezia solo unità fino a 96.000 tonnellate confermando la volontà di dettare le regole al posto dei soggetti pubblici fino ad acquisire nel 2016 l’intera proprietà della Vtp, la società privata a partecipazione pubblica  incaricata di “governare ed incrementare il traffico passeggeri”, diventando di fatto  gestori e clienti del terminal passeggeri veneziano, un mostro giuridico che ha altri illustri precedenti nella Serenissima.

Adesso i combattenti Non Grandi Navi saranno imputati di aver prodotto un danno economico che avrebbe dovuto risarcirci di quello morale prodotto sulla nostra reputazione dall’aver permesso quell’affronto recato alla crescita, come se le navi da crociera fossero virtuose più delle petroliere della Schell,  come se i loro carburanti fossero più respirabili di quelli dei vecchi Concorde (in Europa 203 navi da crociera inquinano più di tutte le auto, 260 milioni, in circolazione), come se non fosse dimostrato dimostrato il pericolo prodotto dallo spostamento d’acqua  sulla idromorfologia lagunare, come se non fossero in discussione da anni il volume  e la tipologia di turisti che si riversano e occupano una città già drammaticamente desertificata  dall’espulsione di residenti e attività. E come se i proventi non fossero a unico beneficio non di Venezia bensì dei privati che con la privatizzazione dell’aeroporto di Tessera e grazie al regalo offerto a una enclave extraterritoriale (le navi) da gestire in regime di monopolio da compagnie  straniere – che hanno interesse a fare apparire pochi profitti in loco, per trasferirli all’estero – hanno creato e consolidato un polo che accentra e gestisce l’accesso navale e aereo, estraneo alla città anche se costruito con capitali pubblici.

Diceva il Marco Polo di Calvino: ogni volta che descrivo una cottà dico qualcosa di Venezia. Adesso potremmo dire che ogni volta che decsriviamo la morte di una città dobbiamo pensare a Venezia, al suo Arsenale dove di costruivano le navi che ne avevano fatto una trionfante potenza, davanti al quale sfilano i tetri condomini con i loro nuovi forzati.


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