Improvvisamente è rivoluzione: la Gran Bretagna cambia volto nel modo più inaspettato, le elezioni amministrative in cui Nigel Farage e il suo Reform UK hanno raddoppiato i loro voti e, grazie al sistema elettorale maggioritario puro, moltiplicato per 20 il numero di consiglieri. A loro volta mente i laburisti hanno più che dimezzato il loto consenso, assieme ai conservatori. Ma non sono tanto i numeri in se stessi a dare la misura di questo cambiamento epocale, quanto il fatto che ciò avviene in un Paese dove la tradizione bipartitica ha le sue radici più antiche e consolidate, tanto da averle poi esportate nelle ex colonie americane di cui il Regno unito è diventato a sua volta un’appendice. Insomma un sistema in vigore da secoli è crollato d’un botto, dopo aver tenuto duro anche negli ultimi vent’anni di declino, di inquietudini, di sottrazione di democrazia. E questo significa una cosa sola: che lo scollamento tra popolo e sistema politico è ormai totale, che sono saltate anche le incastellature che tenevano in qualche modo ancora in piedi classi dirigenti fuori dalla storia. Il fatto che il tonfo elettorale abbia riguardato i due partiti che da secoli reggono le sorti del Paese, non lascia spazio al chiacchiericcio parapolitico: qui non si tratta più di conservatori e progressisti contrapposti in una normale dialettica democratica, ma di due concrezioni di potere che sono ormai considerate entrambe estranee alla democrazia stessa.
Deplorare il fatto che sia stato Farage a spuntarla e tirare fuori per l’ennesima volta il rosario con cui si parla di estrema destra,ogni qualvolta un fenomeno sociale spezza le élite di comando, non serve a nulla, soprattutto non è poi molto intelligente: si tratta di stupefacenti politici che vengono accesi e fumati ogni qualvolta si cerca di nascondere lo iato che esiste tra una classe dirigente espressa dalle oligarchie e una vecchia mappa politica ormai priva di senso. La stessa cosa accede anche altrove: Macron in Francia governa di fatto contro i francesi, l’Afd in Germania è ornai il primo partito e quando Starmer dice che anche di fronte alla catastrofe elettorale non si dimette, non fa che mettere in luce la distanza che esiste tra le istituzioni democratiche e il milieu politico tradizionale. Un baratro ostinatamente negato da un’informazione quasi completamente in mano a una manciata di multinazionali e oligarchi: basti pensare che da una parte ci viene detto che i britannici si sono pentiti della Brexit, mentre votano massicciamente per il personaggio che più di ogni altro l’ha voluta, ossia Farage.
Il fatto è che qui la crisi del sistema politico corrisponde anche alla crisi di un sistema economico, di rapporti, di assetti e di governo delle cose che talvolta assume anche toni grotteschi e si esprime attraverso personaggi borderline come possono essere Trump o lo stesso Farage: perché in realtà il vecchio ceto politico si è estinto o è stato catturato nelle reti di un sistema che potremmo chiamare feudalesimo finanziario, il che ovviamente favorisce l’ascesa di uomini di rottura reale o apparente ( noi abbiano vissuto l’esperienza del grillismo) che spesso vengono votati più per ciò che esprimono tra le righe del disorientamento collettivo, più che per le parole che dicono. Il mainstream italiano ed europeo di fronte a questo non sa fare altro che sottolineare la natura semplicemente amministrativa di queste elezioni, cercando di esorcizzare l’accadimento nascondere a se stesso il cambiamento che si è verificato, ossia il fatto che da più di un decennio a questa parte, in molte circoscrizioni britanniche la sfida non è più soltanto tra Labour e Conservatori, ma tra quattro o cinque forze diverse. È un cambiamento profondo per un sistema politico storicamente modellato dal bipolarismo. E infatti i politologi parlano di possibile “collasso” del tradizionale sistema a due partiti capace di rimodellare il panorama politico del Regno Unito.


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