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Vespa Littoria

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma da qualche mese, e con più veemenza in questi giorni, non ci hanno spiegato che con i negazionisti c’è poco da fare, che è vano controbattere con argomentazioni razionali, che è inutile discutere che tanto vivono una realtà parallela e non si fanno persuadere nemmeno dalle verità accertate? Non ci hanno detto che si tratta di disturbati sociopatici che è preferibile conferire in qualche istituzione totale o rinchiudere in casa senza assistenza sanitaria e senza vaccino del quale sono immeritevoli?

Fosse così, questa soluzione mi sembra la pena giusta per Bruno Vespa, invece ci di fargli fare le ospitate nella stessa tv della quale è dipendente, alla faccia del conflitto d’interesse che sulla stampa ( mica solo là se pensiamo al cumulo di incarichi e remunerazione di Arcuri, anche senza andare a un passato recente) è sempre stato favorito a vedere i soffietti ai giornalisti produttori instancabili di antologie dei loro immortali articoli e memoriali, le colonne di interviste fiume del collega. che poi reclama lo stesso favore appena dà alle stampe il suo instant book. 

Sarebbe una bella soddisfazione condannarlo al cono d’ombra, proibire per evidente apologia la vendita della sua strenna natalizia dal titolo inequivocabile Perché l’Italia amò Mussolini, sottotitolo:  (e come è sopravvissuta alla dittatura del virus)invece di stare a confutare, come se valesse questa fatica, le ignobili bugie confezionate in 420 pagine al costo di 20 euro, dai treni in orario (ma quello lo abbiamo sentito da fonti più autorevoli della sua ), alla bonifica delle paludi – “ispiratrice del new deal di Roosevelt”, ipse dixit- dalla settimana lavorativa di 40 ore, al dopolavoro, dal sostegno alla maternità, alle colonie marine.

Con lui si che varrebbe l’impiego del termine, così come sarebbe valso per le frottole di altri cronisti prestati alla manipolazione della nostra storia per sceneggiare l’epica delle “opposte macellerie”, in grazia delle teorie espresse spudoratamente dell’ex presidente della Camera con l’equiparazione dei martiri della Resistenza agli “ingenui” ragazzi di Salò,  o per gli accademici specializzati in foibe e promotori di altre Giornate della Memoria da opporre non a quella rituale, ma con più probabilità al 25 Aprile o al 2 Giugno.

Con il sostegno di un ente di Stato che gli offre una tribuna, di un ceto politico che a dispetto di avvicendamenti e ricambi continua a esibirsi nel suo salotto, di media ch,e abituati a aspettare i gossip, le intercettazioni e i pizzini delle cancellerie, saccheggiano le anticipazioni dei suoi libri con le indiscrezioni e le confessioni a orologeria dei potenti,  non ha nemmeno bisogno di ricorrere ai sistemi di Irving o Faurisson, non ha bisogno di replicare a prove schiaccianti, perché gode dell’eterno miracolo che perfino di questi tempi si rinnova, il credito dato a quello che ha detto la televisione

Per un po’ mi sono compiaciuta che in rete qualcuno condividesse la locandina apparsa sulle vetrine di qualche libreria: qui non è in vendita il libro di Bruno Vespa e che altri si prendessero la briga di confutare le cialtronate già riportate sconsideratamente dalla stampa amica.

Che malgrado le condizioni particolari che siamo obbligati a vivere, lo stato di eccezione che veniamo continuamente sollecitati a accogliere di buon grado e che comporterebbe la necessaria rinuncia a diritti e libertà personali e collettive, ci sia qualcuno che  rammenta che non si stava meglio quando si stava peggio, che bisogna guardarsi da chi denigra il dissenso per delegittimarlo ancora prima dell’olio di ricino, da chi encomia come espressione di senso civico la delazione.

Che ricordi che prima di portare in guerra un Paese, l’eroe oggetto di questa agiografia, l’aveva affamato, umiliato, aveva cancellato partiti, sindacati, aveva chiuso la bocca ai giornali in modo che  ci fosse una sola voce a parlare, rammentandoci che la storia si ripete.

Opera meritoria, per carità ma che la dice lunga sulla qualità dell’antifascismo da tastiera, quello che occorre per sentirsi culturalmente, socialmente e moralmente migliori,  quello che sale in superficie dal mare delle sardine, quello che riduce i valori della Resistenza e della Costituzione all’impetuosa denigrazione dei due De Rege, Salvini e Meloni, che non si sa quale dei due è il cretino invitato a venire avanti,  facendo sorgere il sospetto che a essere cretini siano quelli che pensano che il Male assoluto sia incarnato solo da loro, così da perdere di vista le altre forme, quello minore, quello comune mezzo gaudio, quello in peggio, quello “poco” che non vien per nuocere, quello che secondo Andreotti è preferibile pensare per non essere colti di sorpresa.

Parlo dell’antifascismo concesso dall’ideologia del politicamente corretto, perfetta combinazione   del liberismo finanziario, cosmopolita e globalista con la retorica  “progressista” uniti dal comune contrasto ai  “populismi” ed ai “sovranismi”, marchi vergognosi appioppati indifferentemente a chiunque osi mettere fuori la testa dalla spirale di silenzio, conformismo e soggezione.

Così si dimostra che gli slogan indirizzati unicamente contro la violenza verbale, i grugniti e i versacci bestiali del gran buzzurro  ( che, come Trump, ha la formidabile capacità di suscitare un odio catartico che ci monderebbe da tutti i peccati)  non servivano ad altro che a far passare come prova di liberalità e pluralismo la tolleranza per una ideologia e una retorica del totalitarismo nel quale viviamo. E che, a differenza di quanto avveniva nei Regimi del passato, non aveva bisogno  almeno finora,  di censura esplicita, o intimidazione concreta, se menzogna, contraffazione, manipolazione si rivestono  della credibilità e dell’autorità di poteri  economici, culturali, sociali, tecnici, “morali”,  i cui messaggi non vengono urlati, minacciati, comandati,  ma passano e vengono raccolti sotto forma di marketing, informazione, pubblicità, format televisivi, intrattenimento, spettacolo per dimostrarci che quello è lo stile di vita cui è doveroso oltre che desiderabile uniformarsi e per raggiungere e mantenere il quale è legittimo sacrificare principi, valori, diritti, libertà.

Quando sarà cominciato tutto questo, quando dall’ostracismo che colpì lo storico De Felice, colpevole di indulgenza esercitata tramite una operazione che venne definita “filofascista o fanfaniana se si avesse voglia di scherzare….  per il rilancio di una storiografia opportunista, rispettosa dei potenti e leggittimatrice degli equilibri sociali costituiti”, in realtà reo soprattutto di aver considerato l’ipotesi non remota che il Duce avesse goduto di un ampio consenso popolare, siamo passati al recupero della sua figura, in modo, per una non singolare coincidenza,  da restituire credito a altri golpisti, corrotti e corruttori, amici dei mafiosi e dei banchieri, ladri di beni pubblici, puttanieri, e razzisti.

Quando sono cominciati in grande stile l’oblio e i tradimenti a cominciare da quelli contro la Costituzione, all’articolo 1 col diritto al lavoro, il 33 e 34 con quello allo studio, al 41 secondo il quale è vero che l’iniziativa privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con ’utilità sociale o in modo da recar danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana?

Quando ci siamo fatti persuadere che il mantenimento dell’ordine pubblico, la tutela del decoro e poi la salvaguardia sanitaria valessero la criminalizzazione delle manifestazioni di  dissenso e la penalizzazione della povertà che rovina le reputazione?

Quando dopo che per anni siamo stati convinti che l’unico diritto da mantenere inalienabile fosse quello a consumare e allo stesso modo ci siamo poi fatti convincere che siamo stati colpevoli di aver voluto troppo e perciò meritevoli di rinunce punitive?

Quando abbiamo accettato che il lavoro si trasformasse in servitù ricattabile, precaria, mobile, poi in cottimo e caporalato agile a norma di legge e per fini salvifici, infine in schiavitù? Che allo stesso caporalato si affidasse la scuola destinata a essere una fabbrica di ignoranti soggetti a intimidazioni , specializzati in mansioni esecutive e quindi addestrati all’obbedienza come i figli della Lupa?

Quando, grazie all’opera di rimozione del passato coloniale, abbiamo permesso che si replicasse sul scala il format imperialistico ai danni del Paese e all’interno del Paese, condannandoci a essere Terzo Mondo e allestirne uno interno?

Quando si è fatta strada la convinzione che soffrissimo della concorrenza sleale  di una massa povera, affamata  e disperata che dopo viaggi inenarrabili ci porta a casa e fa vedere quello che potrebbe capitare anche a noi?

Quando abbiamo consentito che l’informazione si concentrasse in un unico servizio Rai-Mediaset (oggi salvata da possibili aggressioni grazie a impegno unanime), in un giornale unico nelle mani della dinastia che ha maggiormente approfittato dell’assistenzialismo statale, per poi lasciare sdegnosamente quello stesso generoso e benefico elemosiniere e recentemente garante, diventando per giunta produttore in regime di monopolio di dispositivi sanitari dei quali non è più lecito mettere in dubbio l’utilità?

E da quando piangiamo per la sottrazione del Natale se a sempre più persone manca la sussistenza, mancano cure e assistenza, manca l’accesso all’istruzione e alla bellezza? Ma ci concedono la strenna di un fascismo mai finito, sempre riproposto e che sempre si rinnova?


Democrazia suicida

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non mi fa piacere dirvelo, però io ve l’avevo detto. Ve l’avevo detto che non era il caso di fare tanto gli schizzinosi e di andare a votare al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari.

Perché era vero che si trattava dell’uso manipolatore dell’ultimo strumento partecipativo autentico ancora concesso, elargito come una mancia all’antipolitica ormai al governo e pure all’opposizione, a tutela della cerchia disposta a ridursi pur di conservare il sistema di selezione del personale e dell’intangibilità delle proprie élite.

Perché era vero che l’onorabilità della formazione del No era macchiata da presenze ingombranti e poco credibili.  Perché era vero che l’esito era scontato.

Però era altrettanto vero che era necessario dare una risposta politica al quesito inevaso  da autorevoli rappresentanti del Si e cioè quali garanzie e riscontri potevano esserci che un taglio lineare della rappresentanza influisse beneficamente sui criteri di scelta e sulle prestazioni dei parlamentari.

Però era altrettanto vero che non poteva non insospettire che a battersi per un atto dichiaratamente simbolico più che concreto ci fosse uno schieramento che copriva tutto il Parlamento con in testa quei babau che incarnano ormai il Male e l’oltraggio ai valori costituzionali.

Però era altrettanto vero che se si era legittimamente dubbiosi sulla qualità e gli effetti di un voto preteso dagli stessi che dopo che per un anno si erano gingillati intorno a riforme e disposizioni avevano poi optato per dichiarare la loro impotenza o inadeguatezza o cattiva volontà, delegando al popolo l’attuazione di principi già votati a maggioranza, ciononostante era preferibile non consentire che la vittoria, peraltro risicata del Si, si trasformasse in un plebiscito in favore della maggioranza.

Perché così è stato e potete accorgervene adesso, adesso che di giorno in giorno viene confermata la totale “superfluità” (traggo il termine dal Manzoni a proposito di altra pestilenza) del Parlamento, la cui eclissi benefica e desiderata dai molti che aspirano a un governo invisibile che amministri la cosa pubblica senza disturbare gli interessi privati, è sancita dal ricorso a  provvedimenti d’urgenza e misure esplicitamente autoritarie e accentratrici e la cui potestà è stata esautorata in favore di figure commissariali investite di potere decisionale oltre che di consulenza.

E se ne dovevano accorgere deputati e senatori opportunamente esclusi dal parterre e dal tavolo di Villa Pamphili, dove hanno fatto la parte del leone i veri decisori sovranazionali, invitati dal Governo a dare l’approvazione bonaria al compitino che doveva assicurare qualche elemosina imperiale.

Ogni tanto quelli che stanno attendendo fiduciosi che sia pure nelle more dell’emergenza si esprimano le potenzialità della pandemocrazia, che il Parlamento metta in produzione le attese riforme e gli auspicati ritocchi costituzionali, dovrebbero farsi un giretto nei siti istituzionali che riportano l’aggiornamento, si fa per dire, dei lavori delle Camere.

Avrebbero notizia oltre che l’attività si è limitata alla ratifica dei Dpcm di Conte, in materia di gestione dell’emergenza nelle scuole e in altri settori, comprese quelle in materia di intercettazioni con le disposizioni    integrative e di coordinamento in materia di giustizia civile, amministrativa e contabile e misure urgenti per l’introduzione del sistema di allerta COVID-19, e di strategici accordi di cooperazione (cito) con Singapore, Turkmenistan, Qatar, Messico, a dimostrazione che non occorreva l’altro referendum, quello di Renzi, per stabilire che le Camere altro non siano che gli uffici dove gli impiegati appongono il timbro notarile sulle decisioni dell’Esecutivo.

Che se poi era importante il messaggio di trasparenza e pulizia, sarebbe ora di andare a spulciare sui conti e le “ricevute” a margine dell’attività delle autorità speciali e delle task force incaricate dal Presidente Conte con poteri eccezionali e sostitutivi.

Sarebbe legittimo aspettarselo da quelli che hanno registrato un inatteso successo con l’ostensione dei valori dell’onestà  e anche da quelli che invece hanno rivendicato la proprietà ideale dei principi di efficienza e meritocrazia, dai giornali che hanno per anni posseduto il monopolio della denuncia della caste e del malaffare a norma di legge,  oggi prudentemente accantonato per non disturbare i manovratori.

E sarebbe legittimo quindi conoscere l’esito dell’indagine aperta dalla Corte dei Conti sulle retribuzioni di funzionari e manager troppo elevate rispetto alla norma entrata in vigore dal 1 gennaio 2014  che metteva un tetto ai compensi dei dirigenti di aziende a controllo statale e che coinvolge direttamente Arcuri, ora a capo della task force che deve restituire 1,4 milioni dello stipendio percepito in qualità di Ad di Invitalia, incarico che continua a ricoprire in contemporanea a quello conferitogli da Conte.

Perché, sempre per restare in tema, c’è un’altra continuità con il passato che non si è mai rotta, quella del conflitto di interesse, se nelle strategia per il rilancio e la ricostruzione, temporaneamente rinviata a data da destinarsi, Invitalia rimane il più prestigioso e accreditato referente e interlocutore per le politiche di sviluppo in settori cruciali a cominciare dal turismo, dalle sue infrastrutture, dagli investimenti “dedicati” non sorprendentemente al sostegno a multinazionali e grandi gruppi, o del “digitale”, la nuova frontiera dell’occupazione, quella agile, mobile, creativamente precaria che piace alla gente che piace.  

E magari non sarebbe “normale” in democrazia  istituire una commissione parlamentare sulle risorse impiegate e i soggetti beneficati dal turbinoso ricorso ai banchi a rotelle, anche quello promosso da Arcuri, e accreditato come un banco di prova della capacità del governo di usare l’emergenza come opportunità per promuovere con la sicurezza sanitaria un sostanziale e efficiente “miglioramento delle condizioni del luogo privilegiato cui è affidata la formazione dei cittadini di domani” e del silenzio calato sulle  modalità e i tempi delle procedure  di appalto e sull’approvvigionamento sul territorio nazionale, interrotto in queste ore dallo stesso commissario che, in una intervista a Vespa, ha accusato le Regioni del Mezzogiorno di aver approfittato della sua azione magistrale e sapiente “per rifarsi le scuole” a spese del Governo?

Non sarebbe “sano” promuovere un’inchiesta sul business delle mascherine che è diventato il brand per imprese che intendono così l’innovazione tecnologica, con la conversione dinamica dalle auto ai bavagli, e, a sentire l’antimafia, per quelle criminali che aggiungono produzioni e distribuzione del prodotto di successo a business già attivi nel settore sanitario, grazie a iniziative congiunte con amministratori a tutte le latitudini?

Ormai i nomi dati al nostro sistema di governo si aggiornano, si modernizzano e non in meglio, postdemocrazia, oligarchia, cleptocrazia. E sanno parlare solo di rinuncia e tradimento.      


Leva Salvini, lascia Minniti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Hanno levato Salvini e lasciato Minniti.  E non potevamo certo aspettarci di meglio dal governo che tiene insieme gli ex gregari del Ministro che incarna il Male e il partito del Ministro che ha sdoganato la paura del diverso, dello straniero ma anche dell’indigeno che rovina il decoro con la sua molesta presenza.

Non potevamo aspettarci di meglio nemmeno dal Parlamento che dovrebbe produrre riforme che sviluppino il senso della democrazia e della “cittadinanza”, che aveva approvato a larghissima maggioranza nel parlamento le due leggi volute dall’ex ministro dell’interno e leader della Lega Matteo Salvini tra il 2018 e 2019,  recanti misure sull’immigrazione , rendendole addirittura più severe come nella parte relativa alle multe da comminare alle navi delle Ong. E meno che mai da un esecutivo che ha fotocopiato il bieco memorandum sottoscritto dal governo Gentiloni con la Libia.

Licenziando le modifiche ai due decreti pronte da luglio, ma  messe all’ordine del giorno solo dopo le elezioni regionali e il referendum,  la montagna ha partorito il topolino, salutato come un riscatto morale dal giogo razzista e xenofobo.

Per carità meglio di niente, se siete del partito del menopeggio che si accontenta di un camouflage che nasconda le pecche. Per carità meglio di niente, anche se i decreti sicurezza non sono stati cancellati, ma semplicemente addomesticati lasciando intatto l’edificio di regole eretto sul differente trattamento da riservare ai profughi meritevoli del riconoscimento dello status di richiedente asilo e i fuggiaschi per motivi economici, che si vede che fame sete, miseria non costituiscono una valida ragione per lasciare la propria terra, i propri cari, affrontare viaggi perigliosi per recarsi dove nessuno li vuole.

Per carità, è proprio il caso di dirlo, nei confronti di chi era stato escluso dalla regolarizzazione- beffa di quest’estate e pure nei confronti della Bellanova autrice dell’indegna “sanatoria”, è positivo che  si estendano le “opportunità” per convertire una delle forme di protezione rimaste in vigore in permesso “speciale” per motivi di lavoro  “ove ne ricorrano i requisiti”,  quelli concessi per calamità, per residenza elettiva, per acquisto della cittadinanza o dello stato di apolide, per attività sportiva, per lavoro di tipo artistico, per motivi religiosi, per assistenza minori.

 È prevista una sorta di protezione umanitaria, della durata di due anni, per gli stranieri che presentano seri motivazioni di carattere umanitario o “risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”.

È rimasto invece inalterato l’impianto del decreto Salvini sul soccorso in mare, pur dichiarandone l’obbligatorietà: il ministro dell’interno, in accordo con il ministro della difesa e dei trasporti, informando il presidente del consiglio, può vietare l’ingresso e il transito in acque italiane a navi non militari. E malgrado il principio della criminalizzazione sia stato reso di fatto  inapplicato il procedimento rimane amministrativo, con ammende che vanno da 10 mila a 50mila euro, malgrado la richiesta del presidente Mattarella di diminuirne l’importo,  e penale.

 Lo Sprar  cambia denominazione e diventa Sistema di accoglienza e integrazione, la cui gestione viene di fatto restituita  ai comuni, distinguendo i servizi di primo livello per i richiedenti protezione internazionale: accoglienza materiale, assistenza sanitaria, assistenza sociale e psicologica, corsi di lingua italiana, consulenza legale dai servizi di secondo livello che hanno come obiettivo l’integrazione e includono l’orientamento al lavoro e la formazione professionale.

Insomma non c’è tanto da esultare: sul ravvedimento del Governo che sana l’obbrobrio a norma di legge (in realtà la firma in calce ai decreti era di Conte, 1, è ovvio prima della conversione virtuosa in Conte 2) si stende il velo nero dell’Europa che condizionerà le eventuali elemosine a investimenti punitivi dei diritti degli indigeni e figuriamoci degli ospiti, e che ha bell’e pronta la sua strategia di rifiuto, espulsione, rimpatri forzati generalizzati e sponsorizzati  secondo le regole della “solidarietà obbligatoria” tra i partner dalla quale sono esentate le cancellerie carolinge che godono di minor affaccio sul mare delle Pensioni Rosetta italiana o greca.

Non può che andare così, a riconferma, ve ne fosse bisogno, che anche l’immigrazione deve essere governata con le azioni organizzative e ideologiche del neoliberismo, temperando con i meccanismi di mercato i danni prodotti dal mercato, quello che esporta armi e importa schiavi, che depreda risorse per alimentare i consumi di popolazioni per poco ancora risparmiate dal colonialismo, che pure sta agendo con successo nei Terzi Mondi interni. E adesso che ha perso forza la minaccia dell’invasione, adesso che non occorre una concorrenza esterna disposta a tutto sotto ricatto perché i nostri lavoratori ormai subiscono pressioni talmente potenti dal racket da accettare intimidazioni e riduzione del salario, delle garanzie, dei diritti.

Che poi il problema è sempre lo stesso, circoscrivere i rischi di chi ha, criminalizzare gli ultimi per proteggere i primi e rassicurare i penultimi. E infatti indovinate un po’ come definisce la svolta civile e umanitaria del governo il vice ministro all’Interno del Pd, il primo passo per l’apertura del “cantiere dei diritti”, perfettamente coerente con la decantata ricostruzione post Covid, uno in più rispetto ai 130 individuati nelle slide dei Villa Pamphili che non comprendono scuole, ospedali, università, opere di salvaguardia del territorio.

Eh si, levato Salvini, lasciato Minniti. Verniciata di umanitarismo in offerta la barbarie, resta la gestione della “sicurezza” in capo ai poteri forti, rafforzati con l’arruolamento desiderabile e pienamente adottato dei militari in strada sempre più reclamati per mantenere mascherine, distanziamento sociale, insieme alle polizie locali, da anni incaricate di reprimere e condannare all’invisibilità moleste presenze estranee, colpevoli di promuovere il meticciato tramite kebab e falsi Vuitton,  e con attribuzioni speciali date alle forze dell’ordine in materia di contrasto alla criminalità di chi non si adegua agli standard di rispetto del decoro, e dell’ordine pubblico, siano operai che protestano, donne che respingono l’offensiva dei movimenti per la vita fuori dagli ospedali, gente di tutte le età che manifesta contro gli oltraggi al suo territorio, cittadini che contestano decisioni e misure del governo nazionale e periferico.

Tutto vien buono per zittire, immobilizzare, limitare la circolazione di pensieri “scorretti”, disomogenei, non allineati, ormai genericamente tradotti in assembramenti irresponsabili.

Cosa non si farebbe per rinvigorire le misure di una ingiustizia ingiusta contro i barboni che colpevolmente si stanno moltiplicando, i nuovi matti che dai margini gridano la loro disperazione, i senzatetto che occupano i falansteri tirati su dagli speculatori?

Per non far cadere in disuso il Daspo che dal calcio aveva sconfinato nella società tutta,  dall’assassinio, tramite pestaggio di Willy, si trae una “lezione” per inserire nella riconversione civica dei decreti del barbaro, una norma ad hoc che ne estende l’applicazione all’esercizio della “violenza”, dando il potere ai questori di disporre, anche in presenza di una condanna non definitiva, il divieto di accesso a pubblici esercizi o locali di pubblico trattenimento nei confronti delle persone denunciate, negli ultimi tre anni, per reati commessi in occasione di  disordini, qualora dalla condotta possa derivare un pericolo per la sicurezza.

Si chiama “norma Willy” il minimo sindacale che si sarebbe dovuto pretendere da sempre in occasione di aggressioni, botte, delitti contro le persone con particolare accanimento per i più deboli e indifesi, da parte svariate tipologie di fascisti, in orbace o in divisa, comunque protetti, assolti, legittimati. Ma che, succede quando la cronaca nera diventa strumento di propaganda, diventa l’occasione per assimilare alla violenza cieca e ferina, brutale e bestiale, la collera che potrebbe far scaturire ribellione, opposizione, insomma lotta .. di classe.


Lavoro agile, lavoratore immobile

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare che ormai sia obbligatorio schierarsi in una curva, sventolare i gagliardetti di una tifoseria, pena l’arruolamento vergognosa  nella fazione silenziosa degli “indifferenti”. Ma c’è una novità, l’anatema e l’ostracismo non vertono sui contenuti e i temi del confronto non pacifico, ma ormai sulla base delle frequentazioni “ideali” di occasionali compagni di strada o di merende.

In campagna referendaria il fronte del Si grazie alla rimozione della condivisione delle scelte con promotori come Salvini, rimproverava a quello del No lo scandaloso sostegno di Prodi, poi anche di Brancaccio e Montanari, fino a ieri idolatrati,  e soprattutto la propaganda dei giornaloni, così non c’era modo di ottenere una risposta sensata al semplice e modesto quesito di fondo, se cioè un taglio lineare dei parlamentari avrebbe potuto costituire un miglioramento nella selezione del personale politico e delle sue prestazioni.

Allo stesso modo è doveroso sostenere il Governo Conte 2 – il Conte 1 è stato sottoposto a una benefica damnatio memoriae come non fosse mai esistito, anche se sono ancora bellamente in vigore misure, leggi e altre vergogne riconducibili unicamente alla presenza del buzzurro.

Perché altrimenti, è evidente, stai con Salvini, con Berlusconi, perfino con Confindustria, anche se a nessuno può sfuggire che quella detta e i ministri scrivono, a cominciare da quelli  che vengono applauditi quando si recano in pellegrinaggio a recare la buona novella  delle elemosine europee elargite a strozzo coi nostri soldi, altrimenti sei assimilato ai terrapiattisti e ai negazionisti del Covid.

Lo stesso vale per lo smart working, che bisogna doverosamente apprezzare in qualità di contromisura agli assembramenti nei luoghi di lavoro e sui mezzi di trasporto, che da marzo a oggi non sono stati adeguati alle nuove esigenze di sicurezza.

Guai agli  sprovveduti che avanzano riserve: ma non sarà che così si dà luogo a forme contrattuali ancora più precarie e anomale; ma non sarà che così i lavoratori sempre più isolati gli uni dagli altri sono più esposti a ricatti e intimidazioni; ma non sarà che si tratta di una bella pensata per condannare le donne ad accettare e a essere anche contente del doppio lavoro tra cucina e  pc, proprio come una volta con la macchina da maglieria o a confezionare guanti; ma non sarà che così certe mansioni garantiranno al datore di lavoro una disponibilità dei dipendenti h24, che nella valigia delle ferie, per quelli che possono permettersele, ci si dovrà portare il computer, il modem, la chiavetta, a spese del vacanziere che vuole troppo?

Guai sollevare queste obiezioni che denunciano l’appartenenza alla schiera di fan di Ichino, i dissuasori misoneisti del progresso che denunciano i poltroni del sofà, i flaneur, i perdigiorno che si sono finalmente liberati del cartellino.

Anche in questo caso è vano portare dati, numeri, statistiche, che valgono solo se prodotte dalla cerchia dei santoni resilienti.

Meglio non fargli sapere  dei risultati di una indagine condotta dall’Inapp, L’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche, ente pubblico  che svolge analisi, monitoraggio e valutazione delle politiche e dei servizi per il  lavoro, che mette in guardia non solo dalla  perdita delle relazioni sociali (62%), effetto del “lavoro agile”, della mancanza di separazione tra ambiente domestico e ambiente lavorativo (32%) dei rischio di un sovraccarico di lavoro (21%), ma pure delle difficoltà di far pagare ai “corretti” la latitanza degli sfaticati.

Lo smartworking, dicono, stravolge l’organizzazione degli uffici, induce nuovi ritmi, cambia abitudini e orari, altera il rapporto spazio-tempo, rivoluziona la vita delle città, ma, secondo l’Inapp,  incrementa le  disuguaglianze sociali.  

Ha infatti permesso a chi già aveva un reddito più alto di continuare a lavorare , mentre ha prevalentemente sospeso le occupazione  inadatte (manifatturiero, manuale in genere) allo smart work accentuando ancora di più le disuguaglianze tra generi e lavoratori, favorendo  chi percepisce già redditi alti (in prevalenza uomini)   creando un vantaggio salariale (calcolabile almeno nel  17%) a scapito dei  più deboli (con mansioni meno qualificate) e, in generale, delle donne.  

Per chi fosse curioso di sapere da che parte stare vale invece la pena di riportare i pareri di direttori del personale, riuniti nell’Aidp e dei manager interpellati, entusiasti delle prestazioni, della riuscita e dei profitti del lavoro agile e persuasi della sua bontà, tanto che più del 68% si dice talmente convinto da prolungarne l’applicazione indefinitamente, con indubbi vantaggi:   risparmio di tempo e costi di spostamento per i lavoratori; aumento della responsabilità individuale; maggiore soddisfazione dei dipendenti e miglioramento della vita in termini di work-life balance (si indica così la “opportunità” di bilanciare in modo equilibrato il lavoro, carriera e ambizione professionale, e la vita privata famiglia, svago, divertimento, come fanno da sempre – guarda un po’, le donne obbligate a sostituire il sistema di welfare, di assistenza, di istruzione).

Insomma deve diventare  uno “strumento strutturale dell’organizzazione del lavoro con percentuali superiori rispetto a prima…Si apre, così, una nuova fase di ripensamento del futuro del lavoro in cui bisognerà ben bilanciare le opportunità con gli svantaggi e soprattutto sarà necessario uno spirito collaborativo tra le parti”, quello spirito sempre invocato da quelli che ci ricordano che “siamo tutti sulla stessa barca”, pronti a  farci affogare alla prima ondata ma con la coscienza a posto.

 La scadenza per le disposizioni che consentono alle aziende di decidere unilateralmente l’adozione del lavoro da remoto è attualmente fissata al 15 ottobre. Sarà naturalmente “influenzata” dal prolungamento dello stato di emergenza che permette al miglior governo che ci potesse capitare, alle regioni e ai comuni di chiamarsi fuori dal dovere di garantire mezzi di trasporto che garantiscano le elementari condizioni di sicurezza e alle aziende di osservare le regole e i principi di precauzione sottoscritti in forma “volontaria” grazie a un inverecondo accordo unilaterale firmato per esonerare da eventuali responsabilità collegate direttamente al Covid da imprenditori che hanno sulla coscienza quegli assassinii che vengono chiamati morti bianche e in banca o alle Cayman il malloppo frutto del risparmio in sicurezza e tecnologia e investito nel casinò finanziario.

A guardarsi intorno in difesa del lavoro agile scendono in campo oltre ai profeti della digitalizzazione sul libro paga dei consiglieri speciali dell’esecutivo in sostituzione del Parlamento troppo impegnato a riformarsi,  oltre alle vittime di una concezione del progresso che si illudono che l’automazione ci riscatterà della fatica concedendoci al tempo stesso quel benessere  che ci permetterà di godere le delizie della vita secondo Keynes, oltre a quelli che pensano di essere protetti e esenti nella loro tana, anche altri.

Ci sono gli arresi. Sono  quelli che fanno buon viso a cattiva sorte, che si augurano così di conservarsi il posto magari faticando un po’ meno, quelli che godono i vantaggi di non fare un andirivieni sui mezzi affollati, di non mangiare le orrende e avvilenti vivande della mensa, o la pizza al taglio in piedi, per mettersi via i buoni pasti.

Ci sono quelli che sono appagati di poter stare da soli sul tavolo da pranzo con l’altra metà tovaglia stesa per imbandire il pranzo, o su quello da cucina dove si sgranano i fagioli, perché così si risparmiano il contatto con colleghi molesti, la permanenza in stanzoni malsani, la colonna sonora fastidiosa che accompagna il lavoro negli open space.

Ci sono quelle che si sono dichiarate vinte, e è comprensibile, che così combinano il cottimo legalizzato con la cura della famiglia, l’assistenza ai malati e ai vecchi di casa, le faccende, le corse per portare e riprendere i figli a scuola, a “motoria”, così si chiama adesso la ginnastica governata dalla profilassi pandemica, che così provano meno cocente la rinuncia a ambizioni e vocazioni.

E ci sono i sindacati che sono venuti meno al loro incarico, che hanno scelto altre “mission” tra il Welfare aziendale, il ruolo promosso dalla incompleta informatizzazione di “patronati” sbriga-faccende, e l’attività di consulenti adibiti  a consigliare fondi, assicurazioni, integrative. E che si esonerano dal dovere di testimoniare e rappresentare gli sfruttati, che non hanno piazza nella quale manifestare, né scioperi per rivendicare.

Tutti più o meno, si sono abituati a pensare che così si guadagni in libertà come coi lavoretti alla spina che permettono di scegliersi il percorso e l’orario di consegna della pizza.  Che sia meno pesante il tallone di ferro, se il capufficio non ti sorveglia dal suo box, che guadagni in salute con il distanziamento che più sociale di così non può essere, e in salario se ti sottoponi a un cottimo volontario, restringendo il riposo per produrre di più.  

Mentre la libertà è un’altra cosa, quella in nome e grazie alla quale si sarebbe dovuto lottare per orari decenti, remunerazioni dignitose, servizi efficienti, posti di lavoro sicuri, condizioni contrattuali giuste e legittime. Quella cui in troppi si sentono in dovere di rinunciare, in cambio della sopravvivenza. Ma non è mica vita quella.


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