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Non ditegli sempre di Si

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sarebbe da compiacersi per l’inusuale vis polemica e la vitalità che caratterizza il dibattito referendario sui social, che sulle piazze è consigliabile invece contenere qualsiasi manifestazione di contestazione democratica, pena l’arresto e l’anatema. Qualcuno potrebbe essere tratto in inganno e persuadersi che si tratti di inattesa, edificante e matura partecipazione in contrasto con quella diagnosi di disincanto e disaffezione genericamente definita come antipolitica, mai verificatasi in occasione di altri derby famosi.

Vae victis, dunque, perché il risultato è facilmente profetizzabile, se si permettono di contrapporre alle liste di proscrizione dei sostenitori del No, tutte soggette a gogna e pubblica riprovazione per via di innumerevoli soggetti vergognosi oggetto di ludibrio, da Formigoni all’azionariato Fiat e al suo house organ multiplo, e di irriducibili marpioni, da Veltroni a Prodi a Casini, quelle dei fan del Si, veri promotori di quello che si augurano sia un plebiscito, che annoverano altrettanti impresentabili e indecorosi, a cominciare dall’innominabile, un tempo prepotente alleato di governo sostituito da partner ancora più tracotante e irresistibile, a segnare una vocazione del movimento detentore dei numeri finora vincenti a un ruolo gregario.

Guai a loro se osano cercare le motivazioni del Si in peraltro comprensibili pulsioni irrazionali che arrivano dalla pancia del Paese sempre più vuota ma non per questo legittimata a imporre scelte irragionevoli e addirittura autolesioniste: votare contro, fare un piacere agli uni e un dispetto  agli altri, rafforzare questi  partito per indebolire quello, ripetendo stancamente le lotte tra fazioni di guelfi e ghibellini, curva nord e curva sud, scapoli e ammogliati, dietro alla finzione che si tratti del conflitto tra società civile virtuosa e ceto politico vizioso.

Non sia mai, che così si smentirebbe la narrazione in voga, che ha portato al successo di una formazione politica, di un Paese sano e incontaminato in grado di selezionare e promuovere un ceto generoso, onesto e operoso estraneo in antitesi con  una classe partitica corrotta e corruttrice.

Mentre così si autorizza l’ipotesi, francamente incredibile, che grazie a quel tocco demiurgico si sia interrotto il contagio e se si tolgono le mele marce da un cesto di mele marce, magicamente resti un numero minore di frutti puri e sani, che malgrado con la riduzione dei numeri  si alzi implicitamente la soglia per accedere al seggio parlamentare,  creando difficoltà per i piccoli partiti e portando con sé un effetto maggioritario, si produca comunque l’effetto meritorio di migliorare la qualità dell’istituzione.

Peggio che mai se si permettono di denunciare il tentativo di far passare il voto come un pronunciamento pro o contro la vigenza dell’attuale governo, come se una vittoria del No costituisse la scure che cala sulla testa del miglior esecutivo che potesse capitarci, sula sua gestione dell’epidemia, dei rapporti con l’Europa, sulla completa assenza di una strategia e di un programma, sostituiti  della slides volonterosamente esibite al parterre di Villa Pamphili per essere inoltrate ai padroni delle cancellerie.

Sicchè  il successo dei promotori, tutti i partiti di governo e gran parte dell’opposizione, improvvisamente sanificati e purificati dal voto popolare, riconferma la  opportunità di “non cambiare” nell’attesa fideistica che quegli stessi che si sono trastullati per un anno intorno a riforme elettorali, diano  forma con risoluta determinazione  alla svolta epocale di rinnovamento del voto, di piena attuazione della Costituzione, di riaffermazione di una volontà di popolo, che per carità non sia né populista men che mai sovranista in modo da non infastidire la potenza sovranazionale cui è doveroso sacrificare competenze e poteri.  

E dire che sarebbe stato sufficiente che ambedue i fronti contendenti dichiarassero che l’esito del referendum non avrebbe avuto alcuna conseguenza sulla vita del governo, pretesa illusoria perché fa comodo a tutti investire la scadenza referendaria di una facoltà che non possiede per ricattare, intimidire, minacciare secondo modalità che sono diventate consuetudini  di un costume politico che ha mutuato dai racket della malavita, delle banche e della finanza, del padronato delle grandi imprese, insomma dei poteri forti, invece di lasciare spazio all’adulto discernimento, che permette di distinguere tra livelli e processi decisionali.

E infatti, semmai, le vere cambiali sul governo scadono con le lezioni regionali e comunali perché nella nostra provincia dell’impero qualsiasi voto ha ripercussioni sulla tenuta della maggioranza, compreso quello per l‘inutile  europarlamento, forse per le canzonette di Sanremo se vince un extracomunitario, o per il Grande Fratello eventualmente frequentato da prestigiosi fidanzati.

Ma vaglielo a dire a quelli che pretendono che così si giochi la partita finale del Conte Bis senza che debba presentare il conto, dando felice continuità a quella censura e autocensura promossa durante l’emergenza e mantenuta tuttora per la quale è inopportuno, disfattista, negazionista, complottista, eretico, irresponsabile disturbare il manovratore, come ogni giorno sostiene il suo  organo di stampa diretto da qualcuno indeciso se essere Goebbels o Richelieu, come ogni giorno fanno i militanti posseduti da una idolatria cieca, intenti a stilare puntigliose classifiche e gerarchie dei governi peggiori del passato compreso il Conte 1 e i suoi ministri, nella completa rimozione del diritto/dovere dei cittadini, quello di esercitare controllo sui rappresentanti dando concreta realizzazione ai principi e ai fini della partecipazione democratica. E che “ci marciano” ampiamente nel far credere che il No altro non sia che una cospirazione ordita contro i 5 Stelle, interpreti di una volontà di rinnovamento, ampiamente tradita invece nei fatti con l’abiura dei fondamenti del “pensiero” che li ispirava, dal No alle Grandi opere inutili e malaffaristiche, stadi compresi, alla determinazione a opporre la difesa della sovranità economica espropriata dall’Ue, dalla tutela dei principi del necessario ricambio dei vertici al “ringiovanimento” del ceto dirigente, che comporterebbe fisiologicamente un miglioramenti delle prestazioni.

Ecco, ci risiamo tocca scegliere se morire di cancro o di ictus, o per aggiornare la macabra alternativa di virus o di fame come ci hanno invitato a fare. Io (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/08/26/no/ ) che da sempre sono ostinatamente contraria a votare contro per l’unico partito che ormai ha cittadinanza, quello “preso”, ho deciso di pronunciarmi sul tema, se cioè il taglio lineare, già sperimentato in economia dai frugali, migliori la nostra vita o la nostra agonia. Quindi voto No.


Un governo eccezziunale…veramente

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono personaggi che possiedono un privilegio in più, quello di potersi sottrarre alla damnatio memoriae, prerogativa concessa loro per via dell’indole italiana al culto dei potenti  e all’idolatria degli influenti e perfino degli influencer.

Non succede mai infatti che un cronista o uno del pubblico in giornate organizzate da quotidiani promossi sul campo tanto da godere della presenza di un Presidente del Consiglio (alla pari con il Forum Ambrosetti cui non si sa perché fa atto di presenza la prima carica dello Stato), chieda conto di pubbliche dichiarazioni poi contraddette nelle parole e nei fatti, né tantomeno che si esigano quei riti sconosciuti da noi: autocritica o autodafé. E se il settimanale della Fca ex Fiat presenta la influente rappresentante  eletta che tace sulla pretesa di autonomia secessionista della sua regione in vista di privatizzazioni più energiche in materia sanitaria, o energetica in favore delle trivelle, come  sua candidata  in veste di incarnazione del Coraggio anticonformistico e antiautoritario.

Non stupisce quindi che sia scomparso dal nostro orizzonte mediatico quell’appello (Basta con gli agguati era l’incipit)sottoscritto da intellettuali e pensatori nostalgici delle firme in calce, che per ricordarci di essere al mondo  per la prima volta nella storia italiana (fatto salvo quello unanimemente e pudicamente taciuto dell’aprile 1925) hanno pubblicamente dato entusiastico consenso al governo in carica per fermare gli attacchi strumentali al governo Conte,  riconoscendogli “la prudenza” e “il buon senso” per “l’azione antiCovid messa in campo”.

A quelle prime firme del quotidiano “comunista” che le aveva anticipate precedentemente raccomandando la formazione di un esecutivo Pd-5Stelle, si sarebbero aggiunte poi migliaia di adesioni di semplici cittadini, tra i quali spiccavano, a detta della dell’entusiasta direttora, insegnanti, medici, baristi, preti di frontiera.

Non so dei preti di frontiera, ma credo sia lecito interrogarsi  se invece medici, docenti, addetti al ristorazione, esercenti e camerieri a spasso e meno assistiti di organizzatori di concerti e gestori di stabilimenti balneari non  abbiano in animo  la loro abiura dall’appello a posteriori, proprio come quelli che  vogliono sbattezzarsi a vedere  che Dio non c’è per tutti.

C’è da immaginare che siano pronti a sfidare la bolla contro negazionisti e complottisti, a tener testa all’anatema lanciato contro chi osa contestare l’azione del governo adesso che sono passati lunghi mesi da quando la parola d’ordine era “non disturbare il manovratore”, rinviando la richiesta pressante di aziono che andassero oltre la gestione dell’emergenza trattata come un problema di ordine pubblico con scomuniche, sanzioni, condanne, promozione della delazione e  del sospetto come virtuosa qualità sociale.

Certo non piace a nessuno che il fondamentale esercizio della partecipazione e della democrazia, l’esigenza di entrare nel processo decisionale e quella di opporsi manifestando la critica, arruoli a forza nelle file dei buzzurri, nelle curve sud dei soliti energumeni che sembrano fatti apposto per suscitare sdegno contro gli odiatori ma consenso verso quelli che sanno agire con violenza e prevaricazione a norma di legge e col favore delle autorità, anzi imponendo le regole come Confindustria o la Commissione  mentre l’esecutivo scrive sotto dettatura.

Qualche medico promosso sul campo martire, qualche infermiera reclutata tra le eroine saranno ragionevolmente incazzati se non sono state commissariate regioni criminali, e dal silenzio frugale caduto sugli investimenti per la sanità così urgenti nei mesi di marzo e  aprile e ora trasferiti tra le brevi in cronaca in attesa dell’elemosina comunitaria, elogiata ogni giorno da Mattarella in qualità di riesumazione dei principi di Ventotene.

Qualche insegnante firmatario e qualche genitore che per mesi ha esercitato il potere sostitutivo dello Stato con la didattica distanza, ora persuaso che forse sia il momento di indebitarsi per rispolverare la figura ottocentesca dell’aio  o per mettere la prole in un istituto privato,  sarà punto dal sospetto che per sancire il diritto primario alla salute si sia esautorato quello altrettanto primario all’istruzione. E che sette mesi fossero un lasso sufficiente per riparare, agire e prevedere, a meno che non si nasconda dietro a inefficienza e inadeguatezza un disegno preciso, quello di adattare la scuola alle esigenze dei poteri economici che se le vogliono accaparrare come brand profittevole e senza concorrenza, per farne le fucine di dalle quali far uscire prodotti pronti alla servitù di mansioni esecutive.  

Qualche impiegato non beneficato dal lavoro agile, che ha ricevuto a mala pena un mese di cassa integrazione quando c’è, qualche piccolo imprenditore a partita Iva costretta alla serrata, qualche commerciante che ha tirato giù la saracinesca col cartello “chiuso per ferie” a nascondere la vergogna del fallimento, qualche dipendente delle cosiddette attività essenziali che per mesi ha sfidato il morbo per assicurare prodotti e servizi ai resilienti sul sofà, e che adesso deve affrontare la concorrenza di nuovi disperati che guardano a caporalato e precarietà come alla salvezza, si domanderanno se questo sia davvero il miglior governo che potesse capitarci, davanti all’unica prospettiva di riconvertirsi in confezionatore di mascherine o di prestarsi come manovale sulle impalcature di 130 cantieri.

Insomma qualcuno che non ha tempo né testa per prestarsi alla logica delle beghe dei retrocucina dei partiti e dei movimenti, quella che nel nostro paese riduce ogni scontro in petardi delle tifoserie fintamente contrapposte nelle perenni competizioni elettorali, si domanderà se tra questo governo o quello precedente o quello di prima ancora, a parte alcune presenze irrinunciabili e incontrastabili come l’erba sempreverde detta miseria, ci siano tali differenze da giustificare il consenso obbligatorio e doveroso riservato a questo esecutivo, al suo Presidente.

E pure ai suoi ministri oggetto di test guidati che dovrebbero accertare che l’Azzolina sia meglio della Gelmini, che dovrebbero confermare che il blocco dei porti, i respingimenti, la vigenza e applicazione dei decreti sicurezza, il patto sottoscritto con la Libia di Lamorgese possiedano uan qualità civile superiore a quella dimostrata dall’empio predecessore. O che Grandi Opere, solitamente inutili e precorritrici di malaffare e corruzione, Ponte sullo Stretto compreso, basta che abbiano il marchio De Micheli per costituire un indispensabile e progressivo motore di sviluppo.  

Qualcuno che come me non pensa che il virus sia stato liberato per dar corpo a un complotto, che non ne nega l’esistenza e che in sua presenza ha adottato e applicato consuete misure di profilassi come ha sempre fatto in presenza di un rischio, che non si è dato a rave party, non ha frequentato locali per scambisti, non si è dato a orge bilionarie, sarà legittimato a ritenere, senza essere assimilato alla cerchia di Salvini & Meloni, unica opposizione permessa e promossa per via della sua pittoresca e folcloristica rozzezza, che il consenso accordato a questo governo nasca dalla stessa matrice di quello dato alla deplorevole cricca fascista: paura, diffidenza, risentimento. Sentimenti indirizzati verso un oggetto che cambia di volta in volta ma che ha sempre l’obiettivo di trasformare una crisi in emergenza in modo da muovere una guerra, da trasformare il diritto  per cancellare, in nome della lotta al terrorismo, dell’austerità, della salute, l’essenza delle libertà collettive e individuali, abolendo o sospendendo a tempo indeterminato le leggi, gli altri diritti retrocessi rispetto a quello sanitario.  

Qualche eretico come me si interrogherà se tutto questo non faccia di questo uno dei peggiori governi che hanno preso il potere e se lo conservano per motivi che nulla hanno a che fare con la democrazia e il voto per una rappresentanza esautorata grazie alla supremazia di esecutivo e task force, un governo che deve piacerci per forza, volenti o nolenti, proprio perché la sua egemonia si fonda e si è consolidata sull’equivoco dell’eccezionalità, della sua imprescindibilità e insostituibilità, sicchè è diventato un dovere civile dargli credito in bianco, sostenerlo senza opposizione e contestazione, concedergli fiducia secondo la prassi in uso da anni, quella di non immaginare alternative perché anche solo ipotizzarle richiede responsabilità e impegno personale e collettivo.

Tempo fa ho scritto (qui https://ilsimplicissimus2.com/2020/08/26/no/ ) che votare No è un residuo atto di fede nella qualità della democrazia piuttosto che nella sua ormai ridotta quantità. Via via sono persuasa che il No sia anche un voto contro questo governo e contro la sua opposizione uniti nel Si non sorprendentemente, in difesa di un sistema formale che ha sostituito quello sostanziale grazie a leggi elettorali che hanno conferito alle elezioni la funzione di firma su un atto notarile stipulato in alto, o peggio, come in questo caso, di un attivismo di un anno prodigato per non farle.

Per una volta non crediamo ai coraggiosi della stampa di regime, mostriamo noi un po’ dell’audacia di chi vuole decidere in libertà.


Contrordine compagni, basta accoglienza

immigr  Anna Lombroso per il Simplicissimus

E adesso chi glielo va a dire alle sardine? chi si prende la briga di disilludere l’esercito dei io sto con Lucano, che per i disperati, paradossalmente, si stava meglio quando si stava peggio, quando comandava sul loro approdo ai nostri lidi il feroce, il buzzurro, che aveva tutto l’interesse a farli arrivare, bighellonare inquieti per le strade cittadine, accamparsi sulle panchine dei parchi, consegnarsi in qualità di manovalanza alla criminalità illegale e a quella legale del caporalato nei campi o sulle impalcature?

Eppure, ce lo conferma l’agenzia Stefani di Conte dalle pagine dell’house organ governativo, nel ricostruire con tenacia investigativa la vicenda Open Arms. Ricorda, infatti,  il direttore Travaglio, come in seguito al “liscio e busso” che  Conte gli riserva il 15 agosto in Senato, l’infamone agli Interni fu “costretto” a far sbarcare tutti.

Niente a che fare con il miglior governo che potesse capitare all’Italia ai tempi della peste, quando la ministra Lamorgese rassicura i post-resilienti sul sofà, i sopravvissuti e gli scampati che temono gli untori venuti da fuori   che qualora qualcuno sfuggisse alle maglie dei controlli e sbarcasse in porti che ancora non siamo riusciti a sapere se siano aperti o chiusi, verrebbe immantinente sequestrato per essere rimpatriato con ogni mezzo, navi, tinozze, aerei anche per tenere fede ai patti sottoscritti da Minniti e Salvini – e replicati con cura puntigliosa proprio da lei – con despoti sanguinari, governi senza stato e tantomeno stato di diritto, come quello con la Libia.

Il messaggio è chiaro e perentorio: “Garantiremo la tutela della salute pubblica delle nostre comunità locali…. e i migranti economici sappiano che non c’è alcuna possibilità di regolarizzazione per chi è giunto in Italia dopo l’8 marzo 2020”. E come darle torto? “Le comunità locali (a Treviso è esplosa la rivolta nella caserma in cui erano accolti trecento migranti, dopo che si sono registrati dei casi positivi. ndr)  sono giustamente sensibili al tema della sicurezza sanitaria, con una particolare attenzione dei sindaci e dei presidenti di Regione rivolta ai migranti irregolari”. Gli unici cioè che – a differenza della  maggior parte dei connazionali, salvo calciatori e presidenti di regione – non vengono sottoposti a tamponi e indagini sierologiche, ma in quanto stranieri e destinati alla trasgressione costituiscono un pericolo ben superiore.

Quante ce ne siamo sentite dire, illustri filosofi o blogger sconosciuti, quando abbiamo osato denunciare che c’era  qualcosa di profondamente incivile nel voler dimostrare che c’è un unico diritto superiore a tutti, quello alla salute, quando la sua rivendicazione costringe o persuade moralmente della necessaria rinuncia a altri  e ad altri imperativi etici,  tanto che la responsabilità personale e collettiva si riduce a indossare la mascherina e attuare un distanziamento che oltre che sanitario diventa sociale e perfino razzista, tanto che il rispetto degli altri si limita a non darsi la mano, in modo che sia  legittimo colpevolizzare chiunque non mantenga le distanze di sicurezza  da noi e pure dalla nostra percezione.

Così l’afflato umanitario, che già era riduttivo perché sostituiva l’impegno, la denuncia di ogni correità in guerre, soprusi e furti di risorse e beni,  è diventato afflato sanitario, autorizzando e concretizzando perfino lo stantio “prima gli italiani” che sgorga sia pure con qualche camouflage dalla bocca di Di Maio: “La questione degli sbarchi, unita al rischio sanitario con la pandemia è un tema di sicurezza nazionale”, dei suoi prepotenti alleati che sospirano: arridatece Minniti,che tanto ha fatto per intessere un  ordito di rapporti con tiranni e spiranti tali, in nome dello sdoganamento di sospetto e paura come encomiabili virtù nazionali.

La regolarizzazione farlocca della Bellanova ha messo un punto fermo, dimostrando che era il momento per andare incontro ai bisogni di un caporalato che  esigeva nell’immediato una manodopera competitiva, umiliata talmente da accontentarsi di una paga più bassa e disonorevole,  pronta addirittura a pagarsi le penali e le sanzioni retroattive per conquistarsi una provvisoria regolarità.

Ma si è subito visto che il target era minimo, che costava troppo stabilire condizioni di legalità delle quali magari i barbari avrebbero voluto  approfittarsi, quando invece si poteva auspicare con ingrati percettori di reddito di cittadinanza e aiuti.

E siccome il padronato detta e il governo scrive, meglio puntare su affamati locali, adesso che tanti anziani sono morti riducendo la domanda di badanti, adesso che le grandi catene hanno scoperto la concorrenza sleale di   magazzinieri e  pony indigeni perlopiù italiani, giovani, donne e anche gente di mezza età costretta a ridiscendere la scala sociale, che tanto, mal che vada, possiamo sempre approvvigionarci di pere in Messico, uva in Gracia, origano in Argentina, albicocche e arance in Spagna che così facciamo felice l’Ue.

È stato provvidenziale il Covid per far vedere a chi vuol vedere, come siano falsi e ipocriti i miti e gli slogan di un’opinione pubblica  che hanno coperto l’aperto sostegno all’imperialismo delle nostre ambiziose iniziative imprenditoriali, esportatrici di sfruttamento e corruzione,  accompagnato da quello a campagne di trasferimento di “democrazia” occidentale, la mancata rottura delle criminali regole europee in materia di accoglienza, la discriminazione reale ai danni degli stranieri, cui vengono negate prerogative giuridiche perfino per quanto attiene ai doversi gradi di difesa.

Finora era stato facile  rispondere con commosse reazioni emotive,  con l’arroccamento identitario di ceto, socialmente e moralmente superiore, replicando  a un malessere sbrigativamente catalogato con populismo xenofobo e rozzo, con lo stigma morale, l’anatema, il disprezzo.

E non c’è da stupirsi, quelli che militano soprattutto a suon di like in un indistinto progressismo, sono saldamente insediati nelle geografie prescelte dai ceti “riflessivi”, piccolo-borghesi, urbani, attrezzati con un residuo ancora intoccato  di capitale culturale più ancora che economico, che attribuisce loro una presunta superiorità che rivendica il diritto di emettere giudizi morali ed estetici in merito alla grossolanità della comunicazione, all’ignoranza, al riconoscimento nel virilismo e nella prepotenza fascista, al razzismo.

Adesso che si tratta di salvare la ghirba, oltre alla borsa, dismessi queruli problemi di coscienza, riservati alla propria cerchia minacciata dagli untori,  si è autorizzate a mettere in secondo piano l’aspetto umano, per occuparsi di buon grado dei quello realistico, concreto di difesa delle posizioni raggiunte, guadagnate, ereditate, a volte conosciute per sentito dire, ma che regalano  una presunzione di innocenza e predominio.

E se prima non era tempo di solidarietà preferendole la compassionevole carità, adesso è troppo anche la beneficenza, che fa onore a chi la esercita, ma ormai rientra tra le spese futili anzi dannose,  perché potrebbe promuovere il meticciato tornato a costituire un pericolo allarmante di contagio sanitario e culturale, o, peggio ancora, favorire prese di coscienza, desideri di riscatto, coscienza di classe, colpevoli sul patrio suolo, ancora più condannabili se affiorano dal fango dove è lecito  siano confinati gli ultimi per rassicurare i penultimi.

Non è più tempo di deplorare la chiusura mentale, la disumanità della marmaglia, il rifiuto degli straccioni locali, necessariamente penalizzati conferendo delle loro già brutte e avvilite periferie disperati addirittura più disperati di loro,  non è più tempo di agire per disporre di eserciti mobili di manodopera a poco prezzo e grandi bisogni, da ricattare e condurre dove richiede il padronato.

Non è nemmeno più tempo di impiegare gente intimorita e umiliata come forza lavoro utile per generare una concorrenza in grado di far recedere da richieste e rivendicazioni e per abbassare il livello di remunerazione e di vita perfino del Terzo Mondo interno.

Ormai di gente destinata e costretta alla servitù, se n’è e ce ne sarà sempre di più, mortificata dalla cessione di democrazia e dalla pressione debitoria imposta dall’appartenenza a una civiltà superiore che si manifesta come il solito feroce tallone di ferro.

È un esercizio vergognoso  quello che ci propongono ogni giorno stampa, opinionismo, social per convincerci che questo è il miglior governo che potesse capitarci, perché mette il silenziatore a chi oggi sta pagando disuguaglianze e discriminazioni.

Non vale nemmeno la pena di proporre quello caro ai settimanali di quiz: trovate la differenza,  perché non è più tempo di giocare ma di rovesciare il tavolo.

 

 

 

 


Pensiero in ginocchio

boldr Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nulla ci viene risparmiato, nemmeno la papessa ginocchioni in controtendenza con la storia, che lancia la scomunica  contro il razzismo, a condizione che si tratti di fenomeno remoto, come è d’uso da noi, e a condizione che serva a mettere in scena qualche duello dell’opera dei pupi, con le spade e gli scudi fatti con la latta della buatta dei pelati, che tanto tra loro non si fanno male.

Anche perché hanno convinzioni e interessi comuni, a cominciare proprio dalla manutenzione di un antirazzismo di facciata e, speculare ad esso, di una xenofobia propagandistica, come dimostrano i distinguo speciosi sulla regolarizzazione tarocca e “provvisoria” dei  migranti ordita dalla Bellanova che doveva interessare circa un terzo degli ipotetici 600.000 immigrati/e privi di permesso di soggiorno, lasciando fuori gli altri 400 mila, nelle mani di imprese criminali e diversamente criminali a svolgere mansioni servili in condizioni che in questi giorni non è corretto chiamare lavoro “nero” mentre invece non sarebbe lecito denominare morti “bianche” i loro assassinii.

La misura eccezionale in risposta al grido di dolore che saliva dai solchi riarsi e dai campi abbandonati, non ha avuto successo: pare siano state presentate solo 9 mila richieste, a dimostrazione che costa troppo mettersi in regola grazie al caporalato di Stato, farla franca   sul piano penale e amministrativo presentando un’istanza entro il 15 luglio e pagando 400 euro e un’altra somma a forfait per i contributi non versati, sanzione che i negrieri autorizzati caricano sugli stranieri grazie al perfezionamento a norma di legge del ricatto e dell’intimidazione.

Ma ha invece successo l’ipocrisia, connotato antropologicamente molto presente nella nostra autobiografia nazionale, tanto che proprio Laura Boldrini con alcuni esponenti del Pd si è fatta interprete della proposta di estendere la portata del provvedi,  ampliando i pubblici interessati, non solo quindi braccianti, lavoratori agricoli, colf e badanti, ma tutti i settori che riguardano l’impiego di migranti attualmente irregolari sul territorio nazionale.

Sono le nuove frontiere umanitarie del progressismo neoliberista, che proprio quando il domicilio coatto ha incrementato da disoccupazione, butta sul mercato una merce lavoro ancora più intimorita e meno tutelata contribuendo ad abbassare il livello di richieste e rivendicazioni, perfettamente coerente con gli altri capisaldi della modernizzazione dello sfruttamento. Che consistono nella penalizzazione di chi non accetta salari inferiori agli standard contrattuali, nella celebrazione del volontariato come percorso formativo premiante, nella disapprovazione per chi percepisce un reddito di cittadinanza invitato a prestare la sua opera per meritare la carità pubblica, nel part time femminile che consente di combinare talento, guadagno, aspirazioni con le mansioni di cura in sostituzione dei servizi sociali. E poi nella digitalizzazione, lo smartworking, la didattica a distanza, promossi, da formule aggiuntive a lavoro e istruzione,  a conquista, si,  ma per il padronato che ottiene il risultato di isolare ancora di più i sottoccupati e i precari, di gratificarli con una imitazione della libertà che si realizza  nel regolare da sé il cottimo, di annullare identità e rivendicazioni di “categoria”.

È che certe leggi sono come i monumenti eretti agli “indegni”, bisognava pensarci prima di farli, perché poi rimuoverli, anche psicoanaliticamente,  e demolirli non basta a cancellare la vergogna collettiva di averli adottate e permessi. E infatti non si ricorda una reazione popolare all’atto di tirar su la statua del prestigioso pedofilo, meno che mai si è vista quando una giunta “democratica” decide di omaggiare il “macellaio di Fezzan”, criminale di guerra, con  sacrario e parco annesso, del quale ci si accorse tardivamente a lavoro fatto e che oggi viene difeso dalle autorità locali in qualità di simbolo del superamento del pregiudizio storico. Così a opporsi alla titolazione di una strada a Bottai c’erano quattro gatti, ricorrentemente spunta la pretesa di commemorare col marmo fascistoni impuniti, mentre popolazioni festanti si prodigano per promuovere la consegna all’immortalità, in bronzo o basalto, delle icone di Mediaset.

Un obelisco, una stele, un busto, vedi caso, non vengono posti in spazi pubblici per “ricordare”,  ma  onorare e glorificare le personalità ritratte e le loro gesta: demolirli non azzera il permesso che abbiamo conferito a perpetuarne la memoria. E ben altro ci vuole per stabilite la verità storica, manomessa e impiegata invece per legittimare la continuità aggiornata alle nuove esigenze ideologiche totalitarie.

Ci vorrebbero i fatti: che ci si inginocchi contro il razzismo non redime della permanenza nella nostra giurisprudenza della Bossi-Fini, della Legge Maroni, della Turco-Napolitano, che non sono state oggetto del ricorso ai pochi strumenti partecipativi e democratici ancora disponibili, raccolta di firme per la loro impugnazione, referendum, delle disposizioni a forma di Minniti, che hanno creato l’edificio, o il monumento, di oltraggio dei diritti del decreto sicurezza di Salvini, che risponde all’esigenza di ampliare il concetto di criminalizzazione dei “diversi” per pelle, religione, uso dell’aglio nelle vivande,  aggiungendo alle trasgressioni di rito la critica, il dissenso e soprattutto il reato di povertà, offensivo del decoro.

E d’altra parte cosa si pretende, che dopo tante dichiarazioni, assicurazioni, proclami davvero si dia forma al minimo sindacale del contrasto ai principi irrinunciabili del fascismo, declinazione naturale dei totalitarismi, compreso questo, economico e finanziario, cassando e estinguendo il delitto contro lo stato di diritto?

Proprio quando poi serve da cornice a misure di eccezione, leggi speciali, conferimento di poteri a autorità speciali che aggirano le istituzioni e la superstite “rappresentanza” anche tramite “Stati Generali”?

Proprio quando la brava gente che ha fatto finta di non sapere dell’uso dei gas in guerre coloniali, di deportazioni e stragi, dell’esportazione di sfruttamento e corruzione, si arrende alla fatale inevitabilità del commercio di armi, più favorevole e redditizio perfino dell’imperialismo e della dissipazione di risorse altrui, alla triste ma ineluttabile resa alle leggi del mercato e della realpolitik?

E protesta su Facebook, mentre ha taciuto sulla concessione di estese aree del Paese all’influente alleato che ne ha fatto poligoni di tiro, geografie di sperimentazioni e test venefici, dependance per produzioni belliche ingombranti in patria, trampolini di lancio e magazzini per le salmerie per degli eserciti dei partner che portano morte, fame e distruzione in quei territori dai quali sono costretti a fuggire popolazioni che, per ora, stanno peggio di noi.

Per ora. Perché già da tempo sono iniziati gli esodi, dalle città occupate, dai campi avvelenati. Perché la minaccia della carestia si sta concretizzando. Perché la persuasione che basta la salute non ci risparmia da altri rischi cui siamo costretti ad esporci, la rinuncia alla liberta e all’autodeterminazione, l’abiura da diritti e conquiste in cambio di prestiti, elargizioni arbitrarie, la resa alla servitù, che ci ha già messi, noi si, in ginocchio.

 

 

 

 

 

 


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