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Facce da Tav

C_2_articolo_3196238_upiImageppC’è un’Italia che vive e ha vissuto a lungo sulla spoliazione dei beni pubblici, un Paese che prospera sia ai margini della legalità, che a quelli  dell’etica capitalistica o sarebbe meglio dire di questa auto illusione weberiana. E’ un’ Italia che ha fatto del cinismo e della doppia morale la propria cifra, che si indigna per qualcosa solo quando teme – molto raramente purtroppo –  che l’osso le venga tolto di bocca: è successo con la Tav e abbiamo visto sciamare per le strade di tutto, persino damazze che in vita loro non hanno mai preso un treno o un mezzo pubblico e finora dedite al bridge più che al tunnel. Per non parlare dei commentatori dell’establishment che hanno dovuto rovistare i cassetti del ridicolo per far apparire utile l’inutile, cosa che peraltro costituisce la loro personale battaglia esistenziale. Si tratta di spettacoli avvilenti perché spendere quindici o venti miliardi in totale per rendere più veloci i traffici con la Francia centrale, sempre più marginali e ridotti a circa tre milioni di tonnellate di merci l’anno, è solo una barzelletta che non fa ridere.

Una barzelletta dei mazzettieri italo – francesi e dei tristi idioti di Bruxelles che si erano inventati la linea Lisbona – Kiev e il corridoio mediterraneo conquistandosi la gratitudine – immagino espressa in solido – delle aziende che operano nel settore ferroviario: una pensata assurda che già nel 2015 ha mandato in fallimento la società che aveva costruito il tunnel pirenaico, costato un’inezia rispetto a quello alpino, appena 1,2 miliardi, ma già un’enormità rispetto al centinaio di treni a settimana che ci passano, di cui appena 32 merci. Non a caso nel 2000 le aziende ferroviarie italiana e francese avevano messo insieme uno  studio di modernizzazione della linea nel quale dimostravano che attraverso  modifiche di sagoma,  potenziamento dell’alimentazione elettrica, adozione di motrici bicorrente, e altri interventi  la linea era in grado di sopportare portare 150 treni merci/giorno pari a 20-21 milioni di tonnellate per anno, ovvero il doppio del traffico di allora che oggi è ridotto a un terzo vale a dire a 6 volte meno. Proprio da quello studio “ufficiale” nasceva la ragionevole posizione del Governo italiano secondo il quale la nuova linea si sarebbe realizzata “quando la linea esistente mostrerà segni di saturazione”. Parole sagge ma poi misteriosamente rimangiate con l’avvento del secondo Berlusconi e equivocate con il ragionamento che il traffico ferroviario era diminuito perché la linea esistente, per quanto potesse ospitare un traffico doppio non era all’altezza. E’ un chiaro atteggiamento magico che inverte ogni logica: mezz’ ora di risparmio in termini di tempo e tre chilometri all’ora in più di velocità media possono forse far aumentare di qualche virgola il traffico, non certo cambiare la realtà che ha visto un deciso spostamento dei traffici. L’abracadabra di Salvini e compagnia con le loro facce da Tav sul fatto che i rapporti costi – benefici possano cambiare sono soltanto chiacchiere da bar come del resto tutto l’universo salviniano.

Ho scritto molte volte del grottesco pasticcio della tav Torino – Lione, ma questa volta lo voglio fare a partire da un’angolatura particolare, quello degli strumenti con cui l’apparato politico affaristico una volta organizzatosi impone la devastazione dei bilanci e la sottrazione di risorse ad altri servizi più essenziali o  più utili o più strategici, ma proprio per questo meno remunerativi: nel nostro caso si tratta dei trattati tra due o più Paesi che diventano preponderanti rispetto alle legislazioni nazionali e alla volontò stessa degli esecutivi e dei legislatori. Com’è ben noto la Francia aveva messo all’ultimo posto del suo piano ferroviario la linea Lione – Torino e l’aveva inserita solo come eventuale non come parte integrante della modernizzazione. Ma l’impianto mazzettaro che aveva preso vita al di là e al di qua delle Alpi scalpitava perché visti i diktat europei sui bilanci, le resistenze di un’intera area alla devastazione a mezzo tunnel, nonché il cambiamento di atmosfera politica, la grande opera rischiava grosso. Così da Monti a Renzi è stata tutta una corsa a firmare un accordo con una Parigi riluttante e poi a ratificarlo, mettendo in campo  oltre al danno anche la beffa, perché pur di non rischiare che i francesi facessero melina ci siamo accollati i costi maggiori nonostante l’opera sia per quasi il 70 % in territorio francese. Ora nei Paesi democratici questa preponderanza dei trattati dovrebbe essere assurda,  anzi anacronistica, perché i governi e le linee di azione possono cambiare, mentre qui si ipotizza per l’appunto la prevalenza sovranazionale delle elite: quindi gli accordi  dovrebbero essere automaticamente soggetti a revisione, ricontrattazione o ad annullamento con determinati criteri, stabiliti come premessa, senza che essi finiscano per determinare la vita dei Paesi contro la loro stessa volontà.

Queste sono mie opinioni, ma il ruolo strumentale dei trattati internazionali nel fossilizzare situazioni anacronistiche o controproducenti, talvolta ignobili è ben nota, a partire dalla Nato per finire al Vaticano. In questo caso serve a superare le obiezioni che vengono persino dai tecnici del vecchio governo: come dire ratificare le bugie e le dazioni. D’altronde basta vedere chi sono i soggetti implicati nell’affaire per sentire immediatamente quella caratteristica puzza di bruciato: la Ltf (Lyon-Turin Ferroviaire), responsabile della realizzazione dell’opera, ha come direttore generale Paolo Comastri, già noto alle cronache per essere stato condannato in primo grado per turbativa d’asta nella gara per il tunnel esplorativo mentre il suo difensore è stata Paola Severino, ministro della giustizia sotto Monti; la Rocksoil società di geoingegneria fondata e guidata da Giuseppe Lunardi, ministro delle infrastrutture dal 2002 al 2006 con ennesimo conflitto di interessi; la Cmc (Cooperativa Muratori e Cementisti) che vanta come ex amministratore Luigi Bersani e comunque rappresenta per così dire gli interessi piddini  e infine la Impregilo, oggi Salini Impregilo, capo commessa anche per il ponte sullo stretto, nel cui azionariato compare l’Argofin del gruppo Gavio il cui amministratore, Marcello Gavio è stato latitante nei primi anni ’90  essendo ricercato per reati di corruzione in relazione ai cantieri dell’Autostrada Milano-Genova. Per non parlare di soci importanti come la Società autostrade di Benetton, con il suo ponte crollato e l’immobiliare lombarda del gruppo Ligresti, un  nome una garanzia. Manca solo la Banda Bassotti, esclusa per eccesso di onestà.

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L’ingiustizia è uguale per tutti

Allegoria della Giustizia di Bernini

Bernini: Allegoria della Giustizia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Certo vedere i reprobi eccellenti in manette è una bella soddisfazione e anche accontentarsi di saperli agli arresti domiciliari. Purtroppo è un contentino  rispetto alla gratificazione di non vederli più, scomparsi in un cono d’ombra, negletti da talkshow e oscurati dagli opinionisti come meriterebbero, e ancora più a paragone del compiacimento per la loro eclissi definitiva post-elettorale.

Da anni ormai siamo abituati a pensare che se non siamo capaci di liberarci dell’abuso illegittimo della politica, del parlamento e della gestione della cosa pubblica da parte di un ceto che mostra un istinto ferino alla trasgressione, alla corruzione, all’impiego privato di ruolo, rendita e potere che ne consegue, possiamo contare sulla magistratura che prima o poi ci vendica. Si, auspicando  che ci riscatti e li castighi, e non faccia “giustizia”, perché negli anni forma e contenuto di questo “”valore” sono stati aggiornati, disperdendo o modernamente resettando la sua qualità morale e sociale, quella attinente al contrasto alle disuguaglianze, quelle suscitate della lotteria naturale e quelle determinate dallo scontro di classe.

Non a caso proprio da parte di un soggetto politico che ieri grazie a una liberatoria  non del tutto arbitraria è sfuggito alle sue maglie, viene continuamente richiamata la opportunità di valersi di un utilizzo privato della giustizia, sotto forma di pistola sul comodino. Niente di diverso da chi pensa che l’appartenenza a un ceto con tutto il corredo di principi e valori identitari: arrivismo, ambizione, indole alla sopraffazione e allo sfruttamento, familismo e clientelismo, autorizzi a una interpretazione personale delle regole, dileggiate in quanto ostacolo a libera iniziativa e imprenditorialità. Sicché l’ingresso a gamba tesa di un altro ceto, quello giudiziario, viene inteso come a una guerra intestina mossa per chissà quali opachi moventi o per segnare il territorio del quale vengono rivendicati l’occupazione e il possesso in comodato.

Eh si, ieri ne abbiamo avuto due rappresentazioni allegoriche.

La giunta per le immunità del Senato ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere del tribunale di Catania contro il ministro Matteo Salvini per il caso della nave Diciotti, con una decisione presa a maggioranza: 16 voti contro il processo e 6 a favore, un risultato  scontato dopo l’esito della consultazione online dei 5Stelle, una cerimonia officiata nel quadro dell’odierna imitazione della democrazia nella quale siamo costretti a vivere, da avventizi dell’oligarchia  incaricati di sperimentare l’occupazione della rete, in modo che cada anche uno degli ultimi baluardi di massa, sia pure con effetti francamente grotteschi.

È uno dei paradossi della nostra contemporaneità, la possibilità per il ceto politico di difendere i propri comportamenti illegali o illegittimi – anche se il caso in questione è opinabile perché le leggi non sono teoremi aritmetici da applicare con un approccio contabile –   grazie alla determinazione  e al lascito i padri costituenti e in particolare Lelio Basso, i socialisti e i Comunisti che vollero stabilire attraverso gli articoli 68 e 96 la tutela degli eletti dalle pressioni e dai condizionamenti di poteri forti, in modo che venisse tutelata “la libera esplicazione delle funzioni del Parlamento, contro indebite ingerenze” da parte della magistratura, certo, in un tempo nel quale la sua autonomia era ancora incerta.

E’ un’eredità quella che abbiamo difeso insieme a altri principi messi in pericolo da “riforme” volte a consegnare le istituzioni e noi all’ideologia neoliberista della deregulation, del dominio incontrastato e della supremazia del “privato”, del superpotere attribuito all’esecutivo. E si tratta infatti di quella cassetta degli attrezzi che utilizza per la sua propaganda difensiva l’altro co-protagonista sulla scena di ieri, quando (ne ha scritto il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/02/20/arcipelago-rignano/) ) riconferma  la sua “fiducia” inossidabile nella magistratura, purché tratti coi guanti gialli il suo asse dinastico, che in virtù del suo ruolo pubblico ha diritti inversi ai nostri in materia di privatezza, impunità, immunità, insindacabilità delle azioni e dei comportamenti.

C’è poco da dire, viviamo il paradosso della debolezza, ci è stata concessa la ”prerogativa”  di accettare i comandi, deprecandoli, di essere servi, lamentandoci, di ubbidire, ma brontolando. Perfino ci è stato sottratto il diritto libero di votare in virtù di leggi contraffatte, liste bloccate, differenti e disuguali condizioni di partenza dei candidati, impari mezzi profusi, permettendo la finzione di consultazioni virtuali su piattaforme di soggetti privati, che vale per le autorizzazioni a procedere o per i talent.

Vale anche per la giustizia, quando diritti duramente conquistati e che credevamo a torto  inalienabili, quelli “materialisti” (che ispiravano la ‘critica sociale’ e la lotta di classe) ormai  declassati  a gruzzolo micragnoso a disposizione di tutti e  garantito,  in favore di “valori post-materiali” più moderni e fashion. Sicché dando retta indirettamente a chi ha stabilito delle graduatorie, prima gli italiani, prima i maschi, prima gli eterosessuali, si instaurano delle contro-gerarchie  morali e etniche, che indicano i fronti di denuncia e militanza, prima gli immigrati, prima gli omosessuali, prima le donne, come se togliere qualcosa agli uni arricchisse gli altri.

Così l’amministrazione della giustizia segue le tendenze della moda e dello spettacolo, altro settore fortemente e irriducibilmente condizionato dal mercato. Ci elargisce qualche spot gratificante di potenti minacciati dalle catene, quando le nostre galere sono affollate di ladruncoli e piccoli spacciatori, mentre bancarottieri e corruttori entrano e escono dalle loro porte girevoli pronti a occupare altri posti in prestigiosi consigli di amministrazione. Quando a essere perseguiti con rigore sono i reati di strada, le condotte dei poveri, mentre gli illeciti commessi da chi può e sta in lato sono trattati con indulgenza e la comprensione che si riserva  a chi dà lavoro, a chi non deve essere ostacolato da lacci e laccioli, a chi è troppo impegnato per svolgere quelle moleste attività da straccioni: dichiarazione dei redditi, osservanza delle regole in materia di previdenza o edilizia.

Lo credo che chi sta su o non si rassegna a scendere ha fiducia della giustizia, mica è uguale per tutti.

 


Se la Mecca siamo noi

Qatar Anna Lombroso per il Simplicissimus

Islamofobia è un neologismo che indica pregiudizio e discriminazione verso l’islam come religione e verso i musulmani come credenti (Wikipedia). Ma se è pur vero che molti in Italia guardano con sospetto a una comunità chiusa che condivide la stessa visione del mondo, della società e del rapporto con gli altri, incompatibile quindi con i valori della Repubblica: la laicità, i diritti delle donne, ecc.. , refrattaria alla ragione, inadatta a un contesto democratica,  pare accertato che si tratti di quella parte del popolino che parla a suon di borborigmi e flatulenze, seppur rappresentato da testate e opinionisti impegnati a rafforzare la narrazione dello scontro di civiltà, per concretizzare un nemico/bersaglio di malessere e risentimento e per legittimare misure repressive contro terroristi che invece di prendere comodi airbus e farsi proteggere da servizi e polizie, arriverebbero qui coi barconi annidandosi in tetre periferie da dove ordirebbero intrighi e attentati.

Anche il loro testimonial di punta pare aver rivisitato gran parte della sua paccottiglia propagandistica, limitandosi alla salvaguardia degli attori principali del presepe, del bue e dell’asinello e dei pastorelli ma non dei magi in odor di meticciato, aprendosi al terzo mondo interno al di sotto del sacro fiume. Ma soprattutto abbracciando quella forma di accoglienza già molto praticata dai governi del passato e anche dai papi del presente che consiste nel recarsi ginocchioni a vendersi i gioielli di famiglia, i nostri beni comuni cioè, perché se non patisci la discriminazione contro i neri essendo Cassius Clay, non devi sopportare la xenofobia se sei un emiro o uno sceicco e ti puoi permettere come nel caso del Qatar di farti appioppare una “sòla” prestigiosa comprandoti per 2 miliardi i grattacieli di Porta Nuova a Milano, come sigillo su una serie di investimenti in Italia, quote azionarie di aziende del settore immobiliare, nei grandi alberghi dalla Costa Smeralda,  nel settore del “ lusso” con Valentino e altri marchi, nei trasporti aerei  con Air Italy, ex Meridiana, e pure nella sanità con l’Ospedale ipertecnologico di Olbia, nato all’ombra degli scandali di Don Luigi Verzè, generosamente concesso in cambio di una legge urbanistica regionale confezionata su  misura degli interessi immobiliari dell’emirato in Costa Smeralda, in modo da siglare a un tempo la pace  tra le grandi religioni e l’integrazione tra la privatizzazione completa del servizio sanitario e dell’edilizia.

Pare che le missioni dei nostri governanti di ieri e di oggi, recassero anche un messaggio ad alto contenuto umanitario: la speranza che l’apertura di Doha al mondo contribuisca, con il nostro esempio, a “migliorare le  condizioni dei lavoratori stranieri ridotti in condizione di schiavitù nei lavori per la realizzazione delle infrastrutture del Mondiale 2022” (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/01/11/gli-ultras-dellultimo-stadio/ ),  come non ha mancato di sottolineare il nostro ambasciatore in margine agli ultimi incontri bilaterali in Qatar e a Roma. Una meta quest’ultima che gradisce particolarmente come destinazione turistica, dividendo i suoi interessi con l’altra capitale, quello morale, impegnata nell’acquisizione di hotel di lusso, tra i quali il Saint Regis, l’Excelsior e l’Intercontinental, contendendoli ai fondi del Dubai che si è aggiudicato il Grand Hotel di Via Veneto

Pecunia non olet soprattutto se profuma di petrolio, e pure Salvini ha rimosso con la sua abituale discrezione e compostezza le accuse rivolte in passato all’emirato e pure al suo fondo sovrano, il Qatar Investment Authority, un patrimonio da spendere di 335 miliardi di euro, di avere rapporti continuativi e di fornire quattrini, protezione e aiuto ai Fratelli musulmani, supportando da anni gruppi terroristici in Nord Africa e in Medio Oriente, dalla Libia alla Siria passando per Egitto ed Iraq.  E pure le raccomandazioni contenute in un disegno di legge presentato dal suo partito concernente il finanziamento e la realizzazione di edifici destinati all’esercizio dei culti ammessi, nel quale si invitava a riservare  particolare vigilanza in merito  ai finanziamenti esteri per la costruzione di moschee, dedicando attenzione speciale per quelli della Qatar Charity Foundation, che destina in media al nostro Paese circa sei milioni di euro ogni anno a quello scopo. Si vede che  lo sterco del diavolo rende tutti fratelli, anche di quelli “musulmani”.

Eh si basta non essere molesti beduini che vendono parei sulle spiagge, basta non stare a arrostire kebab mortificando il decoro delle nostre città d’arte, che subito si diventa desiderabili partner. Vale la pena di ricordare i viaggi di Marino per cercare “mecenati” con la brochure dei gioielli di famiglia in valigia, la missione di Letta, molto più sereno dopo aver portato a casa un’alleanza tra Cassa depositi e prestiti  e il Kuwait Investment Authority (Kia) “per dar vita a FSI Investimenti SpA con un patrimonio di  2,185 miliardi di euro”, per facilitare la penetrazione di Q8 che gestisce più di 3.500 distributori in tutta Italia ma soprattutto l’acquisizione di una quota di Poste italiane. Robetta rispetto alla presenza libica nel nostro Paese, barcollante sotto il peso degli eventi ma che conta ancora  Tamoil ma pure quote in Leonardo -Finmeccanica e in Enel, in Ubi Banca, nella Abc Bank e nella Popolare di Milano, mentre il Qatar è presente in Mediobanca e attraverso la casa madre London Stock Exchange, nel controllo (10,3%). di Piazza Affari insieme alla Borsa di Dubai, che possiede il 17,4% del capitale. Non c’è da stupirsi d’altra parte, se anche in questo eseguiamo gli ordini e seguiamo le indicazioni dell’impero in declino, perfino nelle mode, tanto che in ritardo da bravi provinciali colonizzati perfino nell’immaginario, sogniamo un front line di Milano copiato da Dubai, se siamo compiaciuti delle nostre fortune nell’export vendendo le armi di fabbricazione nostrana (abbiamo venduto a Doha sette navi da guerra Fincantieri per 4 miliardi di euro, 28 elicotteri NH 90 (ex Agusta Westland) per 3 miliardi di euro, e è stata siglata un’intesa da oltre 6 miliardi di euro per 24 caccia Typhoon del consorzio Eurofighter, di cui Leonardo-Finmeccanica ha una quota del 36 per cento. Aerei che per altro sono stati venduti anche all’Arabia Saudita) o concedendo i nostri siti a chi sperimenta ordigni da adottare nelle guerre mosse contro quelli che cercano rifugio da noi, come in un orrendo uruboro che si morde la coda e si avvelena.

 

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Se Pariggi tenesse lu mere…

banfiCi vogliamo proprio del male se come Paese detentore dei maggiori “giacimenti culturali” del pianeta, come dicono i colti un po’ a corto di buon gusto, non troviamo di meglio che affidare a Lino Banfi la carica di ambasciatore dell’Unesco. La cosa mi colpisce personalmente visto che facevo il tifo per Alvaro vitali, alias Pierino, che avrebbe potuto portare innovativi suggerimenti riguardo al patrimonio immateriale dell’umanità sotto forma gassosa, ma Di Maio ha preferito la compostezza del medico di famiglia, perché come disse il nuovo ambasciatore nell’immortale pellicola L’infermiera di notte “meglio abbondante che deficiente”. Siamo messi così, ma in questa improvvida scelta di Banfi, non c’è solo l’insostenibile leggerezza del vicepremier, c’è anche la condensazione di tutto l’orrore della contemporaneità, l’odore di marcescenza del pensiero unico, dei suoi stili e delle sue conseguenze. ed è solo per questo che mi occupo della vicenda

Il buon Banfi naturalmente non c’entra nulla in tutto questo, è solo un granello nelle ruote della macinatrice, un involontario quanto inconsapevole portatore di stigmate. La prima cosa la cosa che salta all’occhio, nella valle di lacrime di coccodrillo dova si fa un gran parlare di merito per meglio disconoscerlo, visto che gli unici meriti ammessi sono il denaro e il profitto, è lo straordinario valore aggiunto attribuito all’incompetenza; l’attore ha già ammesso di non sapere assolutamente niente degli argomenti inerenti alla sua nuova carica, ma come decine di altri personaggi prima di lui sembra considerare questo una dote da far valere, anzi per dirla nei termini più propri dei media, un talento. Sarebbe inutile dire che qui gioca in chiave farsesca la vecchia battaglia tra cultura e specialismo, che alla fine fa vincere qualcosa o qualcuno privo di entrambe le qualità. E di certo non si tratta solo di Banfi.

Poi c’è la politica spettacolo che predilige le facce, che sacrifica qualsiasi cosa al tentativo di acquisire consensi attraverso personaggi conosciuti e amati dal grande pubblico ancorché del tutto disomogenei al contesto. A Di Maio non deve essere sembrato vero di riacquisire parte del consenso perduto con questa astuta mossa, forse non sapendo che Banfi è già da anni ambasciatore dell’Unicef. Una mossa peraltro a costo culturale zero perché la commissione italiana Unesco, di natura parapolitica e anche paraplegica, non si sa bene cosa faccia e se si sia mai riunita, mentre è solo dall’anno scorso che l’Italia ha un ambasciatore nella sede Unesco di Parigi. Pensate un po’ come siamo messi. Però questo è niente, la cosa assume davvero caratteri banfiani se pensiamo che forse il vicepremier per il movimento Cinque Stelle ha pensato di aver preso due piccioni con una sola favata: la stessa politica spettacolo di cui sopra aveva consigliato un anno fa Michele Emiliano a nominare Banfi suo consigliere, forse come addetto alle cozze pelose visto che il personaggio ha una sua inevitabile linea di prodotti locali: si sa che i personaggi del piccolo o grande schermo oggi si dedicano al cibo o ai romanzi, sono insomma dei mediocri universali. Chissà cosa si aspettava dalla nomina visto che tra l’altro l’attore aveva  fatto sapere ai quattro venti che non era ” di sinistra” ovvero piddino (equivoci su equivoci) e facendo intendere a chi non fosse proprio mentecatto di essere in sostanza un berlusconiano:  dunque quale meravigliosa occasione di strizzare l’occhio a questi elettorati, raccogliendo per strada il medico di famiglia e dandogli una medaglia di cui certo non aveva bisogno.

Il bello è che questa assurda operazione deve aver suscitato qualche preoccupazione in Salvini che si è affrettato a fare dell’ironia sul collega di governo, proprio lui che ha appoggiato governi e giunte di competenza odontotecnica e orofaringea. Essere nella merda è una cosa, ma anche spargerla intorno è davvero un po’ troppo.


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