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Pensiero in ginocchio

boldr Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nulla ci viene risparmiato, nemmeno la papessa ginocchioni in controtendenza con la storia, che lancia la scomunica  contro il razzismo, a condizione che si tratti di fenomeno remoto, come è d’uso da noi, e a condizione che serva a mettere in scena qualche duello dell’opera dei pupi, con le spade e gli scudi fatti con la latta della buatta dei pelati, che tanto tra loro non si fanno male.

Anche perché hanno convinzioni e interessi comuni, a cominciare proprio dalla manutenzione di un antirazzismo di facciata e, speculare ad esso, di una xenofobia propagandistica, come dimostrano i distinguo speciosi sulla regolarizzazione tarocca e “provvisoria” dei  migranti ordita dalla Bellanova che doveva interessare circa un terzo degli ipotetici 600.000 immigrati/e privi di permesso di soggiorno, lasciando fuori gli altri 400 mila, nelle mani di imprese criminali e diversamente criminali a svolgere mansioni servili in condizioni che in questi giorni non è corretto chiamare lavoro “nero” mentre invece non sarebbe lecito denominare morti “bianche” i loro assassinii.

La misura eccezionale in risposta al grido di dolore che saliva dai solchi riarsi e dai campi abbandonati, non ha avuto successo: pare siano state presentate solo 9 mila richieste, a dimostrazione che costa troppo mettersi in regola grazie al caporalato di Stato, farla franca   sul piano penale e amministrativo presentando un’istanza entro il 15 luglio e pagando 400 euro e un’altra somma a forfait per i contributi non versati, sanzione che i negrieri autorizzati caricano sugli stranieri grazie al perfezionamento a norma di legge del ricatto e dell’intimidazione.

Ma ha invece successo l’ipocrisia, connotato antropologicamente molto presente nella nostra autobiografia nazionale, tanto che proprio Laura Boldrini con alcuni esponenti del Pd si è fatta interprete della proposta di estendere la portata del provvedi,  ampliando i pubblici interessati, non solo quindi braccianti, lavoratori agricoli, colf e badanti, ma tutti i settori che riguardano l’impiego di migranti attualmente irregolari sul territorio nazionale.

Sono le nuove frontiere umanitarie del progressismo neoliberista, che proprio quando il domicilio coatto ha incrementato da disoccupazione, butta sul mercato una merce lavoro ancora più intimorita e meno tutelata contribuendo ad abbassare il livello di richieste e rivendicazioni, perfettamente coerente con gli altri capisaldi della modernizzazione dello sfruttamento. Che consistono nella penalizzazione di chi non accetta salari inferiori agli standard contrattuali, nella celebrazione del volontariato come percorso formativo premiante, nella disapprovazione per chi percepisce un reddito di cittadinanza invitato a prestare la sua opera per meritare la carità pubblica, nel part time femminile che consente di combinare talento, guadagno, aspirazioni con le mansioni di cura in sostituzione dei servizi sociali. E poi nella digitalizzazione, lo smartworking, la didattica a distanza, promossi, da formule aggiuntive a lavoro e istruzione,  a conquista, si,  ma per il padronato che ottiene il risultato di isolare ancora di più i sottoccupati e i precari, di gratificarli con una imitazione della libertà che si realizza  nel regolare da sé il cottimo, di annullare identità e rivendicazioni di “categoria”.

È che certe leggi sono come i monumenti eretti agli “indegni”, bisognava pensarci prima di farli, perché poi rimuoverli, anche psicoanaliticamente,  e demolirli non basta a cancellare la vergogna collettiva di averli adottate e permessi. E infatti non si ricorda una reazione popolare all’atto di tirar su la statua del prestigioso pedofilo, meno che mai si è vista quando una giunta “democratica” decide di omaggiare il “macellaio di Fezzan”, criminale di guerra, con  sacrario e parco annesso, del quale ci si accorse tardivamente a lavoro fatto e che oggi viene difeso dalle autorità locali in qualità di simbolo del superamento del pregiudizio storico. Così a opporsi alla titolazione di una strada a Bottai c’erano quattro gatti, ricorrentemente spunta la pretesa di commemorare col marmo fascistoni impuniti, mentre popolazioni festanti si prodigano per promuovere la consegna all’immortalità, in bronzo o basalto, delle icone di Mediaset.

Un obelisco, una stele, un busto, vedi caso, non vengono posti in spazi pubblici per “ricordare”,  ma  onorare e glorificare le personalità ritratte e le loro gesta: demolirli non azzera il permesso che abbiamo conferito a perpetuarne la memoria. E ben altro ci vuole per stabilite la verità storica, manomessa e impiegata invece per legittimare la continuità aggiornata alle nuove esigenze ideologiche totalitarie.

Ci vorrebbero i fatti: che ci si inginocchi contro il razzismo non redime della permanenza nella nostra giurisprudenza della Bossi-Fini, della Legge Maroni, della Turco-Napolitano, che non sono state oggetto del ricorso ai pochi strumenti partecipativi e democratici ancora disponibili, raccolta di firme per la loro impugnazione, referendum, delle disposizioni a forma di Minniti, che hanno creato l’edificio, o il monumento, di oltraggio dei diritti del decreto sicurezza di Salvini, che risponde all’esigenza di ampliare il concetto di criminalizzazione dei “diversi” per pelle, religione, uso dell’aglio nelle vivande,  aggiungendo alle trasgressioni di rito la critica, il dissenso e soprattutto il reato di povertà, offensivo del decoro.

E d’altra parte cosa si pretende, che dopo tante dichiarazioni, assicurazioni, proclami davvero si dia forma al minimo sindacale del contrasto ai principi irrinunciabili del fascismo, declinazione naturale dei totalitarismi, compreso questo, economico e finanziario, cassando e estinguendo il delitto contro lo stato di diritto?

Proprio quando poi serve da cornice a misure di eccezione, leggi speciali, conferimento di poteri a autorità speciali che aggirano le istituzioni e la superstite “rappresentanza” anche tramite “Stati Generali”?

Proprio quando la brava gente che ha fatto finta di non sapere dell’uso dei gas in guerre coloniali, di deportazioni e stragi, dell’esportazione di sfruttamento e corruzione, si arrende alla fatale inevitabilità del commercio di armi, più favorevole e redditizio perfino dell’imperialismo e della dissipazione di risorse altrui, alla triste ma ineluttabile resa alle leggi del mercato e della realpolitik?

E protesta su Facebook, mentre ha taciuto sulla concessione di estese aree del Paese all’influente alleato che ne ha fatto poligoni di tiro, geografie di sperimentazioni e test venefici, dependance per produzioni belliche ingombranti in patria, trampolini di lancio e magazzini per le salmerie per degli eserciti dei partner che portano morte, fame e distruzione in quei territori dai quali sono costretti a fuggire popolazioni che, per ora, stanno peggio di noi.

Per ora. Perché già da tempo sono iniziati gli esodi, dalle città occupate, dai campi avvelenati. Perché la minaccia della carestia si sta concretizzando. Perché la persuasione che basta la salute non ci risparmia da altri rischi cui siamo costretti ad esporci, la rinuncia alla liberta e all’autodeterminazione, l’abiura da diritti e conquiste in cambio di prestiti, elargizioni arbitrarie, la resa alla servitù, che ci ha già messi, noi si, in ginocchio.

 

 

 

 

 

 


Servi si, sovrani mai

immastatoAnna Lombroso per il Simplicissimus

In fondo ci eravamo già passati altre volte: tanto per dire, un paese letargico, quando il principale partito di opposizione scelse di condurre una campagna elettorale non pronunciando mai il nome del competitor, preferendo la damnatio all’esercizio di critica e progettualità,  decise di scendere in piazza per lanciare l’anatema contro il puttaniere compulsivo, e non contro l’autore di leggi ad personam, l’incarnazione vivente del conflitto di interesse, il golpista che finanziava i G8 come fossero le sue “cene eleganti”.

Con il gusto di galleggiare in superficie che caratterizza ormai la pubblica espressione di indignazione, ecco che la disapprovazione contro i manifestanti del 2 giugno concerne l’ostentazione della militanza No-Mask e la irresponsabile promiscuità, resa paradossale dalla richiesta degli stessi proponenti, in veste di cabarettisti dell’assurdo, rivolta a potenziali fan, di partecipare solo virtualmente  e da quella invece indirizzata alla stampa, accolta con entusiasmo: vedi mai che si facciano scappare l’occasione di immortalare  l’imbecille del selfie senza bavaglio alla pari solo con il presidente di regione che ne vuol fare il must dell’estate 2020.

Così tutti quelli che hanno fatto il loro vessillo della richiesta pressante di cancellare quella vergogna nazionale rappresentata dai decreti sicurezza –  solo quelli di Salvini:  quelli del predecessore erano stati graditi avendo ragionevolmente legittimato il diritto ad aver paura del diverso, ingombrante, molesto e che per giunta pregiudica con l’offesa al decoro la reputazione all’estero –  oggi ne reclamano la doverosa applicazione a scopo sanitario e come ammonimento pedagogico alla responsabilità collettiva, che è stata magistralmente esercitata stando sul divano due mesi e mezzo e lasciando andare ad esporsi a ressa e contaminazione qualche milione di connazionali, selezionati tra martiri e eroi destinati per spirito di servizio a sacrificarsi in nome della pagnotta.

E pure quelli che hanno messo in guardia contro il loro inasprimento reso necessario per fronteggiare l’emergenza sanitaria, quelli che ne hanno criticato la discrezionalità arbitraria adottata contro irriguardosi runner, reclamano con la schiuma alla bocca una feroce coercizione repressiva contro la cialtronaggine dei fascisti attuata a colpi di tosse, possibili goccioline eretiche e sternuti insurrezionalisti, con la stessa determinazione con la quale Confindustria e sindacati allineati hanno chiesto ai primi di marzo di sedare le insane manifestazioni dei lavoratori scesi in sciopero per esigere quei dispositivi di sicurezza “temporanei” e quelle procedure nei luoghi di lavoro o nei mezzi di trasporto,  senza i quali in altri contesti non si poteva portar fuori il cane o approvvigionarsi al supermercato, pena la morte certa.

Così questa declinazione di antifascismo della profilassi chiede a gran voce che lo Stato intervenga per bollare, reprimere e perseguire come non fa da più di 70 anni avendo a disposizione strumenti giuridici acconci a mettere all’indice fenomeni sia nostalgici che sottoposti a restyling.

Eh si, lo Stato perché mica si può chiedere anche questo onere al miglior governo possibile  impegnato prima con le elargizioni del Cura Italia, a stanziare  3,2 miliardi per il Servizio sanitario nazionale, a sostegno con 1,4 miliardi dei fabbisogni delle aziende del settore, sia quelle pubbliche sia quelle private convenzionate, e con  1,65 a incrementare il fondo pluriennale per le future emergenze nazionali, in attesa delle risorse in prestito dall’Ue che ripagheremo con i tagli alla sanità.

Poi  con il Decreto Liquidità, con generosa distribuzione di fondi per l’internazionalizzazione,  all’esportazione e agli investimenti delle imprese, anche in termini di garanzie offerta alle aziende dell’inveterato tradimento.

Infine con il Decreto Rilancio che a fronte di  una caduta dell’8% del Pil crea l’illusione di poter approfittare di un ulteriore indebitamento grazie alla provvisoria sospensione di Maastricht e del Fiscal Compact, che dovremo risarcire con interessi e rinuncia a garanzie, beni comuni e diritti, escludendo dai “benefici” a pronto rimborso quelli che finora sono sopravvissuti ai margini, in una macedonia di lavoretti, di espedienti perlopiù invisibili e sommersi, già alla fame.

Eh si, lo Stato perché mica si può chiedere al Ministero dell’Interno, occupato a una virtuosa conversione dell’ordine pubblico in sorveglianza dei comportamenti di individui indisciplinati, mentre perpetua la vigenza delle ampie misure dle predecessore, comprese le intese con i despoti sanguinari che dovrebbero ripararci dalle invasioni. Mica si può chiedere al Ministero della Giustizia l’applicazione nei luoghi deputati di quelle misure di tutela delle istituzioni e delle sue sedi, officiate nei tribunali della rete e preso com’è da altri contenziosi “interni”.

E nemmeno  al Presidente Mattarella, l’augusta sagoma cartonata che prende vita solo per richiamare a una unità nazionale, continuamente rotta e interrotta da diktat padronali interni e extraterritoriali, e intesa alla criminalizzazione del dissenso, né tantomeno alle autorità di eccezione istituite per scavalcarle le istituzioni, incaricati di dare copertura emergenziale  alla deroga esecutivo-amministrativa monocratica.

Adesso è tornato in auge lo Stato, finora temuto e odiato in veste di Moloch o Leviatano, elemosiniere dei ricchi e esattore dei poveri,  chiamato di volta in volta a punire più che premiare, a legittimare le scelte  dell’Esecutivo, autorizzando perfino la suicida cessione di poteri, competenze e sovranità.

Adesso invece dopo l’evidente fallimento della consegna di interi settori ai privati, dopo l’inadeguatezza, impotenza e incapacità delle articolazioni territoriali, che con impudenza continuano a reclamare ancora maggiore autonomia, perfino i sacerdoti del neoliberismo cominciano a invocare la  necessità di un ruolo più attivo, anche mediante  interventi diretti,  dello Stato in economia, al fine di ridurre le disuguaglianze e di contrastare gli effetti distorsivi della globalizzazione, indispensabile anche per trovare un posto in un mondo multipolare dove è in atto una guerra tra potenze: singoli stati o  blocchi di stati per dividersi mercati, risorse, territori e masse di forza lavoro.

Ci sarebbe da compiacersene se davvero  si superassero gli interessati pregiudizi che uniscono nell’adorazione dello status quo senza alternativa e in un unico fronte il progressismo del bon ton, quella che si compiace di definirsi “sinistra radicale” ormai schierata con le élite liberali nella crociata morale e culturale contro “populismi” e “sovranismi”, termini ineluttabilmente assimilati alla comunicazione e alla propaganda della destra.

Ci sarebbe da compiacersene se quelli che inalberano sui profili le immaginette delle lotte si batte di popolo, curdi, sudamericani, africani, quando torna dall’esilio del suo immaginario qui da noi dall’altro non associasse  l’idea di Stato, di patria e di nazione al fascismo, quelli che pensano che sia una doverosa concessione di identità il temporaneo permesso di soggiorno in cambio  dello sfruttamento nei campi, ma che al tempo stesso considera inevitabile la sua rinuncia per migliaia di quasi un milione di emigranti italiani andati all’estero a cercar fortuna.

Ci sarebbe da compiacersene se non fosse l’ultima spiaggia cui guardare dopo il naufragio di ogni ipotesi di salvezza dalla servitù ideologica e culturale che si è ispirata al vocabolario della meritocrazia e della competizione, che si è accontentata della rivendicazione delle “libertà civili”  disarticolate da quell’edificio di diritti sociali che di credevano inalienabili e conquistati ormai invece manomessi,  che ha legato il benessere di tutti distribuito come una polverina della provvidenza in virtù dello sregolato   movimento dei capitali e delle merci e della tutela degli interessi privati e delle imprese  a condizione dell’abiura alle conquiste e alle garanzie dei  lavoratori, frutti tutti questi  della eclissi del ruolo dello Stato nella regolazione dei processi politici, economici e sociali.

Qualcuno ha pensato che la sovranità di uno Stato potesse essere costituita e difesa dall’energia vitale di una moltitudine di individui liberi e uguali che si uniscono per difendersi e salvaguardarla senza rinunciare alla propria libertà naturale. Adesso l’unica prerogativa concessa e non a tutti è la conservazione del buono stato di salute, certificato da mascherina, tamponi e vaccini.


Qatar. Non siamo più la loro Mecca

qat Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se è successo anche a voi. Ma a me durante l’occupazione manu religiosa dei pellegrini stanziali durante il regno di Wojtyla, è accaduto di essere perseguitata dalla richiesta pressante di un accattone polacco  armato di un crocifisso con il quale mi percosse con ferocia, scontento del mio obolo insoddisfacente.

Succede, quando la carità non corrisponde alle aspettative del questuante, che rivendica la sua miseria, ostenta le sue infermità non sempre autentiche, stringe d’assedio il benefattore a volte aiutato da una torma di altri mendicanti in temporanea associazione di impresa, per costringerlo alla resa.

I nostri connazionali che hanno goduto delle opportunità offerte dal turismo cosmopolita in tempi migliori, se ne sono spesso lamentati, pensando all’aggressione degli straccioni a New Dehli, dei barboni che saltano su dai giacigli di cartone perfino a Manhattan, dei clochard pittoreschi come comparse di Nostre Dame al Quartiere Latino, dei mendichi torvi nei paesi arabi che esigono bashish, bashish.

Ma la storia anche prima della globalizzazione dimostra che a vecchi imperi se ne sostituiscono di nuovi, che predoni del passato possono diventare oggetto di razzie, e che qualche ladrone incauto venga derubato, anche se questa circostanza si presenta più raramente e viene trattata con lo sconcerto che accompagna la notizia del padrone che morde il cane.

Così, ormai addestrati a ricoprire il ruolo di pitocchi in Europa, costretti a ringraziare che le cancellerie ci onorino dandoci in prestito i nostri stessi quattrini da rendere maggiorati, ammessi generosamente a spendere festosamente del nostro per raccattare i prodotti riusciti male dalla superpotenza amica, e a insistere per offrigli anche i nostri paesaggi agresti come teatro per le esercitazioni di tiro al bersaglio, gratificati dall’opportunità di cedere i nostri tesori in modo che altri più abili e efficienti li conservino e li facciano fruttare, ci ritroviamo a chiedere bashish, bashish con l’insistenza proterva e molesta di chi non merita rispetto, perché ha dilapidato il patrimonio, si è fatto fregare come un imbecille, non riesce neppure a vendere la Fontana di Trevi come Totò.

Deve essere per quello che dopo l’ossequio tributato in patria e in trasferta dalle autorità, dopo i patti stretti a suggellare i vincoli di amicizia con trattati ufficiali, è di questi giorni la ratifica dell’accordo di cooperazione in materia di istruzione, università e ricerca scientifica, serpeggia nella corte dei miracoli degli autorevoli straccioni, il disappunto perché l’augusto interlocutore, il Qatar, dopo tante promesse, sembra voler stringere i cordoni della borsa.

Ma come? Se perfino Salvini deponendo  antichi pregiudizi, (il Center on Sanctions & Illicit Finance individua in Doha la regione con la maggior concentrazione di donazioni private, con l’avallo della famiglia reale e del governo, ai gruppi terroristici islamisti) si è presentato col cappello in mano a Doha, immortalato mentre festeggia il sodalizio con i petroemiri – fino alla mattina prima accusati di essere finanziatori e   mandanti del terrorismo, di voler infiltrare lo stivale con le moschee (per la loro edificazione quelli della Qatar Charity Foundation   versano ogni anno oltre 6 milioni di euro, seguiti dai turchi e dai sauditi),  fucine di radicalizzazione – immortalato con il mitra imbracciato come in una gita di commilitoni virilisti e bulli.

E la ministra Pinotti, per due volte alla Difesa, ne ha effettuate tre di visite ufficiali in Qatar nel 2016, 2017 e 2018, per perfezionare la vendita all’emirato di sette navi militari per un valore di 3,8 miliardi e altri pacchetti omaggio aggiuntivi.

Ma come? Se ci abbiamo tenuto a darvi a prezzi stracciati, a concedervi in comodato terreni, coste, immobili in qualità di graditi investitori dei quali è doveroso dimenticare origini e credo religioso, considerati allarmante controindicazione all’atto di affittare una casa o un locale  a un immigrato meno prestigioso, che come direbbe Cassius Clay ci si accorge di essere guariti dall’essere negri – o musulmani –  quando si diventa ricchi.

Ma come? Se siamo stati onorati dell’attenzione che la Qatar Investment Authority, il fondo sovrano del Paese, e la Mayhoola for Investment, la holding che fa direttamente capo all’emiro Al-Thani, ci hanno riservato facendo man bassa degli hotel di lusso, nel settore della moda, (nel 2012 l’emiro ha speso 700 milioni per acquisire il Valentino Fashion Group), occupando militarmente la  Sardegna (alberghi, golf, il cantiere di Porto Cervo per almeno 600 milioni, più i successivi lavori), rilevando a prezzi ridicoli il progetto di “rivitalizzazione” del quartiere Porta Nuova a Milano

Ma come? Gli avevamo confezionato   una legge urbanistica regionale confezionata su  misura dei loro  interessi immobiliari  in Costa Smeralda, il crac del San Raffaele ha propiziato l’acquisizione del cantiere fallimentare del nuovo ospedale di Olbia in modo che potesse trasformarsi in una health clinic a uso e cura esclusiva del loro flusso turistico esclusivo.

Ma come?  Ci siamo rimangiati tutte le denunce della minaccia dormiente del terrorismo, tutti gli alati elzeviri e i pensosi editoriali sulla incompatibilità delle religioni-stato con le democrazie, tutte le preoccupazioni sul rischio-meticciato, che perfino Salvini pur di distogliere l’attenzione dalla portata dell’accordo bilaterale con Doha, ha spostato i riflettori su altri timori, Cina in testa, abbiamo dovuto perfino tirar fuori dalla naftalina Casini che ribadisse la irrinunciabile linea  italiana di sempre: Europa, scelta atlantica e multilateralismo, simboleggiato dal sodalizio con il Qatar “per promuovere la pace e la concordia tra popoli, di cui la cultura e la conoscenza reciproca sono i semi più promettenti per il futuro”.

E come non ricordare che  Federica Mogherini, alto rappresentante Ue per la Politica Estera e di Sicurezza , quando l’Arabia Saudita nel 2017 insieme con altri Paesi, decretò l’embargo contro il Qatar, ricordò i buoni rapporti della Regione con  l’Emirato proprio come fanno gli Usa che accreditano l’ipotesi di una redenzione con il taglio dei finanziamenti a cellule terroristiche, smentendo quello che sosteneva Hillary Clinton, prima da segretario di Stato Usa e poi da candidata alla presidenza nelle sue famose mail rivelate da Wikileaks. E lei di finanziamenti occulti a nemici diventati amici a intermittenza se ne intendeva.

Ma come? Pensiamo all’emirato con la simpatia che lega due paesi per i quali il calcio è una fede, più della Chiesa e del profeta, con l’ammirazione che si riserva a chi lo ama talmente il gioco da comprarsi l’eccellenza delle squadre europee e pure i voti necessari, a suon di forniture di gas, a aggiudicarsi i Mondiali del 2022.

E guardiamo a lui con riconoscenza che si deve al cliente meritevole di ogni riguardo: secondo i dati del Ministero degli Esteri  il Qatar  ha superato la soglia di un miliardo di euro di forniture militari acquistate dall’Italia, tra elicotteri e navi da guerra, sino ai caccia di parziale fabbricazione italiana.

E adesso che avremmo  più bisogno di caritatevole pietà, di clemente assistenza, fanno vedere la loro vera faccia, crudeli come il re di  Sherazade che non vuol più stare a sentire favole e esige la libbra di carne che si è comprato sia pure a prezzo stracciato, come i mercanti di Tangeri, che gli schiavi li volgiono in buona salute.

Abbiamo appreso malinconicamente che la loro fuga dal Mater Olbia Hospital, d’altra parte realizzato dichiaratamente per invogliare la Regione a adattare le sue leggi paesaggistiche e urbanistiche ai loro voleri, e che comunque sarebbe stato adibito a pronto soccorso extra lusso al servizio dei connazionali in gita, ha dissuaso anche la Fondazione Universitaria Agostino Gemelli, che controlla pure la clinica “Columbus” di Roma dal confermare interesse per una struttura che ha perso la sua attrattività commerciale.

Ma non basta, si è appreso che l’ospedale di Schiavonia, provincia di Padova, donato dal munifico Stato arabo alla Regione Veneto, che secondo il direttore della lovale Usl avrebbe «spaventato» il Covid-19 «un po’ come fanno gli spaventapasseri con gli uccelli sui campi», non ha letti, macchinari, arredi e nemmeno il pavimento, come la casa molto carina della canzone o il nosocomio in Fiera, manco gli emiri fossero dei Bertolaso qualsiasi. Appena un po’ meno vergognoso del fratello meneghino solo perché lì sono stati spesi 21 milioni di euro (per 25 pazienti), mentre qui si tratterebbe di un regalo a costo zero per le casse regionali, anche se restano aperti gli interrogativi: montare e smontare una simile struttura comporta costi ingenti, per portarlo in Italia ci sono voluti cinque Boeing C-17, quelli che di solito trasportano carri armati.

Insomma Zaia è fiducioso, finchè c’è virus c’è speranza e magari, bontà loro, del Qatar e del Covid19, potrebbe servire per la seconda ondata.

Ma c’è da domandarsi, davanti a questa carità pelosa, vuoi vedere che non siamo più la loro Mecca?


I santini della Brava Gente

s e dAnna Lombroso per il Simplicissimus

O con il Governo o con il Covid! Ormai non c’è fronte sociale o politico, con sullo sfondo il retorico richiamo all’unità nazionale, che non registri una estremizzazione delle posizioni, incarnate da correnti contrapposte, curve e tifoserie rabbiose e brutali. Dopo O con Greta o con gli sporcaccioni, dopo O con Carola o con Salvini, dopo O con il Grande Giornali Unico degli italiani o con Libero, adesso ci tocca anche O con Silvia o con la Santanchè.

A fare le spese del fenomeno in atto è naturalmente il manifestarsi di qualsiasi espressione critica e di dissenso che non voglia arruolarsi nelle formazioni in campo, risucchiate dalla spirale di silenzio imposta a chi teme che la sua opinione difforme da quella della maggioranza, costringa all’isolamento e all’anatema.

Quindi anche oggi, siccome si rende necessario premettere a ogni affermazione l’esibizione di referenze che certifichino l’appartenenza al consorzio civile e il rispetto del politicamente corretto, dichiaro la mia soddisfazione per la liberazione di Silvia Romano, tornata a casa salva e sana, almeno fino a che non è stata sbaciucchiata dal festoso assembramento governativo.

Inoltre affermo che, dopo aver contribuito nel corso di altra trattativa al salvataggio dei mercenari criminali adibiti alla tutela di interessi provati con salario pubblico, non mi indispettisce più di tanto il pagamento del suo riscatto, dichiaratamente destinato a finanziare la corsa agli armamenti di cellule terroristiche, anche se al tempo stesso non mi consola l’invito che viene da più parti a ricordare che imprese pubbliche e private italiane, con l’appoggio dei governi che si sono succeduti, lo fanno già in forma legale.

Aggiungo che penso che la sua conversione appartenga a una sfera  di convinzioni e emozioni squisitamente personali, malgrado sia stata oggetto di una ostensione pubblica orgogliosa che turba la mia fiera militanza laica, e che a motivo di ciò, quale che sia il suo percorso spirituale, credo che non debba essere sottoposta a condanne per abiura. Anche se l’appassionata difesa che ne fa l’Avvenire consolida il sospetto che anche questo verrà usato per riconfermare il rilancio della triade Patria, Famiglia e Dio, talmente auspicato che qualsiasi Dio va bene pur di irrobustire l’ideologia imperante, quella dell’amore che deve vincere su tutto per contrastare il conflitto, si, ma quello di classe.

Penso lo stesso per l’esibizione del suo abbigliamento “etnico”, che non giudico, alla pari dei falpalà o dei bikini delle ministre in carica o ex,  pur rilevando con un certo disappunto che oltre a destare l’ammirazione di una leader delle sardine che lo ha paragonato a quello della Madonna, ha riscosso il solidale consenso di femministe che vedono nella cooperatrice una icona del riscatto delle donne, come se la dichiarata affiliazione a una fede “altra”, compresa l’accettazione di regole e “divise”, ne attenuasse l’evidente incompatibilità con le istanze di liberazione delle donne dai comandi di una religione e una tradizione patriarcale

Ciò premesso mi sento autorizzata a dichiarare che alla nausea che mi suscitano le becere insinuazioni e l’accanimento particolarmente denigratorio esercitato nei confronti di questa giovane donna,  si accompagna il fastidio per l’ipocrita consacrazione a incarnazione dell’Italia Migliore.

Definizione questa che ormai viene impiegata per chiunque possa esibire una patente di “innocenza” incontaminata, anche e soltanto grazie alla giovane età, come nel caso di Greta, delle sardine, delle altre cooperatrici che sono state ostaggio negli anni passati, forse imprudenti, forse mandati allo sbaraglio senza garanzie e protezioni, forse influenzabili oltre che generosi, forse posseduti da spirito d’avventura, come è naturale siano i ragazzi, soprattutto quelli che quando non fanno volontariato stanno a casa con mamma e papà, che  collezionano master, ma fino a trent’anni e più possono permettersi di vivere nel limbo grigio dell’attesa di un lavoro che corrisponda ai loro talenti.

E’ infatti il culto, spontaneista fino all’avventurismo, del volontariato a ispirare e appassionare chi vuol riconoscersi nell’Italia Migliore, non a caso professato, a vedere i dati dell’Istat, soprattutto nelle regioni dove si vota Lega, in quelle che reclamano maggiore autonomia per lasciar spazio all’iniziativa privata anche per quanto riguarda l’assistenza e l’aiuto umanitario, quelle delle case di riposo, intendendo anche quello eterno,  quelle delle cooperative, comprese quelle di Buzzi,   per la gestione dell’invasione, dove sindaci bipartisan con il consenso dei cittadini che li riconfermano, hanno anticipato il distanziamento, discriminando sui bus, nei giardinetti, nelle panchine, nelle mense scolastiche.

Ma guai a parlar male del Terzo settore, di Ong e volontariato, malgrado contribuiscano attivamente  alla demolizione del welfare nel quadro del “capitalismo sociale”, che raccomanda il ricorso al benigno potere sostitutivo dello Stato in favore di nuovi soggetti e istituti che solo nominalmente  negano la natura privatistica, quando qualsiasi autorità sottratta al controllo pubblico diventa automaticamente privata.

Guai, perchè non a caso  si può stare così dalla parte giusta con il semplice invio di un bonifico per l’adozione a distanza, che ha appunto la qualità della lontananza, ma al tempo stesso partecipare a piccoli pogrom contro i rom che rubano e puzzano, manifestare contro l’arrivo di immigrati, gravide comprese, perché ciondolano in giro offendendo il decoro e renitenti a prestarsi al lavoro dei campi.

D’altra parte che l’aiuto umanitario possa anche essere un business (pare che il giro d’affari dell’umanitarismo valga oltre 150 miliardi dollari l’anno) non l’ha capito solo il Mondo di Mezzo di Mafia Capitale, se arguti economisti hanno denunciato che fa parte della “debitocrazia” la promozione di un microcredito “peloso”,  di quel business molto attivo in Asia, Africa e America Latina che vede impegnate  ONG internazionali e locali connesse con multinazionali finanziarie, che da noi vede il coinvolgimento di banche come Intesa-San Paolo, ma pure la Conferenza Episcopale e la Caritas impegnate nel Prestito della Speranza, un fondo che “presta”  soldi  a  famiglie o a  “microimprese indigenti” immettendole nel circuito finanziario  e favorendo il loro indebitamento grazie a iniziative “imprenditoriali” improbabili e destinate al fallimento.

E si spiega così il successo di certe personalità, incrementato proprio in questi mesi dalle campagne “salutiste”, che dimostrano la potenza condizionatrice delle multinazionali della carità e della filantropia che anestetizzano dai sensi di colpa occidentali influenzando le politiche internazionali fuori da ogni controllo democratico per impedire la formazione di movimenti uniti da obiettivi comuni, nel Terzo Mondo e nei terzi mondi interni.  Qualche tempo fa sono stati resi noti documenti riservati del Fondo monetario internazionale  e della Banca mondiale in merito alle loro “operazioni” nei paesi sottosviluppati per imporre le loro strategie liberiste, sulla falsariga dei   “piani di aggiustamento strutturale”, sostenute da pratiche speculative, correttive e di attacco alle istituzioni parlamentari e democratiche, niente di meno  da quello che fa l’Unione Europea cui l’Italia Migliore continua a dedicare il suo incrollabile atto di fede.

E infatti è  quella stessa Italia Migliore che va in piazza contro Salvini ministro o ex ministro, ma ha guardato con un  certo  compiacimento al realismo del suo predecessore che ha autorizzato la paura del “diverso”,  integrando la xenofobia nella generale criminalizzazione degli ultimi per rassicurare i penultimi.

E’ l’Italia Migliore che pensa che questo sia il miglior governo possibile malgrado il tacito rinnovo degli accordi italo- libici del 2017,  che sancirono la complicità italiana con le torture ed i lager libici e di cui si hanno, da tempo, inconfutabili evidenze e prove sostenute dall’Onu, l’Esecutivo che suffraga la decisione dell’Ue di sospendere la sia pur discutibile missione Sophia che svolgeva  le attività di pattugliamento nel Mediterraneo, lasciando mano libera alla famigerata Guardia Costiera, mentre già si impediva il soccorso in mare alle Ong e quello che ha mantenuto inalterato l’impianto repressivo dei decreti sicurezza, perché facciano da cornice alle misure di eccezione di questi mesi. Quella che ritiene che l’Islam sia un credo e una progetto statale incompatibile con la democrazia, una fede da confinare nelle cantine, a meno che non sia professata dagli emiri del Qatar che si comprano le squadre di calcio e le coste sarde, dove c’è davvero una Italia Migliore che lotta come i No Triv, i No Tav, i No Muos, messa a tacere, nascosta come una vergogna perché ricorda una libertà della quale non si sa godere.

Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io, recita un detto antico che sicuramente vale  per tutti gli dei e che è consigliabile valga anche per chi vuol mettersi al servizio degli altri e dunque anche  della verità, della ragione, della giustizia.

 

 

 

 


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