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Ave Mario, morituri te salutant

Mi capita sempre più spesso di avvertire con angoscia tutta l’irrealtà nella quale viviamo e questa sensazione si è acuita da quando abbiamo Draghi in campo: è davvero incredibile quanta speranza venga riposta in questo bancario di lusso che incarna invece – e da ormai trent’anni – un progetto fondamentalmente anti italiano ed esplicitamente  anti sociale. Tuttavia questa disgraziata situazione ha almeno un aspetto positivo, quello di aver fatto piazza pulita da ogni equivoco: nella Lega ha ormai prevalso definitivamente l’anima liberista e confindustriale mettendo fine agli ambigui traccheggiamenti no euro e  no Europa, in realtà poco credibili ma asseverati “tecnicamente” da Bagnai e Borghi che però non se la sono sentita di essere contro quando il prezzo è diventato troppo alto. Per anni hanno avuto un rilievo e una visibilità che non avrebbero mai potuto sperare di ottenere, ma adesso sono rientrati nei ranghi e nel coro che accoglie Draghi. Così adesso l’odiato Salvini, quello che veniva esecrato come incarnazione del pericolo fascista, con il quale mai e poi mai ci si sarebbe potuto alleare è nel mucchio degli adoratori, il nemico per la pelle è diventato un prezioso alleato a dimostrazione finale della bancarotta totale della politica e della sua incapacità di esprimere idee che è contemporaneamente anche il fallimento delle classi dirigenti del Paese le quali a cominciare dagli anni ’90 hanno sempre più spinto verso una sorta di cesarismo, prima quello contestato e mediatico di Berlusconi, poi quello tracotante, ma insicuro di Monti e del guappo di Rignano, per trovare infine in Draghi la sua perfetta incarnazione.

Del resto cosa poteva fare un milieu politico privo di idee, che complessivamente ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare, che ha portato il Paese sull’orlo del baratro, che ha adottato politiche folli durante la pandemia, affidandole per di più a personaggi incompetenti di scandalosa opacità, e che ora, scemando l’emergenza, e subentrando un periodo di endemia sempre guidata dai poteri globalisti non sa più che pesci pigliare perché occorrerebbe avere una visione e un’autonomia che esso non ha: perciò è costretto a sperare in Draghi. Così in appena tre anni abbiamo visto due operazioni di indecoroso trasformismo quello dei Cinque Stelle e quello della Lega. I primi sono la maggiore forza in Parlamento, ma in pratica non esistono più nelle urne , la seconda si avvia a fare la medesima fine, visto che una volta perso il travestimento da opposizione non ha più ragione di essere. In pratica abbiamo un Parlamento che non rappresenta più nessuno, che sembra eletto su Marte e che tuttavia sarà portato a votare tutto quello che vorrà Draghi, ovvero una sorta di via greca alla dissoluzione, magari cercando di confezionare il tutto con la carta regalo della falsa ecologia che tanto piace ai gonzi che non pensano, non leggono, non capiscono, ma hanno solo parole d’ordine per sentirsi trendy e intelligenti.

A me piacerebbe anche dire che questa situazione, oltre a liberarci dei falsi oppositori e dei loro ideologi funamboli, apre, anzi spalanca  le condizioni per la creazione di una o più forze politiche  che vadano a riempire l’enorme vuoto che si sta creando e che di fatto coinvolge la metà dell’elettorato e probabilmente anche di più in un prossimo futuro quando si scoprirà che il nuovo Cesare non è onnipotente e che può fare ben poco dentro il paradigma che lui stesso ha contribuito ad affermare, ma temo che difficilmente  la vasta galassia che non è nemmeno riuscita a far ragionare gli impauriti dalla pandemia ed è stata persino vittima della mistificazione,  tragga nuova linfa dall’arrivo di Draghi per coagulare un’opposizione a largo raggio. Qualcuno spera insomma che sia proprio il dominio dell’ex banchiere europeo a costituire il motore di un aggregazione dell’area antagonista, ma francamente non ci credo  perché niente come il potere sa essere populista al momento opportuno e sa organizzare la sua stessa contestazione per poi dissolverla al momento giusto come la parabola del Movimento Cinque stelle dimostra ampiamente.  In un certo qual senso Draghi arriva a cogliere i frutti dopo trent’anni che lui stesso ha inaugurato la svendita delle aziende di stato che costituivano un bastione contro il neo liberismo occidentale ed europeo e nessuno ha fatto nulla per fermare questo processo. Temo che ancora una volta  il destino del Paese verrà deciso altrove..


A quando il contagio dell’Utopia?

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il motto dei cavalieri dell’Apocalisse sanitaria dovrebbe essere sicuramente quell’après nous le déluge, all’origine del loro successo.

Non c’è opinionista o commentatore sulla stampa ufficiale come in rete che non si sia convinto e non abbia convinto della fatale necessità di tenere in piedi l’attuale baraccone traballante, nel timore di altro carro dei Tespi, incarnazione del Male assoluto, e che avrebbe la colpa di essere mosso da ambizioni disonorevoli di posto e carriera, animato dalla smania avida di partecipare del contenuto della cassetta delle elemosine europee,  composto da squallide marionette i cui fili sarebbero tirati da oscuri poteri.

E difatti chiunque spericolatamente in questi mesi e in questi giorni ha sollevato obiezioni sulla qualità della compagine governativa e sulla gestione dell’emergenza sociale in atto, dopo essere stato arruolato tra i renziani, i meloniani, i salviniani, insomma categorie meritevoli di Tso come i dubbiosi del vaccino, viene apostrofato con il fatidico interrogativo di rito: ma tu che alternativa vedi al posto del Conte 2, il miglior governo cioè che potesse capitarci anche a detta di  quei naufraghi dell’élite intellettuale che si è ridotta a pensare che per la presenza del Pd e l’imponenza dei democristiani questo possa essere considerato un governo di centro sinistra.

Inutile rispondere che la parola “alternativa” da anni e anni non ha più diritto di cittadinanza da noi, dal Tina della Thetcher, There is no alternative alla dittatura del sistema economico finanziario, all’egemonia dell’austerità, fino al lento e inesorabile scivolamento generale nell’accettazione del neoliberismo, che ha cancellato gli ultimi propositi riformisti intesi a addomesticare il sistema con aggiustamenti che via via si sono ridotti a invocare la manina benefica della Provvidenza secondo Adam Smith, che farebbe spargere anche sugli ultimi qualche granello della polverina d’oro del benessere perfino sugli ultimi e i diseredati, immeritevoli anche antropologicamente e inadatti a creare e accumulare ricchezza come sanno fare i già ricchi.

Il grande successo del neoliberismo consiste anche dunque nel persuadere che si tratti di una teorizzazione e di una costruzione “economica” e non di una ideologia che innerva tutta la società con i suoi concetti di disciplina morale e ordine mondiale, oltre che con la sua concezione dei modi di produzione e consumo,  del mercato, del lavoro,  riuscendo ad occupare militarmente anche il pensare e il proiettarsi in avanti della filosofia.

E d’altra parte dopo un secolo e proprio qui, si persevera nel ritenere che il fascismo fosse un “movimento” – lo ripete anche Wikipedia, nazionalista e autoritario, autarchico e leaderista, mettendo in ombra il carattere strutturale del suo progetto economico e politico, sicché vien facile pensare che lo si possa contrastare nelle sue declinazioni contemporanee mettendo Lucano come immagine del profilo, denunciando la xenofobia dei decreti sicurezza del Conte 1 e applaudendo agli aggiustamenti del Conte 2, condannando il sovranismo facendo i portatori d’acqua alle pretesa di una potenza dispotica sovranazionale che esige la rinuncia ai capisaldi delle democrazie nate dalla resistenza.

E, dunque, avendo rinunciato e abiurato a qualsiasi proposito di ribaltare il tavolo, sul quale si gioca la lotta di classe alla rovescia, ci si può permettere comodamente di celebrare l’utopia del progresso: conoscenza, informazione, libertà, salute, tecnologia, occultando la violenza del dominio, sopraffazione, sfruttamento, inquinamento.

Chi continua a pensare alla necessità di immaginare e concorrere ad “altro” dallo status quo è archiviato come arcaico visionario e sbeffeggiato come patetico velleitario, anche quando – è il caso di Brancaccio che ha lanciato la provocazione “Catastrofe o Rivoluzione”,  volonterosamente si impegna su soluzioni concrete e addirittura praticabili sia pure con il limite di concentrarsi su aspetti squisitamente “economicistici” e meccanicistici, controllo dei movimenti di mercato e di capitali, riduzione del “liberoscambismo”, approfittando dei conflitti interni al Capitale per minarne la potenza maligna, senza poter ragionevolmente contare su  strategie di controtendenza espansive: politiche fiscali e monetarie, allargamento del welfare, estensione del reddito di esistenza, di tipo keynesiano.

Il fatto è che, come ha scritto qualcuno, viviamo nel pieno di una crisi del pensiero che segna il primato del “ritiro”, dell’Aventino di quelli che potrebbero immaginare e aiutarci a praticare una opposizione al totalitarismo, che hanno scelto di appartarsi macerandosi nella frustrazione e nell’impotenza, dimissionari rispetto alla possibilità di mettere in discussione le regole del gioco.  

E che ci servirebbero più che mai in presenza di un’emergenza che – come accade da anni – diventa “metodo di governo”  esautorando il Parlamento e demolendo la superstite partecipazione  nei soliti modi, la minaccia e la paura, la  repressione e l’indigenza e costringendo alla abdicazione con il  benessere materiale, di libertà e garanzie personali e collettive, di tutele giuridiche e lavorative e di diritti,  in cambio di salute e sicurezza.

Con una intuizione geniale Carlo Formenti ci ricorda che ormai il marxismo da alcuni viene assimilato al terrapiattismo, per significare appunto la ridicola marginalità di chi conserva il rispetto e la speranza nel crescere e nel fruttare di un nocciolo rivoluzionario, deriso come se volesse realizzare barricate, promuovere prese della Bastiglia, alzare ghigliottine. Lo stesso trattamento però lo dovremmo riservare invece a chi aspetta l’effetto demiurgico dell’eutanasia del capitalismo che starebbe vivendo la sua fase estrema in presenza di contraddizioni e conflittualità endogene. E l’effetto finisce per essere sempre quello del sopravvento della disincantata impossibilità di agire.

Qualcuno invece nutre qualche aspettativa, quella che come il sistema ha saputo e sa rendersi malleabile e adattarsi condizionando e  subordinando i contesti politici e sociali ai propri interessi, proprio questi potrebbero mutuarne le capacità e le “abitudini”, riproducendole e imparando a usarle.

In giro per il mondo c’è qualcuno che ci pensa, che ritiene che  dal ripetersi dei crisi possa germinare un pensiero  inteso a fare di più e meglio che trasformare la dimensione della produzione, occupandosi di portare alla luce quelle “dimensioni” relegate sullo sfondo dalla vernice dei “valori” e delle simbologie  di moda che si riducono alle opposizioni artificiali fra solidarismo ed egoismo, interesse generale e interessi particolari, aspirazione al progresso e orientamento verso la conservazione, con l’intento di neutralizzare il vero conflitto, quello di classe.  

In tutto questo chiacchiericcio sulla fase postbellica, si dovrebbe alzare la voce di chi, dopo la distruzione della società compiuta in anni e anni, crisi dopo crisi, emergenza dopo emergenza, vuole costruirsi l’altro possibile. E conquistarsi anche l’impossibile.


Bambini che giocano alla ghigliottina

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Faccio autocritica, non sono una rigorosa e scrupolosa complottista, vado a braccio e mi faccio possedere dal pregiudizio, favorevole o sfavorevole che sia.

Così c’ho messo un po’ a rendermi conto che questo governo non è un’accolita di improvvisati improvvisatori che sa tenere la barra dritta solo quando scrive sotto dettatura le regole caldamente raccomandata da Confindustria, che si muove come una banda di ubriachi che va dietro al ribollir dei tini, sia che consista nel business della mascherine, in quello dei banchi a rotelle, o dei padiglioni rosa per invogliare al vaccino in bimbi riottosi, che dopo mesi di si può fare, poi no non si può fare, di è permesso, e no è proibito adotta la linea dura copiando il compito della secchiona tedesca prima della classe, che – lo so l’elenco è lungo – continua a mettere in scena il copione della baruffe con le regioni ad uso di ambo i contendenti per far dimenticare colpe passate, presenti future disperdendole nelle nebbie di competenze e poteri, che alterna bastone e carota con una predilezione per la seconda,  minacciando e comminando sanzioni per attuare il suo sistema vincente che consiste nel rivendicare i meriti del pochissimo che sembra andar bene e addossare le colpe del tutto che va male alla massa incivile, riottosa, inurbana e irresponsabile.

Invece dietro a quell’accozzaglia di tracotanti incompetenti, di titubanti decisionisti a intermittenza, con i loro commissari straordinari in perenne conflitto di interessi e neuroni – certamente pochi rispetto alla molteplicità di incarichi, con i loro pallottolieri al lavoro per fare le nozze e i vaccini coi fichi secchi, con i loro sacerdoti della scienza che si contraddicono perfino con loro stessi, tra apocalisse e fiduciosa consegna alla legge del lasciar fare alla natura, tra viks vaporub e polivalenti, ecco là dietro ci devono essere dei geni della strategia politica e di scienza della comunicazione, che, non è la prima volta, funziona meglio quando non c’è, o è confusa e produttrice di confusione.

Vi ricordate quando si diceva che il successo della Lega dipendeva in larga parte dalla supericiliosa indifferenza del sistema dell’informazione e della tv pubblica che trattava l’esercito padano con tanto di elmi cornuti come fenomeni da baraccone?

Vi ricordate quando il trionfo die 5stelle veniva attribuito allo stesso trattamento schizzinoso riservato  da giornali, televisioni, mass media e vari persuasori e pensatori?

Qualche tecnico della percezione ha approfittato delle sia pur caute riserve avanzate all’operato del Conte 2  per promuovere l’esecutivo vigente a incarnazione dello spirito di abnegazione, con il sostegno a corrente alternata dei pensatori e intellettuali sotto l’ombrello del Manifesto,  in combinazione con il dilettantismo degli addetti ai lavori dall’incerto curriculum.

E il successo è stato assicurato: il vuoto di una informazione di  servizio, il marasma nel quale versa quella scientifica, le vergognose prestazioni dei media nei quali si succedono le cronache del dolore a cura di improbabili insider che amplificano le urla dei degenti, con le veline delle lobby proprietarie  che reclamano aiuto alle imprese e alle lobby, hanno prodotto un gran pieno pop e rock (ci manca solo Celentano), un berciare di popolo e di Pasquini e Masanielli del web che implorano pena di morte per gli sciatori, il gulag isolazionista per i compulsivi dello shopping in centro, il tribunale e poi la gogna minorile per i bulletti che si dedicano a risse stradali come facevano prima del Covid.

Sono dei geni, hanno montato un po’ di ghigliottine virtuali, messo in fila le sedie per gli spettatori che sferruzzano e applaudono a ogni cader di teste in Place de la Concorde dei social, così, distratti dalla spettacolo da vivo, sbagliamo colli, facciamo salire sulla carretta i nostri e quelli che stanno peggio di noi, mentre loro se ne stanno al riparo fisicamente e moralmente.

E i più tra una maglia rasata un punto riso si sprecano per difendere l’operato di ministri e “governatori” coinvolti in miserabili vicende opache ancora assisi serenamente sulle loro poltrone, di personaggi discutibili che circolano di incarico in incarico al servizio di multinazionali criminali,  di partiti e movimenti disonorevoli che sbrodolano le loro schifezze solo apparentemente conflittuali, per poi ritrovarsi mirabilmente uniti nel difendere i loro interessi non solo elettorali, il tutto  nel timore che ci possa essere di peggio, come se l’avvicendamento di  chi dà gli ordini al boia potesse ancora comportare qualcosa di più insano e velenoso di quello che ci sta capitando, salvo per il cappuccio nero o l’affilatura della lama.  

Che poi quel peggio che temono, quel Male maggiore, pur deplorato per la sua ferina violenza, rappresentata dal solito energumeno, è materializzato già da una po’ nel pensare comune suscitato  dal fondo e autorizzato contro gli “altri”, stranieri, minoranze, comprese quelle di chi non si adatta alla narrazione dell’ideologia imperante, se (ne ho scritto qui https://ilsimplicissimus2.com/2020/12/12/censis-il-novelliere-dei-regimi/ ) il Censis denuncia che una percentuale altissima di cittadini pretende le maniere forti e la repressione cruenta  per chi non si associa alle misure di emergenza, se una bella percentuale vorrebbe la pedagogica reintroduzione della pena di morte, se tanti, basta scorrere il social più frequentato, proprio come piccoli Toti e graziose Lagarde suggeriscono di farsi una ragione delle leggi naturali e dunque anche di quelle di mercato, che giustamente esigono  il sacrificio degli improduttivi.

Sono stati sorprendentemente capaci nel legittimare e diffondere una forma di populismo lazzarone, quello che concede a chiunque si sia riservato un tribuna in rete la potenza gaglioffa di giudicare, di comminare pene, di emettere sentenze morali. E di sentirsene investiti grazie a una superiorità che deriva perlopiù dall’avere conservato quel minimo kit di sopravvivenza da “ceto medio” sopravvissuto, che non li fa viaggiare su bus e metro stracolmi, non li fa correre per la città in motorino per consegnare merci ai critici di Neflix e agli opinionisti sul Facebook, non li costringe a stare in officine e uffici malsani sotto ricatto di perdere il posto non garantito e il salario incerto.  

È proprio vero, come dice Brecht,  arriva il momento di sciogliere il popolo, quando si è fatto retrocedere non a branco, che i lupi ne rispettano le regole, ma a gregge feroce.


Vespa Littoria

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma da qualche mese, e con più veemenza in questi giorni, non ci hanno spiegato che con i negazionisti c’è poco da fare, che è vano controbattere con argomentazioni razionali, che è inutile discutere che tanto vivono una realtà parallela e non si fanno persuadere nemmeno dalle verità accertate? Non ci hanno detto che si tratta di disturbati sociopatici che è preferibile conferire in qualche istituzione totale o rinchiudere in casa senza assistenza sanitaria e senza vaccino del quale sono immeritevoli?

Fosse così, questa soluzione mi sembra la pena giusta per Bruno Vespa, invece ci di fargli fare le ospitate nella stessa tv della quale è dipendente, alla faccia del conflitto d’interesse che sulla stampa ( mica solo là se pensiamo al cumulo di incarichi e remunerazione di Arcuri, anche senza andare a un passato recente) è sempre stato favorito a vedere i soffietti ai giornalisti produttori instancabili di antologie dei loro immortali articoli e memoriali, le colonne di interviste fiume del collega. che poi reclama lo stesso favore appena dà alle stampe il suo instant book. 

Sarebbe una bella soddisfazione condannarlo al cono d’ombra, proibire per evidente apologia la vendita della sua strenna natalizia dal titolo inequivocabile Perché l’Italia amò Mussolini, sottotitolo:  (e come è sopravvissuta alla dittatura del virus)invece di stare a confutare, come se valesse questa fatica, le ignobili bugie confezionate in 420 pagine al costo di 20 euro, dai treni in orario (ma quello lo abbiamo sentito da fonti più autorevoli della sua ), alla bonifica delle paludi – “ispiratrice del new deal di Roosevelt”, ipse dixit- dalla settimana lavorativa di 40 ore, al dopolavoro, dal sostegno alla maternità, alle colonie marine.

Con lui si che varrebbe l’impiego del termine, così come sarebbe valso per le frottole di altri cronisti prestati alla manipolazione della nostra storia per sceneggiare l’epica delle “opposte macellerie”, in grazia delle teorie espresse spudoratamente dell’ex presidente della Camera con l’equiparazione dei martiri della Resistenza agli “ingenui” ragazzi di Salò,  o per gli accademici specializzati in foibe e promotori di altre Giornate della Memoria da opporre non a quella rituale, ma con più probabilità al 25 Aprile o al 2 Giugno.

Con il sostegno di un ente di Stato che gli offre una tribuna, di un ceto politico che a dispetto di avvicendamenti e ricambi continua a esibirsi nel suo salotto, di media ch,e abituati a aspettare i gossip, le intercettazioni e i pizzini delle cancellerie, saccheggiano le anticipazioni dei suoi libri con le indiscrezioni e le confessioni a orologeria dei potenti,  non ha nemmeno bisogno di ricorrere ai sistemi di Irving o Faurisson, non ha bisogno di replicare a prove schiaccianti, perché gode dell’eterno miracolo che perfino di questi tempi si rinnova, il credito dato a quello che ha detto la televisione

Per un po’ mi sono compiaciuta che in rete qualcuno condividesse la locandina apparsa sulle vetrine di qualche libreria: qui non è in vendita il libro di Bruno Vespa e che altri si prendessero la briga di confutare le cialtronate già riportate sconsideratamente dalla stampa amica.

Che malgrado le condizioni particolari che siamo obbligati a vivere, lo stato di eccezione che veniamo continuamente sollecitati a accogliere di buon grado e che comporterebbe la necessaria rinuncia a diritti e libertà personali e collettive, ci sia qualcuno che  rammenta che non si stava meglio quando si stava peggio, che bisogna guardarsi da chi denigra il dissenso per delegittimarlo ancora prima dell’olio di ricino, da chi encomia come espressione di senso civico la delazione.

Che ricordi che prima di portare in guerra un Paese, l’eroe oggetto di questa agiografia, l’aveva affamato, umiliato, aveva cancellato partiti, sindacati, aveva chiuso la bocca ai giornali in modo che  ci fosse una sola voce a parlare, rammentandoci che la storia si ripete.

Opera meritoria, per carità ma che la dice lunga sulla qualità dell’antifascismo da tastiera, quello che occorre per sentirsi culturalmente, socialmente e moralmente migliori,  quello che sale in superficie dal mare delle sardine, quello che riduce i valori della Resistenza e della Costituzione all’impetuosa denigrazione dei due De Rege, Salvini e Meloni, che non si sa quale dei due è il cretino invitato a venire avanti,  facendo sorgere il sospetto che a essere cretini siano quelli che pensano che il Male assoluto sia incarnato solo da loro, così da perdere di vista le altre forme, quello minore, quello comune mezzo gaudio, quello in peggio, quello “poco” che non vien per nuocere, quello che secondo Andreotti è preferibile pensare per non essere colti di sorpresa.

Parlo dell’antifascismo concesso dall’ideologia del politicamente corretto, perfetta combinazione   del liberismo finanziario, cosmopolita e globalista con la retorica  “progressista” uniti dal comune contrasto ai  “populismi” ed ai “sovranismi”, marchi vergognosi appioppati indifferentemente a chiunque osi mettere fuori la testa dalla spirale di silenzio, conformismo e soggezione.

Così si dimostra che gli slogan indirizzati unicamente contro la violenza verbale, i grugniti e i versacci bestiali del gran buzzurro  ( che, come Trump, ha la formidabile capacità di suscitare un odio catartico che ci monderebbe da tutti i peccati)  non servivano ad altro che a far passare come prova di liberalità e pluralismo la tolleranza per una ideologia e una retorica del totalitarismo nel quale viviamo. E che, a differenza di quanto avveniva nei Regimi del passato, non aveva bisogno  almeno finora,  di censura esplicita, o intimidazione concreta, se menzogna, contraffazione, manipolazione si rivestono  della credibilità e dell’autorità di poteri  economici, culturali, sociali, tecnici, “morali”,  i cui messaggi non vengono urlati, minacciati, comandati,  ma passano e vengono raccolti sotto forma di marketing, informazione, pubblicità, format televisivi, intrattenimento, spettacolo per dimostrarci che quello è lo stile di vita cui è doveroso oltre che desiderabile uniformarsi e per raggiungere e mantenere il quale è legittimo sacrificare principi, valori, diritti, libertà.

Quando sarà cominciato tutto questo, quando dall’ostracismo che colpì lo storico De Felice, colpevole di indulgenza esercitata tramite una operazione che venne definita “filofascista o fanfaniana se si avesse voglia di scherzare….  per il rilancio di una storiografia opportunista, rispettosa dei potenti e leggittimatrice degli equilibri sociali costituiti”, in realtà reo soprattutto di aver considerato l’ipotesi non remota che il Duce avesse goduto di un ampio consenso popolare, siamo passati al recupero della sua figura, in modo, per una non singolare coincidenza,  da restituire credito a altri golpisti, corrotti e corruttori, amici dei mafiosi e dei banchieri, ladri di beni pubblici, puttanieri, e razzisti.

Quando sono cominciati in grande stile l’oblio e i tradimenti a cominciare da quelli contro la Costituzione, all’articolo 1 col diritto al lavoro, il 33 e 34 con quello allo studio, al 41 secondo il quale è vero che l’iniziativa privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con ’utilità sociale o in modo da recar danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana?

Quando ci siamo fatti persuadere che il mantenimento dell’ordine pubblico, la tutela del decoro e poi la salvaguardia sanitaria valessero la criminalizzazione delle manifestazioni di  dissenso e la penalizzazione della povertà che rovina le reputazione?

Quando dopo che per anni siamo stati convinti che l’unico diritto da mantenere inalienabile fosse quello a consumare e allo stesso modo ci siamo poi fatti convincere che siamo stati colpevoli di aver voluto troppo e perciò meritevoli di rinunce punitive?

Quando abbiamo accettato che il lavoro si trasformasse in servitù ricattabile, precaria, mobile, poi in cottimo e caporalato agile a norma di legge e per fini salvifici, infine in schiavitù? Che allo stesso caporalato si affidasse la scuola destinata a essere una fabbrica di ignoranti soggetti a intimidazioni , specializzati in mansioni esecutive e quindi addestrati all’obbedienza come i figli della Lupa?

Quando, grazie all’opera di rimozione del passato coloniale, abbiamo permesso che si replicasse sul scala il format imperialistico ai danni del Paese e all’interno del Paese, condannandoci a essere Terzo Mondo e allestirne uno interno?

Quando si è fatta strada la convinzione che soffrissimo della concorrenza sleale  di una massa povera, affamata  e disperata che dopo viaggi inenarrabili ci porta a casa e fa vedere quello che potrebbe capitare anche a noi?

Quando abbiamo consentito che l’informazione si concentrasse in un unico servizio Rai-Mediaset (oggi salvata da possibili aggressioni grazie a impegno unanime), in un giornale unico nelle mani della dinastia che ha maggiormente approfittato dell’assistenzialismo statale, per poi lasciare sdegnosamente quello stesso generoso e benefico elemosiniere e recentemente garante, diventando per giunta produttore in regime di monopolio di dispositivi sanitari dei quali non è più lecito mettere in dubbio l’utilità?

E da quando piangiamo per la sottrazione del Natale se a sempre più persone manca la sussistenza, mancano cure e assistenza, manca l’accesso all’istruzione e alla bellezza? Ma ci concedono la strenna di un fascismo mai finito, sempre riproposto e che sempre si rinnova?


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