Non è un virus per giovani

vel Anna Lombroso per il Simplicissimus

Avrete osservato anche voi che non c’è chef televisivo che non confessi con delicata commozione che la ricetta improbabile che sta confezionando sotto lo sguardo estatico del pubblico non pagante e che combina tradizione e innovazione, è proprio quella della nonna, dalla quale ha appreso i segreti che l’hanno reso celebre per il raviolo senza sfoglia, il tiramisu scomposto e la trippa con l’irrinunciabile foglia d’oro.

E non c’è atleta che non esibisca la figura iconica di un nonno che ha creduto in lui, che lo ha spinto all’agonismo e gli ha mostrato la bellezza della competizione sportiva, portandolo con sé alla bocciofila.

Oddio, a vedere le performance delle generazioni vigenti verrebbe da dire che la lezione degli avoli sia stata volonterosa ma manchevole di forza pedagogica. Ma in compenso la punizione che la contemporaneità riserva agli anziani è decisamente eccessiva, se, come ormai è d’uso, alla narrazione retorica del rispetto per le tempie canute, all’ipocrita difesa dei vincoli affettivi intergenerazionali, alla memorialistica e aneddotica individuale sui magnifici ammaestramenti morali impartiti dai vecchi, corrisponde  una ferocia pubblica, ma anche privata, che condannano a veloce obsolescenza e scomparsa dal consorzio civile quelli che non sono più attivi nel processo produttivo.

Si è avuta la generosità di sopportarli finché contribuivano con quelli che il cavaliere eternamente giovane chiamava i fondamenti sani della nostra economia patriarcale, risparmi, pensioni, piccole proprietà, messi a diposizione per pagare assicurazioni, mutui, studi, fondi integrativi dei figli e dei nipoti.

Ma adesso che anche quella pacchia è esaurita per via di un sistema previdenziale che tratta le pensioni come dissipata beneficienza e non come diritti acquisiti col lavoro, per via di un sistema sanitario cancellato in favore di una assistenza privata esosa e imprescindibile, sono diventati superflui, anzi dannosi nella loro qualità di soggetti parassitari che pesano sui bilanci delle società democratiche.

Per carità non credo che il Covid19 sia un virus evaso dai laboratori della Lagarde o della Fornero che lo conservavano vicino alle gabbiette del canarino e del cucciolo di boa  conscrictor  che è loro animaletto domestico simbolo,  ma è certo che l’epidemia ha rappresentato la torva allegoria o meglio l’opportunità per la legittimazioni di una desiderabile selezione malthusiana che era già in corso, ma in forma non esplicita. L’occasione per fare in modo che diventasse eticamente ineluttabile,  dunque accettabile, la scelta tra la vita di un baldo trentenne e la sopravvivenza a breve di un inutile settantenne, tra le prestazioni riproduttive di una giovane donna e i servizi sostitutivi del baby sitting di una ottantenne.

Certo c’è ancora qualche sacca di resistenza superficiale a questa vulgata dello stato di necessità al tempo del colera, che ha dato forma a uno stato di eccezione anche morale. Ma ha solo la funzione di esercitare l’attività di rimozione cominciata già quando si immaginava cosa succedeva dentro a ospizi, case di riposo, dei quali il Trivulzio di questi giorni rappresenta la degenerazione aberrante,  ma spesso rivelato da scandali a base di maltrattamenti, sfruttamento, plagi, furti, soluzioni finali, sospettati ma poi coperti non solo dal sistema privatistico che ci campava, ma pure da cerchie familiari che a ragione, in mancanza di strutture, servizi  e aiuti, o che a torto per liberarsi da un peso concreto e emotivo, conferivano i loro anziani in discariche temporanee prima di quelle definitive.

Che esistessero gerarchie e priorità che imponevano selezioni fatali si sapeva già. Lo sapeva chiunque avesse avuto un congiunto anziano,  costretto a una malinconica presa d’atto delle  condizioni di inevitabile trascuratezza cui veniva lasciato in ospedale ma pure nelle case di riposo un genitore o un nonno colpevole di avere minori aspettative di vita, chi aveva dovuto subire il mantra del “se ne faccia una ragione, suo padre/ sua madre, ha fatto la sua vita”, chi ha avuto conferma che le graduatorie per cure e diagnostica, per non parlare dei trapianti e di interventi delicati, sono sottoposte a criteri arbitrari, che accudimento e cure in condizione di invalidità sono accessibili solo a chi se le può pagare.

L’escalation di questo atteggiamento è stata autorizzata, è ormai banale dirlo, con i tagli alla spesa sanitaria, lo smantellamento delle infrastrutture, la fine della ricerca, delegata alle industrie, con le restrizioni che hanno ridotto prevenzione e diagnostica, con il concorrere di condizioni ambientali che favoriscono l’insorgenza di malattie a carico die soggetti più vulnerabili e esposti.

Ma ora ha avuto una impennata perché l’emergenza, l’obbligatorietà dell’isolamento minaccia la tenuta dello stato di salute fisico e emotivo delle persone anziane, quelle che per anni in funzione di consumatori più attivi erano diventate pantere grigie protagoniste di pubblicità e di una narrazione incoraggiante su amori, passatempi, sport, turismo, piaceri “senili”, costrette ora a una accelerazione della condizione di vecchi, in una solitudine e in un confinamento coatto, nel quale mancano relazioni affettive, rapporti di amicizia, lo svolgimento di quelle attività che sono tra l’altro gli indicatori reali della propria efficienza e autonomia.

Per anni una cattiva stampa al servizio di cattivi regimi ha voluto persuaderci che siano stati gli anziani a rompere i patti generazionali, con la colpa di non aver assicurato alle generazioni a seguire uno status migliore di quello che avevano trovato o contribuito a crearsi, per aver troppo preteso e troppo goduto.

E la loro lettura politica della storia è riuscita nell’intento di colpevolizzare con i vecchi anche il loro contributo al riscatto dai totalitarismo del secolo breve,  mentendo per raccontare che la memoria è un intralcio al futuro, che i ragazzi di oggi sono vittime perché saranno i primi a avere meno dei loro genitori, che sono gli ottantenni, i settantenni, i sessantenni di oggi correi di guerre di conquista, inquinamento e cambiamento climatico, dissipazione di risorse.

In effetti ci sono ottantenni, settantenni e sessantenni colpevoli e irriducibile, ci sono vecchi maledetti che continuano a accaparrarsi ricchezze, a voler governare il mondo giocandoci a palla, a accumulare tesori sfruttando e rubando. E ci sono giovani che scelgono di stare al servizio di vetusti regnanti e generali bacucchi sperando che prima o poi tocchi a loro sostituirli.

Ma intanto a morire abbandonati, addolorati, soli, affamati, esclusi, non sono loro che possono comprarsi tutto anche la giovinezza, sono gli altri, tanti, troppi, e con loro anche l’idea di dignità, solidarietà, libertà.

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2 responses to “Non è un virus per giovani

  • Aldo

    Come commentare un pezzo che dice già tutto e in modo sublime sulla condizione dei vecchi?
    Direi solo grazie
    aggiungendo mestamente che la condizione dei vecchi è un sottoprodotto di un sistema che fa del profitto il suo unico credo

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  • Non è un virus per giovani | infosannio

    […] (Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Avrete osservato anche voi che non c’è chef televisivo che non confessi con delicata commozione che la ricetta improbabile che sta confezionando sotto lo sguardo estatico del pubblico non pagante e che combina tradizione e innovazione, è proprio quella della nonna, dalla quale ha appreso i segreti che l’hanno reso celebre per il raviolo senza sfoglia, il tiramisu scomposto e la trippa con l’irrinunciabile foglia d’oro. […]

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