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25 Aprile, la festa in maschera

bel Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi proprio non mi va di unirmi al coro di Bella Ciao, mai cantata dai miei genitori, papà comandante partigiano, mamma staffetta con i volantini e pure la rivoltella nella bella borsa di cuoio a secchiello comprata nel negozio di San Salvador, che preferivano di gran lunga l’Internazionale e Bandiera Rossa.

Non mi va nemmeno di partecipare all’adunata virtuale dei “resistenti” che dai tenaci arresti domiciliari si sottraggono alla tentazione di una corsetta, del rito del sabato al supermercato, della gita al primo sole di Fregene.

Mi asterrò anche dai pistolotti canonici e dalle liturgie ufficiali che consacreranno martiri i nuovi combattenti nelle trincee delle strutture ospedaliere, delle fabbriche, delle consegne a domicilio, dei supermercati, che, se è vero che siamo di fronte a un morbo insidioso e quasi incontrastabile, ciononostante vengono mandati come i loro nonni, in battaglia con gli stivali di cartone e a sfidare i gas con la sciarpetta sferruzzata dalla mamma.

Non credo si sbagliasse Enzensberger a scrivereai tempi del fascismo non sapevo di vivere ai tempi del fascismo”. Spesso nella storia la nascita e il consolidarsi di una regime è stato oggetto di inconsapevolezza e incredulità da parte del popolo prima sull’orlo dell’abisso poi trascinato in avventurismi criminali, negati a posteriori, rimossi o giustificati, dopo, da una spirale di silenzio e conformismo.

Ma nella nostra contemporaneità, grazie alla circolazione di informazioni, all’evidenza spettacolare e gridata di atti e proclami, nessuno dovrebbe essere tenuto a dire non vedo, non sento, non capisco, nessuno dovrà poter dire non sapevo, non volevo.

La stretta sulle libertà individuali e collettive originata da un stato di eccezione con la revoca di principi costituzionali e la restrizione e cancellazione di diritti, è l’iceberg affiorato dall’oceano delle disuguaglianze, della repressione esercitata da un ordine che aspettava solo di diventare esplicitamente militare, dalla cancellazione di diritti, dello stato di diritto e dello Stato, retrocesso a elemosiniere del padronato, grazie ai soldi che raccatta da esattore, macellaio delle garanzie e delle prerogative che dovrebbe assicurare i cittadini.

Non occorreva far scappare un virus da un laboratorio, non occorreva orchestrare un complotto: altri ce ne sono stati per organizzare il programma dell’austerità, per strozzare paesi, per espropriare di poteri e competenze nazioni, per indebolire parlamenti e rappresentanza e per umiliare democrazie colpevoli di essere nate da lotte di liberazione “socialiste”.

E infatti ormai dovrebbe essere sotto agli occhi di tutti che siamo spettatori di un ultimo atto, dell’accelerazione di una cospirazione che ha una chiara matrice ideologica, proprio grazie alla narrazione della eclissi delle ideologie, dimostrando che si sono oscurati valori, principi, aspirazioni per far posto a una religione, il neoliberismo, che ha innervato tutto e occupato gli ambiti della comunicazione, dell’azione politica e della riflessione, come se fosse un fenomeno naturale con leggi, quelle del mercato, fatali e incontrovertibili.

Eppure siamo ancora qua a fingere che il totalitarismo, il fascismo, sia un rischio aleatorio che si contrasta cantando Bella Ciao, esponendo al pubblico ludibrio, ultima cosa rimasta pubblica grazie a un clic del tribunale di Facebook, il bruto peraltro sempre molto invitato e propagandato dai media, celebrando l’amore che deve vincere sulla violenza dei conflitti, quando l’unica fiamma di lotta che si vuole estinguere è quella di classe. Mentre ben altre guerre si dichiarano ogni giorno, quelle coloniali, certo, ma anche quelle generazionali contro i vecchi che pesano sulla società a partire dai 60 anni, esposti alla malattia ma non alla pensione, contro le donne che devono tornare a coprire ruoli subalterni e sostituivi dei servizi, contro principi etici che sono alla base del diritto retrocessi a fastidiosi moralismi da professoroni, contro il sapere ridotto a specialismo settoriale, in modo che non si permetta di svolgere una funzione critica.

E così questo antifascismo senza resistenza, che aspetta la liberazione dalle misure di contenimento del virus, rivendicando l’eroismo dell’obbedienza a leggi marziali, tracciamenti orwelliani, disuguaglianze infami secondo le quali ci sono soggetti più meritevoli di salvezza e altri  esposti per meritarsi la pagnotta, si è ridotto a prodotto di consumo coi suoi gadget, Bella Ciao, le sardine, le petizioni che non hanno mai il coraggio di diventare raccolte di forme per impugnare leggi vergognose, le icone disobbedienti che piacciono soprattutto a chi poi vota un primo cittadino sceriffo, un presidente che vuole più autonomia di spesa sanitaria malgrado le statistiche sui record di Piacenza, un  diversamente Salvini più educato e accettabile.

Abbiamo imparato a riconoscerli questi antifascisti del tradimento e dovremmo imparare a diffidare di questo progressismo liberista che si delizia che l’edicolante inalberi il cartello con cui proclama di non vendere più Libero, come se la cattiva erba da estirpare fosse solo quella, sguaiata e cialtrona,  quando  la definitiva annessione di Repubblica al cartello di Medellin della stampa drogata altro non è che un  segnale  definitivo dell’estinzione dell’informazione cartacea  nelle mani di una editoria impropria e di una corporazione assoggettata. E quando da anni si assiste in silenzio alla fusione ideale, culturale, organizzativa, chiamatela Raiset o Mediarai, a sancire il tramonto di qualsiasi contrasto al conflitto di interessi, alla personalizzazione e alla spettacolarizzazione della politica, alla commercializzazione della società.

È l’antifascismo che sta bene a chi partecipa della simulazione di un pensiero comune, di un’opinione pubblica, che altro non è che l’espressione di un ceto che si sente ancora al sicure in una tana apparentemente protetta, che gode di un margine di beni, certezze e cultura che dona loro la percezione di una superiorità e quindi di una protezione dai rischi che corre chi non si merita la salvezza per incapacità ignoranza, indolenza. Quello  di chi  può sentirsi dalla parte giusta senza fatica, senza responsabilità grazie al fatto che una spirale di conformismo iniquo ma educato ha permesso di accreditare come fascisti  vecchi rottami, bulli inveterati, buzzurri dichiarati.

A questi antifascisti di maniera è stato permesso di vincere facile facendo propria la manomissione di valori della resistenza, che ha confinato nel deplorevole sovranismo la rivendicazione di poteri e del potere sul loro controllo, in modo che nessuno un domani potesse dichiarare la sua innocenza per impotenza davanti agli anziani morti di influenza e polmonite, davanti al martirio di Taranto, davanti ai senzatetto arrestati e a Nicoletta Dosio in galera per aver denunciato una macchina da corruzione e oltraggio al territorio e al bene comune.

E’ la stessa manomissione che, grazie all’anatema lanciato contro il populismo,  ha stabilito la secessione di una élite autoproclamatasi migliore e degna di rispetto e trattamenti speciali e agevolati dalla massa, spingendola a trovare ascolto e rappresentanza in una destra esplicita e dichiarata rispetto a un progressismo riformista convertito all’ideologia liberista tanto   da abdicare a ogni velleità anticapitalistica per concentrarsi sui cosiddetti diritti civili, elargiti al minimo,   avendo demolito l’edificio costituzionale di quelli fondamentali, come se potesse esistere una gerarchia e la perdita degli uni potesse rafforzare gli altri.

E infatti sono quelli, gli antifascisti della slealtà, in prima linea nella trincea domestica dell’ubbidienza salvapelle, appagati della mera sopravvivenza, preoccupati che questo incidente prevedibile della storia possa minacciare la loro caverna, non accorgendosi che è già diventata una gabbietta di quelle per le cavie, attrezzata con scalette per arrampicarsi sui mutui, i prestiti elargiti come mance a rendere, le bollette, le fatture di quei surplus, Neflix o Erasmus, fondi pensione o assicurazioni sanitarie, che li fanno illudere di essere esenti, risparmiati dal fallimento della società.

Sono loro che aspettano la liberazione per andare sulle metro dotata dopo due mesi e più delle limitazioni al contatto finora inesigibili da altre cavie meno pregevoli, per permettersi di andare in stabilimenti balneari privati attrezzati grazie al prolungamento di concessioni vergognose, di opportune strutture difensive, per farsi intercettare da un’app salvifica che ha l’intento di controllare ma soprattutto l’interesse a affidare alla tecnologia della sorveglianza la soluzione die problemi strutturali che il sistema non sa e non vuole affrontare.  E per andare in montagna, ma dopo, troppo tardi, non volendo sapere che è finito il tempo delle gite, perché la valanga sta già precipitando anche su di loro.

Cantano Bella Ciao, con la mascherina e sul divano, tappandosi le orecchie per non sentire che il vento fischia ancora e ancora urla la bufera.

 


Non è un virus per giovani

vel Anna Lombroso per il Simplicissimus

Avrete osservato anche voi che non c’è chef televisivo che non confessi con delicata commozione che la ricetta improbabile che sta confezionando sotto lo sguardo estatico del pubblico non pagante e che combina tradizione e innovazione, è proprio quella della nonna, dalla quale ha appreso i segreti che l’hanno reso celebre per il raviolo senza sfoglia, il tiramisu scomposto e la trippa con l’irrinunciabile foglia d’oro.

E non c’è atleta che non esibisca la figura iconica di un nonno che ha creduto in lui, che lo ha spinto all’agonismo e gli ha mostrato la bellezza della competizione sportiva, portandolo con sé alla bocciofila.

Oddio, a vedere le performance delle generazioni vigenti verrebbe da dire che la lezione degli avoli sia stata volonterosa ma manchevole di forza pedagogica. Ma in compenso la punizione che la contemporaneità riserva agli anziani è decisamente eccessiva, se, come ormai è d’uso, alla narrazione retorica del rispetto per le tempie canute, all’ipocrita difesa dei vincoli affettivi intergenerazionali, alla memorialistica e aneddotica individuale sui magnifici ammaestramenti morali impartiti dai vecchi, corrisponde  una ferocia pubblica, ma anche privata, che condannano a veloce obsolescenza e scomparsa dal consorzio civile quelli che non sono più attivi nel processo produttivo.

Si è avuta la generosità di sopportarli finché contribuivano con quelli che il cavaliere eternamente giovane chiamava i fondamenti sani della nostra economia patriarcale, risparmi, pensioni, piccole proprietà, messi a diposizione per pagare assicurazioni, mutui, studi, fondi integrativi dei figli e dei nipoti.

Ma adesso che anche quella pacchia è esaurita per via di un sistema previdenziale che tratta le pensioni come dissipata beneficienza e non come diritti acquisiti col lavoro, per via di un sistema sanitario cancellato in favore di una assistenza privata esosa e imprescindibile, sono diventati superflui, anzi dannosi nella loro qualità di soggetti parassitari che pesano sui bilanci delle società democratiche.

Per carità non credo che il Covid19 sia un virus evaso dai laboratori della Lagarde o della Fornero che lo conservavano vicino alle gabbiette del canarino e del cucciolo di boa  conscrictor  che è loro animaletto domestico simbolo,  ma è certo che l’epidemia ha rappresentato la torva allegoria o meglio l’opportunità per la legittimazioni di una desiderabile selezione malthusiana che era già in corso, ma in forma non esplicita. L’occasione per fare in modo che diventasse eticamente ineluttabile,  dunque accettabile, la scelta tra la vita di un baldo trentenne e la sopravvivenza a breve di un inutile settantenne, tra le prestazioni riproduttive di una giovane donna e i servizi sostitutivi del baby sitting di una ottantenne.

Certo c’è ancora qualche sacca di resistenza superficiale a questa vulgata dello stato di necessità al tempo del colera, che ha dato forma a uno stato di eccezione anche morale. Ma ha solo la funzione di esercitare l’attività di rimozione cominciata già quando si immaginava cosa succedeva dentro a ospizi, case di riposo, dei quali il Trivulzio di questi giorni rappresenta la degenerazione aberrante,  ma spesso rivelato da scandali a base di maltrattamenti, sfruttamento, plagi, furti, soluzioni finali, sospettati ma poi coperti non solo dal sistema privatistico che ci campava, ma pure da cerchie familiari che a ragione, in mancanza di strutture, servizi  e aiuti, o che a torto per liberarsi da un peso concreto e emotivo, conferivano i loro anziani in discariche temporanee prima di quelle definitive.

Che esistessero gerarchie e priorità che imponevano selezioni fatali si sapeva già. Lo sapeva chiunque avesse avuto un congiunto anziano,  costretto a una malinconica presa d’atto delle  condizioni di inevitabile trascuratezza cui veniva lasciato in ospedale ma pure nelle case di riposo un genitore o un nonno colpevole di avere minori aspettative di vita, chi aveva dovuto subire il mantra del “se ne faccia una ragione, suo padre/ sua madre, ha fatto la sua vita”, chi ha avuto conferma che le graduatorie per cure e diagnostica, per non parlare dei trapianti e di interventi delicati, sono sottoposte a criteri arbitrari, che accudimento e cure in condizione di invalidità sono accessibili solo a chi se le può pagare.

L’escalation di questo atteggiamento è stata autorizzata, è ormai banale dirlo, con i tagli alla spesa sanitaria, lo smantellamento delle infrastrutture, la fine della ricerca, delegata alle industrie, con le restrizioni che hanno ridotto prevenzione e diagnostica, con il concorrere di condizioni ambientali che favoriscono l’insorgenza di malattie a carico die soggetti più vulnerabili e esposti.

Ma ora ha avuto una impennata perché l’emergenza, l’obbligatorietà dell’isolamento minaccia la tenuta dello stato di salute fisico e emotivo delle persone anziane, quelle che per anni in funzione di consumatori più attivi erano diventate pantere grigie protagoniste di pubblicità e di una narrazione incoraggiante su amori, passatempi, sport, turismo, piaceri “senili”, costrette ora a una accelerazione della condizione di vecchi, in una solitudine e in un confinamento coatto, nel quale mancano relazioni affettive, rapporti di amicizia, lo svolgimento di quelle attività che sono tra l’altro gli indicatori reali della propria efficienza e autonomia.

Per anni una cattiva stampa al servizio di cattivi regimi ha voluto persuaderci che siano stati gli anziani a rompere i patti generazionali, con la colpa di non aver assicurato alle generazioni a seguire uno status migliore di quello che avevano trovato o contribuito a crearsi, per aver troppo preteso e troppo goduto.

E la loro lettura politica della storia è riuscita nell’intento di colpevolizzare con i vecchi anche il loro contributo al riscatto dai totalitarismo del secolo breve,  mentendo per raccontare che la memoria è un intralcio al futuro, che i ragazzi di oggi sono vittime perché saranno i primi a avere meno dei loro genitori, che sono gli ottantenni, i settantenni, i sessantenni di oggi correi di guerre di conquista, inquinamento e cambiamento climatico, dissipazione di risorse.

In effetti ci sono ottantenni, settantenni e sessantenni colpevoli e irriducibile, ci sono vecchi maledetti che continuano a accaparrarsi ricchezze, a voler governare il mondo giocandoci a palla, a accumulare tesori sfruttando e rubando. E ci sono giovani che scelgono di stare al servizio di vetusti regnanti e generali bacucchi sperando che prima o poi tocchi a loro sostituirli.

Ma intanto a morire abbandonati, addolorati, soli, affamati, esclusi, non sono loro che possono comprarsi tutto anche la giovinezza, sono gli altri, tanti, troppi, e con loro anche l’idea di dignità, solidarietà, libertà.


L’eterna giovinezza dei soldi

elsa Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si sa che un certo pugile ha smesso di essere un negro quando è diventato Cassius Clay, l’invincibile.

Si sa che giovinetti efebici e sensibili diventati il bersaglio di lazzi e sberleffi sono passati dal dileggio all’adorazione all’atto di assunzione nell’empireo del fashion. E che uomini repellenti, sgraziati e rozzi hanno potuto intraprendere una carriera di sciupafemmine, appena con la pinguedine si è ingrassato anche il loro portafogli di titoli.

E infatti Berlusconi non sarà mai un vecchio da confinare nell’ospizio dove ha svolto il suo servizio sociale obbligatorio, non per gli effetti demiurgici di lifting, parrucchini e stimolanti delle funzioni vitali di organi di cui probabilmente non ricorda più la funzione, bensì per la sovrannaturale potenza di denaro e del potere che ne consegue.

Più o meno allo stesso modo accade che delle stupide mettano a frutto quell’istinto gregario che viene attribuito al loro sesso per farne una referenza indispensabile per un prestigioso curriculum, in qualità di zelanti esecutrici di disposizioni inique e criminali. Ne ho in mente proprio una che malgrado sia stata la kapò incaricata delle operazioni di macelleria, o forse proprio a motivo di ciò, viene interpellata e ha diritto di parola davanti a uditori estatici e ammirativi dell’audacia della sua faccia come il culo, per rivendicare l’opportunità, anzi la doverosa necessità delle azioni criminogene che ha condotto.

Non mi piace l’esercizio della pubblica umiliazione, spesso esercitata nei confronti di difetti fisici, di questi tempi esplosa per l’ignoranza riferita solo alla parte avversa di chi ha prodotto guasti irreparabili all’istruzione, o per non aver conseguito prestigiosi titoli di studio, dei quali altri “arrivati” in favore dell’establishment pare non abbiano bisogno grazie alla frequenza nell’università dell’ubbidienza al miglior offerente.

Però mi verrebbe voglia di incidere la colonna infame delle donne che hanno esultato per certe quote rosa governative,  di esporre al pubblico ludibrio il compiacimento per la promozione a importante dicastero di una ministra che pare abbia mostrato la determinazione nella difesa dal delitto di lesa maestà, soltanto di un brutto vestito, avendo dimenticato il mandato conferitole dalle lavoratrici della terra.

E ho la tentazione spesso di andare a disseppellire da Google, l’emozionato consenso  offerto alle lacrime di quella madonna del pianto. Quelle ostentate in mondovisione all’atto della condanna di un folto target di lavoratori a concludere la loro esistenza terrena in un limbo senza redenzione, né lavoratori né pensionati né cassintegrati  né assistiti, e tutti quanti  indifferenziatamente all’inferno della negazione dei loro contributi, delle loro quote di remunerazione accantonate, di quei diritti maturati da esigere, come è giusto, una volta raggiunta l’età nella quale si potrebbe meritare il riposo, il godersi piaceri rinviati, hobby, letture, passeggiate, bocce e perfino lo stare a consigliare e criticare gli stradini che fanno i lavori di manutenzione, attività  concessa solo a statisti irriducibili, presidenti emeriti che  si intromettono a tutela degli sciagurati e delle sciagurate iniziative che hanno promosso in piena vigenza.

Perché, per tornare a quanto detto,  c’è una bella differenza tra essere anziani e essere venerabili maestri,  tra essere rottami o invece vegliardi  dispensatori di saggezze mai sperimentate, ma suffragate da carriere immeritate, tanto che viene offerta una tribuna a Cincinnati mai arresi, a prescritti senza vergogna, a testimonial di accertati fallimenti personali e pubblici, redenti per le tempie candide, fatti salvi il ritinto Cacciari e la calvizie di Cirino Pomicino.

Infatti in questi giorni nessuno ha palpitato per i “vecchi” morti non per l’ultima pestilenza, ma per patologie suppostamente sottovalutate, trascurate o oltrepassate con la fretta e l’indifferenza riservate a chi non serve più, non fa profitto e può essere conferito senza rimpianti né rimorsi, a conferma che quelle del mercato sono state promosse a leggi naturali incontrastabili e incontrovertibili, e che la sanità pubblica non dà garanzie e dunque è preferibile, finchè si può, pagare per approvvigionarsi dei servizi privati.

Eh sì, quelli erano solo dei vecchi, mica Camilleri, Kirk Douglas e nemmeno la Lachrimosa di cui sopra, che pur appartenendo ormai a un pubblico a rischio, ne nega l’affiliazione, credendosi non a torto, come succede alle quote del privilegio ereditato, pagato o conquistato a forza di dire si,  esente e con tutta probabilità immortale.

E infatti proprio a lei, Elsa Fornero, in perfetta consonanza con un’altra esponente dei quel genere che sarebbe dotato di superiore e specifica indole all’accoglienza, alla cura, alla sensibile solidarietà femminea,  Madame Lagarde, dobbiamo la pensosa constatazione che gli anziani sono un peso troppo gravoso per i bilanci pubblici, per la società tutta e in particolare per i giovani, compresi quelli i cui Erasmus sono pagati da nonni, o i mantenuti da mamme e da babbi non inquisiti o sotto osservazione per reati bancari.

D’altra parte le due gemelle siamesi di pensiero separate alla nascita grazie, c’è da ritenere alla riuscita asportazione di cervello e cuore, sono le portavoce di una ideologia che ha favorito la rottura dei patti generazionali, incolpando chi ci ha preceduto di approfittare di “leggi e privilegi che si scaricano sulle giovani leve”, di avere goduto dissipatamente di un benessere immeritato, di aver scialacquato beni e risorse, anche quelle ambientali – colpa questa dalla quale, anche grazie a fanciulline più o meno innocenti e inconsapevoli,  sono esentate industrie e governi, di aver vissuto al di sopra delle possibilità. Dimenticando che si deve a loro, alle loro tasse, ai loro contributi che ci siano musei e scuole, la cui distruzione viene alimentata proprio per far scordare che si tratta di “roba nostra”,  che si devono a loro la Resistenza, e poi il boom, lo Statuto dei Lavoratori, l’articolo 18, il diritto di sciopero, quello alla scuola obbligatori, a quelle conquiste che grazie a chi è venuto prima e le aveva in prestito, sembravano inalienabili, mentre siamo noi, noi generazioni correnti che ce le siamo fatte scippare in cambio   di qualche illusione in prestito.

Tutto congiura, Renzi che a  40 anni suonato o Di Maio a 33, età in cui mio papà era comandante partigiano, Pertini al confino e Gramsci morto, sono promettenti ragazzini, mentre un operaio dell’Ilva  o dipendente dell’Alitalia è un rottame obsoleto, immeritevole di essere “salvato” per la sua indolenza che non gli fa comprendere le magnifiche sorti e progressive della dinamica precarietà, della generosa mobilità.

E se Isabelle Huppert o Fanny Ardant si lagnano perché gli sceneggiatori non premiano la loro esperienza con parti adatte alla loro bellezza matura, ci sono centinaia di commesse espulse perché la perdita dell’avvenenza combinata con la presa di coscienza le rende incompatibili alle vendite, e centinaia di   uomini che in assenza di investimenti in formazione sono messi alla porta perché non si adattano alla grande occasione offerta dallo  storm work, magari in assenza di fibra e banda larga, come succede in quasi tutto il Mezzogiorno.

Per amor di verità ci sarebbe da essere grati al Grande Sternuto, che pone fine al ricorso all’eufemismo del politicamente corretto, quello degli audiolesi al posto di sordi,  del non vedente al posto di cieco, di esuberante al posto di licenziato.

Adesso vecchio non è una parola pericolosa o riprovevole. Per le merci usurate e da buttar via non occorre cercare perifrasi pietose, anzi pare sia venuto il tempo, grazie ai buoni uffici dei comandi sovranazionali, già sperimentati presso i nostri vicini e che invece dovrebbero funzionare da test e trailer, di accogliere con sollievo una selezione “naturale” un po’ più accelerata,

 

 

 


Angela caduto dal pero

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

E’ proprio vero, il decadente impero di Occidente non ha rispetto per gli anziani, a contraddire la sua produzione letteraria densa di favolette morali, apologhi, aforismi sulla ricchezza, rappresentata dall’esperienza, sul ruolo pedagogico svolto nella cultura contadina, nel movimento operaio, nella scienza, nelle arti e della letteratura, da grandi vecchi.

Ma come capita nel decadente impero di Occidente e come vuol farci credere la nuova presidente della Bce che buon per lei non ha raggiunto i fatidici 65 anni, non tutti i vecchi sono dei pesi che gravano sulle società, dei molesti passivi nei nostri bilanci, che sarebbe preferibile potessimo togliere di torno a una certa scadenza non facilmente identificabile, se l’età produttiva e quella dell’andata in pensione vengono spostati e non solo simbolicamente come comandano padronati, fondi e enti previdenziali.

Perché grazie alla crescente potenza delle disuguaglianze, a fronte di anziani che nessuno sta a sentire, vecchietti che passano l’estate nei centri commerciali dove non possono permettersi niente salvo l’aria condizionata, come tanti Umberto D ancora più vergognosi della loro invisibilità in una società che impone di essere giovani, tonici, audaci e ambiziosi pena l’emarginazione, ci sono invece augusti vegliardi alla cui saggezza dovremmo abbeverarci come a una fonte del sapere, del discernimento e del buonsenso, anche se sembrano proprio  quei loro coetanei che impartiscono lezioni agli stradini o quelli che commentano la partita di bocce di altri giocatori con: l’è longa, l’è curta.

Interrogato sulla fantasiosa petizione per proporre una sua candidatura a senatore a vita – quale doveroso riconoscimento per “aver dato un considerevole contributo allo sviluppo culturale del nostro paese” –  Piero Angela nel declinare sdegnosamente l’offerta, rispolvera il suo libro del 2011 e  offre alcuni sferzanti giudizi, sulla politica  madre di ogni sconfitta economica, culturale e sociale. Da cittadino, denuncia,  vedo l’incapacità della politica italiana di far emergere le mille potenzialità che ha il nostro Paese, pieno di gente in gamba …. Se la produttività è l’indice dell’efficienza di un Paese, ebbene l’Italia è ferma da quindici anni. Altri Paesi, con gli stessi mezzi, hanno saputo fare ben di più e assai meglio.

E poi sull’istruzione, che dopo la guerra vinta contro  l’analfabetismo dagli esordi del ventesimo secolo, è venuta meno  alla sua missione: si parla continuamente di precari, di scuola laica o cattolica, di sicurezza degli edifici. Ma rarissimamente del vero problema: cioè come migliorare il livello e la qualità dell’insegnamento. E sul gioco al massacro che innerva le relazioni, quella smania distruttiva che porta a demolire i progetti degli altri, invece di premiare in un clima di leale competizione il merito e la competenza.

Ci mancherà la sua voce in Parlamento, che si aggiunge alle altre degli inossidabili e canuti indignati che protestano la loro innocenza e la loro estraneità alle aberrazioni della nostra mesta contemporaneità, al cui svolgersi hanno assistito dal davanzale come al passaggio di un funerale: Cacciari che protesta contro la mercificazione a scopo turistico di Venezia, Castellina e Rossanda che si dolgono dell’eclissi del pensiero e della prassi di sinistra, Scalfari che polemizza con l’informazione assoggettata all’ideologia del conformismo corrente fatto regime, Cirino Pomicino che analizza i guasti della partitocrazia, manca solo Berlusconi che condanni il conflitto di interessi di qualche ministro suo ex alleato di coalizione, e siamo a posto.

Lavoro in Rai da decenni, chiude l’intervista al Corriere l’intrepido divulgatore della gaia scienza imperiale, il guru della tecnocrazia, del primato dell’innovazione e della competizione leale che ci conducono sulla strada del progresso, dove il diritto alla conoscenza e alla critica  può essere agevolmente sostituito dall’accesso a un sapere confezionato e propagato da oltre Atlantico.   Ma non ho mai risposto alle lusinghe di tante, diverse sirene politiche. Penso di lavorare, divulgando, nell’interesse del mio Paese, con lo spirito… come si dice?… di un servitore dello Stato”.

 

Peccato, da quella tribuna autorevole in veste di casto e incontaminato artigiano dello scibile scientifico neutrale chissà con che forza morale avrebbe potuto intervenire per contrastare i delitti contro la libertà di informazione perpetrati nel servizio pubblico, in quel nido di vipere dove si consumano – forse a sua insaputa? sterili guerre aziendali e commerciali, dove governano  fazioni lobbistiche, dove hanno la meglio condizionamenti partitici, dove pare – salvo  lui – sarebbero sempre rimasti a galla gli allineati, gli ubbidienti, dove il merito – eccettuato per l’ultimo, per ora, esponente dell’Angela & Son –  quando vi sia, è costretto a accompagnarsi all’appartenenza dinastica, privilegiando rampolli di qualche stirpe dalla consolidata autorità e dal prestigio inviolabile, secondo le leggi del familismo amorale.

Peccato, ma così potremo godere ancora della somministrazione delle magnifiche sorti del progresso sotto forma di prodotti patinati, della soporifera ostensione della natura e dell’antropologia un tanto all’etto offerta dalla documentaristica acquistata in blocco nel supermercato della divulgazione made in Usa, che non fa rimpiangere nè le spigolature della Settimana Enigmistica nostrana né tanto meno le rimpiante Selezioni dal Reader’s Digest.


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