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Di che sesso è la verità?

fotoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Nella notte di Capodanno del 2016, a Colonia,  decine di donne denunciarono alla polizia innumerevoli casi di pesanti molestie inflitte loro da un’orda di immigrati ebbri di alcol e libertà sconosciuta, si disse, a che professa una religione repressiva incompatibile con gli usi e i comportamenti della nostra superiore civiltà.

Incidenti e violenze caratterizzarono quelle ore e solo mesi dopo, undici per l’esattezza, il Parlamento della Renania ricostruì gli avvenimenti imputandone la responsabilità alla cattiva gestione dell’ordine pubblico, ma se andate a rivedere commenti e giudizi emessi a posteriori resta immutata la deplorazione e la condanna per la furia bestiale degli islamici infedeli ai danni delle “nostre” donne indifese, a dimostrazione che – come disse a suo tempo l’allora vice segretaria del Pd, Debora Serracchiani – l’oltraggio a firma dello straniero merita riprovazione superiore di quello nostrano.  E che l’islamico ospite è guardato con ammirazione e accolto con gratitudine ma solo se compra armamenti, se occupa coste, se finanzia squadre di calcio, se regala diamantoni a attricette e si aggiudica opere d’arte, hotel e intere aree di metropoli occidentali in aste manovrate, mentre è inviso se raccoglie pomodori, si arrampica su impalcature, peggio che mai, se vende parei in spiaggia o lava vetri ai semafori.

Minore condanna viene quindi riservata all’orda di casa nostra, dei nostri Palazzi e dei nostri studi televisivi, provvista dei crismi e della benedizione di santa romana chiesa che in quanto a sessismo non teme rivali, e sotto l’etichetta di una democrazia che a fasi ricorrenti si interroga sulla qualità e quantità di diritti erogati alle donne, non sempre conciliabili con il recupero di una triade, Dio, Patria e Famiglia,  obbligatoria in momenti di crisi, a cominciare da quello di parola, che alcune ochette presuntuose vogliono arrogarsi immeritatamente invece di rispettare tre comandamenti che uniscono simbolicamente tutte le culture patriarcali: la dona? la piasa la tasa e la staga in casa (la donna? Piaccia, taccia e stia in casa).

Si tratta di fenomeni non isolati che suscitano biasimo se l’oggetto delle violenze verbali possiede quella visibilità, notorietà e autorevolezza, che consente strumenti, canali e tribune per difendersi che la Donna Qualunque non ha a disposizione, avvolta dalla spirale di silenzio  che penalizza chi si sottrae a regole e convenzioni del conformismo, chi se la tira e se la vuole.

Lo stesso silenzio complice che   si rompe  quando censura queste forme di discriminazione e soperchieria affiorate come iceberg, mentre sotto  si consumano disuguaglianze e sopraffazioni esaltate in questi tempi dalla “crisi”, differenze di remunerazione, di trattamento e carriera, con il concorrere  dei credo liberisti intesi a  persuadere della  bontà della rinuncia a vocazioni, talento, ascesa professionale, garanzie per far posto ai maschi del nucleo familiare che guadagnano di più e che non pesano sui bilanci aziendali con permessi per le malattie dei genitori o dei figli, con i permessi per gravidanze e allattamento, ma soprattutto per beneficiare delle opportunità di part time, mobilità e smartworking, adempiendo con abnegazione e spirito di sacrificio ai doveri che le leggi di  natura tornate in auge per via dell’egemonia della sopravvivenza, impongono: cura, assistenza, governo della casa, sostegno alla didattica a distanza.

Ma c’è un effetto collaterale che motiva la tolleranza esercitata nei confronti del sessismo erogato a forti dosi da personaggi che godono di cattiva reputazione utile ai loro successi di critica e di pubblico, e che grazie alle loro belluine e disarticolate esternazioni sono molto presenti su stampa e talkshow, in veste di incarnazione del male, del razzismo, della xenofobia come se si trattasse di categorie ideologiche e “morali” indipendenti dal regime totalitario che stabilisce leggi di mercato, di ordine pubblico e deontologiche.

Si tratta dell’impiego che hanno imparato a farne quelle donne che ricoprono ruoli di potere – ormai in numero addirittura prevalente in Europa, Merkel, Lagarde, Von Der Leyen – quando diventano oggetto di critica per comportamenti, convinzioni, decisioni pubbliche o per la correità in misure e atti compiuti ai danni dei cittadini, e ancora di più delle cittadine, a dimostrazione che la rivendicazione e ostensione di squisite qualità di genere connaturate: sensibilità, indole alla cura, solidarietà, compassione, appartengono alla retorica e alla cassetta degli attrezzi di sfruttatori, speculatori, padroni delle ferriere senza le abituali disparità di sesso, anzi con maggiore e più sfrontata tracotanza quando il tallone di ferro consiste in un tacco 10.

Gli esempi nostrani non mancano. Dall’esibizione di amor filiale e creditizio della ministra che provvede a salvare a un tempo babbo e banche criminali, all’altra ministra che accusa di giovanile parassitismo i figli choosy altrui confezionando una irresistibile carriera per la rampolla, dalla ministra (un’altra) che si è fatta strada esponendo in bella mostra il suo passato bracciantile mentre condanna alla resa lavoratrici in sciopero, fa da relatrice alla legge Fornero, ammazza pensioni, promossa dalla stessa di cui sopra che tanto i pensionati preferisce farli fuori perché pesano sul bilancio statale alla pari con la superiore in grado e prestigio Madame Lagarde.

Fino  alla ministra (ancora) che dopo aver dichiarato impotenza, incapacità e inadeguatezza in veste di commissaria straordinaria nel cratere del terremoto, fa da testimonial per una ripresa del cemento grazie ai cantieri delle Grandi opere e della Grande Speculazione,  a quella, ex e mai rimpianta al dicastero della  Difesa, quella che ha sostenuto nelle parole e negli atti la necessità di fare la guerra, venderla e esportarla per guadagnarsi la pace, bella ricca e profittevole per produttori di armi, aziende che internazionalizzano morte, repressione, furto, abuso e povertà, in modo che poi possano essere subito attive altre ministre firmando provvedimenti e leggi per contrastare le invasioni e per replicare obbedienti patti sottoscritti con tiranni e despoti assassini.

Ormai qualsiasi donna in vista può godere del privilegio del sostegno di altre donne e in caso di attacco personale, a smentire che la complicità sia un monopolio virile da camerate di soldati,  doccia di atleti, mentre invece sia un vizio femminile l’invidia velenosa, di una coesione che si materializza in forma bipartisan, vedi mai che serva in futuro, donando alla vittima uno status di intoccabilità per via dell’appartenenza di genere che doverosamente la dovrebbe risparmiare da critiche, rilievi e accuse. Il fatto è che le minoranze nel guadagnare consapevolezza, nell’uscire dall’emarginazione fisica e culturale nella quale sono state costrette, soffrono di un disturbo della crescita, quel coltivare e maturare pregiudizi positivi, non meno dannosi dei preconcetti negativi.

Se ne parla molto di questi tempi negli Usa, la patria dell’ipocrisia puritana che ha contagiato alla pari neoliberismo e “riformismo”, dove  alla faccia di milioni di disoccupate (le catene delle vendite online non le apprezzano né come magazziniere né come addette alle consegne), di sfrattate in forma reiterata per le varie bolle, di malmenate di tutte le etnie,  dove tra la metà di marzo e la fine di maggio, il 47 per cento degli adulti maggiorenni quasi tre quarti della percentuale costituito da donne,  ha perso il reddito da lavoro, dove si è creata una competizione insana tra lavoratrici agricole locali e immigrati e tra questi e le loro donne, per via di una diatriba che verte sull’interrogativo se in caso di molestie, stupri, violenze si debba sempre e comunque credere a tutte le donne.

Lo spunto l’ha dato l’accusa  di molestie sessuali mosse da Tara Reade, ex assistente del Senato e difesa dallo studio legale che ha rappresentato negli ultimi anni diverse vittime di Harvey Weinstein, a  Joe Biden, improbabile e scialbo candidato democratico alla Casa Bianca, che fa venire in mente i competitor che mette in campo il Pd quando vuol far vincere uno della Lega o di Forza Italia.

Lui ha sempre negato ogni responsabilità, forte del fatto che negli archivi del senato non ci sarebbe traccia della denuncia per sexual arrassement che la presunta vittima avrebbe presentato nel 1993 a un non meglio identificato Ufficio del personale di Capitol Hill.

Ma sul nuovo scandalo pruriginoso non si è registrata quella unanime reazione di condanna solidale degli anatemi contro Hollywood Babilonia, dando il destro ai repubblicani di attaccare l’ipocrisia del movimento #Metoo e dei suoi slogan, accusato di “credere a tutte le donne solo finchè attaccano qualcuno in linea con il presidente Trump,  a tutte le donne se hanno una laurea o di più”, insomma a quelle che rappresentano  quel radicalismo oggi interpretato dalle élite culturali, dai creativi, dall’industria dello spettacolo.

Ha risposto alle accuse Susan Faludi, giornalista Premio Pulitzer,che ribatte chè è legittimo anzi doveroso alle donne “che vengono uccise nonostante abbiano denunciato i partner o gli ex violenti, o alle segnalazioni di stalking che non vengono prese sul serio dalla polizia, per poi finire con un omicidio”. Mentre dare fiducia indiscriminatamente sulla base del genere, sostenere che le donne in quanto tali e in quanto minoranza destinata a ruoli di vittima dicano sempre al verità, è “una trappola per togliere credibilità al movimento delle donne, fatta scattare dal potere”.

E  di trappole pronte a scattare ce ne sono e tante, da quando al riconoscimento pubblico dei ditti degli uni consegue il disconoscimento delle prerogative e aspettative di altri,  contribuendo a distrarre da altre battaglie, quelle che riguardano il riconoscimento del fatto che le donne non sono l’unico segmento di popolazione esposto a condizioni di precarietà e privazione dei diritti, o dalla considerazione che quelli che vengono identificati come minoranze di genere e sessuali,  si differenziano per classe, religione etnia, tanto che  la liberazione dei sommersi dovrebbe essere necessariamente anticapitalistica e dunque antifascista, antirazzista e laica.

Altrimenti hanno ragione quelli che contestando il mito della presunta superiorità etica del genere femminile,  denunciano il carattere classista e razzista del femminismo occidentale e la sua natura narcisistica e autoreferenziale,  che dispiega un revanchismo che non pagano solo i maschi – magari meritatamente – ma anche le donne di classi e etnie “inferiori” e che  porta acqua a quello che è stato definito progressismo neoliberista: l’alleanza tra fermenti, antifascismo di superficie, multiculturalismo, femminismo “clintoniano” in voga anche da noi, e il “capitalismo cognitivo”.

Quello cioè  della rivoluzione digitale,  dei creativi retrocessi a classe disagiata cornuti e mazziati ma compiaciuti della loro superiorità culturale e morale,  a Tribeca come sui Navigli, cosmopoliti perchè mangiano sushi, vestono etnochic, abitano in uno scantonato promosso a loft, poi si fanno sfruttare facendo gli “imprenditori di se stessi”, strizzando  l’occhiolino a diseredati, a Wall Street e perfino a Farinetti.

 


Virus in quota rosa

retoricaAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’era qualcosa che ha sempre accomunato le colonie estive, i convitti come anche gli istituti di accoglienza, case di riposo, ospizi dove vengono conferiti ragazzini o anziani: entri e ti accoglie un buon profumo di ragù e di intingoli succulenti. Poi scopri però che la mensa degli ospiti somministra insulse minestre, perché invece le succulente pietanze che avevano riempito l’aria di aspettative gastronomiche sono destinate alla tavola della direzione.

C’era dunque da aspettarsi che, essendo stati ridotti allo status di bambini poco diligenti da tenere in punizione e di vecchi rincoglioniti da rinchiudere e isolare fin  dai fatidici 60 anni, convertiti da età ancora produttiva in ultima frontiera prima del rimbambimento,  autorità e media ci avrebbero ammannito la stessa  zuppa riscaldata delle istituzioni totali, galere comprese.

Gli ingredienti ci sono tutti, con una certa prevalenza del dolciastro delle carote, quelle che si alternano con il bastone e quelle della retorica più stantia e infame. Nell’acquosa brodaglia galleggiano il ritrovato amor patrio, il richiamo all’unità nazionale, la presenza amica di forze dell’ordine e militari che si adoperano per reprimere e punire i trasgressori, le mance distribuite in attesa di provvidenziali helicopter money europei, già negati dalla madame della finanza,  e buatte di carne in scatola Nato, la resilienza promossa proprio ieri a resistenza di chi sta a casa ossequiente ai comandi, l’obbedienza convertita in virtù perfino da vecchi attrezzi della sinistra perduta, alla faccia di Don Milani.

E poi non possono mancare le figurine dell’album nazionale: medici ma pure muratorini, infermiere, commesse, pony, operai, magazzinieri  diventati magicamente eroi per permettere a altri di restare sul divano a vedere la casa di carta, immeritevoli quindi,  in virtù dello status di martiri e a causa del loro spirito di abnegazione, di quelle misure di protezione e profilassi proposte come necessarie ma che saranno adottate “dopo”, su bus, metro, negozi, ristoranti, spiagge, centri estetici, salvo pare gli ospedali dove si continuerà a morire di infezioni, cattiva manutenzione  e trascuratezza proprio come “prima”.

E siccome tra i santini da venerare devotamente insieme ai nonnini superstiti alla grande selezione cominciata già un bel po’ di tempo fa in ossequio al welfare aziendale delle grandi istituzioni economiche e finanziarie, ci sono anche le donne, plasticamente ritratte nell’immaginetta votiva di addetta sanitaria che tiene amorevolmente tra le braccia l’italietta malconcia.

Eccole dunque immortalate dalle cronache dalla pandemia in qualità di angeli del focolare, badanti regolari (le clandestine sono out, senza permesso e invisibili proprio come gli anziani che non possono più assistere), mamme adibite alla didattica più complicata in assenza di banda larga e rete, professioniste costrette loro malgrado al bucato e alla confezione di pane con le farine propagandate dal gotha degli chef, per carenza di quel personale di altre donne che hanno finora garantito la loro emancipazione, cassiere del supermercato, delle quali si era rimproverata l’indolenza deplorevole quando si sottraevano al lavoro nei giorni festivi e quindi in  nome di tutte loro non poteva mancare la rivendicazione delle quote rosa – del virus – fatali e inevitabili proprio come le zanzare ai primi tepori.

E come i molesti insetti, si dice che sarebbero necessarie all’equilibrio e alla conservazione delle specie.

Di che specie però si tratti è presto detto e basta guardare alle adesioni in calce all’inevitabile appello come da tradizione:  Noi Rete Donne, Inclusione Donna, Soroptimist, Ladynomics, GammaDonna, Community Donne 4.0, Differenza Donna Ong, Movimenta, Young Women Network. Manca la sigla delle damine si Tav, è vero,  ma si può star certi che siano rappresentate dagli organismi di cui sopra oppure che, come affermato in passato, siano compiaciute di delegare le loro scelte a mariti più competenti, se l’appello chiede che venga “data voce” alle donne,  inadeguate a prendersela.

Eppure sono proprio incazzate, si perdoni il termine poco adeguato all’egemonia del politicamente corretto, queste signore cui non basta l’ipotesi di una  profittevole sorellanza attiva con altro sodalizio di recente istituzione, quello delle dodici donne in forma di apostoli del Nuovo Rinascimento, perché dessero il loro contributo alla ripartenza del Paese e voluto dal ministro della famiglia e delle pari opportunità Elena Bonetti, come la collega Bellanova insider di Italia Viva del Governo,  promoter della scuola di formazione politica per giovani “Meritare Italia” di Renzi in probabile continuità con l’esperienza di scout cattolica.

E infatti protestano perché nella task force di Colao (che chiamano appropriatamente cabina di regia), non c’è posto per le donne, solo 4 in tutto, “grandi assenti nei luoghi di comando, laddove si danno gli indirizzi sul futuro ci aspetta”.

Non si tratterebbe soltanto di “un mancato riconoscimento al patrimonio di competenze femminili”, reclamano. “Ma non offrono nemmeno una giusta rappresentazione della nostra Italia”. E chiedono dunque che  fin da ora che nelle Commissioni e nelle task force, costituite e da costituirsi, per gestire la “fase 2” dell’emergenza, si valorizzi il talento femminile e sia inserito un adeguato numero di “donne capaci, commisurato alla rappresentanza femminile di questo Paese, che è la metà della popolazione”.

In coincidenza con l’appello intanto è arrivata una forte presa di posizione di Emma Bonino, prima gregaria di Pannella poi figlia di troika:  “l’Italia, dice,  rifiutando la meritocrazia, condanna le donne competenti a non assumere mai posizioni di prestigio e potere”.

Ecco, nella lista stilata sui lemmi della retorica pandemica avevo trascurato merito e competenza, che sono invece al primo posto per il prima e il durante, grazie all’occupazione di processi decisionali e comunicazione da parte di tecnici e scienziati impegnati a somministrare, come elisir  di lunga vita, opinioni, teorie personali, visioni profetiche e anche per il dopo, quando manager di successo personale e insuccesso pubblico preparano dopo il dispotismo emergenziale, l’arrivo del tiranno assoluto, il tecnico di comprovata esperienza in materia di stenti, austerità, tagli di servizi e diritti.

Si fa presto a capire cosa intendano le organizzazioni al femminile del Rotary, le associazioni di imprenditrici e professioniste, i think tank di manager in tailleur di Armani, l’illuminato benefattore,  per donne “capaci” e meritevoli di    entrare nei centri di comando, delle quali immaginiamo faccia parte Irene Pivetti in veste di dinamica business woman espostasi incautamente all’osservazione dei magistrati per l’importazione opaca e fraudolenta di mascherine dalla Cina.

Altro non è che quello che intende un pensiero post ideologico, post politico e post femminista,  che ritiene che a spaccare il soffitto di cristallo, quella invisibile ma invalicabile barriera che impedisce alle minoranze e alle donne di salire ai gradini superiori delle  scale sociali, indipendentemente dalle loro qualifiche o dai loro risultati, bastino le arrivate e le arriviste, quelle scelte dal destino, termine maschile quando definisce quelle che possiedono qualità proverbialmente virili, prepotenza e arroganze, o incaricate dalla Provvidenza, sostantivo femminile quando qualifica quelle benedette all’origine per appartenenza dinastica o sociale.

E infatti a pretendere non sono le commesse, le badanti, le lavoratrici e mamme part time poliedriche e esauste, le donne delle pulizie, la cassiere di Carrefour che come segnale incoraggiante per il dopo, licenzia già adesso, le precarie a casa senza futuro, le garantite cui spetterà la stessa sorte, macché, sono quelle che possono mettere nel curriculum della scalata aziendale la corruzione e il tradimento della rappresentanza di genere come referenza per future prestazioni dirigenziali, quelle che ce la fanno per nascita o perché si fanno avanti anche sulle spalle di altre donne, sottopagate, spesso migranti, alle quali subappaltano i lavori di cura.

Non so se esista ancora qualcuna che crede ingenuamente che le quote rosa delle élite possano “aiutare” le donne e la società, grazie a qualità di genere molto propagandate, indole alla cura, affettività, istinto solidale, quando gran parte del pensiero femminista è regredito rispetto perfino all’emancipazionismo, quando la liberazione delle donne, come la lotta di classe della quale deve rappresentare un fronte irrinunciabile, è stata retrocessa a avanzo arcaico da riporre nel cassetto degli attrezzi velleitari della sinistra che non c’è più.

O quando il politicamente corretto ha preso il sopravvento sulla pretesa di affrancamento se le rivendicazioni del diritto a essere ciò che si sente di essere, si limita alla richiesta di “ripulire” testi accademici e letterari, linguaggio quotidiano, fenomeni sociali da quello  che potrebbe essere ritenuto offensivo nei confronti di questo o quel gruppo di “emarginati”, invece di promuovere la critica e l’antagonismo a un sistema che sfrutta, umilia, condanna uomini e due volte le donne, a essere merce diffusa e poco valorizzata. O peggio quando qualsiasi critica all’operato di donne al potere, siano Lagarde o Boschi, Bellanova o Fornero, viene censurata con il sospetto di implicito sessismo.

Ieri la celebrazione più ingessata che mai del 25 aprile è stata condita dall’immancabile ostensione della gratitudine per il contributo delle donne alla lotta di liberazione. E difatti la gran parte di quelle staffette, di quelle partigiane, delle torturate e delle morte a Via Tasso a nei lager sapeva che di liberazione si trattava, non solo dall’invasore, non solo dall’olio di ricino, dalle botte e dai crimini fasciste, ma del riscatto da un sistema di sfruttamento, repressione, cancellazione dei diritti e della giustizia, che aveva portato in guerra e portato guerra, derubando, violando, affamando. Non combattevano per avere un posto del Cln o per partecipare dei fasti e delle poltrone della ricostruzione.

E forse siamo oggi così, umiliati, confinati, sottoposti a misure che violano la Costituzione per la quale hanno lottato, perché anche loro, dopo, hanno obbedito tornando a casa, in fabbrica, nei campi di riso, nelle scuole, invece di tornare nelle piazze a esigere il risarcimento, per quello che avevano dato con generosità, in libertà, pace, rispetto e giustizia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Non è un virus per giovani

vel Anna Lombroso per il Simplicissimus

Avrete osservato anche voi che non c’è chef televisivo che non confessi con delicata commozione che la ricetta improbabile che sta confezionando sotto lo sguardo estatico del pubblico non pagante e che combina tradizione e innovazione, è proprio quella della nonna, dalla quale ha appreso i segreti che l’hanno reso celebre per il raviolo senza sfoglia, il tiramisu scomposto e la trippa con l’irrinunciabile foglia d’oro.

E non c’è atleta che non esibisca la figura iconica di un nonno che ha creduto in lui, che lo ha spinto all’agonismo e gli ha mostrato la bellezza della competizione sportiva, portandolo con sé alla bocciofila.

Oddio, a vedere le performance delle generazioni vigenti verrebbe da dire che la lezione degli avoli sia stata volonterosa ma manchevole di forza pedagogica. Ma in compenso la punizione che la contemporaneità riserva agli anziani è decisamente eccessiva, se, come ormai è d’uso, alla narrazione retorica del rispetto per le tempie canute, all’ipocrita difesa dei vincoli affettivi intergenerazionali, alla memorialistica e aneddotica individuale sui magnifici ammaestramenti morali impartiti dai vecchi, corrisponde  una ferocia pubblica, ma anche privata, che condannano a veloce obsolescenza e scomparsa dal consorzio civile quelli che non sono più attivi nel processo produttivo.

Si è avuta la generosità di sopportarli finché contribuivano con quelli che il cavaliere eternamente giovane chiamava i fondamenti sani della nostra economia patriarcale, risparmi, pensioni, piccole proprietà, messi a diposizione per pagare assicurazioni, mutui, studi, fondi integrativi dei figli e dei nipoti.

Ma adesso che anche quella pacchia è esaurita per via di un sistema previdenziale che tratta le pensioni come dissipata beneficienza e non come diritti acquisiti col lavoro, per via di un sistema sanitario cancellato in favore di una assistenza privata esosa e imprescindibile, sono diventati superflui, anzi dannosi nella loro qualità di soggetti parassitari che pesano sui bilanci delle società democratiche.

Per carità non credo che il Covid19 sia un virus evaso dai laboratori della Lagarde o della Fornero che lo conservavano vicino alle gabbiette del canarino e del cucciolo di boa  conscrictor  che è loro animaletto domestico simbolo,  ma è certo che l’epidemia ha rappresentato la torva allegoria o meglio l’opportunità per la legittimazioni di una desiderabile selezione malthusiana che era già in corso, ma in forma non esplicita. L’occasione per fare in modo che diventasse eticamente ineluttabile,  dunque accettabile, la scelta tra la vita di un baldo trentenne e la sopravvivenza a breve di un inutile settantenne, tra le prestazioni riproduttive di una giovane donna e i servizi sostitutivi del baby sitting di una ottantenne.

Certo c’è ancora qualche sacca di resistenza superficiale a questa vulgata dello stato di necessità al tempo del colera, che ha dato forma a uno stato di eccezione anche morale. Ma ha solo la funzione di esercitare l’attività di rimozione cominciata già quando si immaginava cosa succedeva dentro a ospizi, case di riposo, dei quali il Trivulzio di questi giorni rappresenta la degenerazione aberrante,  ma spesso rivelato da scandali a base di maltrattamenti, sfruttamento, plagi, furti, soluzioni finali, sospettati ma poi coperti non solo dal sistema privatistico che ci campava, ma pure da cerchie familiari che a ragione, in mancanza di strutture, servizi  e aiuti, o che a torto per liberarsi da un peso concreto e emotivo, conferivano i loro anziani in discariche temporanee prima di quelle definitive.

Che esistessero gerarchie e priorità che imponevano selezioni fatali si sapeva già. Lo sapeva chiunque avesse avuto un congiunto anziano,  costretto a una malinconica presa d’atto delle  condizioni di inevitabile trascuratezza cui veniva lasciato in ospedale ma pure nelle case di riposo un genitore o un nonno colpevole di avere minori aspettative di vita, chi aveva dovuto subire il mantra del “se ne faccia una ragione, suo padre/ sua madre, ha fatto la sua vita”, chi ha avuto conferma che le graduatorie per cure e diagnostica, per non parlare dei trapianti e di interventi delicati, sono sottoposte a criteri arbitrari, che accudimento e cure in condizione di invalidità sono accessibili solo a chi se le può pagare.

L’escalation di questo atteggiamento è stata autorizzata, è ormai banale dirlo, con i tagli alla spesa sanitaria, lo smantellamento delle infrastrutture, la fine della ricerca, delegata alle industrie, con le restrizioni che hanno ridotto prevenzione e diagnostica, con il concorrere di condizioni ambientali che favoriscono l’insorgenza di malattie a carico die soggetti più vulnerabili e esposti.

Ma ora ha avuto una impennata perché l’emergenza, l’obbligatorietà dell’isolamento minaccia la tenuta dello stato di salute fisico e emotivo delle persone anziane, quelle che per anni in funzione di consumatori più attivi erano diventate pantere grigie protagoniste di pubblicità e di una narrazione incoraggiante su amori, passatempi, sport, turismo, piaceri “senili”, costrette ora a una accelerazione della condizione di vecchi, in una solitudine e in un confinamento coatto, nel quale mancano relazioni affettive, rapporti di amicizia, lo svolgimento di quelle attività che sono tra l’altro gli indicatori reali della propria efficienza e autonomia.

Per anni una cattiva stampa al servizio di cattivi regimi ha voluto persuaderci che siano stati gli anziani a rompere i patti generazionali, con la colpa di non aver assicurato alle generazioni a seguire uno status migliore di quello che avevano trovato o contribuito a crearsi, per aver troppo preteso e troppo goduto.

E la loro lettura politica della storia è riuscita nell’intento di colpevolizzare con i vecchi anche il loro contributo al riscatto dai totalitarismo del secolo breve,  mentendo per raccontare che la memoria è un intralcio al futuro, che i ragazzi di oggi sono vittime perché saranno i primi a avere meno dei loro genitori, che sono gli ottantenni, i settantenni, i sessantenni di oggi correi di guerre di conquista, inquinamento e cambiamento climatico, dissipazione di risorse.

In effetti ci sono ottantenni, settantenni e sessantenni colpevoli e irriducibile, ci sono vecchi maledetti che continuano a accaparrarsi ricchezze, a voler governare il mondo giocandoci a palla, a accumulare tesori sfruttando e rubando. E ci sono giovani che scelgono di stare al servizio di vetusti regnanti e generali bacucchi sperando che prima o poi tocchi a loro sostituirli.

Ma intanto a morire abbandonati, addolorati, soli, affamati, esclusi, non sono loro che possono comprarsi tutto anche la giovinezza, sono gli altri, tanti, troppi, e con loro anche l’idea di dignità, solidarietà, libertà.


Sanità distrutta, Paese infetto, Europa morta

37_Lezione_di_anatomia_del_dottor_TulpIn un sistema entrato in fase di instabilità  basta una variabile minima per spezzare definitivamente l’equilibrio e creare il caos. Cosi il Covid 19 uno dei patogeni che ogni tanto, ogni 15 o vent’anni, o magari più spesso con la globalizzazione, si diffondono sul pianeta, sta facendo da catalizzatore al crollo di un sistema, non perché sia particolarmente grave, ma perché mancano ormai le strutture sanitarie, morali e finanziarie per affrontarlo: lo certifica persino l’Istituto superiore di Sanità che in un comunicato dice che le persone morte di coronavirus sono soltanto 2, le altre sono morte di altre patologie, certo aggravate dal virus, ma sostanzialmente vittime di una sempre minor tutela sanitaria e oserei dire sociale. Per non dire che queste persone sono ormai viste come una sorta di ostacolo alla competitività del Paese e un pericolo per i suoi conti, perversi attori della guerra generazionale, sono state per così dire mercificate e poste psicologicamente  nel magazzino delle derrate scadute e dunque non meritevoli di eccessive attenzioni a meno che non abbiano santi in paradiso. Di qui il vero e proprio terrore per quell’accolita di cialtroni di nome governo che un’epidemia diffusa possa portare al collasso palese  di un sistema sanitario ornai largamente inferiore a quelli dei vicini europei, semi privatizzato, saccheggiato dai ladri di sistema, umiliato  da vent’anni da qualunque esecutivo e da qualsiasi forma di finzione politica. Tutto questo in nome di un’ideologia della disuguaglianza e dei suoi strumenti, ovvero i trattati europei e l’ euro che mai come in questo momento sono entrati in una crisi irreversibile.

Ora l’Istituto superiore di Sanità comincia a fare chiarezza dentro numeri che non stanno insieme, vedi Troppi conti non tornano  e dentro una psicosi del tutto indotta dai ceti dirigenti i quali hanno sostanzialmente messo il Paese in quarantena, danneggiandone l’economia in maniera gravissima, solo perché non esistono le strutture sanitarie minime per affrontare un’ondata influenzale un po’ più severa del normale e senza più  l’argine della prevenzione, come,  tanto per fare un esempio fra molti possibili, rendere gratuita la vaccinazione anti pneumococco dopo i 65 anni, cosa che eviterebbe gran parte delle complicazioni polmonari che si instaurano a seguito delle sindromi influenzali di origine naturale o meno, perché oggi anche questo è da mettere in conto.

Ad ogni modo lo choc non riguarda solo noi, ma tutto il contesto in cui si volge la grama vita del Paese Già il fatto di non aver avuto alcuna solidarietà concreta da parte della Ue avrebbe dovuto allertare anche  coloro che soffrono di inestirpabile cecità differenziale, ma adesso il fatto è palese: la Lagarde, forse senza nemmeno accorgersi della portata delle sue parole, ha distrutto l’euro negando la possibilità che la Bce possa difendere la stabilità dei conti dei Paesi deboli, i quali lo sono proprio per essere stati costretti ad operare con una moneta che non soltanto non possono gestire in proprio, ma che non corrisponde alla logica delle proprie economie. Contemporaneamente la Germania , già colpita da una crisi industriale di inquietanti proporzioni e già intenzionata a varare grandi piani di spesa pubblica alla faccia dei Paesi periferici costretti per due decenni ad assurde restrizioni,  ha preso come pretesto il coronavirus per comunicare l’intenzione di stampare attraverso una banca pubblica 550 miliardi euro da investire nella propria economia, per rivitalizzare il mercato interno adesso che quello estero comincia a scricchiolare e per riportare in patria le attività scappate via negli anni, a cominciare dalla chimica farmaceutica. Insomma siamo al completo ribaltamento di tutte le tesi dell’europeismo neoliberista che sono state così letali per noi e che sono state il faro di un ceto politico totalmente asservito al potere economico e alle sue ideologie: Berlino insomma si comporta come se fosse diventata sovranista e, attraverso la Lagarde,  persino antieuro, scavalcando i mentecatti nostrani che ancora vagano dietro le avvizzite bandiere dell’altro europeismo di marca destra e sinistra.

Tutto questo si stava preparando già da tempo, era assolutamente visibile, ma la nuova epidemia influenzale ha procurato quel minimo di choc necessario a far rompere gli ormeggi, a mettere in crisi l’euro come moneta comune così accanitamente difeso da Draghi, ma che adesso non avrà più copertura e ha messo in luce gli assetti egemonici che hanno attraversato il continente: se oggi la Germania può permettersi di spendere cifre colossali è grazie a una moneta che l’ha avvantaggiata a danno degli altri Paesi   caduti nella trappola. Peggio per loro, peggio per noi che siamo alle prese con una grottesca lotta non tanto con un virus, quanto con i disastri combinati in nome di qualcosa che si sta sfasciando. Disastri che il governo e il ceto dirigente si vergognano di mostrare alla popolazione, tanto più che essi si apprestano a stringere ancora di più il cappio attorno alla Stivale con il nuovo Mes in un contesto nel quale lo stesso meccanismo non ha più un senso politico, ma solo di rapina finanziaria, peraltro inevitabile dopo il fermo del Paese per settimane. Il bello è che quando si dichiarerà a torto o ragione di aver fermato il covid 19, anzi un altro coronavirus diverso da quello cinese e probabilmente già diffusissimo nella popolazione, gli italiani sospireranno di sollievo, senza sapere che il brutto deve ancora cominciare. Godetevi le vacanze forzate, prima di diventare dei forzati.


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