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Obiettivo 2030, più che Mose, Matusalemme

lasvegas.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

Adesso non potrete più darmi della disfattista brontolona e malmostosa, buona solo a criticare e denunciare senza mai fornire soluzioni concrete.

Stavolta ho pensato a una modesta proposta per Venezia, che comprenda anche il superamento dell’annosa questione del Mose, del quale abbiamo appreso che non potrà essere completato e operativo per salvare la città dalla furia del mare, se tutto va bene,  prima del 2030. E come non ricordare che ci sono voluti 5 anni -tra il 1995 e il 2000 – a danesi e svedesi per costruire il Ponte di Oresund, 16 k, 4 di tunnel sottomarino, 3 miliardi complessivi di investimento, che la diga che Impregilo-Salini (uscita a suo tempo dall’eterna ammuina veneziana) sta costruendo in Etiopia sul Nilo Azzurro, la più grande dell’Africa e l’ottavo impianto idroelettrico del mondo, costerà in tutti poco meno di 4 miliardi o che Moro inaugurò l’autostrada del Sole nel 1964: 755 km a quattro corsie per la quale ci vollero 8 anni con una spesa in euro attuali di 3, 8 miliardi,  ambedue  con un costo di meno della metà dei quattrini investiti  nel Mose.

Suggerisco quindi di mettere a frutto il sentimento comune  che percepisce Venezia come un patrimonio unico e insostituibile dell’umanità, un bene comune di cui il mondo deve farsi carico, per replicare l’esperienza di successo messa in atto quando la costruzione della diga di Assuan in Egitto  mise a rischio di sommersione  il sito archeologico di Abu Simbel e molti altri templi della Nubia. Fu allora che l’Unesco  lanciò una grandiosa campagna di cooperazione internazionale: i monumenti in pericolo furono “spostati” grazie a un formidabile intervento avveniristico in posti più sicuri. Qualcuno venne  anche donato ai paesi che contribuirono a questa opera di salvataggio: il Tempio di Ellesia   al Museo Egizio  di Torino,  altri a Madrid, Berlino, New York .

Propongo quindi di identificare un sito congruo in  una di quelle  “geografie dell’anima” del Sindaco di Venezia che da sempre vorrebbe promuovere a meta turistica non tradizionale, quindi sollevare con lo stesso piglio ingegneristico che ha accompagnato l’utopia del Mose  -che lo stesso Brugnaro vorrebbe affibbiare ai cinesi come Totò con Fontana di Trevi –  i complessi monumentali, i palazzi e le chiese, e scaricarli  in terraferma. E per ricostruire l’atmosfera di quel prodigio costruito sul fango e sulla laguna,  attribuire l’incarico al consorzio Venezia Nuova, come è nella sua mission,  di scavare una rete di vie acquee artificiali a imitazione dei canali, compreso el Canalasso, belli profondi che ci passino anche le navi da crociera, e possibilmente vicino ai caselli autostradali, per compensare la dinastia Benetton del disturbo di  trovare nuova collocazione per le sue iniziative. E poi dare in comodato, senza spese di trasporto, la chiesa dei Miracoli  a Dubai, o San Zaccaria al Qatar che li ambientino tra i loro grattacieli a ornamento di prestigiosi centri commerciali, o  l’isola di San Giorgio alla Cina che completi la prevista riproduzione della serenissima o gli Armeni a Las Vegas come estensione verista del Venetian Resort.

L’operazione si può fare in quattro e quattr’otto e senza grandi ostacoli da parte dei rari residenti superstiti: i giovani espulsi, sfrattati, epurati se ne sono andati,  gli anziani coerentemente con gli auspici di Madame Lagarde, vengono fatti togliere di torno anche grazie all’energica azione del governatore Zaia  che ha pensato bene di promuovere un’operazione di restringimento draconiano del nosocomio veneziano, già destinazione molto frequentata di drappelli di visitatori in fila con  brachette e berrettino,   destinando le risorse umane ed economiche all’Angelo, al servizio di una popolazione più giovane, più numerosa e quindi più profittevole elettoralmente.

Quanto ai turisti saranno contenti delle nuovo comodità e opportunità offerte dalla conversione della serenissima in parco tematico, in Eurovenice, dove verrà finalmente applicato il desiderato ticket di ingresso, dove la bella gioventù possa trovare sempre nuove e gratificanti occasioni  occupazionali in veste di camerieri, animatori, facchini, guide mentre l’hinterland finalmente liberato di quella palla al piede, di quel vetusto ostacolo alla modernità,  godrà dei benefici indiretti, trasformandosi in albergo diffuso al servizio del romantico acquapark.

Sono sicura che la mia suggestione troverà ampio consenso nella cerchia dei decisori:   soprattutto tra quelli che si sono persuasi che è finita la pacchia, che non c’è più molto da mungere dalla vacca ormai magra della salvezza di Venezia. Perché a disposizione ci sono è vero altri 900 milioni, svincolati  dai  provvedimenti sblocca cantieri, ma come hanno dovuto constatare  i membri  della commissione Ambiente della Camera, in sopralluogo a Venezia pare che si dovranno davvero spendere per tappare buchi, sistemare le falle, contrastare le cozze, riparare la corrosione sicché la grande opera ingegneristica che il mondo ci invidia non rende, ha finito di essere quella mangiatoia che ha soddisfatto gli appetiti dei soliti noti. E scema l’entusiasmo dei partner rimasti nelle cordate operose della magistrale invenzione ingegneristica, che già quelli più proattivi si sono indirizzati altrove verso altri scavi e altre iniziative cementifere, oppure grazie proprio al modello monopolistico adottato con l’istituzione del  Consorzio, si preparano a scavare o riempire altri canali, bonificare dove sporcano, progettare e realizzare cpntro ogni principio di legalità, controllare e controllarsi, consultare e consigliare. Perché quello è un format che ha fatto e farà ancora scuola malgrado le molto indagini giudiziarie: si tratta infatti  del più moderno e realizzato sistema di malaffare che ha combinato la arcaica e consolidata forma di corruzione  con quella più sofisticata quando nessuna legge viene violata perché sono le leggi stesse a essere state  scritte e approvate per il tornaconto di privati contro l’interesse della stato e dei cittadini.

Il fatto è che Venezia sta morendo di fuoco amico, con governi che la considerano una zavorra molesta e costosa come i vecchi resi fragili dall’età cui malvolentieri si dovrebbe mostrare rispetto ma che sarebbe preferibile confinare in ospizio accelerando tramite abbandono e malinconia una fine silenziosa e discreta, con una regione che vede l’autonomia come la scorciatoia desiderabile  per foraggiare sistemi clientelari tramite la  privatizzazione di sanità, scuola, tutela dei beni culturali,  università,  sistema bancario e creditizio che agli investimenti preferisce il gioco d’azzardo del casinò finanziario, mondo di impresa ridotto a esangui azionariati, un comune (è l’ultima in ordine di tempo) spregiudicato e ignorante che ricorre al Tar  contro il Mibac,  che ha istituito il vincolo di tutela dei beni culturali ai sensi dell’ art. 12, D. Lgs. 42/2004 del Canal Grande, del Bacino e Canale di San Marco e del Canale della Giudecca, riconoscendo per la prima volta in Italia l’interesse storico-artistico delle vie d’acqua urbane, provvedimento inteso ad impedire il transito delle grandi navi non solo nel Bacino di San Marco,  ma in tutta la Laguna di Venezia. E figuriamoci se il patto scellerato dei poteri forti: compagnie di navigazione e turistiche,  Autorità Portuale, amministrazione locale non si ribellavano a misure che potrebbero ridurre l’affarismo basato sullo sfruttamento dissennato della bellezza e sulla speculazione con fango e sul fango, facendo risalire le navi da crociera lungo i canali industriali dalla bocca di Malamocco per approdare al Porto di Marghera o proseguire per raggiungere la Marittima attraverso il canale Vittorio Emanuele implicando imponenti scavi e determinando stravolgenti trasformazioni.

Ma forse dovremmo prendere su di peso tutto lo stivale, ma per trasferirlo dove e lontano da dove se ormai la bellezza, la storia, il genio, l’intelligenza e la ragione sono condannate e non possono più salvarci?

 

 

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Ospizio Italia

grassiAnna Lombroso per il Simplicissimus

A prima vista parrebbe un’opera meritoria quella che svolgono alcune trasmissioni della tv pubblica che denunciano soprusi,  sevizie, violenze fisiche e psicologiche ai danni di anziani e invalidi ricoverati in ospizi e case di cura  private o convenzionate a Massa Carrara, Vasto, Castellammare del Golfo, Forlì, Predappio. Mostrando immagini raccapriccianti di maltrattamenti, angherie, minacce e intimidazioni riprese dalle telecamere delle forze dell’ordine avvisate dai congiunti delle vittime.

Ed è un’opera meritoria, certo, con qualche controindicazione che non risiede solo nella voluttà con la quale viene nutrita la tv del dolore, nell’accanimento col quale si mostrano particolari umilianti, fenomeno non certo nuovo, ma anche nella non troppo velata riprovazione nei confronti di parenti, figli e nipoti  che si sottraggono a doveri imposti da antichi patti generazionali e affidano  vecchi e malati a mercenari di pochi scrupoli.

E così è tutto un rifarsi a tradizioni e culture del rispetto che valgono solo per i poveracci e non per ideologie e sistemi politici che a forza di ridurre gli esseri umani a merce, condanna quelli che non servono più a diventare prodotti scaduto quando non rifiuti molesti da nascondere e confinare fuori dalla vista e dalla coscienza, compresa quella confessionale a intermittenza, in vista degli interessi di pii istituti. Tanto che è tornato in auge il più versatile e convinto sacerdote della distopia di una eterna giovinezza, coi suoi parrucchini, il suo cerone, il suo vampirismo sessuale, la sua somatica di partito imposta grazie a modelli estetici esibiti nelle sue tv tra tronisti palestrati e bellezza scosciate esibiti come quarti di bue nella macelleria dello spettacolo.

C’è da sospettare che ormai l’invecchiamento come la malattia sia una colpa che scontano quelli che ne sono affetti e pure i loro parenti a fronte di riforme epocali che paradossalmente prolungano l’età lavorativa e riducono pensioni e quindi la possibilità di pagarsi un trattamento dignitoso se nell’ultima fase dell’esistenza si perde efficienza, forza, salute, come d’altra parte succederà con sempre maggiore frequenza per via dei tagli alla prevenzione, alle cure, ai medicinali. La soluzione parrebbe essere quella prospettata non solo da Madame Lagarde che più volte lamentando quanto pesino i vecchi sui bilanci statali,  ha indicato la bontà sociale di limiti di vita stabiliti per legge, peccato che da noi anche questa determinazione ad alto contenuto sociale e economico sia ostacolata dall’ostinata avversione per civili scelte personali a tutela della propria dignità e del proprio decoro umiliato da malattia, sofferenze, dolore.

Così senza sorpresa si scopre che il governo ha pensato a una soluzione che si presta anche a dare sbocchi paraprofessionali a donne espulse dal lavoro e a giovani in cerca di occupazione, convertendo talenti, vocazioni, titoli di studio conseguiti in incarichi di assistenza tra le mura domestiche, offrendo a figli, coniugi e genitori aiuti per chi cura i “propri” malati in casa, in nodo da trasformare anche gli affetti in prestazioni mercenarie da svolgere in mancanza d’altro.

In modo da risolvere controversie e conflitti per la  resistenza delle istituzioni e delle imprese private e pubbliche, scuola per prima, a dare corretta applicazione alla legge 104. In modo da dare valore morale all’esclusione delle donne dai posti di lavoro, costringendole a scelte obbligate addomesticate da una mancetta.

E come se non si vorrebbe che per tutti fosse possibile conciliare tempi di lavoro, spostamenti,  obblighi con la volontà e il desiderio di stare accanto a chi si ama quando diventa più vulnerabile, mentre oggi viene inteso come un onere arduo, in impegno impervio e incompatibile con una vita irta di altri doveri.

La china della privatizzazione di tutto è diventata un ruzzolone, nella scuola, nell’assistenza, nella sicurezza, nei servizi, nelle pensioni, i diritti sono sostituiti da magnanime elargizioni, le garanzie da benevole concessioni arbitrarie di mancette ed elemosine.

Pare si debba fare un passo in più: tutelare la persona che vuol morire con dignità e anche quella di chi vuole vivere nel rispetto di sé,  di chi ama e anche di chi non ama. Ma cui deve responsabile considerazione in cambio di quanto ha dato e che viene ogni giorno svalutato dalle vere fake news, quelle fatte circolare per creare avversione e inimicizia tra giovani e vecchi, figli e genitori,  espropriati di speranza e amore.


Fmi: mea culpa con contorni di ipocrisia

christine-lagarde1Niente potrebbe essere più paradossale, demenziale, ma anche più degradante e ipocrita delle ammissioni in camera caritatis del Fondo monetario internazionale (si fa per dire visto che è una creatura Usa): l’ineffabile Christine Lagarde, quella che per intenderci che si preoccupa perché la gente vive troppo a lungo, si è accorta dopo quasi 30 anni che la globalizzazione “ha avuto effetti negativi su alcune tipologie di lavoratori e su alcune comunità”. In realtà sappiamo che gli effetti nefandi dell’economia finanziarizzata e lo sfruttamento degli “eserciti di riserva” in Eurasia, America latina e Africa, hanno devastato l’occidente, aumentato sull’intero globo la schiavizzazione del lavoro e prodotto una straordinaria regressione sociale e politica.

Quello che indigna in tutto questo non è tanto il rapido quanto effimero autodafè  della Lagarde a Berlino, ma il fatto che queste testoline provenienti per meriti e soldi di famiglia da prestigiose università e dirette fin dalla nascita verso altrettanto prestigiose carriere, hanno spiegato a tutti per decenni che cosa bisognava fare, cosa imponeva la cosiddetta scienza economica neo liberista e così hanno rovinato interi Paesi, affamato popolazioni, ricattato governi per fare spazio alle speculazioni. Ora invece, come se niente fosse ci vengono a dire che hanno sbagliato, senza però avere l’onestà minima di ripensare l’impianto ideologico basato sul profitto e sul mercato come valori assoluti che è la radice dei guasti prodotti.

Sono così apparentemente ingenui nella scoperta delle contraddizioni e delle aporie del sistema che chiedono salari sempre più bassi, precarietà sempre più alta in vista di una produttività insensata nell’ambito di un calo della domanda. Salvo poi invocare i lanci di soldi dall’elicottero variamente intesi il cui risultato sarebbe in sostanza togliere dignità in cambio dei profitti di pochi, la creazione di una nuova società servile guidata da oligarchie di ricchi nella quale l’elemosina sostituisce i diritti. Siamo di fronte a un tale coacervo di sciocchezze che viene spontaneo domandarsi se davvero si siano sbagliati, se davvero siano così stupidi, se gli illusionismi ideologici confortati durante la guerra fredda dalle chiacchiere di qualche nobile austroungarico deprivato delle rendite imperial regie,  non abbiano ben presto lasciato il posto a una concezione totalmente reazionaria della società, a un inimmaginabile passo indietro nella storia di cui la teoria economica non è che uno strumento o al massimo un alibi, una supposta necessità per liberarsi dall’etica. Qualcosa che non si può ovviamente rivelare, anche se è tutta contenuta nell’antropologia neo liberista, basta scavare appena un po’ sotto le frasi fatte e i leit motiv da cui siamo investiti: in realtà è proprio la Lagarde l’errore.

Del resto uno dei padri e dei padrini accademici  della teoria, Milton Friedman fu un ardente sostenitore del golpe di Pinochet che oltretutto regalava alla “scuola di Chicago” la possibilità di fare esperimenti in vitro nel “Paese lungo” visto che altrove essi erano interdetti dalla necessità di combattere il comunismo e quindi di dover conformarsi in qualche modo al modello democratico e keynesiano. Una volta dissoltasi l’Unione sovietica è cominciata l’opera di demolizione, di sostituzione delle elites politiche e tramite le nuove leve di scompaginamento della democrazia e della concezione del lavoro. E’ abbastanza facile rilevare sul piano della storia come della cronaca che la visione neo liberista è incompatibile con la democrazia: chiunque vi dica di poter servire questi due padroni visto che vanno d’amore e d’accordo mente per la gola.


La Cina si prepara alla succesione

il-capo-dello-stato-cinese-e-il-presidente-del-cio-thomas-bach-insieme-alle-rispettive-consortiProbabilmente appena un anno fa sarebbe stato difficile se non impossibile  immaginare che una platea di ricconi reazionari circondati da una pletora di servitù mediatica e accademica, si sarebbe spellata le mani ad applaudire il leader di un Paese formalmente comunista come la Cina. Ma evidentemente nei 12 mesi trascorsi il progetto oligarchico del neoliberismo ha incontrato tanti e inaspettati ostacoli proprio nelle sue patrie di elezione ovvero in Inghilterra con la Brexit e in Usa con la sconfitta della Clinton, che al Forum di Davos si è cominciato a guardare a Pechino come un faro di stabilità della globalizzazione al posto della tradizionale Casa Bianca. Così lunghi applausi a Xi Jìnpíng che oltre ad essere il presidente della Repubblica popolare è anche il segretario del partito comunista.

In un mondo in preda all’incertezza ed alla volatilità dei mercati, tutti guardano a Pechino” ha detto lo stesso fondatore della kermesse di Davos e di certo il leader cinese non si è sottratto al compito di apparire come il nuovo campione della globalizzazione, mentre le vecchie assi portanti cominciano a scricchiolare, rose dalle contraddizioni interne e dai pasticci infami che hanno creato a tal punto da indurre la Lagarde, sia pure in quel linguaggio fatuo e ambiguo delle nullità contemporanee, a fare ammenda sullo straordinario aumento delle disuguaglianze. Si è beato del poco dignitoso “pentimento” di chi fino a poche settimane fa parlava del comunismo cinese come  dell’incarnazione del totalitarismo, ovvero tutti i presenti in sala.  Ci si è beato perché dagli stessi applausi appare chiaro come le elites occidentali non abbiano più alcuna propensione alla democrazia divenuta solo un feticcio vuoto e vedano nella dittatura del mercato, nelle sottrazioni di sovranità che tanto piacciono alle loro vittime designate, nelle narrazioni economiche un mezzo di dominio sociale e geopolitico. E siano dunque disposte ad accogliere qualsiasi protettore, qualunque rifugio pur di conservare le rendite di posizione e i loro affari.

Naturalmente la Cina è disposta a divenire il nuovo protettore della globalizzazione non certo su base ideologica, ma semplicemente perché ha tutta la convenienza a favorirla mentre sta sviluppando il proprio gigantesco mercato interno e mentre procede ad acquisire asset economici in occidente e posizioni di guida in Africa e altrove: la globalizzazione l’ha trasformata da immenso Paese agricolo a maggiore potenza industriale del pianeta, le ha consentito uno straordinario sviluppo tecnologico e non può che assecondare l’avidità insaziabile di profitti che ha portato le elites occidentali a produrre a prezzi irrisori in Asia per vendere a prezzi alti sui propri mercati, scardinando così le logiche politiche, economiche e sociali su cui si era retto il capitalismo precedente e che in un certo senso rendeva un male necessario il senso della rappresentanza e della democrazia. Ma c’è di più: Pechino, al contrario delle opinioni pubbliche sulle due sponde dell’Atlantico sa benissimo che il neoliberismo è una forma di lento ed entusiastico suicidio delle società occidentali, del capitalismo produttivo e della stessa borghesia, ha tutta la convenienza ad assecondare un sistema che è destinato al fallimento, ma che per il momento rappresenta la sua gallina dalle uova d’oro e che le permetterà entro due decenni di marginalizzare l’occidente e di raccoglierlo come un fico marcio. Di certo non ci si può aspettare che favorisca quel reflusso verso protezionismi e ritorni di sovranità ( intesi purtroppo sempre in senso conservatore, non evolutivo) che ridimensionerebbero la sua espansione. Perciò accoglie con benevolenza il lamento degli sfruttatori globali.

La cosa straordinaria è che la più violenta e più ottusa forma di reazione e di ritorno al medioevo chiede adesso una mano  al comunismo vero o falso che sia, ma comunque demonizzato in senso ideologico fino a qualche settimana fa. Per la gente di Davos le idee sono semplici etichette, come quelle dei prezzi che si possono cambiare a seconda del mercato politico o come le tariffe delle prostitute (basta con l’eufemismo di escort) che accorrono in massa al Forum per allietare le serate dei ricchi sia per guadagnare, ma anche per essere consolate dal fatto che gli illustri clienti sono più puttane di loro.

 


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