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Paura alla spagnola

spagnolaNon so quante volte in questi mesi ho sentito citare e praticamente quasi sempre a sproposito l’epidemia spagnola che seminò la morte tra l’ultimo anno della grande guerra e la prima parte del 1920, provocando la morte di un numero imprecisato di persone, ma che si stima possano essere tra i 20 e i 30 milioni, ( non 50 0 100 come spesso si legge) un numero di gran lunga superiore a quelli provocati dalla grande guerra e che destò grande allarme perché invece di colpire gli anziani al termine della loro vita, falciava persone giovani e mature. E adesso come se tutto questo rimuginare storico per sentito dire non bastasse quell’antica epidemia viene evocata per annunciare un suo possibile  e imminente ritorno  visto che il coronarvirus si è dimostrato sin troppo domestico per cui bisogna una qualche spauracchio per far sì che la gente continui a vivere come sugli alberi le foglie. Ma devo una pessima notizia alle interessate Cassandre che vogliono distinguersi nella loro opera di untori della paura: la spagnola è già tornata nel 2009 sotto forma di influenza suina. Gli studi compiuti hanno mostrato che il virus H1N1 del 1920, appartiene alla famiglia dei virus dell’influenza A ed è pressoché identico a quello moderno così che gli studiosi discutono sul perché la suina di 11 anni fa non abbia fatto strage, anzi sia stata piuttosto leggera . E in generale non si capisce bene che cosa abbia provocato l’alta mortalità della spagnola.

Ora innanzitutto  va detto che il nome di spagnola e di suina sono dei falsi: il passaggio dell’H1N1 da qualche uccello alla specie umana è avvenuto presumibilmente in Kansas ed è stato poi  diffuso dalle truppe americane sia in Europa che in altre parti del mondo, mentre la suina è di origine californiana, ( si disse messicana, però il Messico protestò contro questo falso che confondeva il sud California americano con la Baja california  e da allora di parla di suina) ma naturalmente non si poteva e non si può attribuire all’America l’origine di una qualsiasi pestilenza e dunque furono trovati nomi e sigle che allontanassero l’amaro calice dal paese eccezionale. Il quale adesso però se la prende con la Cina come se non fosse egli stesso  l’origine della più grande epidemia  dell’evo moderno e come se non mancassero gli zampini dei suoi filantropi anche dentro il coronavirus. Ma superiamo la nomenclatura che pure è importante per certi versi e concentriamoci invece sugli indici di mortalità: la ricerca che come sappiamo è costantemente influenzata sotto molteplici aspetti dagli Usa fa un po’ di fatica a vedere ciò che ha sotto il naso, si concentra sulle cause più immediatamente fisiche e dunque sul virus in sé, trascurando pervicacemente  il contesto anche quando – e questo è il caso – non si trovano motivazioni e tracce per comprendere la patogenicità radicalmente diverso dello stesso virus.  In particolare sono le condizioni sociali ed economiche ad essere trascurate quando esse si rivelano negative, con la coda di paglia di chi tema che possa essere messo in discussione lo stile di vita: così è sfuggito per molto tempo il fatto che la Spagnola fu così terribile perché si diffuse in piena guerra, in ospedali sovraffollati e certamente messi peggio di quelli del bergamasco, ma soprattutto in un contesto nel quale la denutrizione colpiva vaste fasce di popolazione per cui spesso subentravano al virus superinfezioni batteriche letali. E le persone più giovani a causa della guerra erano più esposte.

Il medesimo virus H1N1 si ripresentò fra le truppe americane anche durante la seconda guerra mondiale, ma mentre nel corso del conflitto ebbe effetti di un certo rilievo, terminate le operazioni militari e dunque eliminate le condizioni impervie della guerra divenne un’influenzina trascurabile. Questo ci dice qualcosa che la scienza medica ha  dimenticato :  è il contesto sociale, economico e sanitario, che definisce in gran parte la gravità della malattia e i suoi indici di mortalità. In un certo senso anche la malattia è un fatto politico, così come lo sono molte delle condizioni che vengono ingenuamente ritenute naturali e unicamente dipendenti dal mondo esterno. Ma senza andare a mettere troppa carne al fuoco è evidente che le condizioni di vita, assieme all’assiduità e alla qualità dell’assistenza medica, nonché al livello euristico delle sue conoscenze  sono decisive per determinare la gravità di una malattia. Per esempio il cancro oggi miete meno vittime non tanto per qualche novità nelle cure, ma per la capacità di diagnosi precoce per la maggior parte della popolazione (almeno era così prima del coronavirus che ha sfasciato tutto) la quale è possibile grazie all’estensione delle tutele sanitarie anche a quella parte di popolazione che una volta non poteva permettersi un’assistenza medica efficace. Laddove prevalgono i sistemi privatistici la differenza tra reddito e mortalità è evidentissimo. Questo trascurando per il momento il fattore di rischio, non dovuto semplicemente al Dna ma alle condizioni di vita: i redditi più bassi sono di solito più esposti a condizioni sfavorevoli per la salute.

Insomma la spagnola non fu terribile in sé, ma per le condizioni in cui il virus si diffuse e questo si può dire per quasi tutte le affezioni virali: Nel caso del Covid la massiccia manipolazione dei dati per trasformare un ‘influenza in pandemia sterminatrice, sarà possibile solo fra qualche anno, (sempre che non si riesca ad evitare una sindrome  orwelliana), ma già da ora è più che evidente che la mortalità è stata causata principalmente da errori radicali nelle cure, dall’adozione di strategie sbagliate come la concentrazione delle persone a rischio che doveva invece essere evitata, dalle azioni scomposte di una sanità drogata dai profitti che non vuole riconoscere il ruolo negativo delle vaccinazioni antinfluenzali nella resistenza ad altri patogeni.


Fare e disfare un’epidemia

First Image of a Black HoleL’anno scorso fu presentata, con un enorme battage mediatico, la prima foto fatta a un buco nero che è diventata poi anche l’immagine dell’anno secondo le classifiche orribilmente idiote che arrivano da oltre atlantico. Peccato che fosse un falso assoluto: sono state  prese le onde radio emesse da ciò che in relazione alla scienza standard possiamo interpretare come un buco nero circondato da gas che si precipitano nell’orizzonte degli eventi e sono state “tradotte” in un’immagine, dunque un’operazione dotata del suo fascino se fosse stata proposta nei suoi limiti, ma che  diventa ambigua se si vuole far credere che sa sia davvero una foto, cosa peraltro in qualche modo suggerita dagli stessi scienziati che hanno preso parte all’impresa:  “Quello che stiamo guardando è un anello di fuoco creato dalla deformazione dello spazio-tempo. La luce vortica e sembra un cerchio” disse a commento l’astrofisico Heino Falcke. Ma non c’era alcuna luce, perché era solo immaginata. La stessa cosa accade con i virus e con quello che ha segnato l’inizio dell’agonia occidentale, oltreché italiana, il famigerato coronavirus.

Per antica abitudine siamo abituati a pensare in termini di batteri e dunque anche dei postulati di Koch per capire se un organismo è infettato da determinati microrganismi secondo i quali:  il presunto agente responsabile della malattia in esame deve essere presente in tutti i casi riscontrati di quella malattia; deve essere possibile isolare il microrganismo dall’ospite malato e farlo crescere in coltura; tutte le volte che una coltura del microrganismo viene inoculata in un ospite sano e suscettibile alla malattia questi si ammala; il microrganismo deve poter essere isolato nuovamente dall’ospite infettato in via sperimentale. Tuttavia i batteri possiamo vederli perché sono veri e propri organismi che vivono al di fuori delle cellule, mentre i virus no perché sono frammenti nanoscopici di materia organica che si moltiplicano dentro le cellule: ciò che “vediamo” sono dei sequenziamenti genici prodotti  delle ricostruzioni computerizzate a partire da alcune frammenti di Rna o Dna. Di qui nasce l’oggettiva difficoltà a seguire i postulati di Koch e a dimostrare il collegamento tra virus e malattia, cosa che può essere tanto più ardua quando l’agente patogeno produce sintomi generici, quando fa parte di una famiglia piuttosto diffusa nell’organismo umano, come i coronavirus, responsabili di molte patologie generalmente leggere delle vie aeree e quando ci si trova di fronte a un patogeno nuovo, non ancora ben conosciuto.

Questo pone dei problemi non da poco sul piano teorico perché l’esistenza presunta di un qualunque ente con determinate influenze sull’insieme sia esso un buco nero o un virus, influenza enormemente la ricerca perché come sempre accade si è più disposti a vedere ciò che ci si aspetta, eliminando le altre possibili ipotesi e attribuendo a questo riconoscimento un valore di prova per la teoria stessa. Trovo questo problema circolare assai più affascinante di qualunque falsa fotografia, ma uscendo da questi problemi che appaiono così astratti  la difficoltà di individuazione di un virus  porta al fatto che nei laboratori di analisi di fronte a sequenze di Rna non ben identificabili presi dai tamponi, ( ma il medesimo problema sia pure in termini differenti si pone anche per le analisi sierologiche) l’ordine di servizio è stato quello di attribuirli comunque al coronavirus. Insomma la pandemia è un po’ come la fotografia del buco nero solo che quest’ultima è un diversivo immaginativo su qualcosa di necessario per tutto il sistema standard della fisica, ancorché sia per molti versi problematico,  mentre il coronavirus è una semplice variabile in un campo dove le conoscenze sono veramente scarse e dove è anche più facile barare o cadere in errore o avere opinioni variabili come accade ai virologi da televisione. Al punto che la maggiore obiezione contro chi considera inutili le mascherine perché a maglie troppo larghe per fermare il virus è che nessuno può dirlo visto che non sappiamo quasi nulla di questo patogeno anche se abbiamo miriadi di immagini di fantasia, puri e semplici disegni. A tale proposito, visto che ci sono, debbo lamentare il fatto che molte persone non abbiamo compreso come il numero dei morti attribuiti al Covid è meno in relazione con le misure prese che con i criteri con cui sono classificati i decessi: tanto per fare un esempio in alcune aree il malato terminale di cancro con coronavirus viene considerato correttamente  un morto per cancro, in altre in maniera impropria un morto per Covid. In questo senso gli indirizzi generali che alla fine sono determinati dalla dialettica politica, possono fare o disfare un’epidemia e costituire una falsa fotografia della realtà.


Marcia sulle rovine

rovineAnna Lombroso per il Simplicissimus

Mi auguro che non vi siate persi il gustoso siparietto del sindaco di Venezia con tanto di gilet della Protezione Civile, proprio come un Salvini qualunque o una olgettina in divisa da poliziotta,  che manifesta in piazza San Marco circondato da un assembramento di osti celebri per perorare la causa della “riapertura”, rappresentata icasticamente da apposita scritta luminosa proiettata sul Campanile.

Il Campanile, se gaveva sentà, si era proprio seduto su se stesso, nel lontano  14 luglio 1902, quando  la gente della Giudecca e del Lido  e i barcaroli che passavano con le chiatte cariche di frutta, verdura, pesce, si accorsero stupefatti che mancava qualcosa nel profilo della loro Venezia. La gente gridava per strada, passandosi la notizia, correva a guardare il cumulo di rovine: il crollo senza vittime venne vissuto come un lutto cittadino, le macerie   furono gettate in mare, a circa 5 miglia dal Lido di Venezia, trasportate con un grosso barcone e l’impressione suscitata fu quella di un lugubre trasporto funebre.

Così residenti, autorità, ma anche l’opinione pubblica mondiale, decisero concordi che dovesse essere restituito alla Serenissima e all’immaginario collettivo, come prima e dove era prima.

Lo stesso accadde con l’incendio della Fenice, l’ultimo, quello del 1996: anche in quel caso i veneziani piangevano guardando nel cielo della sera levarsi le fiamme che parevano inestinguibili, anche in quel caso si disse che il teatro doveva risorgere proprio come l’animale mitologico di cui portava il nome, dov’era prima e come prima.

Ecco sarebbe bene che questo nobile principio non venisse preso alla lettera nel caso della “ricostruzione” come ostinatamente viene chiamato con il linguaggio bellico sfoderato da governo, task force, regioni, comuni, comunità scientifica, stampa, il dopo virus. Da due mesi informazione, opinionisti e pensatori  ci somministrano come una medicina troppo dolce per poter far bene, le edificanti visioni del futuro, che non potrà che essere migliore, per via della lezione della storia che, per la prima volta da che mondo e mondo, ci avrebbe insegnato  il riscatto da egoismi, indifferenza, accidia.

Ultimo della serie il fondatore e ex segretario del Pd, sindaco di Roma, vice presidente del consiglio, ministro del Beni Culturali, purtroppo mai abbastanza ex nella sua  veste di curato che prima del film nel cinemino parrocchiale è solito tenere il suo  sermone, rivolto ieri a noi ragazzini del campo di calcetto che per una volta ci siamo guadagnati il dieci in condotta.

Così rivolgendosi ai partigiani del divano, ai resistenti delle serie di netflix, ai combattenti del pane fatto in casa e delle penne lisce malgrado l’intolleranza al glutine, ha mostrato il suo compiacimento perché gli italiani si sono dimostrati responsabili, saggi e fieri,   gente robusta radicata nella terra e nel lavoro, si nella terra come vogliono Bellanova e Bonaccini pronti a affidare a una caporalato pedagogico chi percepisce il reddito di cittadinanza, e nel lavoro, se vogliamo definire così precariato, contratti anomali, volontariato, part time, grazie alle riforme progressiste.

Alla faccia di certi  pistolotti basta invece andare a vedere che cosa ci stanno preparando se dopo l’emergenza si sta allestendo la normalizzazione della calamità, commissariati dalla troika, soverchiati dai debiti accumulati e strangolati da quelli nuovi contratti grazie all’amore delle banche, con affitti e bollette arretrate, sospeso il lavoro precario, i commerci e le attività artigianali, mentre le curve sud del governo se la prendono con gli indegni “aperturisti” che mettono a rischio la salute dei cittadini,  come se Ance, Confindustria, potenti catene della distribuzione e ancora più potenti cordate del cemento,  multinazionali, imprese di produzione di strumenti bellici non avessero già dettato le leggi, quelle del mercato, della concorrenza sleale e dello sfruttamento.

A quelli non serve la lezione prevedibile, anzi prevista, del cigno nero perché con la scuola si sono comprati anche la storia, che non guarda agli effetti collaterali, civili bombardati o falliti, affamati e espropriati di diritti.

E a proposito di chi sta a galla rispetto ai sommersi, come al solito penalizzati da un lato per aver troppo voluto, dall’altro per non essere equipaggiati con le qualità che garantiscono successo e affermazione, la Repubblica geme per la dèbacle di  Airbnb proprio nell’anno che doveva segnare il decollo definitivo con la quotazione in Borsa, vicina ai 50 miliardi di dollari e che adesso dopo la fase di “survival”, sopravvivenza, è costretta a tornare “ai fondamentali”, peggio di prima,   licenziando duemila persone, un quarto di tutti i dipendenti.

E sempre Repubblica in pieno nuovo corso, si compiace che il ministro Franceschini invece di imporre l’entrata gratuita in tutti musei, investendo in quello che il coglionario neo liberista ha definito il nostro petrolio, invece di assicurare il posto al personale dei beni culturali, annuncia la sua svolta epocale: per sei mesi niente tasse per i tavoli all’aperto, per i dehors dell’apericena, perché ammettiamolo, il pilastro della nostra economia compresa quella di risulta delle case vacanze e dei B&B illegali, sporchi, al di sotto di ogni requisito di sicurezza e decoro, compresa quella dell’occupazione di suolo, che va dalla Tav ai bar del centro, risiede nella “licenza”, nella  irregolarità premiata purchè faccia cassa  e perfino in quella sancita per legge in tempi emergenziali e per l’interesse generale, come succederà con le olimpiadi invernali, per le quali non è stata prevista nessun “survival”.

E difatti a Venezia, come prima e dov’era prima e quindi peggio di prima è “ripartito” il Mose. Così come voleva l’Ance, come voleva il sindaco che, se a novembre dichiarò di non sapere nulla del prodigio ingegneristico il cui brevetto voleva rifilare ai cinesi in cambio del virus: così imparano, si è prodigato perché le opere “buone” proseguissero, entusiasta delle performance garantite da test taroccati,  e anche le “cattive”, se il commissario uscente ha dichiarato aperti verbis  che “sono stati anticipati i quattrini per  lavori improrogabili per 5 milioni, ma  sono stati spesi solo 300 mila euro”,  se più di tre anni fa  una trentina fra funzionari del Magistrato alle Acque di Venezia, professionisti, manager del Consorzio Venezia Nuova, perfino un ministro, avevano ricevuto l’intimazione a pagare entro 90 giorni una somma tale da compensare i 42 milioni di euro spesi “per sassi da diga” che avevano gonfiato le fatture  mascherando  le tangenti del malaffare, ma adesso si scopre che l’atto è stato annullato.

E’ stato messo così un sigillo finale e simbolico sulle azioni risarcitorie a carico   della cricca che provocò “un maggior costo dell’opera (finora oltre 6 miliardi) e influito sulla formazione del cosiddetto ‘prezzo chiuso’, oltre che sul sistema dei controlli, con possibili riflessi sulla qualità dell’opera e aggravio dei costi sull’Amministrazione e dello Stato”, secondo le parole del procuratore regionale veneto della Corte dei Conti.

O a Firenze il come prima sarà peggio di prima se a compensazione del cespite per i tavolini dei caffè d’oro,  o delle tasse di soggiorno, il sindaco propone di “mettere in garanzia il patrimonio edilizio” del Comune, grazie alla giovevole “opportunità” concessa benevolmente dal Governo, di ricorrere all’indebitamento. Come a dire i sigilli a  Palazzo Vecchio per far fronte alle spese ordinarie, incrementate dall’epidemia.

A dimostrazione certamente che il modello di una città a unica vocazione turistica è destinato al fallimento, ma anche a conferma del disprezzo riservato al bene comune, a quel patrimonio che nel mantra del ceto dirigente del Paese, da anni, dovrebbe costituire il giacimento da sfruttare nei secoli, che la metà della superficie del tessuto urbano che ha subito trasformazioni proprietarie o di destinazione d’uso  interessa  proprietà pubbliche alienate tra cui caserme, ospedali militari, stabili anche monumentali e altro, per essere convertiti in strutture residenziali di lusso.

Ci aspettano tempi feroci se chi è rimasto a casa non sa se potrà mantenerne al proprietà o il diritto d’uso, se chi è stato esposto al “rischio sanitario”, andando a lavorare, nel giro di pochi mesi, si troverà in cassa integrazione o senza posto.

Mentre la ripresa è garantita per i corsari del mare – la prodizione cantieristica non solo di navi da guerra è considerata essenziale, per le multinazionali, comprese quelle turistiche che garantiscono viaggi sicuri e protetti e ospitalità in siti intoccati da virus, germi e batteri che infestano le gite in pullman con vendita di pentole, per i cantieri, abilitati a tornare come prima, con crolli, incidenti sulle impalcature, negli altoforni sia pure con  dotazione di mascherina scaricabile dai redditi, per l’immenso mercato online, promosso a colonna della globalizzazione.

Si ricostruzione garantita, ma ancora più sregolata a norma di legge marziale, in modo da  sanare i bilanci privati pesando su quello pubblico, per socializzare le perdite a nostro carico, per farci pensare che saremo si, sopravvissuti, ma questa che ci aspetta è un po’ meno della vita.

 

 

 

 


Patrizi e plebei

pat2 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma mica credevate davvero di conquistarvi meriti presso la casta sacerdotale dello sviluppo, presso i profeti della competizione globale, mandando i vostri figli, con grandi sacrifici, alla Luiss, alla Bocconi, pagando  a caro prezzo quei disonesti parcheggi  sotto forma di master in prestigiose strutture formative gestite da acchiappacitrulli e propedeutici a brillanti carriere nella City?

Ma davvero  credevate che così sarebbe stata assicurata loro la scalata sociale e per voi il riscatto, grazie all’automatica affiliazione in quelle cerchie del privilegio, in quei delfinari dove l’inclusione invece è proibita a chi non vanta appartenenze dinastiche o di censo, proprio come lo è nel vostro ceto per il terzo mondo esterno che si affaccia da noi.

Ma davvero vi credevate che fossimo dentro a un film di Frank Capra, dove la virtù, l’onestà, l’onore vengono premiate, dove Mr Smith  va a Washington, diventa senatore come un qualsiasi  5stelle ma restando integro, innocente, specchiato riesce a far valere i suoi lodevoli propositi, o che i  format Publitalia o Leopolda garantissero che studi, curriculum, che potessero avere lo stesso peso e la stessa influenza delle raccomandazioni  ai tempi di Andreotti. Perché se che è vero che  continuano a declinarsi a vari livelli gerarchici in tutte le geografie del clientelismo e del familismo, ma  è altrettanto verificato che non possono competere con le impari opportunità  elargite a chi nasce da sacri lombi, da casati illustri con azionariati incorporati.

Dopo la irresistibile e irriducibile ascesa del cavaliere, dopo le scalate dei due matteo e di qualche altro esemplare in corso,  di archetipi di homo novus  se ne affacciano pochi,  perché certi cursus honorum richiedono investimenti, protezioni, appartenenze speciali e non bastano più i codici genetici dell’arrivismo,  della spregiudicatezza, che costituiscono la dotazione iniziale dei social climber.

E ormai non si vedono più in giro e sui rotocalchi per famiglie le favole edificanti di Cenerentola che sposa il principe, di Pretty Woman che sposa Gordon Gekko, di un personal trainer, o un attore o un giornalista (professione che ha perso smalto) come in Vacanze Romane, che innamora l’ereditiera o la futura regina: le interazioni di ceto sono evaporate nella polarizzazione tra una minoranza che ha e che accumula e depreda per avere sempre di più, combinandosi con altri che perseguono gli stessi obiettivi, e una larghissima e variegata molteplicità sociale con una classe che un tempo coincideva con l’alta, media e piccola borghesia, ormai impoverite, quelle che impropriamente viene indicata come “signorile”  contando sul mantenimento di margini ampi di sopravvivenza,  e i sommersi.

Tra queste  declinazioni pare non ci sia più scambio, interconnessione e reciprocità, grazie anche all’ideologia del politicamente corretto che congela queste gerarchie e differenze, le normalizza, nel timore che diano luogo all’unico conflitto che spaventa, quello appunto di classe.

Infatti è da un bel po’ che gli investimenti sulle generazioni a venire, pur guardati con generosa benevolenza, soprattutto se indirizzati verso università, scuole private, formazione a pagamento persuasive della bellezza del volontariato e della gratuita prestazione d’opera a scopo pedagogico, sono annoverati tra i consumi dissipati di un popolo che vuole troppo, che ha fatto il passo più lungo della gamba, ben oltre i propri meriti. Sono questi gli effetti distorti del mito della meritocrazia, che ha saputo convertire perfino la parola uguaglianza in una bestemmia o in un tabù e che ha convinto milioni di lavoratori dipendenti che   fosse doveroso rinunciare a rivendicare diritti e salari, esigibili e erogabili solo in presenza di risultati produttivi.

E figuriamoci cosa succederà da ieri in poi, quando il lento e cauto riavvio del paese dirige milioni di persone versa una accelerazione traumatica dell’impoverimento,  secondo i dati del Def, che parlano di  un incremento del debito a fronte della contrazione dei consumi, una flessione degli investimenti, un peggioramento del tasso di disoccupazione, una caduta dei redditi da lavoro, un crollo del monte ore lavorate.

Se avete pensato come Renzi che la Buona Scuola, la privatizzazione soprattutto morale dell’università grazie ai ministri che si sono susseguiti, in testa quelli dell’area riformista, fossero il prezzo da pagare per mettere i vostri figli in condizione di rispondere alle sfide del mercato globale, di conquistarsi un posto  in prima fila nel grande teatro dello sviluppo e di un lavoro libero dalla fatica grazie all’automazione, all’informatica, se eravate convinti che il progresso fosse una divinità da adorare perché alla faccia cattiva delle disuguaglianze, del colonialismo, dell’oppressione opponeva quella buona delle conquiste scientifiche, della lotta alle malattie, dell’alfabetizzazione, dell’onnipotenza virtuale, temo che stiate per avere un gran brutto risveglio.

E basta pensare non solo alla guerra persa contro il cambiamento climatico, l’inquinamento, le patologie che ne derivano, alla correità nella demolizione della ricerca e dei sistemi presidiati alla cura, all’assistenza alla salvaguardia della salute, ma alla fine del lavoro inteso come valori di emancipazione, conquiste, quelle sì meritate con la lotta, diritti, ormai cancellati come optional cui è doveroso rinunciare in condizioni di “necessità”

Basta pensare  a quali sono e saranno le occupazioni per i vostri figli, se non si piegano all’appello della ministra ex bracciante e del presidente di regione che chiamano a raccolta, obbligatoriamente, quelli che indegnamente percepiscono redditi di cittadinanza e sussidi, perché restituiscano il maltolto, o quelli che dovrebbero gettare alle ortiche da raccogliere per il risotto e la frittata, anni di studio, curriculum e referenze, per tornare ai campi, in quelle funzioni fino a ieri sottratte occupate abusivamente dagli immigrati, ma con emolumenti inferiori perfino ai loro, come è imperativo nell’attuale stato di emergenza.

Governo e Confindustria le hanno individuate e designate con l’aggettivo “essenziali”: pony, facchini, magazzinieri, operai metalmeccanici e nel settore della fabbricazione di strumenti bellici, cassiere, commessi, camionisti, autisti di bus, guidatori di metro e treni con i quali portare in fabbrica, al supermercato, al call center, in uffici con orari flessibili altri inservienti, donne delle pulizie, postini, netturbini.

Perché contrariamente a ogni ipotesi dell’immaginario pandemico, nulla lascia prevedere  che vengono un futuro richieste figure professionali oggi esaltate, virologi, epidemiologi, specialisti pneumologi, cardiologi, perché la sanità già malata andrà verso l’agonia per i costi dell’emergenza, per risarcire scelte sbagliate del passato e del momento, e pure per non scalzare la casta sacerdotale che inebriata dal primato assegnatole non mollerà le poltrone accademiche e televisive.

Invece potete star tranquilli, manovali, operai sulle impalcature, subacquei addetti all’eterna manutenzione della potente opera ingegneristica veneziana occupata dalla cozze e dalla ruggine, talpe dell’alta velocità, quelli sì sono richiesti per mansioni servili e a termine nella lotteria delle grandi opere mai sospese per coronavirus, sempre attive e instancabili come la speculazione, lo sfruttamento, la corruzione che movimentano un una eterna ammuina.


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