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Vittime designate

Il Trivulzio secondo Morbelli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mentre siamo tutti in fervida attesa di conoscere nel dettaglio le nuove misure emergenziali del governo, anticipate da organi di stampa bene informati: probabile coprifuoco, salvi i parrucchieri, ma penalizzato il calcetto,  ingressi scaglionati per scuole superiori e atenei e una “mossa netta” sul lavoro agile, è passata inosservata una breve in cronaca.

È quella che rende noto che nella residenza per anziani   “Anni Azzurri” di proprietà del gruppo di sanità privata Kos, che si affaccia sul Parco di Veio a Roma Nord si registra un focolaio di coronavirus: i positivi sono 51, 14 operatori dipendenti della struttura e 37 ospiti, tutti anziani in condizione di forte riduzione della propria autonomia per patologie cronico-degenerative, che non necessitano di assistenza ospedaliera ma hanno necessità di un monitoraggio delle condizioni cliniche e dei parametri vitali.

Va di moda la narrazione bellica per via della guerra al virus e della ricostruzione, necessariamente rinviata a data da destinarsi. Vien bene quindi immaginarsi la società come uno di quei campi di battaglia del Settecento, con i soldati disposti in file, davanti quelli destinati a essere crivellati dai primi colpi.

E ecco qua come si presenta la situazione a quasi otto mesi dal divampare dell’epidemia: in prima linea si trovano i soggetti più vulnerabili ed esposti, i già malati, gli anziani, i pesi parassitari sulle spalle della società, a meno che non si tratti di augusti vegliardi che se proprio si sono arrischiati in congiungimenti carnali e orge invidiabili vista l’età, ritrovano la salute in meno di una settimana.

E tra le truppe a rischio – i generali sono a casa a fare i  von Clausewitz in smartworking davanti al pc, ci sono ancora quelli che – si contavano a milioni – durante il domicilio coatto degli arditi resilienti sul canapè, dovevano conquistarsi la gavetta del rancio, andando a lavorare in posti dove non si rispettavano elementari requisiti di sicurezza già da prima (basta fare un conto delle morti bianche a lockdown vigente), elusi grazie a un patto unilaterale sottoscritto dai datori di lavoro per essere esonerati da responsabilità, viaggiando come bestiame diretto al macello sugli stessi mezzi pubblici stracolmi, oggi oggetto di caute e pensose dissertazioni sul da farsi.

Perfino il Manifesto che si era fatto promotore di un appello “Basta con gli agguati”, che aveva raccolto, si disse, quasi ventimila firme a sostegno dell’azione dell’esecutivo bersaglio di “attacchi strumentali”, di una congiura di Palazzo ordita da chi aveva  opachi interessi a sostituire “la maggioranza che faticosamente lo sostiene, per monopolizzare le cospicue risorse che saranno destinate alla ripresa”, si è interrogato sulla strada intrapresa dai governi europei, criticando la più discutibile delle misure, quel coprifuoco, il più “odioso” simbolicamente, e che  costituisce “una manifestazione esemplare del potere, l’occupazione poliziesca di uno spazio e di un tempo di libertà”.

In tempo di sanzioni e multe intanto c’è da comminarne una per “abuso” al quotidiano comunista, ultimo superstite riferimento morale per gli stessi indifferenti che da in qualità di flaneurs reclamano restrizioni drastiche per fronteggiare la crisi, che in forma bipartisan viene definita “sanitaria”.

Il tardivo richiamo alla difesa di diritti costituzionali, instaurando “un clima di terrore tale da indurre i cittadini a ogni rinuncia possibile del proprio spazio di libertà e all’obbedienza in generale”, rappresenta l’ennesimo rifiuto storico e politico, la rinuncia alla contestazione e la critica al sistema che ha prodotto quella crisi sociale che è l’humus nel quale si sviluppano le patologie epidemiche, effetto di inquinamento, smantellamento del sistema sanitario, delega della cura e dell’assistenza al settore privato o al volontariato non riconosciuto delle donne, cui si offrono generosi part time e cottimo in modo che attuino il potere sostitutivo del Welfare, condizioni ricattatorie di precarietà che inducono i lavoratori a accettare condizioni lesive della dignità e  della sicurezza.

Sono tutti elementi che costituiscono il volto nero del progresso, l’altra faccia delle scoperte scientifiche e tecnologiche, di condizioni di benessere che sembravano inalienabili nelle nostre geografie e che denunciano che alla nostra onnipotenza virtuale si accompagna un tremenda e incontrastabile impotenza concreta.    

Dopo aver sbertucciato chiunque avesse messo in guardia da uno stato di eccezione che in nome del diritto alla salute creava una gerarchia punitiva degli altri: lavoro, istruzione, tacciando di delirante e visionario complottismo chi ne evocava i sinistri effetti – e dire che giorni fa perfino il capo della Polizia, non Agamben, metteva in guardia dall’effetto Weimar – ecco che la cerchia degli idolatri della quarantena arcadica, che faceva riscoprire le città d’arte e i ritmi del tempo e dell’ozio, ha delle rivelazioni sorprendenti quando gli proibisci il cinemino e la pizza con gli amici.

E’ che sono quelli che pur non facendo parte dei vertici dominanti, ne hanno assorbito l’ideologia che ha colonizzato l’immaginario  con la persuasione che non c’è alternativa al capitalismo neoliberista, e che è opportuno e sensato incistarsi nel suo contesto per assicurarsi uno standard minimo di benessere e di affermazione personale, adesso scoprono che in forse ci sono prerogative individuali e collettive.

Il fatto è che come al solito a preoccuparli sono quei diritti che sarebbe ingiusto definire aggiuntivi, che sono stati definiti “civili” in modo da assecondare una graduatoria o un gerarchia basata sull’illusione che quelli fondamentali fossero stati conseguiti e non poessero essere rimessi in discussione.

Invece sono anche quelli aggrediti grazie al pensiero forte e all’azione dei governi nessuno escluso, che vogliono dimostrare che se le cose funzionano e il virus regredisce è merito loro, se invece si “riaccende” è colpa mia, tua, nostra, vostra.

Così le limitazioni servono a blandire le coscienze di chi si sente partigiano perché rinuncia alla movida e ai fine settimana nella seconda casa, partecipe della lotta dei “pompieri” eroi ai focolai.

E che se ne sia acceso uno ancora una volta in una di quelle garbate discariche in cui vengono conferiti i vecchi che non hanno una famiglia che li accudisca non basta a farci guardare al nostro terribile futuro di gente sempre più impoverita e accanita a arrabattarsi in nuove miserie, economiche e morali. E non fa chiedere se le polizie incaricate dell’ordine pubblico sanitario non sarebbero meglio impiegate nel controllare come le strutture private che porprio a Roma e nel Lazio, o a Milano e in Lombardia, o a Bologna e in Emilia, o a Venezia e in Veneto (regioni queste ultime che pretendono maggiore autonomia, spendano le risorse che con munificente larghezza sono loro concesse dalle amministrazioni pubbliche.

Però possiamo star tranquilli, al funerale della libertà con giustizia saremo in pochi, che il divieto di assembramenti ci salverà dal contagio.


Sacrestia Italia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La rivelazione della pia infamia ci ha colto di sorpresa, quando, grazie alla denuncia su un social di una signora di Roma, abbiamo scoperto che al cimitero Flaminio  esiste  una distesa di croci di legno, con su scritto col pennarello nomi di donna e numeri di registro, le generalità, cioè, delle donne che all’indomani dell’interruzione di gravidanza, hanno firmato un modulo che delega all’ospedale la procedura di “smaltimento” del feto

Il garante della privacy, e oggi la magistratura ordinaria, ha aperto una indagine: nessuna era a conoscenza della pratica di “sepoltura”, nessuno poteva immaginare che una  decisione presa nell’ambito di una legge dello stato, legale quindi, fornisse l’occasione per criminalizzare con tanto di nome e cognome un atto che scaturisce da una  dolorosa riflessione, da una scelta grave e motivata, legittimo quindi.

Però la sorpresa non è giustificata: nel 2012 la vice sindaco Sveva Belviso, primo cittadino Alemanno, apriva con una toccante cerimonia  il “Giardino degli angeli“, un’area di 600 metri quadri nel cimitero Laurentino dedicata alla sepoltura di quei bimbi che non sono mai venuti alla luce a causa di un aborto praticato ai sensi della legge tra la ventesima e la ventottesima settimana di gravidanza, un giardino, scriveva allora la compunta stampa locale, “ con camelie bianche e due statue in marmo raffiguranti angeli alati a vegliare sulle tombe dei ‘bambini mai nati’, un vero  inno alla vita“.

E un anno dopo a Firenze, sindaco Matteo Renzi, il consiglio comunale approva una delibera per la realizzazione, cito ancora, del “cimiterino dei prodotti dell’aborto e del concepimento”, passata a larga maggioranza grazie al caldo appoggio del Pd e caldeggiata con fervore dall’allora assessora ai Servizi Sociali e vicesindaca, legatissima al primo cittadino, avvocata e in questa veste legale dell’Istituto Diocesano.

Una breve ricognizione su Google, poi, dimostra l’esempio è stato largamente seguito grazie al dinamismo di movimenti per la vita mobilitati contro l’assassinio a norma di legge, associazioni, gruppi di pressioni e lobby, che tocca sempre dar ragione a Rosa Luxembourg che sosteneva che dietro a un dogma c’è sempre un affare. E dire che la possibilità di seppellire i feti di qualunque età gestazionale  è garantito da decenni da un decreto presidenziale: il dpr 10/09/90, che autorizza alla tumulazione chiunque si sente di farlo. Mentre non c’è legge o provvedimento che autorizzila più vergognosa e sordida delle propagande, con l’intento di criminalizzare, di lanciare anatemi e pubbliche condanne contro le donne, umiliando e offendendo la loro scelta meditata, che è libera solo perché tutelata da una legge dello Stato, ma che risponde a necessità dolorose e imposte da fattori sanitari, familiari, economici. Perché, bisogna ricordarlo, mettere al mondo una creatura malata o a rischio della madre, non potendole garantire un futuro dignitoso e felice è, quello si, un reato, commesso da un sistema sociale che seleziona i potenziali possessori del diritto a concedersi il lusso della procreazione.

Abbiamo proprio commesso una colpa, tutti, abbassando la vigilanza non soltanto sulla continua sospensione criminale di un diritto, il più infelice, ancora più di quello di scegliersi una morte dignitosa, attuata con i mezzi illegali e illegittimi del ricorso all’obiezione di coscienza, molto in uso negli ospedali pubblici a beneficio delle strutture private e abusive, ma sugli attentati che ogni giorno si compiono ai danni delle prerogative e delle garanzie  che fanno della sopravvivenza una esistenza piena e consapevole in ogni età.

E infatti proprio mentre le cronache si occupavano del  caso di Angelo Becciu, cardinale dimissionato da papa Francesco perché accusato di speculazione finanziaria e immobiliare e di aver distratto soldi per scopi personali dall’Obolo di San Pietro collettore di offerte e donazioni per le azioni sociali della Chiesa nei confronti dei poveri, il ministro della Salute coglieva l’occasione per nominare un altissimo prelato vaticano a presidente della “Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana”, quel Monsignor Vincenzo Paglia gran cancelliere del Pontificio istituto teologico per le scienze del matrimonio e della famiglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, e, tanto per non sbagliare, influentissimo consigliere spirituale della Comunità di sant’Egidio.   

Non è la prima volta che il ministro rivela le sue scarse difese immunitarie dal virus del ridicolo. Non bastava scegliere una autorità confessionale per gestire una commissione tecnica di carattere istituzionale,  non bastava selezionare un soggetto che ricopre funzioni strategiche in uno Stato straniero, toccava proprio mettergli nelle mani il dossier spinoso di un settore infiltrato da  opachi interessi privati, minacciato dalle pretese di “autonomia” di regioni nelle quali si è consumato l’eccidio degli anziani e che coltivano la pratica delle regalie e degli accreditamenti alle strutture sanitarie gestite dalla chiesa e dal suo personale, non sempre in cuffietta e abito talare, che non ce n’è bisogno.

Ogni tanto bisognerebbe togliere le ragnatele da certi frasi storiche: fatta l’Italia bisogna fare gli italiani. Mentre lascerei chiusa nei sussidiari “libera Chiesa in libero Stato”, perché via via che la sovranità statale, e popolare, è andata riducendosi non solo in economia, ma in tutti i settori della società, minando perfino le basi dell’autodeterminazione e dell’indipendenza di espressione, opinione, voto, culto, si sono invece rafforzati i “poteri”, compreso quello della religione maggioritaria.

Non c’è da stupirsi. Sarà vero che c’è una crisi delle vocazioni, sarà vero che le chiese sono vuote,  sarò vero che il capitalismo, e il consumismo, provvede alla soddisfazione delle medesime ansie, sofferenze, inquietudini, cui un tempo davano risposta le religioni,  ma il potere di influenza del cattolicesimo e della sua  concezione della società che condiziona la politica, l’informazione, lo spettacolo conserva una potenza formidabile, che infiltra scelte, comportamenti, discipline, contesti strategici e cruciali della cittadinanza: istruzione, contraccezione, aborto, assistenza agli anziani, eutanasia, salute. 

Ci voleva anche l’emergenza sanitaria, dopo quella “finanziaria” a  rafforzare la triade Dio, patria e famiglia, con tutta la genesi di rinascita dei buoni sentimenti, con la remissione dello spirito di rapina, dell’aggressività della competizione che, raccontano, farà superare il momento selvaggio dello sviluppo illimitato,  con  il recupero del senso di unità nazionale e  la rimonta incontrastabile del focolare domestico e dell’idealizzazione dei suoi angeli divisi con soddisfazione tra part time e cura dello sposo, della progenie e degli anziani superstiti.

Per dare un po’ di guazza all’antitesi colpa-espiazione ci si sono messi pure rituali apotropaici: amuchina all’ingresso come fosse l’acquasantiera, maledizioni e anatemi contro gli infedeli del Covid, esegesi bibliche del morbo in qualità di piaga – che poi erano dieci e non sette e chissà cosa ci attende, come punizione divina.

E tanto per chiarire che la laicità è un optional, un capriccio che non possiamo permetterci, perché sarebbe come voler difendere l’autonomia dei cittadini dalle pretese della chiesa alla pari del volerli tutelare da quelle dei padroni, delle banche, ogni giorno qualcuno ci indottrina sull’opportunità della rinuncia a diritti e libertà, in nome della necessità, in nome del benessere, in nome della salute, in nome della sicurezza e anche in nome del risarcimento cui potremo aspirare nell’aldilà perfino i più fervidi liberisti si improvvisano trinariciuti commentatori di Gramsci che aveva guardato all’egemonia del cattolicesimo come a un modello frutto della cultura popolare, che, ammoniscono,  oggi potrebbe salvarci dall’alienazione capitalistica, per non parlare del saccheggio interessato di Weber che considerava l’esperienza religiosa una «sfera vitale», profonda e decisiva.

Ma ancora più appassionato e dolente è il richiamo dei tanti che per descrivere e salvaguardare la nostra cifra identitaria, che poi sarebbe quella della democrazia occidentale, estrae dal cassettino della memoria “la fede religiosa fondata sul lascito giudaico-cristiano e l’istituto della famiglia” (Galli della Loggia dixit), quello che viene rivendicato come fondamento insostituibile dell’Europa, che avrebbe la potenza di contrastare il rischioso e rinunciatario meticciato e quella allarmante supremazia islamica incompatibiel con la civiltà superiore e i suoi sistemi istituzionali, che offende e reprime le donne, impedisce e censura la libera espressione impone la sua mistica e la sua morale in forma di etica pubblica.

Insomma per garantirsi l’ammissione e la permanenza nella nostra civiltà superiore bisogno giustificarsi di essere agnostici, non-credenti e  laici, cui viene di fatto disconosciuta la pienezza della propria legittimità sui cosiddetti temi eticamente sensibili.

Non a caso, perché significherebbe porsi fuori dalle regole, della religione e del mercato, alle quali bisogna uniformarsi in veste di leggi di natura e che ormai hanno gli stessi obiettivi, se è evidente che alle gerarchie vaticane preme innanzitutto ottenere dal governo risorse finanziarie e strumenti legali per realizzare quella che ritengono la loro missione e la loro «battaglia per la verità» e «per la vita», proprio come ai governi e ai poteri secolari.

È talmente vero che l’imposizione dei dogmi e delle interpretazioni confessionali dei “fenomeni” ha talmente investito la scienza da diventare temi riconducibili a quella attrezzatura di verità dogmatiche  che hanno fondato  il cristianesimo (rivelazione, salvezza, incarnazione, redenzione), trattati come discorsi «antropologici» in aggiunta secolare di quelli teologici in modo da dare pienezza e poter imporre una dottrina, un messaggio, una “lezione” di parte come etica pubblica e sociale che deve necessariamente “informare” e impregnare le discipline scientifiche.

E’ talmente vero che questa concezione è entrata a far parte del bagaglio ideologico del neoliberismo con l’implicazione e connessione diretta   tra la dimensione della politica e quella della sfera strettamente biologica della vita.

È talmente vero che ci cascano tutti, non solo partiti e movimenti che cercano consenso in un elettorato assuefatto alle ingerenze e permeabile ai valori cristiani, la cui trasmissione è oggi affidata all’istruzione, alla sanità, all’assistenza e alla beneficenza “privata”, ma anche a quelli che in questi giorni, pur denunciando a gran voce l’offesa recata al dolore e alla dignità di tante donne, usano la  tremenda formula “bambino mai nato” che attribuisce a un embrione fecondato identità di persona, sottintendendo una volontà assassina nell’interrompere il formarsi di un essere umano.    


La Marchesa del Grillo

stell Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma vuoi vedere che è vero che i vecchi, posseduti dall’istinto di autoconservazione, sono egoisti? La tesi, si sa, è molto propagandate dalle alte sfere dell’economia e della finanza che per questo li vuole condannare a emarginazione e morte precoce, per punirli della rottura dei vincoli e dei patti generazionali in qualità di insaziabili parassiti che pesano sui bilanci pubblici e sul sistema di Welfare, che non hanno voluto garantire nemmeno ai loro discendenti gli standard di benessere dei quali hanno goduto dissipatamente.

Ogni tanto a sostegno di questa convinzione fa capolino, emergendo dalla palude retorica dei nonni, dei poveri anziani morti di Covid19 senza la consolazione di una carezza filiale,  delle case di riposo focolaio del virus, qualcuno  che, cito dai social, denuncia come a scorrazzare per le strade ci sarebbero unicamente untori ultrasettantenni – insomma dell’età della Fornero che in forma autolesionista aveva denunciato la pressione sociale di quegli  stessi che voleva ancora al lavoro-  irresponsabilmente  inosservanti  delle elementari regole di sicurezza e distanziamento,  portatori, volontariamente, del contagio per evidente odio nei confronti della gioventù e delle speranza di vita che reca con sé.

E dire che da più di due mesi non si fa che parlare di ritrovata solidarietà, delle lezioni d’amore e compassione che ci impartisce questo inedito incidente della storia. Eppure  la decimazione dei vecchi, prodotta dalla demolizione del sistema sanitario, da quello della prevenzione e dell’assistenza, dalla consegna della ricerca scientifica a imprese  impegnate a conservare la produttività dei giovani, attraverso i brand degli integratori, degli psicofarmaci,  degli elisir per sopportare il futuro, trova nuovo consenso grazie alla frustrazione delle vittime del terrorismo catastrofista.

Così è inutile ricordare che ci sono migliaia di anziani reclusi, abbandonati a se stessi, separati da figli e nipoti ma spesso anche dalle persone pagate per prendersi cura di loro, con il frigo più vuoto che nelle case di riposo dove sono stati contagiati e sono morti, erano stati conferiti come un rifiuti da scaricare, che non essendo nativi digitali, non possono pagare bollette, ordinare la spesa online e neppure i farmaci, che  le procedure burocratiche, se perfino l’Inps sbriga ogni formalità in via informatica, a cominciare dal Pin per accedere al proprio profilo, diventano una ossessione che  non li fa dormire.

E  ancora più inutile rammentare che l’andamento dell’economia familiare da anni si fonda sul loro appoggio, per via di quei fondamenti sani del Paese a detta dell’irriducibile eterno giovanotto, le loro pensioni e i loro risparmi che aiutano a mantenere agli studi i nipoti, che contribuiscono alle assicurazioni e ai mutui dei figli, sul loro aiuto per accudire i bambini, un impegno che oggi viene riconosciuto perché manca, proprio quando le scuole sono chiuse e i genitori che svolgono le “attività essenziali” non sanno dove parcheggiarli.

Ieri però una difesa in loro nome reca la firma di una, autoproclamatasi, Grande Vecchia della sinistra, che scende in campo con la proverbiale e inossidabile  combattività, per aderire all’appello degli intellettuali  e di “gente comune” in difesa dell’Esecutivo guidato da Conte, conquistata, pare,  dalla voluttà di stare con la maggioranza, di stare con Governo,  condizione che in verità aveva già da tempo sperimentato ripetendo i riti e battendosi le mani sul petto con l’atto di fede europeista, comprensivo di poltrona, prestigio e trattamento da pensionata d’oro. Ma colpita anche dalla ingenua scoperta, in occasione del virus che colpisce soprattutto loro, non certo inaspettatamente, come la miseria, l’invisibilità, status strettamente connesso alla povertà,  che la condizione degli anziani è dura, amara, umiliante.

E poi ci si domanda perché la sinistra non è più una stella polare cui guardare per orientare il riscatto degli sfruttati!

Nel dirsi “felice di firmare l’appello” (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/05/02/manifesta-malafede/        e qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/05/03/santo-subito/  )  sentendosi così tra “compagni” con i quali condivide “un insieme di valori e di pratiche di vita” , oltre che un certo rigetto per una aberrazione della democrazia  che consisterebbe nella “dilagante pratica referendaria che consiste nel premere un tasto su cui c’è l’immagine di un pugnetto a pollice in su o in giù”,  Luciana Castellina rivendica, come succede “quando la carne se frusta e l’anima se giusta”,  e quando si è pronti per l’ultimo atto del percorso disegnato magistralmente da Arbasino, diventare cioè venerabili maestri,  di essere  “vetero e di non sopportare i nuovisti”, e in questa qualità si sente autorizzata a riproporre  “un antico e sacrosanto principio: la mia libertà trova un limite in quella dell’altro. L’individualismo esasperato, che è uno dei danni principali prodotti dal neoliberismo, ha finito per insidiare il nostro senso di appartenenza a una collettività, a mettere in discussione i doveri che questa impone”.

Ma si, che cosa è mai una libertà che attenta, per egoismo, alla sopravvivenza “di chi è più fragile, perché vecchio o in cattiva salute o ben protetto da trasporti privati”, che mette in pericolo la sua stessa esistenza di “appartenente a una categoria  molto a rischio”, minacciata, si direbbe,  dai runners, dagli anziani che vanno al supermercato, forse dai  baciapile che pretendono di recarsi alla santa messa, o forse, c’è da sospettarlo, dai milioni di lavoratori che da due mesi le garantiscono, in violazione delle limitazioni “sacrosante” imposte in difesa della salute, vitto, luce, acqua, telefono, pc, informazione, per quel che vale, medicine, assiepandosi su metro, bus treni e posti di lavoro, producendo e consegnando merci essenziali, F35 compresi. Ma si cosa è mai una libertà come la intendono quelli  che vorrebbero esercitarla a “suo danno”,  perché è ormai chiaro che dietro a questi improvvisati difensori dei diritti costituzionali si nascondono licenziosi promotori di crapule e orge e organizzatori di rave, oltre a un padronato feroce, nemmeno nominato e che, per dir la verità ha finora dettato misure, scadenze, regole arbitrarie e discrezionali a garanzia di una sicurezza sanitaria, che si augurano provvisoria in modo da tornare  al più presto alle normali “morti bianche”.

E chi avrebbe pensato che in mancanza di lavori stradali da commentare, si sarebbe configurato un pensiero comune e corporativo di anziani, tra presidenti e papi emeriti, vecchi sporcaccioni inguaribili, perfino ex incendiari passati al corpo dei vigili del fuoco  in nome della riduzione della lotta di classe a guerra all’influenza, in difesa del lockdown e della necessità, spiacevole certo, ma doverosa, di guidare un popolo infantile, indolente, irresponsabile, irriguardoso (perfino non li vuole più votare o starli a sentire) al nobile scopo di disciplinarlo e condurlo alla ragione, come si fa con fanciullini riottosi e impenitenti.

D’altra parte è consuetudine dei Marchesi del Grillo, per quali e quante palle conti il loro blasone, o delle Marie Antoniette, che possono muoversi con mezzi privati, che ricorrono   a personale mercenario che svolga l’attività essenziale di nutrirli e equipaggiarli brioche e pomodori compresi, magari attraverso provvisorie legittimazioni e estemporanee regolarizzazioni,  sentirsi autorizzati  a rivendicare la loro  appartenenza alla collettività, la rispondenza ai “doveri” che l’emergenza impone, grazie alla saltuaria obbedienza, perfino  a imposizioni contraddittorie, indecifrabili, dispotiche come leggi marziali, al consenso credulone a una scienza convertita in opinione  al servizio dell’esecutivo e di organismi di nuovo conio svincolati dal controllo parlamentare, se si tratta di salvare la ghirba, già tutelata all’origine, tanto da potersi comprare il corredo necessario alla vita ben più della sopravvivenza, grazie a privilegi, prerogative, cure, luminari, comodità.

Nelle ultime settimane ho riscontrato con qualche sconcerto nella stessa mia area politica di sinistra, scrive,  una insofferenza verso le misure restrittive dei nostri comportamenti, condivisibile se è solo l’espressione del fastidio che ognuno di noi prova nel rispettarle, e invece inaccettabile se si considerano lesione di un nostro diritto”.

E pensare che c’è chi riscontra con sconcerto che dichiari l’ancora viva  militanza di sinistra chi crede che sia possibile la libertà senza giustizia sociale, se c’è chi va protetto in casa sua, e chi deve uscirne per produrre, se c’è  chi la casa non ce l’ha, se c’è chi la casa non l’avrà perché con le restrizioni sono state sospese superstiti garanzie, se c’è chi da casa vorrebbe andarsene al lavoro ma il lavoro non ce l’ha e non l’avrà più, mentre si moltiplicano i debiti, si accumulano fatture e affitti. Se c’è chi crede che sia possibile una libertà senza uguaglianza.

E se c’è chi crede che sia possibile una libertà senza diritti, quelli considerati inalienabili e che, anche grazie a guardiani poco solerti, sono stati cancellati,  e pure quelli che da qualche tempo vengono elargiti con lo stesso spirito delle mance e dei prestiti concessi da banche amorevoli, interrotti in  nome di uno stato di necessità punitivo che li sottopone a gerarchie  e graduatorie, così sempre ci sarà chi se li merita, chi se li piglia e chi invece non se li è guadagnati e ereditati.

Ma non c’è da stupirsi, è proprio il tipo di libertà negoziato da chi si dice pronto a sacrificarsi per le masse, purchè restino remote e lontane da lui, per non contagiarlo, per restare invisibile, che occhio non vede cuore non duole. E purchè non ci si debba camminare a fianco.

 

 


Le mascherine nuove dell’Imperatore

masch Anna Lombroso per il Simplicissimus

È stato il sottosegretario alla presidenza della giunta dell’Emilia-Romagna, Davide Baruffi, con quella sanguigna e ruspante schiettezza  che ha decretato il successo di personaggi letterari e cinematografici regionali, a sintetizzare efficacemente quello che in tanti sospettano, pensano e dicono a rischio di censure, gogne morali, anatemi.

La  confessione è datata 25 aprile, ma la dice lunga sulle scelte che hanno “suggerito” di imporre al paese restrizioni, leggi marziali, sanzioni, penali, di concedere deleghe in bianco a autorità che non possiedono un mandato del Parlamento, cui è stata data perfino facoltà di sottoporre i cittadini a tracciamento grazie  alla concessione a una società privata dell’applicazione di un software che ha suscitato dubbi perfino da parte del Copasir sia per le modalità di affidamento che per le eventuali conseguenze sulla “sicurezza nazionale”.

E infatti, ammette Baruffi, hanno proibito l’attività fisica non perché la situazione sia più a rischio, ma perché “volevamo dare il senso di un regime molto stringente”.

La ragione per la quale ciò che è stato fatto, si fa e si farà non ha nessuna credibilità da un punto di vista “sanitario” e della sicurezza dei cittadini, se come è giusto non la intendiamo come declinazione restrittiva dell’ordine pubblico, è l’evidente contraddittorietà delle misure in atto e di quelle che verranno prese, alcune delle quali sono state oggetto dell’ultima annunciazione del Presidente del Consiglio, accompagnata da nuova modulistica, timing complesso e soggetto a decodificazioni articolate su scala regionale e comunale.

E dire che per capire tutto basterebbe porsi e porre qualche quesito semplicissimo, di quelli che i bambini fanno agli imperatori mettendoli a nudo. Ma anche se siamo trattati come bambini da guidare, mettere in castigo, sgridare e vezzeggiare “per il nostro bene”, si vede che abbiamo perso quell’innocenza e pure la libertà di pensare e parlare proprie delle creature.

Così non si può contare sulla tradizione di RepuStampa perché qualcuno  si sogni di domandare e domandarsi perché se il Covid19 è una patologia così contagiosa, se richiede limitazioni dei contatti, delle relazioni, di movimenti così restrittive, se sono diventati a rischio tutti i mezzi di trasporto, luoghi chiusi e perfino quelli aperti, come mai allora milioni di lavoratori hanno viaggiato in metro, treni e bus  sui quali è previsto solo dal 4 maggio la “segnaletica”  per l’opportuno distanziamento.

Ed anche secondo quali criteri sono state selezionate le cosiddette attività essenziali, i cui addetti sono stati comandati con dispositivi e procedure di sicurezza inadeguate e elargite dalle proprietà e dirigenze nell’ambito di un protocollo volontario e non vincolante, quindi arbitrario e discrezionale, in modo da dimostrare che si tratta di disposizioni temporanee cui non faranno seguito provvedimenti a garanzia della protezione dei dipendenti.

Ed ancora sulla base di quali valutazioni, quando l’allarme sarebbe ancora alto per numero di contagi e decessi in Lombardia e Piemonte, si stanno indicando delle date per la ripresa delle attività e delle produzioni, su pressione confindustriale certo, ma anche delle regioni e dei comuni, da Bonaccini che intende riaprire al più presto i cantieri di grandi opere e infrastrutture a Brugnaro che interpreta come un todaro brontolon il malcontento della fiera popolazione veneziana “semo stufi de star a casa”, sotto pressione per i ritardi registrati nell’esecuzione del prodigio ingegneristico del Mose e per la sospensione delle incursioni dei corsari delle crociere, da Zaia che promette novità epocali per le prossime ore con l’allentamento delle inique restrizioni a Sala che vanta la diminuzione da 6000 a 1500 ingressi all’ora nella metro, ma scalpita per la ripresa degli interventi per le Olimpiadi.

E se le statistiche, anche quelle dichiaratamente più inaffidabili delle rilevazioni e dei sondaggi sui voti di Italia Viva, hanno accertato che gli anziani sono a alto rischio, a causa, almeno questo è sicuro, della inadeguatezza del sistema sanitario e di cura, perfino a partire dai sessantenni (quelli che contano un anno e mezzo più del suggeritore degli arresti domiciliari per la terza età) c’è da supporre che sia in arrivo finalmente la cancellazione della legge Fornero che fino a due mesi  li annoverava tra la forza lavoro con pieni potenziali di attività.

Da ieri sera abbiamo appreso che la comunità scientifica che si presta per appoggiare coscienziosamente le decisioni del governo, avrebbe maturato una teoria secondo la quale i vincoli tra consanguinei stretti fornirebbe la totale protezione dal contagio, a differenza di quelli amorosi, affettivi e di amicizia tra “estranei”, definizione che Sordi dava anche delle mogli, mettendoci nella possibilità di andare a sternutire in faccia allo zio d’America avaro e alla cugina Gertrude che ogni Natale vi regala la stessa acqua di Colonia, ma non di vedere il fidanzato e nemmeno l’amante che vi ha atteso con pazienza per due mesi (stante anche che non vi è permesso l’atto di contrizione per adulterio durante la messa).

O potremmo chiedere per che strana coincidenza temporale adesso che si è consolidato il brand mascherine, diventano obbligatorie in tutta Italia, in tutti i luoghi chiusi, nelle feste di famiglia, pure in qualcuno di aperto, le piazze ad esempio, a disincentivare assembramenti che potrebbero attentare, proprio come gli scioperi, all’unità del Paese.

Stancamente ormai ripeto da due mesi che all’origine dello stato di eccezione imposto non ci sia stato un complotto, ma che siamo oggetto di una cospirazione che approfitta di una epidemia che in condizioni normali sarebbe stata gestita con misure normali per incrementare la produzione normativa di leggi marziali e provvedimenti di ordine pubblico repressivi, per favorire la distanza “sociale” dei cittadini, isolando possibili focolai di dissenso. E soprattutto per giustificare con i costi del prevedibile cigno nero, dell’incidente inatteso della storia, l’impotenza degli esecutivi a spendere e decidere in virtù delle cravatte degli strozzini europei, accettate sempre e comunque come doverosa accondiscendenza i padroni e come atto di fede alla teocrazia del mercato e della finanza.

E infatti da tempo vivevamo appunto la normalizzazione della crisi, la quotidianità delle disuguaglianze sopportate cristianamente come giusta punizione per aver troppo voluto e troppo avuto, e come pena preventiva per non garantire ai figli lo stesso immeritato benessere, lavando la macchia della dissipazione delle risorse e dei veleni in terra, acqua e aria, dovuta a consumi individuali e collettivi e non certo alle stesse attività oggi dichiarate essenziali, con l’assoggettamento alle imposizioni di una austera severità, indulgente e collaborativa solo all’atto di salvare banche criminali e imprese assassine.

Da tempo rinuncia di diritti, abiura di convinzioni diventate impopolari, sono diventate doveri per riconquistare la reputazione e l’appartenenza al contesto della civiltà occidentale,  alla cerchia dei sudditi dell’impero che ratifica la sua superiorità muscolare con guerre coloniali esterne e interne, fuori e dentro i patri confini, Nord contro Sud, regioni operose contro geografie meritevoli solo di invasioni turistiche non proprio pacifiche.

Ma non bastava, serviva qualcosa di straordinario che accelerasse la fine delle incomplete democrazie, che ratificasse l’improduttività della pretesa di diritti e dello stato di diritto, in coincidenza con la fine dello Stato, privato di poteri e sovranità e pure dell’arcaico concetto di popolo, retrocesso da massa di consumatori a target ben divise tra lavoratori e galeotti agli arresti domiciliari, anche grazie a barriere di plexiglas, recinti, segnaletico, perché non si corra il rischio che guardandosi negli occhi, parlandosi, confrontandosi possano rievocare il gusto della solidarietà e della libertà.

 

 


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