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La Marchesa del Grillo

stell Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma vuoi vedere che è vero che i vecchi, posseduti dall’istinto di autoconservazione, sono egoisti? La tesi, si sa, è molto propagandate dalle alte sfere dell’economia e della finanza che per questo li vuole condannare a emarginazione e morte precoce, per punirli della rottura dei vincoli e dei patti generazionali in qualità di insaziabili parassiti che pesano sui bilanci pubblici e sul sistema di Welfare, che non hanno voluto garantire nemmeno ai loro discendenti gli standard di benessere dei quali hanno goduto dissipatamente.

Ogni tanto a sostegno di questa convinzione fa capolino, emergendo dalla palude retorica dei nonni, dei poveri anziani morti di Covid19 senza la consolazione di una carezza filiale,  delle case di riposo focolaio del virus, qualcuno  che, cito dai social, denuncia come a scorrazzare per le strade ci sarebbero unicamente untori ultrasettantenni – insomma dell’età della Fornero che in forma autolesionista aveva denunciato la pressione sociale di quegli  stessi che voleva ancora al lavoro-  irresponsabilmente  inosservanti  delle elementari regole di sicurezza e distanziamento,  portatori, volontariamente, del contagio per evidente odio nei confronti della gioventù e delle speranza di vita che reca con sé.

E dire che da più di due mesi non si fa che parlare di ritrovata solidarietà, delle lezioni d’amore e compassione che ci impartisce questo inedito incidente della storia. Eppure  la decimazione dei vecchi, prodotta dalla demolizione del sistema sanitario, da quello della prevenzione e dell’assistenza, dalla consegna della ricerca scientifica a imprese  impegnate a conservare la produttività dei giovani, attraverso i brand degli integratori, degli psicofarmaci,  degli elisir per sopportare il futuro, trova nuovo consenso grazie alla frustrazione delle vittime del terrorismo catastrofista.

Così è inutile ricordare che ci sono migliaia di anziani reclusi, abbandonati a se stessi, separati da figli e nipoti ma spesso anche dalle persone pagate per prendersi cura di loro, con il frigo più vuoto che nelle case di riposo dove sono stati contagiati e sono morti, erano stati conferiti come un rifiuti da scaricare, che non essendo nativi digitali, non possono pagare bollette, ordinare la spesa online e neppure i farmaci, che  le procedure burocratiche, se perfino l’Inps sbriga ogni formalità in via informatica, a cominciare dal Pin per accedere al proprio profilo, diventano una ossessione che  non li fa dormire.

E  ancora più inutile rammentare che l’andamento dell’economia familiare da anni si fonda sul loro appoggio, per via di quei fondamenti sani del Paese a detta dell’irriducibile eterno giovanotto, le loro pensioni e i loro risparmi che aiutano a mantenere agli studi i nipoti, che contribuiscono alle assicurazioni e ai mutui dei figli, sul loro aiuto per accudire i bambini, un impegno che oggi viene riconosciuto perché manca, proprio quando le scuole sono chiuse e i genitori che svolgono le “attività essenziali” non sanno dove parcheggiarli.

Ieri però una difesa in loro nome reca la firma di una, autoproclamatasi, Grande Vecchia della sinistra, che scende in campo con la proverbiale e inossidabile  combattività, per aderire all’appello degli intellettuali  e di “gente comune” in difesa dell’Esecutivo guidato da Conte, conquistata, pare,  dalla voluttà di stare con la maggioranza, di stare con Governo,  condizione che in verità aveva già da tempo sperimentato ripetendo i riti e battendosi le mani sul petto con l’atto di fede europeista, comprensivo di poltrona, prestigio e trattamento da pensionata d’oro. Ma colpita anche dalla ingenua scoperta, in occasione del virus che colpisce soprattutto loro, non certo inaspettatamente, come la miseria, l’invisibilità, status strettamente connesso alla povertà,  che la condizione degli anziani è dura, amara, umiliante.

E poi ci si domanda perché la sinistra non è più una stella polare cui guardare per orientare il riscatto degli sfruttati!

Nel dirsi “felice di firmare l’appello” (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/05/02/manifesta-malafede/        e qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/05/03/santo-subito/  )  sentendosi così tra “compagni” con i quali condivide “un insieme di valori e di pratiche di vita” , oltre che un certo rigetto per una aberrazione della democrazia  che consisterebbe nella “dilagante pratica referendaria che consiste nel premere un tasto su cui c’è l’immagine di un pugnetto a pollice in su o in giù”,  Luciana Castellina rivendica, come succede “quando la carne se frusta e l’anima se giusta”,  e quando si è pronti per l’ultimo atto del percorso disegnato magistralmente da Arbasino, diventare cioè venerabili maestri,  di essere  “vetero e di non sopportare i nuovisti”, e in questa qualità si sente autorizzata a riproporre  “un antico e sacrosanto principio: la mia libertà trova un limite in quella dell’altro. L’individualismo esasperato, che è uno dei danni principali prodotti dal neoliberismo, ha finito per insidiare il nostro senso di appartenenza a una collettività, a mettere in discussione i doveri che questa impone”.

Ma si, che cosa è mai una libertà che attenta, per egoismo, alla sopravvivenza “di chi è più fragile, perché vecchio o in cattiva salute o ben protetto da trasporti privati”, che mette in pericolo la sua stessa esistenza di “appartenente a una categoria  molto a rischio”, minacciata, si direbbe,  dai runners, dagli anziani che vanno al supermercato, forse dai  baciapile che pretendono di recarsi alla santa messa, o forse, c’è da sospettarlo, dai milioni di lavoratori che da due mesi le garantiscono, in violazione delle limitazioni “sacrosante” imposte in difesa della salute, vitto, luce, acqua, telefono, pc, informazione, per quel che vale, medicine, assiepandosi su metro, bus treni e posti di lavoro, producendo e consegnando merci essenziali, F35 compresi. Ma si cosa è mai una libertà come la intendono quelli  che vorrebbero esercitarla a “suo danno”,  perché è ormai chiaro che dietro a questi improvvisati difensori dei diritti costituzionali si nascondono licenziosi promotori di crapule e orge e organizzatori di rave, oltre a un padronato feroce, nemmeno nominato e che, per dir la verità ha finora dettato misure, scadenze, regole arbitrarie e discrezionali a garanzia di una sicurezza sanitaria, che si augurano provvisoria in modo da tornare  al più presto alle normali “morti bianche”.

E chi avrebbe pensato che in mancanza di lavori stradali da commentare, si sarebbe configurato un pensiero comune e corporativo di anziani, tra presidenti e papi emeriti, vecchi sporcaccioni inguaribili, perfino ex incendiari passati al corpo dei vigili del fuoco  in nome della riduzione della lotta di classe a guerra all’influenza, in difesa del lockdown e della necessità, spiacevole certo, ma doverosa, di guidare un popolo infantile, indolente, irresponsabile, irriguardoso (perfino non li vuole più votare o starli a sentire) al nobile scopo di disciplinarlo e condurlo alla ragione, come si fa con fanciullini riottosi e impenitenti.

D’altra parte è consuetudine dei Marchesi del Grillo, per quali e quante palle conti il loro blasone, o delle Marie Antoniette, che possono muoversi con mezzi privati, che ricorrono   a personale mercenario che svolga l’attività essenziale di nutrirli e equipaggiarli brioche e pomodori compresi, magari attraverso provvisorie legittimazioni e estemporanee regolarizzazioni,  sentirsi autorizzati  a rivendicare la loro  appartenenza alla collettività, la rispondenza ai “doveri” che l’emergenza impone, grazie alla saltuaria obbedienza, perfino  a imposizioni contraddittorie, indecifrabili, dispotiche come leggi marziali, al consenso credulone a una scienza convertita in opinione  al servizio dell’esecutivo e di organismi di nuovo conio svincolati dal controllo parlamentare, se si tratta di salvare la ghirba, già tutelata all’origine, tanto da potersi comprare il corredo necessario alla vita ben più della sopravvivenza, grazie a privilegi, prerogative, cure, luminari, comodità.

Nelle ultime settimane ho riscontrato con qualche sconcerto nella stessa mia area politica di sinistra, scrive,  una insofferenza verso le misure restrittive dei nostri comportamenti, condivisibile se è solo l’espressione del fastidio che ognuno di noi prova nel rispettarle, e invece inaccettabile se si considerano lesione di un nostro diritto”.

E pensare che c’è chi riscontra con sconcerto che dichiari l’ancora viva  militanza di sinistra chi crede che sia possibile la libertà senza giustizia sociale, se c’è chi va protetto in casa sua, e chi deve uscirne per produrre, se c’è  chi la casa non ce l’ha, se c’è chi la casa non l’avrà perché con le restrizioni sono state sospese superstiti garanzie, se c’è chi da casa vorrebbe andarsene al lavoro ma il lavoro non ce l’ha e non l’avrà più, mentre si moltiplicano i debiti, si accumulano fatture e affitti. Se c’è chi crede che sia possibile una libertà senza uguaglianza.

E se c’è chi crede che sia possibile una libertà senza diritti, quelli considerati inalienabili e che, anche grazie a guardiani poco solerti, sono stati cancellati,  e pure quelli che da qualche tempo vengono elargiti con lo stesso spirito delle mance e dei prestiti concessi da banche amorevoli, interrotti in  nome di uno stato di necessità punitivo che li sottopone a gerarchie  e graduatorie, così sempre ci sarà chi se li merita, chi se li piglia e chi invece non se li è guadagnati e ereditati.

Ma non c’è da stupirsi, è proprio il tipo di libertà negoziato da chi si dice pronto a sacrificarsi per le masse, purchè restino remote e lontane da lui, per non contagiarlo, per restare invisibile, che occhio non vede cuore non duole. E purchè non ci si debba camminare a fianco.

 

 


Le mascherine nuove dell’Imperatore

masch Anna Lombroso per il Simplicissimus

È stato il sottosegretario alla presidenza della giunta dell’Emilia-Romagna, Davide Baruffi, con quella sanguigna e ruspante schiettezza  che ha decretato il successo di personaggi letterari e cinematografici regionali, a sintetizzare efficacemente quello che in tanti sospettano, pensano e dicono a rischio di censure, gogne morali, anatemi.

La  confessione è datata 25 aprile, ma la dice lunga sulle scelte che hanno “suggerito” di imporre al paese restrizioni, leggi marziali, sanzioni, penali, di concedere deleghe in bianco a autorità che non possiedono un mandato del Parlamento, cui è stata data perfino facoltà di sottoporre i cittadini a tracciamento grazie  alla concessione a una società privata dell’applicazione di un software che ha suscitato dubbi perfino da parte del Copasir sia per le modalità di affidamento che per le eventuali conseguenze sulla “sicurezza nazionale”.

E infatti, ammette Baruffi, hanno proibito l’attività fisica non perché la situazione sia più a rischio, ma perché “volevamo dare il senso di un regime molto stringente”.

La ragione per la quale ciò che è stato fatto, si fa e si farà non ha nessuna credibilità da un punto di vista “sanitario” e della sicurezza dei cittadini, se come è giusto non la intendiamo come declinazione restrittiva dell’ordine pubblico, è l’evidente contraddittorietà delle misure in atto e di quelle che verranno prese, alcune delle quali sono state oggetto dell’ultima annunciazione del Presidente del Consiglio, accompagnata da nuova modulistica, timing complesso e soggetto a decodificazioni articolate su scala regionale e comunale.

E dire che per capire tutto basterebbe porsi e porre qualche quesito semplicissimo, di quelli che i bambini fanno agli imperatori mettendoli a nudo. Ma anche se siamo trattati come bambini da guidare, mettere in castigo, sgridare e vezzeggiare “per il nostro bene”, si vede che abbiamo perso quell’innocenza e pure la libertà di pensare e parlare proprie delle creature.

Così non si può contare sulla tradizione di RepuStampa perché qualcuno  si sogni di domandare e domandarsi perché se il Covid19 è una patologia così contagiosa, se richiede limitazioni dei contatti, delle relazioni, di movimenti così restrittive, se sono diventati a rischio tutti i mezzi di trasporto, luoghi chiusi e perfino quelli aperti, come mai allora milioni di lavoratori hanno viaggiato in metro, treni e bus  sui quali è previsto solo dal 4 maggio la “segnaletica”  per l’opportuno distanziamento.

Ed anche secondo quali criteri sono state selezionate le cosiddette attività essenziali, i cui addetti sono stati comandati con dispositivi e procedure di sicurezza inadeguate e elargite dalle proprietà e dirigenze nell’ambito di un protocollo volontario e non vincolante, quindi arbitrario e discrezionale, in modo da dimostrare che si tratta di disposizioni temporanee cui non faranno seguito provvedimenti a garanzia della protezione dei dipendenti.

Ed ancora sulla base di quali valutazioni, quando l’allarme sarebbe ancora alto per numero di contagi e decessi in Lombardia e Piemonte, si stanno indicando delle date per la ripresa delle attività e delle produzioni, su pressione confindustriale certo, ma anche delle regioni e dei comuni, da Bonaccini che intende riaprire al più presto i cantieri di grandi opere e infrastrutture a Brugnaro che interpreta come un todaro brontolon il malcontento della fiera popolazione veneziana “semo stufi de star a casa”, sotto pressione per i ritardi registrati nell’esecuzione del prodigio ingegneristico del Mose e per la sospensione delle incursioni dei corsari delle crociere, da Zaia che promette novità epocali per le prossime ore con l’allentamento delle inique restrizioni a Sala che vanta la diminuzione da 6000 a 1500 ingressi all’ora nella metro, ma scalpita per la ripresa degli interventi per le Olimpiadi.

E se le statistiche, anche quelle dichiaratamente più inaffidabili delle rilevazioni e dei sondaggi sui voti di Italia Viva, hanno accertato che gli anziani sono a alto rischio, a causa, almeno questo è sicuro, della inadeguatezza del sistema sanitario e di cura, perfino a partire dai sessantenni (quelli che contano un anno e mezzo più del suggeritore degli arresti domiciliari per la terza età) c’è da supporre che sia in arrivo finalmente la cancellazione della legge Fornero che fino a due mesi  li annoverava tra la forza lavoro con pieni potenziali di attività.

Da ieri sera abbiamo appreso che la comunità scientifica che si presta per appoggiare coscienziosamente le decisioni del governo, avrebbe maturato una teoria secondo la quale i vincoli tra consanguinei stretti fornirebbe la totale protezione dal contagio, a differenza di quelli amorosi, affettivi e di amicizia tra “estranei”, definizione che Sordi dava anche delle mogli, mettendoci nella possibilità di andare a sternutire in faccia allo zio d’America avaro e alla cugina Gertrude che ogni Natale vi regala la stessa acqua di Colonia, ma non di vedere il fidanzato e nemmeno l’amante che vi ha atteso con pazienza per due mesi (stante anche che non vi è permesso l’atto di contrizione per adulterio durante la messa).

O potremmo chiedere per che strana coincidenza temporale adesso che si è consolidato il brand mascherine, diventano obbligatorie in tutta Italia, in tutti i luoghi chiusi, nelle feste di famiglia, pure in qualcuno di aperto, le piazze ad esempio, a disincentivare assembramenti che potrebbero attentare, proprio come gli scioperi, all’unità del Paese.

Stancamente ormai ripeto da due mesi che all’origine dello stato di eccezione imposto non ci sia stato un complotto, ma che siamo oggetto di una cospirazione che approfitta di una epidemia che in condizioni normali sarebbe stata gestita con misure normali per incrementare la produzione normativa di leggi marziali e provvedimenti di ordine pubblico repressivi, per favorire la distanza “sociale” dei cittadini, isolando possibili focolai di dissenso. E soprattutto per giustificare con i costi del prevedibile cigno nero, dell’incidente inatteso della storia, l’impotenza degli esecutivi a spendere e decidere in virtù delle cravatte degli strozzini europei, accettate sempre e comunque come doverosa accondiscendenza i padroni e come atto di fede alla teocrazia del mercato e della finanza.

E infatti da tempo vivevamo appunto la normalizzazione della crisi, la quotidianità delle disuguaglianze sopportate cristianamente come giusta punizione per aver troppo voluto e troppo avuto, e come pena preventiva per non garantire ai figli lo stesso immeritato benessere, lavando la macchia della dissipazione delle risorse e dei veleni in terra, acqua e aria, dovuta a consumi individuali e collettivi e non certo alle stesse attività oggi dichiarate essenziali, con l’assoggettamento alle imposizioni di una austera severità, indulgente e collaborativa solo all’atto di salvare banche criminali e imprese assassine.

Da tempo rinuncia di diritti, abiura di convinzioni diventate impopolari, sono diventate doveri per riconquistare la reputazione e l’appartenenza al contesto della civiltà occidentale,  alla cerchia dei sudditi dell’impero che ratifica la sua superiorità muscolare con guerre coloniali esterne e interne, fuori e dentro i patri confini, Nord contro Sud, regioni operose contro geografie meritevoli solo di invasioni turistiche non proprio pacifiche.

Ma non bastava, serviva qualcosa di straordinario che accelerasse la fine delle incomplete democrazie, che ratificasse l’improduttività della pretesa di diritti e dello stato di diritto, in coincidenza con la fine dello Stato, privato di poteri e sovranità e pure dell’arcaico concetto di popolo, retrocesso da massa di consumatori a target ben divise tra lavoratori e galeotti agli arresti domiciliari, anche grazie a barriere di plexiglas, recinti, segnaletico, perché non si corra il rischio che guardandosi negli occhi, parlandosi, confrontandosi possano rievocare il gusto della solidarietà e della libertà.

 

 


Tintinnar di App

orv Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non avevo nemmeno fatto in tempo a sospettare che Immuni, la app scelta dal governo per tracciare i contatti delle persone contagiate, in modo da contenere “gli effetti di un’eventuale seconda ondata”, sarebbe stata così persuasiva  da non doverla nemmeno rendere obbligatoria, che subito ci fanno sapere che con ogni probabilità chi si sottrarrà all’accertamento virtuale della sua mobilità nell’ora d’aria, potrà essere sottoposto a misure straordinarie punitive della sua insubordinazione, mediante limitazioni delle libertà aggiuntive a quelle della fase 2.

Per essere utile alla causa, ci hanno fatto sapere, Immuni  (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/04/18/virus-faccia-di-tolla/ )dovrebbe essere scaricata almeno dal 60% della popolazione, altrimenti i contatti mappati non sarebbero sufficienti a tenere sotto controllo la situazione.

In prima battuta i due figuri messi a capo delle task force di secondini informatici, l’Arcuri e il Colao, si dovevano essere aspettati un’adesione entusiastica: l’applicazione era stata presentata come una specie di cartella clinica in continuo aggiornamento in modo da proteggere se stessi con un quadro diagnostico in tempo reale e gli altri da possibili contagi.

Ma le performance registrate tra telelavoro e telescuola in un paese dove alla faccia di Orwell c’è la gara dei call center a offrire a caro pezzo modem stantii tra rame rubato e fibra macilenta, dove l’Inps è andato clamorosamente in tilt, dove la banda larga è confinata nel mondo di Utopia tra Leopolda e Casaleggio, dove se hai Tim non telefoni dal  Gragano e se hai Vodafone non navighi a Venezia, devono averli consigliati a fare il muso duro.

Così, annuncia il Corriere della Sera, avrebbero pensato a un  incentivo per spingere il maggior numero possibile di italiani a scaricare la app sul proprio telefonino, in qualità non dell’accesso gratuito a Netflix o Prime durante il post detenzione, bensì sotto forma di ricatto e minaccia come ormai è uso di governo.

Gli irresponsabili indisciplinati saranno forse penalizzati con restrizioni della mobilità (le accuse di incostituzionalità vengono ormai rinviate al mittente per via della apocalittica emergenza, mentre gli anziani, colpevoli di non aver voluto entrare nel rutilante mondo dei vecchi digitali, potrebbero essere beneficiari di un divertente gadget in sostituzione delle manette, quel braccialetto elettronico negato come misura alternativa alla detenzione, lo stesso che non è stato applicato a stalker e potenziali assassini di mogli, compagne e fidanzate nella normalità della violenza quotidiana senza febbre, sternuti e sanzioni.

Intanto la Lombardia che malgrado le sue prestazioni rivendica una efficiente indipendenza di pensiero e azione ha già inviato tramite sms  un questionario ai cittadini con quesiti sul loro stato di salute in regime di autodiagnosi fino a oggi criminalizzata e in attesa di perfezionare la sua app regionale in aperta concorrenza con Immuni, peraltro frutto della partnership di tre soggetti radicati nel tessuto imprenditoriale lombardo, in modo da poter animare con un po’ di concorrenza il brand delle biospeculazioni.

Che dietro ogni dogma e ogni imperativo si nasconda la teocrazia del mercato si sa,  quindi è facilmente ipotizzabile chi godrà degli effetti e dei profitti dell’imposizione a fare del telefonino un’appendice, un arto o un organo più irrinunciabile del cervello, del quale ci raccomandano di fare utilmente a meno per non rischiare un contagio peggiore del Covid 19, quello della libertà di pensiero.

Ed è ormai banale denunciare come lo stato di eccezione nel quale ci hanno fatto precipitare abbia assunto i connotati della distopia orwelliana, tanto che le forme di soggiogamento della popolazione attuate fanno pensare anche ai più renitenti alla leva del complottismo che sia in corso una grande cospirazione, anche grazie a questa spropositata accelerazione digitale al servizio del controllo sociale.

Così dobbiamo a Colao Meravigliao l’ultima frontiera che condurrà con la ripartenza a aprire con qualche abitazione anche qualche manicomio, in funzione di accoglienza di traumatizzati dalla peste ma più probabilmente di ribelli alle costrizioni, come d’altra parte è sempre accaduto.

Al posto dei test sotto l’ombrellone sostituito da yurta in plexigas, sta per essere avviata infatti una rilevazione da condurre su un campione di cittadini italiani per calcolare gli effetti dell’isolamento sociale sulla loro psiche. Si tratta di “una verifica concepita dal pool di psicologi del Comitato tecnico scientifico che assiste il governo assieme alla task force e correderà la decisione sulle riaperture della fase 2”.

Non mi piace dire ve l’avevo detto, ma ve l’avevo detto che forse hanno ragione di impiegare un linguaggio bellico per farci stringere a coorte. Infatti siamo nel pieno di una guerra e come nel Vietnam di Comma 22, vi ricordate? Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo.

Basta guardare i quesiti: “Quante volte al giorno pensi possa durare questa situazione anormale di lockdown per l’emergenza coronavirus? Quante volte ti capita di passare ore senza far nulla? Quante volte accusi la solitudine derivante dall’isolamento coatto? Pensi sia vero che andrà tutto bene? Ti capita spesso di avere pensieri negativi durante la notte?”,  per capire che chi non è disturbato, destabilizzato, disorientato dall’esperienza che gli fanno vivere, lui deve essere il matto e che chiunque conservi un minimo di lucidità e ben dell’intelletto non può che pensare di essere stato infilato dentro a un film di fantascienza di serie B.

In attesa della somministrazione forzata di psicofarmaci distribuiti insieme alle mascherine e al Corriere e Repubblica, in forma di simpatiche offerte promozionali della Ripartenza, aspettiamo le reazioni dei Bonino, Cappato, Boni e soprattutto quelle dei 5Stelle che candidarono il rimpianto Rodotà e che per anni furono presi per i fondelli per la preoccupazione che poteri occulti volessero dotare la gente di un microchip per controllarne azioni  e pensieri. E che adesso sono ben contenti di essere stati annessi a un potere per niente occulto che con il braccialetto elettronico ci mette anche l’anello al naso.

Spetta a noi non lasciarglielo fare.

 


Non è un virus per giovani

vel Anna Lombroso per il Simplicissimus

Avrete osservato anche voi che non c’è chef televisivo che non confessi con delicata commozione che la ricetta improbabile che sta confezionando sotto lo sguardo estatico del pubblico non pagante e che combina tradizione e innovazione, è proprio quella della nonna, dalla quale ha appreso i segreti che l’hanno reso celebre per il raviolo senza sfoglia, il tiramisu scomposto e la trippa con l’irrinunciabile foglia d’oro.

E non c’è atleta che non esibisca la figura iconica di un nonno che ha creduto in lui, che lo ha spinto all’agonismo e gli ha mostrato la bellezza della competizione sportiva, portandolo con sé alla bocciofila.

Oddio, a vedere le performance delle generazioni vigenti verrebbe da dire che la lezione degli avoli sia stata volonterosa ma manchevole di forza pedagogica. Ma in compenso la punizione che la contemporaneità riserva agli anziani è decisamente eccessiva, se, come ormai è d’uso, alla narrazione retorica del rispetto per le tempie canute, all’ipocrita difesa dei vincoli affettivi intergenerazionali, alla memorialistica e aneddotica individuale sui magnifici ammaestramenti morali impartiti dai vecchi, corrisponde  una ferocia pubblica, ma anche privata, che condannano a veloce obsolescenza e scomparsa dal consorzio civile quelli che non sono più attivi nel processo produttivo.

Si è avuta la generosità di sopportarli finché contribuivano con quelli che il cavaliere eternamente giovane chiamava i fondamenti sani della nostra economia patriarcale, risparmi, pensioni, piccole proprietà, messi a diposizione per pagare assicurazioni, mutui, studi, fondi integrativi dei figli e dei nipoti.

Ma adesso che anche quella pacchia è esaurita per via di un sistema previdenziale che tratta le pensioni come dissipata beneficienza e non come diritti acquisiti col lavoro, per via di un sistema sanitario cancellato in favore di una assistenza privata esosa e imprescindibile, sono diventati superflui, anzi dannosi nella loro qualità di soggetti parassitari che pesano sui bilanci delle società democratiche.

Per carità non credo che il Covid19 sia un virus evaso dai laboratori della Lagarde o della Fornero che lo conservavano vicino alle gabbiette del canarino e del cucciolo di boa  conscrictor  che è loro animaletto domestico simbolo,  ma è certo che l’epidemia ha rappresentato la torva allegoria o meglio l’opportunità per la legittimazioni di una desiderabile selezione malthusiana che era già in corso, ma in forma non esplicita. L’occasione per fare in modo che diventasse eticamente ineluttabile,  dunque accettabile, la scelta tra la vita di un baldo trentenne e la sopravvivenza a breve di un inutile settantenne, tra le prestazioni riproduttive di una giovane donna e i servizi sostitutivi del baby sitting di una ottantenne.

Certo c’è ancora qualche sacca di resistenza superficiale a questa vulgata dello stato di necessità al tempo del colera, che ha dato forma a uno stato di eccezione anche morale. Ma ha solo la funzione di esercitare l’attività di rimozione cominciata già quando si immaginava cosa succedeva dentro a ospizi, case di riposo, dei quali il Trivulzio di questi giorni rappresenta la degenerazione aberrante,  ma spesso rivelato da scandali a base di maltrattamenti, sfruttamento, plagi, furti, soluzioni finali, sospettati ma poi coperti non solo dal sistema privatistico che ci campava, ma pure da cerchie familiari che a ragione, in mancanza di strutture, servizi  e aiuti, o che a torto per liberarsi da un peso concreto e emotivo, conferivano i loro anziani in discariche temporanee prima di quelle definitive.

Che esistessero gerarchie e priorità che imponevano selezioni fatali si sapeva già. Lo sapeva chiunque avesse avuto un congiunto anziano,  costretto a una malinconica presa d’atto delle  condizioni di inevitabile trascuratezza cui veniva lasciato in ospedale ma pure nelle case di riposo un genitore o un nonno colpevole di avere minori aspettative di vita, chi aveva dovuto subire il mantra del “se ne faccia una ragione, suo padre/ sua madre, ha fatto la sua vita”, chi ha avuto conferma che le graduatorie per cure e diagnostica, per non parlare dei trapianti e di interventi delicati, sono sottoposte a criteri arbitrari, che accudimento e cure in condizione di invalidità sono accessibili solo a chi se le può pagare.

L’escalation di questo atteggiamento è stata autorizzata, è ormai banale dirlo, con i tagli alla spesa sanitaria, lo smantellamento delle infrastrutture, la fine della ricerca, delegata alle industrie, con le restrizioni che hanno ridotto prevenzione e diagnostica, con il concorrere di condizioni ambientali che favoriscono l’insorgenza di malattie a carico die soggetti più vulnerabili e esposti.

Ma ora ha avuto una impennata perché l’emergenza, l’obbligatorietà dell’isolamento minaccia la tenuta dello stato di salute fisico e emotivo delle persone anziane, quelle che per anni in funzione di consumatori più attivi erano diventate pantere grigie protagoniste di pubblicità e di una narrazione incoraggiante su amori, passatempi, sport, turismo, piaceri “senili”, costrette ora a una accelerazione della condizione di vecchi, in una solitudine e in un confinamento coatto, nel quale mancano relazioni affettive, rapporti di amicizia, lo svolgimento di quelle attività che sono tra l’altro gli indicatori reali della propria efficienza e autonomia.

Per anni una cattiva stampa al servizio di cattivi regimi ha voluto persuaderci che siano stati gli anziani a rompere i patti generazionali, con la colpa di non aver assicurato alle generazioni a seguire uno status migliore di quello che avevano trovato o contribuito a crearsi, per aver troppo preteso e troppo goduto.

E la loro lettura politica della storia è riuscita nell’intento di colpevolizzare con i vecchi anche il loro contributo al riscatto dai totalitarismo del secolo breve,  mentendo per raccontare che la memoria è un intralcio al futuro, che i ragazzi di oggi sono vittime perché saranno i primi a avere meno dei loro genitori, che sono gli ottantenni, i settantenni, i sessantenni di oggi correi di guerre di conquista, inquinamento e cambiamento climatico, dissipazione di risorse.

In effetti ci sono ottantenni, settantenni e sessantenni colpevoli e irriducibile, ci sono vecchi maledetti che continuano a accaparrarsi ricchezze, a voler governare il mondo giocandoci a palla, a accumulare tesori sfruttando e rubando. E ci sono giovani che scelgono di stare al servizio di vetusti regnanti e generali bacucchi sperando che prima o poi tocchi a loro sostituirli.

Ma intanto a morire abbandonati, addolorati, soli, affamati, esclusi, non sono loro che possono comprarsi tutto anche la giovinezza, sono gli altri, tanti, troppi, e con loro anche l’idea di dignità, solidarietà, libertà.


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