RenziKitsch, il potere del cattivo gusto

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il termine Kitsch   ha fatto la sua comparsa, con l’attuale significato estetico, a Monaco verso il 1860. Esso significa fare del vecchio col nuovo, impasticciare, lavorare di copia. Secondo Dolfles la tua traduzione più appropriata potrebbe essere quella di “uso improprio” e porta come esempi una torre di Pisa di pan di Spagna e panna montata ma anche i tiranni soprattutto quelli degli ultimi secoli, Hitler, Mussolini, Gheddafi con la loro arte di regime, la paccottiglia eroica dalle divise ai grandi eventi di propaganda, con le figure ideali e simboliche del loro pantheon, scelte con indicatori e strumenti ispirati dal cattivo gusto strapaesano, segnati da provincialismo e ignoranza.

Non si dispiacerà allora il signor Renzi se diciamo che è un esponente della corrente Kitsch –  con le sue aspirazioni a fare il dittatorello a progetto come un cocopro al servizio di padroni che lo estraggono dall’armadio quando serve a far numero in nome dell’Europa, quando si preoccupa di quello che dirà la gente se non fa l’Expo, ma se ne impippa che crolli Pompei, che Venezia soffochi, che finge di credere che si riconquisti autorevolezza e buon nome tirando su qualche piramide mentre cade giù mezza Italia, che compiace sultani e sceicchi collaborando con la tratta delle persone e svendendo patrimonio comune, a cominciare dalla sua città di adozione nella quale pare voglia  far tenere le Sue Olimpiadi, dopo aver aizzato una guerra di campanili in modo che il terzo goda.

Che la sua sia una cultura del sentito dire, del letto sui titoli dei giornali, insomma molto meno del Bignami, nemmeno preso in considerazione per la revisione della Costituzione, insomma molto meno dei risvolti di copertina da cui attingeva doviziosamente il fondatore del suo partito, è evidente: si deve fare una esposizione sulla fame nel mondo e lui chiama a sé un pizzicarolo alla cui fama ha contribuito con trattamenti di favore, usandolo anche all’occorrenza come mecenate che attinge dalle dispense dei Fratelli Fabbri sui capolavori del Rinascimento, per dare un valore aggiunto alle sue botteghe, insieme magari a qualche guglia del Duomo, purtroppo vera e non di pan di spagna e panna montata. Si deve esibire un economista dinamico e fattuale alla sua kermesse e lui fa venire un finanziere spregiudicato attivo nei paradisi fiscali, solo perché il suo manager di riferimento non si era ancora mostrato nei panni insurrezionalisti e apocalittici di critico della teocrazia del capitalismo.

Per caso serve l’ostensione di una figura nobile e autorevole per mettere il sigillo della competenza, della professionalità e dell’integrità sulla ricostruzione? E lui chiama l’archistar Renzo Piano. Immagino in attesa di consultare Calatrava per il Ponte sullo Stretto, forte com’è dell’esperienza veneziana. E non potendo far venire Speer per le sue olimpiadi in Arno. Ora non voglio dire che sarebbe meglio un capomastro abile e onesto, uno di quei piccoli imprenditori artigianali che hanno imparato il mestiere sul campo, diventati, forse, per via della cancellazione di lavoro e sbocchi per talenti “minori”, ancora più rari dei grandi maestri dell’architettura. Ma è sicuro che quello che non serve è una figura simbolica da esporre al contesto nazionale e internazionale a possibile copertura di approssimazioni, uso strumentale dell’emergenza per favorire l’aggiramento di regole e l’imposizione autoritaria di commissariamenti “speciali”. Mentre sarebbe opportuno proprio ricreare e promuovere una rete di professionisti, tecnici  e controllori sul territorio, in grado di scalzare quelle alleanze opache dei soggetti di sorveglianza con rappresentati e pubblica amministrazione dei quali oggi affiorano responsabilità, colpe, noncuranza, furti e misfatti.

E poi, è sempre più evidente il peso del malaffare sui mali del nostro territorio, la qualità perversa di una corruzione che intride tutti i livelli gerarchici e geografici della macchina decisionale e di governo? Beh, non occorre consultare i contati dell’I phone, si chiama il solito Cantone, babau per tutte le stagioni e tutti gli sperperi e tutti i business criminali, solerte propagandista nel magnificare la svolta dei rottamatori anche se gli hanno messo in mano una scatola ben confezionata ma vuota di risorse, competenze, uomini.

E se poi si deve tirar fuori un commissario, perché non proporne uno già sperimentato, con un curriculum invidiabile  di esperienze? Uno pescato nella rubrica dei conoscenti, alla voce “oppositore garbato e cauto”, quindi buono per dare un po’ di guazza a una fronda ancora più circospetta e riservata di lui, con una faccia da brav’uomo grigio quindi vendibile e affidabile, malgrado le accuse di aver favorito la coop riconducibile al fratello. E esperto della materia sismica se – ma non bisogna dirlo, per non essere tacciati di sciacallaggio – in qualità di rappresentante del “modello emiliano” malgrado c’è da sospettare che abbia sottovalutato i ripetuti allarmi dal 98 in poi, dall’Aquila in poi, sui rischi sismici della sua regione, addirittura annoverati nella mappa del pericolo- terremoto del 2003. Insomma c’è da sospettare che sia una sua certa arrendevolezza discreta e pensosa a indicarlo come uomo giusto nel posto giusto, se il suo modello di ricostruzione permette che, secondo le analisi dei comitati di cittadini, siano senza casa almeno 12 mila abitanti, se la riedificazione dov’era com’era dei centri storici riguarda il 30 % del tessuto urbano, se la maggior parte di artigiani e imprenditori  che sono riusciti a far ripartire la loro economia, hanno dovuto ricorrere a fondi, risarcimenti provati o a risparmi personali.

Non credo che la bellezza ci salverà, se  il brutto e il cattivo sono al potere.

 

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