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Terremoto, 4 anni di lockdown

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono posti nel nostro paese dove nel silenzio generale si è costretti da anni a subire il ricatto empio di dover scegliere tra salario e salute, come quello posto otto mesi fa a milioni di cittadini e guardato con sovrana e sufficiente superiorità da chi credendo di trovarsi nel mezzo di una apocalisse sanitaria ha pensato di essersi meritati i loro servizi essenziali, per garantirsi la salvezza tra le mura domestiche, mentre  altri meritavano di “rischiare” per essere promossi a martiri.

Ci sono posti nel nostro paese dove gli arresti sanitari erano una pena paradossalmente raddoppiata per chi una casa non l’aveva più. Di questi tempi scrivere sulla ricerca di Google e di siti di pensosi osservatori o organi di informazione online  la parola “terremoto” produce un inventario interminabile di scritti che la usano per definire l’emergenza in corso, per sottolineare come si stia vivendo un cigno nero imprevedibile e ingovernabile come un sisma, un dies irae scatenato da divinità che puniscono alla cieca, incontrastabili se non con la preghiera, qualche sacrificio umano  e molte rinunce.

Ma un senso comune c’è. I terremoti da noi molto più che in altri contesti antropizzati hanno conseguenze disastrose per via di tragici errori costruttivi, della speculazione frutto di una bulimia costruttiva a basso costo, con materiali scadenti e tecniche insicure,  anche perché in anni di trascuratezza, messa in sicurezza e manutenzione sono venute meno per investire risorse e professionalità sulle Grandi Opere invece che sulla salvaguardia e sui controlli che dovrebbero tutelarla.  

Allo stesso modo succede nel caso di un’epidemia i cui effetti sono anche moltiplicati dall’inquinamento, dalla circolazione incessante di persone e cariche patologiche, che diventa presto cruenta perché è stato smantellato l’intero sistema di prevenzione e profilassi, assistenza e cura, facendo venir meno la potenza di contrasto del primo avamposto, quello della medicina di base, e non intervenendo nelle situazioni davvero a rischio, luoghi di lavoro, mezzi di trasporto.

Quindi chi volesse sapere come stanno le zone colpite dal sisma del Centro Italia, non si fermi a “terremoto”, ma renda più circoscritta l’indagine se vuol vedere cosa succede adesso in quelle geografie e nel verificarsi della coincidenza tra i due “cigni neri”  in uno stagno molto affollato di disastri.

Avrebbe così la conferma di una caratteristica delle crisi, quella di  indurre nuove disuguaglianze che premono pesantemente su quelle antiche: non risultano infatti notizie e dati sulla condizione dei pochi avamposti sanitari presenti nella zona, così, come ha detto una signora intervistata in occasione di un raro servizio giornalistico, i sopravvissuti rimasti là “sono più invisibili del Covid”, sani o “positivi” che siano.

 “Per noi quattro anni di lockdown24.08.2016-24.08.2020”, era la scritta che campeggiava su un lenzuolo appeso fuori  Grisciano, frazione di Accumoli  in occasione del quarto anniversario.  

Altro che distanziamento sociale: una turpe rimozione della tragedia e del lutto, un disonorevole  oblio, sono caduti sui morti e sui vivi che avevano deciso di resistere e che dovrebbero suscitare vergogna i quelli che hanno fatto vanto della loro “resilienza” per essere rimasti a casa a proteggere l’unico diritto concesso, la sopravvivenza, di fronte alla cattiva imitazione di vita permessa a migliaia di persone in 138 comuni, conferiti nei   moduli di poliuretano espanso, le Sae, nelle casette provvisorie il cui numero non è dato sapere, mentre conosciamo le irriguardose modalità con le quali sono state assegnate, beneficati dal  Cas, percepito dalle famiglie a cui il terremoto ha distrutto casa. 

Cas, si chiama con questo acronimo il Contributo di autonoma sistemazione, l’elemosina il cui regime è ora sottoposto all’occhiuta indagine della Protezione Civile, organizzazione vanta   tra i suoi valori fondativi la trasparenza, che vuole sospenderlo o almeno regolarlo per via del sospetto che ne abbia goduto qualche  immeritevole profittatore, che magari ha qualche muro in piedi o sta dai parenti più fortunati.

Andando un po’ indietro nell’indagine si scopre poi che  a differenza delle fabbriche di armi non convertite alla produzione di mascherine,   i cantieri, pubblici e privati, della ricostruzione post sisma 2016 non  sono stati annoverati tra le attività essenziali oggetto del Dpcm di marzo recante «Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID19» che ne ha di fatto stabilito la sospensione superando la direttiva con la quale il neo commissario Giovanni Legnini aveva  illustrato le misure di carattere generale entro le quali le imprese impegnate sul “cratere sismico” del Centro Italia potevano o meno continuare a lavorare.

Mentre una visita ai notiziari di luglio rivela che il cosiddetto “pacchetto sisma”, inserito nel Decreto rilancio e recante le semplificazioni e richieste a sostegno dell’economia dell’Appennino terremotato, viene bocciato. 

Alcuni notabili locali in forza alla maggioranza governativa tranquillizzano la popolazione e a ferragosto viene approvato  un secondo decreto mirante  ad applicare alcune disposizioni contenute nel decreto- legge 16 luglio 2020, n. 76 con Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale” e riguardanti le linee guida per  classificazione degli edifici e i controlli in materia affidati a professionisti, le misure delle detrazioni per le spese sostenute per le polizze assicurative, le regole per il credito di imposta, ma che in sostanza eliminano il criterio della premialità.  

Si tratta di adempimenti utili ma marginale, che hanno soprattutto l’intento di far credere che gli ostacoli alla ricostruzione siano quelli frapposti dalla burocrazia o, peggio, dalle caratteristiche antropologiche delle popolazioni parassitarie che si approfittano della situazione. Che a quello di alludeva quando si giustificavano ritardi e inazione, quando le assegnazioni degli alloggi “temporanei” venivano effettuate in piazza con la riffa.

Il governo benevolmente offerto nuove e feconde opportunità grazie all’estensione degli incentivi  di Resto al Sud e prevedendo proprio un anno fa una serie di interventi per accelerare la ricostruzione ed evitare lo spopolamento, attraverso agevolazioni gestite da Invitalia, ente del quale è Ad il Commissario straordinario Arcuri  in favore degli imprenditori under 46, rivolgendole ai giovani che vogliono avviare un’impresa con finanziamenti che arrivino ad un massimo di 200.000 euro e che coprano il 100% delle spese.

Arcuri è impegnato in ben altre faccende pur continuando a percepire il suo gettone nel mirino della Corte dei Conti, e sarà per quello che sul sito dell’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa S.p.A., società per azioni italiana partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia, non c’è traccia di startup di aspiranti tycoon: con tutte probabilità sono emigrati, sono senza lavoro ma anche senza casa, hanno ridotto le loro aspirazioni mettendole a disposizione delle cooperative e imprese che a distanza di 4 anni aspettano ancora le linee guida per la raccolta delle macerie, tanto che in ritardo è soprattutto quelle dei materiali del patrimonio pubblico.

Si sa solo che in un incontro con associazioni di industriali e imprenditori la sottosegretario al Mise Alessia Morani si sarebbe fatta interprete della volontà del governo di stanziare 5 miliardi per generare uno sviluppo dell’area coprendo “il fabbisogno  di nuove tecnologie, connessioni e infrastrutture”.

Per carità poteva andar peggio. In attesa del digitale post terremoto poteva succedere che fosse ancora sulla poltrona di Commissaria straordinaria la attuale ministra alle Infrastrutture, quella che ha animato le giornate della kermesse di Villa Pamphili con il suo progetto di 130 grandi opere infrastrutturali che non contemplano case, scuole, strutture sanitarie nel cratere del sisma, così come non sarebbero annoverate nel Mes e men che mai nelle risorse del Recovery Found.

E dire che ci siamo riempiti la bocca con la reputazione riconquistata grazie al modello Genova, il caso di successo – tempo un anno – che dovrebbe persuaderci della bontà delle ricette “straordinarie e eccezionali” che devono essere messe in pratica per fronteggiare un’emergenza.  Quando lo stato di avanzamento della ricostruzione pubblica è in forte ritardo, come si legge sul sito del Commissario Straordinario legnini: a fronte di 2,1 miliardi di euro impegnati, le risorse effettivamente erogate ammontano a circa 200 milioni di euro, circa 10% del totale.  E se  in questi quattro anni sono stati ultimati solo 86 lavori sulle opere pubbliche e altri 85 sono in corso (le scuole concluse sono per ora 17 e ci sono 6 cantieri in esecuzione)… mentre in compenso sono state ripristinate 100 Chiese, con altri 45 cantieri aperti, che fanno sperare in un aiuto dal cielo.

È di poche settimane fa il terzo rapporto sulla ricostruzione redatto dall’Osservatorio Sisma della Fillea Cgil e di Legambiente il cui incipit è la denuncia che “la ricostruzione sarà inferiore alle aspettative”. Che fa capire che il virus che ha colpito i residenti è la sfiducia, tanto che la richiesta di finanziamento pubblico per danni più o meno gravi, dal 2016 al giugno 2020, ammonta a solo 13.947, sulle 80.340 stimate, di cui poco più di 5mila sono state accettate e 8mila sono ancora in lavorazione.  

Ogni tanto si dice che questo Paese avrebbe bisogno di un New Deal per la messa in sicurezza e la salvaguardia del territorio la cui manutenzione sarebbe un motore di occupazione qualificata e stabile.

E stiamo freschi: a fine 2019 erano poco meno di 5.500 i lavoratori edili impegnati nella ricostruzione  con 822 imprese registrate, un dato che dimostrerebbe  “che la percentuale di operai specializzati è inferiore alla media nazionale nonostante la complessità delle opere e dei cantieri”, ma che indica soprattutto che ci sia un “preoccupante grado di irregolarità nell’impiego della manodopera”, e fa sospettare un infiltrazione riconoscibile del caporalato e delle organizzazioni criminali, confermata al 28 febbraio 2020 da  78 interdittive antimafia, che riguardano quasi il 10% delle imprese coinvolte.

Per contrastare le irregolarità, la normativa sulla ricostruzione prevede l’applicazione obbligatoria di uno strumento fondamentale a garanzia della trasparenza: il Documento Unico di Regolarità Contributiva, che certifica  l’incidenza della manodopera impiegata per un intervento, rispetto all’importo delle opere.  

Al 20 settembre erano stati rilasciati 436 Durc, relativi a lavori per 45 milioni con un’incidenza di manodopera del 34%, a significare che gran parte dei lavori sono irregolari, un dato confermato anche da numero di domande per gli indennizzi Covid da parte delle aziende,  che peraltro non hanno anticipato la Cig ai lavoratori.

Il cratere del sisma è una terra abbandonata nelle mani dei predoni, se gli abitanti via via sono stati sempre più incoraggiati a lasciarla trasformandosi nelle comparse pendolari del parto tematico del turismo religioso e nella mangiatoia dei norcini di palazzo, se i loro bisogni vengono accantonati, se ricordare il loro martirio scombina la gerarchia di esposizione al rischio e alle disgrazie disegnata dalla gestione dell’emergenza, come succede per Taranto, dove accade nei posti dove il ricatto e l’indifferenza hanno condannato al silenzio le vittime.  


L’Italia Veloce e il governo Balla

cantiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se adesso, a quattro mesi dalla data d’inizio ufficiale della guerra al Covid, a un po’ di giorni dall’armistizio, malgrado il rischio conclamato portato dagli untori bangla, siamo autorizzati a esprimere qualche cauto parere sull’operato del miglior governo possibile senza essere tacciati di disfattismo irresponsabile, di spericolatezza insensata, e, naturalmente, di demoniaco complottismo.

O se sono già pronti a rintuzzare le accuse e a rimandare al mittente  le critiche i coscienziosi firmatari dell’appello, in veste di “intellettuali per Conte”, considerando l’ennesimo agguato contro un  governo che avrebbe “operato con apprezzabile prudenza e buonsenso, in condizioni di enormi e inedite difficoltà”, sollevare qualche obiezione contro la ricostruzione avviata senza strategie, senza programmi, senza quattrini, salvo le ingenerose illusioni somministrate dall’Ue e “edificata” su due fondamenta, semplificazioni e cemento.

Da mesi sentiamo dire che il governo in carica non poteva fare di più e meglio perchè gran parte dei problemi che avevano determinato l’eccezionalità di misure e provvedimenti anche in aperto conflitto con il dettato costituzionale, erano l’eredità di una normalità che rappresentava appunto il “Problema”.

Beh, se a qualcuno pareva proprio che la maledetta normalità fosse fatta di restrizioni al Welfare, di proposte per promuovere l’occupazione a base di contratti a termine, precarietà part time e infine di cantieri di Grandi opere per garantire ai giovani un lavoro manuale e a tempo, convertendo i viziati bamboccioni alle virtù della fatica, di ritardi e inadempienze che hanno condannato l’Italia a retrocessioni meritate nel contesto internazionale – tanto da dover riconquistare le reputazione tirando su le piramidi che gli altri non vogliono più, allora sbagliava ancora una volta, e sbagliava chi ha davvero creduto che il dopo non sarebbe stato come il prima, dando ragione a quegli eterni scontenti che temevano sarebbe stato peggiore.

Eccola la normalizzazione della pandeconomia padronale malata di bulimia costruttiva, con iniezioni massicce di cemento a fronte della demolizione di un sistema efficace di sorveglianza e controllo sulle attività dei settori delle costruzioni, dell’edilizia e immobiliare, in modo da appagare gli appetiti ancora più avidi dei sodalizi speculativi e corruttivi.

A fare da collante ideale, mettendo d’accordo tutti gli attori nazionali e stranieri, c’è il mito della semplificazione,  fatta su misura per le cordate delle Grandi opere, gli emiri che si comprano le coste, le dinastie autostradali criminali (quelle dei 23 mila euro l’anno per la manutenzione),  i privati e le aziende pubbliche, i Consorzi che hanno fatto la fortuna del malaffare a norma di legge, conquistando le funzioni in un corpo solo di controllori e controllati, scavatori e inalzatori.

E d’altra parte chi avrebbe il coraggio di opporsi ad un taglio degli innumerevoli passaggi che caratterizzano un iter, chi non vorrebbe scalzare quei monumenti della burocrazia che seppelliscono iniziative e interventi, chi non vorrebbe con un clic ottenere certificati e nullaosta?

È che la “normalità” di prima, di oggi e di domani, quella di Renzi che metteva in testa ai nemici da estirpare come una mala erba i sovrintendenti, quella degli accordi di programma che prevedono l’esclusione delle popolazioni interessate a un intervento aeroportuale, così per fare un esempio,  quella delle varianti, degli equilibrismi volumetrici, prevede che la semplificazione consista in generose donazioni, in concessioni magnanime ai costruttori in cambio di compensazioni anche tramite voti, sostegno elettorale, regalie.

Credo proprio avessimo ragione nell’osservare che la china dello stato di eccezione avrebbe aperto una strada scorrevole a altre ingiurie e a altri oltraggi alla Costituzione e alla giurisprudenza, come nel caso di sanatorie, condoni e automatismi autorizzativi, di norme o regolamenti che legittimino violazioni di vincoli in ambito paesaggistico e ambientale  e automatismi autorizzativi (come quello del “silenzio assenso”) o meccanismi procedimentali che riducano il peso e l’efficacia della valutazione degli organismi di controllo, facilitati tra l’altro da questa sospensione delle legalità a scopo sanitario, che ha mostrato le falle della digitalizzazione, il fiasco dell’accessibilità dei cittadini agli atti della Pa.

Altro che giungla d’asfalto, a vedere il grande piano muscolare per la ricostruzione che intende riattivare i cantieri di 130 opere infrastrutturali, in modo da far bella figura a poco prezzo: dei 200 miliardi necessari, almeno un terzo non risiede nemmeno nella contabilità dei sogni, o peggio è affidato al  Recovery Fund, in 32 slide da far invidia ai plastici di Vespa. E che Conte si propone di recare come offerta alle esigenti divinità di Bruxelles durante il suo pellegrinaggio:  «È un decreto di cui mi vanterò nell’Ue», ha dichiarato orgogliosamente.

Il dinamismo futurista, da Marinetti a Balla,  che anima il governo è ben rappresentato dal nome dato al Programma: Italia veloce e rapidamente si deve mettere mano a   un pacchetto di opere ferroviarie (5 di Alta Velocità,  si quella che perfino l’Europa boccia come inadatta ai volumi di traffico, compresa la Salerno-Reggio Calabria, un tratto leggendario da scongiuri, cui però si aggiunge a beneficio di dimenticati pendolari il collegamento Ferrandina – Matera, città della Cultura, con stazione ma senza treni),  uno di opere stradali, e uno di opere idriche tra le quali campeggia superbo il cosiddetto “incremento sicurezza” del Mose.

E per fare ancora più presto, appresa la lezione magistrale della lotta al Covid, per un buon numero di interventi la gestione amministrativa e organizzativa è affidata a dei commissari straordinari, vedi mai che a confliggere con tanta briosa e vitale energia si mettano cittadini organizzati, istituzioni e enti di controllo, amministrazioni e rappresentanze.

Per quattro: la ricostruzione del ponte sul fiume Magra, il nodo di Genova e le opere viarie siciliane e sarde, il candidato è già pronto, e verrò presto individuato per altre 11 opere stradali, 15 infrastrutture ferroviarie, 9 opere idriche, arrivando a 35. Ma c’è una lista di pretendenti anche per 12 opere di edilizia statale: uffici di Polizia, centri polifunzionali, caserme su segnalazione del ministero dell’Interno.

Non abbiamo notizia, ma sarà una svista, di interventi e opere per la messa in sicurezza del territorio, dei fiumi che a ogni autunno straripano, i Lambro-Seveso-Olona i fiumi della Capitale Morale, che magari potrebbero avere il bon ton di esorbitare dei loro letti a un rinnovato lockdown, in modo che tutti siano a casa senza rischi, delle montagne che franano e mettono a rischio autostrade provvidenzialmente e proverbialmente non trafficate come la BreBeMi.

È che anche la normalità degli eventi estremi prodotti dal cambiamenti climatico e dall’inquinamento, non estraneo al diffondersi di epidemie, va ripristinata. Come la routine dell’abbandono dei terremotati nel sisma del Centro Italia, come la quotidianità dei senzatetto costretti all’illegalità, quella si punita, mentre la lotta alla burocrazia riserva vari tipi di indulgenza al malaffare, sotto forma di prescrizioni, silenzi-assensi d’oro, condoni.

È che la guerra ormai richiede svariate tipologie di strumenti e azioni belliche, armamenti e sfruttamento di territori e risorse, trincee e muri secondo l’eterna ammuina che comandano i generali dell’imperatore, lacrime, sangue e cemento, che tanto a pagare sono i soldati, che dovrebbero imparare l’arte della disobbedienza.

 

 


Cosmicomiche italiane

marzi  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Immaginiamo che sia sceso dall’astronave  proprio qui il solito marziano, dal quale qualcuno, compreso un filosofo  più acchiappacitrulli che visionario, Zizek, si aspetta la salvezza dai mali commessi dagli umani.

Imponendogli la mascherina dovremmo raccontargli che forse arrivò dalla Cina, ma c’è anche chi pensa che a portarlo là sia stato un untore occidentale forse un italiano esponente di spicco dell’internazionalizzazione del sistema Italia, un virus influenzale della famiglia dei Covid. Che presto si diffuse, persuadendo le autorità sanitarie, istituzionali, centrali  e regionali, che si trattava di un ceppo particolarmente contagioso e particolarmente letale, a guardare al numero dei decessi nelle aree più popolose, industrializzate e inquinate del Paese.

Tanto che si stabilisce subito un rapporto causa effetto tra la qualità dell’aria e l’incidenza della patologia sull’apparato respiratorio.

Solo molto tempo dopo, e vallo a spiegare al marziano, si scoprirà che con tutta probabilità gli effetti letali sarebbero invece a carico di quello circolatorio, suscitando il sospetto che molti anziani già affetti da malattie a carico del cuore e della circolazione siano morti per terapie inappropriate, conseguenti tra l’altro alla interdizione per gli anatomopatologi di praticare autopsie sulle vittime, considerate superflue ma che invece avrebbero potuto chiarire le vere cause di morte.

Inizia da subito l’erogazione da parte delle autorità di cui sopra – che agiscono seguendo le indicazioni disomogenee, contraddittorie, confuse di una selezione di personalità scientifiche che da anni hanno consolidato relazioni  stabili con la politica anche in virtù di una certa indole alla spettacolarizzazione del loro sapere, mai colpito da dubbio – di informazioni e statistiche a dimostrazione che l’unica strada da intraprendere è la serrata del Paese. Anche perché, e questa da subito è l’unica certezza incontrovertibile, il sistema della sanità pubblica dopo anni di tagli, dopo la consegna ai privati del settore della cura e della ricerca, dimostra subito di non poter far fronte a una epidemia, come in realtà si evidenziava già – ma forse vi vergognereste di dirlo all’ometto  verde – a ogni influenza stagionale, che mieteva u gran numero di dipartite, incrementate da accertate infezioni ospedaliere.

Allo slogan “Andrà tutto bene”, che campeggia ovunque, si sostituisce subito # iorestoacasa, impegno indicato come il più responsabile a tutela della propria salute e di quella degli altri, e reso obbligatorio da una pioggia di provvedimenti limitativi della libertà personali, che aggirano il dettato costituzionale in presenza, viene affermato e confermato da alcuni costituzionalisti, di una emergenza che impone leggi eccezionali, in forma di Dpcm, insieme a poteri commissariali, svincolati dal controllo parlamentare. E infatti il loro rispetto è garantito dalle forze dell’ordine, dalle polizie municipali e dalla presenza occhiuta di militari incaricati di vigilare sulla loro applicazione comminando sanzioni elevate ai trasgressori e avvalendosi di delazioni e denunce anonime di cittadini coscienziosi.

Inizia così il lungo lockdown (non dite al marziano che ricorso a un anglicismo non nasce da una attitudine italiana alla solidale socialità che addirittura non prevede un termine appropriato nella lingua di Dante, ma nella inclinazione della comunicazione di chi sta in alto a rendere indecifrabile e quindi più potente le decisioni autoritarie).

Chiamiamolo dunque confinamento e consiste nel dividere gli italiani in due grandi categorie: quelli che possono salvarsi dal  contagio della pestilenza, imperscrutabile, misteriosa e minacciosa, della quale si continua a non sapere nulla e che viene quindi contrastata con l’uso di mascherine, guanti e  l’invito a lavarsi frequentemente le mani, come si dovrebbe peraltro fare sempre nel rispetto di normali criteri di igiene, stando a casa,   e quelli, declinati in forma di martiri e eroi nazionali, che devono prestarsi per spirito di servizio e doverosa abnegazione essendo addetti ad attività definite essenziali.

I servitori del popolo esposti al morbo sono i lavoratori di produzioni indispensabili (compresi gli F35), operai di grandi industrie, manutentori, dipendenti della grande distribuzione, e poi quelli dei trasporti, quelli delle consegne a domicilio, i magazzinieri delle multinazionali delle vendite online, riscattate dal bisogno immediato, i pony, le cassiere del supermercato, cui fino a ieri si guardava come a indolenti parassiti perché non volevano fare i turni alle feste comandate.

Non ne fanno parte i santoni della scienza che ispirano e guidano le scelte governative in modo da contenere le esuberanze di un popolo renitente e indisciplinato, da mettere in riga come un ragazzino riottoso, proprio come era stato necessario fare in occasione di crisi economiche che avevano richiesto l’adozione di criteri di austerità punitivi.

Ai martiri, anche a quelli che circolano nelle zone rosse, i datori di lavoro,  quelli di Bergamo is running,  quelli che si accordano con il Governo e i sindacati per bloccare gli scioperi e le proteste di operai che si chiedono come mai, se il morbo è così pericoloso, a loro non è data salvezza,  concedono dispositivi di tutela in applicazione unilaterale di un protocollo concordato con l’esecutivo e appoggiato dai sindacati che prevede in forma discrezionale e “volontaria” l’adozione di “strumentazione adeguata”, il distanziamento nei siti di uso collettivo, guanti e mascherine, queste ultime perlopiù a spese del dipendente.

Così, secondo un rapporto dell’Istat il 55,7% della forza-lavoro, escludendo chi ha operato in modalità smartworking,  è rimasta attiva durante il lockdown, spostandosi da casa per andare a lavoro: i livelli più alti si sono avuti a  Milano che registra il 67,1%,Lodi 73,1% e Crema 69,2%, che distano solo 24 km da Codogno, epicentro del virus.

E in prima linea, ovviamente,  c’è il personale sanitario,  celebrato e commemorato con un repertorio retorico epico anche grazie all’adozione di una narrazione e di un linguaggio bellico rievocativo dell’amor patrio e della opportunità di dotarsi d nuove leve di eroi nazionali, gli stessi fino a due mesi prima sottopagati, spinti a collocarsi nel privato, umiliati da salari poco dignitosi e caratterizzati da disuguaglianze gerarchiche.

Infatti la loro presenza virtuale si materializza via cavo, via etere e via intervista telefoniche, mentre è accertata la latitanza doverosa e avveduta da laboratori, reparti e corsie di ospedali. Quei luoghi dai quali ben presto si capisce che è meglio non frequentare insieme a case di riposo e ospizi, dichiarati focolai e dove sono stati conferiti da tempo e recentemente proprio i soggetti a rischio. Chi lamenta sintomi riconducibili al virus (e vaglielo a spiegare al visitatore interstellare) dopo qualche tentativo di relazionarsi coi numeri verdi, con i pronto soccorso, disorientato dai consigli telefonici dei medici di base e dalle contraddittorie informazioni sui sistemi diagnostici, tamponi si tamponi no, indagini sierologiche si o no, tachipirina raccomandata o sconsigliata, si arrende all’evidenza e si cura in casa nel timore di essere conferito nelle terapie intensive e sottoposto a trattamenti che in seguito si riveleranno inadatti se non controproducenti.

Per più di due mesi gli italiani vengono retrocessi a gregge:  impaurito dall’infezione e dalle sanzioni, assediato, criminalizzato se si sottrae alle leggi marziali, perseguitato  nella quotidianità con una manifestazione di potenza muscolare  che solitamente caratterizza la repressione dei crimini più vergognosi, chi segregato tra le mura domestiche, chi “in trincea”, separato comunque dai propri cari, isolato nella malattia e nella morte, perfino  privato dei conforti della religione.

Mentre intanto viene sospeso il diritto alla cura di patologie che non siano il Coronavirus, dell’istruzione somministrata in forma volontaria e dilettantistica,  dell’occupazione, quando si tratta di partite Iva, part time, precariato, artigianato e commercio, costretto a consumare i risparmi nell’attesa di un obolo statale, magari in forma id prestito da risarcire a banche alle quali il presidente del Consiglio chiede amore, in cambio della consegna dell’economia nelle loro mani criminali.

Ci sarebbe proprio da vergognarsi agli occhi del marziano per aver accettato tutto questo, sena mai mettere in discussione le imposizioni, gli obblighi, la repressione che di giorno in giorno sembrano essere sempre meno legittimi e giustificabili.

Ma più ancora è inspiegabile che nessuno si interroghi sul Dopo, che secondo la paccottiglia ideale sciorinata da una informazione che ha definitivamente tradito il suo mandato, non dovrà essere come il Prima. Quando governo e i corpi separati istituiti per l’occasione, non hanno pensato a nessun programma che non disegni un futuro di stenti, privazioni, rinunce sotto forma di costi da pagare perfino per rimettere in sesto una sanità che negli anni è stata il terreno di scorrerei dei predoni, sotto forma di carità pelosa da risarcire, sotto forma di espedienti per sopravvivere quando interi settori sono destinati a scomparire, dal turismo e il suo indotto, compresi quei B&B che avevano costituito un sommerso promosso anche nelle sue forme più opache, la ristorazione, il commercio al dettaglio, il settore pubblico quando non ci saranno più le risorse per pagare gli stipendi.

Sappiamo già che  marzo la produzione industriale è diminuita del 29,3%, mentre 270mila negozi (stima prudenziale della Confcommercio) sono destinati alla chiusura: sono le cifre di un fallimento che va di pari passo con il flop della comunicazione apocalittica che ha legittimato il confinamento se da noi il numero dei contagiati ufficiali è allo 0,36%, in Germania (con il lockdown “addolcito”  e in  Svezia dove non è stato messo in atto è allo 0,26%.

Il marziano – ma nemmeno il governo e le sue task force quando parlano di ricostruzione – ha certamente letto un volumetto di Keynes che aveva partecipato alla Conferenza di Pace di Versailles e che si intitola “Le conseguenze economiche della pace”, con il quale metteva in guardia dagli effetti punitivi di quella che definiva una “pace cartaginese”, ricordando le  condizioni eccessivamente rigide imposte da Roma a Cartagine  al termine della  seconda guerra punica col proposito di  accentuare e perpetuare l’inferiorità del perdente.

È che dopo la guerra al virus gli sconfitti siamo noi, beneficati dal Piano Marshall dell’Ue che ci condanna con il Mes a un stato di consolidata soggezione, con la prospettiva della definitiva perdita di sovranità in favore della prepotenza egemonica del sistema bancario, con la prospettiva di un’occupazione sempre più dequalificata, quella dei “cantieri”, dei lavoretti alla spina, i part time e il cottimo al Pc, suffragato anche in via parlamentare da una proposta presentata non a caso da esponenti del Pd del Jobs Act  tra i quali Martina, Orlando, Serracchiani, per ridurre l’orario di lavoro riducendo proporzionalmente il salario, lo stesso fronte che si fa interprete dei bisogni di Fca che chiede aiuti sotto forma di garanzia al Paese che ha tradito dopo averlo dissanguato, lo stesso che in nome della militanza antirazzista pensa di riscattare i lavoratori resi schiavi della sue riforme, riducendo in servitù legale gli invisibili temporaneamente  “regolarizzati”.

E’ a questo punto che lo vedrete darsela a gambe, il marziano: ha capito che sono meglio le guerre stellari.


La malattia del Padrone

groszAnna Lombroso per il Simplicissimus

Una volta, quando era ancora permesso nutrire illusioni, proiettarsi radiose visioni e girarsi qualche filmino del futuro ambientato della città del sole, si pensava che la realpolitik fosse un monopolio esclusivo dei governi e dei regimi. Ma adesso che ci costringono a scegliere tra la borsa e la vita, le libertà e la salute (pratica già largamente in atto anche a casa nostra, a Taranto ad esempio), il salario e l’ambiente, il libero arbitrio e le sanzioni, e da quando l’obbedienza è stata legittimata come virtù civile,  non faccio che imbattermi in volontari della servitù e della rinuncia che encomiano l’Esecutivo in qualità di migliore dei governi possibili.

Tutti pronti a infilare volontariamente la testa nel cappio, elogiano quindi le misure inevitabili, i provvedimenti fatali, compresa una inedita e aperta violazione dei diritti costituzionali e della privacy, che ai tempi di Berlusconi avrebbe fatto gridare vendetta, mentre è nel segno della continuità l’indifferenza rivolta a evidenti conflitti di interesse, trascurabili e irrilevanti per un ventennio e dopo, così chiunque voglia sottrarsi al generalizzato e concorde compiacimento viene subito preso per un matto complottista o, peggio, per un runner che vuole promuovere orge, organizzare crapule e pianificare rave party.

E per quel che riguarda quel “dopo” continuamente prorogabile apprendiamo solo che mai dovrebbe essere come il “prima”, il che farebbe supporre che si materializzi la volontà di sottrarsi a vincoli esterni che hanno tolto ogni capacità e ogni competenza ai governi e ai parlamenti in materia economica, come ha voluto il prossimo uomo della Provvidenza. Si, proprio Lui,  Draghi, con il fiscal compact e con le raccomandazioni perentorie contenute nella famosa letterina a doppia firma con la quale ingiungeva all’Italia – per il nostro bene –  come misure ineluttabili, allo scopo  “ripristinare la fiducia degli investitori”,  una profonda revisione della pubblica amministrazione”, “privatizzazioni su larga scala” compresa “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali; la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari; la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale; criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità” e come se non bastasse, “riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali”.

Dovremmo quindi sperare che non si farà più ricorso all’alibi dell’impotenza necessaria a conservarsi con la poltroncina nazionale,  il posto al tavolo dei grandi, provvedendo a rovesciarlo, smantellando l’edificio di bugie sul pregi delle privatizzazioni, investendo in quella sanità pubblica, la cui demolizione è stata la causa vera dei decessi che si vogliono attribuire  unicamente al Covid19.

Macché, i magnifici 17 di Colao, le task force, i tecnici, i ministri hanno preso talmente sul serio la loro stessa narrazione, come succede di solito ai mitomani, da credere davvero che siamo in una guerra cui deve seguire una ricostruzione, da prendere alla lettera il termine e dare come unico orizzonte creativo, oltre ai brand epidemici, app, mascherine, guanti, tamponi, e come unico obiettivo concreto la riapertura dei cantieri di Grandi Opere e, paradossalmente a fronte delle restrizioni per la mobilità, e per infrastrutture di trasporto, come annunciato con gran sfarzo dall’apposita garrula ministra, da presidenti di regione, sindaci varie autorità.

Spetterà a questi il calendario declinato territorialmente su evidente suggerimento di Confindustria che ha già da due mesi selezionato i comparti essenziali, quelli in cui è lecito esporsi al virus, anzi obbligatorio, e senza dispositivi di sicurezza, erogati oculatamente in virtù di una protocollo siglato dal padronato con il governo, che impegna in via volontaria e disporre “misure” di tutela temporanee, che non sia mai che poi venga circoscritto l’errore umano a carico degli operai, che li fa cadere da impalcature, precipitare nell’altoforno, avvelenarsi, prendere fuoco, invece di crepare più eroicamente di coronavirus.

Ormai nessuno, salvo qualche arcaico avanzo del pubblico di fan della lotta di classe, si sogna di mettere in dubbio la vulgata secondo la quale abbiamo pari doveri e responsabilità coi governanti e coi padroni, perché siamo sulla stessa barca.

Tanto che non stupisce che quello che è diventato ormai l’house organ del progressismo neoliberista, il Manifesto, pubblichi una fluviale intervista in cui Landini, oltre a ricordarlo almeno quanto non ricorda più il suo passato a remare sottocoperta, esprime compiacimento per l’accordo con Fca, e disegna un futuro collaborativo nel quale spetta al sindacato modernizzarsi, adeguarsi ai comandi anche morali della globalizzazione, della competitività, dell’automazione.

Ci toccava anche l’umiliazione di sentire il segretario della Cgil, che festeggia il Primo maggio in piazza con Confindustria, riempirsi la bocca con l’eroismo dei lavoratori, invece di mostrare la doverosa collera contro chi li ha mandati in trincea, manco fossero volontari e non vittime del ricatto più infame, grazie a un Protocollo che, recita orgogliosamente, dovrà essere la bussola per il futuro. O confidare in una ricostruzione che limiti il “cemento” per esercitare  “più manutenzione, del territorio come del patrimonio immobiliare, abbandonando una logica del consumo all’insegna del profitto e dello spreco”, quando il suo primo atto da segretario è stato l’atto di fede della Tav.

O vederlo bearsi delle magnifiche sorti e progressive dello smartworking cui è imprescindibile uniformarsi anche da parte sindacale, come se non prevedesse proprio la cancellazione di ogni possibilità di reagire alla sopraffazione dei contratti anomali, del precariato, del part time, grazie all’isolamento e alla solitudine cui condanna gli addetti, quei fenomeni cui proprio le organizzazioni sindacali hanno dato il loro assenso con il si incondizionato  al Jobs Act.

O ipotizzare con entusiasmo le nuove frontiere della rappresentanza, come se non avesse già ceduto alle lusinghe del welfare aziendale, retrocedendo a funzioni di consulenza per l’adesione a fondi, assicurazioni, bolle.

 

Purtroppo il loro “dopo” è già qui, brutto come la peste, peggiore del “prima”.

 

 


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