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Ai cittadini non far sapere…

banchett Anna Lombroso per il Simplicissimus

Notti fa dopo aver visto un telefilm scandinavo che aveva come protagonista una giornalista di cronaca nera, non riuscivo più a prendere sonno.

No non era una storia “de paura” anche se quelle rarefatte  atmosfere nebbiose sono inquietanti. No, è che proprio quel giorno avevo letto che all’insaputa di tutti, i consiglieri della regione autonoma siciliana si erano aumentati gli emolumenti come doveroso e meritato riconoscimento per la loro attività al servizio della cittadinanza. Mentre invece nello sceneggiato la cronista si presenta in un ufficio di relazioni con il pubblico di una istituzione e chiede qualcosa che per noi è inimmaginabile, fantascientifico, utopistico: prendere visione delle ricevute delle carte di credito di un amministratore, a cominciare da quelle che dimostrano la sua frequentazione di un night club di audaci spogliarelliste. Da lì avrà inizio la sua indagine a conferma che i paesi più civilizzati non sono esenti dall’eleggere cretini pruriginosi e puttanieri che per giunta pagano i loro diletti coi soldi dei contribuenti, pur sapendo che verranno beccati in flagrante o subito dopo.

Pensate se accadesse da noi, pensate che miserabile repertorio di consumi sconcertanti verrebbe messo a disposizione del cittadino, calzini, leccalecca, mignotte e viados, straordinari per guardie del corpo convertite in reggimoccolo durante incontri piccanti, sexy toys, plateau di ostriche, oltre al repertorio tradizionale di cene, festini, gite con amici e famiglia, appartamenti vista mare, restauri delle seconde case e seconde case stesse, promossi grazie a quella riforma della Costituzione che offrì in tempi non sospetti di secessione- era di moda chiamarla risposta a istanze sacrosante di federalismo –  una superiore autonomia di spesa alle regioni, senza l’onere e la responsabilità di reperire le risorse necessarie a finanziarle.

La modifica del Titolo V prevedeva inoltre nuove competenze (la più importante fu la gestione della sanità) con un incremento dei costi del 74%, il 23% dei quali destinato a coprire quelli di gestione ordinaria,   e una autodeterminazione in materia organizzativa, che permetteva di stabilire quanti consiglieri avere, quanti assessori e come organizzarli. A beneficiarne furono quelle a statuto ordinario e quelle a statuto speciale, alla pari nella dissipazione combinata con l’impotenza, l’inadeguatezza e l’inefficienza di scatole vuote, cui è stata affidata gran parte delle competenze delle province mai davvero cancellate e consegnata la loro forza lavoro esuberante.

E siccome tra le affezioni patologiche  di queste macchine da traffici illeciti, improduttività, mediatori  nell’ambito dei negoziati opachi cui si è ridotta la conservazione del territorio, la sua pianificazione e i servizi connessi come ad esempio la gestione dei rifiuti, si può annoverare anche l’insaziabilità, si va allargando il numero delle regioni che pretendono maggiore “indipendenza” in materia fiscale, tema caro soprattutto a quelle nelle quali è accertata la più elevata evasione, come in Veneto che vanta un primato con 9 miliardi di tasse evase, una cifra enorme,  che pesa per l’8,5% sulla quota nazionale, in un territorio che produce il 9,3% del Pil italiano, e Lombardia,  (già godono della compartecipazione all’IVA, e dell’addizionale IRPEF e IRAP ma la rivendicazione riguarda la possibilità di   conquistare altre roccaforti oltre a quelle   già occupate della scuola   e dell’università, dell’assistenza e del governo delle politiche ambientali,  grazie alla “appropriazione” – legittima a loro dire  – del  cosiddetto residuo fiscale, ovvero la differenza fra quanto i cittadini versano allo Stato centrale per il pagamento delle tasse e quanto ricevono come trasferimenti dallo stesso Stato centrale.

Figuriamoci se questa operazione avviata da una solida alleanza di governatori leghisti, di presidenti che godono dell’appoggio incondizionate di piazze che chiedono trasparenza e rispetto della Costituzione, di altre che non si accontentano pur potendo approfittare di festose specificità, non è stata preparata da anni limitando per via di legge l’accesso dei cittadini alle informazioni, la possibilità e il diritto a partecipare ai processi decisionali e a prendere visione di capitoli di spesa e di investimenti dai più strategici a quelli apparentemente marginali. Io tanto per fare un esempio inseguo da anni il progetto di venire a conoscenza di quanto spende la Regione Lazio non per la predisposizione del piano regionale dei rifiuti, cimento troppo arduo, ma del più trascurabile impegno generoso e benevolo profuso a sostegno di cinepanettoni e serie Tv magari ambientate in Val d’Aosta o Friuli, o prodotte e girate in paesi esteri.

Infatti in festosa coincidenza con alcuni provvedimenti partoriti dai governi Renzi, come la “legge obiet­tivo” o il decreto “sblocca Ita­lia”, con le misure straordinarie prodotte per semplificare le procedure riguardanti la Tav escludendo la molesta presenza delle comu­nità locali in occasione di deci­sioni cru­ciali riguar­danti il loro habi­tat, con la revisione della Via mirata alla siste­ma­tica estro­mis­sione dei cit­ta­dini e delle isti­tu­zioni inte­res­sate dalle deci­sioni e dal con­trollo sulla effet­tiva uti­lità e sull’iter delle opere, proprio le regioni si sono adoperate  nell’ambito delle leggi di governo del territorio e di tutela del paesaggio e anche adot­tando pro­ce­dure di con­sul­ta­zione pura­mente appa­renti e fittizie, a limitare i diritti all’informazione dei cittadini, confermando la per­ma­nente e totale imper­mea­bi­lità a richie­ste, appelli, sol­le­ci­ta­zioni ed espo­sti di isti­tu­zioni ter­ri­to­riali, comi­tati spontanei,  tec­nici e intel­let­tuali  (come nel caso dell’aeroporto di Firenze) e la volontà che pro­te­sta e opposizione siano retrocessi a pro­blemi di ordine pub­blico deman­dati al con­trollo mili­tare.

E’ successo con la sciagurata legge urbanistica dell’Emilia-Romagna o della Sardegna, succede con la Toscana che sulla carta nell’ambito di provvedimenti e addirittura con una legge ad hoc fa mostra di avere a cuore la promozione della partecipazione, ma che da anni non risponde ai quesiti di cittadini, comitati, associazioni e organizzazioni che chiedono di essere messi a parte delle decisioni relative ai piani strutturali, a quelli paesaggistici, all’iter delle opere, delle infrastrutture e dell’urbanizzazione, né più né meno di quanto è avvenuto per il Mose, o di quanto sta avvenendo per gli stadi o per le Olimpiadi.

Se l’esclusione, se la promozione dell’ignoranza e dell’inconsapevolezza sono segnali inequivocabili dell’egemonia di un sistema di potere  detenuto da  lobby eco­no­mi­che e finan­zia­rie nazio­nali e sovra­na­zio­nali e delle isti­tu­zioni che così possono disporre senza limiti e senza con­trolli delle risorse del ter­ri­to­rio estro­met­tendo le popo­la­zioni inte­res­sate, colpevoli di essere por­ta­trici di inte­ressi par­ti­co­la­ri­stici e campanilistici, allora per questo si deve scendere in piazza insieme a chi combatte ogni giorno senza inni e senza gadget, per i diritti di cittadinanza.

 

 

 

 


I Beccafichi

saor veroAnna Lombroso per il Simplicissimus

Il saòr è un tipo di marinatura da sempre usata a Venezia, che somiglia al condimento delle sarde a beccafico, con lo scopo di conservare gli alimenti durante le lunghe traversate. È talmente efficace che, narra una leggenda cara a Hemingway, quando morì un alto prelato di Torcello considerato alla stregua di un santo, si volle seppellirlo in Basilica. Ma imperversava da giorni una tremenda tempesta con trombe marine che impedivano il trasporto, così per mantenere l’augusta salma si pensò di coprirla con l’antico bagnetto di cipolle, aromi e aceto e il feretro giunse in perfette condizioni in San Marco pronto per le celebrazioni e l’adorazione di fedeli.

E cosa c’è di meglio per le sardine del saòr, come vuole la ricetta tradizionale, che aggiunge sapore ma soprattutto raggiunge lo scopo di conservare le pietanze, le carni e i pesci, compresi quelli in barile. Si moltiplicano in questi giorni i paragoni tra gli intepidi banchi marini e altre espressioni movimentiste del recente passato: il popolo viola, gli schizzinosi girotondi, le madamine Si-Tav, eredità approssimative di quel situazionismo che concepiva la politica come costruzione di eventi e momenti di vita collettiva destinati a creare una qualche forma di comunicazione effimera tra la gente, egemonizzata dalla spettacolarità e unita dalla musica, da slogan, da parole d’ordine, da performance creative senza sceneggiatura e copione.

E infatti senza perdere troppo tempo a definire questo “agire” e i suoi attori – e chi li vuole sinistra sommersa (ne ha parlato ieri il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/19/sardine-in-scatola/) , e chi li vuole riscatto di popolo purchè non populista, e chi li vuole  intrinsecamente rivoluzionari, e chi li vuole post qualunquisti – viene bene il paragone con un’altra “situazione”, il plebiscito su scala nazionale del Se non ora quando, contro il Berlusconi puttaniere, fedifrago nei confronti della paziente consorte che ebbe l’onore non delle lettere alla posta del cuore, ma delle prime pagine, volgare e spudorato nelle sue esternazioni maschiliste proprio come un cumenda incarnazione della maggioranza silenziosa.

Scesero in piazza allora insieme a centinaia di migliaia di signore inviperite, al seguito di alcune penne intinte in quota rosa,  numerose perfino per la questura, anche tanti uomini della società civile e della politica, che non avevano mai manifestato  e non lo fecero nemmeno dopo, contro il golpista, contro il deus ex machina delle leggi ad personam che avevano trasformato l’interesse generale in occupazione privata della società imponendo la corruzione in forma di legge, contro l’amico dei mafiosi, contro l’utilizzatore finale di ragazze ma pure di deputati e senatori, oltre che di intellettuali pronti a mettersi in vendita nel mercato delle vacche dell’editoria e delle tv.

È facile da spiegare, vien meglio una manifestazione di dissenso che preveda l’incendio in piazza di un simulacro riconoscibile, che potrà risorgere dalle ceneri, se, una volta dato alle fiamme il gattopardo, tutto può andare avanti come prima, permettendo in quel caso la più mesta e iniqua austerità, la rinuncia definitiva alla sovranità statale, il sopravvento delle lobby delle privatizzazioni, lo smantellamento dell’edificio costituzionale e democratico perfino per via di referendum.

E allora si capisce l’entusiasmo per questi vispi ragazzotti, ben attrezzati di buone conoscenze e di un certo istinto per lo spettacolo che va ben oltre la recita della poesia sullo sgabello a Natale davanti a nonno Romano e prima che arrivino in tavola i tortellini fumanti.

Il fantoccio da bruciare per esorcizzarne l’oscuro potere era pronto, preceduto da una fama a lungo confezionata a tavolino per farne un Hannibal Cannibal, come incarnazione dell’eversione fascista.

Se  fascista lo è di sicuro, è meno certo che si tratti di un sovvertitore dell’ordine costituito e dell’establishment: appena ha fatto irruzione sulla scena governativa, ha dimostrato nelle parole e nei fatti la sua adesione alla irriducibilità e incontrastabilità dell’Ue, ha testimoniato la sua fidelizzazione al modello di sviluppo rappresentato emblematicamente dai suoi monumenti e altari: Tav, Mose, trivelle, Muos, ponti e piramidi, ha  riconfermato la volontà di essere ammesso alla cerchia padronale multinazionale. E diciamo la verità, sulla questione immigrazione non ha spostato di un centimetro il già pensato e fatto dai predecessori in qualità di ministri e legislatori, da Bossi e Fini, a Turco e Napolitano, a Alfano e Minniti, seguito dagli attuali esecutori come dimostra il rinnovo degli accordi con la Libia e il prolungamento delle serrate dimostrative dei porti.

A essere maligni, non può che venir bene un po’ di saòr, che copra lo squalo fritto e conservi tutto com’è e dov’è. Non a caso le sardine piacciono al movimento 5Stelle costretto a una riservatezza coatta e prona alla tracotanza degli alleati di governo di oggi ancora più subordinata che a quello del passato, che hanno nostalgia dei rave party dell’opposizione opposizione, che sognano di riprendere consenso facendo casino, sì, ma anche stando sulle poltrone irrinunciabili dei trascurabili dicasteri concessi loro.

E perché dovremmo aspettarci che le sardine dettino una linea se sono come i pesci pilota che precedono l’arrivo degli squali, e se la linea politica c’è ed è quella del progressismo perbenista che accoglie e integra purché in crestina e grembiulino, in tuta sull’impalcatura incerta, con le forbici da giardiniere o la csta per le olive i i pomodori, quella del politicamente coretto che cede su lavoro, sulla scuola, sulle delocalizzazioni, sulle svendite,  sulla privatizzazione dello stato sociale per fare il muso duro sul minimo accettabile dello isu soli, che doveva essere obbligatorio almeno cinque governi fa, quella del sindacalismo dei patronati senza lotta di classe ormai assimilata all’odio da censurare tramite commissione parlamentare.

Le sardine, vezzeggiate da tutti,  piacciono alla gente che piace, ecologisti che fanno giardinaggio, femministe che vogliono che l’altra metà del cielo si conquisti mediante al sostituzione di stronzi maschi al potere con altrettante stronze femmine nei ruoli di comando, agli antifascisti sì, purchè non antisistema, quelli che pensano che sia sufficiente togliere di mezzo la ferocia in felpa per addomesticare il totalitarismo che si esprime con i metodi criminali di sempre per ridurci a Ausmerzen vite indegne di essere vissute.

E infatti eccoli a Bologna contro Salvini, ma non contro il Global Compact di Merola fotocopia della cooperazione secondo Renzi, quel neo colonialismo che dovrebbe normalizzare  l’invasione fornendo un esercito di riserva al padronato in modo che il potere di ricatto di una concorrenza avvilita e intimidita faccia recedere da conquiste e diritti del lavoro i lavoratori locali. Si esibiscono in tutta l’Emilia, la loro culla, senza riservare una parola di dissenso  nei confronti della pretesa di autonomia divisiva e quella si, eversiva, patrimonio indiscusso della Lega. Oggi ci sono anche in Puglia, dove non abbiamo visto manifestazioni di piazza di una qualsiasi specie ittica, nemmeno le cozze pelose,  per dare appoggio alla città martire di Taranto. Ci sono in Sardegna dove resistono da anni quelli che si battono contro la militarizzazione dell’isola, o in Sicilia dove i No Muos sono ridotti al silenzio dalla repressione e censurato dalla stampa.

Eppure sono ben altri l’argento vivo del paese, quello che non dovremmo lasciare solo perchè fa paura e viene tacitato e emarginato,  quello che si muove per noi e che non si piega a essere costretto dentro al vecchio termometro che non registra mai la febbre di chi vorrebbe davvero rovesciare il tavolo e cambiare le cose.


Piovono ladri

gov ladro Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una volta si pensava che le calamità fossero una livella come la morte. Sappiamo da tempo che non è così, che i soldi allungano la vita, che è meglio addolorarsi in un attico che nella baracca di una bidonville e che una pioggia torrenziale in una metropoli occidentale fa meno danni che nel Bangladesh.

Ma siccome ormai ci siamo consegnati tutti più o meno consapevolmente ad essere un terzo mondo interno alla superiore civiltà europea, quello che pudicamente autorità e giornali continuano imperterriti a chiamare “maltempo” sta flagellando, come titolano i giornali, più o meno uniformemente tutta l’Italia. Con una differenza evidente: in Indonesia, in Thailandia,  in Mozambico quando cicloni, alluvioni, frane si abbattono sul territorio la gente si unisce, si dà una mano, divide la ciotola di riso, aiuta i vicini a tirar su le povere cose dal fango, mentre da noi è in corso una nobile gara a sostituire il “prima gli italiani” del barbaro inviso ma votato e emulato in gran numero, con prima i materani, prima i siciliani, prima i campani, segno evidente che mentre i proletari di tutto il mondo conducono crociate straccione, i padroni sanno sempre andare d’accordo, armando e mettendo i poveracci sfruttati gli uni contro gli altri.

E infatti in barba ai governi nazionali eletti di buon grado o sopportati turandosi in naso grazie a sistemi elettorali che hanno demolito l’edificio della partecipazione democratica né più e nè meno del nostro patrio suolo, la cartina delle campagne di guerra, saccheggio, conquista e svendita dei beni comuni, territorio, suolo, paesaggio, arte, monumenti è fitto di bandierine da nord a sud.

Nella Capitale morale che vanta l’appartenenza alla regione Lombardia traino del Paese e intenta a rivendicare l’autonomia, quella di Formigoni, quella di Maroni che l’ha coperto e prosegue nell’azione di smantellamento della Sanità pubblica e che diede in suo nome a una legge sulla sicurezza fieramente anticipatrice dei decreti di Minniti e Salvini, ecco in quella regione e a Milano, che gode del primato di consumo di suolo, si registra il rischio di esondazione del Lambro, Più o meno come ogni anno in autunno: eppure nel lontano 1989 vennero stanziati, ma non sappiamo dove siano finiti, 5 mila miliardi per la messa in sicurezza del fiume insieme al Seveso e all’Olona per assicurarne la  messa in sicurezza e una potente strategia di risanamento.

Matera la capitale delle Cultura, in Basilicata  dove la Lega ha triplicato i voti alle ultime elezioni e al cui largo si prevedono nuove e proficue trivellazioni, mentre sono in corso le trattive con la Bei per sostenere il “superamento dei prefabbricati post sisma del 1980”, si Matera,  dove c’è una stazione fantasma come nei western-spaghetti ma non arrivano i treni ( e viene da dire meglio così se si pensa che a Balvano in provincia di Potenza si è verificata il più tragico incidente ferroviario della storia),  dove i Sassi sono stati convertiti in albergo diffuso con i presepi viventi dei cittadini che simulano attività tradizionali in barba alle lauree in marketing e finanza, è stata colpita da un fortunale, nome paradossale per una cascata d’acqua che ha invaso case, uffici e negozi con una stima di più di 8 milioni di danni.

Non è andata meglio a Licata travolta da un nubifragio che impone lo stato di calamità, nella Sicilia che dopo la parentesi politicamente corretta del presidente eletto e sostenuto anche per via delle sue esibite inclinazioni in modo che non si dicesse che era vittima di omofobia, si è convertita a un più convenzionale esponente di Forza Italia, tornato talmente nelle grazie del Cavaliere da ideare a suo sostegno un piano eccezionale per il Sud, e lui se ne intende anche per via degli illuminati suggerimenti di adepti, stalliere di Arcore compreso, un regione che non ha gran bisogno della secessione dei ricchi postulata da Veneto, Emilia e Lombardia, perché gode già di una autonomia che è andata a beneficio di lobby private perlopiù né legittime né legali.

E nemmeno a Ravenna, nella pingue Emilia Romagna che scalpita per tenersi i residui fiscali in vista della produttiva avocazione a sé delle competenze e della gestione dei settori della scuola, dell’Università e della sanità, ma non della tutela del territorio che preferisce lasciare in capo allo Stato in qualità di sgradita patata bollente, antica capitale di un impero e ex città portuale come insegnano i sussidiari al centro di una pianura alluvionale da decenni identificata come affetta da tutte le più gravi patologie riferite al dissesto idrogeologico e mai messa in sicurezza, che da giorni ancora una volta teme la minaccia dei fiumi Ronco, Montone, caratterizzati da una incuria delle golene, dall’erosione delle spiagge, fenomeni die quali ci si ricorda ad ogni emergenza che si presenta ogni volta sorprendente e imprevista.

Bei tempi quelli nei quali si diceva “piove governo ladro”, se adesso corruzione, ladrocini, malaffare sono stati talmente normalizzati che non suscitano più sdegno e ribellione, riservate in forma di meritevole richiamo alla nemesi al rancore e alla soddisfatta considerazione che anche i ricchi piangono, che certe calamità sarebbero la pena meritata per il prezzo del caffè in Piazza San Marco, che più che i poteri nazionali e locali meritano riprovazione quelli costretti a votarli grazie a regole che hanno espropriato tutti del diritto al libero consenso o dissenso.

Insomma i governi ladri hanno vinto ancora una volta, destinando risorse a opere inutili e dannose pensate nella loro funzione di macchine mangiasoldi pubblici per foraggiare imprese disoneste e inefficienti, che lucrano sull’incompetenza, i cattivi materiali al risparmio, gli appalti opachi, i ritardi della benefica burocrazia, per oliare i meccanismi grazie alle mance, ai Rolex, alle consulenze, agli appartamenti all’insaputa dei beneficiari, determinando condizioni di crisi che sconfinano nella provvidenziale emergenza vocata a generare trasgressione di regole, regimi di deroghe e licenze, promozione di autorità speciali con poteri eccezionali, la corruzione delle leggi per autorizzare la corruzione in forma di legge.

Hanno vinto ancora narrando delle occasioni occupazionali di grandi eventi, grandi opere e grandi cantieri dove far lavorare un esercito precario a termine, proprio come quello dei dipendenti del Mibact metà dei quali presta la sua opera senza contratto, quando un immenso e qualificato bacino di lavoro potrebbe essere quello della manutenzione, del risanamento, della tutela, della vigilanza e della cura. Hanno vinto ancora impoverendo e costringendo alla fuga il popolo delle campagne e pure quello dei centri cittadini, espulsi verso periferie umiliate dove il brutto originario diventa deposito prescelto per altre brutture e per nuove e antiche povertà da confinare lontane dalla vista di ceti privilegiati arroccati nei loro ghetti di lusso e protetti da polizie private e pubbliche incaricate di salvare il decoro.

I governi ladri hanno vinto e vinceranno perché hanno imparato a dividerci, a farci odiare tra noi in modo che sperperiamo così la collera che dovremmo destinare a loro.


Nelle tende, come i mohicani

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono stati studiosi che hanno attribuito all’Italia la virtù della mitezza, valore impolitico per eccellenza ma indispensabile a rendere più abitabile la nostra società perché esalterebbe altre disposizioni e “ambizioni” morali, che tendono alla giustizia, all’uguaglianza, alla solidarietà, alla libertà propria e degli altri intorno a noi. E hanno trattato colonialismo, repressioni, fascismo,  le sue leggi razziali, i suoi crimini, come fatti mostruosi ma quasi incidentali rispetto a un’indole nazionale meno bestiale, meno cruenta anche se troppo accondiscendente.

Oggi sembra proprio che nulla sia rimasta di quella decantata virtù che farebbe parte della nostra autobiografia, non solo in lato dove è stata poco praticata, ma anche più giù sostituita da risentimento perfino per chi sta peggio, abulica indifferenza, consuetudine abitudinaria a concentrarsi sul proprio destino personale, sulle proprie perdite e i propri bisogni indispettiti che altri diversi da noi aspirino agli stessi diritti che riteniamo di aver meritato. E altri non sono solo gli ospiti indesiderati e indesiderabili ovunque nella fortezza difensiva che abbiamo contribuito a erigere col la complicità o il silenzio.

Chissà se tollereremo anche che venga istituita una giornata della memoria del terremoto, rituale irrinunciabile dei regimi per celebrare una volta all’anno criminali inadempienze, ipocrite promesse, interessi opachi, inettitudine scellerata, anticipata in questi giorni dalla liturgia mediatica del ricordo del sisma dell’Aquila a distanza di otto anni, di quello dell’Emilia del 2012, a pochi mesi da quello del Centro Italia i cui abitanti sono scesi in strada a manifestare la loro collera, arrivando fino a Roma, meritando qualche breve di cronaca.

Si, l’Aquila dove i ragazzini vanno ancora a scuola nei container, in Emilia dove la ricostruzione governata dal probo Ermini è sembrata al governo Renzi e diversamente Renzi talmente efficace da essere replicata, commissario compreso, anche in Centro Italia e dove tre procure hanno accertato che il cratere del sisma è occupato militarmente dalle organizzazioni mafiose infiltrate in appalti per togliere le macerie, seppellendo l’amianto sotto pochi centimetri di asfalto, e per realizzare costruzioni provvisorie e non, mettendosi d’accordo tra loro in tempo reale con l’immancabile e ridente telefonata che festeggiava il crollo dei primi capannoni.

E dove non ci sono le cosche, vengono in soccorso del “non fare” o del “far male” altre forme e modelli organizzativi altrettanto criminali, a cominciare dall’inadeguatezza sempre colpevole anche quando non nasconde orrende trame del malaffare sulla pelle dei disgraziati. Sicché dopo aver appreso che le propagandate casette di legno ordinate a imprese del Nord, sorteggiate in piazza per garantire con la riffa la trasparenza delle assegnazioni, non sono arrivate e ancor meno sono arrivate le stalle e gli aiuti promessi per gli agricoltori e allevatori, veniamo a sapere che il villaggio “donato” agli sfollati  con moduli abitativi per 400 persone a Amatrice non si fa, perduto, si dice, nei meandri della burocrazia.  Dando a intendere che è meglio astenersi, meglio affidarsi alla sorte e alle lotterie che prendere decisioni della quali non si vuole essere responsabili, che essere accusati di losche alleanze con cupole e clan, come se lasciare la gente in tenda tutto l’inverno non fosse un delitto. E come se da anni non ci avessero abituato alla impellente necessità di aggirare leggi e controlli per combatterla la burocrazia, ma solo quando blocca le grandi opere portatrici di profitti speculativi e corruzione o penalizza rendite e vantaggi di privati eccellenti.

Hanno avuto ragione i sindaci di quella terra martoriata a denunciarla  quella maledetta burocrazia. Ma bisogna stare attenti, tutti, che non sia peggio il rattoppo del buco, perché deroghe, licenze, regimi e autorità eccezionali sono le armi che le emergenze coltivate e favorite mettono nelle mani di chi trae giovamento da condizioni estreme per foraggiare clan amici, cordate consolidate e contigue a poteri nazionali e locali, quegli stessi soggetti che non si vergognano di creare impalcature giuridiche per promuovere la corruzione, del sistema economico e delle leggi attraverso le leggi stesse, disposizioni e norme sospette.  Come sta accadendo con un decreto legislativo  del quale si è saputo grazie ad uno scarno comunicato stampa di un Consiglio dei Ministri di metà marzo che avrebbe l’intento di  “efficientare le procedure, di innalzare i livelli di tutela ambientale, di contribuire a sbloccare il potenziale derivante dagli investimenti in opere, infrastrutture e impianti per rilanciare la crescita (ovviamente) sostenibile” allo scopo di armonizzare il nostro ordinamento alla  direttiva 2014/52/UE.

Opere, infrastrutture, impianti: la proposta ora nelle mani delle Commissioni Ambiente, Bilancio e Politiche europee è chiara, si lavora alacremente non per semplificare il contesto che dovrebbe razionalizzare l’attività di ricostruzione. Macché,  l’ennesima  legge “ad personam” offre   opportunità appetitose ai proponenti di una grande opera da sottoporre alla procedura di valutazione di impatto ambientale.  La prima è quella di poter sottoporre alla Commissione ministeriale  elaborati progettuali nella forma di “progetto di fattibilità”, quindi  con un livello informativo e di dettaglio inferiore a quello di un “progetto definitivo”, come vorrebbero il Codice degli Appalti  e i criteri per la compatibilità e la sostenibilità ambientale e finanziaria, oltre che il buonsenso e la legalità. La seconda è quella di attrezzare un contesto negoziale risparmiato dall’indebito controllo di organismi di sorveglianza e dalla vigilanza dei cittadini, per la trattativa “privata” tra autorità competente e soggetti promotori  sui gradi di dettagli e di informazione offerta al pubblico, dei progetti. Così se è anche prevista la necessaria accelerazione dei tempi di approvazione, viene ulteriormente ridotto l’accesso dei cittadini al processo decisionale che riguarda interventi che incidono sulle loro vite e il bilancio statale.

Non c’è proprio niente di mite, niente di generoso, niente di solidale in tutto questo e nemmeno nella nostra sopportazione che pare sempre arrivare al limite ma non sa oltrepassarlo per diventare controllo, opposizione, collera. Quella si,  costruttiva.

 


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