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Marcia sulle rovine d’Italia

bacch Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non c’è stata primavera nella quale non sia echeggiato il grido di dolore di imprenditori che denunciavano sulle prime pagine di autorevoli quotidiani: ”cerco barista”, “cerco panettiere”, “cerco bagnino”.

Avevano, a loro dire, pubblicato l’annuncio promettente  ma nessuno voleva rispondere all’offerta generosa di un competitivo cottimo o di vaucher, la formula preferita dai padroncini, senza contributi e a una paga oraria di 7,5 euro netti.

Ogni anno si alzava il piagnisteo: “offro un posto, ma ormai i giovani non hanno voglia di far niente, stanno a casa con la paghetta dei genitori, aspettando il reddito di cittadinanza”. E basta pensare alla riprovazione della quale sono stati oggetto i “volontari” dell’Expo, o il biasimevole personale del Gran Norcino Farinetti che ha disertato la sua cittadella del gusto.

Ai titoloni pieni di biasimo per i flaneur e gli sfaccendati, non si accompagna mai l’esibizione di qualche dato statistico sui tirocini a 400 euro al mese per 40 ore alla settimana, sulla obbligatorietà di accumulare due o tre lavoretti alla spina per mettere insieme pranzo e cena, su paghe di tre o quattro o sei euro lordi l’ora  o per venti righe di una news nel precariato giornalistico, in un Paese che registra il 14% di forza lavoro in condizioni di “povertà lavorativa” – lo dice l’Inps –,  dove il 30% dei giovani occupati prende meno di 800 euro al mese, dove si guadagna meno di trenta anni fa a parità di professione, qualifica e carriera, titolo di studio.

Quest’anno il termine utile per dare sfogo alla lagna miserabile contro i choosy, i perdigiorno e gli scansafatiche è scattato prima per via delle produzioni agricole ferme e dei campi disertati, cui si è posto rimedio con una sanatoria raggiro che pone rimedio al caporalato pregresso degli irregolari permettendo a chi li ha sfruttati di esonerarsi dai carichi penali e amministrativi con 400 euro e un’ammenda forfettaria per i contributi non versati, che, si hanno le prime denunce, vengono abitualmente fatte pagare agli stessi immigrati.

Mentre intanto per i nostri connazionali si aprono formidabili opportunità di carriera nei cantieri delle Grandi Opere, come magazzinieri e pony delle catene dei prodotti online, definitivamente sdoganate  in qualità di attività essenziali, e pure come steward di spiagge private, che in quelle pubbliche devono offrire il loro contributo volontario  gli immeritevoli percettori di reddito di cittadinanza o sussidi.

E figuriamoci se non sarebbe successo: in nome della salute è diventata definitiva la rinuncia obbligatoria alla tutela di talenti e competenze, ai diritti e alle conquiste, retrocessi a lusso e privilegio concesso a pochi, per nascita, appartenenza sociale, iscrizione a circoli e delfinari chiusi ed esclusivi.

E più che mai tocca astenersi dalla rivendicazione della dignità, personale e di popolo, termine questo quanto mai impopolare, appunto, preferendogli “ceto”, “società”, “categoria”, “ordine”, “grado” purchè si eviti qualsiasi riferimento all’arcaico “classe” che ricorda conflitti inopportuni e disdicevoli in un momento nel quale va salvaguardata e promossa l’unità di tutti per battere l’apocalittico nemico.

Infatti quello che si esige dai lavoratori si pretende da Paese. Che dovrebbe – dopo aver abiurato a sovranità, potere decisionale, identità nazionale accusata di sovranismo, al fine di conseguire una maggiore efficienza dell’economia all’interno dell’eurozona, garantita dall’appartenenza all’Unione Europa, soggetto designato alla costruzione di una società più libera e più giusta, finendo per essere soggiogato dal dominio delle élite finanziarie sovranazionaliste intente a distruggere la  statualità, ultimo baluardo a difesa dei beni comuni e dei ceti più deboli, ecco, dopo questo, sarebbe anche tenuto a abdicare a storia, memoria, vocazione, onorabilità, reputazione, rispetto.

In nome del doveroso rispetto delle regole, da più di vent’anni l’Italia ha smesso di crescere,  di creare e assicurare  lavoro stabile per i propri figli, di  salvaguardare l’accesso ai servizi sociali, di tutelare la salute, di dare istruzione e cultura, di esercitare la regolare manutenzione del territorio.

Ogni giorno la grande stampa auspica la promozione a più alto incarico del ministro Franceschini, impegnato in prima persona a battersi in quella che qualcuno ha chiamato la “guerra delle briciole”, per far riconoscere agli italiani il ruolo di baristi,  osti, portieri, locandieri, facchini, autisti, marmittoni.

Come è giusto esigere da un paese retrocesso a terzo mondo interno dell’Occidente, che è obbligato a prestarsi a un futuro servile, terra di giacimenti culturali troppo poco sfruttati, di paesaggi non abbastanza  degradati, di musei non sufficientemente abili a fare cassa, a aree archeologiche non sufficientemente predisposte a ospitare sfilate di mutande, a gallerie poco pronte a esibire mostre farlocche a beneficio dei critici/manager, delle multinazionali dei cataloghi e dei gadget, delle assicurazioni e dei “servizi aggiuntivi”: edizioni di scadenti sussidiari, ristorazione, merchandising.

Il destino è segnato, si riaprono i cantieri, la gleba torna  ai solchi bagnati di servo sudor e le città d’arte devono riaprirsi come prima e peggio di prima all’arrivo desiderato e promosso di turisti. Peggio di prima, si, perché dobbiamo scontare il danno alla reputazione di essere in testa ai paesi contagiati, con record di morti che gettano ombre sulla nostra ospitalità ed efficienza,  avanguardia tra gli accattoni del Mes .

Dopo che per mesi anime belle di sono beate dell’ineguagliabile bellezza di Venezia deserta, del concerto armonioso dei passi che echeggiano sul selciato di Piazza della Signora, proprio sopra l’alta velocità di Nardella, del blu del mare davanti ai casermoni obsoleti prima di essere finiti della Calabria, come ridicole quinte del teatro del consumo di suolo, diventa auspicabile che si riaprano le frontiere all’arrivo dei ciabattoni, ovunque  e comunque ci beneficino con la loro presenza, nelle città e nei paesi  da dove vengono espulsi i residenti per far posto a alberghi, case vacanze e B&B, che dopo la prova dell’epidemia devono rifarsi incrementando l’offerta di servizi esecrabili e illegali.

Non si può mica andar troppo per il sottile, è ora che i professori di storia dell’arte espulsi dalla Buona Scuola si prestino a fare le guide su e giù per le calli con il berrettino e l’ombrellino narrando col megafono la storia della superpotenza ridotta a disneyland, che la Sicilia si presti a diventare uno sterminato campo di golf, che i laureati in beni culturali si adattino a fare gli inservienti e i baristi nei posti di ristoro dei musei impegnati a far cassa, che i ragazzi dei conservatori indossino crinoline e marsine per intrattenere i villeggianti fuori dalle hosterie, e che i diplomati nelle scuole alberghiere diano fuoco alle crepes suzettes tra  le rovine di prestigiose aree archeologiche, in occasione di  matrimoni e convention.

Dobbiamo essere pronti a tutto, alle Olimpiadi che nessuna città moderna e civile vuole più per non pagarne il conto arretrato  a vent’anni di distanza, a vendere agli emiri porzioni di Milano o le coste sarde perchè ci allestiscano un ospedale accanto ai resort, non fidandosi ragionevolmente dei nostri servizi, a elemosinare dai corsari delle crociere il transito davanti a San Marco.

Eravamo nati con la camicia, per bellezza, creatività, produzione artistica, paesaggio. Adesso la fanno diventare una camicia di forza, dove siamo costretti da carestia, perdita di beni, indebitamento, ricatti. Che si sa, i poveri sono matti.

 

 


Patacche da Oscar

2 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Viene proprio da dire “povero diavolo”, se viene chiamato in causa da certe mezze tacche di lestofanti. In questo caso a nominare il suo nome invano non è Faust e manco Lucifero,  ma l’ex norcino reale, Oscar Farinetti, quello di Eataly, di Fico, del Pisello su cui non siamo aggiornati,  che ride delle accuse di essersi “venduto l’anima” al demonio di Atlanta.

Aver ceduto il marchio Lorisia alla multinazionale”,  secondo  il profeta del km.0, del Made in Italy fatto circolare in tutto il mondo con tanto di accompagnamento delle guglie del Duomo benedette da storici del Rinascimento un tanto al chilo come il Lardo di Colonnata, i pistacchi di Bronte e i fagioli di Lamon (località che da sputi nel mondo grazie al suo carisma si sono espanse sulla mappa e producono tonnellate di merci pregiate prossime patrimoni Unesco ), quello che si è meritato in regime di esclusiva il flop della greppia Expo, ecco secondo lui costituisce   “un ottimo segnale per il Paese”. “Con i soldi incassati potrò aprire altri sei negozi negli Usa”, dice, e aggiunge: “nel’68 anche io ero contro l’imperialismo delle multinazionali. Ma da allora queste realtà sono cambiate e migliorate”, dicendosi sicuro che Coca-Cola abbia comprato il marchio Lurisia per farlo “crescere in tutto il mondo”.

E si dice certo che anche lo storico partner, Slow Food, presto concorderà con lui che  “è molto più efficace nel lungo termine dialogare anche con le grandi aziende internazionali, convincendole ad accettare i nostri valori e le nostre regole”. Ne siamo convinti anche no: quell’alleanza pare proprio inossidabile infatti avendo  garantito una copertura ideale e morale alle sue operazioni, come Coop ha assicurato la sua esperienza in appoggio alla distribuzione degli stessi prodotti che si trovano nei suoi scaffali, ma a prezzo maggiorato per via della narrazione che aveva trovato un aedo autorevole nell’ex presidente del Consiglio e un caminetto davanti al quale tramandarla nella Leopolda.

Sono loro infatti con varie modalità i “soci” sostenitori e investitori del figlio del fondatore di Unieuro (da lì nasce la sua fortuna) che lo accompagnano nella sua “lucida follia che è alla base delle grandi rivoluzioni” – la parole sono appunto di Petrini.

Verrebbe subito da denunciarli per abuso di “diavolo”, di “anima” e, peggio, di “rivoluzione” data a una serie di patacche benedette anche a livello istituzionale, oltre che da quelli che perfino io  mi sento di chiamare radical chic, creativi con casa ai Navigli, televisivi approdati a Testaccio e Pigneto, elzeviristi e columnist che frequentano i suoi spacci acchiappacitrulli in cerca di spunti per il brunch domenicale con altri fotografi modaioli, comparse di Endemol e così via, quelli che non vogliono arrendersi a essere la nuova classe disagiato o degli sfigati, direbbe il Cavaliere, ancora gabbati abilmente e che  continuano a farsi rifilare le stesse leccornie dell’uomo Conad purché costino di più come lo spumone, a differenza dei ruspanti bolognesi che da subito non si sono fatti incantare dal suo villaggio del gusto, il Fico, indicato su tutte le strade che portano a Bologna come a Roma San Pietro, ma tetramente deserto, come merita di esserlo una cittadina del Far West di cartone a Cinecittà, una volta finite le riprese e scappate via le comparse di pastorelle, caciottari, cioccolatai.

E’ che lui quando gli tocca vendersi i gioielli di famiglia, proprio come al nostro ceto governativo,  (pare che Fico, già ceduta ai delfini in vista dei nuovi orizzonti visionari del patron, abbia suscitato un certo interesse di magnati alimentari cinesi), fa buon viso a cattiva sorte, finge che sia necessario a sanare le falle della cattiva gestione, anche se il gruppo ha concluso il 2018 in perdita con 17 milioni di rosso. Ciononostante (a detta di MilanoFinanza) pare che il mondo della finanza gli riservi un trattamento privilegiato con la concessione di  ulteriori crediti per 21,65 milioni, che farebbero salire l’indebitamento verso le banche a 96,3 milioni.

Se a voi non erogano nemmeno un prestito per cambiare la Punto non dovete stupirvi: l’impero di Farinetti altro non è che l’allegoria neoliberista, il monumento edibile del totalitarismo economico e finanziario, quello che non subisce le condanne dell’Europarlamento, che incarna come un incubo i peggiori vizi del turbocapitalismo, avidità, dissipazione di risorse, espropriazione di territori, gestione privatistica di centri cittadini, sfruttamento dei lavoratori precari. E aggiungiamoci anche l’ideologia farlocca che ispira la sua predicazione che fa il paio con i miti berlusconiani, le visioni di Briatore, il “fare” leopoldino, i “giacimenti” del petrolio culturale del tenutario di B&B  Franceschini, insomma quella paccottiglia taroccata che viene smerciata con tanto di slogan che dovremmo tutti ricordare prima del voto: il nostro Sud dovrebbe diventare come Sharm el Sheik, la Sicilia potrebbe essere il nostro polo del Golf mondiale, le multinazionali garantiscono la continuità produttiva dei nostri territori, i nostri musei devono fare cassa come gli Starbucks, e anche Stil novo. La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter, dal titolo di un immortale testo sempre del Grande Protettore del re delle salsicce.

Di solito quando cade un regime, perfino un “regimetto”,  passa qualche ragionevole tempo, sempre troppo breve, prima che i suoi nani e le sue ballerine tornino in auge, le sue attricette trovino un impresario per ridarsi al varietà, i suoi tirapiedi diventino ministri, i suoi pizzicagnoli riforniscano le cucine dei palazzi. Se non è così è un gran brutto segno.

 


Avrà preso una cantonata?

renzi-cantone-718974Anna Lombroso per il Simplicissimus

Spaventapasseri, lo avevo definito quando venne incaricato di guidare l’organismo di vigilanza e controllo sul fenomeno della corruzione. Mi pareva efficace come definizione perchè con le competenze e il budget che gli erano stati affidati avrebbero potuto mettere paura solo ai passeri e non certo a avvoltoi e gazze ladre.

A 5 anni di distanza, uno prima della naturale scadenza,  Cantone lascia per tornare a vestire la toga presso l’Ufficio del massimario della Corte di Cassazione, motivando così la sua decisione: “la magistratura vive una fase «difficile», che mi impedisce di restare spettatore passivo”.

Verrebbe da dire che al ruolo di astante, sia pure dal palco d’onore, doveva essere abituato.  L’Autorità anticorruzione era stata istituita nel 2012 durante il governo di Mario Monti nell’ambito della cosiddetta legge Severino, con il compito di  prevenire fenomeni di illegalità all’interno della pubblica amministrazione attraverso pratiche di trasparenza e mediante vigilanza sui contratti, appalti e incarichi pubblici. A nominare lui al vertice dell’Anac era stato però Matteo Renzi nel 2014 seguendo il trend di moda allora, sistemare un magistrato, un tecnico dunque,  a incarnare la legalità e la sua tutela conferendogli un’autorità  morale oltre che legale, sull’intera società. Anche se di fatto si trattava di un potere virtuale più che reale, e pure “postumo”,  come un pompiere chiamato a spegnere incendi già appiccati da quelli che lo chiamano in soccorso.

E infatti non  a caso la designazione avviene poco prima che si aprano i cantieri e fervano le opere dell’Expo (ha l’incarico di commissario speciale del grande evento),    ma un bel po’ dopo che gran parte degli appalti, delle attribuzione  e delle consulenze erano stati assegnati. A vedere i ritagli di allora si legge Cantone chiede spiegazioni, Cantone non ritiene soddisfacenti le spiegazioni sull’affidamento a Farinetti, e Cantone indaga sui subappalti, per poi sentirlo ammettere che  “esulavano del tutto da un suo possibile controllo», accontentandosi della squadra anticorruzione istituita da Sala, della altisonante Piattaforma per la trasparenza del premier, con tanto di App, e rassegnandosi a  chiudere un occhio anzi tutti  e due sulla sostanza dell’iniziativa, sul già concluso e  spartito,  mettendo un sigillo di impunità e legittimità sulla sua inutilità, sui danni erariali e per la collettività, sulla pretesa emergenza coltivata per permettere licenze  e deroghe, sul contributo alla cancellazione di diritti, garanzie e conquiste del lavoro, che più corruzione morale di quel “volontariato” ce n’è poche.

Niente di diverso da quello che succede a proposito del Mose, quando tira fuori il capo e chiede informazioni per poi ammettere  ragionevolmente (in una intervista alla Rai di giugno 2014) che. “Credo non abbia alcun senso indagare, non è che ogni emergenza necessita di un commissario. Sull’ Expo può avere un senso perché ci sono termini stretti, sul Mose i tempi sono già da tempo superati”.  E altrettanto avviene per la Metro C di Roma, che definisce la madre di tutte le corruzioni: anche là, come succede ai treni, è arrivato in ritardo e i giochi sono fatti.

Eppure ieri nel dare le dimissioni rivendica  i risultati della sua battaglia: «Naturalmente la corruzione è tutt’altro che debellata ma sarebbe ingeneroso non prendere atto dei progressi, evidenziati anche dagli innumerevoli e nient’affatto scontati riconoscimenti ricevuti in questi anni dalle organizzazioni internazionali (Commissione europea, Consiglio d’Europa, Ocse,  Fondo monetario) e dal significativo miglioramento nelle classifiche di settore».

E come  non esultare del fatto che Trasparency ci faccia scendere di due piazzamenti nella graduatoria della percezione “popolare” del fenomeno,  uno di quegli organismi concepiti dallo stesso sistema che genera il malaffare, un po’ come le agenzie di rating,  che prende in esame come indicatori le malefatte dei pesci piccoli, quelli che fanno la cresta sui documenti e le merci, che non danno la fattura, lasciando fuori  le banche, gli enti pubblici, i vertici delle multinazionali  e quindi i grandi impuniti e i grandi immuni, i Paesi guida dell’Occidente e della Ue non levantina o che dire dell’Ue dove se volessimo applicare il criterio della lievitazione dei costi delle opere pubbliche, si scoprirebbe  che in Germania le spese dei lavori pubblici vengono gonfiati artificialmente e  a dismisura, come ha denunciato perfino Der Spiegel, lo stesso organo di stampa che ha definito Vienna un “intrico del malaffare” riprendendo il giudizio di un grippo di lavoro Ocse che ne parlò come del “crocevia della corruzione”.  E come non esultare dell’encomio delle istituzioni europee, quando basterebbe leggere il Sole 24 ore per sapere che il crimine economico trova un humus favorevole  nella regione e mica solo alle Cayman se è vero che    “nell’ultimo decennio sono stati almeno 133 mila gli oligarchi dell’ex Unione Sovietica, i milionari cinesi e arabi, i ricchi uomini d’affari turchi, libanesi, brasiliani, venezuelani e sudafricani, che hanno acquistato a mani basse la cittadinanza o la residenza in un Paese dell’Unione europea in cambio di soldi“,  ritenendola un luogo favorevole a traffici illeciti e opacità.

Va a sapere come mai proprio adesso il presidente Cantone, ha raggiunto il limite della sua sopportazione, stanco  che “all’Anac istituita sull’onda di scandali ed emergenze,  e che rappresenta oggi un patrimonio del Paese e motivo di orgoglio” ( e si direbbe a lui che ne incarna l’autorità), vengano riservati scarsi riconoscimenti.

Dipenderà che i supposti reati del lobbista Siri ( indagato per aver ricevuto una promessa di denaro in cambio di una norma da inserire in una legge) sono più disdicevoli dell’azione di un ministro che tenta di favorire l’esonero dalle responsabilità di una banca e del suo management?

Sarà che alcune  misure contenute nel decreto sblocca cantieri entrato in vigore a giugno in materia di appalti   (lo stop all’obbligo per gli enti locali di avere una centrale unica, lo stop di scegliere i commissari per le gare da un registro dell’Anac, l’aumento al 40% per i subappalti)  gli sono sembrate più rischiose dello Sblocca Italia, delle deregulation promosse a livello regionale e locale dai piani paesaggistici e dalle deroghe comunali in forma bipartisan, come in Emilia, Lazio, Veneto o Firenze e Milano?

Sarà perchè il nefasto si all’Alta Velocità del governo in carica macchiato di abiura, scoprirà l’osceno vaso di Pandora delle cordate delle imprese sempre in piedi, ma non sul banco degli imputati? e allora è meglio dedicarsi alle sudate carte del Massimario in attesa di una meritata ricompensa elettiva, in forma di premio fedeltà? 

 


Farinetti, l’Involtino primavera

far Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tempi duri per gli impresari degli show progressisti, proprio come nelle commedie anni ’50 che raccontavano le disavventure dei produttori di musical di Brodway sono alla ricerca disperata di “polli” da spennare.

Succede al norcino reale, allo zar delle salsicce km 0 che assiste impotente, sia pure impegnato in un nuovo progetto visionario (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/03/27/farinetti-da-fico-a-pisello/) , alla fine ingloriosa del suo Eataly che chiude in rosso con una perdita di 17 milioni nel 2018: ricavi per 532 milioni a fonte di  una perdita di 17 milioni. Slitta così lo sbarco in Borsa e parte la caccia a un un nuovo socio, magari cinese, come si addice a un marchio che rivendica il ruolo di greppia tricolore,  testimoniando e rappresentando il meglio della qualità e delle produzioni alimentari del Bel Paese. Il nuovo socio secondo Mf, potrebbe essere Jack Ma a capo del  colosso dell’ecommerce Alibaba,  oppure un fondo immobiliare cinese, lo stesso che è stato invocato per il salvataggio di Fico Eatalyworld, la cittadella del “gusto” ormai amaro alle porte di Bologna. 

Per coerenza andrebbe meglio il primo dei potenziali partner: solo i fashion victim raggirati dall’acchiappacitrulli che voleva fare del Sud una Sharm el Sheik, che voleva una patrimoniale per pagare l’accoglienza mentre selezionava il suo personale tra gli italiani del terzo mondo nazionale da ridurre in stato di servitù volontaria e formativa, quello che è riuscito a farsi prestare una guglia del Duomo come gadget in mostra per pubblicizzare la sua ideologia delle frattaglie e valorizzare l’Italia che aveva bisogno di lui per far circolare la sua attrattività di meta turistica e culturale co ‘a pummarola ‘ncoppa.

Eh si, perchè ormai anche a vedere i risultati a nessuno sfugge il senso dell’operazione del salumaio della Leopolda, che ha contribuito in qualità di  leader indiscusso a rivelare anche ai più ingenui che l’utopia commestibile quanto selettiva dello Slow Food, del guru Petrini, del Gambero Rosso nascondeva un brand turbocapitalistico fatto di supermercati per stomaci con carta d’oro, di esproprio e privatizzazione di centri cittadini, di precarietà per i lavoratori. E che proprio come in un Alibaba qualunque, la merce esposta sugli scaffali e propinata a prezzi maggiorati grazie all’intermediazione farinettiana altro non era che quella delle Coop, socie privilegiate del patron, quella delle catene nazionali e multinazionali delle merendine, della cioccolata, dei panettoni, delle tagliatelle, delle mozzarelle, e che il valore aggiunto consisteva nella “selezione” effettuata dalle papille più manageriali che fisiche del fornitore della real casa renziana.

D’altra parte è proprio quella stessa distopia che è stata incarnata nell’altro grande fiasco progressista, la megalomane exhibition che tramite una mangiatoia globale doveva nutrire un pianeta, si, quello di una cordata mista di imprenditori del magna magna, di manager della distribuzione e della ristorazione, di speculatori nel settore terriero, immobiliare e edilizio.  E pure di dinamici operatori in odor di mafia che non poterono essere estromessi dal business, perchè le pezze a colori dell’anticorruzione furono chiamate a intervenire per coprire gli accordi opachi di soggetti criminali e soggetti “legali” troppo tardi quando i giochi, gli appalti, i subappalti e gli incarichi erano fatti e avviati.

A distanza di 4 anni (con un costo di 2,2 miliardi e un rosso di oltre 24 milioni) mentre le cimici  cocchiere della stampa locale  ricordano come la grande Milano sia nata allora, “portandola ad essere un modello e una delle principali mete turistiche del nostro paese“, a conferma che la Sharm el Sheik invocata da Farinetti può espandersi anche nel pingue Nord, ci si sta ancor trastullando con la destinazione delle aree del Bal Excelsior, i siti del gran banchetto ( 500 mila mq di cemento più i 500 mila dell’area Cascina Merlata) che ha soddisfatto l’appetito di aziende, politici, dirigenti corrotti, faccendieri, camorristi, da trasformare in Mind, Milano Innovation District, “un distretto della Scienza, del Sapere e dell’Innovazione in grado di promuovere le eccellenze del territorio nei campi della ricerca scientifica, medica, farmaceutica e delle life sciences….In una parola, un distretto avveniristico, ovviamente SMART, che nelle intenzioni dovrà essere in grado di attrarre investimenti e generare ritorni economici per tutto il territorio”.  E che sorgerà grazie a una intesa grande come la speculazione all’origine sui 1.000.0000 metri quadrati di proprietà di Arexa, la società partecipata da Stato, Regione Lombardia e Comune di Milano.

In questo caso a differenza che in Fico o in Eataly, dietro la rinascita della gran Milàn, non ci sono gli aborriti cinesi.  Ci sono invece emiri e sceicchi, che si sono arraffati terreni, immobili, hotel,  squadre di calcio, protagonisti del nuovo sacco della città, in accordo non temporaneo con l’amministrazione riformista e la regione leghista a dimostrazione che basta lasciare Salvini a Roma e tutto va bene, si può svendere la città, scacciare gli indigeni come si emarginano gli immigrati, modernizzarla tirando su in controtendenza con tutti i paesi  grattacieli addomesticati da insulsi e pallidi giardini pensili, piegare leggi e norme urbanistiche ai voleri delle rendite e dell’immobiliarismo assatanato. Deve essere questo che intendono per lotta al populismo, derubando il popolo della sue città,  o al sovranismo, liquidando in offerta speciale a acquirenti cosmopoliti e mondialisti il bene comune sottratto ai cittadini.

 


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