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Eurovisione

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti abbia fatto una scoperta sensazionale: agli italiani interessa più il calcio che il voto delle Europee. Ancora meglio avrebbe potuto dire che interessa loro più se pioverà domani piuttosto che il cambiamento climatico, e che più che l’alta velocità importa loro che l’81 inteso come bus non passi ogni 55 minuti e così via.

Non succede invece perché Giorgetti ha partecipato al distacco sempre più profondo tra politica dei partiti al servizio imperiale e politica della vita e così non ha capito che   la squadra del cuore non ti delude mai mentre la disaffezione delle tifoserie nei confronti dei contendenti alle urne dimostra che la fiducia era scarsa e la diffidenza ben riposta. Ormai non scuote più nemmeno qualche rivelazioni dei crepitii dello scoppio di nuove tangentopoli a livello di scala locale,  tanta è l’assuefazione di cuori coraggiosi che hanno superato lo choc di calciopoli, vissute con maggiore partecipazione.

Così domani con tutto comodo assisteremo alle consuete lagnanze sull’astensionismo che di volta in volta viene accreditato come prova di maturità di una democrazia talmente forte e adulta da persuadere i cittadini della sua buona salute anche senza la loro partecipazione. O invece  criminalizzato (oggi perfino da Facebook che ci invita a condividere in diretta l’assolvimento del diritto/dovere)  come la riprova della accidiosa indifferenza di cittadini ingrati che sanno solo chiedersi cosa possa fare la nazione per loro e non cosa fare loro per la nazione, e  la conferma della vittoria del famigerato populismo che abiura dalle responsabilità e dai doveri incarnato dal ceto governativo che approfitta delle varie tipologie di malessere legittimate e suscitate su su fin dal profondo della pance dove stavano relegate vergognosamente per diventare ideologia.

Quando, a voler dare una interpretazione corretta del fenomeno, i populisti sono quelli che hanno indotto una visione del sistema sociale come una comunità nella quale i germi patogeni sono burocrati, speculatori, banchieri, mafiosi (pochi) di cui il popolo virtuoso prima o poi potrà liberarsi, in modo da accreditare la convinzione che il conflitto sociale non sia più la lotta di classe tra sfruttati e sistema, ma tra l’1% di profittatori che si sta mangiando tutta la torta e il 99% che se la vede sfilare da sotto gli occhi anche se l’ha impastata e infornata.

Nessuno dei partiti tradizionali che hanno schiumato di rabbia per le vittorie del feroce energumeno impresentabile in società, rammenta quanto l’abbia sostenuto, aiutato, blandito, dopo averlo sottovalutato come incarnazione di un folclore inoffensivo. E men che mai ricorda come il suo partito sia stato ininterrottamente al governo per un ventennio, senza che si facesse una piega  per la Bossi-Fini, per la legge Maroni, per la contiguità con il fascisti nostalgici in modo da autorizzare quelli nuovisti, senza mai toccare il tema-  molesto per tutti – del conflitto di interesse, senza mai sollevare un sopracciglio per gli attentati alla Costituzione poi innescati come una bomba da altro attore dopo che le procedure corrette per la nomina di un governo erano state ribaltate e manomesse per favorire l’intronizzazione di un senatore a vita fresco di unzione in veste di uomo della provvidenza.

Nessuno  adesso in vista dei risultati vuol rammentare le premesse avviate dai progressisti/ riformisti, che è antistorico assimilare perfino alla commemorazione della sinistra se non in forma di becchini, quando si misero festosamente agli ordini dell’impero cianciando delle opportunità della globalizzazione per far digerire la retrocessione dei sudditi a schiavi pronti a costruire piramidi dove il faraone vuole, siano africani o greci, quando derise le ansie della gente comune derubricando a vergognose e irrazionali percezione il malumore per la presenza degli “altri” che loro avevano contribuito a  portare alla disperazione partecipando di guerre e conquiste coloniali, quando in sintonia con la Chiesa invitarono e invitano al dovere morale della carità e dell’accoglienza, trattando come moralmente riprovevoli quelli che non sentono lo stesso imperativo, purché ovviamente non siano i cittadini estivi di Capalbio.

C’è come sempre da chiedersi perché poi tutti, nessuno escluso, si lamenti della disaffezione, del disamore, del disincanto. Quando invece si tratti del loro più grande successo, la loro operazione di comunicazione meglio riuscita:  far intendere la casa comune come un palazzo nel quale i cittadini sono stati sfrattati in veste di  gli inquilini morosi, l’Europa come una galera dalla quale non si più evadere e della quale oggi si devono voltare nemmeno i secondini, troppo sarebbe, ma le coop di Buzzi che seduti in Parlamento si godranno remunerazioni e benefit.

Ci hanno convinti che nulla si potesse contro il fiscal compact, votato di soppiatto come una vergogna doverosa, che nulla si potesse per rivedere gli obblighi, la natura e  il volume die contributi che siamo obbligati a dare,  a cominciare da quelli per le calamità che non ci vengono resi nemmeno dopo tre terremoti per via della nostra proverbiale inaffidabilità anche in qualità di senzatetto, così come i finanziamenti per  progetti che non vengono mai scelti in favore di fiamminghi,  olandesi,  lussemburghesi, danesi le cui lobby più contigue e dinamiche delle nostre partecipano direttamente alla stesura di criteri e procedure. Ci hanno dimostrato  che le nostre città devono essere espropriate e dobbiamo rinunciare a servizi essenziali per ossequiare le regole del pareggio di bilancio.

E via via  ci hanno convinti che è imperativo per conquistarsi l’appartenenza alla civiltà occidentale ricordarsi i 27 caratteri dell’Iban,  prendere atto della necessaria curvature delle banane e il diametro dei prodotti delle galline ovaiole, del rosso dei pomodori, concordare sulla qualità dei lager nei quali dobbiamo confinare i poveracci   che respingono da Calais e dare la nostra parte per coprire le operazioni di respingimento dalla Turchia alla Grecia stracciona come noi, condividere l’impegno comune alla difesa della fortezza comune  comprando armamenti e  fornendo risorse umane – si dice così per tutti i lavori umilianti e infamanti – per operazioni belliche ormai dichiaratamente tali.

Mentre nessuno calcola davvero quanto ci costerebbe e cosa succederebbe se davvero cominciassimo a dire no, a dire no a certi capestri, a certe minacciate sanzioni mai quantificate e forse illegittime, come all’obbligo futurista di un’alta velocità al servizio dei vicini. O se cominciassimo a dire di no alle regole di un contesto in cui il potere legislativo primario è dell’Unione, mentre il nostro ruolo di Stato democratico e di un Parlamento eletto sia pure con elezioni farlocche, è residuale e quindi le nostre istituzioni possono legiferare solo conformemente a quanto deciso dall’Unione o dove questa non è intervenuta, se volessimo mettere sui piatti di una bilancia la nostra Costituzione e i Trattati compreso quello di Aquisgrana recentissimo, per stabilire se davvero questi ultimi, che rappresentano la legge primaria di una UE ormai definitivamente su misura di una nazione, la Germania, devono pesare di più della nostra Carta e delle leggi del nostro Parlamento.

A prima vista abbiamo ragione a essere più tifosi della Roma o dell’Inter o della Juve. Ma non ne abbiamo se ci limitiamo a gridare arbitro cornuto, se idolatriamo giocatori milionari assistendo alle loro gesta sempre più prudenti in stadi offerti in cambio di case e strade e scuole, se ci basta un goal per scordare la miseria  e se non facciamo una bella e definitiva invasione di campo.

 

 

 

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I Bontonnari

ipoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non può non suscitare ribrezzo la fisiologica e prevedibile evoluzione del celodurismo che si accanisce su disperati titolati al riconoscimento dello stato di rifugiati maturato grazie a empie imprese coloniali, ruberie, alleanze con dittatori locali speculari e empatici, naturale progressione di misure e atti che vanno dall’introduzione del reato di immigrazione illegale della Bossi-Fini, ai Centri/galera della Turco, dalla “cooperazione” africana di Renzi pro-Eni e malfattori indigeni, alla ripulsa irridente dei corridoi umanitari, fino alla unanimemente apprezzata linea anche quella “dura” sui rimpatri forzati, sull’estensione del sistema della detenzione amministrativa, sulla proposta di riforma del processo civile per la trattazione dei ricorsi in materia di protezione internazionale,  con  l’eliminazione del grado di appello per chi ha ricevuto un diniego dell’asilo in primo grado, sacrificando così in maniera evidente i diritti delle persone vulnerabili all’esigenza di alleggerire il carico dei Tribunali e dei centri di accoglienza, facendo in sostanza ricadere sui richiedenti asilo le disfunzioni di un sistema amministrativo e la sofferenza del sistema giudiziario, non solo in materia di rifugiati.

Si vede proprio che il nostro processo di civilizzazione colloca in cima ai nostri valori “umani” il bon ton che ci fa vergognare – ed è doveroso- del ripugnante Salvini, così becero, così villano, così estraneo al nostro consorzio di compiti benpensanti  e passare sotto silenzio altri tipi di sopraffazione se perpetrata da qualcuno, molti, a noi più affini per educazione, buone letture, appartenenza a circoli e consorterie accettati e sintonizzati su standard europei.

Se c’è un bastone che tiene dritte le bambole di pezza che fanno opinione da noi  deve proprio essere l’ipocrisia che fa stendere sulla nave dell’infamia il red carpet al passaggio delle star e starlette dell’ordine pubblico secondo Minniti, del salvataggio delle banche criminali e dei loro protettori, dell’astensione da ogni critica e da ogni richiesta di doveroso risarcimento da parte dei responsabili e correi di una strage, del richiamo ai principi di uno stato di diritto gridato da chi ha cancellato Stato e diritti .  E che sdogana l’accusa di razzismo contro altri colori, altre religioni, altri usi, altre cucine secondo una gerarchia molto apprezzata che situa in posizione più accettabile  l’intolleranza contro i poveri, anche residenti e provvisti di regolare cittadinanza, colpevoli di aver ceduto ai loro ricatti quindi già preventivamente destinati a condizioni di inferiorità, che racconta e  propaganda i suoi valori umanitari appoggiando avventurismo imperialista e predone e favorendo l’import  di mano d’opera  competitiva rispetto ai viziati connazionali.

Ormai parlare di questo è audace, ormai per avvicinarsi alla verità occorre prima esibire credenziali e attestati per non essere immediatamente assimilati alla fetida consorteria 5stelle e Lega, visto che la realpolitik è stata doverosamente convertita alla pratica quotidiana di pesare sulla bilancia non più  il “meno peggio”, ma quello vestito meglio, quello che ha più dimestichezza con la consecutio magari solo per “fortuna”, quello che assomiglia di più a Macron, quello che possiede un maggior know-how di sfrontatezza e navigazione in acque governative.  Così si accolgono come soluzioni benedette, è il caso di dirlo, la pietas e l’accoglienza che perpetuerà esenzioni dall’Imu e altri  beati privilegi,  ci si compiace della resipiscenza di concessionari e costruttori cui non basta la riconferma della gestione della manutenzione e propongono “nuove infrastrutture” per immortalare profitti, ci si delizia del dinamismo ardimentoso dei magistrati che indagano il barbaro e allo stesso modo della riflessiva cautela di quelli di Genova.

Altrimenti si deve scegliere il silenzio, come è successo dove invece sarebbe giusto gridare e dove la politica/spettacolo del dolore non si è recata anche se non sarebbe stata fischiata perché quelli che sono stati zitti   in ricordo delle 299 vittime del sisma che due anni fa esatti devastato mezzo Appennino tra il Lazio, le Marche, l’Umbria e l’Abruzzo e di paesi che non ci sono più, non si aspettano nulla né da quelli di prima, che li hanno abituati allo scherno dell’abbandono né da quelli di oggi che sfilano con il lumicino “in forma privata” o che fanno un po’ di esercizio di feroce qualunquismo – Renzi docet – riproponendo i vecchi slogan della semplificazione contro le pastoie della burocrazia.

Perché ad Amatrice devono essere consegnate ancora 300 casette e il centro per chi arriva da Roma, è completamente spianato: dell’hotel Roma non c’è neanche più il basamento, al posto del convento delle suore hanno messo un enorme macchinario che tritura pietre e cemento, dove c’era l’ospedale c’è solo un gran buco. Perché quelle che ci sono  piene di disfunzioni e non sono compatibili con territorio e condizioni climatiche. Perché  nonostante le tre ordinanze che prevedevano la riqualificazione o costruzione di 235 edifici scolastici nelle zone terremotate,  ne sono state “individuate”  21 scuole individuate e  ricostruite solo tre. Perché a confermare la morte di centri abitati da Sant’Angelo a Saletta fino a San Lorenzo a Flaiano c’è la chiusura di strade ancora ingombre di macerie (ne ho parlato qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/07/19/castelluccio-il-deltaplano-caduto/).  Perché i rimasti, – gli sfollati sono più di 50mila, nelle quattro regioni del cratere- hanno dovuto affiggere manifesti davanti alle loro rovine: no selfie.  Perché in due anni è stato rimosso meno del 50% delle macerie pubbliche : su un totale stimato di 2.667.000 tonnellate di macerie pubbliche ne risultano rimosse 1.077.037 tonnellate (il 40%), di cui il 12% in Abruzzo, il 43% nelle Marche, il 39% nel Lazio e il 72% in Umbria. Perché i fondi destinati dallo Stato alle aree terremotate ammontano a 250 milioni di euro, di cui 190 milioni per gli edifici pubblici, poca cosa per salvare il cuore del Paese, quando per salvare il portafogli di pochi (da Montepaschi a Etruria fino ai due istituti veneti) sono serviti 31 miliardi.

Sono passati due anni, due commissari, tre governi. Ma non è ancora passata ‘a nuttata.

 


Castelluccio, il deltaplano caduto

DSCN0102Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si spalanca d’improvviso la vallata col suo trascolorare dal blu al vermiglio sotto la strada impervia che costeggia la montagna, come un prodigio cercato eppure inatteso, una rivelazione inseguita eppure sorprendente che turba per la sua bellezza e al tempo stesso suscita una specie di vergogna perché parla di onore e fedeltà offesi, di riscatto e orgoglio umiliati. A chi volesse avventurarsi su per quella strada sulla piana di Castelluccio durante la fioritura delle lenticchie, il navigatore partendo da Roma consiglia un percorso lungo e tortuoso. Si esce dall’A24 sfiorando la periferia dell’Aquila, trafficata e viva anche se brutta con quel proliferare di costruzioni senza coerenza e identità e si prosegue lungo strade selvagge e incantevoli, mentre sbucano dall’infittirsi della vegetazione con il grande massiccio che fa da sfondo borghi scoscesi. E a un certo punto ecco la prima indicazione: Amatrice, un paese che abbiamo letto e saputo che è diventato uno spettro dimenticato. E da là comincia il susseguirsi di cartelli stradali con delle luttuose bende nere a nascondere i nomi di altri paesi che non esistono più, irraggiungibili perché i varchi delle carreggiate che dovrebbero condurvi là sono chiuse e dei quali si sta cancellando la memoria. E poi via via il tragitto prosegue mostrando case sventrate , quinte teatrali rimaste su nel palcoscenico dell’orrore mentre dietro tutto è crollato, ammassi di calcinacci di quelle che erano cucine con le ante dei pensili precipitati e i piatti rotti e poi rovine e macerie ammucchiate malamente che invadono anche la strada proprio come se i fuggiaschi fossero scappati dall’apocalisse non due anni fa ma ieri, stamattina, poco fa lasciandosi dietro tutto.

Chi passa può vedere che qualcosa è cambiato dall’anno scorso: è stata rimossa la mesta cartellonistica della Protezione Civile che definiva quegli abitati come “emergenza sismica” a significare forse che è il tempo di rassegnarsi alla continuità della crisi. E infatti in giro non c’è nessuno, né abitanti, né lo Stato rappresentato solo da una muscolare presenza militare coi posti di blocco dei carabinieri che chiedono i documenti a chi va verso Accumuli e dintorni dei quali abbiamo saputo e letto che non esistono più nemmeno quelli e soldati che stazionano vicino ai semafori che indicano l’alternarsi del senso di marcia o davanti ai cavalli di Frisia che bloccano la viabilità mai ripristinata verso altri borghi estinti e abrogati. È caduto il silenzio su questa tragedia collettiva che è stata retrocessa a interessare solo le vittime.

Da tempo sono cessate le visite pastorali dei notabili, scomparsa, forse ridotta in DSCN0112volontaria clandestinità la figura della commissaria straordinaria tanto che il sito dedicato alla “ricostruzione” reca occasionali e rare comunicazioni di servizio per rammentare scadenze burocratiche. Nell’agenda del governo il tema non viene menzionato a confermare che se devono venire prima gli italiani, quelli di Norcia, Castelluccio, Accumuli, Amatrice italiani non lo sono più ad onta della bella sagoma dello stivale disegnata con gli alberi sul dorso della montagna sopra la vallata.
A voler essere onesti qualche autorità c’è andata a Castelluccio in questi giorni. Si tratta del festoso corteo dei promotori – autodefinitisi “plasmatori di un’idea firmata dall’archistar ambientalista Francesco Cellini nel pieno rispetto del paesaggio” – del Deltaplano, l’imponente opera che avrebbe dovuto segnare il riavvio dell’economia nell’area più colpita, quel “Villaggio delle attività produttive ed economiche”, fortemente voluto dalla Regione, dal sindaco di Norcia e dal Pd regionale rappresentato da un inequivocabile esponente che di nome fa Chiacchieroni, una cattedrale del gusto e dell’alimentazione, un’Expo nel cratere del sisma con alle spalle uno sponsor illustre quanto parsimonioso, la multinazionale Nestlè. Lunedì, con una semplice e toccante cerimonia hanno consegnato simbolicamente le chiavi delle prime strutture destinate alla delocalizzazione delle attività gastronomiche del borgo: 5 “negozi” e due caseifici, in attesa (cito il vicepresidente della Regione) di “completare il programma di delocalizzazioni di tutte le attività commerciali e produttive borgo terremotato”, “dove sarebbero quasi finiti (cito la stampa locale) gli interventi di ricostruzione”.

DSCN0113Qualcosa deve essere andato storto: a picco sulla vallata, sopra interventi di sbancamento della montagna vanamente smentiti, la cittadella del gusto, la cattedrale della gastronomia, viene ridimensionata a “iniziativa di rilocalizzazione delle attività di ristorazione”. Si è persa traccia del prestigioso e immaginifico architetto e si vede soltanto una bieca costruzione di metallo anodizzato e vetracci spessi, che dovrebbe dare l’illusione di essere provvisoria, ancorché i materiali siano stati scelti con cura proprio perché eterni come reciterebbe una pubblicità, in un luogo dove è bandito il più consono legno che non resisterebbe a vento, gelo e neve e ampiamente usato invece per le casette somministrate con oculata moderazione agli abitanti irriducibili. Per l’obbrobrio sono stati spesi finora più di 500 mila euro di un budget previsto di due milioni, perlopiù finanziato dalla Protezione Civile, che la frugale Nestlè avrebbe erogato meno di 200 mila euro frutto di una raccolta fondi. Si può star certi che non ci andranno i coraggiosi ristoratori che hanno improvvisato dei locali appena a ridosso del paese o gli allevatori e contadini che vendono in queste belle giornate di sole i loro prodotti nei chioschetti lungo la strada. Chi si ferma per comprare sente dire che nel Deltaplano non ci vanno loro, non ci vanno i trattori della zona, non ci vanno gli Ansuini che hanno rifatto la loro antica bottega in un capannone fuori Norcia, non ci vanno quelli che hanno montato un efficiente ristorante in un prefabbricato e sfornano pasti per i pellegrini della bellezza proprio dietro le insegne di antichi esercizi rimaste in piedi mentre gli hotel e le locande sono state cancellate dal terremoto.

La bellezza dei luoghi non risiede solo in quei colori dal blu al rosso. Ma nel coraggio di chi vuole restare e si sottrae alle lusinghe infami di chi raccomanda la ragionevolezza e l’assennatezza della resa e dell’esodo. In tanti abbiamo pensato e scritto che c’è un disegno criminale nell’inazione, nella proterva volontà di non far nulla in modo da svuotare il cuore del paese per farne un “muscolo” artificiale di metallo e vetro nel quale esibire i fasti del mercato con prodotti replicati e uguali in tutto il mondo a tutte le latitudini e con tanti avviliti dall’esercizio della servitù al servizio di pochi autorizzati a comprare e visitare il luna park del Bel Paese. È avvilente pensare che ci siamo sbagliati, che è peggio di così, che non sanno nemmeno perpetrare il loro misfatto, che si perdono per strada rincorrendo miserabili interessi. Vale la pena di andarci a vedere la piana di Castelluccio per fare una gita educativa nella realtà, per nutrire un po’ di sana collera e per imparare che tra noi pare ci sia ancora qualcuno che resiste, lassù, ancora una volta in montagna, come dovremmo fare tutti.


Cazzuola selvaggia

edAnna Lombroso per il Simplicissimus

Basta, deve essersi detto il lungimirante legislatore, con la cattiva fama che accompagna il nostro popolo proverbialmente poco incline a ordine disciplina e rispetto delle regole.

È nato così l’atteso  glossario  delle opere di edilizia libera. Un agile prontuario pubblicato in Gazzetta Ufficiale nei giorni scorsi che non liberalizza abusi e licenze, ma elenca quelle opere e operine che si possono effettuare in ottemperanza alle leggi vigenti e in particolare  al Decreto Legislativo 25/11/2016 n. 222 in materia di regimi amministrativi applicabili e delle autorizzazioni di inizio lavori per una serie di interventi realizzabili senza Cila, Scia o permesso di costruire. Si tratta dell’ampia gamma di quelli di manutenzione ordinaria, ma anche dell’installazione di pergole, pergolati, tendoni, tensostrutture, manufatti leggeri in strutture ricettive all’aperto, ascensori compresi quelli esterni,  montacarichi e servoscala e pure le opere contingenti temporanee:    stand fieristici, servizi igienici camper anche di grosse dimensioni, quelle cioè “dirette a soddisfare esigenze contingenti e temporanee e ad essere immediatamente rimosse al cessare della necessità…” proprio come è accaduto in Irpinia, all’Aquila, in Emilia, nelle aree del sisma dell’Italia Centrale.

L’intento dunque sarebbe quello di aiutare i cittadini – insieme agli operatori del settore edilizio – a rispettare leggi e regole favorendo la tanto auspicata semplificazione, uno dei capisaldi dell’ideologia che ha ispirato il succedersi degli ultimi governi che ne hanno fatto una divinità cui è doveroso sacrificare compatibilità ambientale, estetica e decoro, controlli e vigilanza, legalità. Un obiettivo che si sposerebbe con il rilancio del comparto delle costruzioni, in attuazione non proprio postumadel disegno del cavaliere che aveva fatto del diritto alla casa il motore dell’occupazione tramite un milione di posti di lavoro precario e svalutato, una cornucopia di profitti per immobiliaristi, proprietari e speculatori, un assist per le bolle nostrane e estere, tanto da voler imporre la sua distopia pure agli aquilani obbligati a gradire le sue Milano 2 e 3 fuori dal centro disabitato del quale si doveva cancellare anche la memoria.

E infatti il glossario è il Bignami della generalizzazione e liberalizzazione delle leggi ad personam al servizio della proprietà privata, quella altisonante e pure quella poveretta, che non si può permettere falansteri e palazzoni in riva al mare, cui viene magnanimamente concesso di allargare di una camera l’immobile per farci stare figli che non se ne vanno, di fare un bagno in più per accogliere i turisti.

Quando penso a come siamo diventati e come ci vogliono mi viene alla mente la gabbietta delle cavie che si arrampicammo su e giù per le scalette, proprio come noi alle prese con fondi pensione, cure mediche, tasse, prestiti per la casa, bollette. Cui  viene permesso di sognare di costruirsi un pezzetto di casa in cui tenere anziani che contribuiscono alle spese e ragazzi che ne approfittano, di  tirare su un tendone per arrangiare un’attività “produttiva” o commerciale, perfino, ed è paradossale, di starci in uno di quei manufatti temporanei a lungo termine, in qualità di terremotati,  nuovi poveri, baraccati, stranieri.

E non è nemmeno il manuale dell’abusivismo, perché è da un bel po’ che la semantica di regime ha ridotto la portata criminale del termine, aggiungendovi il corollario della necessità, alla pari per le verandine sul cortile e la case dei pescatori convertite in relais turistici, esclusi comunque gli ex abitanti di Amatrice o Norcia colpiti da penali e  sanzioni per essersi dotati di una alloggio di sfortuna fuori dai canoni della ricostruzione. O intervenendo sulle fastidiose procedure di Via colpevoli di mettere lacci e laccioli alla libera iniziativa, o riducendo la programmazione urbanistica a avvilente trattativa tra proprietà, rendite immobiliari e settore pubblico, destinato a cedere in nome della crescita ai diktat padronali.

A vedere che cosa accade in quei laboratori della svendita del bene comune e dell’oltraggio a storia, bellezza e diritti di cittadinanza che sono le città d’arte in un paese nel quale qualsiasi borgo piò fregiarsi di questo titolo, c’è da sospettare sull’uso che gli ignoranti  al potere faranno del glossario, mettendolo al servizio  dell’offesa, del profitto e della sostituzione dei nativi con uffici, residence e hotel, centri commerciali dove a ogni latitudine si smerciano gli stessi oggetti del desiderio. Per ricchi però, perché a noi stanno proibendo anche quelli.

 

 

 

 

 

 

 


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