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Pandaffarismo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

E anche oggi mi tocca parlare di Covid, per ambientare adeguatamente qualche informazione. Allora, c’è una parte dei decisori, trasversale ai partiti della maggioranza, che si industria per mantenere vivi i livelli del terrore sanitario, offrendo dati incerti, confusi, manipolati contro ogni affidabilità e accertamento da quando la scienza è diventata un’opinione.

Poi c’è un’altra  parte, si tratta soprattutto di quelli di recente nomina “speciale”, che si esercita per mettere a frutto l’apocalisse profilattica, quelli dei banchi, delle mascherine, delle siringhe, dei vaccini, che comportano tali e tanti investimenti che non ce n’è per ospedali, bus e metro, assunzione di personale medico  o di insegnanti.

Poi  ci sono quelli scafati che occupano tutti i settori, avendo fatto della morbilità un brand favorevole a profitto, signori del cemento che si attrezzano per proporre fondi, boss dell’elettronica che si specializzano in assicurazioni sanitarie, capoccia della meccanica che obbligano i dipendenti a rifornirsi delle loro pensioni integrative, anche per avere il gusto di sfruttarli due volte, come lavoratori e clienti. 

E infine  ci sono quelli che zitti zitti, con l’aiuto del silenzio stampa – esteso alla rete – su qualsiasi tema che non sia igienico, continuano nella loro solerte e alacre attività affaristica di sempre in favore di una cupola parassitaria, imprenditorial- finanziaria, cordate di costruttori e immobiliaristi, pusher di balle digitale e simili.

Così in tutto questo affaccendarsi stava per sfuggirci la notizia che il fiero Bonaccini che non perde un’occasione per mostrarci il vero volto del riformismo  progressista ha tentato un colpaccio che Berlusconi, si direbbe a Roma, je spiccia casa: nelle maglie  della discussione in corso in assemblea legislativa sulle “Misure urgenti per promuovere la rigenerazione urbana dei centri storici”, all’articolo 33 in materia di  «riqualificazione delle strutture ricettive alberghiere e la rigenerazione urbana degli ambiti a vocazione turistica», aveva fatto introdurre surrettiziamente un vero e proprio condono  edilizio, sanando gli abusi  e aumentando le volumetrie. È il nuovo “modelle emiliano”, che vuol far dimenticare quando nel1968, quando superando i decreto del governo centrale che stabiliva che ogni cittadino italiano avesse diritto a non meno di 18 metri quadrati di spazi pubblici (per il verde, l’istruzione, i parcheggi ecc.), l’Emilia-Romagna lo fissò invece a 30 metri quadrati, o il piano Cervellati per le case popolari a Bologna, o il piano paesistico regionale che addirittura tenta di peggiorare la legge regionale del 2004 che consente di sanare gli abusi conformi alle regole vigenti al momento della domanda di condono.

Bonaccini ci prova. Sussulto dei Verdi e di una non precisata “sinistra”. Minaccia di ricorsi. Bisbigli della stampa, mentre tace  la vice distratta dall’impegno costante a essere Coraggiosa, alla fine il Presidente, proprio come il Cavaliere quando c’era lui, incolpa una “manina” insidiosa, la scarica malgrado sia una fedelissima, fa marcia indietro, scontenta i suoi grandi elettori della costa romagnola e  fa stralciare le misure incriminate, quelle che, dichiara, “non sono strettamente legate solo traguardo cui puntiamo: una maggiore semplificazione per favorire il ricorso all’Ecobonus 110%”.

Insomma, questa è andata male, ma altri cantieri sono aperti,  grazie al tandem con la garrula ministra che, pur sognando in grande un altro duetto, quello con Nardella per le Olimpiadi BO-FI,  ha accelerato l’attribuzione delle risorse per “fondamentali”  opere stradali, tra cui Passante, bretella Campogalliano-Sassuolo e Cispadana. E poi  c’è l’ampliamento dell’aeroporto di Parma, candidata a città green, che estende la pista di circa 770 metri, con un terminal cargo e un hangar per aerei privati, a meno di 2 km dai quartieri periferici della città e 3 km dal centro  e che dovrebbe ricevere gli aerei più grandi del mondo come il Boeing 747, 450 tonnellate di peso di cui 200 solo di carburante, un terzo del quale viene consumato durante decolli e atterraggi, sopra la città, prevedendo  entro il 2034, 50 movimenti al giorno. A chi si domanda ingenuamente cui prodest un intervento del genere con gli scali ridotti a archeologia aeroportuale: presto detto, Amazon che ha acquistato un lotto di 11 000 mq nelle vicinanze,  si accredita come capofila di un gruppo di aziende che voglio realizzare là, nel cuore della zona più inquinata d’Italia, un immenso polo della logistica di oltre 100000 mq.

Così si capisce meglio cosa intenda Bonaccini per autonomia regionale: la consegna a multinazionali, gruppi privati che intendono occupare militarmente il territorio e tutti i comparti a cominciare dal commercio, alla scuola, alla sanità e infatti per risparmiare al bilancio pubblico i costi di nuove strutture ospedaliere, il furbacchione ha dichiarato a suo tempo che i positivi “stanati dai suoi tracciatore casa per casa”, sono le sue parole,  possono essere ricoverati nei 1.000 posti letto che ha individuato in strutture alberghiere.

Una volta si parlava di questione meridionale, ma pare chiaro a vedere l’assalto a Milano condotto da colossi immobiliari e costruttori esotici, l’ostinazione con la quale si collocano Mose, Tav e Olimpiadi invernali tra le priorità della ricostruzione, tramite la promozione di quelle 130 Grandi opere, che ricorda da vicino la Legge Obiettivo di Berlusconi, anche senza citare l’infiltrazione mafiosa  in probabile non temporanea associazione di impresa con il tessuto economico “legale”, sarà più corretto parlare di questione nazionale, nella quale illegalità, sfruttamento, consumo e abuso del territorio avvengono a norma di legge, grazie a procedure concordate che hanno trasformato programmazione, pianificazione e urbanistica in pratica negoziale tra amministrazioni pubbliche e privati, nella quale sono i secondi ad avere sempre ragione.  

Basta pensare al decreto Semplificazioni orgogliosamente licenziato in luglio mentre eravamo distratti dal “via libera” concesso in modo da poterci subito dopo accusare di licenziose trasgressioni, quelle invece autorizzate ai comuni delegati a decidere misure autonome in materia di condono, alla incertezza che, non a caso, regna in merito alle autorizzazioni paesaggistiche e alle valutazioni di impatto ambientale, perché anche in questo caso la confusione permette lo stravolgimento di regole e buonsenso.

Basta pensare  al maquillage effettuato per modernizzare il testo di legge che regolava gli interventi edilizi (DPR 380/91) nella direzione dell’attacco delle aree storiche delle città,  alterando un edificio, innalzandolo, modificandone il prospetto, in virtù di opportune deroghe discrezionali elargite dall’amministrazione comunale in nome dell’interesse generale.

Basta pensare che il decreto prevede che i sindaci possano affidare senza alcuna gara pubblica lavori fino a 150 mila euro, e che per tutti gli importi superiori a questa cifra fino al massimo di oltre 5 milioni di euro, possano essere bandite gare negoziate senza  “evidenza pubblica”. Basta pensare che il provvedimento acclamato  come un colpo alla burocrazia, rafforza il ruolo del Cipe e attribuisce poteri eccezionali alla figura dei commissari, sempre gli stessi intercambiabili,  per l’attuazione delle opere e che potranno dotarsi di uffici tecnici a loro scelta, emarginando e svuotando il ruolo delle strutture di sorveglianza e controllo.

Basta pensare che ha messo le basi per un altro provvedimento che viene da lontano, dal mito della lotta alla burocrazia dei lacci e laccioli alimentato nelle Leopolde, nutrito del dileggio dei parrucconi misoneisti, fossero costituzionalisti, sovrintendenti, storici, officiato come una fede che richiede il sacrificio di armonia, qualità di vita, bellezza del paesaggio urbano e dell’ambiente naturale.

Sarà infatti costituito da 140 articoli e si intitolerà ‘Disciplina delle costruzioni’ il “tanto atteso” nuovo Testo Unico dell’Edilizia messo a punto dal tavolo istituito dal Ministero delle Infrastrutture presso il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, al quale partecipano Ministeri, Regioni e Professioni Tecniche in materia di  resistenza e stabilità delle costruzioni; sostenibilità delle costruzioni;accessibilità delle costruzioni e che lascia ampia delega alle Regioni, che proprio in questo anno hanno mostrato la loro efficienza,  e ai Comuni, a introdurre proprie norme sulle distanze, altezze massime e densità “per favorire la riqualificazione del patrimonio esistente”, riducendo  a due i “titoli abitativi”, le autorizzazioni cioè,  per realizzare costruzioni e interventi sull’esistente.

Ecco, non diciamo più che lo stato di eccezione ha paralizzato l’azione legislativa. O che ha interrotto una normalità fatta di conflitti di interesse, sacco del territorio, speculazione, abusivismo, sfruttamento di risorse e svendita del bene comune, illegalità resa ancora più lecita e necessaria dalle leggi della “pandeconomia”.    


Caramelle di cemento

cittaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Forse dopo aver lavato i panni in Arno avrebbe voluto chiamarlo Rinascimento Urbano il suo piano  per far rinascere i quartieri delle nostre città. Invece si è accontentata, più modestamente di Renzi o del suo norcino reale Farinetti che volevano ripristinare i fasti medicei anche in salumeria,  di Rinascita Urbana, e speriamo non faccia la fine del glorioso periodico comunista.

Porta questo titolo il programma dotato dello stanziamento di un miliardo annunciato appunto dalla Ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli che si propone di  “migliorare la qualità dell’abitare, attraverso diverse azioni, come la rigenerazione degli edifici, il sostegno alle famiglie in affitto, i cantieri nei piccoli comuni”.

Lo so già, mi direte che non mi va mai bene niente, quando ricordo come una populista qualunque che un miliardo è una cifra ridicola rispetto agli 8,6 che servono per la tratta principale della   ferrovia Torino-Lione, o rispetto ai  27,8 miliardi di dollari (1,3% del PIL) di spese militari, o ai 5,5 miliardi di euro del Mose. Lo so già, mi direte che sono avvelenata contro i Salvini in doppiopetto e tailleur di questo governo che con toni meno accesi e maniere apparentemente meno cruente sviluppano l’ideologia dello sfruttamento e della speculazione.

E’ proprio vero, avete ragione quelli come me si sentono sempre in trincea se nulla cambia nemmeno la superficie o gli slogan e le parole d’ordine ispirate dall’istigazione ad accontentarsi di briciole, di distrazioni tramite giochi e passatempi costosi: il nuovo stadio di Milano è un’operazione immobiliare da 1,2 miliardi di euro, le Olimpiadi del 2026 a guardare quelle di Torino che hanno prodotto un indebitamento mostruoso della città produrranno una voragine certa, di promesse e doveri, prima di tutto quelli che ci impegnano a completare a nostro carico nefandezze già avviate, per salvare con la reputazione i profitti degli imbroglioni delle cordate imprenditoriali e politiche bipartisan.

Immaginate se si può credere al miliardo sventolato dalla Signora Bonaventura per sanare il paradosso italiano per il quale  da oltre mezzo secolo si costruiscono troppe case e non ce ne sono mai abbastanza per chi ne ha bisogno. Se si può credere al suo “programma pluriennale innovativo per la riqualificazione e l’incremento dell’edilizia residenziale pubblica e sociale e per la rigenerazione urbana”, pensato “per far rinascere interi quartieri nelle città medie e grandi”, se chiama in campo le regioni come soggetti co-finanziatori insieme all’apporto  di  risorse private, come quelle di Cassa depositi e prestiti e i fondi privati che si occupano dell’abitare.

Figuratevi se possiamo fidarci di quei partner occasionali e delle loro referenze: le regioni appunto, che grazie al susseguirsi di misure governative speciali con Berlusconi, Letta, Renzi e al di là delle forzature operate con la legge Polverini nel Lazio (sottoposta una un lifting trascurabile e beffardo da Zingaretti) o Cappellacci in Sardegna, operative anche dopo la loro gestione, in Veneto e Lombardia, in testa alla graduatoria del consumo di suolo, sono autorizzate a dettare norme autonome sugli spazi da destinare agli insediamenti residenziali, a quelli produttivi, a quelli riservati alle attività collettive, al verde e ai parcheggi,  cancellando gli standard urbanistici ed edilizi, cioè tutte le prescrizioni riguardanti i rapporti tra spazi pubblici e spazi privati, tra volumi edilizi e spazi aperti.

Pensate proprio che  si impegneranno per il volonteroso recupero e risanamento del patrimonio  pubblico e privato? quando occasione è buona per aumentare la massa di volume edilizio commerciabile, quando vengono concesse a prezzo  stracciato aree a immobiliaristi e costruttori, per costruire un impianto sportivo (come sta succedendo a Roma, a Milano e a Firenze) cambiandone per un maligno incantesimo la destinazione d’uso  trasformandole in terreni edificabili e permettendo ai promotori  un indice di edificazione doppio di quello di qualsiasi cittadino.

O quando per il perseguimento di standard qualitativi architettonici, energetici, tecnologici e di sicurezza sono consentiti interventi in deroga alle previsioni dei regolamenti comunali e degli strumenti urbanistici e territoriali, comunali, provinciali e regionali, ivi compresi i piani ambientali dei parchi regionali, permettendo in nome del contrasto al consumo di suolo la realizzazione di quei grattacieli che ormai sono sorpassati a Dubai ma piacciono al terzomondo interno arraffone e arruffone dei sindaci di Venezia e Milano, o l’edificazione di falansteri abbandonati prima di essere finiti sulla Cristoforo Colombo e in altre zone dell’hinterland romano, o la realizzazione di quartieri dormitorio “a 20 minuti da Piazza San Pietro”, sprovvisti di infrastrutture e servizi, dove confinare sempre più vaste a varie tipologie di cittadini di serie b, per lasciare il centro storico alla speculazione dei ricchi e spietati, favorendo  quel processo di sostituzione feroce che si chiama gentrificazione e che viene promosso con il vuoto normativo, l’urbanistica ridotta a pratica negoziale tra comuni e privati, l’allargamento della maglie per agevolare le operazioni opache dei grandi immobiliaristi che svuotano gli stabili per offrirli a nuovi residenti Vip.

O quando in nessuna città d’arte, ma anche in centri grandi e piccoli, non si è mai provveduto a un censimento efficiente ed efficace dell’edificato storico, a quello del patrimonio abitativo pubblico e della natura, censo e qualità degli “affittuari” ( resta nella memoria il messaggio forte dell’onesto Marino, che poi si limitò a istituire una commissione di studi)alla composizione della cerchia degli inquilini Ater, catalogabili nella categoria furbetti del quartiere.

Oppure dovremmo affidarci ai fondi, quelli delle bolle di mattone,  segnate dall’intreccio tossico  fra rendita, speculazione immobiliare, finanza, pubblica amministrazione e  governi locali  che per fare cassa hanno infatti inventato la “zecca immobiliare” continuando a concedere sempre più estesi diritti edificatori e consumando con voracità risorse territoriali preziose, quella che sta alla base della bassa qualità delle nostre città, della loro perdita di vivibilità, del  paradosso della povertà nell’abbondanza, con i grattacieli in costruzione e i senza tetto nelle favelas, con le vertiginose quote  di invenduto/sfitto ormai patologiche, con gli abitanti espulsi dai centri storici per far posto a avventizi di lusso, a hotel, uffici finanziari, grandi firme uguali a Milano come a Riyad grazie agli stessi opulenti padroni e investitori.

Eh si, proprio non ci credo alle promesse della fatina della calce, che porta come garanzia e referenze la riffa in piazza per le casette temporanee ai terremotati del Centro Italia.

 

 

 

 

 

 

 


Le madonne del cemento

tavfiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ovunque abitiate, se venite a  sapere che sta per arrivare in visita pastorale  la ministra De Micheli, datevela a gambe, perché come una  funesta dama dell’apocalisse, a dispetto del suo fare giulivo e brioso, è portatrice di sicura rovina.

Abbiamo avuto un saggio di quello che ci può succedere guardando alla sua apparizione in veste di madonnina del cemento a Firenze, intenzionata a seppellire la città del Giglio sotto una colata  e voi dentro a un pilone, come da tradizione.

Accolta trionfalmente dal sindaco Nardella, ha dato nuovo vigore all’asse Firenze-Bologna, che l’immaginifico successore del sindaco d’Italia vuole realizzare compiutamente con una candidatura olimpica nel 2032: eh si perché il sogno visionario del garrulo primo cittadino e della sua partner nell’inarrestabile tandem è proprio quello:   “l’idea delle Olimpiadi a Firenze e Bologna non è nuova  e non è una boutade velleitaria“, dice l’eterno n.2,  Nardella parlando di un progetto “che può essere realizzabile concretamente e sostenibile, in due città che rappresentano in pieno il meglio del made in Italy”, a dimostrazione che “non dobbiamo avere paura e che dobbiamo pensare in grande …Quando Firenze ha puntato oltre i suoi confini, ha pensato in grande, da Brunelleschi a La Pira, ha sempre avuto successo”. Non è certo la prima volta che si spaccia un grande evento costoso, inquinante, oggetto di azioni speculative e di corruzione, come la ricetta infallibile per reperire risorse pubbliche stanziate grazie all’eccezionalità dell’occasione e alla immediata trasformazione di una ipotesi insensata in emergenza da fronteggiare con fondi e misure eccezionali. E chissà magari Nardella, come altrove Sala o Ghedina, metterà in calendario la regimazione dell’Arno e il consolidamento dei suoi fragili argini.

Ma intanto la Ministra – della quale abbiamo appreso che si avvale dei servizi, secondo lei a titolo gratuito di un manager in veste di gran suggeritore di priorità, quel Moretti della strage di Viareggio, quello che ha consolidato la gestione iniqua delle ferrovie italiane, promuovendo gli interessi dei ricchi, che viaggiano in limousine e aereo personale ma sono dentro alle grandi cordate dei tunnel, dei buchi, delle vertiginose velocità, penalizzando i poveracci, pendolari e viaggiatori del Sud, dove la capitale europea della cultura è estromessa dalle direttrici di traffico – si è impegnata in previsione della chimera olimpica.

E vuol dimostrare di fare meglio perfino del Giglio renziano o dell’imbelle successore nel quale si erano riposte speranze per via del marasma che albergava nella sua testolina ricciuta e dell’inclinazione all’entusiastico assoggettamento del suo movimento. Promettendo di tornare entro fine anno  per discutere con le “parti sociali” delle questioni infrastrutturali presenti nel Patto per lo sviluppo, sottoscritto dal presidente Enrico Rossi con i sindacati e le categorie economiche della regione, ha garantito investimenti miliardari per l’Alta velocità, da quelli necessari per imprimere un’accelerazione alla Tav Torino-Lione fino alla ripartenza dell’Alta velocità tra Brescia e Padova e alla festosa conclusione del sottoattraversamento ferroviario in città,  insieme al completamento del corridoio tirrenico, della Grosseto-Siena, alla realizzazione delle estensioni della tramvia fiorentina e allo sviluppo del sistema delle ciclabili.

E infatti si legge che la ministra si è detta impressionata nel vedere con i propri occhi quanto già sia stato fatto, affacciata sull’intero primo piano della stazione sotterranea dell’alta velocità già costruito, dichiarando che “questa non è solo un’opera in stato avanzato, ma molto avanzato“. E “le opere in stato avanzato vanno avanti…. A questo fine, stiamo lavorando insieme ai 5Stelle per definire le nuove opere perché la cura del ferro per la salvaguardia dell’ambiente e la mobilità delle persone è una delle priorità del governo“. Ecco, già i 5stelle avevano dimostrato di non saper dire no a un alleato che ai creduloni pareva proprio il peggiore, per via di modi inurbani, di sbruffonate incresciose, di istinti animali lasciati liberi di esprimersi. Invece nel nuovo sodalizio così ben visto da chi preferisce il politically correct al buon governo  ha la meglio un’indole molto umana, quella dell’avidità, della dissipazione, dell’accumulazione distruttiva che nella giungla non hanno dimora.

E dato che le opere sono avanzate, come con il Mose, la metro romana, la Torino-Lione, non si può né si deve tornare indietro anche se quello dei cantieri fiorentini della Tav è un “problema tutto italiano, tipico del nostro Paese e del nostro sistema di appalti pubblici. Un caso emblematico che non ci fa onore” a detta perfino di Cantone quando era in forza all’Anac, quando volle ripercorrere  i guai del grande appalto   vinto dalle cooperative rosse, con una programmazione “come al solito carente“, un aumento contrattuale molto elevato che ha comportato “enormi ritardi”, un contenzioso “rilevante, con 300 milioni di riserve, ancora non riconosciuto ma comunque pesantissimo” e, non ultima, la “difficoltà ad interfacciarsi con i cittadini” con le istituzioni locali, in primis Comune e Regione che sulla trasparenza continuano a fare orecchi da mercante. O anche un concentrato di illegalità, come diagnosticò  la Procura di Firenze, sequestrando i cantieri e procedendo all’arresto  dell’ex presidente di Italferr Maria Rita Lorenzetti, già presidente della Regione Umbria in quota Partito Democratico insieme ad altri con accuse che vanno dall’associazione a delinquere alla corruzione, dalla frode, al falso e truffa in accordo con i clan casalesi interessati dallo smaltimento dei rifiuti.

Ma c’è anche un altro aspetto “morale” che riguarda la vocazione dell’opera costosa per i bilanci pubblici, dannosa per l’ambiente e la qualità di Firenze città d’arte (il tracciato sfiora e passa sotto la fortezza Basso) ma soprattutto inutile, se si pensa che addirittura l’Università di Firenze ha prodotto un approfondito studio che dimostra come un passante di superficie, e non sotterraneo, consenta all’Alta velocità di attraversare la città spendendo un quarto e rafforzando il trasporto pendolare.

Perché allora si è compiuta questa scelta se non per confermare il destino di una città dalla quale vengono espulsi i cittadini ( dagli anni ’90, i residenti di cittadinanza italiana sono stati progressivamente sostituiti da cittadini stranieri, e non quelli a basso reddito, molesti e dunque irricevibili per il che alle rimostranze dell’Unesco in merito rispose proibendo il kebab e i le merci dei vu cumpra’, no, si tratta di ospiti esteri e city users – “fruitori” o “utenti” – poco interessati a investire nell’abitare di lungo periodo in città che hanno cambiato il volto della città insieme alle multinazionali del turismo, alle grandi firme, alle imprese immobiliari alle prese con la conversione del tessuto abitativo in albergo diffuso o in terziari, tutti senza “voto” ma con potente facoltà lobbistica, la popolazione ideale dunque per governare senza problemi.

Gli stessi cui è dedicata idealmente l’altra grande opera iniziata e che si deve concludere per forza, quell’ampliamento dell’aeroporto, che in occasione del pellegrinaggio ministeriale è stato pudicamente definito  “la questione della messa in sicurezza dell’infrastruttura”, per nasconderne la superfluità criminale sotto la parvenza della necessità di dotare la città di un’aerostazione sovradimensionata rispetto alle previsioni del traffico aereo, inquinante e che esercita una tremenda pressione sul territorio e incompatibile con altri insediamenti e attività, pensata per appagare gli appetiti di corrotti e corruttori o di chi vuole a tutti costi diventarlo.

Gli stessi in corsa per un’altra iniziativa altrettanto infame, lo stadio voluto da Della Valle e pagato da noi che la stampa alla presentazione del progetto descrisse come un monumento del Rinascimento,  un tempio sopraelevato “che ci permetterà di superare i limiti”,  davanti al quale “Tokyo in confronto sembrerà Sorgane, per via dell’aria molto sexy” di quell’arena, che richiederà la demolizione, la bonifica e lo smaltimento di milioni di metri cubi di costruzioni esistenti, l’acquisto dell’area di Unipol (a vedere il nome sappiamo che non sarà a prezzi stracciati), la costruzione del nuovo mercato all’ingrosso spostato dall’area prescelta. Quindi i turisti  che visiteranno la periferia nord ovest fiorentina e che secondo la stessa stampa avranno “lo stesso sguardo sognante che indossano (sic) quando passano su Ponte Vecchio”, si troveranno davanti quella che si chiamerà  la Cittadella Viola, con stadio, mega-outlet, uffici e attività varie, il nuovo Mercafir, il nuovo aeroporto, il Polo universitario, il costruendo inceneritore di Case Passerini, più le attività e i supermercati esistenti o di progetto, “ognuno di questi grande attrattore di traffico”, tutte funzioni gravanti sul principale ingresso dall’area metropolitana verso Firenze, quel nodo di Peretola già attualmente e sistematicamente congestionato.

A speriamo che non piova sul bagnato o peggio, che nevichi, con l’esperienza del grande consigliori della ministra bisognerebbe muovere la protezione civile per portare il tè caldo e le coperte ai forzati delle partite prigionieri della modernità.

 

 

 

 

 


L’ambientalismo dei devastatori

GettyImages-453935815-1Questo mese di agosto che finisce con il flebile neo governicchio  ha dovuto fare anche i conti con gli incendi in Amazzonia, in Siberia e in Africa, variamente causata da interessi specifici e locali  del capitale globale e in parte dalle condizioni climatiche provocate dalla sua azione sistemica. Ma negli ultimi giorni abbiamo potuto assistere anche in ambito domestico alle lacrime di coccodrillo dell’ambientalismo alla Greta da parte dei piddin rifatti e persino dei Cinque Stelle che mentre si arrendevano al sistema, cercavano, almeno su Rousseau, di ritagliarsi un ruolo ambientalista, anche per frenare le reazioni della base adirata per il pasticciaccio col Pd. Evidentemente rimane ancora oscuro il legame fra devastazione ambientale e sistema neo liberista di cui l’Europa è espressione , che non è solo occasionale e pragmatico, cioè dovuto all’iper produzione di cose inutili e tuttavia  assolutamente desiderabili dai miliardi di persone trasformate in nient’altro che consumatori compulsivi, ma è proprio nella struttura teorica del neoliberismo, nel quale la natura non è più un bene comune e condiviso, ma una merce legata a valori di mercato e di business. Se il mercato dice che rende di più distruggere la foresta per produrre biocarburanti, allora si appicca l’incendio che poi a causa delle condizioni climatiche rischia di divampare su aree più grandi di quel che si prevedeva.

E’  del tutto chiaro che  non esiste alcuna possibilità di conciliare la crescita così come essa è intesa oggi, cioè mero aumento di  produzione di merci e servizi a fine di profitto privato e la protezione dell’ambiente. Sono due cose antitetiche che vanamente vengono spacciate, specie dall’Europa dell’oligarchia, come entrambe possibili: le campagne ambientali lanciate dall’altro con regie mediatiche sono funzionali solo a sostituzioni tecnologiche ormai necessarie a tenere vivo un mercato ormai saturo. I risultati vantati negli ultimi due decenni da questi ambientalisti istituzionali e globali sono esclusivamente dovuti al fatto che una grande parte di produzione è stata delocalizzata in Asia, trasferendo altrove le emissioni. Ma questo altrove è disgraziatamente sullo stesso pianeta e dunque coinvolge tutti. In Italia poi si vive una situane dove l’ipocrisia , la corruzione e l’opacità sono al massimo perché la politica delle grandi opere non è nemmeno orientata sulle necessità infrastrutturali e produttive reali, ma è orientata al semplice profitto di quelle imprese private che hanno sostituito i grandi gruppi pubblici come donatori della politica: così ci si permette di buttare miliardi per rafforzare linee commerciali sempre meno utilizzate per la semplice geopolitica dei commerci, oppure come nel caso di Venezia, si scelgono non le soluzioni più razionali, ma quelle più costose e che garantiscono di poter creare veri e propri feudi di opacità e a volte di vero e proprio malaffare: il Mose di Venezia è l’esempio più fulgido e completo di grande opera rivelatasi inutile e realizzata per giunta in maniera così superficiale e così lontana dalle specifiche da cadere a pezzi ancor prima di essere finita.

Gli unici a trarne vantaggio sono coloro che le costruiscono o gestiscono i grandi appuntamenti come l’expò e come le prossime olimpiadi invernali: nonostante tutte le statistiche internazionali condannino queste esibizioni ad essere una perdita per il soldi pubblici oltre che a lasciare i loro cimiteri di cemento a eterno monito, si cerca disperatamente di elemosinarle ( ma con spese non differenti) quando poi si sa benissimo che a beneficiarne saranno i cementieri e un piccolo strato di operatori economici locali che tra l’altro non faranno rientrare all’erario che una piccola parte degli affari reali. E badate è comunque sempre lo stato che paga o che garantisce anche quando viene messa in piedi la piccola farsa neoliberista del project financing: ben che vada i privati prendono i soldi dalla Cassa depositi e prestiti che è pur sempre una società dello stato e il cui debito finisce nel calcolo di quello pubblico.

Al di la si ogni altra considerazione tutto questo finisce col compromette l’ambiente e per immettere gigantesche quantità di Co2 e molti altri gas serra e sostanze che inquinano le acque. diversi studi per esempio ci dicono che la Tav con il suo enorme e inutile tunnel produrrà molta più Co2 di quanta ne farà risparmiare secondo i calcoli più ottimistici che sono poi anche calcoli fasulli. Ma come per killer seriali la recidività è altissima: pensiamo solo alla sforzo dell’Appendino  per far tenere le invernali di nuovo a Torino, nonostante il fatto che proprio questa manifestazione abbia fatto della città della Mole la più indebitata d’Italia e probabilmente di Europa. Oddio la cosa avrebbe avuto comunque un senso perché avrebbe permesso di riutilizzare strutture ormai abbandonate, senza doverle costruire ex novo: ma non è questo che si aspettano gli ambientalisti a parole di casa nostra come di tutto il mondo. Loro vogliono crescita per sé e disastri per tutti gli altri.


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