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L’elemosina dopo il furto

fra Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una multinazionale operante nel settore della produzione e lavorazione dell’acciaio se la dà a gambe dal sito che ha acquisito a prezzo stracciato, restituendo alla gestione commissariale con cui ha negoziato   l’acquisto, anche la proprietà dei lavoratori che ha  licenziato e poi riassunto in modo da imporre nuovi contratti capestro e da licenziarne un buon numero nelle maglie della trattativa opaca condotta col governo locale, pavido e assoggettato, che non ha voluto assumersi la responsabilità di nazionalizzare l’impresa.

C’è da giurare che i becchini del colosso che si chiama Arcelor Mittal, siano pronti a fare lo stesso quando metteranno le mani sulla Essar Steel India, decotta e in bancarotta, per assicurarsi una posizione strategica in quell’area, in vista dei poderosi investimenti governativi nel settore delle infrastrutture. Se le cose non andranno come vogliono, se operai ancora più tiranneggiati e ricattati di quelli del precedente investimento non saranno disposti a barattare la vita con il salario, se i competitor locali  sapranno spuntare appalti e concessioni più favorevoli da paesi sorprendentemente meno  docili e malleabili di altri che avevano dimostrato la loro appartenenza a una civiltà superiore colonizzandoli per secoli, è probabile che anche in quel caso non tanto ipotetico il colosso metallurgico provvederà a caricare sui lavoratori degli oneri materiali e morali del rischio di impresa.

È uno dei frutti avvelenati della supremazia del profitto imposta anche sul piano “culturale”, grazie al rafforzamento del mito dell’efficienza, della produttività e dei benefici per la collettività che solo la  proprietà e la gestione privatistica dell’economia saprebbero assicurare, tanto che il declino e le svendite dei beni comuni sono state preparate per accreditare questa convinzione abbassando sempre di più la qualità dei servizi e innalzando i loro costi, in modo che la loro concessione a imprese private si accrediti come l’unica strada ragionevolmente precorribile.

Che poi, quando poi la verità viene a galla, quando le aziende diventano carrozzoni clientelari o alleanze mafiose per la realizzazione di interventi e grandi opere che dissanguano i bilanci statali senza offrire adeguate prestazioni, quando dimostrano che il business che porta più profitti è l’inefficienza, sono i ritardi o l’impiego di materiali scadenti, quando i nodi vengono al pettine  allora fanno come l’Arcelar Mittal, trasferendo il rischio di impresa sulla cittadinanza. Che lo sconta e lo paga sia in qualità di lavoratori dipendenti compresi quelli beneficati dal familismo, a meno che non si tratti di impunibili e impuniti manager e dirigenti, ma soprattutto in qualità di cittadini.

E c’è un concorso attivo di soggetti, le imprese, le banche finanziatrici, i governi, il cartello criminale europeo che per avvilire ancora di più e ridurre la sovranità, condanna gli interventi statali come fossero indebiti aiuti a entità parassitarie, che indirizza investimenti e risorse per sostenere le cupole finanziarie o le aziende non più produttive convertite in azionariati seduti al tavolo verde del casinò in  indolente e accidiosa attesa di godersi le rendite  di bolle e   fondi compresi quelli imposti ai lavoratori  secondo il nuovo uso che permette di sfruttarli due volte come lavoratori e come clienti e assicurati.

E dire che i soldi per l’Ilva o per Venezia o per il ponte di Genova o per i terremotati ci sono eccome anche senza andare a toccare l’intoccabile sistema della fiscalità, anche senza attuare il meccanismo redistributivo più intoccabile ancora garantendo   servizi e assistenza alle fasce meno abbienti della popolazione attraverso il prelievo di risorse nei confronti dei soggetti più facoltosi, perfino senza liberarsi ex abrupto – pare sia impossibile – dei vincoli  europei da Maastricht al Fiscal compact.

Basterebbe stornare risorse da interventi inutili e dannosi, da opere di risanamento a posteriori per investirle in  manutenzione, basterebbe rovesciare il tavolo di chi chiede risarcimenti per le sue malefatte, esigendoli invece, basterebbe chiudere la borsa e non onorare più i debiti contratti 70 anni fa e ingiustificatamente con la Nato, basterebbe non salvare banche assassine, chiamando in funzione di presenza salvifica il loro protettore dall’estero, ora in attesa di nuovo incarico. Che non accada non è certo casuale: i vincoli, l’impossibilità a riprendersi competenze e poteri ceduti, l’assoggettamento al “realismo” che si misura nel trincerarsi dietro la minaccia di sanzioni e risarcimenti onerosi, in realtà molto meno gravosi nel medio e lungo periodo della diabolica perseveranza nel realizzare interventi sbagliati, è un alibi diventato sistema di governo.

Così la strada più facile è sostituire il governo con l’elemosina, la solidarietà à con la carità, la redistribuzione con le mancette. In nome della dichiarata impotenza, a fronte della dissipazione di circa 8 miliardi, della trasformazione di una città in area cimiteriale, anche grazie a un turismo che accorre festoso a fare atto di presenza durante catastrofi e calamità, convertite in folclore e che si compiace della speranza di essere gli ultimi a godersi lo spettacolo prima dell’affondamento di Atlantide, si avvia la pesca di beneficenza, la raccolta fondi, l’appello ai prodighi sms.

Uno dei più attivi nel promuovere sottoscrizioni è il ministro Franceschini: “il mondo, ha dichiarato, deve sapere l’entità del disastro. Serve un impegno enorme dello Stato e di tutti i cittadini”. Intendendo i cittadini del pianeta. Chiamati a riparare i danni, a contribuire, a collaborare, a mettere pezze e cerotti dove quelli come lui hanno prodotto ferite e morte. Perché ci sarebbe da chiedere al contrito ministro appartenente alla cerchia degli eterni sorpresi dagli accadimenti, tutti annoverabili a fenomeni naturali e imprevedibili, come mai avendo coperto il delicato incarico sulla prestigiosa poltrona sulla quale siede oggi, nei governi Letta, Renzi e Gentiloni, non abbia avuto contezza e conoscenza dei problemi della città unica al mondo e patrimonio universale,   impegnato in festosa sintonia con il sindaco, oggi commissario straordinario,  a promuove e incentivare il turismo,  in controtendenza con altri tesori mondiali che guardano a Venezia come a un modello da non ripetere, come infausto laboratorio di oltraggio e consumo dissipato.

Sarebbe da chiedergli in veste di promotore della riforma del ministero dei Beni Culturali, e di profeta di quella religione che officia i riti del mercato, sacrificando arte, bellezza e monumenti da cui estrarre  soldi come fossero giacimenti, quali criteri e requisiti sovrintendono alla loro gestione, salvo una dichiarata preferenza per un personale esperto di marketing e vendite, che investimenti svengono mobilitati per la manutenzione ordinaria dei beni comuni, quali strumenti di controllo vengono esercitati su biblioteche, musei, pinacoteche, conservatori, se può succedere che vengano esposti a rischi prevedibile e irreversibili, come appunto è accaduto per la Querini Stampalia, per il Conservatorio Benedetto Marcello, i cui tesori sono stati travolti dall’acqua. Tesori di serie B si direbbe, rispetto a quelli di serie A, i luoghi di culto già oggetto di risarcimenti a nostro carico, per via della loro attrattività turistica e della cura sempre riservata all’ospite non pagante ma influente di là dal Tevere, il più esperto in materia di elemosine, purché si tratti di riceverle, e di doveri ma solo quelli da rispettare col padreterno,  e non di quelli in capo ai cittadini di uno stato democratico.

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Mose, pentitismo e perseveranza

acqua-alta-venezia-VTVE Anna Lombroso per il Simplicissimus

Stamattina alle sei e trenta le lugubri sirene hanno avvisato che l’acqua sarebbe salita a 150 cm. sul livello del mare e verso le 8 il dato è stato aggiornato a 160. I supermercati sono vuoti, non si trova il latte, la marea ha invaso l’ospedale e minaccia le centraline elettriche del pianoterra, mettendo in funzione i dispositivi anti incendio che fanno scendere i fiotti d’acqua anche nei reparti, non c’è il pane, ma nemmeno la  voglia di dare vita alle battaglie per ottenerlo.

Perché pare che il sentimento comune tra i nobili e i plebei sia l’impotenza.

Se ne è fatto interprete l’ex sindaco Cacciari molto propagandato in rete con la sua pretesa di innocenza: sarebbe stato sempre contrario al Mose – ma non alla cupola mafiosa che si era organizzata intorno a quel “pretesto”, conoscendo le sue intrinsechezze con le cerchie imprenditoriali e padronali esemplarmente incarnate dalla dinastia Benetton cui ha aperto le porte della città. Il suo dissenso deve averlo bofonchiato a mezza bocca in mezzo alla lussureggiante e intramontabile barba  nera, che non esiste documentazione di un suo disaccordo espresso nelle sedi ufficiali in veste di sindaco o di autorevolissimo membro del Comitatone per la salvaguardia di Venezia, mentre i veneziani ricordano bene i suoi vigili urbani sguinzagliati per reprimere e sgominare la banda dei sostenitori delle soluzioni alternative che montavano banchetti con materiali illustrativi, trattati come le missive degli anarco- insurrezionalisti.

Ma, lascia intendere che oltre  a inviare alla Presidenza del Consiglio nel 2006 uno scarno inventario di soluzioni alternative sotto forma di raccomandazioni, a lavori iniziati tre anni prima, non era possibile contrastare quel progetto sbagliato, inutile, dannoso per l’ambiente, i bilanci pubblici  e la legalità, nemmeno dalla tribuna più influente  e prestigiosa, considerazione che in un paese normale sarebbe valsa le immediate dimissioni.

Il fatto è che il sistema economico parassitario e speculativo è ormai inteso alla stregua di un fenomeno che segue le leggi di natura, incontrastabile e irresistibile, proprio quando i fenomeni naturali non lo sono più e diventano opportunità per contrastarli paradossalmente con le stesse armi che ne hanno promosso la degenerazione  in calamità, misure di emergenza, leggi eccezionali e autorità speciali con licenze infinite, a cominciare da quelle dalle regole, colate di cemento sotto le quali seppellire malaffare, veleni, equilibri delicati come quello della Laguna.

E infatti la giuliva ministra De Micheli non ha visto il momento del lutto collettivo per ribadire con virile fermezza che la guerra all’acqua alta la si vincerà mettendo in funzione, contro ogni ragionevole previsione, entro il 2021, rinforzando magicamente le paratie confezionate con materiali scadenti, ripulendo per incantesimo le cerniere da ruggine e allevamenti spontanei di cozze, e coì via. Certo la salvezza della città costerà ma vale la pena aggiungere qualche centinaio di milioni ai 6 miliardi e oltre di costo del mostro e alle spese di ordinaria manutenzione straordinarie fin dalla prima pietra, anche per dare un po’ di respiro alle cordate imprenditoriali che tanto hanno contribuito alla tenuta in vita di un ceto misto tra politici, amministratori, controllori e che sono costrette a cercare nuove fonti di guadagno  nell’outlet di Mafia Serenissima, reparto Grandi Navi.

Sul perché a sua tempo si scelse il Mose, sull’onda, vale la pena di ricordarlo, della mobilitazione mondiale dopo l’alluvione del ’66 – e infatti c’è da temere che lo stesso stato d’anima collettivo produca la riconferma dell’insano progetto – è stato scritto ossessivamente in questi anni su questo blog e ieri lo ha riassunto il Simplicissimus qui:  https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/14/venezia-non-si-distrugge-in-un-giorno/).

Non a caso quello che si è sempre proclamato l’inventore del Mose, l’ingegner Giuseppe Mazzacurati, ne è anche il padrone attraverso il Consorzio cui viene affidata la realizzazione del progetto e in generale delle opere di salvaguardia della città, in regime di concessione unica  grazie a un particolare meccanismo ideato nel 1984, con la seconda Legge Speciale, senza gare d’appalto, né concorrenza e nemmeno controlli, affidati al Magistrato da subito impotente a esercitare la necessaria vigilanza. È ancora Mazzacurati, diventato direttore con uno stipendio di 50 mila euro al mese. a fissare le quote di lavori spettanti a ogni impresa, i prezzi e le consulenze, la destinazione dei finanziamenti: si saprà in seguito  che  buona parte di quel denaro veniva accantonato per costituire i fondi neri per oliare la macchina della corruzione. E si deve a lui un altro creativo accorgimento che consiste negli oneri del concessionario: per ogni lavoro grande e piccolo realizzato dalle imprese del Mose, al Consorzio spetta il 12 per cento, quindi su sei miliardi di costo la generosa percentuale ammonta a più di 700 milioni di euro.

Anche sulla  ineluttabilità dell’opera abbiamo scritto, perché si tratta di un emblema della cattiva informazione entusiasticamente posseduta, oltre che da quella forma di corruzione indiretta che caratterizza giornali le cui proprietà parlano di affari e interessi opachi lontano un miglio,  dal mito della modernità, della tecnologia e del progresso. Una stampa che in perfetta consonanza coi padroni di Venezia, gli stessi che a suo tempo volevano che ospitasse un’Expo, che si collegasse alla terraferma con una metropolitana, che arricchisse  il suo skyline con la torre di Cardin più alta del Campanile, a compimento di quella infernale distopia che aveva scommesso futuro industriale di Venezia,   ha da subito promosso le paratie mobili come unica soluzione, condannando al pubblico dileggio qualsiasi ipotesi alternativa come prodotto insensato di visionari folli e inventori pazzi, magnificando la “bellezza” della struttura degna di un nuovo Leonardo, beandosi quando la Facoltà di Architettura mette in mostra  le ipotesi di ulteriore abbellimento a fare da camouflage inverecondo alle schifezze prodotte da incapacità, inadeguatezza e intrallazzi.

Così sulla questione è caduto, e cade perfino oggi, il silenzio su possibili su interventi “altri” che si potrebbero realizzare fin da subito evitando così il perseverare diabolico di aggiustamenti sempre più onerosi e di  azioni  il cui effetto peggiorerebbe i vari livelli di criticità dell’opera con ricadute negative sull’equilibrio lagunare, sulla portualità e sui bilanci pubblici a fronte di considerazioni scientifiche mai presenti nell’agenda delle autorità tecniche e politiche.

Invece proprio adesso è ancora possibile fare qualcosa che non consista nelle perversa coazione a ripetere del danno e della beffa,  sulla base di una modellistica matematica con  modelli bidimensionali a fondo fisso e mobile,  applicata all’idrodinamica ed alla morfodinamica lagunare il cui riferimento scientifico rimane la scuola idraulica padovana e in particolare il dipartimento di ingegneria idraulica, marittima, ambientale e geotecnica, cui si deve la più sensata e razionale ipotesi alternativa e con la quale si potrebbe conseguire  una riduzione permanente degli attuali scambi mare-laguna e permettere un migliore regime idraulico, contrastando tra l’altro la perdita sistematica di sedimenti attraverso le bocche, ultimo anello dei drammatici processi erosivi in atto che stanno devastando la “vita” della laguna.

Certamente interventi basati sull’installazione di strutture rimovibili stagionalmente e di  opere “leggere” con diversi gradi di restringimento non sono fatti per gli appetiti insaziabili dei signori del cemento, e non possono soddisfare nemmeno un governo che quando non va a braccetto con il padronato italiano e straniero, rivendica la sua incapacità, la sua ignavia e la sua impotenza, trincerandosi dietro fantomatiche sanzioni, multe esose e risarcimenti che sarebbero comunque inferiori al danno erariale di mantenere il patto col diavolo e con le meduse che hanno soffocato la città e i suoi abitanti, sempre meno, sempre più umiliati e offesi ma forse non ancora arresi.

 

 

 


Ti conosco, mascherina

maschere_italiane_fb.jpg Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri si poteva misurare la presa che ha sull’immaginario collettivo una interpretazione delle catastrofi da tempo non più “naturali” come nemesi che punisce popolazioni colpevoli antropologicamente e socialmente.

A vedere i commenti che circolavano in rete a proposito della morte di Venezia, lungamente preparata da un ceto dirigente locale, nazionale, europeo criminale e barbaro, mettendo sullo stesso banco degli imputati i superstiti residenti del centro storico e quelli costretti all’espatrio in terraferma, per favorire la conversione della città in distretto turistico nel quale Mestre e Marghera hanno al funzione di localizzazione di strutture e infrastrutture incaricate di favorire l’accesso e la breve permanenza nell’ex Serenissima, i veneziani pagherebbero il fio di dimostrarsi una società incivile che vota una classe politica corrotta, al servizio di una cupola mafiosa dedita alla tutela e promozione di interessi opachi, manco abitassero in una qualsiasi Mafia Capitale, che hanno dato e danno la preferenza a sindaci ignoranti, impreparati, incompetenti e che in passato l’hanno concessa a soggetti convolti in gravi scandali, manco fossero quelli che altrove hanno eletto il commissario di una grande opera che aveva richiesto l’intervento dell’autorità anticorruzione per i gravi sospetti poi confermati sulla trasparenza degli appalti, indagato e “perdonato”, non assolto,  per aver commesso alcuni abusi.

A motivare le pene comminate dalla forza del destino sotto forma di acqua alta eccezionale – che fa ipotizzare che gli alluvionati del Sarno subiscano l’accanimento della natura per la contiguità con la camorra  o per uno spiritaccio prepotente e trasgressivo, o che l’apocalisse di Genova del 2012 sia il contrappasso per l’indole proverbialmente oculata degli indigeni – è stato anche ricordato opportunamente che è da imputare ai veneziani, nell’ordine, un’arroganza ingiustificata che trarrebbe origine da un remoto passato glorioso di superpotenza, combinata paradossalmente con una indole al servilismo esemplarmente incarnata dalla maschera tradizionale di Arlecchino, pronto a assoggettarsi ai due o più padroni per qualche zecchino. E poi un talento mercantile e commerciale, anche quella retaggio lontano, oggi ridotto al miserabile approfittarsi e speculare sulla rendita di posizione, sulla bellezza unica e il patrimonio frutto di generazioni  audaci e creative, tanto da adattarsi alla conversione da navigatori, artisti, intellettuali, esploratori a tassisti imbroglioni, gondolieri stonati, affittacamere truffaldini, osti lestofanti, al servizio di una cosca affaristica e di dinastie sciagurate impegnate a svendere i gioielli di casa, a occupare il territorio per trasformarlo in albergo diffuso e emporio dozzinale.

Sarebbe da imputare agli immeritevoli eredi di uno  Stato che ha saputo governare per secoli le acque e i suoli, come un patrimonio su cui costruire una grandiosa potenza da gestire con saggezza e lungimiranza, la trascuratezza, l’incuria, lo stato di accidioso abbandono della città che è considerata un prodigioso tesoro e bene di tutto il mondo.

Per non parlare dell’appartenenza a una regione leghista che vanta il non invidiabile primato di 9 miliardi di tasse evase, ma che esige autonomia decisionale e di gestione sulla scuola e l’università, sull’assistenza e le politiche ambientali,  grazie alla “appropriazione” del  cosiddetto residuo fiscale, ovvero la differenza fra quanto i cittadini versano allo Stato centrale per il pagamento delle tasse e quanto ricevono come trasferimenti dallo stesso Stato centrale,  intesa come legittima rivendicazione di chi produce, lavora, spende e pretende, autorizzata quindi a gestirsi in proprio il portafoglio, che a ben vedere non ha utilizzato per contrastare la rovina irreversibile del suo capoluogo e fiore all’occhiello di fama mondiale leggendaria. A dimostrazione di ataviche responsabilità (ma è stata ricordata una certa attitudine all’alcol) che rende i veneti più riprovevoli dei lombardi, che hanno dato consenso a un governatore leghista noto oltre che per improbabili prestazioni musicali per essere promotore di vergognosi provvedimenti in materia di sicurezza, dello smantellamento del sistema sanitario pubblico, di noncuranza nei confronti delle problematiche ambientali, responsabilità condivisa dal sindaco della Gran Milàn, il capoluogo del consumo di suolo dove Lambro e Seveso rappresentano un rischio perenne e ancora priva di un sistema di depurazione.

Va a sapere se il doppiopesismo che ha segnato una fase di stallo dopo il risveglio temporaneo del “e allora il Pd”, promosso a amorevole alleato di governo, è tornato in auge per legittimare l’invidia campanilistica della provincia nei confronti di città dall’augusto passato, Roma o Venezia, va a sapere se dare addosso a chi vive una condizione di vulnerabilità riscatta il senso di superiorità di comunità altrettanto a rischio ma che ritengono a torto di essere immuni, va a sapere se la festosa rimozione dei propri atti e delle proprie responsabilità individuali e collettive produce automaticamente l’ammissione alla società civile,  abilitata a condannare a un tempo la classe politica viziosa e gli altri, quasi tutti, che non ne meritano l’appartenenza. Cominciano così le proposte una più imbecille dell’altra, dell’opportunità di selezionare l’elettorato, come se già ora non vigesse un sistema che ha penalizzato la libera espressione di voto, si incrementano così le differenze che si aggiungono alle disuguaglianze secondo criteri che scambiano le leggi di mercato in leggi di natura.

Altro che commissioni contro l’odio,  in modo da condannare preventivamente l’odio di classe. Qua serve una commissione contro i cretini e per autorizzare l’avversione per la classe degli asini.


Venezia non si distrugge in un giorno

5fa6c1fcda3f694f167acd435665e313-457x300L’acqua granda di questi giorni  che ha devastato Venezia non è stata fermata dal Mose per quattro ragioni: prima di tutto perché il sistema è incompleto e non collaudato visti gli enormi ritardi accumulatisi nella realizzazione ( e si sa che la perdita di tempo è denaro in questi casi), poi perché le strutture realizzate con materiali diversi e più economici rispetto alle specifiche, sono già arrugginite e fatiscenti,  infine perché le strutture stesse dell’inutile mostro hanno aggravato  il problema invece di risolverlo dal momento che hanno cambiato la dinamica dell’acqua, senza nemmeno prendere in considerazione il fatto che il loro enorme peso può aggravare la subsidenza del terreno. Dunque non si tratta di morte naturale di una città, ma del suo assassinio preterintenzionale da parte di un killer che potremo chiamare sistema delle grandi opere, nel quale il corto circuito affari – politica esce dall’occasionalità per diventare vera e propria cupola. In questo senso il Mose è un prototipo, un esempio di scuola, un fulgido esempio della corruzione legale i cui meccanismi non sono coperti da una cassa, ma sono completamente esposti, mostrando il loro girare. Le mazzette distribuite in giro  non sono che l’epifenomeno di un intero sistema basato in sé sulla degenerazione.

Cosa vuol dire cupola? Significa che le scelte non vengono compiute in vista di uno scopo, di un risultato utile alla comunità, ma in vista del maggior utile possibile per i soggetti che formano la cupola stessa. Cosa importa se il Mose non funziona o è al massimo il più costoso placebo nella storia di questo Paese, se esso costituisce la soluzione in grado di generare i maggiori profitti e, attraverso di essi, il dominio economico assoluto su un’intera area per un tempo indefinito? La cosa è evidente nella nascita e nella gestazione del Consorzio Venezia nuova che non è stato messo in piedi per costruire il Mose, ma che ha imposto il Mose come proprio obiettivo, al di là di ogni possibile soluzione alternativa, ovvero di quelle che ora vengono rispolverate nel momento in cui diventa chiaro che il sistema delle paratie mobili sottomarine si sta rivelando quanto meno insufficiente. Tutto comincia molti anni, fa, quasi 40, quando diventa ineludibile il problema della salvezza di Venezia: nel 1982 un gruppo di imprese tra cui Fiat – Impresit, Iri – Italstat, Mazi, Lodigiani, Maltauro e alcune cooperative, fondano il Consorzio Venezia Nuova, con alla testa Luigi Zanda che poi farà la carriera politica che sappiamo con l’intendimento di studiare e anche realizzare le opere necessarie. A poco tempo dalla fondazione il magistrato delle acque, – diretta emanazione del ministero dei lavori pubblici – gli affida i primi lavori per lo sbarramento fisso alla bocca di porto di Lido su progetto dello stesso Consorzio. Fin da allora la Corte dei Conti contesta questa scelta sia perché ” non esistono le condizioni per un affidamento di lavori a trattativa privata”, ma soprattutto perché in questo caso gli studi, le sperimentazioni e i controlli  vengono affidati a chi poi dovrà realizzare i lavori e non a un soggetto terzo che possa avere una qualche facoltà di controllo.  E sullo stesso concetto batte anche il ministro delle finanze di allora Bruno Visentini il quale non ritiene corretto che le scelte vengano prese da chi poi dovrà realizzare le opportune opere.

In realtà questo nodo essenziale non è mai stato affrontato, lo si è aggirato con la legge del 1984 con la creazione di una sorta di comitato di controllo, puramente teorico composto dal Presidente del consiglio, dai ministri interessati e dai rappresentanti della Regione del Veneto e degli enti locali territorialmente competenti sulla laguna, cui “è demandato l’indirizzo, il coordinamento, e il controllo”, ma che non è espressamente sancito debba preliminarmente definire il “piano unitario e globale degli interventi” sul quale aveva insistito il Pci. Dunque una specie di pezza puramente formale per nascondere il fatto evidente che il Consorzio proponeva le soluzioni che meglio corrispondevano alle esigenze delle aziende che ne facevano parte. E del resto sempre in queste legge speciale dell’84 si autorizza “il ministero dei Lavori pubblici a “procedere mediante ricorso a una concessione da accordarsi in forma unitaria a trattativa privata, anche in deroga alle disposizioni vigenti  a società, imprese di costruzione, anche cooperative , e loro consorzi, ritenute idonee dal punto di vista imprenditoriale e tecnico scientifico per studi, progettazioni , sperimentazioni  e opere volte all’equilibrio idrogeologico della laguna anche mediante interventi alle bocche di porto con sbarramento manovrabili … “

Insomma il mostro era stato creato ed è riuscito ad imporre il progetto Mose (vedi nota)  nonostante le evidenti difficoltà, falle, forzature concettualie  quando un comitato di esperti internazionali espresse forti dubbi sul progetto,  il Consorzio tirò fuori centinaia di milioni per far dire a esperti del Mit, del tutto ignari delle condizioni specifiche, che invece il progetto andava benissimo. Se gli italiani conoscessero il vero livello di questi docenti e di queste idolatrate università che vivono parassitando le competenze e l’intelligenza altrui, si guarderebbero bene da far loro il minimo credito, ma si sa che il padrone è sempre bello e intelligente e dunque anche questo ostacolo fu superato mentre via via sono state sbaragliate tutte le obiezioni riguardanti l’impatto ambientale fino al via libera definitivo dato da Berlusconi nel 2002 . Dunque siamo di fronte a un modello costruttivo – corruttivo che poi è stato usato, con gli adattamenti necessari alle specifiche situazioni, a tutte le successive grandi opere e grandi momenti la cui realizzazione nasce nel medesimo contesto. Certo queste aziende sono state così idonee da metterci 30 anni a costruire qualcosa che – contestabile in sé – è già in pezzi prima ancora di essere finito e che se anche dovesse mai funzionare richiederà non meno di 120 milioni all’anno di sola gestione ordinaria. Questo assorbendo tutte le risorse pubbliche per la manutenzione della città, la pulizia dei rii o magari il finanziamento di studi più approfondite soluzioni meno rabberciate. Anzi il marcio attira il marcio come è evidente nel via libera al letale passaggio delle grandi navi che devastano la laguna.  Vedete voi.

Ah dimenticavo che una caratteristica delle grandi opere e delle loro cupole è anche quella di essere, come dire, autofertilizzanti, ossia una volta iniziate non possono essere interrotte vuoi per fantomatiche spese di recesso, vuoi perché il complesso politico affaristico fa resistenza, vuoi perché “ormai si è speso tanto” che è inutile non spendere ancora. Ed è così che si uccide una città.

Nota Sistemi di sbarramento a paratie mobili sono utilizzati sia sul Tamigi che in Olanda, ma sono esterni non sottomarini e questo implica costi enormemente inferiori, sia nella costruzione che nella manutenzione, un’affidabilità imparagonabile e la capacità di reagire a un più ampio ventaglio di situazioni  Si dice che la soluzione sottomarina sia stata scelta per fattori paesaggistici, ma essendo le bocche di porto molto lontane dalla città e potendo anche trovare  soluzioni esteticamente non troppo invasive, si può arguire che la scelta sia stata dettata dalle convenienze di profitto presenti e future.

 


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