Annunci

Archivi tag: Venezia

Mose, canali, il malaffare va in crociera

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Questo è il bel paese dove ’l sì suona.. anche troppo, viene da dire. E se gli eroi risorgimentali vantavano come qualità della nazione che stava per nascere, la mitezza, adesso pare che quella virtù abbia sconfinato in una vergognosa arrendevolezza che ha trasformato quel benevolo  monosillabo  in un “sissignore signor padrone”. Vale per geografie ormai consegnate a varie tipologie di criminalità, quella mafiosa, quella speculativa, quella bancaria,  per città ormai occupate da corsari globali impegnati a espellere violentemente i cittadini  per sostituirli con valanghe di forzati del turismo  mordi e fuggi e con una scrematura – perfino meno redditizia – di pellegrini del lusso. Che arrivano con jet privati o yatch e stanno arroccati  negli hotel pluristellati e nei resort esclusivi, che schifano le grandi firme che hanno occupato immobili monumentali sottratti ai residenti,  trovando più conveniente e sicuro lo shopping a Dubai, Singapore, Hong Kong, dove non è necessario nemmeno sfiorare plebaglie malmostose di residui abitanti di posti, dove  il sissignore è accompagnato anche da un inchino simbolico,  che è doveroso tollerare come davanti al Giglio, a Positano, a Andorra  o a San Marco, per ricordare ai veneziani l’obbligo  di tornare a essere tutti arlecchini servitori.

“Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia”, dice Marco Polo al Kublai Kan. Oggi  diciamo qualcosa di Venezia ogni volta che descriviamo un oltraggio alla bellezza, alla storia, alla memoria e ai diritti di cittadinanza. Il fatto è che di soffiano sul collo avvoltoi  che dicono sissignore a nostro nome, promuovendo ingiurie e devastazioni in cambio di qualche voto di scambio, di qualche rolex, di qualche consulenza, dell’ammissione a qualche tavola imbandita o qualche vacanza comprensiva di extra, di quattro soldi, dei quali non sentiamo nemmeno il tintinnare, e  che provano un voluttuoso piacere nel prenderci per i fondelli.  Così da spacciare come successo della ragione e delle ragioni dell’ambiente e del patrimonio storico della città più speciale del mondo, una misura che rappresenta il minimo sindacale della tutela e della salvaguardia, oltre che dell’obbligo di rendere conto dei crimini perpetrati contro di essa agli occhi del mondo, oggetto di reprimende ben testimoniate dall’Unesco (più volte ne abbiamo scritto, anche quihttps://ilsimplicissimus2.com/2015/01/29/venezia-anche-lunesco-scappa/).

Così dopo  anni di riflessioni, tiraemolla, discussioni, ripensamenti (ne sono passati cinque dal decreto Clini-Passera che aveva imposto lo stop al transito nel centro storico di Venezia dei grattacieli del mare) il Comitatone interministeriale ha deciso di “fermare” lo spettacolo di San Marco offerto dalle navi superiori a 130mila tonnellate ai forzati delle crociere,     ripiegando sul passaggio per il meno glamour Canale dei Petroli verso il poco smart Porto Marghera.

Ormai non essere mai contenti deve diventare una virtù civica. Perché la decisione acchiapacitrulli, l’enfatico annuncio di voler allontanare il pericolo dal  nucleo sensibile della città puzzano come i fumi emessi dalle imbarcazioni multipiano, se tutte le navi oltre le 55 mila tonnellate dovranno andare a Porto Marghera, si, ma in una previsione di 3-4 anni –  il che significa che per quasi dieci anni dal decreto che le aveva dichiarate fuorilegge, il passaggio  non cesserà. Anche perché l’arrivo il aree “lontane” dal leggendario cuore di Venezia  potrà essere assicurato solo da lavori di scavo dei canali già esistenti, con attracchi a Porto Marghera per le navi da crociera più grandi (che oggi non entrano in Laguna) e con il passaggio per le altre navi da crociera (superiori alle 40.000 tonnellate di stazza) attraverso il canale Vittorio Emanuele quello dove fino agli anni Settanta passavano le petroliere, “adeguato” allo scopo di arrivare  in Marittima.

Tutti i ministri d’accordo, il sindaco esulta, tronfio per l’opportunità di rinviare al mittente le denunce dell’Unesco, felice il Magistrato e pure la Città Metropolitana che immaginano un’estensione di poteri di spesa, e figuriamoci come si rallegrerà il Consorzio, soggetto che in regime di esclusiva fa e disfa a Venezia secondo un’eterna e profittevole ammuina a norma di legge.

Tutti impegnati a perpetuare il maligno equivoco secondo il quale il turismo delle crociere porterebbe soldi alla città, smentito perfino dalle ricerche di Ca’ Foscari oltre che dall’osservazione empirica dei  residenti che vedono sfilare  cortei sempre più esigui di passeggeri che tornano in  fretta a bordo senza comprare nulla, tanto sono taglieggiati dagli extra da strozzini e che preferiscono di gran lunga i selfie sul ponte – quello della Costa non quello dei Sospiri, mentre osservano tracotanti il formicolare a terra dei pochi veneziani rimasti.

Resta in capo a noi l’obbligo di essere scontenti: la soluzione avrà effetti devastanti sull’equilibrio lagunare, penalizzerà la portualità commerciale e la vocazione industriale e manifatturiera di Porto Marghera, non scoraggerà i corsari che armeranno e faranno circolare ancora per anni i loro mostri inquinanti e pericolosi, non promuoverà occupazione, se non quella precaria e tristemente subalterna cui vogliono condannare gli italiani, a Venezia come nel Centro Italia scosso dal terremoto, a Firenze e elle altre città d’arte: tutti camerieri, inservienti, comparse del parco tematico dell’ex Bel Paese.

Non occorre andare a Ostia per capire che città e territori vengono impoverite di dignità, talento e vocazione, perché diventino permeabili all’attecchire del crimine, quello dei clan locali che combinano malavita e fascismo e quello di altre cupole, che fanno lo stesso, miscelano usura, speculazione ricatto, intimidazione, protetti da leggi che confezionano e applicano per il loro brand, che dirigono come armi nella guerra dichiarata contro di noi.

 

Annunci

Terrazza con vista sul popolo bue

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non vorrei essere nei panni dell’imprenditore Andrea Bartolozzi, cinquantanovenne imprenditore nel settore del vetro artistico e immobiliarista di Montelupo Fiorentino, il paese di Luca Lotti, ministro dello Sport e fedelissimo frequentatore della bocciofila Leopolda,  che a detta di quotidiani molto informati avrebbe affittato a un prezzo amichevole un prestigioso appartamento vista Ponte Vecchio e palazzo pitti a Matteo Renzi al quale lo lega un antico e collaudato sodalizio.

Non vorrei essere nei suoi panni: sarà anche vero come sospettano i maligni che la sua generosità nei confronti dell’augusto affittuario  sia frutto di uno scambio di favori, peraltro comprensibile visto il rapporto di fiducia e fraterna frequentazione tra i due. Sarà plausibile che a differenza di tanti ricercatori e assistenti universitari costretti a coabitazioni umilianti, l’ex premier possa finalmente permettersi una magione tanto pregevole malgrado possa contare solo sull’incarico di docente part time alla Stanford University e ai proventi del suo bestseller Avanti che ormai non lo sovvenziona più un altro compagno di merende, quel  Carrai che in passato aveva munificamente contribuito alle spese di casa della regale famigliola. E sarà così dimostrato che il problema della casa altro non è che una miserabile montatura  delle opposizioni per  conquistarsi il consenso populista di senza tetto e terremotati.

Ma non vorrei comunque  essere nei suoi panni quando  il locatario eccellente lascerà l’imponente dimora. Perché c’è da sospettare che la lasci sporca, trasandata, piena di pattume, svuotata di arredi, e schiacciata dal peso di gravosi abusi, sotto forma di verande e roof garden vista panorama urbano ai piedi dell’irriducibile reuccio.

Perché a lui, a questa élite miserabilmente provinciale piacciono i giardini pensili, le logge, i veroni, soprattutto in assenza di balconi dai quali arringare, a Firenze, dove l’ex sindaco difese con proterva determinazione una tracotante sopraelevazione  alberghiera su Piazza della Minerva, come a Venezia dove il sindaco e generoso pronubo del progetto delle Generali di costruire sopra le Procuratie vecchie – le abitazioni dei procuratori di San Marco che risalgono al Cinquecento – una nuova grande terrazza panoramica. Che segue di poco il precedente della terrazza del  centro commerciale svenduto ai Benetton e  realizzata   utilizzando una parte del tetto dell’antico manufatto dietro le merlature cinquecentesche del Fontego e corredata  di luci sfavillanti da balera e disposizione di selfie globali e definita giustamente da Settis  “una mega-nave piombata nel cuore di Venezia”.

È solo l’ultimo atto di un processo giustamente definito di  “colonizzazione” di Piazza San Marco da parte della potenza finanziaria delle Assicurazioni Generali che iniziata con la vicenda del “restauro” dei Giardini reali,  promosso in partnership con assicurazioni Generali, dalla Venice gardens foundation, organizzazione autoreferenziale che si arroga la competenza e la facoltà di occuparsi del restauro dei giardini, dal costo previsto di tre milioni e ottocentomila euro, in cambio della concessione a gestirli per diciannove anni, iniziativa munifica che aveva deliziato  l’allora sopraintendente Renata Codello che l’aveva definita «Quasi un regalo di Natale per la città» ma che malgrado il propagandato esborso da parte di Generali di una prima tranche di finanziamenti non è nemmeno agli esordi.. e fortunatamente viene da dire. D’altra parte l’occupazione militare delle Generali è stata ampiamente legittimata dalla non sorprendente chiusura del contenzioso tra comune  e compagnia assicurativa    con l’ancora meno imprevista  accettazione di tutte le pretese circa le destinazioni d‘uso delle Procuratie Vecchie – la costruzione di cui la società è proprietaria e che con i suoi centocinquantadue metri di lunghezza delimita l‘intero lato nord di Piazza San Marco – inclusa la possibilità di realizzarvi residenze e non meglio identificate foresterie.

Il fatto è che a tutti i livelli territoriali e amministrativi si è coronato quel disegno e perverso iniziato da Ronchey, perseguito, a anticipare la definitiva dissoluzione e alienazione bipartisan del nostro patrimonio artistico e culturale, che da qualche tempo viene indicato sbrigativamente come “turistico”,  da Paolucci, Urbani, Tremonti, Veltroni, quello di consegnare i beni comuni ai privati, confondendo artatamente le funzioni di gestione di servizi collaterali, con la tutela, la partecipazione finanziaria a restauri un tempo denominata mecenatismo, con la  salvaguardia e i suoi criteri e requisiti.

Si, piacciono le terrazze e i veroni e i roof garden,  a chi vuole conservarsi la prerogativa di guardarci dall’alto mentre ci affanniamo come formiche o come cavie che si affaccendano instancabili nelle loro gabbiette per pagare mutui e balzelli che dovrebbero essere destinati alla conservazione e al godimento delle nostre bellezze mentre invece tra un martini e un salatino vengono impiegate per il salvataggio di banche criminali, per l’assistenza a imprese delittuose, per realizzare megalomani costruzioni a beneficio di cordate corruttive.

Possiamo immaginare come lascerebbero i loro appartamenti a fine locazione: basta guardare come hanno ridotto due Camere, come hanno conciato un paese, come si presenterà ai nostri occhi quando e se un giorno staremo a sferruzzare in una piazza della ritrovata concordia davanti allo spettacolo della loro detronizzazione, perché, sostituiti da altri servi più zelanti e ancora più compiacenti, anche loro sono in pericolo di sfratti. Ma questo non ci consoli e non ci esima dal ribellarci.

 


Italia Ikea

  1. Anna Lombroso per il Simplicissimus

Molti anni fa un piccolo gruppo di miei amici, invece di scegliere mete esotiche, prese in affitto una vecchia casa all’Isola delle Vignole, incantato da quel “romitaggio lagunare , da quel paesaggio rurale in mezzo a un tratto di mare quieto come un lago, dove le verdure a cominciare dalle castraure – quei piccoli carciofi amari dal cuore dolce, pare siano più sapide a gustose per via di un segreto di quei marinai e contadini del luogo:  mettere un po’ sabbia intrisa di acqua marina nei solchi,  una memoria forse di quando gli antichi abitanti sfuggiti alle orde barbariche si rifugiavano in abitazioni come nidi di uccelli acquatici e rubavano un po’ di terra all’Adriatico per coltivarla.

Ci si arrivava alle Vignole e a Sant’Erasmo e a Torcello e a Mazorbo – e ne ricordo il placido suono del motore: popopo, con la grande motonave dotata di un ponte con larghi sedili,  una coperta per avere riparo d’inverno e perfino un piccolo bar che proponeva un caffè mefitico, ma dava l’impressione di dirigersi in chissà che colonie, in chissà che luoghi lontani e forestieri.

Era davvero bellissimo arrivare là, magari al tramonto, sedersi a godere  il silenzio, il film sempre nuovo del sole che affondava in acqua,  la sorpresa inattesa di sapere ancora rallegrarsi della contemplazione. Peccato che dopo una cena e una notte di chiacchiere a guardar le stelle, dovemmo andare al pronto soccorso, per via dell’accanimento vorace di sciami di mussati, micidiali zanzare assatanate che ci misero in fuga  malgrado ci fossimo irrorati di autan e insetticidi, micidiali per noi, ma non per loro.

Per quello in questi giorni una notizia (la pubblicazione del bando d’asta delle proprietà del demanio militare) ha suscitato in me un istinto maligno e vendicativo: la speranza che l’ignavo Brugnaro e i suoi predecessori, non certo molto migliori di lui, non abbia provveduto a contrastare il fenomeno, con efficaci campagne di disinfestazione e che quegli sciami si siano rinnovati in gran numero, pronti a pungere la clientela di èlite che dovrebbe animare quell’eremo recondito e appartato, grazie alla realizzazione di un resort esclusivo.

Perché se c’è una cosa che veneziani, fiorentini, capresi, e tanti tanti altri hanno appreso, è che quel turismo delle catene di alberghi esclusivi, dei villaggi di sceicchi per altri sceicchi, dei campo da golf magari vista templi, così come quell’altro, quello  dei torpedoni che vomitano pellegrini distratti e disfatti da soggiorni in canoniche convertite in hotel, delle grandi navi dalle quali i forzati delle crociere fotografano le formiche residenti, portano troppi pochi benefici rispetto a danni ormai incontrollabili e irreversibili.

Il fatto è che la perdita per i cittadini non è soltanto di beni materiali, non si limita alla compromissione di ambiente e paesaggio, al saccheggio di risorse, alla confisca e svendita di proprietà comuni. E e non si riduce solo all’usura del patrimonio artistico simboleggiata dall’impallidire di tinte di affreschi e dipinti e dall’erosione del frontone di Petra. Riguarda la spoliazione del bene comune “morale” e identitario, l’esproprio di ricchezze collettive che toccano la memoria e la storia, oltre che la “sovranità” sacrificata alla teocrazia del mercato o imposta  o per sedicenti necessità.

A officiare il rito satanico con l’offerta all’asta di una parte significativa dell’isola delle Vignole,  è un trio maledetto: la Pinotti che offre le aree un tempo occupate dai lagunari, “i nostri marines” come li definisce lei che si crede un berretto verde,  Franceschini, forse il peggior ministro che abbia afflitto i nostri giacimenti colturali e il nostro petrolio, come li chiama lui,  drogato dal mito della “valorizzazione, grazie al felice connubio di pubblico e privato”, da quel sistema  truffaldino di denominare così l’alienazione e la svendita, in atto nelle foreste tropicali  per dotare le case occidentali di  parquet ma pure  nella laguna. E infine il sindaco Brugnaro che esulta per la magnificenza del progetto che investirà una porzione  dell’isola, dell’idroscalo e di quel canale attorno al quale sono stati costruiti tutti gli edifici, alloggi, officine, padiglioni e cavana;  197 mila metri quadrati sulla laguna, trenta costruzioni e un canale navigabile di 800 metri di lunghezza e trenta di larghezza (l’idroscalo):  centro di addestramento militare fin dal 1884, base di partenza degli idrovolanti e di Gabriele D’Annunzio per molte delle sue imprese.

Il tutto con la rituale assistenza finanziaria offerta ai “promotori” dalla Cassa Depositi e Prestiti – quindi da noi – incoraggiata dalla prospettiva che una quota – molto abbiente – dei 30 milioni di turisti che invadono Venezia ogni anno, trovi accoglienza in un luogo sicuro, ben collegato e appartato rispetto a quel fiume di plebei molesti e agli ancora più indesiderabili superstiti residenti,  che potranno finalmente  esprimere la loro vocazione in veste di inservienti, camerieri, porta bagagli, lacchè.  E compresa del suo contributo all’azione di  “recupero e «restituzione » al territorio e alle comunità locali () sceicchi, tycoon, mafia russa, star del cinema? di un’area militare di interesse storico-culturale”.

C’è poco da stupirsi della proterva strafottenza che ispira queste iniziative e che gode anche di un trattatello per non dire di una bibbia: un agile volumetto che si intitola appunto “Resort Italia”, recando come sottotitolo Come diventare il villaggio turistico del mondo e uscire dalla crisi, e che predica l’inevitabile e desiderabile passaggio dal “museo deposito” al “modello Ikea”, per coltivare quella dimensione industriale del turismo e della cultura che finora abbiamo ignorato. Indicando come colpe collettive il «non aver fatto Disneyland a Bagnoli, non aver trasformato la Sardegna nei Caraibi d’Europa, non aver costruito sufficienti campi da golf in Sicilia».

So da tempo che la bellezza non ci salverà. E che noi non abbiamo saputo salvare la bellezza, nemmeno noi stessi e neppure la nostra dignità di individui e popolo.

Che direbbe oggi di noi Nietzsche che a proposito dei veneziani scriveva che possedevano “l’aristocratica autosufficienza, la virile disciplina e la certezza che la città ha sempre appartenuto a loro e che è fatta per mostrare a loro il suo meglio”… tanto che “un povero gondoliere è preferibile a un consigliere di Stato di Berlino ed è un uomo migliore”

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: