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Venezia. Gabelle medievali, svendite moderne

Carnevale Cannaregio Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il Consiglio comunale di Venezia ha approvato nei giorni scorsi il Regolamento di applicazione del “contributo di accesso” al centro storico, la cosiddetta tassa di sbarco introdotta per la città lagunare dall’ultima legge di bilancio. Sono previste ben 22 tipologie di esenzione dal tributo: da quella per i nativi che abitano altrove a quella per tifosi, curve e hooligans compresi, in trasferta a Venezia per seguire gli eventi sportivi. Il  sindaco Luigi Brugnaro esprime compiacimento: «È un regolamento unico al mondo ed è la prima volta che qualcuno osa fare qualcosa di così impattante rispetto all’utilizzo di una città”.

Fatta la legge trovato l’inganno, recitava il vecchio proverbio. E adesso possiamo contare su Floris che alle istruzioni per aggirare le regole e gabbare lo stato sul reddito di cittadinanza, erudisca torme di garrule monache, scolaresche di adolescenti che trascinano i piedi sui masegni, galli in canottiera traforata e brachette, sassoni sudati che emanano afrori endogeni misti a filtri solari, pantere grigie col parroco in testa, bagnanti che giungono da Jesolo in pareo e calzoncini, trattati come numeri dalle agenzie, uniformati da berrettini (non a caso al terminologia che li riguarda è in gran parte militare: invasione, avanguardie, colonne prese d’assalto, concentramenti), e tutti parimenti adirati, su come evitare l’ingiusto obolo. Perché su questo hanno ragione, si tratta di un’imposizione ingiusta frutto dell’ideologia della disuguaglianza per censo, che sostituisce in questo caso una limitazione necessaria per stabilire e rispettare la capacità di carico della città, con una misura basata sulla capacità di spesa.

Quindi possiamo aspettarci che la creatività di tour operator, affittacamere, albergatori, osti e ciceroni si dimostri con espedienti immaginifici come è giusto avvenga in una città d’arte, in modo da aggirare le incresciose regole tramite autocertificazione di requisiti che potrebbero sconfinare nell’ambito dei diritti fondamentali e inalienabili: quello a presenziare a una gara agonistica su che fa la pipì più lontano in Canalazzo, o l’adesione a un safari di pantegane, quello a effettuare un sopralluogo, su mandato di influencer gastronomici, sul saor e l’efficacia nel tempo della suddetta forma di marinatura testata nel passato per conservare un alto prelato di Torcello la cui salma non poteva essere tumulata a Venezia  per via delle avverse condizioni meteorologiche, o anche la partecipazione a eventi a alto contenuto sociale, come il bacio collettivo qualche anno fa celebrato in Piazza, o anche  l’appartenenza con regolare esibizione dei requisiti e degli attestati a una qualche cerchia di meritevoli che un amico intelligente ha voluto giorni fa identificare in “amici di Costa Crociere”, o meglio aspirante speculatore edilizio a Marghera che il sindaco Brugnaro vuole promuovere a Serenissima 2 a vocazione turistica con tanto di frontline come Dubai e hotel come a Las Vegas e così via.

D’altra parte Venezia è abituata a leggi che non solo possono essere aggirate per motivi di interesse, per corrompere e ridurre tutto a merce, ma che proprio  nascono corrotte come nel caso del suo Mose, affidato a un’aberrazione giuridica.

Figuriamoci se si stupisce di un provvedimento che parte da un principio insano, per non dire suicida: per tutto il mondo andare a Venezia non deve essere un piacere ma un obbligo, un dovere morale e sociale per centomila crocieristi, centomila dipendenti della Toshiba, centomila scolari di college, centomila monache, centomila pensionati con centomila curati sollecitati a convergere tra le Mercerie e la Torre dell’Orologio, tra la Stazione e Campo Santi Apostoli. E’ diventato un impegno, un imperativo categorico che da oggi però, anche se si limita a un soggiorno breve, conquistato con mezzi di fortuna, un mordi e fuggi effimero, una tappa di crociera o una deviazione in vista della costa romagnola, grazie al pagamento di un modesto tributo si converte per  chi l’ha sborsato in diritto a calpestare i sacri mosaici con gli zoccoletti, a intavolare un picnic di cibi estratti dallo zaino all’ombra delle Procuratie,  abbandonando poi le bottigliette e i sacchetti in bella mostra, a tuffarsi dal Ponte di Rialto, a cavalcare i leoni dell’omonima Piazzetta, a trascinare trolley e perfino biciclette “su e zo per i ponti”, salvo magari quello di Calatrava dove sarebbe consigliabile non avventurarsi.

Eh sì perché la misura di commercializzazione della città sia pure a prezzi scontati già praticata con l’alienazione del patrimonio comune di palazzi, siti, immobili di pregio, permette a chi paga di acquisire un diritto di proprietà, o, più modestamente, di libero oltraggio. Anche perché l’ingresso in quello che la giunta veneziana ha dichiarato non più città, ma museo a cielo aperto realizzando la distopia imperiale che vuole l’Italia un grande parco tematico coi cittadini ridotti in servitù, camerieri, facchini, pony, baristi, tassisti, infine mica costa come un ingresso allo stadio, mica come una sera in discoteca, mica come un menu degustazione del locale della star di masterchef, ma molto meno, molto meno, così poco che non può essere interpretato come un dissuasivo disincentivo e non giustifica il provvedimento se non con motivazioni ideologiche. Quelle del pensiero debolissimo di un ceto dirigente consegnato al dio mercato che ha fatto della città, delle città, un prodotto da svendere, affittare, dissipare, svuotare di chi ci vive e lavora, per sostituirli con più desiderabili avventori e consumatori.

Ormai è fatta, non serve nemmeno ricordare che ben altro si sarebbe dovuto fare per difendere almeno la città se non i suoi residenti dall’affronto quotidiano (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/01/02/gabellieri-in-gondoleta/ ): controllo e razionalizzazione preventiva dei flussi, numero chiuso, certamente, ma soprattutto un nuovo pensare a Venezia come a una città e non come a un albergo diffuso, o peggio, a un “museo a cielo aperto”, e ai suoi residenti come a cittadini da rispettare e non da espellere, a meno che non si prestino a mansioni precarie e dequalificate. Ma questo significherebbe contrastare l’avidità irriducibile dei nuovi speculatori globali, l’egemonia delle rendite monopolistiche, il suolo urbano come terreno di estrazione, la città come brand da dissanguare. Significherebbe  abbattere  il nuovo “ordine urbano”, la  monocoltura turistica, che provoca l’espulsione e il pendolarismo di lavoratori e abitanti nel parco a tema, che induce la trasformazione del territorio, del paesaggio e dei monumenti da bene comune a merce.

Così  si deve fare i conti con una verità brutale e rimossa dalla nostra ammortizzata società: viaggi sempre più facili su aerei e navi sempre più grandi, su pullman multipiano, su treni sempre più lunghi e inutilmente veloci, su auto sempre più velenosamente efficienti mettono sempre più in circolazione masse di turisti “poveri” per i quali si possono moltiplicare i cestini con pizza e cocacola, le lattine di birra e gli hotdog, ma non Venezia, Taormina, Capri, Firenze, Pisa, luoghi unici e non replicabili neppure a Las Vegas destinati a diventare, pena la distruzione totale, destinazioni e privilegi per minoranze.

E se non è giusto che si voglia essere tutti nello stesso posto e nello stesso tempo, se non è giusto che luoghi eccezionali per essere goduti da tutti prevedano di non essere goduti da chi ci vive e ha contribuito nei secoli a farne il prodigio che sono, è altrettanto ingiusto che sia necessario via via impedire che in mezzo alla calca sudata e spesso ignorante e distratta, che si dà gomitate per farsi un selfie davanti al Ponte dei Sospiri, tra gli scimmieschi analfabeti e annoiati  che si trascinano stancamente in Fondamenta dei Vetrai per acquisire un animaletto made in Taiwan, qualcuno, un illuminato per caso, scopra la bellezza, venga fulminato dalla Madonna dell’Arancio, dai Mori che stanno a guardia dell’appartato campiello, che qualcuno, sia pure tirato su a spot, a scenari di cartapesta, a manga e percorsi virtuali,  senta come un alito, un sussurro, una luce di perfezione, non gretta, non commerciale, non cruda, una grazia insomma, la benedizione laica della bellezza.  In fondo è per loro che il Consiglio dei Dieci si sarebbe impegnato a trovare una soluzione, è per loro che, cogitabondi, hanno meditato di diritti e  morale, doveri e responsabilità collettive, Lutero, Kant,  Schopenhauer e Marx.

E cosa pretendevamo da Brugnaro?

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Venezia, Calle degli Sfratti

Veritas_5Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è poco da sperare quando le coscienze sono soddisfatte se a Sanremo fanno vincere un cantante di “origine” egiziana così si può continuare a dire che comunque sono troppi, che con i barconi arrivano anche tanti delinquenti,  che badanti e braccianti si sono montati la testa e ci fanno concorrenza sleale.

C’è poco da sperare se il sindacato insieme a qualche confindustriale illuminato contesta il governo per le misure sull’immigrazione, ma ha taciuto quando il Jobs Act ha esposto lavoratori italiani e stranieri al rischio accertato di fare parte dello stesso esercito di riserva sa postare secondo i comandi padronali, abbassando i livelli di protezione e garanzie di chi qui c’è nato e consolidando il ricatto incarnato da chi non è in condizione di difendersi e esigere il salario dovuto.  C’è poco da sperare se il palco di Piazza San Giovanni accantona la lotta contro la legge Fornero simbolo di quell’infame stato di obbligatorietà dello sfruttamento che depreda i lavoratori anche del salario accantonato fini pensionistici, ma ha sottoscritto con entusiasmo l’ipotesi di garantire la sopravvivenza dell’azienda-sindacato grazie al ‘welfare contrattuale’ un sistema che apre la strada alla trasformazione della rappresentanza e della negoziazione in attività di gestione di  fondi pensione, mutue integrative ed enti bilaterali, in sostituzione privatistica dello Stato sociale.

E c’è poco da sperare se a livello locale i sindaci vengono sottoposti a severo giudizio per l’albero di Natale sbilenco o perché i delinquenti di svariate appartenenze etniche rubano o sparano, quando si è accolto con gradimento l’ampliamento delle competenze in materia di ordine pubblico incrementando il loro ruolo di sceriffi in modo da custodire quel decoro minacciato da straccioni di tutti i colori, sicchè il problema della casa è regredito al livello di emergenza da risolvere con polizia in assetto di guerriglia o tagliando i servizi essenziali. Perché anche in questo caso repressione, sacco del territorio, emarginazione, sfruttamento delle risorse e privatizzazione del patrimonio pubblico e del bene comune si possono esercitare nel pieno rispetto della legge.

E infatti proprio in questi giorni si vedono proprio i primi effetti di provvedimenti regionali, adottati e in fieri, del Veneto  per la “riqualificazione urbana” e l’ edilizia residenziale pubblica  intesi non certo al miglioramento della qualità urbana, o al contenimento del consumo di suolo, ma esclusivamente al rilancio del mercato edilizio, aumentando  il peso delle aree già edificate da “rigenerare” con pingui premi di cubatura, permettendo  per edifici con qualsiasi destinazione d’uso, ampliamenti sino al 50% del volume o della superficie esistente e attribuendo a tutti gli operatori privati premialità e sgravi fiscali indipendentemente da ogni organico disegno di trasformazione urbana, depotenziando e di fatto rendendo aleatori e discrezionali gli strumenti della pianificazione comunale, incrementando  la disarmonia urbana e subordinando l’attività edilizia alle sole regole della rendita e della speculazione immobiliare che non risparmiano nemmeno i centri storici: fatti salvi gli edifici tutelati per gli altri  si può impunemente derogare da prescrizioni e regolamenti di piano.

Non c’è da stupirsi dunque della recentissima delibera della giunta comunale veneziana che per  «soddisfare le esigenze di residenza stabile dei nuclei familiari» avvia la selezione di progetti residenziali da realizzarsi sulla Terraferma del Comune di Venezia. In modo che «tutti i privati proprietari di aree non edificate, ricadenti all’interno del tessuto consolidato o ad esso adiacenti, anche se a destinazione agricola, possono presentare proposte per realizzazione di unità residenziali di modesta dimensione, fino ad un massimo di 800 mc.», in deroga alle disposizioni della pianificazione  urbanistica  con l’alibi che nella maggior parte dei casi la destinazione agricola non corrisponde ad un uso effettivo del fondo, spesso incolto o già parzialmente urbanizzato. Alibi, certo, perché le disposizioni non trovano giustificazione in una  analisi del fabbisogno e dopo la preliminare indagine sull’adeguatezza dei servizi e delle infrastrutture esistenti, senza alcuna garanzia della persistenza  dell’utilizzazione residenziale e in risposta a richieste inoltrate al comune da  privati cittadini.

Qualsiasi animale urbano a Venezia e non solo e non solo sa cosa possano significare misure di questo genere, sa che sono pensate per autorizzare cambi di destinazione d’uso, per creare un clima favorevole alla contrattazione tra amministrazione e privati nella quale i secondi sono avvantaggiati, per promuovere la cacciata dei residenti dai centri storici convertendoli in siti turistici, con la trasformazione del patrimonio abitativo in uffici, hotel e residence di lusso, in quelle vetrine dove è esposta in vendita merce tutta uguale a Venezia come a Dubai, il cui frontline si vorrebbe copiare a Marghera, a fare da scenario suggestivo in gara col campanile di San Marco.

Come se non bastasse, la legge regionale del novembre 2017 recante norme in materia di edilizia residenziale pubblica ha dato i suoi frutti ancora più avvelenati, riformulando le norme precedenti con l’intento rivendicato con forza di garantire “una maggiore equità sociale prevedendo l’accesso alle graduatorie per l’assegnazione di alloggi ERP sulla base di strumenti più rappresentativi della situazione economica dei soggetti (utilizzo dell’ISEE, disciplinato dal DPCM n. 159/2013, che consente un’analisi della situazione sia patrimoniale che reddituale).  E eccola la maggiore equità sociale: sono 1500 le famiglie che abitano nelle  case Ater l’organismo su scala provinciale singole province che svolge compiti di ottimizzazione e gestione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica, che rischiano di   restare senza casa per via dell’abbassamento previsto dalla legge dell’indicatore della situazione economica, l’Isee. Cui si aggiungono quelle con contratto 4+4 che a causa della crisi sono precipitate in fascia sociale e quindi non sono più in grado di pagare l’affitto. La legge ha pensato anche a loro intervenendo  “positivamente” sul tasso di rotazione dei beneficiari, “al fine di garantire un adeguato ricambio delle famiglie in stato di bisogno nel sistema regionale ERP attraverso la conversione dei contratti a tempo indeterminato in contratti di locazione a termine, rinnovabili solo nel caso di permanenza dei requisiti”, in previsione di inattese vincite alla lotteria, del generarsi di occupazione qualificata e ben retribuita, della realizzazione di nuovi alloggi a prezzi politici o anche dall’ottimismo delle statistiche che collocano tra gli occupati chi ha un lavoro precario per sei mesi.

Si parla poco di questo, per l’anatema lanciato dagli operatori dell’informazione mainstream contro il “movimentismo”, contro tutto quello che evoca il conflitto sociale, il “disturbo della quiete pubblica”, per ridurre l’opposizione all’appannata retorica umanitaria ben attenta a non intralciare il cammino del capitale globalizzato.  Nel 1945, qualcuno tempo fa l’ha ricordato, venne pubblicato un libriccino di Piero Bottoni, architetto, politico e accademico comunista dal titolo La casa a chi lavora  e che recava in copertina la dicitura: L’abitazione non più oggetto della speculazione individualistica, ma servizio della vita collettiva. L’abitazione, come l’alimentazione, diritto base dell’uomo sociale derivante dal dovere del lavoro. Erano i tempi della ricostruzione del Paese e della costruzione della democrazia e quei principi avrebbero dovuto contrastare la tendenza ereditata dal fascismo  della  negazione di un diritto «derivante dal dovere del lavoro».  Ricordiamolo a chi pensa che il fascismo sia risorto adesso e non sia una delle declinazioni di una belva avida e feroce che non è mai andata in letargo.


Gabellieri in gondoleta

sordiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Almeno una volta è capitato a qualsiasi veneziano che si sia trovato a passare per Piazzale Roma, di essere apostrofato da un turista automunito che gli chiedeva dove doveva girare con la macchina per arrivare a Piazza San Marco. È che i milioni di viaggiatori che prima o poi nella vita “devono” recarsi a Venezia, come un imperativo imprescindibile, come un diritto inalienabile di cittadinanza del mondo, ci arrivano perlopiù impreparati, sbigottiti e disorientati dalla sua unicità. E infatti a sera succede di incontrare lo stesso turista stremato che si riprende dallo spaesamento che la serenissima provoca e si compiace di essere tornato,  insieme a migliaia di altri galeotti dei pellegrinaggi,  nel suo habitat, seduto in mezzo alle auto al tavolino del bar del garage come Calindri nella pubblicità, rassicurato dalla colonna sonora dei clacson, dalla puzza dei gas, dal conforto del navigatore che gli indica la strada verso casa.

Da adesso lui, come gli altri arrivati da ogni dove con ogni vettore,  penserà di avere ancora più facoltà di girare come gli pare nella città, di recarle offesa, di invaderla esercitando il suo diritto di proprietà  su un patrimonio di tutti. Non c’è come l’imposizione di un balzello su un bene comune ad autorizzare quello che già in molti si sono premessi: un bel tuffo dal Ponte di Rialto, un picnic in Piazza San Marco, magari disegnando due cuoricini col pennarello sulle colonne, una passeggiata in bicicletta in Fondamenta degli Ormesini, una pipì in Bacino, perché così si intende una città a misura d’uomo in tempi nei quali è consentito riprendersi a pagamento lo status di animali.

Come all’Elba, come in Oman, come nelle Eolie, come nel centro di Londra i turisti che vogliono entrare a Venezia dovranno pagare un ticket d’ingresso, una somma tra i 2,5 euro e i 5 ( a seconda della stagione) che andrà a sostituire la tassa di soggiorno e che potrebbe addirittura arrivare fino a 10 euro in periodi di altissima stagione. E come accade già in altre località turistiche, il ticket consisterà in un sovrapprezzo del biglietto delle compagnie aeree, navali o di trasporto su terra e delle agenzie e saranno poi le stesse aziende a girarle al Comune, che, come ha proclamato esultando il sindaco, spenderà l’agognato gruzzolo a beneficio dei residenti, determinando un inevitabile effetto paradosso, quello di promuovere anziché disincentivare il flusso ininterrotto per fare cassa. E siccome non c’è profitto che sia equo, a essere penalizzati non saranno i “giornalieri”, le carovane dei forzati dell’immersione nella disneyland lagunare in procinto di affondare per cogliere l’attimo fatale, scesi dal pullman o dalle  navi da crociera (in quel caso smaniosi di tornare a bordo e stare sul ponte del settimo piano a guardare le formiche indigene), e che si trascinano nelle calli inseguendo l’ombrellino della guida, ben attenti a non consumare bibite e souvenir troppo esosi e a farsi i selfie a imperitura memoria. Per loro è certo che molto presto si troverà una soluzione come succede con gli abbonamenti per i vaporetti, a conferma di sconcertanti residenzialità garantite dal brand del turismo scappa e fuggi. Perché è chiaro che si tratta di una di quelle proposte raffazzonate pensate per soffiare un po’ di fumo negli occhi in vista della voluta impossibilità di effettuare controlli e che saranno invece sottoposti al pagamento obbligato del balzello quelli che a Venezia tutti i giorni ci vengono per lavoro, per studiare o insegnare, che  arrivano in bus, treno e che non sfuggiranno ai controlli così come avevano dovuto sottoporsi alle forche caudine dei ridicoli tornelli.

La gabella, la tassa di scopo o non, raramente ha un fine “pedagogico”, ancor meno dissuasivo da peccati e vizi, se attrezzature confessionali e culturali ne arricchiscono il consumo  con l’aggiunta ghiotta del peccato. Peggio ancora se chi paga non ha in cambio un beneficio concreto: non gira con l’auto per le calli, non ha un biglietto per il tour del Canalazzo, o per entrare ai Piombi e farsi un selfie con il fantasma di Casanova. E se già adesso si sente autorizzato a impilare i sacchetti delle sue scoasse in forma di piramidi in Piazzetta  dei Leoncini, uno  dei felini che ha avuto l’onore della cronaca per essere stato generosamente verniciato di rosso da creativi  studenti di Architettura e dell’Accademia di Belle Arti,  o di farli navigare come la bianca Ofelia per i rii, e se già ora si diverte a fracassare bottiglie in Strada Nuova pronto a una battaglia carnevalesca tra vandali come durante l’Oktoberfest, o si fa il bidè con l’acqua delle fontanelle, figuriamoci se adesso, che paga, spende e pretende, si farà qualche scrupolo.

D’altra parte perché mai dovrebbe se il primo cittadino, i governi che si sono succeduti sono all’avanguardia del cattivo esempio, se proprio loro e qualche veneziano sleale trattano la città come una merce in svendita da barattare e consumare. Se con questa misura la condannano a un destino di parco tematico, della caduta di una superpotenza del passato ridotta a fiera paesana, con i pochi abitanti superstiti impegnati in attività servili, espulsi, a volte volontariamente, dalle case per far posto a un albergo diffuso di palazzi e stamberghe, a botteghe con prodotti offerti dal supermercato globale, uguali qui come a Dubai, in attesa di collocare Venezia dentro un teatrino da sceicchi con tanto di grattacieli sullo skyline.

Addirittura si vantano di voler trasformare una città in museo, con doveroso biglietto di ingresso ma senza guardiania e senza residenti diventati presenze fastidiose a meno che non si prestino in costumi settecenteschi a molestare i passanti offrendo incresciosi concertini di Vivaldi rivisitato e Galluppi manomesso al sintetizzatore, in livrea di facchini preliminare  al riuso della portantina al posto del risciò, o in abito da  locandieri o osti a dispensare ombre e cicheti della grande distribuzione. Si vantano di investire sul turismo, un tallone di piombo  con un indice di pressione «pari a 10,34, molto superiore al 6,28 di Firenze e al 3,14 di Roma», che ha superato tutti i limiti di sopportabilità stabilito in 7,5 milioni all’anno come valore ottimale, in 12 milioni all’anno come massimo sostenibile, che invece ha oltrepassato i 28 milioni, nella morte della città dunque invece che sulla sua vita. Qualcuno ha parlato di simonia, riferendosi non soltanto  alle proposte di  caffetterie sulla terrazza absidale del duomo di Napoli, agli aperitivi sui ponteggi del restauro della facciata di San Petronio o del tè all’Opera, intesa come Opera del Duomo di Siena , ma a un proliferare di balzelli e ostacoli che fanno mercimonio del patrimonio storico e artistico del Paese impedendo accesso e godimento da parte dei cittadini italiani che lo mantengono con le loro tasse, per officiare i riti del dio turismo come “salvavita economico”, promuovendolo e incentivandolo e competendo per attrarre navi da crociera, nuove linee aeree, nuovi hotels, condannando città e nazioni a adattarsi a essere derrata da prendere e consumare.

E dire che in Italia è nata la cultura della conservazione e del recupero dei centri storici,  della loro qualità straordinaria che non consiste  solo nei «monumenti principali», ma nel complesso contesto stradale ed edilizio, nell’articolazione organica di strade, case, piazze, giardini, nella successione compatta di stili e gusti diversi, nella continuità dell’architettura «minore», che di ogni nucleo antico di città costituisce il tono, il tessuto necessario, l’elemento connettivo, in una parola l’«ambiente» vitale. E dire che   la Costituzione ha assegnato al patrimonio storico e artistico della Nazione una missione nuova e originale al servizio del nuovo sovrano, il popolo, aspirando a fare delle città, del paesaggio i      luoghi  dei diritti della persona, i capisaldi su cui costruire eguaglianza, un mezzo per includere coloro che erano sempre stati sottomessi ed espropriati.

E dire, per restare nei confini ristretti disegnati da un ceto dirigente affetto da tutte le  patologie del carattere distruttivo, ce ne sarebbero di modi per contenere gli effetti collaterali del godimento dei beni posizionali, la smania dissipata di essere tutti contemporaneamente nello stesso posto nello stesso momento: favorire la prenotazione con dei vantaggi, riducendo il biglietto dei trasporti o dei musei, realizzare dei terminali sulla gronda lagunare e trasportare i turisti a Venezia, anche in maniera lenta con delle imbarcazioni, promuovere un circuito  corretto di comunicazione per  informare chi vuole arrivare della particolarità del luogo in cui si sta  recando e fermare definitivamente il passaggio e il flusso crocieristico e con esso la fortuna degli speculatori del fango e dell’acqua che sono stati premiati proprio in questi giorni dalla decisione del rafforzamento del Canale dei Petroli per assicurare per l’accessibilità al porto da parte delle grandi navi.

In America sono 27 le imitazioni di Venezia, in Brasile dicono ammontino a più di 20, si dice che lo Stato del Venezuela  debba il suo nome al fatto che l’area di Maracaibo è costruita su palafitte, non si contano le mini-serenissime in parchi di divertimento e città-casinò. Presto dovremo farcele bastare che la Venezia vera ce la siamo giocata come a Las Vegas.


A misfatto compiuto

it Anna Lombroso per il Simplicissimus

Regna una grande confusione sotto il nostro cielo: l’opposizione irriducibilmente europeista che annovera non sorprendentemente  il destinatario della famosa lettera segreta di intimidazioni del 2011 e quelli che l’hanno usata come format per le manovre successive, scoprono le meraviglie del sovranismo di ritorno e rimproverano il governo di umiliante acquiescenza e vile assoggettamento ai diktat imperiali. E in aggiunta rimbrottano la maggioranza per la lungaggine con cui eseguono gli ordini, che minaccia il festoso cenone dei parlamentari.

La Raggi viene accusata di creare disordine all’ombra dell’esile alberello di Piazza Venezia per aver fatto quello che per anni altri sindaci avevano promesso senza realizzarlo per non disturbare la lobby del turismo soprattutto quello benedetto oltre Tevere.

Il truculento all’Interno,  che indossa la divisa estratta dall’armadio della sala delle mascherate  eleganti del Cavaliere, senza che nessuno sbirro si inalberi per l’abuso, dismette la sua accanita battaglia per la legalità, sbaciucchiando, eppure si sa che le effusioni con malavitosi non portano bene, un incorreggibile microcriminale.

Il Movimento in funzione di gregario del governo, motivato a difendere il futuro dei giovani, alcuni dei quali, e intelligenti che però potevano fare di più, ricoprono ruoli decisionali all’interno del Parlamento e della compagine ministeriale,  blocca le assunzioni all’Università e penalizza la ricerca, condannandoli alla marginalità rispetto al  “mercato del lavoro” che non richiede persone con alto tasso di istruzione (o ne richiede troppo poche), mentre le imprese, cui i governi Renzi e Gentiloni hanno destinato risorse proprio perché promuovessero la precarietà, non investono in beni di alta tecnologia e innovazione.

La maggioranza che dovrebbe essere grata ai governi trascorsi per aver prodotto la devastazione sulle cui rovine ha  edificato la sua provvisoria fortuna,  convinta di rafforzarsi con il perenne trastullo del rinfaccio per scelte scriteriate e danni del passato, invece li copia, avendo appreso subito la lezione della docilità e della rinuncia  come forma perfetta della realpolitik ai tempi del neoliberismo.

Con l’abiura completa dei valori che ne avevano decretato il successo, se il populismo è stato sostituito da provvedimenti rivendicati come impopolari, ma non perché sia complicato proporli, comunicarli  e adottarli con il consenso che ne suffraga l’attuazione, ma perché si ritorcono contro i cittadini, il popolo insomma. E se il sovranismo si sgretola in favore della restituzione piena di decisioni e interventi all’unica indiscussa autorità, ben oltre masse e stato, quell’economia finanziaria globale che impone la riduzione delle spese sociali, le privatizzazioni, l’adattamento di ogni settore alle regole imposte dalla sua scienza esatta.

Tutto è talmente avvelenato dall’intimidazione e dal ricatto del racket che pare tocchi dire virtuosi e pragmatici Si a tutto quello cui si diceva e si doveva dire No, altrimenti si incorre in sanzioni, multe, cravatte e riprovazione carolingia, che impone a noi tutto quello che loro sono autorizzati a rifiutare e nega quello che a loro è concesso, compresi monete a circolazione nazionale, l’ipotesi di divise fiscali,  sforamenti,  respingimenti crudeli.

Così si dice Si al Terzo Valico, in fase troppo avanzata.

Si dice Si alla prosecuzione del Mose, a conferma che sarebbe doveroso accettare gli errori clamorosi che furono compiuti nella scelta di quella soluzione, delle ragioni aberranti per cui altre soluzioni, migliori da tutti i punti di vista, furono scartate, del gigantesco edificio corruttivo che ha permesso di realizzarsi, corroborando l’ideologia che ispira le azioni di tutela della città e della sua laguna, l’applicazione ottusa cioè dell’ingegneria e dei suoi sistemi meccanici rigidi e mastodontici su un organismo vivo e complesso.

E naturalmente di dice Si, sommessamente, ma non troppo, al passaggio delle Grandi Navi: il no del Ministero dell’Ambiente è stato respinto al mittente, senza reazioni della parte offesa, e sono cominciati in grande stile, approvati dalla Commissione di Salvaguardia (della quale fanno parte oltre a un designato dall’Unesco – a proposito di confusione, due rappresentanti del Ministero delle Infrastrutture, uno delle politiche agricole e uno del dicastero che aveva dato parere negativo, l’Ambiente appunto), i lavori per lo scavo del canale Vittorio Emanuele, necessario a garantire l’accessibilità al porto da parte dei condomini del mare.

E poi “il complesso delle verifiche effettuate non ci offre alcuna possibilità di impedire la realizzazione del progetto: allo stato, non sono emerse illegittimità o irregolarità dell’iter procedurale”, ha detto Conte per motivare il Si al Tap, anche quello irrinunciabile intervento di “interesse comune”. Anche in quel caso l’interruzione dei lavori e la cancellazione del gasdotto “comporterebbe costi incalcolabili”.

E invece ci piacerebbe che quei costi venissero calcolati, insieme ad altri trascurati e omessi, quelli dei benefici che dovrebbero giustificare la realizzazione di un’opera che ha un senso solo all’interno della restaurazione della guerra fredda,  creare una via del gas che bypassi la Russia ad evitare che il centro Europa sia troppo dipendente dalle sue forniture  e magari a preparare il terreno anche quello del sottosuolo, a altre fratture, quelle del Fracking stelle e strisce  o a forniture che arrivano da repubbliche a dominio Usa.

Si è detto Si agli F35,  si dice Sì sulla militarizzazione delle isole (della Sardegna ho scritto recentemente anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/12/09/sardegna-in-guerra/ ), si è “dovuto” dire Si al Muos in Sicilia, anche quello incontrovertibile e incontrastabile come il rischio che a un non remoto accendersi di ostilità Niscemi e Sigonella diventino obiettivo strategico.

Perché i conti dell’azzeccagarbugli degli italiani e del suo governo sono proprio quelli della serva, della serva Italia, calcolati per riconfermare e dimostrare subalternità e sottomissione al padrone, senza considerare i danni collaterali, la manomissione del nostro territorio e la pressione sull’ambiente irreversibili, la mobilitazione di risorse finanziarie e umane che dovrebbero trovare una collocazione più razionale e “sociale”, la condanna senza appello a costituirci in qualità di hangar, rampa di lancio, corridoio di passaggio, tubo e condotta, poligono e trincea, e laboratorio per test mortali. Uno dei quali ha già avvalorato la diagnosi: siamo proprio il paese dove il Si suona, purtroppo.

 


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