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Venezia “cancellata”

troneAnna Lombroso per il Simplicissimus

I pregevoli manufatti di una qualche corrente artistica neobrutalista o più probabili  avanzi di magazzino di una metropolitana bulgara, sono già in funzione e fanno da pittoresco  sfondo a selfie e foto ricordo in sostituzione di vere da pozzo e stormi di colombi,

Gli sbarramenti,  ben vigilati da corpi armati come in un centro commerciale o all’ingresso di di un luna park, sono stati collocati in tre snodi strategici per “regolare” le fiumane del ponte di maggio che arrivano in puzzolenti pullman o treni sferraglianti, mentre non si conoscono analoghe iniziative per canalizzare il flusso dei forzati delle crociere vomitati dalla navi condominio, o quelli dei poderosi lancioni che solcano spericolatamente la laguna dall’aeroporto.

Come sempre succede con reticolati, steccati e “diversamente muri”, i tornelli che il sindaco Brugnaro detto Gigio ha installato a Venezia e che si possono oltrepassare solo se muniti di certificato di residenza o esibendo la Carta Venezia Unica che viene generosamente erogata   a chi sta in albergo o in un qualsiasi anche pulcioso B&B, casa vacanza e assimilati, hanno un duplice scopo. Quello di escludere per quanto possibile il turismo sgradito, quello faidate e per caso, quello delle gite di un giorno, delle carovane e delle comitive con tanti di parroco con o senza vendita di pentole sul pullman, insomma quello che non porta quattrini. Perché è vero che anche i crocieristi a prezzo scontato e offerta speciale non spendono un euro durante in fugace pellegrinaggio, ma hanno già ampiamente foraggiato in forma anticipata   i padrini e i padroni della Serenissima, le multinazionali del travel e i taglieggiatori portuali che con quelle risorse nutrono le imprese dello scavo e della fabbrica  delle paratie,  della fortuna, insomma, tirata su sull’acqua e sul fango. Ma anche quello di rinchiudere nella riserva gli ultimi veneziani,    in modo che si arrendano all’ergastolo, alla condanna senza riscatto a servire il forestiero, autorizzato  a compere qualsiasi oltraggio e nefandezza, o a andarsene definitivamente lasciando a più alti fruitori il poco che hanno conservato e che nelle mani della speculazione si trasforma in oro avvelenato.

C’è da giurare che gli stessi che hanno promosso la benettown dentro al Fontego dei Tedeschi, gli stessi che perseverano nella narrazione della necessità irrinunciabile di dighe mobili taroccate quanto gli F35, innalzate   per alimentare l’industria della corruzione, gli stessi innamorati della torre di Cardin, quelli entusiasti per la modernità dinamica e marinettiana delle grandi navi e delle tramvie lungo il ponte della Libertà, i promotori di un altro ponte, impronta imperitura lasciata da una sindaco schifiltoso quanto megalomane, che sta prosciugando quattrini pubblici a anni dalla edificazione alla pari con altre distopie che dovrebbero unire due sponde, ecco c’è da giurare che proprio loro  giustificheranno la sconcertante iniziativa e accuseranno i veneziani e chi ama davvero la città di essere incontentabili e disfattisti,  di sputare nel piatto in cui mangiano, di essere affetti da una patologica superbia che rivendica a un tempo  il primato della città più speciale del mondo e patrimonio dell’umanità ma ne vorrebbero impedire l’accesso e il godimento alle generazioni di oggi e di domani di tutte le latitudini.

Il fatto è invece che le barriere sono proprio come gli steccati tirati su per fermare i buoi quando sono scappati, che l’allarme per un turismo (più di 28 milioni di visitatori l’anno) la cui pressione porta solo danni irreversibili doveva essere ascoltato, provenendo da fonti influenti e autorevoli,  ma non certo sulla base di una selezione, di censo e a posteriori, di chi arriva: poveracci   dirottati verso le “fodre” della città o forse invitati e aiutati a fare i turisti a casa loro,  quelli invece organizzati con tanto di cicerone in testa, o meglio ancora quelli che solcano velocemente i canali diretti verso magioni esclusive, liberi di occupare l’ambiente costruito più straordinario della terra,    il tabù “antidemocratico” del numero chiuso cosicché si possa esercitare il diritto, unico ormai concesso?  di stare tutti nello stesso momento e nello stesso posto: giovinastri che i tuffano dal ponte di Rialto,  passanti circuiti da floride ragazzone slave in vesti di Colombina che invitano aa  una foto indimenticabile o a un improbabile Vivaldi per tastiiera e  percussioni,  banchi e asciugamani stesi a terra con ostensione di prodotti locali contraffatti o made in China, famigliole disinibite con tanto di nonne e mocciosi che fanno la pipì in canale o in suggestivi incroci di calli.

E mica vorreste che si ostacoli il brand dell’accoglienza come da tradizione locale di città melting pot, quella in grande e quella meno appariscente fino alla clandestinità, al nero, quella delle catene alberghiere che hanno prodotto l’esproprio e la svendita del patrimonio immobiliare pubblico e privato  per trasformare antichi palazzi e manieri in residence e hotel tutti uguali, a Venezia come a Dubai o Las Vegas, ma anche quello  della microeconomia di risulta, delle stanze in affitto, dei B&B dove non si cambiano le lenzuola coi letti a castello e i materassi a terra, un business di piccoli clan che hanno trovato questo espediente per dare una parvenza di mestiere a parenti sfaccendati e figli senza futuro che si improvvisano manager dell’ospitalità.

Con il risultato che nessuno ha più nemmeno l’ardire di immaginare un domani e nemmeno un oggi per la città che non sia quello di un hub di infrastrutture e attività al servizio di chi passa, e ne approfitta e coi residenti condannati a mansioni servili preferibilmente abbigliati come figuranti del Fornaretto, con vetrine scintillanti di paccottiglia di importazione che imita  la tradizione artigianale a prezzo maggiorato: vetri della Slovenia, maschere di Taiwan, merletti tailandesi, bacari che espongono menù fusion col baccalà in versione sushi,

E così in forma accelerata si va avanti col processo di esproprio e espulsione dei veneziani dalla case e dalle strade e dai campi, fantasmi e comparse condannate alla fuga o alla servitù da un padronato avido e speculatore e dai suoi sacerdoti,  fondazioni dubbie, S.p.A. criminali,  consorzi affetti da turnover di imprese e Cd’a, finanziarie di progetto, accanite nel prendere il posto dello Stato esautorato e ridotto all’impotenza dal sopravvento del mercato, quei privati, che non siamo noi cui resta di essere privati, si, ma del nostro bene comune e della nostra dignità.

 

 

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Gobbi rialzatevi

Venezia Gobbo Rialto.jpg Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche notte fa due extracomunitari, nudi e strafatti, hanno improvvisato uno sgangherato e chiassoso happening  da hippy di ritorno, sesso droga e rock and roll, neanche fossero stati a  Woodstock o all’isola di White. Peccato invece che fossero a Venezia, al mercato di Rialto, nel piccolo campo che ospita la più antica delle chiese, San GIacometo. La performance della coppia non ha suscitato l’attesa riprovazione. E pare che siano ancora in corso le indagini per identificarli da parte della polizia municipale cui è affidato il delicato incarico di salvaguardare il decoro urbano tramite le severe misure previste dal Daspo. Il  fatto è che ai due scapestrati e molesti  extracomunitari non si imputa di aver commesso sacrilegio per via di un credo incompatibile con i valori di tolleranza e rispetto, né tantomeno si tratta di irregolari da rimandare al loro paese con foglio di via o con le ruspe. Macché, la esuberante coppietta era bianca, bianchissima e veniva dalla Svizzera, come hanno testimoniato i passanti che ne hanno ripreso le spettacolari e indisturbate effervescenze pubblicandole sui social.

Insomma erano turisti e si sa che è imperativo per le città italiane, piccole o grandi, dando segno evidente di malcontento nei confronti degli stranieri esplicitamente straccioni, mostrando invece compiaciuta sottomissione e grata accondiscendenza per capricci e oltraggi perpetrati dalla clientela internazionale che si rovescia prepotentemente da pullman, treni, navi in vie, piazze, musei, chiese,  disseminandole di svariati rifiuti di lunga vita, in canottiera e braghette, spesso intenti a farsi selfie e a chattare davanti al Buon Governo, a incidere cuoricini sul basamento del celeberrimo monumento, a scrivere le proprie iniziali a margine del dipinto, a tuffarsi dal Ponte di Rialto o nelle acque della Fontana del Tritone, si tratti di spavaldi hooligans, di collegiali di Princeton, di omaccioni di Colonia replicanti le prodezze dell’Oktoberfest.

C’è poco da stupirsi per il trattamento riservato alle nostre città d’arte, tante tantissime  oltre a Venezia, Firenze, Napoli,  Palermo, Siena, che la meravigliosa e unica qualità di quello che era un Bel Paese ormai rosicchiato dai sorci famelici come l’omonimo formaggio, è che ogni borgo, ogni Rio Bo, ogni contrada vanta un tesoro negli anni trasmesso e salvato grazie alla cenere del Vesuvio, alle nostre tasse che hanno pagato la manutenzione anche delle proprietà di uno Stato estero, a pochi mecenati e signorotti, alla devozione di cittadini che si sentivano orgogliosi  di possedere e godere di  un bene comune.

C’è poco da stupirsi se non abbiamo notizia di simili intemperanze e di analoghi oltraggi perpetrati nelle Venice di cartapesta a Las Vegas, Macao, Dubai. O nella San Gimignano di Chongquing, 235 ettari di paesaggio toscano meticolosamente copiato in Cina. Forse perché  quegli outlet dell’arte, del paesaggio, della cultura dove si paga per vivere da dentro e da protagonisti la finzione della storia e della memoria non sono percepiti come un diritto che non prevede i doveri del rispetto e dell’omaggio devoto che è necessario riservare a una grazie ricevuta cui tanti hanno contribuito prima e che è obbligatorio trasmettere a chi verrà. Sono invece prodotti che è sacrosanto e gratificante pagare, merci impacchettate sotto vuoto esibite in contenitori dove c’è sempre meno spazio per la fiducia nella conoscenza e per l’aspirazione all’apprendimento e sempre di più per i souvenir, i duplicati, i cloni, il virtuale.

C’è poco da stupirsi perché quel rispetto che dovremmo esigere non lo pretendiamo da chi ha deciso che è venuta l’ora di sfruttare i nostri giacimenti, di commercializzare quell’arte e quella cultura che non vogliono stare tra due fette di pane, di svendere quello che costa troppo mantenere quando invece si devono salvare ben altri patrimoni, di cedere generosamente anfiteatri, palazzi, collezioni e biblioteche a sponsor in forma di ossequiente comodato d’uso compreso di sovvenzioni statali riconoscenti per il caritatevole mecenatismo.

Cornuti e mazziati, espropriati e vilipesi: quando esprimono compunta riprovazione perché vien fatta man bassa dei tulipani in esibizione, o si fanno circolare le immagini del degrado di prati e parchi bruttati dopo il picnic di pasquetta vogliono dimostrare che non ci meritiamo tanto bendidio che è così oneroso tutelare e conservare rispetto a altre priorità, istituti di credito, armamenti, missioni belliche, aiuti a imprese avvelenatrici o in via di festosa delocalizzazione. Che è meglio cedere la proprietà di tutti, che i tutti non apprezzano per ignoranza, disinteresse, a pochi che benevolmente si assumono la mansione altruista di occuparsene, magari in caveau, recintata, trasformata in logo, location, passerella.

O, nel caso di ampi spazi, città, coste a picco sul mare, regioni squassate da eventi catastrofici, in parchi a tema, ascesa e caduta di una superpotenza marinara, la culla del Rinascimento, i luoghi del pellegrinaggio religioso da San Francesco a  San Benedetto, con le case svuotate per far posto all’accoglienza e alla ricettività, le stalle e le piccole imprese convertite in teatrini dove mettere in scena l’artigianato locale, i caseifici trasformati in osterie dove si mangia fusion,  sushi e lenticchie in ossequio alla globalizzazione e con i pochi abitanti sfuggiti all’esodo in veste di inservienti, camerieri, pescatori, tessitrici, comparse, insomma,  assunte a poco prezzo per la rappresentazione di un’Italia che non c’è più.

In quel campo che ha visto la performance della sfrontata coppietta,   venivano un tempo ‘gridati i bandi’, annunciate a gran voce le decisioni prese dal Senato e le sentenze capitali. Esiste tuttora  la Piera del Bando, un piccolo palco da cui il messo leggeva i documenti sorretto dalla schiena di un uomo inginocchiato da sempre chiamato ‘il Gobbo di Rialto’. Coloro che venivano condannati alla pena della fustigazione cominciavano il loro castigo nella Piazzetta di San Marco, tra le colonne che reggono Marco e Todaro, attraversavano tutte le Mercerie e il ponte di Rialto, frustati e pestati da tutti coloro che si accalcavano nelle strade, finchè non arrivavano nel campo di San Giacomo di Rialto e davanti al Gobbo, dove finiva il supplizio.

Altro che botte, altro che pena, basta supplizi e carnefici, è ora che tutti i Gobbi si levino in piedi.


Mostro in mostra, ma le banche scappano

,pse Anna Lombroso per il Simplicissimus

Vi ricordate i film con Macario e le sue sgambettanti “donnine” ma anche quelli ambientati a Broadway dove c’era sempre la caccia affannosa di un pollo da spennare per pagare le spese della messa in scena della farsa, del varietà, del vaudeville? È successo anche con qualche Opera, meglio ancora qualche Grande Operetta, peccato che le vittime degli impresari imbroglioni che promettevano di farci arrivare in un lampo a Lione magari per desinare da Paul Bocuse, di farci attraversare lo stretto come tanti cristi presciolosi che camminano sulle acque di salvarci dai flutti che minacciano la Serenissima, ecco quei polli siamo noi.

Adesso i nodi vengono al pettine e sugli illusionisti e sui loro giochi di prestigio da avanspettacolo, una volta esaurita la fase delle mazzette, degli incarichi di studio, delle consulenze, dei controllati che controllano, dei collaudi taroccati, dei rolex omaggiati a preziosi protettori e affaccendati intermediari, dei manager che entrano e escono dai consigli di amministrazione delle cordate e troppo in fretta dalle patrie galere, si spengono mestamente i riflettori, le recensioni sono negative e sarebbe ora che ci facessimo rimborsra e almeno i biglietti della

Qualche giorno fa c’è stata la rivelazione non inattesa (me ha parlato il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/02/16/tav-torino-lione-i-ribelli-avevano-ragione-parola-del-governo/) della dannosa inutilità della Tav bollata come sistema mangiasoldi, esercitazione megalomane, perfino dai promotori oggi scopriamo che la miracolosa opera ingegneristica che doveva proteggere Venezia, il Mose, quel prodigioso intervento che il sindaco voleva mandare ai conesi perché poteessero taroccarlo a nostra gloria, ha perso l’appoggio dei finanziatori.

L’ultima maxi gara bandita dal Consorzio Venezia Nuova commissariato dopo lo scandalo è andata deserta. Doveva servire a raccogliere fino a 150 milioni di euro da anticipare alle imprese, in attesa che i finanziamenti già decisi dallo Stato per la grande opera si traducessero in liquidità, ma nessun istituto di credito europeo pare ci abbia creduto e scommesso. E d’altra parte era già successo ad agosto, quando in palio c’erano una sessantina di milioni, bruscolini rispetto alla voragine di introiti criminali maturati della più colossale operazione di malaffare autorizzata dalla legge. Grazie alla istituzione di un mostro mitologico, prodotto dalla combinazione di decisionismo politico e determinismo scientifico, un soggetto unico incaricato di fare e disfare scavare e erigere, essere controllato e controllare, sporcare e ripulire in un moto perpetuo di ammuina e la cui irruzione sullo scenario sembrò il coronamento della distopia berlusconiana. Fu il Cavaliere a definirla l’opera emblematica del suo governo, un’icona della sua ideologia, con la distruzione di un delicatissimo ambiente dove natura e storia hanno collaborato fruttuosamente per mantenere un prodigioso equilibrio per oltre un millennio, con la dissipazione delle finanze pubbliche per un’opera costosa, inutile e   molto più dispendiosa di quanto sarebbe possibile per raggiungere il medesimo risultato, con la cessione della sovranità democratica a un cartello di imprese private lautamente finanziate con danaro pubblico.

Non ci stupiamo se poi è andata ancora peggio, con gli emuli, se nemmeno il bubbone “morale” di mafia serenissima li ha distolti dal quel brand che aveva assicurato loro tanti successi: la conversione di un degrado prodotto da volontaria trascuratezza in business, quella delle catastrofi ambientali (basta pensare al sisma dell’Aquila, dell’Emilia, del Centro Italia) in potente acceleratore dei processi di espulsione del patrimonio immobiliare dagli abitanti più poveri, la concentrazione dei finanziamenti pubblici straordinari  in mani private.

Devono aver tirato troppo la corda i governi che si sono succeduti e i ministri che hanno assicurato risorse e coperture, ultimo Delrio che con proterva sfacciataggine ha ribadito l’urgenza e la insostituibilità di una impresa segnata da innumerevoli incidenti, insuccessi, rotture, proliferazioni insidiose di cozze, ritardi ingiustificati perfino per chi sulle lentezze e i cambiamenti in corso d’opera ci campa e ci lucra.   Così le ingrate banche, comprese quelle salvate dai nostri soldi sottratti a welfare, risanamento del territorio Venezia compresa, istruzione, ricerca, e che già ora vantano crediti per decine di milioni dal Consorzio, al centro di contenziosi e cause, non si fidano di quei soldi “sicuri” (5.493 milioni fino al 2020) sia pure garantiti dallo Stato, a fronte di una accertata e dannosa inutilità.

Sarà per la coincidenza con il ribaltone elettorale, non le ha persuase neppure la ardita iniziativa di comunicazione promossa dal Consorzio nell’ambito della Biennale di Architettura, sulla falsariga delle operazioni di maquillage che hanno cercato di abbellire le miserie dell’Expo. A essere  esibiti al pubblico con un ritardo congruo con quelli dell’opera infinita, saranno  infatti i progetti “pensati” sul piano architettonico e paesaggistico a un costo iniziale di un milione, dall’Iuav, l’università di Architettura per “migliorare” e mitigare l’aspetto delle dighe mobili alle bocche di porto, in virtù di un incarico affidato nel 2004 dal Consorzio Venezia Nuova d’intesa con la Soprintendenza veneziana e il Comitato di settore dei Beni Culturali, ma finora realizzato solo in parte, come ha spiegato il rettore. Per fare del Mose anche “una struttura fruibile dalla collettività, dandole dignità paesaggistica” ha dichiarato, viene proposta  una collinetta con gli alberi per mitigare l’impatto della nuova isola del Bacàn, che dovrà fare da fulcro alle due schiere di paratoie (venti più venti) ancorate alle possenti spalle delle dighe di Lido e di Punta Sabbioni, alta tre metri e mezzo sul lato est, verso il mare. Verrebbero realizzati percorsi pedonali per ammirare la laguna e una nuova penisola interrata per «coprire» il porto-rifugio ricavato a ridosso dell’Oasi di Ca’ Roman.  E che dire delle spalle in cemento del Mose contornate da nuovi fari stilizzati ai quali ci si augura si accompagni una colonna sonora nel solco della tradizione di Son et Lumière?

 

Non a caso a questi interventi è già stato affibbiato il nome di
“mutandoni”, per via dell’intento pudico di celare le vergogne del Mose. Ma i merletti e i pizzi non serviranno a far dimenticare quell’intreccio sfrontato  di corruzione, tangenti, intese private tra controllori e controllati, fondi neri, quello scandalo che ha coinvolto politici, amministratori, imprese, magistrato alle acque, ministeri, guardia di finanza e corte dei conti.

Adesso abbiamo la certezza che  con tutta probabilità l’incompiuta più costosa e marcia del mondo non verrà finita, che al tempo stesso la proterva vocazione a trasformare la tutela ambientale in profittevoli interventi ingegneristici non ha lasciato spazio a alternative sostenibili, che il cambiamento climatico ne aveva decretato l’obsolescenza ancora in fase progettuale. E che i percorsi offerti ai visitatori per contemplarne la decantata magnificenza saranno passeggiate tra le rovine di una città condannata alla damnatio memoriae della sua storia, della sua bellezza, della sua appartenenza alla cittadinanza del mondo.

 

 


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