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Mose, il giorno dopo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È ora di dire basta al disfattismo di quelli che godono quando qualcosa va male e di quelli che si compiacciono di avere avuto ragione quando profetizzavano il peggio.

Il Mose ieri ha funzionato: sfido chiunque a dire il contrario, i masegni di Piazza erano asciutti e pure il terasso della Basilica, quella pavimentazione che evoca la riva del mare quando l’acqua si ritira lasciando piccoli pezzi di conchiglie e un pulviscolo di madreperla che brilla sulla sabbia.  E tutto ieri i cronisti hanno girato per calli e campi a intervistare i veneziani in via di estinzione e i turisti compiaciuti per le prestazioni della Grande Opera che sfiderà i flutti dopo essersela passata male con cozze, ruggine e pure con inquietanti scricchiolii che parevano emessi dai rumoristi di un colossal sull’inabissamento di Atlantide.

Si sa che un inabissamento più o meno là c’è stato, o almeno si conosce una suggestiva leggenda, quella di San Marco a Boccalama, un’isola che giace in fondo alla Laguna, che il governo della Serenissima cercò di salvare dall’affondamento grazie a due grandi cassoni edili portati là da due galeoni, forse quei relitti scoperti alla fine degli anni ’90, proprio durante immersioni effettuate per ispezionare i fondali da tecnici del Magistrato, istituto incaricato di governare e sorvegliare le acque, sottoposto a rottamazione da Renzi e recentemente sostituito da uno di quei mostri a tre o più teste che devono fare e disfare, sporcare e ripulire, scavare e erigere proprio come il Consorzio “paròn” della città.

Il doge di allora non riuscì nell’impresa e dire che quella massa di alghe acquatiche gelatinose, così la definisce Brodskij , quell’antico rifugio di nidi da uccelli acquatici nel quale si erano ricoverati i fuggiaschi dalle invasioni barbariche era diventata un civitas, un prodigio urbanistico e di buon governo, con una vocazione instancabile a creare barriere e al tempo stesso a edificare un tessuto cittadino solido sulla più mobile delle strutture di sostegno.

Come un motore che non conosce fatica, Venezia governava maree  e correnti, inalzava difese contro le alluvione dovute all’intreccio dei fiumi alpestri e alle ondate tumultuose e impetuose spinte dalle correnti litorali del fondi del golfo adriatico. E intanto bonificava, gestiva e impiegava a buon fine fenomeni di emersione, interramento e riempimento che colmavano le parti morte dell’ambiente marino, rinforzando isole e lidi, impedendo che la terraferma divorasse la  laguna. Era nata quella città a forma di pesce,  su pali conficcati nella melma giù fino in fondo, in un attivismo convulso ma razionale, senza soste e strategico, consapevole di operare in un organismo vivo da difendere contro forze cieche ed eventi poco prevedibili.

E ieri ci hanno avvisati che finalmente sia pure con qualche ritardo e intoppo, si possono ripetere quei miracoli demiurgici: le barriere gialle si sono sollevate potentemente e hanno fermato le onde.

Oggi no. Oggi, la marea (1,10 metri?) si è insinuata silenziosa nelle calli e nei campi. Eh si, perché lo dovevate sapere che il Mose è pensato per alzarsi  solo con maree sopra i 130 cm. Per ragioni di carattere ambientale: una chiusura di più giorno tarsformerebbe la laguna in un mar morto, in una stagno puteolente. Per ragioni di carattere economico: impedirebbe il funzionamento del porto commerciale e chissà mai, l’eventuale passaggio delle Grandi Navi. Per ragioni di carattere tecnico: alzare e abbassare le paratie è complicato e richiede tempi lunghi. Per ragioni di carattere turistico: mica vorrete privare i giapponesi del piacere a Covid finito, di fotografarsi coi piedi in acqua, seduti ai tavolini del Florian.

E poi quella di ieri era una prova di incoraggiamento, non uno stress test, che mica vorrete sottoporre un sistema progettato nel 1992 e oggi non ancora completato che alla fine dei lavori costerà probabilmente 8 miliardi più 100 milioni all’anno di manutenzione, a uno sfrozo che potrebbe comprometterne la tenuta. E mica avrete voluto che pensassero a tutto? Ad esempio a soluzioni che non turbassero il delicatissimo equilibrio ambientale della laguna. A dispositivi che, una volta stabilito che si tratta di una formidabile creazione ingegneristica, ne permettano l’impiego continuativo nel caso prevedibile di maree come quelle dell’anno passato, che, lo dice la Convenzione sul Cambiamento Climatico, sono destinate  a presentarsi con una tremenda frequenza?

Mi immagino già che ci saranno i soliti malcontenti, i sior Todaro brontolon che diranno che ci hanno persi per i fondelli, che ci hanno buggerati.

Invece uno dei commissari l’aveva detto, mica si può pretendere troppo a cinque anni dallo scandalo, che ha scoperchiato le magagne. Ricordando che “mancano molte cose: mancano impianti, alcuni collegamenti”, sottolineando come non si possono chiedere prestazioni eccezionali in termini di sicurezza da un progetto “commisurato agli anni ‘90”. E poi  “tutte le parti hanno avuto, ognuna per conto suo, un collaudo tecnico e amministrativo. E siccome l’opera era spezzettata, si presenta  il problema di fare l’avviamento”.

Ecco, occorreranno tre anni di piani provvisori di gestione e manutenzione, di costante controllo e valutazione affidata alla Commissione di Collaudo  che suggerirà le sue raccomandazioni e prescrizioni che permetteranno di  “aggiustare quel che si deve aggiustare”.

Capito? Festeggiate pure, anche se oggi è il giorno dopo.


Miracolo a Venezia..per chi ci crede

Anna Lombroso per il Simplicissimus

I bollettini parrocchiali dell’affarismo, della speculazione, della corruzione e del conflitto di interessi “a norma di legge”, esultano. La Repubblica, con l’abituale  sobrietà titola “La prima volta del Mose. Arriva l’acqua alta ma Venezia è salva”, il Corriere più compostamente sotto lo strillo trionfalistico, “Viva le dighe gialle”, propone la pensosa riflessione di Stella: “Venezia batte l’acqua alta, ma ci sono voluti 40 anni”.

Per una bizzarra coincidenza l’entusiasmo per il felice epilogo della leggenda di un progetto, che rappresentava per i promotori la più formidabile, efficiente e al tempo stesso visionaria opere ingegneristica mai realizzata, tanto che il burbanzoso sindaco Brugnaro – che a intermittenza dichiarava di non saperne niente essendosela trovata là già confezionata, con tanto di ruggine e allevamenti di cozze – voleva rivendersela ai cinesi della Diga delle Tre Gole e del del viadotto che unisce Hong Kong, Zhuhai e Macao, magari insieme al Ponte di Genova, occupa le cronache insieme alla cronaca nera del maltempo che ha colpito Piemonte e Liguria.

Una catastrofe prevedibile, che si ripete a ogni autunno, come si lascia fare da decenni di rinuncia volontaria agli obblighi di manutenzione e tutela del territorio, in favore di altre azioni e altri investimenti “speciali”.  

Fa un bel contrasto dunque la buona novella.

Il Mose ha funzionato –  sorprendentemente c’è da dire- secondo la ragionevole procedura stabilita a evitare le figuracce del passato:  i tecnici alle tre control room del Mose, guidati dal Responsabile dei sollevamenti ing. Davide Sernaglia, hanno iniziato le operazioni di innalzamento delle barriere alle 8:35. Alle 9:52 tutte le 78 paratoie hanno chiuso la laguna dal mare, così in città il livello della marea si è assestato intorno ai 70 centimetri, mentre le paratoie hanno bloccato il mare a 125 centimetri. Alle 14:57 sono iniziate le operazioni di abbattimento delle paratoie per riportarle nei loro alloggi.

E vorremmo anche vedere!

Alla foga creativa e dinamica dei primi anni, quando venne scelto quell’intervento sgombrando il campo da autorevoli alternative, surclassate a esercitazioni scolastiche di idraulici in pensione, quando un succedersi di governi ritrovarono unità e concordia intorno a una formula di gestione amministrativa e esecutiva dell’opera e di tutte quelle a contorno, in regime di monopolio e in evidente conflitto d’interessi, grazie a un format che ha trasferito il know-how  del malaffare autorizzato e legalizzato in altre geografie, E quando al fatidico taglio del nastro inaugurale si presentarono in gran spolvero rappresentanti istituzionali,  autorità anche ecclesiastiche involgiate dall’evocazione biblica del nome, e pure prestigiosi ospiti internazionali di quelli che avevano promosso raccolte fondi e fondazioni, poi prudentemente eclissatesi E poi dopo, dopo la famosa legge obiettivo del governo Berlusconi  che stanzia i primi soldi:   5,2 miliardi di euro sui 5,4 resesi ormai necessari, stabilendo anche una data per il completamente dell’opera: il 2011, ecco, dopo, sono seguiti anni si silenzio.

Un silenzio che copriva la laboriosa attività di sperpero di denaro pubblico (il progetto iniziale prevedeva costi pari a 3.200 miliardi di lire, l’ammontare attuale è di circa 5,4 miliardi di euro, la realizzazione definitiva, senza il computo delle spese annuali di manutenzione -100 milioni –  supererà i 7 miliardi) e l’alacre meccanismo di distribuzione di consulenze, regalie, incarichi farlocchi, ostacoli frapposti volontariamente per gonfiare spese e per prolungare i tempi biblici come il nome, inceppato al primo velo sollevato sugli scandali.

In realtà contrariamente a quanto si vuol far pensare non sono queste le voci più pesanti nel bilancio fallimentare, la voragine di quattrini è stata prodotta da incapacità non sempre esaltata dall’opportunità di sfruttare il non fare rispetto al fare, o dal valore aggiunto della riparazione più alto e profittevole dell’efficienza, dalla scelta di materiali di cattiva qualità all’inadeguatezza progettuale, fino a quella “commistione dei ruoli tra gli attori della progettazione, direzione, esecuzione  e controllo” denunciata dai commissari incaricati dopo le inchieste, che ha permesso “costi faraonici all’insegna della non essenzialità e degli sprechi” (stimabili in circa 30 volte il volume delle tangenti).

Ha funzionato, si. Ieri.

Senza fare gli uccelli del malaugurio è inevitabile chiedersi se è un felice caso fortuito, se il sistema sarà in grado in altre e differenti circostanze climatiche di fronteggiare l’impeto del mare, se è doveroso accontentarsi di un procedimento che viene attivato solo quando l’acqua supera i 130 cm, se i dispositivi che premettono l’allarme preventivo sono attendibili, se il loro funzionamento è sottoposto a una attività regolare di sorveglianza, se le strutture compromesse dall’impiego di prodotti di scarsa qualità e da anni di posa in opera senza manutenzione, resisteranno a altri test e a una continuità che per gli effetti estremi del cambiamento climatico, è sempre più caratterizzata da picchi di emergenza.

Se, se… Ma sarà pure legittimo, no? anche se tocca guardarsi indietro come l’angelo della Storia, interrogarsi se il sollievo non debba essere messo in ombra dall’eventualità suggerita da esperti trattati come eretici, disfattisti, misoneisti, che fosse preferibile lasciar affondare un intervento pesante, insostenibile ambientalmente e economicamente, per far ricorso sia pure tardivamente a soluzioni più elastiche e più compatibili con l’equilibrio della Laguna.  

Sarà pur legittimo, no? che il cittadino di Venezia, del Paese tutto che ha contribuito a questo mostro che non sappiamo se sia stato addomesticato, del mondo che va a vedere se a torto o a ragione accampa dei diritti su un così speciale patrimonio comune, si domandino se un progetto datato 1992 sia adeguato a “sopportare” un futuro prevedibile, quello di altre “acque grande” come quella dell’anno scorso, quello di un   « aumento del 430% delle maree” come ipotizzano le analisi del Panel della Convenzione del Cambiamento Climatico e come confermano le tendenze verificatesi in questi anni, o interrogarsi su che danni ecologici produce alla vita della Lagune il blocco del ricambio con il mare.

Il fatto è che Venezia non è salva proprio per niente.

Magari sarà un po’ meno bagnata, magari un po’ meno umida, e magari ai fan delle vacanze avventurose che la visitavano in attesa di partecipare all’evento catartico del suo affondamento, si potrebbero sostituire turisti di migliore qualità, che non sarà mai sufficiente a giustificare che la loro accoglienza imponga la cacciata dei residenti per far posto a hotel, o delle attività tradizionali e del commercio al dettaglio, sacrificate ai profitti della catene delle firme tutte uguali là come a Dubai, dei piccoli esercizi da convertire obbligatoriamente in distributori automatici di cicchetti e ombre in alternanza con hamburger e sushi, secondo quella peregrina idea di fusion cosmopolita che appaga la ricerca di conferme ai pregiudizi, proprio come O sole mio cantato dal tenore stonato in gondola.  

Non è bastata l’acqua alta del 2019, anzi ha contribuito a consolidare nel Governo centrale e cittadino come nell’opinione pubblica, il fermo proposito che fosse indispensabile completare la Grande Opera, non sono bastate le reprimende dell’Unesco, che con scarsa potenza e poco credito, ha messo in luce come i “problemi” di Venezia non si limitino al suo cattivo rapporto con il suo mare, se i suoi elettori hanno riconfermato il peggior sindaco già messo alla prova, se gli interessi del “centro storico” continuano ad essere apparentemente in conflitto con quelli della Terraferma, una guerra tra poveri alimentata ad arte, mentre il loro declino è segnato alla pari, l’uno condannato a museo diffuso, l’altra a stazione di servizio, motel, parcheggio del parco tematico della Serenissima.  

Non basta, aggiungiamoci che dopo che nel 2014 il divo Renzi ha pensato bene di cancellare il Magistrato alle Acque, oggi abbiamo a che fare con una fotocopia del mostro giuridico  rappresentato dal  Consorzio, che la vigilanza sulla trasparenza è stata soggetto di una indecente sceneggiata  che ha finito per imputare disfunzioni e ritardi si commissari che avevano osato impicciarsi delle malefatte quarantennali. 

No, non basta che le paratie, cui abbiamo giustamente guardato come a tristi rovine di archeologia idraulica, si siano prodigiosamente sollevate. Non basta un miracolo per salvare Venezia. E salvare noi dalla vergogna.


Buzzurro buono, buzzurro cattivo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Andrà tutto bene, adesso che questo è tornato a essere il bel paese dove il si suona, anche se proclamato con la potenza roboante di Salvini.

Adesso che possiamo aspettare fiduciosi che lo stesso parlamento che aveva approvato il taglio dei nostri rappresentanti per poi delegarne l’attuazione a un voto referendario calato dall’alto, promuova in tempi rapidi quelle tanto attese riforme pronube di effetti demiurgici sulla partecipazione e la democrazia.

Adesso che finalmente, con la benedizione di Carlassare e Spinelli, ai margini della società è stato riconosciuto il diritto al risentimento e alla collera fino a sabato additato come rozzo populismo.

Adesso che quel numero invariato di parlamentari ripeterà il suo Si a un esecutivo che come era prevedibile rivendica il voto come una fiducia indiscussa, a cominciare dall’obbligatorietà dei vaccini e via via fino a ulteriori restrizioni di libertà e prerogative in nome della governabilità consolidata a colpi di decretazioni d’urgenza.

Andrà tutto bene, e a confermare che la governabilità è assicurata, grazie a una maggioranza trasversale che integra amabilmente la “diversamente opposizione”, si è fatta piazza pulita di tanti orpelli, di infausti istinti divisivi, grazie al  festoso superamento del dualismo destra e sinistra, da quando quest’ultima è stata retrocessa a squallida e arcaica etichetta da riporre, pena lo stesso ostracismo riservato a gruppuscoli e minoranze estranee alla modernità e incompatibili con il progresso, e che ora finalmente non troveranno più posto nelle aule delle camere. Di altri gruppuscoli invece sappiamo che troveranno posto in cella, rei di opporsi allo sviluppo e alla rinascita firmata sul cemento come a Hollywood, in qualità di eretici, complottisti e, infine, negazionisti.

Andrà tutto bene, è nata una nuova era più ragionevole e concreta e a dircelo è una originale interpretazione antropologica di alcuni fenomeni. A rivelarlo è la vittoria di Zaia, salutata con esplicita soddisfazione.

E lo credo, Zaia, quello dei cinesi mangiatori di topi vivi, quello delle mascherine autoprodotte con il Leone di San Marco.

Zaia, quello che ogni giorno ha fatto e disfatto, ha esibito dati farlocchi smentendoli in tempo reale, quello che da anni aveva contribuito a restringere investimenti e impegno per la sanità pubblica contribuendo alla “valorizzazione” di quella privata, azione condotta surrettiziamente anche in materia di natalità, quello del fumetto nel quale di fa effigiare come un Superman in lotta contro il virus, da distribuire in tutte le scuole del suo regno, si, proprio Zia, proprio lui, sarebbe l’incarnazione della Lega buona, moderata, ragionevole con la quale dialogare e collaborare contro la Lega cattiva, quella del buzzurro barbaro, dell’intemperante energumeno.

Vaglielo a dire che il Veneto dove, lo dice lui, sarebbe più estesa la diffusione del volontariato no profit è la regione che ha manifestato maggior propensione alla discriminazione, al rifiuto e al respingimento, perfino delle donne in gravidanza, all’emarginazione applicata su piazze, panchine, scuole, liste per l’assegnazione di case, ospedale.

Vaglielo a dire che la prima dichiarazione del riconfermato presidente verteva sulla pretesa di attuare quella autonomia regionale, alla pari, anzi in posizione di leadership con Fontana e Bonaccini, per conquistare indipendenza a maggiore facoltà di scelta e di spesa in materia sanitaria e scolastica. A riconferma che la spudorata faccia di tolla è caratteristica comune della casta che per dabbenaggine qualcuno ha pensato di penalizzare con il voto di questi giorni, che segna in forma bipartisan i marpioni di tutte le formazioni. E che non sono bastate le prestazioni offerte dalle tre regioni in occasione della ferale epidemia a farli recedere, come d’altra parte è plausibile se dal governo e poi dalle popolazioni locali non è venuta nessuna forma di censura e condanna.  

È che Zaia proprio come certi attrezzi d’antan della Lega, ha saputi impersonare il processo di mutazione del contadino scarpe grosse e cervello fino in manager e amministratore, furbo, cinico, realista tanto da considerare un effetto collaterale incontrastabile la morte degli anziani per malasanità, anticipato rispetto alla falce del Covid chiudendo, tanto per fare un esempio, gran parte dei reparti del nosocomio veneziano. Uno che si ricorda di effetto climatico e ambiente per dare sostegno alle grandi opere addette alla corruzione, Mose, autostrade deserte e mangiasoldi, cave e terreni da concedere generosamente all’import-export criminale dei rifiuti. O che fa il propagandista dei marchi doc, quelli infiltrati come il prosecco dalle mafie dei pascoli e  dell’agroalimentare.

Ma come si è capito il suo pregio e il suo merito è l’essersi accreditato come l’anti-anticristo, più efficace delle sardine, più efficiente dei magistrati, quindi il più antifascista, militanza ormai limitata unicamente al contrasto al bastardo non occasionalmente compagno di strada nel governo, negli schieramenti referendari, nel contenimento della piaga contagiosa dell’immigrazione e nella stipula di patti infami con tiranni, nel ravvedimento operoso e nell’accettazione dei diktat europei.

Ma vedrete, andrà tutto bene, come avete voluto voi.


Bar Baretta

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è da trasecolare: Pier Paolo Baretta, candidato espresso dal Pd per la poltrona di sindaco di Venezia, esibisce come referenza significativa  nel suo sito di propaganda elettorale, che vale una visita non fosse altro che per  lo slogan C’è un altro modo, insieme,  una combinazione vintage di scoutismo e sardine, Veltroni e Zaccagnini,   e della cara antica e rimpianta ipocrisia della Dc e del politicamente corretto dei riformisti – i suoi natali nel sestiere  di Cannaregio.

Ciononostante ci ha fatto sapere che, in nome della stessa ragionevolezza che impone di completare la più poderosa macchina da corruzione creata in Italia, quel prodigio ingegneristico chiamato  Mose, che non ha salvato né salverà la Serenissima dalla furia del mare, ma ha garantito una beata sopravvivenza a una lunga lista di beneficiari di tutte le formazioni politiche, non si può realisticamente dire di No al passaggio delle Grandi Navi e alla breve sosta dei loro forzati, per gli innegabili benefici che portano all’economia cittadina e alla vocazione dell’intero Paese di diventare un luna park globale.

Così il brav’uomo – il compendio di soluzioni che immagina per la “sua” città gli meriterebbe il soprannome di “Banal Grande” appioppato a suo tempo a leader confindustriale cui oggi potremmo addirittura guardare con una certa nostalgia – dice di essere impegnato a esaminare lodevoli compromessi tra transiti alternativi con scavo e allargamento di canali, creazione visionaria di futuristi porti d‘altura, tutte ipotesi che prevedono la doverosa gratificazione  dei veri padroni di Venezia, Consorzio, nuova Agenzia “facciotuttoio” sostituta privatistica del Magistrato, cordate   del conflitto d’interesse occupate a scavare e riempire, dell’inquinamento e delle bonifiche.

Il fatto è che il tradimento da che mondo è mondo si sviluppa e declina in tanti modi, oggi addirittura più sfrontati da quando l’accesso e la circolazione delle informazioni lo rende più sfacciato e spudorato.

Basta pensare a politiche e ministre, che finiscono per legittimare il sondaggio sotto l’ombrellone dei leghisti che si sentono autorizzati per non aver mai espresso ministre dell’istruzione per evidente e incompatibilità, e che a misure e provvedimenti lesivi dei diritti dei lavoratori hanno  accompagnato il valore aggiunto della penalizzazione di genere.

Basta pensare a sindacalisti  che una volta dismessa la tuta, una volta abbandonati i solchi bagnati di servo sudor, si agitano a fare da relatori alle “riforme” di cui sopra, a spendersi per la cancellazione di garanzie e prerogative, come se abiura delle origini e della militanza diventasse una virtù del politico.

Basta pensare a pedagoghi e accademici che una volta saliti al soglio del dicastero di competenza, riescono a fondere impotenza a agire e onnipotenza a ipotizzare precetti in sfregio del diritto all’istruzione e in difesa della loro corporazione.

Basta pensare a cittadini esemplari, forgiati da battaglie per il territorio, che una volta alle prese con bilanci comunali e con le pressioni speculative, si parano dietro ai vincoli di spesa per motivare incapacità, inadeguatezza e assoggettamento a imposizioni private opache.  E mettiamoci anche personalità selezionate da cerchie intellettuali, professionali, tecniche (Venezia ne ha conosciuto un bell’esemplare) che alla prova dei fatti con schizzinosa solerzia vogliono dimostrare il loro disprezzo per elettori, sostenitori e concittadini, per il loro mediocri bisogni, per le loro miserie umane e per l’irriconoscenza per fatica che dimostrano nel condividere provvisoriamente  i loro meschini orizzonti campanilistici e provinciali.

Mica solo Grandi Navi, a ben vedere in tema di disconoscimento, rinuncia simbolica, eresia, il Baretta rivendica un talento speciale,  studente lavoratore (ma riconosciamogli di non ostentare un diploma di laurea mai conseguito) getta alle ortiche il proposito di laurearsi in Sociologia a Trento, sbocco formativo ideale di una cospicua frangia di giovani militanti cattolici, per lavorare brevemente in fabbrica come propedeutico fastidioso ma necessario a farsi accogliere nel ventre opimo della Cisl, dove “testimonia” per ben trent’anni nella lenta parabola discendente dell’organizzazione esemplarmente incarnata da Bonanni, contiguo anche per frequentazioni amichevoli al Sacconi di “siamo tutti nella stessa barca, imprenditori e lavoratori” . Tanto che si attribuisce alcuni successi che la dicono lunga sulla sua missione di rappresentanza e negoziale, a cominciare dalla “ristrutturazione” di Porto Marghera, una delle operazioni più ignominiose condotte ai danni degli operai, della città, dell’ambiente mai condotte e che ha messo il marchio del capitalismo più spregiudicato,  infetto e tossico su un sito industriale che non doveva nascere e che è stato fatto languire nel peggiore dei modi.

Dal 2008  il nostro ha rappresentato Venezia, cito, “sia da deputato che da Sottosegretario all’Economia, ruolo che tuttora ricopro, ho lavorato a diversi provvedimenti per la città e in particolare al rifinanziamento, dopo anni, della legge speciale…. Grazie all’apporto del governo che  è stato in questi 5 anni di 1 miliardo e 300 milioni”.

Trasferito giovani in terraferma, poi nella Capitale, per più alti destini, doveva essersi distratto o forse ci siamo distratti noi, fatto sta che abbiamo potuto godere del suo pudico silenzio, in mezzo al brusio mondiale sulla morte della sua città, in merito alla vicenda del Mose e agli scandali che l’accompagnano, a cominciare dalla sua accertata inutilità e dannosità, alla cacciata dei residenti dal centro storico, processo di gentrificazione che a Trento avrebbe potuto studiare con profitto, alle concessioni e svendite del patrimonio comune a dinastie e cordate private.

E vorrei ben vedere, perché il suo riserbo è stato rotto in accoppiata con Gasparri a tutela di una delle lobby più voraci e più intoccabili, quella dei gestori degli stabilimenti balneari che grazie a loro, oggi complice anche la pandeconomia del Covid che ha cancellato le spiagge libere,  hanno visto riconfermare i loro privilegi illegittimi.  

E dire che dopo sindaci arrivati a Venezia, che se li scaricavi a Piazzale Roma avevano bisogno del navigatore per giungere a destinazione a Ca’ Farsetti, sede storica del municipio, si poteva sperare in un candidato che avesse a cuore la sorte delle due città in una, quella insulare condannata a diventare museo a cielo aperto e quella di terraferma altrettanto destinata a appendice di servizio al sito turistico.

Invece … Ora vi domanderete perché dopo la conclusione forzata del mandato del sindaco Orsoni, espressione, c’è da sorridere per il paradosso, della virtuosa società civile, dopo l’esperienza a dir poco pittoresca di Brugnaro, il Pd candidi una figura scialba, sconosciuta ai più, catapultata in Laguna malgrado l’origine.

Presto detto, siamo all’ennesima applicazione del format Giachetti, la presentazioni di un improbabile più che impresentabile, senza programma se non l’esibizione di una lista di pensierini insignificanti, luoghi comuni dozzinali di quelli dei discorsi da bar, senza ideali e senza idee come è normale se si vuole riconfermare l’adesione cieca al sistema e alla sua ideologia, così è garantita la riconferma o il successo del competitor, che divide gli stessi interessi e le stesse aspettative, ma che si espone e viene sostenuto con maggiore audacia da chi ha capito che può trarre un bel po’ di profitto dalla “patata bollente”.


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