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Morire di ospitalità

venezia-affittasiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare ormai accertata la trasformazione delle città da metropoli, in megalopoli e infine in necropoli, a imitazione di quei siti archeologici che non riusciamo a immaginare che siano stati popolati da gente che nasce, vive, lavora, ama, canta, ride, piange, scrive, legge, ma solo da satrapi, faraoni e tiranni, imperatori e regine impegnati a lasciare l’impronta della loro sfacciata crudeltà tramite piramidi, tombe e monumenti funebri che ne celebrano la potenza in vita e nel ricordo imperituro.

Succede nella grandi e estese urbanizzazioni, ma anche nei piccoli borghi, dove i centri storici si desertificano per l’espulsione forzata dei residenti costretti a lasciare la città in mano ai predoni immobiliari, agli speculatori che svuotano le abitazioni per farne gli uffici delle grandi banche, gli hotel dove ospitare la clientela della fabbriche del turismo, le sedi delle multinazionali e i residence per le loro cerchie di globe trotter de luxe.

Ha certamente contribuito anche quella piccola startup di san Francisco, cresciuta a dismisura che si chiama Airbnb e che negli anni ha catalizzato centinaia di migliaia di piccoli proprietari e affittuari, che inizialmente hanno costituito la base di massa della piattaforma, ma che oggi soffrono della pressione e della concorrenza che li sta divorando, i detentori di  una rete di abitazioni, spesso agenzie multinazionali o grandi proprietà che riescono a garantirsi un reddito costante senza soffrire delle incertezze del mercato immobiliare.

Circola in questi giorni una classifica di Infodata che registra la presenza di Airbnb nelle città europee e che colloca al primo posto  dei centri occupati militarmente dalla piattaforma, Porto con 454,78 appartamenti ogni 10mila abitanti,  seguita da Lisbona e Copenhagen, mentre Venezia e Firenze sono “solo” quinte e seste. Ma la statistica  riguarda   gli alloggi “registrati”, non prendendo in considerazione quelli sommersi e clandestini, che non pagano oneri fiscali e si sottraggono a ogni genere di controllo, e nemmeno tiene conto del rapporto tra residenti e “passanti” la cui permanenza è variabile.

Così l’algida aritmetica non rende l’idea del danno economico, sociale, culturale e morale  del contributo che questa forma di sfruttamento delle città ha dato alla gentrificazione, una parolaccia derivata all’inglese per definire il processo di trasformazione di un quartiere popolare  in zona abitativa di pregio, con conseguente cambiamento della composizione sociale e dei prezzi delle abitazioni. Sinonimo questo, adottato in campo urbanistico,  di “valorizzazione” termine impiegato dal liberismo selvaggio per specificare, tanto per fare un esempio, lo sfruttamento di foreste per fornirci di parquet o per allevare in forma intensiva la materia prima degli hamburger.

E infatti si tratta di un prodotto tossico come certi fondi e certi titoli,  promosso dai governi nazionali e locali e finanziato dal debito per il suo un duplice effetto: quello di congelare sia pure temporaneamente il malessere delle nuove classi disagiate strangolate dai mutui e dalle spese condominiali e dal fisco  contribuendo a integrare i bassi redditi di piccoli proprietari e inquilini, offrendo un  reddito perlopiù sommerso e parassitario a figli e nipoti che si integrano nelle magnifiche sorti e progressive della gig economy   diventando affittacamere digitali e globali, e quello di limitare l’offerta delle case in affitto normale  facendo lievitare i valori degli immobili e dei canoni di locazione, espellendo l’indesiderato  ceto medio-basso.

È un fenomeno che viviamo ogni giorno, a Testaccio, a Trastevere, al Pigneto e alla Garbatella investite dalla movida degli apericena coi tavolini sul marciapiedi a godersi la memoria estinta del ponentino, sui Navigli, in quei quartieri che perdono il carattere abitativo per diventare folclore e attrattiva turistica e dove in ogni stabile campeggia almeno una insegna di casa-vacanze,  B&B, affittacamere, punte visibili dell’iceberg di passaparola del mercato sommerso di stanze coi letti accatastati, poche pulizia, bagni in comune e scontrini per il caffè al bar di sotto. Ma si verifica anche tra i masi di montagna delle Alpi, nella campagna un tempo felix intorno alla Reggia di Caserta, nei borghi abbandonati e solitari del Molise dove l’unica popolazione che intravvedi passando è di anziani davanti al bar con la serranda tirata giù a metà,  o in quelli della Lucania dove qualche basilisco cerca di tirare a campare  entrando nel brand di manager dell’accoglienza con l’offerta della casetta di nonna o del rudere pittoresco tra gli ulivi.

Così il veleno che ha intossicato le aspettative degli indigeni e quelle di chi arriva contagia tutto, si perdono i caratteri identitari delle popolazioni, delle attività, delle relazioni e delle memorie per convertire le città in parchi a tema, con i “residenti” che magari dopo aver dato le chiavi e le istruzioni per l’uso vanno a dormire in periferia, ridotti a figuranti, comparse e inservienti. Mentre ai turisti si spaccia una imitazione della vita di una comunità che non c’è più, falsificata, taroccata e banalizzata, desiderabile sfondo per selfie.

Non a caso sono rare le sacche di resistenza al processo, le associazioni e le organizzazioni, i movimenti sociali che combattono la pacchiana ristrutturazione e valorizzazione, i cambi di destinazione d’uso, le svendite del patrimonio immobiliare pubblico accompagnato dal trasferimento dei servizi essenziali fuori dalla “cerchia delle mura”, l’aumento ingiustificato dei prezzi dei generi di consumo accompagnato dall’espulsione delle attività sostituite dai supermercati e dai centri commerciali o dalle catene di distribuzione di merci uguali in tutto il mondo.

Sono pochi ancora e non hanno la visibilità e l’appoggio di fermenti cari all’establishment. E non c’è da stupirsene, pensando a Venezia dove  disposizioni urbanistiche che hanno promosso cambio d’uso di tutti gli immobili classificati come abitazioni anche se sfitti o disabitati (escludendo solo i piani terra), leggi regionali e delibere comunali che hanno liberalizzato e incentivato la trasformazione ricettiva degli appartamenti e delle singole stanze, hanno investito la città e le sue isole, travolte dal dilagare di nuovi alberghi, pensioni e residenze turistiche. O a Firenze, storicamente afflitta da sottoccupazione dove l’unica “opportunità” viene monocoltura della  “fabbrica del turismo”, che vampirizza il patrimonio artistico e culturale che estrae, che consuma, ma che non sa né tutelare né riprodurre.

Prevengo  i fan del cosmopolitismo al posto dell’internazionalismo che obietteranno che è un formidabile progresso offerto dalla globalizzazione la possibilità di muoversi, viaggiare, conoscere e immedesimarsi sia pure temporaneamente in vite e posti nuovi low coast, che questo non deve essere un lusso prec pochi, perché è frutto di lotte e conquiste di diritti.

In verità si tratta di una ulteriore disuguaglianza,  aggiuntiva alle tante della nostra contemporaneità e che contrappone da una parte il turista acculturato che spende e ha il diritto di pretendere, dall’altra quello frettoloso, disinformato  che non possiede le prerogative per godere dei doni della cultura, della natura e della creatività e dunque non li merita, giustamente costretto alla deportazione in pullman, nave, messo in fila in un corteo di pellegrini a sfiorare pietre secolari e dare uno sguardo di sfuggita a opere immortali, finendo per mangiare panini sottovuoto seduto sui gradini del Ponte di Rialto  o in Piazza dei Miracoli e a dormire pagando in nero un letto di fortuna.

Ed è quella che offre di consumi di massa per drogare la massa, elargendo qualche sogno e qualche gita al posto dei diritti e della legittima soddisfazione di aspettative e talenti, sostituendo col selfie e il souvenir uguale a Pisa come a Dubai, la memoria della dignità, e con la foto di gruppo alle immagini di lotta delle piazze dove un tempo ci si trovava tutti insieme, tutti nello stesso tempo e nello stesso luogo per far vedere e sentire come è bella la libertà.


Potere etilico

brouwer2 Anna Lombroso per il Simplicissimus

La droga più potente, diffusa in forma interclassista e per giunta assolutamente legale è sicuramente l’alcol. A guardare qualsiasi film italiano o hollywoodiano pare che la nostra vita sia scandita dalla presenza ancora prima del fatidico tramonto della tradione anglosassone del cocktail, dal bicchiere di vino rosso a consolazione di casalinghe frustrate, giovani single che si preparano all’acchiappo,  avvocati che seguono corsi di sommelier per accaparrarsi bottiglie pregiate da sorseggiare dietro le pareti di cristallo nelle quali si rispecchia la nostra feroce modernità, ma pure poliziotti nostrani che stappano un vinello dopo aver fronteggiato un serial killer o detective di NYPD che dopo l’appostamento in macchina fanno il pieno   di scotch dalla bottiglie incartata.

Non so se dobbiamo a questa definitiva legittimazione di una dipendenza che una volta si declinava in culto invidiabile e raffinato del gusto  per i ricchi e mesta sbornia  per i poveracci, la constatazione che siamo irrimediabilmente nelle mani degli ubriachi, che sembrano sempre sotto gli effetti di quel bel bicchiere di vino rosso autorizzato dalla cultura corrente ai target che appartengono secondo una fortunata  definizione recente alla società signorile di massa.

E’ questa provenienza di censo che potrebbe spiegare lo stato di ebbro marasma che li porta a biascicare propositi e promesse che smentiscono o si rimangiano la mattina dopo l’happy hour  dalla Gruber, perché sanno che il loro status  li esonera da responsabilità, doveri, oneri per via della provenienza da una condizione di relativa e selettiva agiatezza consolidata dalla fidelizzazione a un partito, movimento, lobby e dall’accesso ai privilegi e alla apparentemente inviolabile sicurezza di uno stile di vita e di un livello gratificante e dunque irrinunciabile di consumi.

Per questo sono indifferenti, anzi francamente infastiditi dai nostri gretti bisogni e dalle nostre miserabili rivendicazioni, siano essi rappresentanti eletti, tecnici continuamente implorati di salvarci con i loro teoremi e i loro algoritmi, sindacalisti che hanno preso a calci i valori del lavoro e le conquiste di secoli come arcaici fondi di magazzino della lotta di classe che ormai interpretano alla rovescia vendendo consulenze assicurative e fondi, o ministri che possono vantare una remota e ostile distanza da studi formativi, occupazioni e professioni che richiedono competenza, esperienza, affidabilità, tanto da diventare sponsor e testimonial della gig economy, dei lavoretti alla spina in delizioso avvicendamento con studi destinati unicamente a preparare alla servitù, al cottimo o al volontariato.

E siccome sono propagatori della cancellazione del lavoro, del welfare, della previdenza, dell’istruzione pubblica, della manutenzione dei diritti fondamentali, non tentano nemmeno più di rivendicare la capacità della loro ideologia e della prassi che ne consegue, quella di generare benessere per tutti sia pure a livelli differenziati, perché nel loro dna c’è solo il comando e il vincolo a tutelare gli interessi padronali e di conseguenza i loro, di vassalli o caporali.

E vi stupite se una delle regioni che guida la cordata della pretesa di autonomia al fine di redistribuire più acconciamente il gettito fiscale avendo dimostrato di saper governare con efficienza ed efficacia la cosa pubblica e salvaguardare il bene comune si vende i gioielli di famiglia a cominciare dai suoi palazzi del governo?

E vi stupite se la ministra competente in materia di trasporti e infrastrutture viene smentita nel suo ruolo di salvatrice di Venezia dai marosi, dal susseguirsi di test che provano l’inaffidabilità presente e futura del sistema ingegneristico che è  costato 7 miliardi ripartiti in strutture già fatiscenti, variazioni in corso d’opera attribuibili a materiali scadenti, inadeguatezza progettuale, incapacità e inattendibilità delle previsioni tecniche e di spesa, oltre che in un torrente di effetti del malaffare, che condannano la sua promessa di una demiurgica entrata in servizio del Mose nel 2021 al ruolo di penosa sortita di una scriteriata incompetente alle prese con una perenne campagna elettorale?  Tanto da aver costretto perfino la riservata  provveditrice alle opere pubbliche del Veneto, Cinzia Zincone a dichiarare che quella scadenza sarebbe “forzata” poichè  sarebbero già saltate “le scadenze intermedie”, a dimostrazione dell’indole peracottara del Consorzio Venezia Nuova  che aveva fatto intendere di essere in grado di provvedere già tra sei mesi a innalzamenti estemporanei delle paratie mobili in caso di maree straordinarie che ormai straordinarie non sono.

E vi stupite se i giornali danno ampio spazio alle implorazioni rivolte dalla stessa ministra al suo segretario di partito perché le dia lumi sulla linea da seguire nel caso della revoca della concessione alla Società Autostrade retrocessa a scaramuccia tra alleati renitenti, malgrado abbia dovuto esibire all’ultimo consiglio dei ministri perfino il rapporto della commissione ministeriale che inchioda Atlantia, come se non bastassero le inchieste sui crimini palesi a tutti fuorché al nuovo  rottamatore della magistratura?

E vi stupite se dopo aver confermato la sottoscrizione dell’accordo vergognoso con la Libia, dopo che anche grazie a quello l’Onu denuncia come più di 1000 migranti siano stati intercettati e  ricondotti nei lager, la ministra Lamorgese si accorge con sorpresa e preoccupazione che l’instabilità del paese potrebbe aumentare gli arrivi da Tripoli, che Conte tanto per metterci una pezza a colori non esclude la possibilità di inviare i “nostri” soldati di pace nell’area grazie ai presupposti della missione Misiat che prevede stanziamenti per la mobilitazione di 400 militari (ma 250 sono già là) e di 130 mezzi navali terrestri e aerei, in appoggio morale se non apertamente militare a una delle fazioni?

E vi stupite se mantenendo tutte le misure di “controllo” dell’immigrazione che hanno dato forma a una sollevazione di popolo espressa finora solo in via canora con Bella Ciao, si aprono i porti ma si conserva il susseguirsi di oltraggi alle leggi internazionali, si chiudono gli Sprar senza alternative e abbandonando i profughi a un destino di clandestinità offerta ai profitti dell’illegalità? Consentendo che siano in vigore leggi che discriminano non dando agli stranieri le stesse garanzie in tutti i gradi di giudizio, ma chiedendo a gran voce che venga aumentata la concessione di permessi umanitari?

Ecco, un proverbio dice che la vita è troppo breve per bere vino cattivo, dovremmo smetterla con le sbornie di seconda mano.


Mose, fallimento di Natale

ITALY-WEATHER-FLOODING-ALTA ACQUA-HIGH WATER-VENICEForse i veneziani sommersi speravano in un regalo di Natale, ma  anche la seconda prova generale del Mose, dopo quella fatta nei giorni successivi all’acqua grande storica di qualche settimana fa, è  fallita. Proprio niente sembra funzionare perché tutto è stato funzionale non alla salvezza della città quanto piuttosto ai profitti delle aziende del Consorzio, al potere dello stesso, di natura politico affaristica, così grande che tutte le obiezioni al progetto e poi ai lati oscuri della sua realizzazione, sono stati soffocati: dire di no significava essere esclusi da tutti gli altri lavori e commesse, emarginati negli ambienti professionali, diventare dei rompicoglioni e degli appestati. Così le cerniere delle paratie originariamente progettati in fusione di ghisa, sono state poi oggetto di una variante  che ha puntato sul lamierato saldato semplicemente  perché nelle aziende del Consorzio non c’era chi aveva la tecnologia della ghisa, ma invece c’era la Mantovani che aveva acquisito un azienda esperta di lamierati.  Peccato che  secondo la letteratura internazionale sono una scelta pessima per opere subacquee. Specie se poi i materiali non sono della qualità prevista.  E’ solo un esempio di un’intricata storia di varianti, corruzione, che per due decenni ha agito come una cupola, senza ascoltare nessuno, senza ricorrere alle migliori tecnologie, senza tollerare critiche.

Lorenzo Fellin, ingegnere padovano docente di impiantistica, dopo essere stato costretto a sbattere la porta per avere espresso dubbi pesantissimi sulle cerniere che il Consorzio Venezia Nuova aveva deciso di far costruire per il Mose ha detto in una recente intervista: “In tutte le riunioni a cui ho partecipato non ci sono mai stati interventi critici, qualcuno che alzasse la mano per dire no così non va. In fondo era quello il nostro compito, controllare. Molti avevano anche progetti che andavano in discussione. O erano consulenti delle imprese del Mose o di imprese ad esse collegate”. Insomma il Consorzio agiva come un ecosistema chiuso ad ogni ragionamento e a ogni critica, ad ogni apporto tecnico, tutto intento a costruire un proprio potere col pretesto della salvezza di Venezia: così il Mose già ora, cioè incompleto e non funzionante, è costato più di tre volte l’intera autostrada del Sole e semmai dovesse funzionare implicherà folli spese di manutenzione che costituiranno un pesante vitalizio a favore di chi ha combinato il disastro.

Naturalmente dire che il Mose funzioni, ossia sia in grado di alzare le sue paratie, non significa che esso sia davvero utile a salvaguardare Venezia, anzi questo è molto dubbio e studi approfonditi dicono che la progettazione stessa delle barriere è sbagliata. Ci si è avventati ad occhi chiusi su un progetto, peraltro già abbandonato altrove, perché esso garantiva i massimi profitti non certo la massima efficacia. Ma qui non si tratta del fallimento di un’opera, siamo invece di fronte al fallimento di un intero modello di governance fondato sulla corruzione, sul conflitto di interessi, sul cortocircuito affari politica che produce pessimi risultati per i cittadino e per il Paese, ma grandi vantaggi per le cupole che operano. Le soluzioni sono sempre quelle implicano il maggior costo e la minima efficacia e questo indipendentemente dall’importanza dell’obiettivo: c’è una certa differenza tra il costruire una linea ferroviaria del tutto inutile come la Tav Torino – Lione e lasciare affondare Venezia per aver scelto una soluzione monstre, averla progettata in maniera superficiale e  averla realizzata in maniera pessima. Proprio questa differenza ci dice che il “sistema Italia” è marcio dalla testa ai piedi perché non riesce  a fare un passo indietro nemmeno di fronte ai temi vitali. Anche la politica non è ormai che un grande consorzio volto alla salvezza di questo sistema e dove in nome di tale obiettivo generale le forze politiche sono aggregabili e disaggregabili a piacere come se fossero pezzi di un Lego. E del resto non esprimendo differenze significative, anzi non avendo visioni non possono che essere legate a questa logica “costruttiva”. In realtà è l’Italia tutta intera che sta affondando e di certo non verrà salvata da un parlamento Mose,


Il Supplizio di Venezia

il ponte della libertà visto dall'altoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ho sempre pensato che le pulsioni alla scissione fossero sintomi di gravi malattie non solo infantili della politica, tanto che l’unica secessione che mi aveva appassionato era quella viennese. Ma avevo cambiato idea in vista del referendum che doveva tenersi a Venezia l’1 dicembre per la separazione dell’enclave storica dalla terraferma.

A persuadermi non era soltanto l’offerta informativa della stampa ufficiale che a posteriori titola entusiasticamente: ennesimo flop, come se la scarsa affluenza costituisse un segnale di maturità democratica,  suffragata dalle sollecitazioni del sindaco in carica che mandava avanti i suoi scherani di giunta perché a lui veniva da ridere come nelle barzellette, nemmeno i nomi eccellenti dello schieramento per il No, compreso  gli ex sindaci Cacciari che ha generosamente definito il pronunciamento “una puttanata da poveretti” proprio come aveva fatto in occasione del referendum costituzionale, quando aveva scrupolosamente e coerentemente votato Si, invitando da ora a occuparsi attivamente della città alla cui mercificazione ha ampiamente contribuito, e Costa convertitosi da primo cittadino in patron non disinteressato dei corsari delle crociere e della opere in fieri per perpetuare il loro sconcio. E compreso il governatore Zaia in campo per ben altra secessione più gradita a una ampio spettro di fan leghisti e riformisti.

Sarebbe bastato quello, appunto, ma invece a convincermi è stata l’immagine di un supplizio in voga in tempi altrettanto barbari, quando un condannato veniva abbracciato a un morto, in modo che la sua corruzione infettasse l’altro. E infatti la morte decretata per la Venezia insulare impone analogo destino alla Venezia di terraferma, quella nata dagli imbonimenti che hanno strappato la terra alla laguna per far crescere un impero sul fango (si dice che Marghera derivi dal veneziano “mar ghe jera”, letteralmente “mare c’era”) nel 1917 con l’istituzione della società del  Porto industriale di Venezia,  per la costruzione del porto e del quartiere residenziale,  nel quadro di quella unione  “artificiale” sancita da Mussolini tra la città d’arte da valorizzare con il consumo turistico/culturale grazie ai grandi alberghi della Ciga, alla Biennale e ai Festival e quella industriale e commerciale, con lo sviluppo del porto industriale, del Petrolchimco, del Canale dei petroli, che si aggiungeva ai primi insediamenti produttivi: il Punto Franco, il Cotonificio, i Tabacchi, il Mulino Stucky, le Conterie.

In un caso e nell’altro a beneficiare dei profitti della distopia era la cerchia economico-finanziaria fascista così come oggi a godere dei proventi della  Venezia che deve piacere alla gente che piace sono le cordate del Consorzio abilitate ad avere nuovo illimitato accesso alla greppia del Mose che “si deve finire a tutti i costi”, oltre che alla mangiatoia delle vie d’acqua che garantiscano che le Grandi Navi “passino a tutti i costi”, saranno i compratori del patrimonio pubblico sulle orme dei Benetton introdotti proprio da Cacciati in qualità di spregiudicati conquistadores, e pure le multinazionali dell’accoglienza tra le quali spicca la  Coima sgr, società di gestione patrimoniale di fondi di investimento immobiliare per conto di investitori istituzionali italiani e internazionali Qatar compreso, gestore  del fondo “Lido di Venezia II che si è annesso  il portafoglio alberghiero composto dall’Hotel Excelsior, dall’Hotel Des Bains, da Palazzo Marconi, dalle concessioni sulle spiagge e dai beni ancillari (non meglio definiti) dei due alberghi.

Ed è per quello, in nome di quella coincidenza di interesse di pochi a spese di molti, che quella divisione non si aveva da fare. In modo che i quattrini che è doveroso mobilitare per il patrimonio dell’umanità vadano a finanziare la prosecuzione di un’opera che si è accreditata per essere la madre di tutte le corruzioni e del malaffare, a contribuire a soddisfare gli appetiti di immobiliaristi e costruttori impegnati a realizzare il progetto visionario e fallocratico della città verticale per «favorire azioni di recupero, rigenerazione e densificazione dei tessuti urbani»,  per fare della terraferma e fare di Mestre il «cuore amministrativo e culturale dell’ area metropolitana e del Nordest, «dove inserire un abitare sostenibile, terziario e terziario avanzato, giovani start-up e innovazione», facendo rientrare nello sviluppo in altezza anche il Quadrante di Tessera, in qualità di area “per il divertimento e i nuovi impianti sportivi”.

Si tratta del ricorso ormai consueto all’eufemismo per definire la rinuncia a qualsiasi identità urbana, a qualsiasi vocazione e a qualsiasi destino civico della città di terraferma, ridotta a immenso dormitorio per residenti e visitatori, condannata a hub infrastrutturale, alberghiero, burocratico al servizio del museo a cielo aperto, che anche in virtù del Mose ha breve vita in stato di emersione, ma si è arricchito di nuovo appeal a vedere le frotte di turisti attratti dall’acqua alta, come trailer della spettacolare immersione della nuova Atlantide. E non trascuriamo come questo orizzonti di sviluppo andranno a beneficio delle mafie, prima di tutte quella dei rifiuti che ha scelto il Veneto come nuova frontiera, resa più appetibile in previsione del piano di bonifica di Porto Marghera.

Insomma l’asse di interessi si è spostato, è profittevole lasciare la città lagunare al declino perché la sua agonia mantiene la città di terraferma, ammesso che per ambedue sia ancora lecito l’uso del termine città, se dovrebbe definire secondo la Treccani un “centro abitato di notevole estensione, con edifici disposti più o meno regolarmente, in modo da formare vie di comoda transitabilità, selciate o lastricate o asfaltate, fornite di servizî pubblici e di quanto altro sia necessario per offrire condizioni favorevoli alla vita sociale”. Mentre quello che è stato un prodigio urbanistico assiste all’espulsione dei suoi abitanti, alla rimozione della sua memoria e del suo futuro, alla conversione in parco tematico, forse acquatico come a Acqualandia, condannata a una inarrestabile morte insieme a un nucleo cui era stata imposta una vocazione artificiale e un destino altrettanto sintetico, come due prodotti contraffatti messi sul mercato in confezione sotto vuoto con il marchio dell’Unesco.

 

 

 

 

 

 


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