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Venezia malata, navi “sane”

ve ve Anna Lombroso per il Simplicissimus

Molto meglio di trattati di sociologia, antropologia, economia ha illustrato la questione afroamericana Cassius Clay che raccontò di essersi accorto di non essere più negro quando divenne  “The Greatest“. Perché si sa che, gratta gratta,  sotto alle differenze e alle disuguaglianze e discriminazione  che ne derivano, siano di genere, religione, etnia, pigmentazione. spunta sempre quella di classe.

E quindi il venditore di parei colorato e islamico in Costa Smeralda è malvisto a differenza del compratore di  spiagge colorato e islamico ma esponente dinastico degli emirati.

Altrettanto, è perfino banale dirlo, fanno le ultime misure governative nel contesto del prolungamento dell’emergenza, selezionando accuratamente chi fa scalo nei nostri porti a seconda, più che della stazza, del pescaggio, del tonnellaggio, del ceto dichiarato dei passeggeri, accogliendo entusiasticamente i forzati delle crociere che si affacciano festosamente dei ponti delle navi condominio facendosi i selfie davanti al Giglio e a San Marco, mentre vengo respinti irremovibilmente quelli che arrivano già disperati, certamente più di quanto lo saranno gli ospiti di Costa Crociere dopo il salassi di extra che rappresenta il vero business dei nuovi corsari.

E siccome secondo il Presidente del Consiglio del Paese dove il turismo costituisce il 13 del Pil, è arrivato il tempo “ di non pensare a nuove restrizioni, ma di sostenere una effettiva ripartenza”, le navi da crociera  “devono ricominciare a viaggiare perché il turismo è un pezzo fondamentale della nostra economia”, contribuendo all’auspicato ritorno alla normalità che significa, con tutta evidenza, che  bastimenti a più piani sono autorizzati a sfiorare i masegni di Piazza San Marco attraversando sfrontatamente il Bacino un tempo solcato dal Bucintoro, o che le  città d’arte si debbano disporre grate e riconoscenti a essere invase da carovane di turisti ciabattoni, in fila dietro a un ombrellino, accaldati, frastornati, tuttavia compresi  e convinti del diritto meritato a usare bellezza, cultura, storia come una merce da consumare frettolosamente in una triste replica dell’alienazione in fabbrica, in ufficio o alla mensa.

Mi immagino già la reazione di chi pensa che l’appartenenza alla costellazione progressista imponga di approvare il turismo di massa come una conquista popolare che la sinistra antagonista combatte per mantenere un’esclusiva in regime di monopolio del godimento del patrimonio artistico e culturale grazie all’esclusiva e elettrizzante convinzione di poter avere il mondo a propria disposizione.

Il fatto è che appena usciamo da casa siamo turisti  che vogliono stare dove non ci sono altri turisti, che detestano il turismo, fenomeno accettabile finché era privilegio di pochi, prima che i bus multipiano sostituissero i vettori del Grand Tour, prima che i residenti delle città d’arte venissero assediati, espropriati e espulsi da quelle che interpretano non a torto come orde barbariche indifferenti alla cura e tutela dei loro beni. Quelli che,  a leggere le cronache e a guardarsi intorno,  insozzano e deturpano a fronte di benefici sempre più ridotti, posseduti da  un immaginario colonizzato grazie al quale si aspettano che gli invasi si adeguino alle loro aspettative inscenando una realtà – spettacolo come figuranti e addetti di un parco tematico allestito a loro uso.

E figuriamoci se questi esigenti spettatori invece di camminare per calli e campi, sono abilitati a osservare distrattamente  dal ponte n. 7 di una nave il muoversi frettoloso di formiche sullo sfondo di una città condannata a location, ridotta a  scenario di cartapesta di una commedia di Goldoni, nell’anticipazione probabile dell’affondamento morale e materiale dell’arrogante Serenissima che adesso che è al loro servizio si fa pagare 15 euro un caffè.

Quelli che guardano al turismo di massa come alla minaccia mossa contro una prerogativa sociale finora mantenuta da una èlite sociale e morale, dotata degli strumenti messi a disposizione da una istruzione “superiore”, ma ancora di più quelli che ritengono che costituisca un diritto inalienabile pigiarsi davanti alla Gioconda, viaggiare stipati in un aereo low cost, dormire in un B&B senza nessuna caratteristica di confort, dovrebbero invece cominciare davvero a pensare a come l’industria del “viaggio” (il turismo, secondo l’antropologo apocalittico Malcom Crick,  rappresenta il più formidabile movimento di popolazione umane al di fuori del tempo di guerra) sfrutti  e oltraggi non solo il nostro territorio, ma anche il nostro immaginario, la nostra percezione dei luoghi e della vita degli altri, dove gli stereotipi, quelli del pittoresco e della tradizione, diventano i prodotti più taroccati nell’outlet della storia.

C’è chi dice che questo processi di imbalsamazione risponde al bisogno di passato come risarcimento per quello che la modernità ha distrutto o rimosso. E che assomiglia alle liturgie delle giornate della memoria, di quella della donna, del Primo maggio, celebrazioni una tantum di qualcosa che ha perso senso, di qualcosa che per 364 giorni viene sottoposto a un oblio consolatorio della coscienza.

È probabile che sia così soprattutto in un Paese dove riforme dell’istruzione di marca “progressista” hanno provveduto a ridimensionare lo studio della storia, a cancellare l’educazione civica e la storia dell’arte, dove proprio oggi, a fonte della liberatoria per le navi da crociera, restano e resteranno vincoli e limitazioni per l’accesso all’istruzione pubblica che confermano la lesione di un diritto fondamentale e che dovrebbe essere uguale per tutti.

Ma  purtroppo la trasformazione di Venezia in mummia da rimirare preferibilmente  dall’alto, è stata avviata.

E il paradosso è che – come ormai succede per quasi tutte le città d’arte, sottoposta al maquillage degli impresari per presentarsi bene in occasione del suo fastoso funerale, Carnevale, festival, Redentore, Regata, e per essere esposta a pagamento al compianto  di chi vorrebbe accelerare la sua fine, magari per essere presente durante lo spettacolare inabissamento o quando il mostro marino per forza d’inerzia abbatte i quattro cavalli –  a trarre profitto dai benefici della mercificazione non sono gli abitanti, nemmeno i connazionali, bensì multinazionali fantasmatiche di armatori, immobiliaristi che beneficiano della cacciata dei residenti, catene commerciali che hanno preso il posto dei negozi e delle attività tradizionali, compagnie turistiche 200 anni dopo Thomas Cook insieme alla gang di AirBnb che ha, anche grazie al Covid, estromesso i piccoli che affittavano la stanza in più consolidando invece il monopolio speculativo dei grandi proprietari.

Ormai Venezia è, come ebbe  a dire Mary McCarthy, l’album pieghevole delle sue cartoline, da quando si è fatta strada ingenerosamente anche grazie a un ceto dirigente locale reo di tradimento, che la città sia “patrimonio mondiale” condannandola a assomigliare sempre di più alla sua imitazione a Las Vegas per appagare l’aspettativa distratta dell’immaginario collettivo dei 30 milioni di visitatori (secondo i dati di Paolo Lanapoppi) che ci capitano ogni anno.

Sono loro i veri city users che bivaccano in piazza, fanno pipì in canale, nuotano in Piazza allegramente durante l’acqua granda, vanno in monopattino su e giù per i ponti, ai quali si vorrebbe contrapporre un turismo sostenibile, educato, politicamente corretto, ambedue irriguardosi del destino di una città che prima di essere patrimonio dell’umanità è ancora fatta di gente, poca, memoria, molta ma minacciata, vocazioni, represse, gente costretta nel migliore dei casi a diventare guardiana della sua stessa “casa” convertita in museo, dove arriva la mattina dalla terraferma per poi far ritorno la sera in altri posti senza identità se non quella di bacino di servizio al luna park lagunare.

C’è poco da sperare, la grande menzogna dei benefici immediati e tangibili dell’oltraggio si è affermata. Lungo le tratte segnate dai corsari si avvicinano le loro navi da guerra pronte a rovesciare nella città  nei giorni di maggior afflusso oltre 35 mila persone, che producono costi sociali e ambientali ingentissimi: inquinamento dell’aria, del mare, elettromagnetico e acustico, alterazioni dell’equilibrio morfologico della Laguna, indebolimento delle fondamenta, iperproduzione di rifiuti, incremento della pressione antropica.

Effetti questi che non sono minimamente comparabili ai benefici, grazie a un sistema che concentra e privatizza i profitti mentre socializza i danni e che carica i costi su chi non trae reddito né vantaggi, i residenti che sopportano un prezzo di circa 6 mila euro l’anno pro capite, mentre i profitti vanno ai titolari delle agenzie, a società che non hanno sede a Venezia, agli armatori, ai fornitori dei servizi e  dei rifornimenti, a quei soggetti cioeè che hanno in mano anche la gestione dello scalo portuale grazie alla privatizzazione del Vpt (Venice Port Teminal, non a caso nello slang dell’impero), quella cordata di armatori riunita nella società  Venezia Investimenti in combutta esplicita con la Regione in virtù del suo “braccio” finanziario “Veneto Sviluppo”.

Sono sempre loro che già contrattano le alternative al passaggio in Bacino grazie a nuove vie d’acqua la cui realizzazione è ovviamente affidata al soggetto che ormai opera in regime di esclusiva riunendo in sé tutto e il contrario di tutto, scavi e riempimenti, sporcizia e pulizia, opere e controllo sulle opere, quel Consorzio Venezia Nuova sotto la cui gestione dispotica e assoluta corruzione, malaffare e inefficienza hanno agito a norma di legge.

I futuristi di ieri volevano uccidere il chiaro di luna e l’abuso di stereotipi  romantici incarnati dal mito passatista di una città “estenuata e sfatta da voluttà secolari”, colmando “i piccoli canali puzzolenti con le macerie dei vecchi palazzi crollanti e lebbrosi”, bruciando “le gondole, poltrone a dondolo per cretini”. I futuristi di oggi hanno fatto di più, hanno ucciso Venezia.  

 

 

 


Teste di Ponte

pontegenova_inaugurazione-  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando sento nominare i prodigi dell’ingegneria e dell’architettura, pensando al Mose, ai ponti di Calatrava (a Veneiza, Cosenza, Roma), alla Tav, a viadotti e bretelle che appena terminati sembrano già manufatti di archeologia industriale, e prima e peggio, alla Diga del Vajont, mi viene proprio da imbracciare il mitra.

Perché se si tratta di prodigi l’unica cosa certa è che gli unici a godere dei miracoli della scienza e della italica creatività, sono quelli delle cricche dei costruttori, delle  cordate del cemento, i beneficiari di tutti i problemi lasciati incancrenire in modo che diventino prima urgenza poi emergenza, da affrontare quindi con leggi speciali che aggirino quelle “normali” e vigenti, con autorità straordinarie che scavalchino soggetti di vigilanza, con fondi eccezionali distratti da altre situazioni di crisi e elargiti a piene mani, si dice, per il bene della comunità, anche se si tratta di stadi, alte velocità propagandate da quelli che fino a ieri erano per la vita, il cibo e il lavoro slow, di autostrade vuote  che sembrano uscite da Zabrinskie Point, di aeroporti da ampliare doverosamente a fronte della latitanza di turisti.

Le nostre giornate risuonano ancora della toccante cerimonia di inaugurazione dell’ultimo portento della patria di navigatori e poeti, con tanto di colonna sonora di De Andrè a conferma che da noi finisce tutto a mandolini e serenate, quel Ponte di Genova che ha rafforzato la considerazione del presidente del Consiglio perfino tra i cugini d’oltralpe che gli dedicano bonari titoli in prima, e un po’ di camouflage alla reputazione del Paese della Salerno Reggio Calabria.

È tale la meraviglia indotta dalla inusuale rapidità e efficienza della performance dell’operosità italiana, da farla diventare un format di Buon Governo  che dovrà ispirare da oggi in poi tutti i futuri cantieri della ricostruzione.

E d’altra parte, anche prima del rilancio che reca come fiore all’occhiello il decreto semplificazioni, si era capito che le procedure scelte per la realizzazione dell’opera che doveva cancellare una vergogna criminale, avrebbero aperto la strada a un nuovo corso segnato da snellimenti dinamici, cancellazione di molesti lacci e laccioli, aggiramento di fastidiosi e farraginosi controlli.

E infatti  da due anni siamo afflitti da panegirici di questa svolta funzionale e propulsiva, allegoricamente incarnata dalla strategia “Italia Shock “ a firma del leader di Italia Viva, Matteo Renzi, che ipotizza  “misure urgenti e necessarie al fine di garantire uno snellimento procedurale e la velocizzazione delle opere pubbliche nel Paese”, allo scopo di “rendere più fluide le modalità di realizzazione delle infrastrutture strategiche nazionali”, probabilmente quei 130 e passa interventi “prioritari” di avvio di cantieri e di una occupazione da Terzo Mondo interno, manuale, effimera, troppo spesso segnata da incidenti mortali oltre che da ricatti, intimidazioni e umiliazioni.

Prima ancora, il Codice Appalti del 2016 era stato oggetto di un correttivo, chiamato appunto Sblocca Cantieri, e di circa una settantina di manipolazioni e maquillage per introdurre deroghe  e liberatorie in materia di affidamenti di incarichi, appalti, procedure e contrasto alla corruzione, tutte intese a facilitare la vita delle imprese anche generando una propizi incertezza del diritto.

Come si sa l’affidamento per il nuovo Ponte si è avvalso di una procedura d’urgenza dopo la  nomina di un commissario straordinario con pieni poteri che ha provveduto all’assegnazione senza concorso alle ditte esecutrici.

E tale era la fretta e tale l’onta che era caduta su tutti gli attori coinvolti che è stato salutato come un trionfo della ragione il fatto che per progettare, realizzare, e inaugurare in tempi record una infrastruttura così importante e complessa, bastasse non applicare le leggi vigenti, bastasse che lo Stato facesse una pubblica abiura  delle stesse regole che ha emanato  scegliendo di procedere con assegnazioni specifiche: scelta del progetto, scelta dell’impresa esecutrice, e così via.

A prima vista potrebbe sembrare un successo della “cultura” sviluppista e del sistema delle imprese.

In realtà a godere di questa deregulation non possono essere che i titani del mercato, quelli che da anni vediamo entrare e uscire dalla porte girevoli dei tribulami, coinvolti in tutte le grandi opere promotrici di grandi corruzioni, con i loro stuoli di avvocati e consulenti, coi loro addetti alle relazioni istituzionali dotati di diritti di precedenza inalienabili nella anticamere  di ministri, assessori, direttori generali, amministratori pubblici.

Mentre via via si cancella inesorabilmente la miriade di piccole  medie imprese non competitive, retrocesse a indotto sempre più penalizzato, sempre meno specializzato, sempre più ricattabile, tanto da doversi avvalere di personale avvilito dalla precarietà, da remunerazioni irrisorie e incerte, dalla mancanza di requisiti di sicurezza, inadeguata  a sottostare a tutta una serie di iter e verifiche che i grandi possono delegare alle loro burocrazie interne che vantano dimestichezza e contati con quelle della pubblica amministrazione.

Chi meglio del Modello Genova incarna la consegna dei lavori e del Lavoro, quello incerto, impoverito, avvilito dalla mobilità e dalla perdita di diritti e garanzie.  Deve essere così se nelle referenze delle ditte prescelte dove vengono esibiti i successi coloniali all’estero, la presenza in cordate molto propagandate, varianti di valico, Mose, mancano i requisiti, ormai superflui per non dire sgraditi, di trasparenza e rispetto della legalità.

Dal 15 maggio la rottura con un passato discusso è sancita dal cambio di denominazione: Salini- Impregilo, che da allora si chiama Webuild, godrà da ora in poi del prestigio offertole dal nuovo Ponte che getterà un po’ di caligine benefica sulle prestazioni e i progetti dei due partner, dalle commesse del Duce alla Salini, per lo stadio in cui ricevere Hitler, alla loro bonifica di Tana Beles, patron Andreotti, dalle campagne africane, alle autostrade nell’Est, alle poliedriche iniziative in America Latina, dall’inquietante presenza negli elenchi della P2 a quella nel giro d’affari sempre aperto del Ponte sullo Stretto, insieme a Impregilo, il cui curriculum poco evidenziato per via della famigliarità col Giornale Unico, annovera inchieste per concussione e corruzione in Italia e all’estero, in particolare nei paesi dell’America Latina e dell’Africa,  e per reati riguardanti l’ambiente e la salute delle popolazioni locali. E il cui  pacchetto di controllo,  tanto per aggiungere una informazione in più,    è detenuto da IGLI S.p.A. (29,866%) che fa capo, con quote paritetiche del 33%, a Autostrade per l’Italia (gruppo Benetton), Argo Finanziaria (Gruppo Gavio) e Immobiliare Lombarda (Gruppo Sai).

Ma ormai al suono di Creuza de Mar, si può scordare la caduta nel 2016 del manager di fiducia di Zio Pietro, così veniva chiamato il capofamiglia Salini, quando intercettazioni scomode rivelarono i traffici opachi dell’alta velocità in Emilia e Toscana, e poi il ruolo di un direttore dei lavori, in rapporti di collaborazione inquietanti con la criminalità, che firma stati di avanzamento farlocchi per la Salerno -Reggio Calabria e  per il valico dei Giovi, per non dire delle “collaborazioni” strette con il famigerato Incalza al tempo delle regalie in Rolex alla dinastia Lupi, e ancora prima il ruolo dell’attuale vertice Webuild nella madre del malaffare a norme di legge, il Mose, la greppia che ha nutrito anche Fagioli SpA, insignita in questi giorni proprio per il suo contributo alla realizzazione del Ponte di Genova di un importante premio internazionale, che a Venezia è incaricata dell’installazione dei cassoni e del sollevamento e abbassamento delle paratie mobili con gli esiti tristemente noti.

Adesso possono stare tranquille le Magnum delle costruzioni, adesso possono rientrare a pieno titolo nella legalità da quando a norma di legge non è più necessario truccare gli appalti, aggirati e teleguidati all’origine, adesso che non tocca dare la mazzetta ai funzionari per sottrarsi ai controlli cancellati come fastidiosi ostacoli alla libera iniziative, adesso che le raccomandazioni sanitarie hanno superato perfino l’immaginazione degli intenti di Mani Pulite, rendendo l’eccezione una regole e l’emergenza una opportunità.

 

 

 

 

 

 

 


Il brand dell’oltraggio

uffiziAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dobbiamo all’ineffabile Nardella il rovesciamento delle elementari regole del mercato e della pubblicità, quando ringrazia l’influencer, “divinità contemporanea nell’era dei social” per migliaia di follower, che ha affittato a prezzo di favore gli Uffizi (museo statale mantenuto con i soldi dei contribuenti)  come location del suo schooting per Vogue, in qualità di ambita supporter della “nostra cultura”, manco dovessimo ringraziarla del favore che ci ha fatto propagandando e valorizzando indirettamente Firenze, l’Italia e,  in veste di zelanti figuranti muti, Venere, Giuditta, Federico da Montefeltro, la Maddalena. E anche  la Velata, la stessa opera che doveva seguire Renzi in un giro di propaganda e essere esposta come testimonial della sua conoscenza del patrimonio artistico della città del Giglio, alla pari con i ciceroni abusivi, nella hall degli hotel toccati dal tour.

L’uomo non è nuovo a certe iniziative di merchandising del patrimonio artistico della città che governa, eterno n.2 dopo il sindaco n.1 che esigeva che, dietro una tappezzeria del salone dei Cinquecento dove  campeggiava la sua scrivania in caso di visite prestigiose,  venisse miracolosamente scoperto e rivelato al mondo e rivelato al mondo un immortale affresco di Leonardo.

Si,  Renzi, lo stesso  che voleva edificare durante la sua era la facciata della basilica laurenziana lasciata incompiuta 500 anni prima secondo il progetto di Michelangelo, quello che indiceva la caccia alle ossa della Gioconda in occasione della svendita al National Geographic del Pacchetto Leonardo e così via, tutte iniziative pensate nell’ambito di una strategia ideata “per far conoscere Firenze”, sempre lui, quello che aveva messo nel CdA del Gabinetto Vieusseux il suo fidatissimo gestore dei parcheggi cittadini, quello che ha seppellito il Maggio fiorentino, ma stanziato quasi 2 milioni per un Luna Park intitolato Genio Fiorentino, poi replicato oltre atlantico  dal suo norcino di fiducia con tanto di guglie del Duomo tra i salami e le provole.

E il suo successore scrupolosamente ha seguito la stessa strada, affittando Ponte Vecchio per le convention aziendali, Santa Maria dei Miracoli per fastosi matrimoni, lanciando invettive contro il personale addetto ai musei proprio come il Sindaco degli italiani: “non lasceremo la cultura ostaggio dei sindacati”, ebbe a dire. Tiene chiusi i  musei, tutti gestiti in regime di monopolio da una  associazione, Muse che fa capo a un buon amico e ex socio di papà Renzi, salvo quelli aperti in casi eccezionali appunto, per ricattare il governo in modo da far ripianare il bilancio comunale orbato della tassa di soggiorno assicurata fino al Covid dallo sfruttamento intensivo della mission esclusivamente turistica della città.

Lo stesso vale per Venezia dove non si sa quando e se riapriranno i Musei Civici il cui personale è in cassa integrazione da 4 mesi, S.racusa, la città dove il Teatro Greco era stato invece messo a disposizione come circuito dove far rombare le Ferrari.

Qualche giorno fa la Consulta Universitaria Nazionale per la Storia dell’Arte ha inviato una lettera accorata al Ministro Franceschini, quello, per restare nello slang  dell’advertising al servizio del “Parco tematico Italia”, della campagna Very Bello.

Denunciano  che mentre si vanno riaprendo discoteche, stabilimenti balneari, esercizi commerciali, sale per il Bingo, restano chiuse università, biblioteche e archivi, anche grazie all’insensata prescrizione  dell’Istituto della Patologia del Libro che ha raccomandato una quarantena sanitaria di 10 giorni per ogni libro eventualmente consultato.

Pare che il ministro sia rimasto in un silenzio assordante almeno quanto quello che ha accompagnato il decreto per la Semplificazione  che realizza la distopia berlusconiana istituendo il silenzio/assenso per i progetti che devono essere sottoposti alla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e un alleggerimento delle procedure    delle norme di appalto inteso alla demolizione del sistema della sorveglianza e dei controlli tecnico-scientifici e finanziari, esautorando – finalmente! direbbe Renzi – i sacerdoti del non-fare e i professoroni delle sovrintendenze, la genia più odiata dai riformisti insieme ai costituzionalisti vivi, che quelli morti erano stati tutti arruolati in occasione del referendum per fortuna perso.

E dire che per giorni gli opinionisti ci hanno elargito le loro delicate riflessioni sul bello del lockdown (per carità la valorizzazione di marca Pd e Italia Viva della nostra bella lingua sciacquata in Arno non permette di usare il termine nostrano  “confinamento”), che avrebbe riavvicinato la popolazione distratta alla lettura, alla contemplazione, alla musica colta, sicché, arricchita, avrebbe poi voluto proseguire in quel bagno culturale, andando in visita a chiesette romite, a raccolte d’arte, frequentando i negletti cine d’essai e le trascurate sale da concerto.

Come si può capire, non verremo messi alla prova dalla crisi generale, quella del prima, del durante, e la peggio, quella del  dopo: l’importante è essere sani e pare che per esserlo sia meglio coltivare l’ignoranza che comporta un gradito adeguamento ai comandi, l’affiliazione nei ruoli dell’obbedienza e del conformismo, l’anatema lanciato contro la critica e l’obiezione di coscienza dalle energiche indicazioni che vengono dall’alto e da fuori.

Ci pensa anche l’Europa subito prima di “concordare” a modo suo, come venirci incontro, dandoci in prestito i soldi che versiamo in qualità di partner, condizionati a responsabili rinunce che ci garantirebbero l’appartenenza al consorzio comunitaria, sia pure da cattivi pagatori dei quali bisogna raddrizzare i costumi dissipati. E che taglia il budget dei fondi per la cultura e lo spettacolo di 6 miliardi, a fronte dell’analisi condotta da Kea European Affairs che fornisce una prima valutazione dell’impatto economico che la pandemia ha avuto sul settore culturale europeo.

Secondo le stime dell’agenzia  il settore avrebbe  perso nel secondo trimestre del 2020 fino all’80% del  fatturato per attività ricreative e prodotti culturali. Pare che solo la Germania abbia effettuato  un calcolo, secondo il quale la perdita ammonterebbe a quasi il 13% del fatturato annuo, mentre   stime meno precise parlano di un calo del 10% nel Regno Unito, del 6% in Francia e del 5% in Italia.

Ma è facile ipotizzare che i consumi continueranno a scendere nei prossimi mesi viste le restrizioni e gli obblighi che tengono lontani turisti e appassionati. Si sa già che il Rijksmuseum  di Amsterdam, che normalmente stacca almeno  12.000 biglietti al giorno, dall’8 giugno potrà accogliere soltanto 2.000 visitatori, che la Scala ridurrà il suo pubblico a 200 persone con una perdita fino a 50.000 euro al giorno e che secondo un’analisi dell’Unesco l’industria cinematografica ha un salasso globale di circa 7 miliardi di euro.

Alcuni governi centrali e locali stanno prendendo provvedimenti:  Parigi  ha stanziato 15 milioni di euro, Berlino ha creato un pacchetto di fondi da destinare alle imprese del settore e Amsterdam  fronteggia  l’emergenza con oltre 17 milioni, Barcellona invece ha adottato una serie di misure e incentivi destinati a rilanciare il tessuto cittadino grazie sovvenzioni, sgravi fiscali, esenzioni di affitto.

A volte invece c’è davvero da provare vergogna per conto terzi a vedere che cosa succede da noi. Dove le emergenze che si accumulano, quella economica, quella sanitaria, quella che riguarda il territorio  e il tessuto urbano delle città d’arte, vengono mantenute, promosse e incrementate con l’intento esplicito di determinare uno stato di abbandono e trascuratezza che chiama in causa, nel ruolo di salvatori e mecenati, i privati pronti a acquistare all’outlet immobili e siti, a accaparrarsi comodati utili a riposizionare aziende poco rispettabili o reputazioni compromesse, a offrire donazioni pelose  scaricabili dalle tasse, come dalla coscienza, di abusivisti e inquinatori.

Il fatto è che spesso i cialtroni che si sono arrampicati su qualche augusto scranno sono anche stupidi, accecati da ambizione o avidità. In un Paese che viene condannato ogni giorno di più a diventare un museo a cielo aperto, una Disneyland per il turismo confessionale, un albergo diffuso grazie alla occupazione militare del colosso dei B&B, si dimostra ogni girono un disprezzo totale per quello che gli stessi artefici dell’oltraggio hanno di volta in volta definito come i nostri giacimenti, le nostre miniere da sfruttare, il nostro petrolio.

Viviamo nel paradosso di un ministro, il peggiore che ci potesse capitare e ricapitare come una presenza irrinunciabile a sfavore della manutenzione e dell’offerta ai cittadini delle bellezze che sono state tramandate e vengono salvaguardate con le   tasse di chi le paga, che ha una sola idea in testa, lo sfruttamento turistico del Paese: la Sicilia trasformata in campo da golf, il Sud come Sharm el Scheik d’accordo con Farinetti e Briatore, canali e canaloni a Venezia per concedere il passaggio alternativo alle grandi navi, i borghi svuotati per far posto al circuito delle case vacanza, proprio come ha fatto con la magione ereditata convertita in  B&B,  tanto che alla “rielezione”  ottenuto di riaccorpare Beni culturali e Turismo, giustamente, duole dirlo,  divisi dal Conte 1.

E che non si perita di provvedere alla dissoluzione di quel patrimonio che dovrebbe come nel passato costituire l’attrattiva principale dei visitatori, quella ricchezza  artistica e creativa che da secoli fa parte dell’immaginario collettivo.

Adesso che la pandeconomia della semplificazione, della priorità attribuita ai cantieri del cemento, del biasimo punitivo riservato a ristoratori, come anche a tutti gli operatori dell’intrattenimento e dell’accoglienza, ha dato il colpo di grazia insieme al discredito dato a una nazione, dove se ci si ammala, locali o turisti, è preferibile evitare le strutture sanitarie, dove pare tornino buone le copertine dei settimanali tedeschi con la pistola sugli spaghetti aggiornata per collocarsi su vaccini e mascherine, dove un temporale estivo mette in ginocchio le capitali della  Magna Grecia, dove il sistema di difesa della città più speciale e vulnerabile del mondo, Venezia,  è diventato oggetto di satira e scherno globale, c’è proprio da chiedersi quale potenza di attrazione verrà esercitata per richiamare il mondo da noi. (segue)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


MoSE e gli adoratori del Vitello d’oro

mosAnna Lombroso per il Simplicissimus

Si sta svolgendo in queste ore che quella che inappropriatamente, pare, è stata chiamata l’inaugurazione della formidabile opera ingegneristica cui è stata delegata la salvezza di Venezia dai marosi dell’Adriatico.

La toccante cerimonia sarà in “tono minore”, dedicata soprattutto a celebrare lo spirito di abnegazione di maestranze e dipendenti delle varie cordate e dei vari enti che si sono spesi per la sua realizzazione, e che saranno presenti orgogliosamente a fianco di autorità sobriamente compiaciute.

Niente di paragonabile insomma con ben altra liturgia celebrata in Palazzo Ducale nel 1986 a vent’anni dall’alluvione e a due dalla seconda Legge Speciale per la città, quando il presidente del consiglio Craxi sbarca in Laguna per annunciare che si sta dando il via a un progetto che risponderà “per grandezza alla gravità dei problemi della Serenissima, grazie ad “opere di tutela che verranno ultimate entro il 1995”.

Due anni dopo la promessa viene replicata dal vice presidente del Consiglio De Michelis, giunto in visita pastorale per inaugurare il prototipo delle dighe mobili, collocato sul canale di Treporti. Simbolo, proclama, del “successo del partito del fare contro quello del non fare”.

Fin troppo facile a tanti anni di distanza e a vedere quello che è successo, dire che quello è il monumento più che del Fare del Malaffare, intoccato perfino dai venti del ciclone di Mani Pulite dal quale uscirono quasi indenni non i leader sponsor politici dell’impresa,  (salvo l’ineffabile e inossidabile Prodi cui si deve  addirittura l’istituzione del Collegio di esperti internazionali  che “approva” l’opera)  ma i manager della cordate impegnate, da Baita a Mazzacurati (che nel 2014 avrà dal Consorzio del quale è stato presidente una liquidazione di 7 milioni a riconoscimento dell’encomiabile impegno) a Zamorani, a Scaramuzza, in sella fino alla seconda bufera, quella del 2013/2014.

Tutto era iniziato con l’acqua granda, anzi grandissima,del 1966, cui segue nel 1979 un’altra disastrosa mareggiata: in risposta alla mobilitazione internazionale nel 1980 il Ministero del Lavori Pubblici incarica una commissione di sette tecnici di studiare un progetto di regolazione del flussi di marea, che si concretizza in un primo studio di fattibilità dal nome “Progettone”, come i gelati maxi in ossequio al gigantismo di moda allora. E che infatti prevede un sistema di grandi paratie mobili.

Nasce così il Modulo Sperimentale Elettromeccanico, poi diventato MoSE approvato dal Consiglio comunale, dal comitato Tecnico Scientifico e dal Consiglio Superiore dei Lavori pubblici, sia pure con qualche obiezione di quest’ultimo:  la principale controindicazione alla realizzazione dell’intervento pare risiedere proprio nella riduzione del ricambio  idrico che comprometterebbe la qualità e l’equilibrio delle acque lagunari.

Ma le osservazioni non fermano il “progresso”, anzi diventano l’occasione per avviare un’altra potente e muscolare iniziativa imprenditoriale, un piano, maxi anche quello, di disinquinamento della Laguna e della città consegnato fiduciosamente nelle mani di un Consorzio costituito da una cordate di imprese operanti nel settore impiantistico e dell’ingegneria civile, il cui presidente è l’intramontabile Luigi Zanda e il direttore è appunto Mazzacurati.

Appena costituito al nuovo soggetto vengono dati in concessione lavori i più svariati, subito  contestati, ma inutilmente, dalla Corte de Conti che ravvisa come l’affidamento di interventi di costruzione e gli incarichi di studio e sperimentazione che dovrebbero sovrintendere siano in evidente conflitto di interesse e diano luogo a un regime monopolistico in aperto contrasto con le leggi.

Macchè, trovato l’inganno, viene subito fatta la legge per autorizzarlo: nella seconda Legge Speciale per la Salvaguardia di Venezia viene inserita una norma che prevede la possibilità di affidare a un “soggetto unico” gli studi, la progettazione e le opere per la tutela di Venezia e della Laguna in deroga alla normativa sui lavori pubblici.

E il mostro giuridico viene così autorizzato a godere della pioggia di quattrini pubblici che a vario titolo cominciano a piovere sulla città: 600 miliardi di lire per il triennio 1984-1986 intanto, in attesa che altri fondi e altre decisioni vengano definite in capo al nuovo soggetto operativo, anche quello maxi: il Comitatone, che ha il compito di coordinare interventi, spese, e, soprattutto, gli affidamenti mediante concessioni in forma di trattativa privata a società, imprese, cooperative e i loro consorzi, sotto l’occhiuta vigilanza del Ministero del Lavori Pubblici.

Comincia cosi la maxi Pacchia per il malaffare e la corruzione a norma di legge. Nell’ottobre del 1994 il Consiglio Superiore del Lavori Pubblici dà il via al progetto esecutivo del MoSE, 78 paratie ( cassoni di ferro larghi 20 metri e ancorati col cemento in fondo al mare) collocate in serie per chiudere le tre bocche di porto in caso di acqua alta superiore al metro.

Il regime di monopolio è anche ideologico e tecnologico: qualsiasi alternativa viene demolita come inefficace a priori o visionaria, le osservazioni sull’impatto ambientale di una costruzione ingegneristica pesante che esercita una pressione poderosa e insensata su un equilibrio idrogeologico delicato e vulnerabile vengono liquidate come ubbie di anime belle che ostacolano il progresso, tanto che il parere negativo emesso dalla Commissione di valutazione di impatto del Ministero dell’Ambiente del 1998 viene bollato dal Comune, dal Governo e da esperti internazionali subito mobilitati e che, secondo i risultati di una inchiesta della magistratura, sono stati “rimborsati” per viaggi, soggiorno e pareri illuminati dal Consorzio,  come complotto disfattista teso a concorrere alla morte della Serenissima. Così nel 2000 il giudizio della Commissione Via viene annullato dal Tar per vizi procedurali.

È che nessuno prima o poi osa opporsi, dopo un iniziale ostilità anche il sindaco filosofo si chiude nel suo appartato eremo ideale dello Steinhof, impegnato a aprire le porte della città a altre cordate e dinastie imprenditoriali non meno invadenti, salvo qualche voce isolata, gli scienziati padovani, l’instancabile Andreina Zitelli, qualche giornalista che non si è messo in libro paga dei mecenati del cemento, che da anni persegue l’intento meritorio di denunciare quella combinazione di inadeguatezza tecnica, di megalomania, di affarismo, di corruzione, che persegue il disegno di fare soldi sul cadavere di una città da trasformare i museo a cielo aperto, spopolata dei suoi abitanti e dalle attività tradizionali per esaltare una pretesa vocazione turistica, tanto che le acque grandi che si sono susseguite mentre di giorno in giorno affiorava dai fanghi l’intreccio di incapacità e interessi opachi,  sono diventate un’attrattiva per turisti in attesa catartica dell’affondamento.

Risparmio ai miei lettori la citazione delle decine di post che il blog ha dedicato al tema, e che vertono tutti in un modo o nell’altro sulla “specialità” del modello di illegalità collaudato grazie a un’opera che ha divorato soldi pubblici, che fin dai primi interventi si è dimostrata inadeguata a contrastare fenomeni che via via sono mutati: eustatismo, bradisismo, cambiamento climatico e innalzamento dei mari, e che è diventata il format trasferibile da applicare a altri contesti criminali per approvvigionarsi di quattrini sporchi a norma di legge, che mostra continuamente falle, difetti originari e altri aggiuntisi via via, dalla proliferazione di cozze, alla ruggine che la divora, dimostrando che il suo “insuccesso” e i milioni e milioni sottratti alla manutenzione del territorio, a azioni di tutela dell’ambiente, sono stati assorbiti non solo dalla corruzione, ma anche dalla evidente inettitudine dei soggetti imprenditoriali, dalla loro avidità rivelata nell’acquisto e nell’impiego di materiali scadenti, da difetti progettuali sottovalutati per interessi privati.

Nessuno si è davvero opposto, i governi si sono avvicendati ripetendo l’atto di fede, i partiti si sono spartiti consenso, voti e mazzette tramite aziende e cooperative affezionate, si sono goduti qualche frutto avvelenato soggetti di vigilanza e controllo, amministratori hanno fatto carriera all’ombra del mostro e hanno potuto investire in altre imprese altrettanto criminali, il movimento che aveva fatto fortuna con la promessa di qualche No, si è prontamente adattato al credo sviluppista proprio come i bulimici del cemento del Pd, prima ostentando quella ignoranza esibita come la virtù degli innocenti improvvisati, poi chinando la testa di fronte a alleati sempre più volitivi.

E difatti (ne ho scritto proprio ieri qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/07/09/litalia-veloce-e-il-governo-balla/) il completamento del Mose rientra nelle azioni improcrastinabili della ricostruzione post Covid. Ci voleva proprio finire un monumento a un’altra malattia, a un’altra peste fatale, l’avidità che corrompe e avvelena.


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