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Il Grande Imbroglio delle Grandi Navi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Con uno straordinario gusto del paradosso i Ministri della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, della Cultura, Dario Franceschini, del Turismo, Massimo Garavaglia e delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili, Enrico Giovannini, hanno scelto ieri, 25 marzo, data simbolica stabilita per ricordare e festeggiare la fondazione di Venezia, 1600 anni fa, per annunciare la decisione concorde di  dirottare in via temporanea il traffico delle grandi navi da Venezia verso Marghera, “al fine di tutelare un patrimonio storico-culturale non solo italiano ma del mondo intero”.

Mai contenta, direte voi. In effetti c’è proprio poco da esultare per la ratifica notarile delle determinazioni uscite dai lavori del Comitato interministeriale per Venezia del 21 dicembre scorso, quando si era stabilito che le navi passeggeri dovessero restare a Venezia, come home port, ma approdare fuori della laguna, e in via provvisoria con attracco a Marghera.

La tempestiva risoluzione di arrivare a un accomodamento provvisorio in merito a una controversia, che dovrebbe sbrogliarsi ragionevolmente, impedendo che imbarcazioni  che superano spesso i 300 m di lunghezza, i 40 m di larghezza, i 60 m di altezza, le 130mila tonnellate di stazza lorda (tsl) e un pescaggio di 9,50 m., popolate fino a 2.679 passeggeri e 728 membri dell’equipaggio e che – i dati del 2018 si riferiscono alle 203 navi che hanno solcato i mari europei – emettono circa   62 kt di ossidi di zolfo, 155 kt di ossidi di azoto, 10 kt di particolato (PM) e 10,286 kt di CO2, concentrati nel mar Mediterraneo e nei porti principali, cioè Italia, Spagna, seguite da Grecia, attraversino o sfiorino uno degli ambienti più sensibili e vulnerabili, arriva a nove anni dall’incidente avvenuto al largo dell’Isola del Giglio, quando il governo Berlusconi con un decreto a firma dei ministri Passera e Clini  proibiva  “l’inchino” a piazza San Marco per le navi sopra le 40 tonnellate, anche allora in via temporanea prima di prendere una decisione drastica, richiesta, ma procrastinata, dal Comitatone del 2017, influenzato, ma non abbastanza, dalle pressioni popolari sotto forma di manifestazioni acquatiche e di terra, sit in, flash mob e proteste che avevano trovato sostegno anche fuori dall’Italia.

Eppure a guardarsi intorno si capisce che la tardiva in-decisione ha riscosso successo di pubblico a leggere le dichiarazioni di certi ambientalisti juke box  a gettone di presenza nelle sale convegno della green economy, se, tanto per fare un esempio, il presidente di Legambiente Veneto ha dichiarato a botta calda  che “il piano appena avallato dal Governo può rispondere alle sfide cruciali che la città deve affrontare nell’immediato: da quella climatica, con il progressivo innalzamento del livello del mare e gli eventi metereologici estremi a quella ambientale, legata alla fragilità dell’ecosistema lagunare, per tutelare un patrimonio storico-culturale unico al mondo“.   

La megalomane retorica sviluppista che affida a chi ha provocato un danno la sua soluzione, in modo da non compromettere profitti e dar credito all’infame ricatto che raccomanda rinunce personali e collettive in cambio di occupazione precaria e dequalificata, l’ha sempre vinta se viene definito “piano” prendere tempo, offrendo in pasto all’opinione pubblica la brioscina  della tutela dell’impareggiabile bene comune e ai corsari del mare, compagnie armatoriali, turistiche e dei servizi la braciola di un ristoro transitorio in attesa di consolidare una soluzione profittevole per loro ma soprattutto per altri beneficiari.

Che sono poi i soliti sospetti, i veri padroni della città: l’agenzia del Porto e quella sua anima nera, Paolo Costa, che ha coperto tutte le parti in commedia: rettore dell’Università di Venezia addetto a calcolare con il pallottoliere le possibili rendite della svendita dalla città, sindaco in modo da realizzarla, europarlamentare in modo a cementare, è il caso di dirlo, relazioni utili, nel settore di trasporti e del turismo,  commissario straordinario per l’ampliamento dell’insediamento militare americano all’interno dell’aeroporto di Vicenza per non farsi sfuggire altre irrinunciabili protezioni, presidente dell’Autorità portuale di Venezia, ora presidente del consiglio di amministrazione della Spea-Ingegneria Europa, società del Gruppo Atlantia, quel mostro giuridico, il Consorzio Venezia Nuova, creativa allegoria del conflitto di interessi e competenze, cui è obbligatorio a norma di legge affidare tutti i lavori e le attività, comprese quelle di controllo del suo stesso operato, e che fatalmente sarà incaricato della realizzazione della futura soluzione da oggi oggetto di “concorso di idee”.

Intanto non è inutile, prima ancora di valutare l’alternativa “stabile” e ampiamente prevista dell’approdo fuori dalla Laguna, spendere qualche parola su quella decisa ieri in via provvisoria. Quando si sfiorò un incidente nel luglio del 2019, per lo sbandamento di una Gande Nave dovuto a condizioni meteo avverse, i tecnici si presero la briga di simulare lo stesso svolgersi degli eventi nel percorso previsto per il “dirottamento” concludendo che se un’imbarcazione da crociera, per raggiungere Marghera, deve percorrere per oltre venti chilometri il canale Malamocco-Marghera, le cui sponde comprendono anche siti industriali a rischio, si prefigurano situazioni di pericolo che, combinate con   condizioni del tempo facilmente superabili in mare,  in un canale confinato assumono proporzioni difficilmente misurabili.

Allora era insorto il sindaco Brugnaro: salito a bordo di una nave da crociera, impavido come Orazio Nelson, aveva voluto dimostrare con video e cronache sui social che i ‘giganti del mare’ possono percorrere il Canale dei Petroli, entrando dalla bocca di porto di Malamocco, quindi entrare nel canale Nord di Marghera e qui attraccare. Ne era così convinto da diventare il patron e lo sponsor di nuovo terminal crociere nel canale industriale Nord-sponda Nord di Marghera,per il è stata effettuata una valutazione della fattibilità tecnico economica dell’opera, per la cui realizzazione  sarebbe stimato un investimento intorno ai 41 milioni di euro allo  scopo “di recuperare a fini portuali un’area che attualmente è degradata e sottoutilizzata, con una nuova localizzazione di servizi anche a carattere urbano”.

Ma anche senza rilevare come sarebbe d’obbligo, che le scelte temporanee in Italia, soprattutto se rispondono all’esigenza di fronteggiare una situazione emergenziale diventano permanenti come le casette prefabbricate dei crateri dei terremoti o i lockdown, bisognerebbe far sapere agli entusiasti del ravvedimento operoso dei ministri del governo Draghi, che comunque, come fu ampiamente denunciato nel 2019, occorre  dragare il canale dei Petroli che ad oggi è troppo stretto e poco profondo, effettuando scavi ad oggi vietati dalla Legge Speciale per Venezia. Che l’itinerario alternativo dovrebbero costeggiare tutto il polo industriale e chimico secondo un percorso vietato per ovvie ragioni legate alla sicurezza.  E che la decisione è incompatibile con il dettato dell’ordinanza per la sicurezza della navigazione che vieta l’incrocio tra navi turistiche e navi mercantili.

Il fatto è che avrebbe ragione un complottista di sospettare se ogni emergenza in questo Paese si risolva col cemento, provvisorio o stabile che sia. E difatti le alternative per togliere le navi dal bacino di San Marco e per spostare l’approdo dall’attuale Marittima, con gran valore aggiunto di opere ingegneristiche pensate per la felicità delle stesse cordate cui dobbiamo l’inestinguibile sviluppo del brand del malaffare,  che negli anni si sono impolverate sulle scrivanie dei ministri competenti, sono  almeno una decina, oltre allo scavo di un nuovo canale, quello di Contorta, il preferito, quello che piace alla gente che piace: dalla Stazione Marittima esistente ma con la limitazione volontaria a navi massimo da 96 mila Tsl (tonnellate di stazza lorda) alla creazione di un nuovo terminal al Lido, dalla “valorizzazione” dell’area Montesyndial nel canale industriale Ovest di Porto Marghera, al Terminal traghetti Ro-Ro di Fusina che dovrebbe essere adeguato alle esigenze, dal Molo Sali sempre nel canale industriale Nord ma sull’altra sponda. E poi il Dogaletto accanto al terminal traghetti di Fusina, l’adattamento del porto petrolifero di San Leonardo a metà del canale dei Petroli, quello dell’avamporto del Lido  o una sua variante,  porto alla bocca di Malamocco e due a Chioggia: uno nel vecchio porto cittadino e uno nel più grande Val da Rio.

Nessuno che non appartenga alla incresciosa genia disfattista  dei No Triv, No Tav, No Muos, ha immaginato l’unica vera alternativa, oggi più che mai realistica: risparmiare Venezia dall’oltraggio di essere consumata, per il profitto di una élite che l’ha condannata a meta e destinazione di un immaginario collettivo costretto oggi a rimpiangere un passato nel quale i forzati in fila nelle calli  o dal ponte della nave corsara  rivendicavano per un giorno il diritto di essere padroni della città.  


Turismo svenduto alle multinazionali estere

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Firenze: si stanno concludendo in questi giorni le trattative per la vendita  di  due strutture alberghiere della catena Hilton, il Garden Inn a Novoli e il Metropole di via del Cavallaccio, ad un non meglio identificato fondo di investimento che acquisirà sia gli immobili che la gestione degli hotel, finora affidata alla società fiorentina  Millenaria della famiglia Bagnoli e della dinastia Maestrelli, proprietaria del Grand Hotel Minerva.  

Il Mercure di Via Nazionale con il mese di aprile passa al gruppo francese Accor, nato dalla fusione di Borel e Novotel e che possiede già i due Ibis di Firenze Nord e Firenze Prato Est : anche in quel caso il pacchetto prevede la cessione delle mura e dei servizi di accoglienza  sarà a tutti gli effetti del francese Accor anche l’hotel Mercure di via Nazionale, con il definitivo passaggio di immobile e gestione dalla società Olimpo srl al gruppo internazionale nato dalla fusione tra Borel e Novotel, che in città conta già diverse strutture, in particolare i due alberghi Ibis Firenze Nord e Firenze Prato Est. Il format è lo stesso dell’acquisizione del Londra per mano del  fondo patrimoniale francese Eurazeo Patrimoine tramite la filiale Grape Hospitality.

Stessa sorte con minor grancassa toccherà a “camere con vista” della città, almeno 127 a scorrere gli annunci di Casa.it nel solo comune di Firenze, in particolare nel centro storico, da via Panzani a via Fiume, a via Ghibellina, come ha denunciato il quotidiano La Nazione.

Intanto a Venezia la Reuben Brothers ha acquistato per circa 100 milioni il Baglioni Hotel Luna di Venezia, edificio storico a pochi passi da piazza San Marco. I due fratelli David e Simon Reuben imprenditori britannici del settore immobiliare, tra le persone più ricche della Gran Bretagna con un patrimonio stimato a 16 miliardi di sterline (più o meno 18 miliardi di euro), inseguivano  da anni dopo l’acquisizione del Palazzo Experimental,  il sogno di accaparrarsi il palazzo storico del XII secolo che si racconta abbia dato ricetto prima che ai viaggiatori ottocenteschi e a corpulenti e rozzi magnati texani ai cavalieri templari in procinto di imbarcarsi per la Terrasanta, arricchendolo con tanto di spa, cabine massaggi, sauna, bagno turco, a conferma del loro interesse per il “mercato veneziano”.

Anche a Venezia sono sul mercato non solo le grandi strutture ormai chiuse da un anno, ma soprattutto hotel di media e piccola struttura, a tre e 4 stelle, almeno un centinaio i cui proprietari, che hanno tentato di sopravvivere tenendo aperta una stanza per volta a prezzi scontati, mettendo in cassa integrazione i dipendenti e indebitandosi, oggi cedono le armi davanti alle profferte di gruppi e cordate estere.

Nel caso foste interessati al business, vi basta consultare qualche sito per scoprire che da mesi languono a impolverarsi le offerte di  375  alberghi in vendita in Lombardia, che sul Lago di Garda sono 20, 51 in provincia di Grosseto, altrettanti tra la Val d’Orcia  e Val d’Asso, una ventina in Basilicata.

Per non parlare delle case vacanze e dei B&B che si erano sottratti al monopolio dell’app in regime di esclusiva che ha provveduto allo svuotamento dei centri storici, alla loro museificazione, alla sottrazione di alloggi dei residenti per offrirli a affittuari per caso, sacrificio rituale in nome del “cosmopolitismo” nuovo caposaldo della globalizzazione.  Perché, come è ormai accertato, la tendenza alle concentrazioni ai danni del “piccolo” ha affondato i proprietari di un alloggio, che si illudevano di sbarcare il lunario da locandieri e affittacamere, salvando invece i sudditi giudiziosi che  hanno accondisceso a  dare in gestione i loro immobili ad Airbnb  offrendoli per affitti lunghi, come foresterie o seconde  e terze case per il nomadismo del lusso.

Ci sta tutto nel progetto di trasformazione del Paese in parco tematico, in hotel diffuso, in relais per turisti annoiati in cerca di reincarnare i viaggiatori del Settecento e dell’Ottocento o di realizzare il proposito del Terzo Reich che ipotizzava lo stesso destino per l’Italia, però con tutte le comodità, Wifi interdetto ai locali in smartworking e ai  ragazzini con la Dad, piscina, sauna, corner relax, quelle garantite dal passaggio del comparto dell’accoglienza nelle mani di multinazionali efficienti e di imprenditori dinamici, compresi emiri e sceicchi che da anni hanno occupato il settore in Sardegna come  a Milano.

Vuoi vedere che davvero ha preso forma un complotto in modo che soggetti strutturati, quotati in borsa, fondi sovrani e reucci dell’hotellerie potessero approfittare delle misure messe in atto per contrastare il Gran Morbo e infiltrare e occupare quel comparto economico?

Vuoi vedere che sono stati favoriti da ministri e amministratori, se tra i capisaldi della ricostruzione secondo Franceschini, oggi espropriato delle competenze, c’era anche la promozione in grande stile di un progetto espansivo di  Airbnb in ogni borgo, tanto che Sunia e Cgil lucane si sono ribellate perché a Matera e dintorni non esistono più case in affitto per i residenti?

Vuoi vedere che dietro ci sono i soliti noti, Cassa Depositi e Prestiti che così realizza la sua vocazione, proprio come l’Invitalia di Arcuri, di ente assistenziale per multinazionali e imprese straniere che hanno bisogno di essere incoraggiate a comprarci coi nostri stessi quattrini, impegnata   in qualità di vero e proprio istituto finanziario a vocazione immobiliare per sottrarre patrimonio pubblico ai cittadini, come nel caso della vendita della Villa Medicea di Cafaggiolo a Firenze?


I sovranisti del ’48

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Laterale rispetto al Teatro la Fenice e al palazzetto nel quale sono conficcate due palle di cannone sparate da una nave austriaca – che ancora oggi  incuriosiscono i rari bambini veneziani che nulla sanno di una città che aveva fatto delle libertà di culto, commercio, credo politico, di stampa, di opinione e di sogno (è a  Venezia che dobbiamo la prima edizione dell’Utopia) il suo carattere speciale, si trova l’Ateneo Veneto di Scienze, Lettere ed Arte, la più antica delle istituzioni culturali della città nata il 12 gennaio 1812 e ancora oggi attiva. 

Era stata la sede di confraternite dedite alla cura delle anime dei condannati a morte per impiccagione e difatti la sua prima denominazione era Scuola dei Picai, gli impiccati. Poi dopo l’abolizione della pena di morte divenne sede di un sodalizio di medici, scrittori e filosofi uniti dall’amore per Venezia dalla battaglia comune per i diritti politici e civili.

E in quelle sale, dove campeggiano ancora oggi le grandi tele cupe di d’Anna, Corona e Palma il Giovane si sa che Daniele Manin, del quale è conservato un pomposo busto marmoreo,  riunì intorno a sé in un “amalgama” nazionale, come lo definiscono gli storici,  la meglio gioventù e i vecchi liberali della città che postulavano la possibilità di opporsi  “legalmente” all’amministrazione austriaca, con una determinazione e un carisma inspiegabile per  quel piccolo ebreo che veniva preso in giro per la statura, la timidezza e la balbuzie e che invece rivelava  una potenza persuasiva e una foga trascinante quando parlava di politica.  

Tanto che li convinse a firmare insieme a lui, i primi giorni dell’anno 1848, una prima petizione rivolta alle autorità austriache  per chiedere  il rispetto della nazionalità italiana, la concessione dell’autogoverno, la libertà di parola, l’ingresso nella Lega doganale italiana, l’abolizione dei privilegi feudali che ostacolavano l’agricoltura, l’apertura a vie commerciali facendo passare la Valiglia delle indie, ma anche la riforma del diritto di famiglia, la libertà di culto, e misure sanitarie, poiché, scrisse, la sapienza della Serenissima insegnò come difendere il popolo del contagio e anche  Governi “dominati” hanno quell’esempio da seguire per tutelare i dominati. E poi una seconda più audace con la quale chiede che il Regno Lombardo veneto diventi veramente “nazionale e italiano”.

 La risposta non tarda a venire:  il 18 gennaio Manin viene incarcerato insieme a Niccolò Tommaseo, ma il loro arresto incendia l’anima dei veneziani, si moltiplicano le manifestazioni e espressioni di protesta e dissenso. I due clan, i Castellani e i Nicolotti, nei quali si divide la popolazione mettono fine alla secolare contesa, nobili e plebei passano davanti alle Carceri in Riva degli Schiavoni, con gagliardetti e copricapi tricolore per rendere omaggio ai due prigionieri, i professionisti, mercanti, avvocati, notai e medici, decidono di indossare abiti da lutto e si offrono di pagare la cauzione per Manin,  non si festeggia l’inizio del Carnevale e gli editti delle autorità vengono coperti di scritti che invitano alla ribellione.

Il malumore monta mentre giungono dalla terraferma notizie di fermenti insurrezionali, finchè il  17 marzo nel corso di una vera e propria sollevazioni popolare, il governatore Pàlffy  dà l’ordine di liberare i due prigionieri che vengono portati in trionfo in Piazza San Marco dove Manin arringa la folla galvanizzandola con le parole:  “vi hanno per altro tempi e casi solenni, segnati dalla Provvidenza, nei quali l’insurrezione non è pur diritto, ma debito“.

Scriverà di quei giorni la  “Gazzetta di Venezia. Foglio uffiziale della Repubblica Veneta”, “il mondo, che non molto addietro chiamava Venezia caduta….or può dirla redenta; ed ella si redense da sé, senz’altro aiuto che quello del suo coraggio, della sua fede in sé stessa“. Dopo che i disordini vengono repressi nel sangue, podestà e assessori municipali costringono Pfally a accettare che venga organizzata una guardia cittadina, per ristabilire condizioni di “ordine pubblico” durante le trattative.

Ma la notizia dell’insurrezione di Milano contro Radetzky riaccende gli animi, la guardia civica occupa Palazzo Ducale e la Torre di san Marco, i lavoratori dell’Arsenale in sciopero guidano i tumulti forti dell’intesa raggiunta tra Manin e ufficiali di marina italiani intenzionati a impadronirsi die cantieri, l’anello più importante e più critico del dispositivo militare austriaco, tanto che circola la notizia “di cannoni apparecchiati e di razzi imbarcati in un legno di contro alla città” facendo intendere che ci fosse l’ordine di bombardare Venezia.

Ed è proprio davanti all’Arsenale che la mattina del 22 marzo Manin proclama la Repubblica.

Anche se la storia non è maestra, c’è davvero da analizzare come mai  una città che veniva descritta dai manuali per i viaggiatori come un repertorio di “immagini di rovine e desolazione, sotto tutti gli aspetti morali e fisici”,  o come la dipingeva  qualche anno prima l’arciduca Ranieri d’Asburgo, futuro viceré del Lombardo-Veneto: “dappertutto palazzi cadenti, dappertutto rovine, dappertutto sfaccendati e schiere di mendicanti“, alzi la testa in un moto di riscatto rivoluzionario se non si limita soltanto a affrancarsi dall’occupazione straniera.

Mentre era detenuto Manin aveva reso una lunga deposizione al tribunale criminale di Venezia, nel corso della quale aveva messo in guardia gli austriaci dal rischio  che  il  fuoco che covava sotto la cenere divampasse, per reagire alla repressione e alla censura esercitate da un regime poliziesco che esigeva la coscrizione obbligatoria per tener buoni i riottosi italiani con una foresta di baionette, parola di Metternich; oltre che  per combattere gli inviti alla sopportazione e sottomissione che venivano ripetuti dalla Chiesa che bollava di eresia chiunque professasse “sentimenti liberali”   e il “desiderio di miglioramenti sociali”  e per pretendere condizioni di uguaglianza.

Se è vero quello che gli storici teorizzano, che cioè le condizioni di Venezia e del Veneto erano migliorate passando dal tallone di ferro francese a quello italiano,  se è vero che la città aveva goduto della condizione di essere considerata una propaggine del pingue impero da promuovere esaltando la sua funzione di meta per i grandi viaggiatori e a quello era servito il ponte ferroviario, la realizzazione di alcuni lussuosi alberghi e di spiagge attrezzate per i salutari bagni di sole e mare, se è vero che ci si affrettava a smentire la narrazione di una città che era meglio visitare prima che andasse in rovina in modo da assistere se si era fortunati  al “suo ultimo giorno”, se è vero che era stata tacitata la voce del patriarca che lamentava che due  veneziani su cinque erano in condizioni tali da dover beneficiare dell’assistenza pubblica, è altrettanto vero che  l’Austria ricavava dal Veneto e dalla Lombardia più di un terzo delle entrate dell’impero, che l’imperatore manteneva un controllo assolutista sulle “province” grazie al commissariamento da parte di un ceto di burocrati che aveva occupato e infiltrato  di ogni settore della società con l’appoggio delle autorità locali e della Chiesa. oltre che dell’aristocrazia terriera espropriata e che voleva rifarsi dei beni perduti, grazie ai criteri arbitrari introdotti dalle riforme catastali promosse dall’Austria.

E se a Venezia i poveri erano poveri e molti: almeno 40 mila (più o meno il numero degli attuali residenti del centro storico) vivevano in condizioni di estrema indigenza, e i ricchi erano pochi ma molto ricchi, la regione  e la città pativa anche le disuguaglianze rispetto a altri territori più competitivi sia per quanto riguardava la recente e primitiva industrializzazione del comparto tessile e sia per il favore concesso con regimi fiscali speciali alle produzioni vinicole piemontesi e lombarde. E non erano le sole differenze, i setaioli maschi guadagnavano 1,5 lire austriache al giorno, le operaie la metà, come gli scopini, i mercanti erano stati estromessi dalle vie del doux commerce   e anche l’aristocrazia terriera soffriva dei criteri arbitrari introdotti dalle riforme catastali promosse dall’Austria.

Aveva denunciato tutto questo  il commissario distrettuale Fortunato Sceriman in un compendio  Dei difetti del reggime austriaco: “Non vi  era né Corpo pubblico, né pubblico stabilimento, né classe alcuna di persone immune da fastidio e da malcontento o per la quasi privazione dei politici diritti, o per l’inceppamento dell’esercizio dei diritti civili o municipali” o “per l’enormità o mala distribuzione dei pubblici carichi” o “pei procrastinati giudizii,… l’insensibilità e il meccanismo coi quali ne’ pubblici Uffizii si disimpegnavan i più vitali e pressanti affari“, adombrandone gli inevitabili effetti:   “diffusa esacerbazione” della “massa della popolazione“, “una generale inquietudine”  che incarnava i “desideri di miglioramenti legittimi

E a questo aveva risposto Manin quando disse che “ove è paura non può esservi virtù” né compostezza o ragionevolezza, e che dove c’è necessità non risiede la libertà, che spetta a chi conosce le catene riconquistare.

Dura poco la rivoluzione veneziana, ma dovrebbe essere rivendicata come una Comune degli italiani per quella volontà di combinare riforme che garantissero la “perfetta uguaglianza de’ diritti civili e politici” di tutti i cittadini a prescindere dalla religione professata, piena libertà di stampa, l’instaurazione dello Stato di diritto, con misure che promovessero l’altrettanto perfetta uguaglianza dei diritti del lavoro, di accesso all’istruzione, di appagamento di talento e aspettative.

La rivendicazione di sovranità di un popolo che si riprende i suoi monumenti del lavoro e della memoria viene ricordata dalle cronache di allora che raccontano come “Ogni sera i poveri abitanti de’ più remoti sestieri, che per lo passato non si recavano in piazza se non nelle primarie solennità, rubavano un’ora a’ consueti lavori per visitare il loro nuovo dominio”, il Palazzo Ducale, l’Arsenale, la Piazza ripresi e restituiti, come dovremmo imparare a fare noi.


E il Mose affondò nei debiti

Tiepolo. Venezia riceve i doni del Mare

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Adesso basta! Pare abbia detto Cinzia Zincone a capo del Provveditorato Interregionale per le Opere Pubbliche per il Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, l’autorità che ha di fatto sostituito il Magistrato alle Acque di Venezia, leggendo il conto della spesa presentato dal Consorzio Venezia Nuova, l’ente preposto al funzionamento del Mose.

I costi relativi alla stagione autunno inverno 2020-2021 ammontano a 15 milioni: tra spese ordinarie per oltre 6 milioni  comprensivi  del noleggio dei container in cui hanno dormito i cento addetti alle squadre allertati di notte per i sollevamenti, e quelle “vive”, circa 7 milioni,    per le 19 alzate – da 291 mila euro ciascuna – delle dighe mobili,    effettuate tra ottobre e febbraio,  cui sono stati aggiunti gli importi relativi all’innalzamento “probabile” delle barriere da oggi a giugno, immaginabili o solo ipotetici, proprio come quando l’Enel ci imputa i consumi futuri.

Insomma la fattura presentata alla collettività è molto più alta del previsto. “Devo parlare con rispetto di una operazione che, non dimentichiamo, ha salvaguardato Venezia dai danni delle acque alte.  Ma, ha denunciato la Zincone,  ci sono cifre che ci sono sembrate eccessive (il costo stimato per ogni sollevamento era di almeno 100 mila euro inferiore a quelli conteggiati nel bilancio del Consorzio) e stiamo ragionando su quali riconoscere”.

Vuoi vedere che la grande macchina mangiasoldi potrebbe dichiarare fallimento ancor prima di essere completata in una data continuamente spostata e che adesso era stabilita alla volta del 2022? Vuoi vedere che non bastano i 5,4 miliardi di euro, mazzette comprese,  spesi dal 2013, anno di inizio lavori, e nemmeno la previsione dei 6 miliardi complessivi (7 secondo il Consorzio): tanto costerebbe la salvezza della città?

Vuoi vedere che erano calcolati per difetto i 100 milioni l’anno per i prossimi 100 anni necessari alla manutenzione dell’opera?  Vuoi vedere che non saranno sufficienti i mezzi stanziati per le “risorse umane” adibite al rito di Atlante ogni volta che la marea oltrepassa il 110 cm.: ottanta persone   pronte a mettere in moto la procedura a 92 euro l’ora per gli ingegneri e i dirigenti e 37 euro l’ora per le maestranze?

Vuoi vedere che i 530 milioni che sta cercando il commissario Miani per sanare i 200 di situazione debitoria, arrivare a un onorevole compromesso con le imprese che hanno incrociato le braccia (il debito nei loro confronti ha raggiunto quota 20 milioni di euro) e far ripartire i lavori, non salveranno la formidabile opera ingegneristica che tutti ci invidiano -parola del Sindaco- dal tracollo e tanto meno Venezia dal mare?

Chissà se fa curriculum in questo caso una pubblicazione curata dall’attuale ministro Giovannini opportunamente intitolata Curare il sommerso o se invece suona come una sinistra profezia. Intanto sappiamo  che il suo slogan suona così: celerità! E possiamo aggiungere “nel segno della continuità” con tutti i precedenti, Berlusconi, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1, malgrado i goffi espedienti dei 5stelle che dicevano no e facevano si, Conte 2, perché la situazione impone di   «stimolare tutte le azioni possibili che consentano di velocizzare procedure che a ora non sono state attuate nei tempi previsti inizialmente» il modo da realizzare e portare a termine quelle solite 58 opere «particolarmente importanti e significative» legate allo Sbloccacantieri, per un importo che a regime prevede finanziamenti per 65-70 miliardi, grazie all’emanazione dei Dpcm necessari a rispettare la scadenza per la presentazione del Piano  “di ripresa e resilienza” alla Commissione Europea.

Di una cosa possiamo star certi, che alla girandola di commissari che si sono avvicendati intorno al Mose, dopo lo scandalo che ha messo in luce la natura vera del progetto: un motore capace di far circolare malaffare e corruzione, grazie al carburante dell’incompetenza che ha moltiplicato spese folli per materiali e consulenze scadenti, il tutto a norma di legge o quasi grazie al regime speciale connaturato allo status giuridico del consorzio di gestione, si aggiungerà una autorità straordinaria pescata nella cerchia dei soliti noti, qualcuno indagato, ma “senza che questo, a detta del ministro, prefiguri nessun motivo ostativo”,  distintosi per  alta professionalità tecnico amministrativa, a dimostrazione che il sole della eccezionalità emergenziale non tramonta mai.

E di quelle opere strategiche che dovranno portare l’Italia nel futuro fa parte naturalmente il Mose, insieme alla resurrezione della Tav, un fiore all’occhiello irrinunciabile per tutti i leader che l’hanno esibito come la loro legion d’onore, mentre nessuno di loro ha ritenuto che la reputazione agli occhi del mondo si potesse riconquistare mettendo mano al risanamento dal dissesto idrogeologico, arrestando le frane che se la prendono perfino coi morti nei cimiteri,  governando i fiumi, facendo manutenzione di paesaggi e patrimonio culturale.

Al momento è quasi inutile chiedersi se la scelta della paratie mobili sia stata giusta ed efficace: i test ( a questo siamo ancora, alla sperimentazione e ai tentativi) condotti in un anno dimostrano le difficoltà nelle varie fasi delle procedure dall’allarme preventivo che deve avviarle, alla mobilitazione delle maestranze, alla lunghezza dei tempi di innalzamento delle paratie e poi di abbassamento  reso necessario perchè la laguna non si trasformi in un catino maleodorante. Hanno dimostrato l’incompatibilità con le esigenze dell’attività portuale che ha “sconsigliato” la messa in funzione in occasione di maree significative per non ostacolare il passaggio di navi commerciali. Hanno confermato come la scelta di far entrare in azione il “dispositivo” a 110 cm. di altezza della marea, non salvi le zone più basse della città e comunque richieda tempi e azioni macchinosi e costosi, che disincentivano la prontezza e la sollecitudine degli interventi.

Ma non è invece inutile domandarsi se a fronte del dichiarato fallimento finanziario e tecnico, non sarebbe invece opportuno rimettere mano alla proposte alternative scartate all’origine perché era più profittevole per la combinazione di politica a affarismo investire e approvvigionarsi con un’opera pesante suscettibile di durare a lungo e produrre mazzette altrettanto a lungo, una greppia cui nutrirsi tra cordate aziendali, amministratori, soggetti di sorveglianza, grazie allo scambio di voti, favori, bustarelle, acquisti incauti, consulenze, studi farlocchi, ritardi a orologeria con annessi risarcimenti, demolendo quell’edificio di consolidati principi e storiche prassi che avevano per secoli improntato gli interventi di Venezia per governare la sua laguna.

Se non sarebbe ora cioè di mettere a tacere  lo stornello vergognoso del quale sono stati maestri cantori i 5stelle,  Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto…Chi ha dato, ha dato, ha dato… scordiamo il passato, mettiamolo in esercizio, pena il disonore internazionale, la minaccia dei risarcimenti e delle sanzioni.

Se non è troppo tardi per andare a pescare in tutte quelle proposte tecniche inventariate in un prezioso e circostanziato volume Il Mose salverà Venezia? degli ingegneri Vincenzo Di Tella, Gaetano Sebastiani e Paolo Vielmo e messe a tacere come fossero provocazioni proprio successe agli  autori  denunciati per diffamazione dal Consorzio Venezia Nuova, unico signore e padrone in regime di monopolio della città? Se non sarebbe opportuno dare voce a  Luigi D’Alpaos, professore emerito del Dipartimento di idraulica dell’Università di Padova e ripescare quelle analisi commissionate dal 2008 dal Comune di Venezia alla società di ingegneria francese Principia che segnalavano le debolezze strutturali del progetto, proprio come ripeteva tenacemente lo studioso Paolo Pirazzoli nel suo testamento spirituale La misura dell’acqua, pamphlet non a caso ormai introvabile?

E soprattutto non sarebbe ora di andare a vedere chi e che cosa ha condannato a morte Venezia e non per un lento e allegorico affondamento, ma perché è stata trasformata in bookshop  museale, in parco tematico della Serenissima con i pendolari dalla terraferma che ripopolano, in veste di figuranti locandieri, camerieri, osti, la città di giorno per poi lasciarla di notte ai fantasmi dei pochi residenti, espropriata, umiliata, svenduta, fino a ieri occupata oggi quinta teatrale della messa in scena della nuova Peste Nera?

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