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Piccole cronache dall’epidemia

epid Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dicono le statistiche che l’età media dei residenti veneziani, Terraferma compresa, si aggiri intorno ai 50 anni.

Ma chiunque si sia preso la briga di visitare la città, non a settembre durante il Festival, non a maggio quando inaugura la Biennale, non a luglio quando cade la festa del Redentore, che commemora peraltro la fine di una pestilenza, con doverosa erezione di un tempio, non a febbraio durante i Carnevale, ha potuto verificare che i coraggiosi resistenti all’espulsione hanno un’età ragguardevole. Così fino a ieri chi si avventurasse per strada sfidando le restrizioni di contrasto al virus ne avrebbe incontrati molti, in fila davanti ai caffè a numero chiuso, ai bacari dove ci si consola con lo spritz delle 10 di mattina, alle farmacie che si sono munite di lastre di plexiglas definite dagli indigeni barriere antisputo, che per una popolazione anziana rappresenta un irrinunciabile luogo della socialità: ci si fa leggere il risultato delle analisi, ci si fa misurare la pressione, si scambia una chiacchiera con altri clienti che presentano analoghe patologie.

Deve essere circolata la voce che sono il target a rischio, non a causa del virus, ma della conseguente  selezione che li escluderà necessariamente dai trattamenti salvavita, destinati a altri segmenti di pubblico più meritevole per età, previsione di vita, contributo al bilancio del Paese. Per carità succedeva anche prima, anche prima dell’epidemia e anche prima che venisse richiesto a gran voce da personalità governative e autorevoli esponenti di  prestigiose istituzioni, ma che adesso venga proclamato trovando tacito consenso,   ha suscitato una ribellione generazionale.

Così li vedi circolare audacemente, a scopo dimostrativo della loro irriducibile giovanile baldanza e della loro capacità di sopravvivere all’abbandono consigliato a congiunti da un sistema che aveva già pensato a farne dei molesti sopravvissuti nella loro città passibili di sfratto, espropriati di servizi cui hanno contribuito in tutta la loro vita con tasse e lavoro, vanno in giro spericolatamente tutti dotati di carrello per la spesa o sacchetto del supermercato vuoto in sostituzione di una autocertificazione, a testimoniare che sono fuori spavaldamente  per fare la spesa, secondo le prescrizioni governative.

Invece   l’autocertificazione già da ieri serviva ( in certi casi anche lo scontrino virtuale della spesa non ancora fatta)  a insegnanti e lavoratori che percorrevano il Ponte della Libertà, fermati dai militari dell’operazione Strade Sicure, mitra imbracciato, che fermavano i mezzi pubblici stipati all’infuri dellarea di sicurezza dell’autista,    per controllare che si trattasse abilitati a andare nel posto di lavoro e non di irresponsabili gitanti che approfittavano della inattesa vacanza. Lo stesso succedeva alle porte di Roma e di altre città, mentre altre forze di sicurezza erano impegnate a sedare tumulti fuori da Carrefour o da Conad, presi d’assalto come i forni nei Promessi Sposi.

Così da oggi le “autorità” comprese del fatto che ogni incidente della storia pare destinato a diventare un fenomeno di ordine pubblico, nel condannare le esuberanze della marmaglia che pare geneticamente incapace di attenersi ai comandi e alle regole, sono passate a provvedimenti più estensivi e severi, a evidente scopo pedagogico.

Rispondendo così alle tante obiezioni venute anche dalle forze dell’ordine  che si erano addirittura  premurate di licenziare le loro “che nascono nell’interesse della comunità e non dei bisogni del singolo”, ispirate alla semplificazione che come si sa è un principio che trova d’accordo tutte le forze in campo, trattandosi  di solito di scorciatoie, aggiramento di misure scomode, licenze accordate per non penalizzare redditività e libera iniziativa.

Sotto l’ombrello salvifico del “tutti a casa” hanno infatti indicato quello che non si poteva già fare, quasi tutto, salvo lavorare e ammalarsi, e le poche deroghe: non è permesso uscire per una passeggiata, o per andare a trovare un amico, tanto che la popolazione più avveduta pare abbia già provveduto a segnalare in chat secondo una certa indole alla delazione presente nella nostra autobiografia nazionale, il vicino trasgressore che cazzeggia per strada.

Le visite ai genitori anziani sono consentite solo per portare loro assistenza nel caso siano malati, mentre è severamente vietato l’affettuoso e temerario conforto. Era ancora tollerato che si esca rasente i muri per approvvigionarsi di generi alimentari, cui viene concesso si aggiunga l’acquisto per la sostituzione della “lampadina fulminata” e niente di più. Particolare comprensione viene dedicata ai possessori di animali domestici, che potevano “uscire il cane” come ormai direbbe anche la Crusca, perché nel rispetto delle necessarie distanze, almeno un metro, la stessa prevista per chi ostinatamente voleva fare jogging al tempo del colera, attività moralmente più perdonabile dell’andare a spasso senza meta, tanto è vero che si erano visti vigili intransigenti redarguire isolate mamme solitarie che avevano condotto i figli in smunti giardinetti urbani.

Ma non bastava: la creatività di un popolo di navigatori e poeti in certe fasi rappresenta un rischio, e per contrastarlo pare obbligatorio istituire la figura superiore di un valido spiccia faccende, un Wolf  che metta un po’ di ordine in attesa della cui individuazione  è necessario andare per le spicce.

Ecco fatto: fino al 25 marzo, negozi al dettaglio, bar, ristoranti chiusi.  Supermercati aperti ma con ingressi contingentati, ambulatori dei medici di base e di analisi aperti al pubblico, al contrario dei pronto soccorso che hanno altro da fare che accogliere eventuali infartuati, così come case di riposo e hospice. Buone notizie per i fumatori invece: le tabaccherie saranno aperte in veste di esercizi di pubblica utilità, anche nella loro veste di distributori di gratta e vinci, come gli autogrill a beneficio di proprietà che hanno dimostrato il loro istinto a prodigarsi per la collettività, limitate invece le passeggiate fisiologiche col cane a percorsi sotto casa.

Chiese aperte per la preghiera ma vietati a matrimoni e funerali, mentre non si sa nulla dei battesimi. Mentre il personale precario dei pony, dei fattorini, quello che lavora presso l’aborrito Amazon viene promosso a colonna insostituibile e benefattore della società, ci sarà una certa severità per quanto riguarda altri uffici: chi ci lavora dovrà certificare di essere costretto alla presenza, in considerazione del fatto che non si è adeguato alle opportunità offerte dallo smart working, come ha fatto ad esempio l’Inps che grazie alla rivoluzione informatica ha costretto centinaia di migliaia di pensionati a diventare nativi digitali  per ottenere in tre o quattro mesi i due pezzi di Pin, indispensabili per ogni proceduta.  Le poste così come gli altri servizi di sportello, dovranno praticare lo scaglionamento oculato di chi per sua insipienza non si è ancora attrezzato per i pagamenti online, e ogni comune infine deciderà come agire in materia di trasporto pubblico, limitando le corse allo “stretto necessario”.

A leggere i nuovi comandamenti si capisce meglio l’identikit del “commissario” tanto auspicato, più poliziotto che manager, anche se a guardare il curriculum dei candidati, ci sia da ritenere che costituisca titolo di merito per le mansioni di protezione civile un piglio militaresco che ha riscosso indulgenza per legittimi bisogni virili. Servirà qualcuno che abbia i requisiti per mantenere l’ordine facendosi strada tra  misure governative universalmente accusate di essere pasticciate, tardive  e troppo poco rigide ma al tempo stesso lesive dei principi costituzionali e dunque potenzialmente oggetto di ricorsi e  impugnazioni, come ha osservato Carlo Nordio che non ha perso occasione per riservare ammirazione al popolo cinese, benchè, ha osservato, se non fosse intriso dell’ideologia comunista e collettivista avrebbe forse evitato la diffusione dell’epidemia.

Perché tocca anche sentire che ci si preoccupa dell’incompatibilità costituzionale di certe misure, ma si invoca uno stato di eccezione con annesso esercizio di poteri straordinari per poterle applicare senza contestazioni anche a “costo dell’impopolarità”. Altro fantasma che viene evocato a intermittenza, benchè non abbia mai preoccupato nellu governo e nessuna maggioranza, visto che non esiste praticamente più quella verifica dell’efficacia costituita della elezioni, ormai ridotte a sigillo normale di liste e candidature precostituite, che i programmo sono un arcaico avanzo del passato, perché una volta eletti i decisori possono rivendicare che non hanno i mezzi per agire per via di voragini di bilancio, di vincoli imporsi e accettati supinamente, sicchè popolare è un termine all’indice per la sua contiguità con il deplorato populismo e impopolare va a definire qualcosa che esplicitamente si commette volenti o nolenti contro i cittadini.

Eh si, il contagio c’è stato, quello della accettazione acritica dello stato di emergenza che esonera dalle responsabilità di passato e presente, così se osi richiamarle insieme alla obbligatorietà di considerare una unica lezione che dovrebbe venire da questo accidente è che quella che ci mostrano come una piccola apocalisse che segna una frattura col passato, sia non ripristinarlo con le sue tremende disuguaglianze e le sue iniquità, passi da disfattista a sciacallo. Ma anche quello per il quale si alza come un coro non abbastanza muto che chiede l’uomo forte, come se non bastassero le regole forti anzi ferree, che avrebbero facile esecuzione solo in un tessuto sociale non devastato come il nostro,  dove alla cancellazione dei servizi e dei diritti ha corrisposto quella del senso di responsabilità e della solidarietà.

A proposito, è concesso alle edicole di restare aperte per garantire l’informazione. E’ una misura opportuna: in tempi di carestia vien buono un uso improprio della stampa in forma cartacea, acquistata con regolare autocertificazione.


Arcadia infelix

covir Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non tutti i mali vengono per nuocere. Ogni medaglia ha il suo rovescio. E chi ti dice che sia una fortuna, e chi ti dice che sia una disgrazia.

Succede sempre che quando siamo alla canna del gas, qualcuno tiri fuori la cara, vecchia saggezza popolare: in tempi di carestia nessuno soffre di diabete, alla guerre succede la benefica ricostruzione, il grande massacro ha favorito l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro e così via.

E da tempo esiste una corrente gastrofilosofica che ci raccomanda di approfittare della crisi per allestire l’orticello autarchico in poggiolo, che invita a tornare alle ricette della nonna gettando alle ortiche, peraltro ottime nella frittata, i 4 salti in padelle di mamme lavoratrici part time negligenti, insieme a lauree in dottrine fino a oggi propagandate, per dedicarsi – anche in questo caso grazie ai nonni, a occupazioni che prevedono un sobrio ritorno alla natura e alla manualità creativa, intrecciando cesti, producendo un  numero limitato di vasetti di yogurt vegano di latte di mandorla da scambiare con l’augurabile riproposizione del baratto.

Pare siano queste le nuove frontiere della decrescita felice.

Peccato che ci caschi anche qualche intelligente opinionista che dimostra nelle pieghe delle sue convinzioni una appartenenza elitaria e un carattere “aristocratico” inestinguibili. È successo a Montanari che ha somministrato sul Fatto una lezione di positività al virus, citando Sant’Agostino: “Ex malo bonum”, per dimostrare che anche dal pessimo Covid19 avremmo il modo di ricavare qualcosa di buono. La faccia benevola del mostro bifronte come Giano, e come il progresso che con un incremento delle disuguaglianze e dello sfruttamento ci reca – almeno finora- il contrasto a tremendi morbi e tecnologie prodigiose,  consisterebbe nella “decisa frenata della turistificazione di città come Venezia o Firenze, che hanno improvvisamente perso circa la metà delle prenotazioni, e che in questi giorni appaiono belle e accoglienti come non lo erano da trent’anni almeno. Una tragedia economica, un paradiso civile e sociale

Prima di lui la stampa straniera, quella anglosassone in particolare, si era beata di panorami dimenticati, dei passi lenti che risuonano sull’antico selciato di città d’arte finalmente deserte e silenziose, dell’inusuale privilegio di non stare in fila davanti a Giotto o all’ingresso del Colosseo. Almeno lo storico dell’arte fiorentino, impegnato non solo nella sua disciplina ma su fronti civili e politici,  si interroga e si augura che quella  “clamorosa contraddizione” ci insegni qualcosa “sulla follia di un modello che distrugge inesorabilmente la “bellezza” che vende”, con un auspicio: “ Se per cambiare vita abbiamo spesso bisogno di un trauma. Ebbene, per cambiare vita tutti insieme sarebbe saggio farci bastare questo trauma: il prossimo potrebbe non lasciarcene il tempo”.

E’ che nulla intorno fa pensare che siamo attrezzati a ricevere e far tesoro di questo insegnamento. Ma soprattutto in quale sacra scrittura è stabilito  che sia necessario che si produca un danno che colpisce indifferenziatamente tutti, ricchi e poveri, nobili e umili, per rovesciare i processi che hanno reso i primi più forti, potenti e abbienti e i secondi più indigenti e sofferenti? Che ci debba essere una livella che si abbatte indiscriminatamente su colpevoli e vittime – che poi nemmeno quella è giusta se a ogni posto letto tagliato nella sanità pubblica ne corrisponde uno sontuoso e selettivo in quella privata –   per riprendere nelle mani responsabilmente la nostra vita, per riappropriarci di diritti e prerogative rubati, per assaporare l’assenza o la fine di un dolore acuto come fossero piacere e felicità. A ben altro dovremmo aspirare.

E infatti non bisogna essere anarchici insurrezionalisti per osservare e adirarsi se gli  effetti della pestilenza che svuota le città d’arte, i cinema, i ristoranti, gli hotel, non solo non cambieranno i programmi del sistema economico e finanziario ma già ora incidono ben poco nelle tasche delle multinazionali di turismo, delle società immobiliari che hanno cacciato i residenti dai centri storici per trasformare il tessuto abitativo in alberghi diffusi, delle majors del commercio che hanno ridotto in miseria artigiani e attività tradizionali sostituendoli con le cattedrali del lusso e con le loro merci tutte uguali a ogni latitudine.

Chiunque è abilitato a capire che, per i corsari delle crociere che si sono arricchiti grazie all’insano attraversamento della città più delicata e vulnerabile del mondo e che a un mese dall’allarme vanno girovagando per il mondo pressoché intoccati da misure di sorveglianza e profilassi sanitaria, una interruzione dell’attività porta a un perdita irrilevante che si contrasta producendone una ingente, decisiva, fatale su personale assunto con contratti atipici, con patti precari e illegittimi.

O che le grandi catene alberghiere, comprese quelle del turismo religiose nelle mani sicure e abili di soggetti esenti da tasse e balzelli, possono permettersi una pausa che scaricano sui lavoratori, con licenziamenti a raffica, a meno che non si tratti di addetti in tonaca e saio. O che perfino per i grandi musei si tratta di una sgradita perdita di lustro, una interruzione che nuoce alla fama di direttori manager intenti a fare marketing con mostre estemporanee che impegnano investimenti in falsi miti, coperture assicurative per l’export di pezzi unici messi a rischio per megalomania e fosche ambizioni professionali, ma infine il passivo si risolve limitando al vigilanza, eliminando gli ingressi gratuiti, riducendo la manutenzione ordinaria e straordinaria.

Altro che incidente della storia purificatore e evolutivo: come al solito a pagare sono quelli che stanno sotto, infetti, portatori sani, perfino i salvati dal virus ma non dalla miseria che sa sempre dove andare a colpire.

La speranza di Montanari fa il paio con altre convinzioni che un tempo sarebbero state definite radical chic, ma che, perfino quelle, hanno perso il connotato del radicalismo, se Podemos o Sanders paiono estremisti, se per antifascismo si spaccia la condanna alla comunicazione inelegante di uno sbruffone che nutre il suo mito grazie alle contestazioni più di affini che di contrari.

Si tratta di quelle, tanto per restare in tema,  secondo le quali è arcaico e autolesionista non assecondare i trend dello sviluppo che segnano per gli italiani un futuro di operatori turistici, di affittacamere tramite B&B, non solo perché così vuole la modernità, ma anche perché così si risparmierebbero le generazioni future che non hanno le spalle coperte grazie a destini dinastici, dall’emarginazione e pure dalla fatica fisica, grazie a quel felice matrimonio tra flussi turistici e grandi piattaforme tecnologiche grazie al quale se si è con l’acqua alla gola, di fa i locandieri con casa di babbo e mamma, dormendo da piedi.

Basta pensare a  quel paradosso del consumismo progressista che alimenta l’apologia del turismo di massa come veicolo di democratizzazione e che altro non è che cinica manifestazione di supremazia oligarchica, secondo la quale è equo e giusto che il viaggiatore non acculturato, non privilegiato, mangi male, sfiori la bellezza con davanti altre centinaia di teste immeritevoli quanto lui che gli impediscono di vedere la Ragazza con l’orecchino di perla, catalizzatrice di interesse effimero per via di un brutto polpettone. E che per giunta venga sfruttato dai soliti padrone grazie alla mercificazione del tempo libero e del consumo culturale e del paesaggio, secondo la legge fordista: dare un po’ di straordinari agli operai in modo che si comprino i ferrovecchi che producono.

Una sola lezione dovremmo apprendere dalla peste, la rivelazione che c’era già prima e che se ci ha infettati, forse potremmo guarire riprendendoci le decisioni, la libertà e la vita.

 

 

 


La Peste

Danza-macabraAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non si sa quando la “morte nera” cominciò ad aggirarsi con la falce luccicante in giro per l’Europa: pare che a portarla fosse stata una nave di mercanti genovesi scampati da Caffa in Crimea quando la città fu occupata dai Tartari. Era stato probabilmente quel bastimento carico di pellicce tarmate e sorci pulciosi a recare il tremendo flagello a Messina nell’ottobre del 1347 e di là a Tunisi, da dove si diffuse nell’Africa settentrionale e da lì, attraverso la Penisola iberica e le isole del Mediterraneo, in tutta l’Europa.

La chiamarono peste da “peius” per indicarla come “la peggiore malattia”. Tra il 1347 e il 1350 l’epidemia uccise da un terzo a metà della popolazione europea,  tra i venti e i venticinque milioni di persone e più. A Firenze, dove in pochi potevano trovare riparo sulle colline, magari nella Villa Paradiso di Niccolò Alberti dove Boccaccio riunisce sette giovani dame e i loro tre cavalieri, la popolazione scese da 75 mila abitanti e 45 mila. E a Venezia nei diciotto mesi dell’infuriare del morbo morirono, secondo i dati dei censimenti della Serenissima negli anni  1347-1349 la città perse  i tre quinti dei veneziani.

La grande strage era stata preceduta da vari fenomeni che fecero pensare a una maledizione o a una punizione divina: condizioni climatiche avverse che avevano fermato le produzioni agricole, carestie: la gente non aveva di che sfamarsi e, indebolita, fu più esposta al contagio. La  recessione colpì anche le grandi banche fiorentine trascinando i Bardi e i Peruzzi nella bancarotta  che aveva avuto origine, pare, dall’insolvenza della casa regnante inglese.

Erano altri tempi e contro una certa storiografia Braudel racconta che poi, dopo quelle emergenze, l’Italia rifiorì e riconquistò il suo primato per tutto quello che è stato definito il Secondo Rinascimento, dimostrando quindi una volta di più che le epidemie e le crisi sono ricorrenti, ma lo è meno la rinascita.

Ancora più dei testi di storia sarebbe da rileggere un grande romanzo del ‘900, la Peste appunto, di Albert Camus, che narra  di un terribile flagello che si abbatte su Orano, cominciato con una  moria di topi che vengono trovati morti a migliaia a ogni angolo della città, nell’indifferenza di tutti.  Ma  è solo la prima avvisaglia di quello che aspetta la città, chiusa da un cordone sanitario per circoscrivere la sua violenza devastatrice e dove gli abitanti reagiscono chi barricandosi in casa e chi invece dedicandosi a piaceri e trasgressioni prima proibite come per un presagio di morte e chi speculando sulla catastrofe. Quando infine si trova la cura, il sollievo fa dimenticare la tragedia, la città  è in festa, solo qualcuno,  inascoltato, si rivolge alle autorità per ribadire la necessità di una prevenzione contro un eventuale futuro ritorno della peste, i cui bacilli possono restare inerti per anni prima di colpire ancora.

E infatti, per tornare dal romanzo alla cronaca del passato, le epidemie si riaccendono: a Venezia nel    1423 una nuova virulenza miete  40 vittime al giorno, tanto da convincere il Senato decimato (50 famiglia patrizie furono sterminate dal morbo) a chiudere la città agli stranieri provenienti da zone “a rischio” e a destinare un’isola a luogo di isolamento con la costruzione di un ospedale permanente, il Lazzaretto.

Eccellentissimo monsieur d’Audreville, vi racconterò quei terribili giorni solo perché sono convinto che senza memoria non c’è storia e che, per quanto amara, la verità è patrimonio comune”. A scrivere è Alvise Zen, passato alla storia come il “medico della peste”, che si rivolge a un amico qualche anno dopo la nuova epidemia che decima la popolazione di Venezia in due ondate successive, nel 1575 e nel 1630. …Nemmeno le guerre e le carestie offrivano uno spettacolo così desolato….. La Repubblica approntò subito una serie di provvedimenti per arginare l’epidemia: furono nominati delegati per controllare la pulizia delle case, vietare la vendita di alimenti pericolosi, chiudere i luoghi pubblici, perfino le chiese. I detenuti vennero arruolati come “pizzegamorti” o monatti. Potevamo circolare liberamente solo noi medici…. Indossavamo una lunga veste chiusa, guanti, stivaloni e ci coprivamo il volto con una maschera dal naso lungo e adunco e occhialoni che ci conferivano un aspetto spaventevole…..Non c’era più chi seppelliva i cadaveri. Per i canali transitavano barche da cui partiva il grido “Chi gà morti in casa li buta zoso in barca”. Per le strade cresceva l’erba. Nessuno passava. Illustrissimi medici dell’università di Padova, chiamati per un consulto, disconoscevano addirittura l’esistenza del morbo; guaritori e ciarlatani inventavano inutili antidoti; preti e frati indicavano nell’ira divina la vera causa di tutto quell’orrore calato su Venezia”.

Nel 1500 il numero dei veneziani  ammontava a circa 120.000 abitanti, nei settant’anni che seguirono, la popolazione urbana aumentò fino 190.000 abitanti, finchè  due pestilenze, quella del 1575-1577 e quella del 1630-1631 ridusse di più di un terzo la comunità veneziana.

Non occorre ricorrere all’allegoria di Camus che verso la conclusione  descrive il ritrovarsi  delle coppie separate dalla quarantena: “Queste coppie estatiche, strettamente unite ed avare di parole, affermavano in mezzo al tumulto, col trionfo e l’ingiustizia della felicità, che la peste era finita e che il terrore aveva fatto il suo tempo. Negavano tranquillamente e contro ogni evidenza che noi avessimo mai conosciuto un mondo insensato, in cui l’uccisione d’un uomo era quotidiana (…) negavano insomma che noi eravamo stati un popolo stordito, di cui tutti i giorni una parte, stipata nella bocca di un forno, evaporava in fumi grassi, mentre l’altra, carica delle catene dell’impotenza e della paura, aspettava il suo turno”, e meno che mai a XFiles  per avere conferma che la peste c’è fuori  e dentro di noi, che è la malattia del vivere il cui microbo non guarisce se non lo preveniamo e curiamo e comunque non è mai detto che sia debellato.

Perchè è quella combinazione di indifferenza e indolenza che ci fa preferire non vedere e non sapere che siamo esposti, potenziali vittime, con una differenza rispetto alla concezione manzoniana che la interpretava come una livella che faceva giustizia “superiore” in un mondo diviso che guarda ai poveri come sottodotati di “personalità morale profonda” e di autocoscienza dell’oppressione, dove  la morte nera abbatteva ricchi e straccioni.

Mentre invece la contemporanea catastrofe progressiva con il corredo di intimidazioni, ricatti, paure alimentate ad arte, guerre convenzionali remote e quelle interne contro altri Terzi Mondi, continua a stringere un cordone sanitario a protezione di chi ha e pretende di avere sempre di più, delle sue fortezze chiuse nel timore che la plebaglia, i barbari affamati e incolleriti abbattano le porte e facciano irruzione calpestando i tappeti pregiati, spaccando gli specchi e le cristallerie, riprendendosi quello che è stato loro sottratto, erigendo Colonne Infami contro untori, streghe, ribelli.

E non è una peste al rallentatore, a bassa intensità quella che accende di tanto in tanto focolai di virulenza, ma che ha via via decimato la popolazione veneziana dai 175 mila degli anni ’50 dello scorso secolo ai meno di 53 mila di oggi?

Non è un morbo fatale quello che ci ha imposto la fine della possibilità anche di immaginare qualcosa di diverso dall’oggi e qui, dove ci si vuol dimostrare che ogni pressione e repressione, ognuna delle sette piaghe è incontrastabile e irreversibile e siamo condannati a sopportare il futuro che hanno disegnato per noi e contro di noi? E che non ci resta che chiuderci in casa, evitare i contatti, la vicinanza  con gli altri che potrebbero  preludere a compassione e solidarietà, per obbedire a regole, quelle dell’economia, del mercato e della finanza che sono diventate leggi di natura fatali in un mondo che sta rotolando verso la catastrofe ambientale?

Sicchè l’unica soluzione è l’isolamento, la limitazione dei diritti di circolare, pensare, esprimersi,  per dare forma al nuovo ordine sociale nel quale solo l’assoggettamento garantisce la salvezza perché fa da vaccino contro la libertà e permette, come compensazione, di saccheggiare il supermercato e salire sul tetto come cecchini per sparare ai passanti, potenziali untori.

 

 

 

 

 


Salvini, esci dal corpo di Cacciari!

cacc Anna Lombroso per il Simplicissimus
Da anni il disincanto democratico secondo Montesquieu si esprime qui da noi con il proposito,  mai purtroppo realizzato,  di quelli che nelle chiacchiere dell’apericena (negli scompartimenti ferroviari vige ormai il silenzio rotto dal ticchettio sui tasti dello smartphone) vagheggiano delle loro piccole utopie: recarsi in un’isola remota e selvaggia e aprire un chiosco che venda spaghetti o piadina, vendere il poco che hanno e trasferirsi in Costarica come la signora Dini ex Zingone, dove i pensionati vivono come nababbi, chiudere bottega e andare in un’amena località magari anche andina purchè lontana, cardare la lana degli armenti e confezionare caciotte.
Oggi a loro si aggiunge un prestigioso quanto amareggiato aspirante esule volontario.
Si tratta di Massimo Cacciari,  che, in previsione delle scadenze di primavera, proprio come un qualsiasi aborrito e mediocre ometto qualunque, come un modesto e molesto pensionato dell’Inps che non si sbriga a seguire le raccomandazioni di Madame Lagarde, togliendosi doverosamente di torno, ha avuto la tremenda rivelazione, la scoperta che viene esercitata – perfino sugli uomini difficili e dunque superiori descritti dal suo amato Hoffmannsthal e che la sorte e la loro qualità intellettuali dovrebbero risparmiare dalle miserie grette della quotidianità – una violenta pressione fiscale.
E infatti con sdegno ci comunica che dei suoi emolumenti e dei suoi trattamenti previdenziali gli resta in tasca solo il 40%: “uno come il sottoscritto, ricorda incollerito, versa il 60% del reddito in tasse. Non si possono considerare superflui i problemi del ceto medio e medioalto. A me sta venendo voglia di prendere baracca e burattini e di trasferirmi a Vienna”.
E pensare che, soprattutto quando era sindaco,  credevamo che a Vienna ci stesse già.
Non soltanto per i suoi pellegrinaggi spirituali allo Steinhof, quel “centro” intellettuale e etico  comune a lui e, bontà sua, che ne so, a Musil, Wittgenstein, Nietzsche, un centro però vuoto (cito dal suo libro, uno dei pochi che non sono riuscita a finire) dove non risiede una Verità da trasmettere, tutt’al più un’assenza.
E infatti al suo presenzialismo ossessivo e coattivo nel “dappertutto del niente da dire”, talkshow, interviste, commenti, invettive alla stregua di uno sgarbi qualunque contro le capre, ha corrisposto una assenza sdegnosa in qualità di amministratore e primo cittadino.
Dobbiamo a lui lo sprezzante consiglio somministrato ai concittadini in occasione di un’acqua alta di particolare entità; si comprino gli stivali, o quello altrettanto altezzoso elargito quando alcuni abitanti di stabili pubblici sottoposti a restauro, finiti i lavori, scoprirono che le case rinnovare erano state concesse ad altri: mettano le loro denunce nella Bocca della Verità!
Solo le attenuanti offerte a un “foresto” possono riservate indulgenza a un dissipatore di pubbliche risorse che in vena di lasciare la sua impronta, la sua piramide, decide di elevare un ponte inutile e squinternato che continua a costare alla collettività in interventi e rimaneggiamenti:  metti vetri, togli i vetri, metti l’ovovia, toglie l’ovovia, in fratture ossee prevedibili per gli ardimentosi che lo percorrono,  e mai in pareggio malgrado le multe imposte alla temeraria archistar.
Solo uno straniero solito soggiornare in laguna di rado e in appartati resort, vuoi  perché odia mescolarsi con la folla dei turisti per caso vuoi perchè con tutta probabilità odia anche quella città scomoda, troppo intrisa di sentimentalismi e retorica che non si addicono alla severità dei superuomini, può immaginare di spalancare le porte acquee a una dinastia di bricconi che se ne comprano ghiotte porzioni per manometterle e rivenderle a prezzo maggiorato, indifferente o perfino soddisfatto dell’oltraggio che ha promosso.
Solo un divino schizzinoso che soggiorna in un buen retiro viennese può osservare con la meticolosità anodina dell’entomologo il dibattersi della povera gente veneziana, cacciata e espropriata anche a causa di una mostruosa macchina da corruzione, che lui conosceva  ma cui non si oppose nel timore che un’azione possa alzare e fargli arrivare gli schizzi di fango che agita, limitandosi a molmostosi borbottii emessi tra i peli della proverbiale barba.
Mi direte che, come dice un proverbio della sua città natale,  quando “la carne se frusta l’anima se giusta“. E in età avanzata,  malgrado il persistere di una zazzera irriducibilmente nera, deve aver scoperto con il dio di Don Verzè e il misticismo del San Raffaele, come altri venerabili maestri, da Augias a Scalfari, anche i bisogni e i disagi dell’un tempo esecrata classe media, proprio lui che si vantava di essere  troppo ricco per rubare, ma, si vede, non abbastanza per non conoscere avidità e ingordigia e per avere in uggia gli obblighi, i doveri e le responsabilità della gente comune.
Vuoi vedere che perfino lui, un eletto, un esente, un ieratico risparmiato dalle quotidiane miserie ha dovuto accorgersi che l’ideologia cui ha fatto da testimonial e supporter, che il partito che gli ha regalato una carriera politica e anche qualche benefit, e al quale ha riservato quella forma di affiliazione a lui cara: prendersi i benefici e sputare nel piatto in cui si mangia, avrebbero la colpa di aver retrocesso il ceto abbiente in classe disagiata che fa fatica a arrendersi a questa eventualità perché sarebbe costretta a ammettere la degradazione, la cancellazione di una superiorità colturale, sociale e morale?
Vuoi vedere che non gli resta altro da fare che lamentarsi come un qualsiasi populista, come un qualunque Salvini,  delle tasse esose, della politica corrotta, di Roma ladrona, del Sud parassitario, dello Stato assistenzialista con chi ha e vorace con chi non ha, dell’idraulico che non fa le ricevute, del sistema previdenziale che paga assistenza e pensioni agli stranieri?
Come verrebbe da dire per altri augusti esuli molto celebrati in questi giorni, approfitti di non avere colpe penali ma solo responsabilità civili e morali, che godono di una totale impunità come i delitti dei padroni dell’Ilva, ci vada a Vienna.
Ci resti e ci risparmi la somministrazione quotidiana e indesiderata delle pillole avvelenate di quella austera saggezza che possono maturare solo quelli che hanno il culo al caldo per nascita, rendita, fedeltà al sistema, assuefazione ai privilegi. Oggi più inquinate per via dell’ immersione nelle acque del Banal Grande.

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