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Dopo 300 anni il Governo chiude il Florian

Anna Lombroso per il Simplicissimus

In questi giorni il Caffè Florian, in Piazza San Marco a Venezia, compie 300 anni. Popolato di fantasmi ma vuoto di avventori e di camerieri capaci di piroettare tra i tavoli con il vassoio tenuto in alto con una sola mano come acrobati, chiuso come tutti i pubblici esercizi e come i musei, le biblioteche e gli archivi.

E dire che in 300 anni non aveva mai chiuso: Era aperto quando abdicò l’ultimo doge, Ludovico Manin e quando si formò la municipalità democratica, riunendo intorno alle parole d’ordine   “libertà”, “uguaglianza”, “ragione”, “giustizia”,  60 tra  patrizi,    commercianti,  imprenditori,  uomini di affari;  professionisti e ex burocrati, qualche ecclesiastico qualche militare, pochi rappresentanti del popolo come Vincenzo Dabalà, il gastaldo dei pescatori di San Nicolò.  Pare che proprio nelle sue salette si decise il prelievo dalla Zecca di 12 mila ducati d’oro da distribuire ai “poareti” e dalle sue vetrine di poteva vedere l’Albero della Libertà, la cui erezione fu celebrata con una festa di bpopolo con ben 4 archestre e e grandi pannelli con le scritte “La libertà si conserva con l’osservanza delle leggi”, “La libertà nascente è protetta dalla forza delle armi” e “La libertà stabilita conduce alla pace universale”. Era aperto quando si seppe dell’occupazione austriaca di Istria e Dalmazia dove i  I vessilli di San Marco della ex Repubblica Veneta erano stati ammainati,  insinuando il legittimo timore che  le appena nate municipalità democratiche venete venissero schiacciate come vasi di coccio dalle  trattative tra i grandi: Austria e Francia.

 Chissà se proprio là  dove si riuniva a volte il Comitato di salute pubblica, nacque il proposito di combattere la fame dei veneziani ( “La miseria è all’interno delle famiglie, i palazzi stessi sono belli sepolcri che coprono il languor della fame e della disperazione; l’occhio francese che vede le mura, non penetra la desolazione di chi le abita. E noi calcoliamo con verità che all’entrar dell’inverno un terzo della popolazione nostra non avrà un tozzo di pane da mettersi in bocca senza soccorsi del pubblico, se le cose proseguono così” scrivono nel settembre 1797 i rappresentanti del comitato) con un fondo volontario   fruttifero con i prestatori garantiti dalla consegna in mano di ciascuno di un corrispettivo in verghe d’argento esistenti in Zecca e ricavate dai confiscati arredi delle chiese e confraternite e che fruttò più di 3.500.000 lire venete.

Mentre sappiamo per certo che proprio nella saletta del Senato  Daniele Manin e i suoi consiglieri prepararono la Rivoluzione veneziana del 1848 e che le cannonate sparate dalle navi austriache fecero tremare le sue vetrate e tintinnare le stoviglie di fine porcellana. E rimase aperto  quando sul ponte sventolava bandiera bianca, poi durante la prima guerra mondiale, quando gli altoparlanti diffusero in Piazza il discorso  di Mussolini e i miei nonni e i miei genitori lo ascoltarono disperati ma intrepidi seduti a uno di quei tavolini.

Adesso no, adesso il Florian è chiuso. E probabilmente lo sarà definitivamente: dall’inizio della crisi sanitaria i ristori, che ha ricevuto a fronte di entrate dichiarate e fatturato crollato di due milioni di euro,  sono stati irrisori, ciononostante i 70 dipendenti hanno percepito le loro remunerazioni e la società di gestione dell’esercizio ha dovuto pagare il fitto ai vari proprietari che, quasi tutti, hanno accettato una sforbiciata del canone.

Quasi tutti perché l’unico che non ha sentito ragioni è il Demanio, irremovibile e severo come non è stato quando, con il sostegno delle istituzioni e degli enti pubblici, gli “investitori” in vena di mecenatismo peloso hanno lanciato la loro operazione di ristrutturazione delle Procuratie Vecchie e la  “valorizzazione” degli spazi pubblici adiacenti, un caso simbolico  di svendita del patrimonio comune a consolidare una volta di più il predominio degli interessi privati nel governo delle città.

Già me li immagino i moralizzatori degli scontrini attivi in Piazzetta di Capri, nei dehors del Florian o del Lavena, al Pedrocchi di Padova, alle giubbe Rosse a esigere moti insurrezionalisti e chiedere a gran voce  disobbedienza alla sambuca e antagonismo al cappuccino, per protesta contro le esose pretese della caffetterie storiche, mettendo alla gogna gli assoggettati al balzello, legittimato e invece se si tratta di spritz nei santuari di Briatore, di salamino negli empori km.0 di Farinetti, di scarpacce negli outlet di Adidas.

Perché grazie agli equivoci sul turismo di massa, che considerano una conquista sociale e democratica essere tutti assiepati senza vedere nulla davanti alla Dama con l’Ermellino, dormire in stanzette anguste come celle di una galera nei  B&B dei manager dell’accoglienza, sfilare in corteo stancamente lungo viuzze dei centri storici assediati da venditori di cibi tutti uguali e merci tutte  identiche da Singapore a Firenze, da Melbourne a Noto, seguendo guide con l’ombrellino che ripetono stancamente le pagine del Touring scaricate sul cellulare per erudire i forzati del selfie,  il consumo di opere d’arte, dei siti archeologici, delle bellezze che fanno parte del nostro patrimonio nazionale, devono essere gratuite, devono essere un diritto senza il dovere della tutela, della cura e del rispetto.

E invece ci sono luoghi della memoria che reclamano la stessa considerazione della casa di un poeta o di uno scienziato o lo studio di un artista, di un museo civico, di una pinacoteca o di un archivio.

Le fraschette romane, i trani milanesi, i bacari veneziani, le bettole dei Carrugi ma allo stesso modo i caffè vicini alla Borsa, quelli letterari, sono stati posti di sovversione e di integrazione, di amicizia e di sovvertimento, se pensiamo ai ritrovi del Basso Veneto e della Romagna, fucine del movimento anarchico, e di elaborazione del dissenso contadino contro la possidenza e le rendite terriere, quelli dove la sera si ritrovavano le mondine a ballare e cantare, ma anche se guardiamo a quelle sale foderate di damaschi, broccati e specchi dove capi “in marsina e sparato bianco gridavano i loro comandi a stuoli di camerieri come centurioni in battaglia”, dove in angoli appartati si riunivano carbonari e militanti risorgimentali dell’età dei nostri ragazzi che la sera a Piazza di Pietro celebrano il rito dell’happy hour.

E se le osterie ospitavano le società di mutuo soccorso (l’Angelo Raffaele a Venezia lancia la prima Cassa Peota), e le Leghe socialiste, l’Europa a Napoli ospitava la Palestra Letteraria, a Genova era il caffè a dare il nome alla cerchia dei letterati che lo frequentavano, l’Accademia del Roma, al Pedrocchi di Padova o al Corazza di Udine si riunivano quelli del Casino dei Nobili e i gruppi non poi tanto clandestini dei patrioti risorgimentali.

Il tempo aureo dei ritrovi politici fu infatti il Risorgimento: a Torino al Diley si incontravano D’Azeglio e i cospiratori, al Nazionale e al Colosso i liberali, a Milano Peppina  e Cecchina ospitano due società segrete. La stessa funzione la assolvono il caffè della Fenice a Bologna e il Greco a Roma. Al Florian dopo la battaglia del 17 marzo 1848, vengono ricoverati i feriti e al Pedrocchi gli austriaci in armi fanno irruzione un mese dopo con le baionette inastate per arrestare gli studenti.

Quello delle osterie è il periodo della Prima Internazionale, quando anarchici e socialisti, anche là in quella stanze fumose iniziano il processo di politicizzazione delle classi lavoratrici urbane  e rurali. E molti di quei posti, anni dopo, diventano  il teatro di incontri e attività dei partigiani.

 Ma passato di moda il tempo dei viaggiatori in Italia che si mescolavano a ricchi e plebei frequentando i caffè e le bettole malfamate  delle città d’arte è cominciato il successo delle società letterarie e artistiche, alle Giubbe Rosse che “è quella cosa che ci vanno i futuristi”, alla bottiglieria Rattazzi di Milano si siedono ai tavolini angusti Ginzburg e Pavese, al Caffè Hagy di Milano sostavano i Boito prima e poi quelli che in seguito si sposteranno nei locali di Brera e al Cova si tenevano le riunioni di redazione dei quotidiani come a Napoli dove al Gambrinus a una certa ora incontravi tutti i giornalisti del Mattino. 

E basterebbe la scena della Dolce vita di Fellini, nella quale il protagonista convoca il padre venuto dalla provincia a Roma in un caffè di Via Veneto a rappresentare  il ruolo di quei luoghi consacrati dove si celebravano i riti di una mondanità che si riscattava con la frequentazione degli ambienti intellettuali, riuscendo a corrompersi vicendevolmente come profetizzava Flaiano.

Non è esagerato dire che se chiude i battenti un caffè, si cancella una memoria che non troverà mai ospitalità nei templi della teocrazia del mercato e del consumo, tra la formica e la plastica del bar dove siede sconsolata la gente di Hopper, nelle catene di mescita di schiume insapori di Starbucks. E che con essa si disperdono un po’ di democrazia e di libertà.   


Città d’arte, nuove necropoli in svendita

Anna Lombroso per il Simplicissimus

E per fortuna che sono una blogger felice e sconosciuta, altrimenti potrebbe toccarmi in sorte il trattamento riservato al ben più autorevole  e prestigioso storico dell’arte Montanari, querelato dal sindaco insieme alla Giunta del Giglio per aver criticato il “modello Firenze”.

Il delitto di lesa maestà è stato compiuto in diretta tv a Report su Raitre, quando Montanari ha osato accusare Nardella di aver messo all’incanto la città che amministra: “Firenze è una città in svendita… è una città che se la piglia chi offre di più, e gli amministratori di Firenze sono al servizio di questi capitali stranieri”.

C’è da chiedersi che altra formula più blanda avrebbe più opportunamente definito, tanto per citare il caso in questione, l’operazione “immobiliare”, che ha per oggetto l’ex monastero medievale di San Giorgio alla Costa, già umiliato dalla trasformazione in caserma malgrado insista in un’area Unesco, e recentemente ceduto a un maggiorente argentino che ne vuol fare un luxury hotel con 20 suite, 18 appartamenti, più di 80 stanze, centro fitness, piscina, parcheggi e servizi nel sottosuolo, da dove, lo si evince dalla scheda della variante urbanistica comunale, potrebbe partire l’auspicato collegamento con il Giardino di Boboli e con il Forte Belvedere in qualità di dependance del relais grazie alla realizzazione di una funicolare orizzontale a cremagliera. 

Invece il Nardella proprio non gliela lascia passare e pretende 165 mila euro di risarcimento.

E’ che negli anni si è fatta strada una nuova interpretazione del cosiddetto danno di immagine:  denunciare un intervento speculativo di esproprio di un bene comune recherebbe nocumento alla reputazione molto più che lasciar crollare gli argini dell’Arno, molto più che autorizzare il passaggio di treni ad alta velocità sotto il selciato delle piazze e delle vie storiche, molto più che togliere quattrini alla comunità per ampliare un aeroporto secondo un progetto che anche prima del Covid era sovrastimato rispetto ai bisogni, molto più che affittare a prezzo simbolico siti della fede e dell’arte in qualità di location per eventi aziendali, molti più che improvvisarsi lobby per ottenere  un emendamento favorevole alla realizzazione del nuovo stadio grazie allo   “Sblocca Stadi” approvato in Parlamento da centrodestra e centrosinistra  e che consente l’abbattimento di impianti sportivi storici tutelati in nome della loro “modernizzazione” per rispondere alla “sostenibilità economica”, al profitto cioè, dei privati investitori.

Ci sono molti modi per vendere una città, ma tutti prevedono che vengano cancellate l’identità e l’appartenenza dei cittadini in modo da costringerli all’esodo, che venga demolita l’impalcatura che la tiene insieme, fatta di memorie, tradizioni, storia, che gli abitanti vengano sostituiti da nuovi “residenti” saltuari secondo i comandi dell’impero dello sfarzo che dei lussuosi vagabondi di meta in meta del Grande Privilegio, che si soffochino le botteghe, le attività consuete tramandate da generazioni per far posto alla moderna chincagliera e alla paccottiglia contemporanea, uguale a Firenze, Napoli, Dubai, Singapore.

Ma uno di modi più efficienti ed efficaci è condannarle a un destino obbligato, unico e irriducibile: la “vocazione” industriale per alcune, magari dense di pregi artistici e paesaggistici, ma più defilate rispetto ai tragitti e agli itinerari del neo- cosmopolitismo, assassinate in modi addirittura più cruenti, come a Taranto, infliggendo la pena della bruttezza, dell’umiliazione e del ricatto, e dell’avvelenamento fino alla morte, turismo invece per le città d’arte.

E infatti, ci fanno capire, senza turismo Venezia, Napoli, Firenze, Palermo, Siena, Lecce non solo non sono più città ma vengono meno anche all’opportunità di diventare luna park, Disneyland, alberghi diffusi, musei a cielo aperto.

E difatti con al sgangherata brutalità che lo caratterizza, il Sindaco Brugnaro ha fatto sapere che in mancanza di visitatori i musei civici veneziani resteranno chiusi fino ad aprile «a prescindere dalla decisione del governo che per ora ha disposto la chiusura dei Musei fino al 15 gennaio». In mancanza dell’indotto degli ospiti stranieri,  la Fondazione che li gestisce come fossero un supermercato, chiude malgrado le reiterate promesse di tener fede all’impegno di servizio civile e culturale, colpendo i lavoratori, quasi mille, perlopiù associati alle cooperative affidatarie, messi in cassa integrazione a 300 euro, o, peggio, quelli precari e mai regolarizzati dai Musei Civici nemmeno ai tempi delle vacche grasse dei forzati delle crociere e delle file interminabili di pellegrini, lavoratori autonomi a partita Iva che si ritrovano senza lavoro e senza alcun tipo di sussidio.

Sono quelli cui il ministro Franceschini promette i fasti del turismo di prossimità, interno, talmente “minore” da non meritare l’accesso a quei “giacimenti”, tanto per usare un termine a lui caro, che rappresentano davvero “servizi pubblici essenziali, indispensabili alla promozione culturale e alla crescita umana e civile”, raccolte di tesori accumulate nei secoli, inventate proprio da noi, che sono sparse in tutta la geografia del paese, secondo la calzante definizione data  dall’International Council of Museums  che ne parla come di “un’istituzione permanente senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali e immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e specificamente le espone per scopi di studio, educazione e diletto», insomma per  quel “pieno sviluppo della persona umana” citato all’articolo 3 della Costituzione della Repubblica.

Altro che tenerli chiusi, oggi più che mai dovrebbero aprire i battenti in aiuto dell’istruzione, di quella coesione e unità di popolo che è stata oggetto del miserevole mantra di anche in questo caso  non usa il potere che la Carte gli conferisce per sostituirsi alle Regioni e agli enti locali inerti quando ne va del bene pubblico, salute, lavoro, cultura, della storia “patria” che è fatta di navigatori, poeti, artisti ma pure di quei partigiani che volevano garantirci istruzione, valorizzazione dei talenti, accesso alla bellezza.

Si quella bellezza che si vede e ridiventa nostra in quei luoghi,  non nei centri commerciali, invece aperti agli “assembramenti”, e nemmeno su internet, a pensare alla indecorosa narrazione ministeriale del “Netflix della cultura” di Franceschini, che quando parla   di “mettere in scatola lo spettacolo dal vivo”, per coprire l’oltraggio dei teatri serrati, pensa al dinamismo digitale del direttore degli Uffizi, ridotto a mettere online le foto dei capolavori interdetti al pubblico con la possibilità di un like sul preferito,  o della valutazione della clientela come su Amazon.  

Altro che tenerli chiusi, proprio adesso che  gli italiani più poveri moralmente e economicamente hanno diritto di godere di quello che mantengono con le loro tasse alla pari del sistema sanitario che hanno pagato con la fiscalità e che è loro interdetto.

Altro che mettere per strada i dipendenti facendo intendere che il loro lavoro dipende dai “biglietti”, quando abolirli costerebbe come due giorni di spese militare all’anno, spese sulle quali non si è risparmiato nemmeno in questi mesi.  

Quindi buon anno, non mi sottraggo al rito ogni volta più incerto.  Anche se di una cosa ci tocca invece essere certi, che la bellezza non ci salverà, dopo il trattamento che le riserviamo.


Venezia allagata, il Mose affonda

Anna Lombroso per il Simplicissimus

7 dicembre, la stampa locale esulta: “E’ rimasto sempre sollevato, anche durante la notte, il sistema di barriere del Mose, e così ha evitato che su Venezia si verificassero tra ieri e oggi due punte di acqua alta di 130 centimetri. La schiera di paratoie, eccetto per l’abbassamento ieri di Malamocco, per il transito di alcune navi, è in funzione da quasi da 40 ore consecutive, evitando per Venezia una pesante alta marea”.

8 dicembre, la stampa locale si rammarica: “Venezia di nuovo alle prese con l’acqua alta, che oggi si è ripresa la città a causa del fatto che il Mose – che l’aveva difesa negli ultimi giorni – non è entrato in funzione…“. sarebbe stato il meteo a mettere sotto scacco la città facendola finire sotto 138 cm. di acqua.

Perché il Mose non è stato azionato?” illustra Cinzia Zincone, a capo del Provveditorato alle opere pubbliche del Nordest, alla guida della cabina di regia del sistema di dighe mobili, insieme alla supercommissaria Elisabetta Spitz. “Siamo in una fase sperimentale, nella quale si alza quando c’è una previsione di 130 centimetri: l’allerta viene data 48 ore prima, per permettere non solo di emettere le ordinanze per la navigazione ma anche per convocare le squadre operative“. E aggiunge:  “Nonostante a Venezia si parli di ‘strucare el boton’ (pigiare il bottone), in realtà l’operazione nasce con molto anticipo e va preparata“.

Meno di un mese fa il commissario straordinario incaricato “di riportare il diritto” nel Consorzio Venezia Nuova,  il soggetto cui era stata affidata la  lotta della città contro il mare grazie alla realizzazione del sistema Mose, è stato delegittimato dalla ministra De Michela, infastidita dalla sua caparbia contrarietà alla nuova Agenzia per Venezia, altro mostro giuridico chiamato a sostituire il Magistrato alle Acque.  

In realtà in cinque anni e mezzo l’avvocato dello Stato Giuseppe Fiengo aveva commesso più volte il delitto di lesa maestà per aver fatto el pulci alla gestione contabile, certo, ma anche per aver dichiarato, come si legge nella relazione in merito alle consulenze del Consorzio e nei resoconti delle sue audizioni presso le Commissioni parlamentari, che il malaffare non consisteva solo nel sistema di corruzione, nello scambio di mazzette, incarichi, nella collaudata organizzazione dei profittevoli ritardi che incrementavano i profitti di imprese e vigilanti, ma anche nella combinazione di inefficienza e incapacità dimostrata negli anni, che aveva condizionato scelte di materiali, cambiamenti in corso d’opera, qualità delle risorse manageriali e tecniche espresse dalle cordate di aziende impegnate.  

E quando il 3 ottobre scorso trionfalmente vennero alzate le barriere per una specie di inaugurazione a poco meno di una anno dall’acqua granda  del 12-13 novembre, suonò come un malaugurio la sua prudenza sui tempi e le speranze di salvezza della Serenissima, confermata peraltro il giorno dopo quando a poche ore dalla festa l’acqua ha invaso la Piazza, perché la grande opera ingegneristica, il prodigio in terra che deve salvare la città dai flutti ci sta un bel po’ più di un ponte levatoio del castello, perché la procedura impegna uomini e mezzi oltre a un bel po’ di quattrini, perché la tutela della città si scontra con il passaggio delle navi, perché tenere le barriere alzate trasforma la laguna in una pozzanghera maleodorante e avvelenata.. perché, perché…

Perché c’è un evidente errore progettuale che parte da lontano quindi, dalla scelta di una realizzazione “pesante” e macchinosa, quella ingegneristica, che per entrare in azione con il suo congegno si affida a previsione meteorologiche e climatiche non sempre affidabili e che ha bisogno di un certo lasso di tempo per sollevare le sue barriere.

Mentre, anche senza avere l’avvedutezza e lungimiranze di ipotizzare fenomeni esterni, quelli legati al cambiamento climatico all’eustatismo e alla subsidenza (notoriamente aggravati oggi dalla pressione dell’opera stessa) a particolari effetti dei venti, era invece necessario immaginare soluzioni “automatiche” e leggere, quelle alla base di altri progetti subito cassati, quelli idraulici e matematici per i quali non occorreva andare in Olanda o chissà dove, bastava Padova, che si conciliavano con l’opportunità di predisporre un complesso previsionale, di allarmi e meccanico che intervenisse con tempestività e immediatezza nel caso di maree “anomale”, magari anche un po’ sotto quei 130 cm, che comunque allagano la Piazza,  e che con altrettanta rapidità cessasse una volta passato il pericolo.

Quante volte dovremo ancora prendere atto che quando c’è un problema che riguarda le nostre vite, si incarica di risolverlo chi l’ha creato? Non era evidente che la salvezza di Venezia, che affonda virtualmente e concretamente per via di scelte economiche, industriali e immobiliari, era stata “consegnata” ad una cerchia di malaffaristi della politica e dell’imprenditoria, una vera e propria cupola che ha messo in piedi una “machina” speculativa e corruttiva “incontrastabile”, come vogliono farci credere che siano i cosiddetti fenomeni naturali, adesso le malattie, i morti per incuria, profitto, sfruttamento?

Venezia muore. E non di morte naturale, vittima di omicidio premeditato (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/07/10/mose-e-gli-adoratori-del-vitello-doro/)  ad opera di un sistema che tante volte ho definito una cupola mafiosa allo stesso modo di quella che ha infiltrato la Capitale e altri siti dove la compulsione bulimica delle grandi opere ha perfezionato il corto circuito politica sporca- affari sporchi, quando gli interventi e gli investimenti non vengono programmati per un utile generale, ma solo per il profitto degli attori interessati, quelli che pretendono voti, consensi, finanziamenti, e quelli che pagano in vista della prossima accumulazione di denaro e rendite di posizione.


Mose, il giorno dopo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È ora di dire basta al disfattismo di quelli che godono quando qualcosa va male e di quelli che si compiacciono di avere avuto ragione quando profetizzavano il peggio.

Il Mose ieri ha funzionato: sfido chiunque a dire il contrario, i masegni di Piazza erano asciutti e pure il terasso della Basilica, quella pavimentazione che evoca la riva del mare quando l’acqua si ritira lasciando piccoli pezzi di conchiglie e un pulviscolo di madreperla che brilla sulla sabbia.  E tutto ieri i cronisti hanno girato per calli e campi a intervistare i veneziani in via di estinzione e i turisti compiaciuti per le prestazioni della Grande Opera che sfiderà i flutti dopo essersela passata male con cozze, ruggine e pure con inquietanti scricchiolii che parevano emessi dai rumoristi di un colossal sull’inabissamento di Atlantide.

Si sa che un inabissamento più o meno là c’è stato, o almeno si conosce una suggestiva leggenda, quella di San Marco a Boccalama, un’isola che giace in fondo alla Laguna, che il governo della Serenissima cercò di salvare dall’affondamento grazie a due grandi cassoni edili portati là da due galeoni, forse quei relitti scoperti alla fine degli anni ’90, proprio durante immersioni effettuate per ispezionare i fondali da tecnici del Magistrato, istituto incaricato di governare e sorvegliare le acque, sottoposto a rottamazione da Renzi e recentemente sostituito da uno di quei mostri a tre o più teste che devono fare e disfare, sporcare e ripulire, scavare e erigere proprio come il Consorzio “paròn” della città.

Il doge di allora non riuscì nell’impresa e dire che quella massa di alghe acquatiche gelatinose, così la definisce Brodskij , quell’antico rifugio di nidi da uccelli acquatici nel quale si erano ricoverati i fuggiaschi dalle invasioni barbariche era diventata un civitas, un prodigio urbanistico e di buon governo, con una vocazione instancabile a creare barriere e al tempo stesso a edificare un tessuto cittadino solido sulla più mobile delle strutture di sostegno.

Come un motore che non conosce fatica, Venezia governava maree  e correnti, inalzava difese contro le alluvione dovute all’intreccio dei fiumi alpestri e alle ondate tumultuose e impetuose spinte dalle correnti litorali del fondi del golfo adriatico. E intanto bonificava, gestiva e impiegava a buon fine fenomeni di emersione, interramento e riempimento che colmavano le parti morte dell’ambiente marino, rinforzando isole e lidi, impedendo che la terraferma divorasse la  laguna. Era nata quella città a forma di pesce,  su pali conficcati nella melma giù fino in fondo, in un attivismo convulso ma razionale, senza soste e strategico, consapevole di operare in un organismo vivo da difendere contro forze cieche ed eventi poco prevedibili.

E ieri ci hanno avvisati che finalmente sia pure con qualche ritardo e intoppo, si possono ripetere quei miracoli demiurgici: le barriere gialle si sono sollevate potentemente e hanno fermato le onde.

Oggi no. Oggi, la marea (1,10 metri?) si è insinuata silenziosa nelle calli e nei campi. Eh si, perché lo dovevate sapere che il Mose è pensato per alzarsi  solo con maree sopra i 130 cm. Per ragioni di carattere ambientale: una chiusura di più giorno tarsformerebbe la laguna in un mar morto, in una stagno puteolente. Per ragioni di carattere economico: impedirebbe il funzionamento del porto commerciale e chissà mai, l’eventuale passaggio delle Grandi Navi. Per ragioni di carattere tecnico: alzare e abbassare le paratie è complicato e richiede tempi lunghi. Per ragioni di carattere turistico: mica vorrete privare i giapponesi del piacere a Covid finito, di fotografarsi coi piedi in acqua, seduti ai tavolini del Florian.

E poi quella di ieri era una prova di incoraggiamento, non uno stress test, che mica vorrete sottoporre un sistema progettato nel 1992 e oggi non ancora completato che alla fine dei lavori costerà probabilmente 8 miliardi più 100 milioni all’anno di manutenzione, a uno sfrozo che potrebbe comprometterne la tenuta. E mica avrete voluto che pensassero a tutto? Ad esempio a soluzioni che non turbassero il delicatissimo equilibrio ambientale della laguna. A dispositivi che, una volta stabilito che si tratta di una formidabile creazione ingegneristica, ne permettano l’impiego continuativo nel caso prevedibile di maree come quelle dell’anno passato, che, lo dice la Convenzione sul Cambiamento Climatico, sono destinate  a presentarsi con una tremenda frequenza?

Mi immagino già che ci saranno i soliti malcontenti, i sior Todaro brontolon che diranno che ci hanno persi per i fondelli, che ci hanno buggerati.

Invece uno dei commissari l’aveva detto, mica si può pretendere troppo a cinque anni dallo scandalo, che ha scoperchiato le magagne. Ricordando che “mancano molte cose: mancano impianti, alcuni collegamenti”, sottolineando come non si possono chiedere prestazioni eccezionali in termini di sicurezza da un progetto “commisurato agli anni ‘90”. E poi  “tutte le parti hanno avuto, ognuna per conto suo, un collaudo tecnico e amministrativo. E siccome l’opera era spezzettata, si presenta  il problema di fare l’avviamento”.

Ecco, occorreranno tre anni di piani provvisori di gestione e manutenzione, di costante controllo e valutazione affidata alla Commissione di Collaudo  che suggerirà le sue raccomandazioni e prescrizioni che permetteranno di  “aggiustare quel che si deve aggiustare”.

Capito? Festeggiate pure, anche se oggi è il giorno dopo.


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