Archivi tag: archistar

RenziKitsch, il potere del cattivo gusto

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il termine Kitsch   ha fatto la sua comparsa, con l’attuale significato estetico, a Monaco verso il 1860. Esso significa fare del vecchio col nuovo, impasticciare, lavorare di copia. Secondo Dolfles la tua traduzione più appropriata potrebbe essere quella di “uso improprio” e porta come esempi una torre di Pisa di pan di Spagna e panna montata ma anche i tiranni soprattutto quelli degli ultimi secoli, Hitler, Mussolini, Gheddafi con la loro arte di regime, la paccottiglia eroica dalle divise ai grandi eventi di propaganda, con le figure ideali e simboliche del loro pantheon, scelte con indicatori e strumenti ispirati dal cattivo gusto strapaesano, segnati da provincialismo e ignoranza.

Non si dispiacerà allora il signor Renzi se diciamo che è un esponente della corrente Kitsch –  con le sue aspirazioni a fare il dittatorello a progetto come un cocopro al servizio di padroni che lo estraggono dall’armadio quando serve a far numero in nome dell’Europa, quando si preoccupa di quello che dirà la gente se non fa l’Expo, ma se ne impippa che crolli Pompei, che Venezia soffochi, che finge di credere che si riconquisti autorevolezza e buon nome tirando su qualche piramide mentre cade giù mezza Italia, che compiace sultani e sceicchi collaborando con la tratta delle persone e svendendo patrimonio comune, a cominciare dalla sua città di adozione nella quale pare voglia  far tenere le Sue Olimpiadi, dopo aver aizzato una guerra di campanili in modo che il terzo goda.

Che la sua sia una cultura del sentito dire, del letto sui titoli dei giornali, insomma molto meno del Bignami, nemmeno preso in considerazione per la revisione della Costituzione, insomma molto meno dei risvolti di copertina da cui attingeva doviziosamente il fondatore del suo partito, è evidente: si deve fare una esposizione sulla fame nel mondo e lui chiama a sé un pizzicarolo alla cui fama ha contribuito con trattamenti di favore, usandolo anche all’occorrenza come mecenate che attinge dalle dispense dei Fratelli Fabbri sui capolavori del Rinascimento, per dare un valore aggiunto alle sue botteghe, insieme magari a qualche guglia del Duomo, purtroppo vera e non di pan di spagna e panna montata. Si deve esibire un economista dinamico e fattuale alla sua kermesse e lui fa venire un finanziere spregiudicato attivo nei paradisi fiscali, solo perché il suo manager di riferimento non si era ancora mostrato nei panni insurrezionalisti e apocalittici di critico della teocrazia del capitalismo.

Per caso serve l’ostensione di una figura nobile e autorevole per mettere il sigillo della competenza, della professionalità e dell’integrità sulla ricostruzione? E lui chiama l’archistar Renzo Piano. Immagino in attesa di consultare Calatrava per il Ponte sullo Stretto, forte com’è dell’esperienza veneziana. E non potendo far venire Speer per le sue olimpiadi in Arno. Ora non voglio dire che sarebbe meglio un capomastro abile e onesto, uno di quei piccoli imprenditori artigianali che hanno imparato il mestiere sul campo, diventati, forse, per via della cancellazione di lavoro e sbocchi per talenti “minori”, ancora più rari dei grandi maestri dell’architettura. Ma è sicuro che quello che non serve è una figura simbolica da esporre al contesto nazionale e internazionale a possibile copertura di approssimazioni, uso strumentale dell’emergenza per favorire l’aggiramento di regole e l’imposizione autoritaria di commissariamenti “speciali”. Mentre sarebbe opportuno proprio ricreare e promuovere una rete di professionisti, tecnici  e controllori sul territorio, in grado di scalzare quelle alleanze opache dei soggetti di sorveglianza con rappresentati e pubblica amministrazione dei quali oggi affiorano responsabilità, colpe, noncuranza, furti e misfatti.

E poi, è sempre più evidente il peso del malaffare sui mali del nostro territorio, la qualità perversa di una corruzione che intride tutti i livelli gerarchici e geografici della macchina decisionale e di governo? Beh, non occorre consultare i contati dell’I phone, si chiama il solito Cantone, babau per tutte le stagioni e tutti gli sperperi e tutti i business criminali, solerte propagandista nel magnificare la svolta dei rottamatori anche se gli hanno messo in mano una scatola ben confezionata ma vuota di risorse, competenze, uomini.

E se poi si deve tirar fuori un commissario, perché non proporne uno già sperimentato, con un curriculum invidiabile  di esperienze? Uno pescato nella rubrica dei conoscenti, alla voce “oppositore garbato e cauto”, quindi buono per dare un po’ di guazza a una fronda ancora più circospetta e riservata di lui, con una faccia da brav’uomo grigio quindi vendibile e affidabile, malgrado le accuse di aver favorito la coop riconducibile al fratello. E esperto della materia sismica se – ma non bisogna dirlo, per non essere tacciati di sciacallaggio – in qualità di rappresentante del “modello emiliano” malgrado c’è da sospettare che abbia sottovalutato i ripetuti allarmi dal 98 in poi, dall’Aquila in poi, sui rischi sismici della sua regione, addirittura annoverati nella mappa del pericolo- terremoto del 2003. Insomma c’è da sospettare che sia una sua certa arrendevolezza discreta e pensosa a indicarlo come uomo giusto nel posto giusto, se il suo modello di ricostruzione permette che, secondo le analisi dei comitati di cittadini, siano senza casa almeno 12 mila abitanti, se la riedificazione dov’era com’era dei centri storici riguarda il 30 % del tessuto urbano, se la maggior parte di artigiani e imprenditori  che sono riusciti a far ripartire la loro economia, hanno dovuto ricorrere a fondi, risarcimenti provati o a risparmi personali.

Non credo che la bellezza ci salverà, se  il brutto e il cattivo sono al potere.

 


Milano contro Roma: malaffare olimpico in pista

 Anna Lombroso per il Semplicissimus

Se l’ipotesi che l’Italia ospiti i giochi olimpici era improvvida, irragionevole e irresponsabile prima del sisma ora è a dir poco criminale. Più volte su questo blog ci siamo espressi sull’argomento, sui rischi delle Grandi Opere, dei Grandi Eventi – e dei Grandi Affari opachi che movimentano – dal punto di vista economico, ambientale, sociale, da quello della legalità “sospesa” grazie al configurarsi di condizioni di disorganizzazione e incompetenza non casuale tali da creare surrettiziamente  uno stato di emergenza e dei suoi effetti: leggi speciali, regimi eccezionali, autorità straordinarie, deroghe, a quello del primato attribuito a interessi privati speculativi, sia per quanto riguarda le aree interessate che l’attribuzione di incarichi e appalti in sede di realizzazione.

Troppi flop, verificatisi con puntualità ogni 4 anni condannano inesorabilmente i giochi e i governi e paesi che investono in megalomania visionaria, in cantieri maledetti, in scenari – pesanti o di cartapesta, comunque effimeri – condannati a diventare monumenti della malagestione di territorio, beni comuni, bilanci statali, anche senza parlare delle pratiche di promozione della marginalità, dell’espulsione, del degrado che queste celebrazioni della sportiva e fraterna competizione hanno prodotto, come abbiamo saputo in occasione dei giochi di Atene, per i quali sono stati spostati come rifiuti abitanti di interi quartieri,  di quelli di Londra, quando gli interventi di “riqualificazione” urbana sono diventati l’opportunità per stipare cittadini di serie B nei dormitori ghettizzati dei Docklands e di Stratford City, di quelli recenti di Rio, altro motivo per il quale è obbligatorio dismettere l’insano proposito, che avrebbero cancellato segmenti di popolazione adulta e soprattutto infantile, vergognosa da far vedere e comunque molesta, della quale non si hanno notizia certe, mentre con certezza abbiamo assistito agli sforzi per nascondere malamente  uno squallore insanabile, una miseria implacabile, msotruose disuguaglianze nel contrasto tra favelas pudicamente coperte da steccati e sipari di cartone, e falansteri di lusso, fenomeni multipiano malati di gigantismo.

Un governo sempre spropositatamente preoccupato di dimostrare da quella compagine strapaesana e provinciale che è,  efficienza, dinamismo e abilità a padroni stranieri e a un’opinione pubblica internazionale, dovrebbe riflettere sui pericoli per la sua immagine di prodursi nella progettazione del Grande Evento, quando si è appena consumato il martirio di un Paese, dei suoi abitanti, del suo patrimonio artistico, morti, cancellati, travolti per via del più naturale degli eventi, convertito in una strage contro natura e contro la ragione, per colpa evidente di trascuratezza e di incapacità di programmare spesa pubblica e investimenti per interventi di prevenzione, salvaguardia, tutela, per il reato di interesse privato che si avvita sull’avidità, sulla necessità della politica di mantenere consenso padronale e delle imprese di perseguire il disegno parassitario a carico dello Stato. Ma anche  per via di quella austerità e dei patti scellerati che incravattano gli enti locali, che hanno sottratto le scelte alla sovranità dei paesi, che danno addosso alle vittime convertendo catastrofe in giusta punizione, penalizzando gli aiuti statali come fossero manifestazione di dissipatezza scriteriata, irridendo eventuali esigenze di flessibilità, anche quelle espressioni di un istinto antropologico all’indolenza e allo sfruttamento scroccone.

In passato ci è toccato riconoscere meriti di lungimiranza e oculatezza a Monti, che disse un no sonoro alle Olimpiadi del 2020: non rischiamo i soldi degli italiani, forse immaginando che anche grazie a lui ben pochi ce n’erano rimasti.Si vede che siamo andati peggiorando, se di fronte al meno perentorio rifiuto del sindaco di Roma, atto di doverosa resipiscenza dopo lo scatenato prodigarsi del marziano che con involontario umorismo  aveva parlato dei giochi del 2024 come di un “regalo olimpico” per i romani,  indifferente alla considerazione che la strenna del ’60 pesa ancora sui cittadini, il governo ha deciso di promuovere, nello spirito del tempo e delle gare, una miserabile competizione tra campanili. Così ”se Roma dice no, sarà Milano a ospitare le Olimpiadi del 2028 o del 2032”, secondo un’ipotesi che il quotidiano di Caltagirone definisce uno choc per la Capitale.

In verità dovrebbe essere uno choc soprattutto per Milano e per tutta Italia se lo scampato pericolo si trasforma nel rischio calcolato di una Expo 2, candidandosi come una ancora più indecente macchina mangia soldi, laddove la Grande Milano, la città metropolitana che doveva sostituire le inutili e obsolete province non decolla per via di una incolmabile voragine finanziaria che non permetterà nemmeno la gestione ordinaria, nemmeno gli spazzaneve, nemmeno la manutenzione delle strade. C’è da sospettare che quello che la stampa definisce come un pressing sulla Raggi, per persuaderla a cambiare idea, altro non sia invece che il coronamento di un progetto, la replica della kermesse gastronomica, quella che con proterva sfacciataggine viene accreditata come modello di efficienza, organizzazione e legalità, piazzando il commissario molto discusso e poco trasparente a continuare l’opera di foraggiare un’affamata cerchia di organizzazioni criminali e diversamente criminali, viste le commistioni e associazioni non temporanee di impresa, pronte a spartirsi la nuova Grande Torta, nel caso restasse un po’ di appetito insoddisfatto dalla ricostruzione.

Il copione è già scritto: verranno commissionati studi con laute prebende per preparare la candidatura, avranno inizo le pratiche spartitorie, cruente anche sula carta, si muoverà il mercato della speculazione sulle aree potenzialmente interessate, che mica vorrete che si impieghino quelle dell’Expo, si mobiliteranno progettisti, di quelli che tirano fuori dal cassetto vecchi prodotti, cambiando il nome, che tanto si guadagno di più proponendo e non facendo che realizzando. E poi mica servono preventivi, analisi di costi, procedure di impatto, che vengono lasciati a soloni e professoroni disfattisti. Forse anche per questo,  come per mettere mano alla ferita mortale inferta all’Italia, saranno stati già avviati i contatti con qualche creativo di grido, qualche archistar di fama mondiale,  qualche santone di grido, di quelli che sbagliano la pedata  dei ponti, che disprezzano calcoli, norme di sicurezza, analisi strutturali buoni per modesti capomastri.

E chi se ne importa se Milano sembra essere diventata capitale immorale, con indici inquietanti di penetrazione mafiosa grazie a investimenti di uomini e mezzi in svariati settori, notizia non ignota a chiunque vogli leggersi le denunce sulla permeabilità lombarda a ‘ndrangheta e mafia, o a chiunque voglia dare credito all’allarme del  Procuratore Greco che parla della battaglia inane per battere la concorrenza sleale della criminalità, con una Procura penalizzata per la quale si prevede una sospetta riduzione di personale.

La crescita del Paese pare sia affidata attività ludiche, con uno Stato biscazziere che impianta le macchinette mangiasoldi all’Aquila,  con un governo che di fronte al ripetersi di catastrofi prevedibili e incontrastate si infila la tuta, purché non sia quella da lavoro.

 

 


Venezia presa per il cubo

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Di primo acchito mi sono detta: poi toglieranno la finta facciata di cartone e vedremo magari una brutta imitazione di gotico fiorito,  un patacca bizantina, un finto barocco veneziano. Insomma vedremo lo sforzo di aver progettato qualcosa al quale potremo poi abituarci, come il macchinone da scrivere a Piazza Venezia, come tanto ciarpame che è diventato familiare, col tempo certo, che si sa noi veneziani contemporanei ci mettiamo un po’ ad accettare le novità a differenza dei nostri antenati che chiamavano da tutto il mondo i pionieri dell’architettura, dell’arte, anche quelli della filosofia e della poesia, perché contribuissero a fare la Serenissima più splendente e orgogliosa che pria.

Invece no, l’opera  che oggi adorna Venezia, là dove non si è realizzato l’ospedale di Le Corbusier, il palazzo dei congressi di Louis Khan, la palazzina di Wright, mentre invece si è fatta la tremenda Cassa di Risparmio, è e sarà proprio così, un prodotto di osceno “cubismo”, uno schiaffo neo-brutalista all’estetica, uno scatolo bianco grezzo di cemento, un lego taroccato, un dado insensato che potremmo impaginare in un’immagine della Libia di Gheddafi, in un paese centro africano vittima del gusto filoccidentale di qualche tiranno corrotto dalle mazzette di Italcementi. Mentre invece è ben collocato in uno degli ingressi di Venezia, il meno fascinoso certo, anche se nobilitato a ambientazione  di moderna anche se poco funzionale modernità dal Ponte di Calatrava. È là, messo a nudo come le vergogne indecenti di un disinibito che vuole offendere il comune pudore, frutto  sconcio di un’autorizzazione molto discussa, che quando venne concessa anni fa, prima della “riforme Madia”, prima che il potere di veto e le funzioni di sorveglianza delle sovrintendenze venissero esautorate,  suscitò grande scandalo. Ed anche una contesa durata più del doppio della guerra dei trent’anni, intorno all’iniquo scambio di favori tra la proprietà dell’Hotel Santa Chiara, che era già brutto di suo, e il comune: la concessione a aggiungere un’ala all’albergo contro un’area  da destinare a usi di pubblica utilità.

La lunga vertenza, con inevitabile contorno di ricorso al Tar, petizioni, difese sorprendenti degli organi di vigilanza – secondo la sovrintendente molto indaffarata anche a dichiarare che le Grandi Navi in Bacino non sono poi così preoccupanti, dopo che erano stati presentati 20 progetti non si poteva che dire di si all’ultimo –  si è conclusa cinque anni fa con il definitivo avvio dei lavori. E da un paio di giorni è là in bella mostra il maledetto cubo, progettato dall’allora presidente dell’Ordine degli Architetti nonché autorevole componente della Commissione di Salvaguardia, quella che dovrebbe incaricarsi di impedire certi pugni nell’occhio nella città più speciale del mondo.

Si lo so, direte che non sono obiettiva, che ogni volta che succede qualcosa a Venezia grido allo scandalo. Ma il fatto è   che di speciale a Venezia è rimasta soltanto la tenace volontà di oltraggiarla, come se fosse un  test della sopportazione della città e dei cittadini alle scempio, per verificare fino dove si può arrivare con le smanie costruttiviste, con il sopravvento dell’interesse privato su quello generale, con la potenza della corruzione, motore vero di azioni e interventi, con l’impiego dell’emergenza finalizzata a sconvolgere regole e leggi e a imporre regimi straordinari.

Vanno per tentativi, una torre, piramide funebre in vita dello “stilista” Cardin, un ponte scivoloso anche sul piano finanziario, paratie delle quali non è mai stata accertata l’efficacia, un ritocco qua una pennellata là, navi che passano davanti a San Marco e, in alternativa, si fa per dire, un canale in località a scelta, secondo i capricci dell’alleanza impura tra municipalità, Autorità portuale, l’immancabile Consorzio tuttofare, cordate di imprese sempre le stesse. Qualcosa va in porto, è proprio il caso di dirlo, qualcosa viene fermato. Ma come si vede non è mai detta l’ultima parola: magari dopo trent’anni e più salta fuori da un cassetto una metropolitana, una tangenziale sotterranea, un funivia tinta con gli amati colori di San Marco. E già si riparla del completamento dell’idrovia  Padova Venezia come canale navigabile e scolmatore, un’ opera del valore di 700 milioni di euro tutti da trovare, che potrebbe forse contribuire a limitare le alluvioni del territorio padovano, ma della quale non è mai stato accertato il possibile impatto sull’equilibrio lagunare. E si dicono meraviglie dell’avveniristico progetto, un Palais Lumière girevole di Cardin, all’ennesima potenza , del “grattacielo del lusso”, che un gruppo di investitori immobiliari intende costruire a Marghera, destinata a trasformarla nella baia di Dubai, sempre a cura di generosi mecenati.

Ci provano e vista l’aria che tira, perlopiù gli va bene, come nel caso di scuola di Benettown, il grande store che la dinastia della “lana mortaccina”, come si dice a Napoli, ancorchè accortamente colorata,  insedierà nel Fondaco dei Tedeschi, ancora un successo dell’appropriazione indebita che i Benetton stanno compiendo ai danni dei beni comuni e del “decoro” della città. Cominciarono comprandosi l’isolato alle spalle di Piazza San Marco compreso l’antico teatro del Ridotto, con l’intento di fare dell’area, cui viene aggiunta la proprietà dell’Albergo Monaco, un “distretto” commerciale e residenziale di lusso. Fu l’inizio quello della cessione ai privati di proprietà pubbliche, favorita dall’acquiescenza del Comune, su cui fu posto il sigillo simbolico dell’incarico di portavoce del sindaco e di responsabile della comunicazione di Ca’ Farsetti della signora Salomon, allora membro della famiglia. E con la cessione della proprietà si è compiuta anche la rinuncia al rispetto – sottoscritto all’atto di acquisto – di sia pure modeste funzioni di pubblica utilità e di interesse culturale: un ex cinema, convertito in libreria è stato affittato a una grande firma, mentre intanto la dinastia trevigiana si comprava San Clemente, dove una volta c’era il manicomio femminile, per farci un grande albergo che si rivende a caro prezzo il giorno dell’apertura.

Ma il colpo finale alla dignità di Venezia viene inferto con l’acquisizione del Fontego dei Tedeschi, edificio cinquecentesco ai piedi del Ponte di Rialto, prima sede delle Poste, dalle quali viene acquistato per 53 milioni con una procedura d’asta che i maligni hanno definito “farlocca” e destinato a diventare un “megastore di forte impatto simbolico che rappresenta una sorta di immagine globale del gruppo”, grazie anche all’installazione di scale mobili, alla rimozione del tetto e ad altre pesanti manomissioni del quale pare si dica pentito perfino l’archistar autore del progetto, Rem Koolhaas. Al quale negli ultimi mesi gli audaci mecenati avrebbero addirittura impedito l’ingresso in cantiere: la cordata dei proprietari-promotori della quale fa parte  Dfs (Duty free shops) group, divisione del colosso multinazionale Lvmh (Luis Vuitton Moet Hennessy), avrebbe suggerito modifiche “avveniristiche” al progetto non condivise dalla studio  Rem Koolhaas e che ne esalterebbero la “funzione commerciale”, a discapito della “fruizione” dello spazio da parte di cittadini, quelli che una volta si davano appuntamento nel grande cortile o ci passavano in mezzo o sotto i portici per ripararsi dal sole e dalla pioggia: dove se trovemo? A le Poste.

In cambio i promotori promettono munifiche elargizioni per la Fenice, si impegnano in accordi per la “valorizzazione” della città, come se ne avesse bisogno, con l’amministrazione comunale, quella che, chiunque sia il sindaco, filosofo o imprenditore ruspante, persegue un esplicito disegno di svendita di Venezia, di respingimento dei suoi cittadini, di cancellazione della sua storia e della sua bellezza.

Altro che barbari. È che a noi, come si direbbe a Roma, dove ci si accinge a fare lo stesso, l’Isis “ce spiccia casa”.


Melandri, la Maxxi Architetta

melandri-maxiiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Maledetti architetti, il saggio che il più elegante schizzinoso e sofisticato fustigatore di costumi newyorkese dedicò alle perversioni dell’architettura del Novecento, all’imperturbabile distacco tra  progettista e committente,  all’egocentrismo divistico che del quale era affetta la professione diventata sempre più teorica e immateriale ancora prima delle archistar,  potrebbe arricchirsi di un nuovo capitolo. Il giorno 14 febbraio, dedicato a San Valentino e agli innamorati, il Consiglio nazionale degli architetti (CNAPPC) ha leggiadramente  conferito la laurea honoris causa come architetto onorario a Giovanna Melandri, autodefinitasi a suo tempo “mamma del Maxxi”, il Museo d’arte moderna di Roma, le cui incerte sorti fanno pensare a uno sventurato trovatello.

Non sorprende che lei abbia sfrontatamente  detto si al riconoscimento francamente spropositato. È una sua cifra prestarsi senza remore a esperienze, le più varie, santuari dell’arte, il Maxxi, o dell’intrattenimento, il Billionnaire.

E non stupisce nemmeno che l’organismo rappresentativo di una professione in crisi di identità e di realizzazioni, si voglia conquistare la gratitudine di una patronessa, che dell’architettura vuol fare un pilastro del suo ente, un museo appunto. A conferma della profezia di Wolfe, di un mestiere cioè sempre più visionario e sempre meno “concreto”, più adatto alla ricerca e all’accoglienza dei progetti in musei che alla realizzazione nelle città, mentre   Vitruvio, già nel primo secolo a.C., nel De architectura scriveva : “…Il vero architetto dovrà possedere doti intellettuali e attitudine all’apprendere… Sia perciò competente nel campo delle lettere e soprattutto della storia, abile nel disegno e buon matematico; curi la sua preparazione filosofica e musicale; non ignori la medicina, conosca la giurisprudenza e le leggi che regolano i moti degli astri…”.

Non vale nemmeno la pena esplorare le performance dell’icona bionda della valorizzazione della creatività italiana, le sue incantevoli giravolte per accreditare quella che definisce la sua grande sfida: integrare vari mondi quello del cinema, della musica, dell’architettura, dell’arte nel Maxxi per fare di questo “la nostra grande community” – anche grazie a corsi di Yoga molto propagandati … e dire che a Roma bastava semplicemente un museo, peraltro beneficato di ben 5 milioni di euro,  o della sua vezzosa inclinazione a esaltare il suo interesse appassionato per il patrimonio culturale italiano a fronte di un’altrettanto appassionata dedizione per il suo di patrimonio, tramite cospicui emolumenti, dei quali aveva dichiarato di voler fare a meno, come una generosa mecenate.

Ma vale invece indagare un po’ nei suoi piani per la rivalutazione dell’architettura attraverso spazi e tematizzazioni dedicate nel Museo, che per ora si sono limitate all’ostensione di reperti fotografici e all’ospitalità di qualche archivio, non sappiamo se ancora consultabile da volonterosi utenti.

Perché avrebbe  ragione Melandri a dire che l’architettura è quell’arte che disegna gli spazi sociali,  che per questo dovrebbe essere quella più vicina a committenti e cittadinanza, ma se il suo è l’unico museo nazionale di architettura, forse la sua specificità dovrebbe essere rafforzata ben oltre “la sua dimensione di ricerca storica, di ricerca contemporanea, di spazio per un confronto con un pubblico più vasto che può accogliere e apprezzare i film, i talk”.

È che ormai gran parte dei mestieri da noi e non solo sono diventate  palestre d’esercizio per sontuosi e privilegiati acchiappa citrulli benestanti, filosofi, economisti,  architetti, chef, poeti,  molto innovativi, molto poliedrici, molto giocosi, molto visionari, molto immateriali, a fronte di migliaia di laureati ben contenti di insegnare applicazioni tecniche, di progettare tinelli in part time da Divani & Divani, di arredare la camera die ragazzini di zia. Che invece resta intatta l’egemonia dei geometri delle villette monofamiliari  o dei condomini aberranti degli ingegneri al servizio di dinastie di cementifica tori, autorizzati ad ogni obbrobrio da decreti del Fare, da Piani Casa e Piani Città prodotti dal susseguirsi di governi “costruttivisti”.

Sfigati ma colpevoli, comunque i maledetti architetti, che si lagnano dell’imperio delle archistar straniere che tirano su ponti che di sdraiano leggiadramente e sui quali si cade, teatri che non osservano i criteri di sicurezza,  con una netta preferenza per la magnificenza di costruzioni stupefacenti che non si capisce come si reggano, e infatti non è detto.. per lo sbalordimento dei passanti, per lasciare l’impronta di committenti megalomani. Ma che evidentemente hanno rinunciato al loro ruolo politico, quello appunto di creativi che devono saper far di conto, che devono conoscere materiali e calcoli, ma che soprattutto devono “fare case” avendo a cuore l’interesse generale,  rispettando da addetti ai lavori i diritti dell’abitare prima ancora dei loro a esprimersi, non dimenticando di voler bene al bene comune, suolo, risorse, territorio, spazio, bellezza.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: