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Nei Comuni si decide la Costituzione

costituzione-860x450_c-1300x680Fosse per il Campidoglio non andrei nemmeno a depositare la scheda nell’urna. Votare per cosa? Per un  gruppo di potere che vuole continuare a banchettare sulla città fino all’impossibile, arruolando all’occorrenza anche fasci e palazzinari e che fa riferimento a politiche nazionali  di mercatizzazione selvaggia della scuola, della cultura, dei beni culturali? Preferirei tagliarmi le mani. Votare per una sinistra indefinita e anguillesca, atto che alla fine si riduce a suffragare buone intenzioni di singoli, spianando però la strada alle peggiori? Sono stanco di questo giochino. Votare per l’opposizione Cinque stelle e per la Raggi , sapendo fin dal principio che il peso dei problemi accumulatosi da trent’anni e passa, la concrezione spaventosa di interessi, la tracotanza dei gruppi di potere, la mancanza di soldi  renderà estremamente difficile un cambiamento e che la sindrome Pizzarotti ( vedi nota) è sempre in agguato, specie in un momento nel quale i cinque stelle devono reinventarsi?

Sono convinto, sulla base dell’esperienza personale, che anche a livello comunale la corruzione e il mal governo abbiano origine da un sistema elettorale che penalizza le capacità di scelta e di sanzione dei cittadini ed esalta invece la capacità manovriera dei piccoli cerchi magici e delle loro clientele, perché ciò che prima doveva essere mediato con tutti adesso può essere fatto in poche stanze e d’imperio. Un sistema ritagliato per piccoli comuni, è stato esteso alle metropoli con gli effetti che ormai possiamo constatare da un quarto di secolo a questa parte, perché quanto più si sceglie la strada della governabilità tanto più essa si sottrae ai controlli e diventa malgoverno. Dunque occorre cambiare tutto questo e occorre farlo in un momento in cui un burattino telecomandato vuole avvelenare la Costituzione e ridurre il sistema elettorale nazionale a quello di Bosco di Sotto, patria di Sandrone e Pulonia. Per trasformare il Paese in un Bosco di Sotto.

 

Ecco allora che un voto contro chi vuol fare carne di porco delle radici stesse della Repubblica e travolgere i cittadini in un progetto neo reazionario, efficientista all’apparenza, bizantino, immobile  e corrotto nella sostanza, risulta molto più utile in prospettiva che non per le immediate conseguenze amministrative. Del resto cosa si rischia? La Raggi che di certo ha più esperienza del nullafacente ontologico Giachetti, emblema del trasformismo e del nullismo di pensiero politico,  potrebbe rivelarsi un ottimo sindaco, mediocre o pessimo, ma non potrà certamente fare peggio di quanto hanno fatto i suoi predecessori: è umanamente impossibile. E questo vale un po’ dappertutto dove i sindaci uscenti non sono che garanti di politiche clientelari ( se qualcuno vuole leggersi le avventure di  Fassino può andare qui  o qui se vuole avere il dispiacere di leggere di Giachetti) . Però la vittoria del suo avversario diretto – quello che adesso vuole affidare la comunicazione a Flavia Perina, arrestata due volte in passato perché indagata per fatti di sangue al tempo degli opposti estremismi e direttrice del Secolo d’Italia dove realizzò il miracolo di trasformare un giornale che vendeva quasi niente in uno che non vendeva niente – significa dare il destro al guappo e al suo governo di dire che il voto è stato un anticipo di Sì al referendum costituzionale, di far garrire un consenso che non esiste, ma che certamente riceverà un nuovo impulso dal voto amministrativo. Insomma non si tratta solo di sindaci, ma del futuro del Paese: svenderlo per qualche modesto e scaduto tic culturale o per malriposta tradizione, per abitudine o per confusione sarebbe il colmo del populismo.

Nota Pizzarotti è stato certamente un sindaco mediocre e non all’altezza delle aspettative pur avendo sottratto Parma alla bancarotta. Tuttavia la sua affermazione elettorale fu dovuta al fatto che l’arco politico che ora si fa forte della propria esperienza presentandosi come usato sicuro aveva letteralmente svaligiato la città, arrivando ad accumulate un debito di un miliardo e trecento milioni, quasi 7000 euro a testa neonati compresi. Eppure nelle elezioni comunali del 2012 la campagna elettorale di Pd e Pdl fu impostata proprio sul tema del “sono inesperti” e sul presentarsi come campioni accertati di buon governo.

 

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