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Torino, i piromani del mercato

incendio  Anna Lombroso per il Simplicissimus

In pochi minuti come in una qualsiasi Notre Dame, o in un bosco che si vuol “valorizzare, le fiamme sono divampate nelle Pagliere, le ex stalle della Cavallerizza Reale, storico complesso architettonico nel centro di Torino, dichiarato patrimonio dell’Unesco nel 1997 che aveva motivato la designazione in quanto offrirebbe «una panoramica completa dell’architettura monumentale europea nei secoli XVII e XVIII, utilizzando lo stile, le dimensioni e lo spazio per illustrare in modo eccezionale la dottrina prevalente della monarchia assoluta in termini materiali». E cui è giusto guardare non come a un singolo monumento, ma come un «un pezzo di città in forma di palazzi concatenati secondo uno schema ortogonale», costruito – tra Sei e Settecento – da architetti come Amedeo di Castellamonte, Filippo Juvarra, Benedetto Alfieri.

Per ora non è stata effettuata una diagnosi dell’accaduto ma si parla di una origine dolosa, come quella del rogo che distrusse i magazzini del Circolo dei Beni demaniali nel 2014, chiamando i causa i soliti sospetti: “pericolosi” collettivi di artisti e rider, a detta del presidente della regione Piemonte Alberto Cirio si è espresso sul tema, nel corso di un incontro tenutosi in Confindustria: «Stanotte è andato a fuoco un patrimonio Unesco dell’Umanità perché da tempo era occupato abusivamente senza che le istituzioni se ne siano particolarmente occupate perché tornasse la legalità».

È facile immaginare in cosa consisterebbe la legalità secondo le autorità e i manager che si sono avvicendati sulle influenti poltrone del “sistema Torino”. Perché l’insano gesto di ieri è l’ultimo di una catena anche quella insana, per mettere fine con l’intimidazione da racket a un processo di riappropriazione  di un bene comune da parte di cittadini avveduti. Fu il sindaco Fassino, che come le altre majorettes dà una personale interpretazione dello sviluppo come svendita del territorio, realizzazione di grandi opere e alte velocità, a avviare, grazie al passaggio autorizzato dalla Direzione regionale dei Beni Culturali  dal Demanio al Comune  senza imporne lo status di proprietà pubblica,  la infausta vendita della Cavallerizza, che era nel frattempo diventata parte del Teatro Stabile aprendosi alla città come luogo di spettacolo,  al Fondo di cartolarizzazione della Città di Torino, perché ne disponesse in forma redditizia e speculativa, come di un qualsiasi bene immobiliare, tanto che nel 2013 sono state interrotte le rappresentazioni e il pubblico in sala era limitato ai potenziali acquirenti del  monumento a prezzo di saldo: 12 milioni di euro.

Perfino l’Unesco,  che sugli interventi del mercato nelle azioni di salvaguardia è di bocca buona, denunciò il rischio che, grazie a quegli atti che non ne tutelavano la qualità di bene comune e pubblico, la Cavallerizza potesse far cassa diventando un relais di lusso o un centro commerciale, proprio come faceva sospettare il piano di “valorizzazione” del complesso proposto dalla società privata Homers, su incarico della Compagnia di San Paolo, riconfermando  che la proprietà e la progettazione della sua destinazione erano state privatizzate.

Così in quegli  anni nei quali i veneziani combattevano per riprendersi e godersi la bellezza dell’Isola di Poveglia, i napoletani l’Asilo Filangeri , i siciliani la loro Riserva dello Zingaro a San Vito lo Capo, i romani il loro Teatro Valle, gruppi di cittadini, associazioni e centri sociali e culturali  occupano la Cavallerizza perché sia e resti dei torinesi e perché non  diventi “un albergo, un ristorante, ma neanche un bel museo in cui costerà caro entrare… ma un luogo che risponda alle esigenze di chi vive la città, non di chi ci specula”, proprio come vuole la nostra Costituzione.

L’arrivo dell’Appendino accende qualche speranza con quelli che chiama “ i processi di partecipazione e dialogo” e che il suo vice Montanari  interpreta per realizzare   «l’obiettivo non solo di restaurare il bene secondo le indicazioni della Soprintendenza ma anche instaurare un processo di fruizione e gestione pubblica innovativo», chiedendo l’avvio della de-cartolarizzazione.

Apriti cielo! l’assessore al Patrimonio richiama al doveroso buonsenso dei conti della serva, ricorda che se privati in veste di mecenati si comprano il complesso per farne un hotel, ci può scappare come fertile compensazione anche una residenza per studenti e che dunque la strada giusta è quella del “coinvolgimento” di generosi operatori economici cui affidare quel patrimonio che l’ente pubblico non è in grado di mantenere. Montanari si arrende e firma il Protocollo d’intesa  – “ridimensionato” nelle ambizioni originarie prevedendo bar, ristoranti esercizi commerciali e una piazza,  a fronte di residenze per studenti e un ostello – con la Cassa Depositi e Prestiti, proprietaria di una porzione importante della Cavellerizza, cui viene affidato il compito di realizzare il progetto per il restauro di tutto il complesso seicentesco e che ha l’incarico di trovare investitori “adatti”, in grado di conciliare esigenze di tutela, godimento del bene da parte dei cittadini e attrattività per eventuali attività commerciali profittevoli.

Ora non sappiamo se ci sia stata scarsa solerzia da parte della Cassa, ma nessun investitore “adatto” si fa avanti, nemmeno quelle fondazioni bancarie un tempo così attive e che hanno stretto ormai i cordoni della borsa, disposte ad aprirla solo in caso di grandi buchi, gallerie, colate di cemento, grattacieli protesi verso il cielo della modernità costruttiva.

Non sarà certamente solo per via della Cavallerizza che la sindaca 5stelle si libera nel luglio scorso dello scomodo vice, storico dell’architettura e urbanista, ambientalista e fervente No-Tav reo di aver fatto scappare il Salone dell’auto dal Parco del Valentino, diventato sgradito per la sua posizione troppo rigida nei confronti dei fasti del “progresso”, delle grandi opere e dei grandi eventi-  proprio come la Raggi espelle dal corpo della giunta l’altrettanto molesto assessore Berdini. Si tratta di una caso esemplare in più che rivela come l’acquiescenza nei confronti della potenza dello sterco del diavolo, l’assoggettamento alle leggi del mercato, accompagnate dal timore di ritorsioni, multe, sanzioni, dallo spauracchio della cattiva reputazione presso i “giudici” delle cancellerie e alla preoccupazione per la compromissione delle buone relazioni con prepotenti alleati siano proprio diventate una cifra dei sempre più cauti e  irresoluti amministratori e dirigenti del Movimento.

E adesso vien buono un sospetto incendio a dimostrazione per l’ennesima volta e in ossequio all’ideologia dell’emergenza,  della necessità di consegnare i gioielli di famiglia in buone mani, quelle di chi ha i soldi per farli fruttare, per venderli a offerenti disposti a accollarsi anche le ceneri dalle quali far risorgere i monumenti e i templi definitivamente aperti ai mercanti.  

 

 

 

 


Via Matteo Renzi chiusa per frana

Putin-4Qualche giorno fa avevo spezzato una lancia a favore della Raggi e dio sa con quanta difficoltà. Ma ieri notte ho avuto la riprova e la consolazione di non essermi sbagliato, vedendo come in un incubo il modo e i riflessi pavloviani  in cui la vecchia, asfittica  compagnia di giro di tromboni giornalisti e commentatori, praticamente a reti unificate visto che il dissenso è ormai inesistente, ha cercato di dare un’interpretazione del voto che farebbe invidia al brigante Musolino travestito da Heidi. Non voglio nemmeno occuparmi delle cose miserabili, come la traduzione di titolo di un quotidiano inglese: “Per la prima volta una donna alla guida della città” come Per la prima volta un populista alla guida della città (rai24). O il fatto che l’ex assessore Esposito, importato da Marino a Roma e poi tornato nelle braccia di Fassino, nero come la notte, abbia sostenuto che chissà cosa faranno i cinque stelle nella capitale, ” certo manca un urbanista”, mentre l’unica squadra in tutti i luoghi in cui si è votato che comprende un urbanista è proprio quella della Raggi con Paolo Berdini.  Ciò che è più interessante è la tesi prefabbricata secondo la quale , senza tenere in alcun conto l’ulteriore e corposa riduzione degli elettori, viene decretato che il Movimento cinque stelle ha raccolto i voti della destra. Una teoria tutta da verificare sul piano tecnico e con i flussi elettorali, ma completamente falsa sul piano politico visto che 1) dove un candidato piddorenziano  si è scontrato con le anticaglie del berlusconismo ha generalmente vinto sottraendogli consensi; 2) la destra stessa quando esclusa dal ballottaggio ha consigliato il voto per il renzismo e da parte sua a Napoli il renzismo si è alleato con la destra contro De Magistris; 3) il Pd e la destra sono di fatto un’offerta unica che si concreta, non solo nelle politiche pressoché identiche, ma anche  nel progetto del partito della nazione. Non a caso dovunque è stato il cadidato Pd stesso a raccogliere personaggi della destra berlusconica per garantirsene il voto. La novità vera è invece l’esatto contrario di quanto vanno blaterando illustri e lustri commentatori: si è  spezzato il ricatto del Pd sull’ area di sinistra – tanto per chi volete votare alla fine se non per noi? Volete far vincere la destra o per i populisti? – che di fatto ha spazzato via la sinistra radicale e ha convinto molte persone a farsi complici della distruzione della democrazia in nome di un simbolo sempre più vuoto. Tutto questo è alla fine.

La tesi di comodo, già studiata a tavolino come interpretazione in caso di sconfitta, è multiuso come un coltellino svizzero: da una parte raschia il fondo del barile di chi ancora si illude in una natura a sinistra del Pd, solleva come una morchia il denso catrame delle illusioni, dall’altro è come una parola d’ordine: tranquilli se hanno vinto con i voti della destra e non per la rabbia e la stanchezza degli elettori, i Cinque Stelle possono agevolmente rientrare nelle logiche di sistema e dunque non c’è bisogno di ripensamenti veri all’interno dei partiti tradizionali, salvo i sussurri e le grida di rito. L’importante è nascondere e confondere il fatto che le argomentazioni più trite hanno perso ormai il loro senso e che si trovi di fronte a una ribellione al malgoverno di un ceto dirigente sempre più omologato. Certo ci si rende conto che Renzi – l’ometto che ieri è stato capace di far ridere il mondo intero mostrandosi intento a trafficare col telefonino mentre parlava con Putin – ha subito una sconfitta colossale, che è politicamente un Gregor Samsa svegliatosi una mattina mutato in un insetto mostruoso, forse balugina l’idea che probabilmente è ora di cambiare cavallo, però non si ha la minima percezione che non è solo la cavalcatura di turno che va cambiata, ma la direzione.

Il vero punto dolente, è stato rivelato da Fassino, lo sconfitto a sorpresa della città Fiat o forse sarebbe meglio dire Chrysler, il quale dopo essersi vantato della propria splendida amministrazione ha dato la colpa della sconfitta al disagio della città, lasciando come epitaffio questo magrissimo ossimoro. Ma dopo la retorica non si è trattenuto e ha detto che con questo sistema elettorale il quale dà spazio a un terzo partito, questo è quello che può succedere. Lo ha detto come se dovessimo essere tutti in gramaglie per il disappunto dell’Ad della Fca, come se dovessimo tutti prendere atto dello scandalo della democrazia e dei suoi intollerabili pericoli come quello di perdere addirittura il lungimirante Fassino.Ma il messaggio è chiaro: cari amici, cari compagni, cari camerati, dear managers, qui non ci salviamo senza una legge elettorale come l’Italicum e dunque non bisogna mollare sul referendum, è questione di vita o di morte.

A questo punto è chiaro che Renzi aspettava queste elezioni per sondare gli umori in vista non-faremo-la-fine-degli-italiani-fake_ndel referendum che costituisce la vera posta, al di là dell’amministrazione di molte città chiave del Paese. Un responso positivo o comunque non negativo avrebbe dato le ali alla campagna referendaria del guappo di Rignano, riuscendo probabilmente a mettere in piedi un effetto valanga vittorioso. Adesso invece si è visto che la misura delle chiacchiere, delle bugie, delle sbruffonate è colma e che il referendum torna in alto mare nonostante i chiari tentativi di sabotarlo. Non oso pensare all’uragano di balle e di idiozie che dovremo subire in questi mesi, però almeno Fassino ha svelato quale sarà ora l’argomento principe della campagna: che senza l’Italicum si rischia che vincano non le forze responsabili, ma il populismo, ovviamente nella figura dei Cinque stelle. Difficile da mandar giù vista l’irresponsabilità politica di chi lo dice, la retorica qualunquista con cui lo dice, il vuoto narcisismo di un Parlamento subalterno disposto a tutto pur di  arrivare al 2018. E’ dal No che bisogna ricominciare davvero una nuova storia. Perché se qualcosa è evidente in queste elezioni è che gli italiani non vogliono più “fare la fine degli italiani”.


Nei Comuni si decide la Costituzione

costituzione-860x450_c-1300x680Fosse per il Campidoglio non andrei nemmeno a depositare la scheda nell’urna. Votare per cosa? Per un  gruppo di potere che vuole continuare a banchettare sulla città fino all’impossibile, arruolando all’occorrenza anche fasci e palazzinari e che fa riferimento a politiche nazionali  di mercatizzazione selvaggia della scuola, della cultura, dei beni culturali? Preferirei tagliarmi le mani. Votare per una sinistra indefinita e anguillesca, atto che alla fine si riduce a suffragare buone intenzioni di singoli, spianando però la strada alle peggiori? Sono stanco di questo giochino. Votare per l’opposizione Cinque stelle e per la Raggi , sapendo fin dal principio che il peso dei problemi accumulatosi da trent’anni e passa, la concrezione spaventosa di interessi, la tracotanza dei gruppi di potere, la mancanza di soldi  renderà estremamente difficile un cambiamento e che la sindrome Pizzarotti ( vedi nota) è sempre in agguato, specie in un momento nel quale i cinque stelle devono reinventarsi?

Sono convinto, sulla base dell’esperienza personale, che anche a livello comunale la corruzione e il mal governo abbiano origine da un sistema elettorale che penalizza le capacità di scelta e di sanzione dei cittadini ed esalta invece la capacità manovriera dei piccoli cerchi magici e delle loro clientele, perché ciò che prima doveva essere mediato con tutti adesso può essere fatto in poche stanze e d’imperio. Un sistema ritagliato per piccoli comuni, è stato esteso alle metropoli con gli effetti che ormai possiamo constatare da un quarto di secolo a questa parte, perché quanto più si sceglie la strada della governabilità tanto più essa si sottrae ai controlli e diventa malgoverno. Dunque occorre cambiare tutto questo e occorre farlo in un momento in cui un burattino telecomandato vuole avvelenare la Costituzione e ridurre il sistema elettorale nazionale a quello di Bosco di Sotto, patria di Sandrone e Pulonia. Per trasformare il Paese in un Bosco di Sotto.

 

Ecco allora che un voto contro chi vuol fare carne di porco delle radici stesse della Repubblica e travolgere i cittadini in un progetto neo reazionario, efficientista all’apparenza, bizantino, immobile  e corrotto nella sostanza, risulta molto più utile in prospettiva che non per le immediate conseguenze amministrative. Del resto cosa si rischia? La Raggi che di certo ha più esperienza del nullafacente ontologico Giachetti, emblema del trasformismo e del nullismo di pensiero politico,  potrebbe rivelarsi un ottimo sindaco, mediocre o pessimo, ma non potrà certamente fare peggio di quanto hanno fatto i suoi predecessori: è umanamente impossibile. E questo vale un po’ dappertutto dove i sindaci uscenti non sono che garanti di politiche clientelari ( se qualcuno vuole leggersi le avventure di  Fassino può andare qui  o qui se vuole avere il dispiacere di leggere di Giachetti) . Però la vittoria del suo avversario diretto – quello che adesso vuole affidare la comunicazione a Flavia Perina, arrestata due volte in passato perché indagata per fatti di sangue al tempo degli opposti estremismi e direttrice del Secolo d’Italia dove realizzò il miracolo di trasformare un giornale che vendeva quasi niente in uno che non vendeva niente – significa dare il destro al guappo e al suo governo di dire che il voto è stato un anticipo di Sì al referendum costituzionale, di far garrire un consenso che non esiste, ma che certamente riceverà un nuovo impulso dal voto amministrativo. Insomma non si tratta solo di sindaci, ma del futuro del Paese: svenderlo per qualche modesto e scaduto tic culturale o per malriposta tradizione, per abitudine o per confusione sarebbe il colmo del populismo.

Nota Pizzarotti è stato certamente un sindaco mediocre e non all’altezza delle aspettative pur avendo sottratto Parma alla bancarotta. Tuttavia la sua affermazione elettorale fu dovuta al fatto che l’arco politico che ora si fa forte della propria esperienza presentandosi come usato sicuro aveva letteralmente svaligiato la città, arrivando ad accumulate un debito di un miliardo e trecento milioni, quasi 7000 euro a testa neonati compresi. Eppure nelle elezioni comunali del 2012 la campagna elettorale di Pd e Pdl fu impostata proprio sul tema del “sono inesperti” e sul presentarsi come campioni accertati di buon governo.

 


Torino come epitaffio del Pd

fassino-11Già alla chiusura delle urne avevo ipotizzato che il risultato delle elezioni comunali cambiava la prognosi del Pd , facendone un malato terminale dopo la cura di Renzi che intende superarlo in favore di un ambiguo partito della nazione dove raccogliere il centro e la destra. Ma l’analisi più approfondita del voto porta alle stesse conclusioni e Torino una delle roccaforti del partito,una delle città dove ha tenuto di più, conferma appieno questa diagnosi, sia dal punto di vista numerico che politico. Intanto perde, sia pure di poco,  lo status di primo partito che con il  29,96 passa ai cinque stelle, ma questo sarebbe il meno e in ogni caso non sarebbe un ostacolo insormontabile per una vecchia volpe come Fassino che è riuscito a passare da comunista a uomo di Marchionne con straordinaria nonchalance, quasi la stessa con cui si è laureato a 50 anni essendo ministro in carica. Il fatto di aver perso 95 mila voti come candidato sindaco, al confronto dei 32 mila lasciati per strada dal Pd non lo spaventano di certo.

Il fatto significativo è che il Pd crolla nelle periferie operaie e tiene invece nei quartieri centrali e ricchi, gli unici peraltro dove è riuscito a superare, sia pure di poco i 5 stelle, cominciando invece ad arretrare non appena si entra nelle zone dove l’impoverimento si comincia a sentire e dimezzando nelle periferie già aggredite dalla povertà. Di certo il crollo sarebbe stato più clamoroso se non ci fosse stato un trapianto di voti dal cadavere del berlusconismo, come del resto nei sogni del quizzaro raccomandato Renzi. Ancora più significativo è che che la stessa cosa sia  avvenuta anche a sinistra del  Pd, segno di una posizione che ormai non fa più presa fuori dai salotti e persino nell’ambito  alla destra più estrema.

In poche parole a Torino si profila chiaramente una crisi non solo del partito democratico, ma anche di tutto l’arco della politica tradizionale, rendendo così più arduo e via via più anacronistico il disegno renziano di compensare eventuali perdite a sinistra rimpolpando il partito della nazione con i resti del berlusconismo. Anzi quelle stesse perdite a sinistra, timide, fuori tempo massimo, spesso ambigue, sempre adescate dallo statu quo,  non sono più convincenti e vengono via via abbandonate dal loro popolo.  Non accade solo a Torino e di certo non solo in Italia: dappertutto una sinistra che non è più tale nemmeno a pregare in turcomanno, anzi è spesso la portatrice subdola del verbo liberista e dei suoi strumenti, è  ormai in crisi irreversibile. Si cerca a tentoni altro e magari in quella ricerca si può finire nel buco nero di Trump, del Front national, di Salvini o di Farrage, oppure nelle bizzarre agorà di Sanders, di Podemos, dei Cinque stelle o di Corbyn. Difficile anzi impossibile trovare un qualche legame ideologico o di pensiero tra tutto questo se non appunto il rifiuto dello status quo che ormai molti hanno capito dove vuole andare a parare.

Renzi minimizza, legge con sguaiata diligenza i comunicati stampa dei suoi dottori di immagine, ma in realtà ha ormai un’unica speranza che condivide con la classe dirigente e i suoi clientes: quella di mandare in porto il referendum costituzionale e la legge elettorale per poter permettere ai gruppi di potere di rimanere in sella nonostante questa situazione e il rifiuto crescente della popolazione. E li che si gioca tutto e non è un caso che la sua preoccupazione maggiore in questi giorni sia stata quella di scollegare il risultato delle elezioni comunali dalla consultazione popolare. In realtà parlandone e insistendo con quella sua tipica ottusità brillante, non ha fatto altro che evidenziare il legame che lega i due appuntamenti: la lingua batte dove il dente  duole e lui, assieme all’ammucchiata dei diligenti informatori e commentatori, comincia ad avere paura.


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