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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri abbiamo appreso che il Ministro della Salute ha scelto in qualità di presidente della “Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana”, S.E.R., cioè Sua Eccellenza Reverendissima Vincenzo Paglia, Arcivescovo, Gran cancelliere del Pontificio Istituto Teologico per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, Presidente della Pontificia Accademia per la vita, uno cioè dei più influenti esponenti del governo papalino.

Così possiamo star certi che i vecchi sopravvissuti alla combinazione feroce di malasanità e Covid, sono destinati, potendolo, a usufruire della compassionevole cura delle monache degli istituti privati, ospizi compresi, ai conforti della fede che li aiuteranno a espiare anche la colpa di voler morire con dignità.

E sempre ieri Giani, come primo atto della sua presidenza alla giunta regionale Toscana si è recato in devoto pellegrinaggio al santuario di Montenero per recare un cero alla Madonna.

Che dire? Non possiamo che suggerire analoghe pratiche di devozione e omaggio a tutti i santi protettori in cielo e in terra a Azione di Calenda, Italia Viva di Renzi, al Pd di Zingaretti o Bonaccini, alla Lega di Salvini o Zaia, a Forza Italia o Fratelli d’Italia, in segno di gratitudine e come rito apotropaico per il futuro.

Eh si, la Provvidenza e i suoi officianti aiutano gli ossequienti praticanti in vari modi, anche producendosi negli effetti speciali della bomba d’acqua – una volta si chiamava temporale – caduta ieri sera su Roma, che potrebbe rappresentare la più formidabile propaganda offerta su un ombrello d’argento a tutti gli ipotetici candidati al seggio di primo cittadino.

Nella gran confusione che regna sotto il cielo pare che i poteri forti che i 5 Stelle avrebbero dovuto contrastare nella città che forse non è più Eterna come prometteva, non si sono accontentati degli innumerevoli segni di cedimento, e poi delle innumerevoli concessioni accordate, e poi dell’accondiscendenza entusiasta dimostrata.

Così anche lassù si potrebbe ipotizzare che abbiano tolto fiducia alla Raggi, che pure, proprio come Giani, aveva dato il via al suo mandato con una pia missione oltre Tevere. E dire che le aveva fatte tutte per piacere a chi conta, ai re di Roma, Totti compreso, e perfino alle sardine interpretando una tardiva conversione all’antifascismo di facciata togliendo la sede a Casa Pound né più né meno come ha sfrattato i senza tetto occupanti di stamberghe periferiche, in veste di trasgressori punibili dalla legge, si, ma del più forte, e ai quali non è stata proposta dignitosa e certa alternativa.

Si può cominciare dalla madre di tutte le battaglie, quello stadio promesso e avviato da Marino, che aveva fornito l’unico terreno di scontro con Giachetti che ne aveva fatta la bandiera. Da due anni malgrado i principali sponsor dentro al comune fossero stati investiti dai venti giudiziari, la sindaca briga per realizzarlo in qualità di opera di interesse collettivo anche per i laziali, legittimati a esigere il loro colosseo.

Le motivazioni di questa scelta restano oscure salvo quella solita, compiacere costruttori e immobiliaristi vendendo ai cittadini l’altrettanto abituale bufala delle compensazioni, consistenti in interventi inutili se non dannosi per territorio e ambiente, comunque irrilevanti rispetto a priorità che da tempo rivestono carattere di urgenza.

In tanti (qualcuno li aveva anche votati) hanno compreso che l’ambizione dei rappresentanti dei 5stelle era quella di comandare senza l’impegno a governare, arduo e pesante anche per via proprio dello stesso motore inarrestabile e potente che li aveva condotti a Palazzo Chigi, al Campidoglio, a Palazzo Civico, quella eredità di mezzo secolo o quasi di malaffare, malgestione e mal comune, nel doppio senso delle inefficienze della macchina amministrativa e dell’oltraggio perpetrato nei confronti del patrimonio pubblico, dei servizi, e dei bisogni della collettività.

E’ vero, la Raggi, eletta comodamente per mancanza di competitor, aveva trovato una città in vendita sul banco del supermercato, vittima della speculazione, dei Grandi Eventi in agguato, delle valanghe di cemento pronte a rovesciarsi malgrado vanti il record con l’altra capitale, quella morale, dei vani vuoti e insieme dei senzatetto, delle bolle immobiliari e finanziarie, dell’illegalità, quella marrana di Mafia Capitale e quella più marrana ancora della criminalità a norma di legge, infiltra il sistema degli appalti, guida le acrobazie di una urbanistica retrocessa a negoziato tra privati e comune nel quale vincono sempre i primi.

E certo non era facile rompere quella continuità, spesso in aperto contrasto col governo centrale che licenziava misure e imponeva rinunce che aggravavano indebitamento e obbligavano attraverso tagli e frugalità all’impotenza.

Ma la giovane avvocata cresciuta nello studio Previti ce l’ha messa tutta per deludere chi ci aveva creduto, con l’avvicendarsi di consigliori e assessori inadeguati, quando gli unici autorevoli venivano espulsi per eresia.

E se il governo Conte 1 e Conte 2 ha dimostrato una sovrana indifferenza per i temi ambientali e del cambiamento climatico con la radicalizzazione evidente degli eventi estremi, in barba al vaffanculismo green di Grillo e del suo merchandising rinnovabile, la sindaca ci ha fatto sapere che non si presta a sterili polemiche da quattro soldi sulle inadempienze della manutenzione ordinaria, sicché i tombini tappati sono retrocessi a oggetto di vergognosa propaganda ostile, e i rifiuti abbandonati diventano manifestazione di inciviltà popolare, anche quando, come ieri sera, torrenti di pioggia si riversano trascinando tonnellate di immondizia in giro per la città. Ma le inadempienze, l’inadeguatezza, l’incapacità possono ricoverarsi sotto il tendone da circo del fiscal compact, del pareggio di bilancio, per un po’, per un po’ possono trovare giustificazione nell’impotenza a rompere vincoli e a portare avanti un contenzioso con il governo centrale.

Dopo 5 anni però la perseveranza a non fare – che avremmo comunque preferito al poco malfatto – andrebbe punita con severità, se qualsiasi crisi diventa emergenza di ordine pubblico, dai senzatetto ai rom, perlopiù nativi romani, agli immigrati, tutti target che esigono l’intervento della polizia e dell’esercito, oltre che della municipale promossa dai decreti sicurezza degli esecutivi Berlusconi, poi Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1 e 2, a mantenere il decoro di città idonee solo a funzioni turistiche.

O se dall’agenda politica dell’amministrazione è stata espunta la parola lavoro, a meno che non si tratti dei posti elargiti alle clientele delle aziende consegnate ai miti progressivi delle privatizzazioni: meno servizi più cari, se viene incentivata la pratica di conferire incarichi e concedere appalti opachi con l’unico accorgimento di provvedere a distribuzioni bipartisan, proprio come fa l’esecutivo, imprese o cooperative riciclate dopo la brevissima bufera che ha scompigliato i capelli del vertice del Mondo di Mezzo oggi in libertà e pronto a tornare in azione.

Non c’è da stare allegri, manco la gogna e nemmeno le pasquinate puniranno l’incresciosa sindaca che con tutta probabilità verrà rieletta per mancanza di avversari, come nella prima tornata, come a Venezia, come ovunque il Pd e pure la diversamente opposizione preferisce godersi i successi del mugugno che come è dimostrato, premia elettoralmente, piuttosto di cimentarsi a governare. che su di loro i benefici arrivano comunque, basta aver sottoscritto il patto di sangue con la cleptocrazia, che grazie alla manina della provvidenza cui non sono graditi gli straccioni, fa cadere un po’ di polverina d’oro su chi si affilia, sta in ginocchio, obbedisce e porta i ceri nelle processioni del potere.


Polvere di stelle: comandare ma non governare

CatturaLa recente decisione dei Cinque stelle di allearsi col Pd alle comunali e l’abiura alla regola dei due mandati per permettere alla Raggi di ripresentarsi a Roma , sono l’epifenomeno di ciò che rimane della politica: l’ultimo atto di un piano volto a raccogliere i voti di chi non voleva più i dem e in generale la costellazione tradizionale di potere che rappresentavano e rappresentano, per poi riportarli “normalizzati” e lobotomizzati  nel sistema che si illudevano di combattere, ma che i capi avevano già venduto in blocco come fossero un futures politico. A tal punto è arrivata la simbiosi dei Cinque stelle con gli utilizzatori finali che a Roma la Raggi si ripresenta ufficialmente, quasi certa di vincere per assoluta mancanza di avversari. Ricordo i primi tempi della sua elezione quando gli ipocritoni dei salotti romani scoprirono all’improvviso dopo trent’anni di abbandono che c’erano le buche per strada e che la raccolta rifiuti e i trasporti funzionavano male: qualsiasi pretesto sia pure di natura ormai storica era buono per dare addosso alla nemica che oltre tutto rischiava di far saltare gli affaroni degli amici degli amici. Poi man mano che si è andati avanti, la Raggi si è rivelata al di sotto di ogni aspettativa, ma ha aperto alla premiata cementeria dello stadio e ad ogni altra opaca “normalità” capitolina di superficie o sotterranea:  così adesso, i dem la corteggiano  e non si sognano nemmeno di entrare nella lizza elettorale. L’impressione può essere quella che il M5S sia diventato una corrente del Pd, ma è soprattutto che nessuno voglia vedersela con gli enormi problemi della capitale, che insomma si voglia gestire il potere senza nemmeno tentare di governare.

Ed è così dappertutto, in ogni area e settore: l’esecutivo comanda a suon di decreti, nella maniera più autoritaria possibile, deride e mette sotto i piedi la Costituzione nel silenzio del presidente di cartone per non dire di un Parlamento quasi felice di essere esautorato, eppure non governa affatto, vive di estemporaneità, al di fuori di ogni visione politica, ammesso che ce ne sia ancora qualcuna, si estenua in continue messe a punto di mediazioni con chi controlla il Paese. Ha commesso enormi errori durante la crisi del Covid, e continua a compierne di altrettanto gravi nel gestire la gigantesca crisi economica che ci sta travolgendo, coniugando il bastone della paura sanitaria con  l’inconsistenza di una carota finta,  eppure non viene davvero censurato perché dopotutto rappresenta il potere  che non è più quello concesso dai cittadini, ma quello della eterna razza padrona. Conte, quello che si è fatto dittatore con risultati disastrosi che ancora non sono del tutto chiari, ma lo saranno tra breve, è del tutto impensabile come governante, figuriamoci come buon governante e fino a qualche anno fa era un mediocre un avvocaticchio della profonda provincia, ammanicato con i preti, mai notato nella vita della Repubblica, mai spintosi in qualche arena politica, nemmeno locale, mai votato, mai eletto, non ha mai preso parte ad alcunché  E’ arrivato a Palazzo Chigi in sostituzione di uno che Mattarella non voleva semplicemente perché il suo nome figurava casualmente sull’agenda di un figuro pentastellato, ed è diventato lo squallido spago che tiene assieme i brandelli della razza padrona, la pezza a colore su una democrazia inesistente riuscendo ad essere ometto per tutte le stagioni, specie quelle pessime. E’ tutto e solo potere, ma niente politica, niente governo al punto che qualcuno ha parlato di dittatura per caso.

E del resto diciamo pure che i Cinque stelle volevano rappresentare  l’incazzatura dell’italiano medio,  erano scesi in campo con l’intendimento di cambiare ogni cosa, ma fin da subito hanno dato la sensazione di non voler affrontare nessun  problema di fondo, di non voler esercitare l’arte di governo che è la capacità di pensare al futuro con i materiali del presente, ma di voler solo fare parte del potere, di quella stanza dei bottoni che avevano impaurito e nella quale si sono scoperti camaleonti. Hanno capito subito che nel Paese non esisteva governo, ma solo gestione del potere e ne hanno subito approfittato diventando indistinguibili o forse sì, molto caratterizzati dalla fame atavica di chi ha vinto alla lotteria. Da adesso non esistono più, sono nel magma, si occuperanno anche loro di borsette e cinture come milioni di coglioni che non hanno provveduto a creare nuovi buchi per i tempi che incalzano. Vanno in giro tronfi con la mascherina: anche io sto col potere, ci sono anche io nel gioco e più perdo più rimango a puntare. Dopotutto se non si può e non si vuole partecipare, tanto vale obbedire.


Gli Ultras del cemento

ultrasAnna Lombroso per il Simplicissimus

Sembra ieri che qualcuno, dopo un primo voto “inutile”, si piegò al secondo turno a dare la preferenza alla candidata 5Stelle che aveva fatto del “no” alle Olimpiadi e del “no” allo stadio della Roma le sue battaglie contro Giachetti, il prescelto per non vincere,  che, in assenza di un programma, aveva contato sull’appoggio delle curve,  offrendo circensens in qualità di brioche.

Si doveva prevedere che, come è successo in innumerevoli occasioni, la via che porta al potere fosse lastricata anche in quel caso di  cemento, e che non può essere virtuosa e responsabile perché chi la percorre dopo tante promesse diventa inevitabilmente l’ingranaggio di una macchina, che marcia sempre uguale e nella  quale la corruzione morale anche senza mazzette e l’obbligo di assicurarsi il consenso anche senza popolare le aziende di servizio di zii e cugini,  sono il carburante.

Peggio ancora, ben presto si insinua la convinzione che il compromesso sia una virtù del politico, legittimata e autorizzata in cambio di qualche compensazione che, doverosamente, amministratori e rappresentanti dicono di essere costretti a accettare in nome del bene comune, per realizzare in combutta con i privati quelle opere che  non hanno i mezzi ma soprattutto la determinazione di concretizzare. Così le falle di bilancio e i vincoli di appartenenza diventano l’alibi per i cedimenti ai privati, siano essi sponsor di progetti o “mecenati” che devono apporre la sagoma del Colosseo sui loro mocassini.

Così non stupisce che – anche grazie alle pressioni dell’ultimo re di Roma in maglietta numero dieci: sto colosseo nostro s’ha da fa’, quelle delle banche che sperano nella messa a frutto dei crediti che hanno elargito a notori banditi né più né meno delle casse di risparmio del nordest o degli istituti della pingue Etruria, e quelle degli immobiliaristi interessati a quell’anfiteatro de noantri o a uno speculare quindi altrettanto inutile della squadra antagonista nel derby, purchè equipaggiati di torri e falansteri per  uffici  centri commerciali –  la giunta della Raggi abbia dato “l’ok definitivo” per la realizzazione dello Stadio di Tor di Valle.

Ora si  aspetta solo l’ultimo adempimento, il si dell’assemblea capitolina, più che probabile per via dell’appoggio  del Pd, di Italia Viva e della Lega (il sacrificio dei loro esponenti,  Bonifazi e Centemero, accusati di finanziamento illecito insieme a Parnasi lo testimonia), ecumenico  e interconfessionale almeno quanto le moine bipartisan della sindaca rivolte al giocatore della Lazio insignito della “Scarpa d’oro”.

In più di nove anni tante cose sono cambiate (una delle ultime volte ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/03/23/uno-stadio-che-viene-da-lontano/).

Si sono avvicendati tre sindaci, il patron dell’intervento, Pallotta, se n’è andato, la bulimia costruttiva delle cordate del cemento è stata penalizzata -mai abbastanza- “tagliuzzando spazi tra un piano e l’altro, abbassando di qualche metro l’altezza fissata a 200 metri, cucendo e scucendo metri tra corridoi e pianerottoli, rinunciando alle torri sghembe di Daniel Libeskind”,   come ebbe a dire l’urbanista Antonello Sotgia, parlando di un piatto di risulta “confezionato coi resti”, ma ugualmente indigesto: 800 mila e rotti mq di volume di quello che viene chiamato business park, destinati a uso commerciale, e a guardare la mole di opere in capo al Comune dal potenziamento della ferrovia Roma-Lido, agli interventi sulla via del Mare, dalle opere di messa in sicurezza idrogeologica del fosso di Vallerano nell’area di Decima, al ponte aggiuntivo sul Tevere e la bretella sulla Roma-Fiumicino, che potrebbero essere rinviate a tempi successivi.

Ma che continui a trattarsi di una vivanda avvelenata è chiaro, limitazione delle velleità costruttive, compensazioni a uso e beneficio dei cittadini, spazi per attività del terziario, come dichiarò fin dall’inizio Imposimato, servono solo “a mascherare un’operazione di mega speculazione edilizia”, a fare un po’ di maquillage e un   progetto contrario all’utilità sociale, che, lo ricordò a suo tempo il combattivo magistrato “viola gli articoli 9, 32, 41 e 42 della Costituzione”.

Zitta zitta la sindaca in campagna elettorale ha fatto quindi approvare l’Accordo di collaborazione tra Roma Capitale e Città Metropolitana di Roma relativo all’adeguamento del progetto definitivo dell’unificazione della via del Mare e della via Ostiense, nel tratto tra il GRA e il cosiddetto Nodo Marconi e quello finalizzato al potenziamento delle infrastrutture di trasporto pubblico locale, in particolare della linea ferroviaria Roma-Lido, in modo da  suffragare così la “dichiarazione” di “pubblico interesse” dell’intervento.

Come a dire che se metti in piedi un mausoleo inutile esercitando una pressione potente e micidiale in un sito vulnerabile, mettendo a rischio suolo e risorse, ma  poi ci spendi per fare delle strade che facilitino l’accesso al monumento dell’affarismo, ecco che il tempio a beneficio dei mercanti diventa strategico, fruttuoso e vantaggioso per la collettività.

Già prima era insensato dare priorità a uno stadio (ma in itinere sul territorio nazionale oltre a quello della Roma e di Firenze – indispensabile quanto il nuovo aeroporto, e i progetti per quelli di milan e Inter,  c’è l’ampliamento e ammodernamento di quelli di Bologna, Brescia, Cagliari, Genova, Verona, Napoli, Parma), assimilato a intervento di interesse generale tanto da autorizzare procedure d’urgenza, giustificate dall’opportunità di approfittare della smanie megalomani di costruttori e immobiliaristi per procurarsi interventi viari e infrastrutturali come è successo con alcuni prodotti di archeologia “ludica” (Città dello Sport di Tor Vergata, l’Air Terminal Ostiense, la Stazione di Farneto a Roma, per non dire delle Olimpiadi invernali di Torino, o dei Giochi del Mediterraneo a Pescara).

E già prima il calcio e le sue sedi ufficiali (stadi, società, club e pure i bassifondi dove i fascisti reclutano la manovalanza della violenza nelle curve) attraversava un meritatissima crisi che aveva premiato prima del Covid lo sport a distanza, agile e virtuale, imponendo imposto chiusure al pubblico per ragioni di ordine pubblico, con l’unico merito di aver effettuato una selezione del personale degli steward da destinare alla politica, figuriamoci se adesso non suona oltraggiosa questa scelta,  quando ospedali, scuole, fabbriche, esercizi commerciali,  musei, biblioteche sono chiusi, quando vincoli infami sottoscritti da governi codardi che sopravvivono in cambio della abiura e del tradimento della sovranità impongono nuove forme ancora più estreme e ricattatorie di indebitamento, dettando regole, tempi e priorità dietro minaccia di intervenire ancora più pesantemente nella formazione dei governi.

Questa  accondiscendenza alla rinuncia e al sacrificio di talenti, vocazioni, speranze, aspettative legittime di benessere e sicurezza e diritti, in cambio del salario della fatica, quando l’unica “occupazione” offerta è quella dei cantieri effimeri, dove non sono tutelate né sicurezza né garanzie,  è diventata la cifra di un paese in svendita, che non ha più una strategia di sviluppo, dove sono stati rimangiati perfino i mantra della sostenibilità e dell’ecologia, ridotti a macchietta stantia di un ambientalismo regredito a giardinaggio e a periodica raccolta di lattine, e che ha permesso venisse colonizzato e appiattito sul modello americano anche lo studio, con licei e università destinate alla formazione specialistica di personale esecutivo, nei quali le prestazioni sportive potranno facilitare il percorso accademico, diventato ormai un optional ingombrante a vedere alcuni curricula di influenti e decisori.

Con un patrimonio artistico ridotto a location di eventi commerciali, un paesaggio condannato a piegarsi a quinta teatrale e itinerario di parchi tematici, un territorio manomesso da abusivismo e edificazioni che incrementano i rischi della trasandatezza e dell’abbandono causati da consumo di suolo e mancanza di manutenzione, c’era poco da illudersi su un cambio di rotta.

Da vent’anni nel nostro Paese mentre si tiravano su monumento dell’ Irrazionalismo, piramidi erette per lasciare un’impronta, stabili e edifici obsoleti e in rovina senza mai essere stati abitati, ospedali vuoti dei quali resta l’osceno scheletro,  al tempo stesso si demoliva l’edificio di regole e principi dell’urbanistica pubblica.

Prive di un quadro programmatore, esautorati gli organismi di controllo, svuotate le leggi, senza mezzi finanziari, le amministrazioni comunali hanno ceduto alle  pretese pressanti della proprietà finanziaria, delle cordate consortili e cooperative delle imprese costruttrici, della finanza immobiliare intenta a gonfiare bolle a ripetizione per movimentare la liquidità degli hedge funds, dei fondi di private equity, delle obbligazioni, in tutto analoghe al  riciclaggio dei soldi sporchi  della criminalità, sicchè gli strumento di governo delle città sono diventati le misure di valorizzazione patrimoniale, i cambi di destinazione d’uso, l’aumento delle volumetrie, i piani casa, insomma quell’urbanistica contrattata che  legittima la costruzione di stadi ma non consente di investire nel risanamento del patrimonio immobiliare pubblico per dare un tetto a chi non ce l’ha.

Negli ultimi dieci anni le costruzioni realizzate (solo l’1 per cento è di edilizia pubblica) pari a oltre13 milioni di stanze, hanno risposto non ai bisogni della gente ma alle esigenze del sistema finanziario che doveva reperire forme e luoghi nei quali convogliare i suoi fiumi di denaro virtuale, a cominciare da quelli che superano i 3 mila miliardi di dollari dei fondi sovrani, quelli in tasca e nei programmi di investimento, tanto per fare qualche esempio, del Qatar, impegnato all’acquisto di porzioni di Milano e della Sardegna  e di squadre di calcio, a significare che si tratta di due brand che hanno un grande appeal.

E difatti dicono che non ci sono soldi per dare una casa ai senzatetto, ma le opere per il non svolgimento del G8 alla Maddalena sono stati buttati al vento 350 milioni, per la Città dello Sport di Calatrava il bilancio provvisorio è di un miliardo, per l’Alta Velocità tra Napoli e Torino si sono spesi 51 miliardi in venti anni, ma intanto la Regione per le opere che devono facilitare l’accesso allo stadio stanzia 180 milioni mentre non si trovano i 60 o poco più che servirebbero per Tivoli- Guidonia ancora a binario unico che servirebbe il pendolarismo giornaliero di almeno 200 mila lavoratori e studenti.

Intanto l’unico filone scelto per avviare la ricostruzione dopo la pandemia è quello di oltre 130 grandi opere, con i loro cantieri per impiegare un esercito di lavoratori che hanno perso la gara con gli immigrati grazie all’appiattimento sulle loro retribuzioni umilianti, in virtù di una politica di ricatti e intimidazioni che ha colpevolizzato e censurato la legittima rivendicazione di diritti e garanzie.

Che tanto, come ci hanno raccontato per anni libri, film, serie Tv, a unire tutti basta la partita, il calcio, il tifo, in milioni, tutti ammansiti e addomesticati a guardare, in arene che abbiamo strapagato, gladiatori di lusso che meriterebbero i leoni.

 


L’ultimo stadio del berlusconismo

stAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri è apparsa una notizia in non casuale coincidenza con gli esiti di due liturgie elettorali che hanno perso il loro significato di pronunciamento sul governo di vaste aree del Paese,  per assumerne uno puramente allegorico di rappresentazione di lodevoli “valori” morali, quelli di contrasto alla xenofobia, di sostegno alle buone maniere, di controllo sulle esternazioni in rete  concesse solo ai detentori del nuovo galateo del politicamente corretto, in modo da sancire il primato etico di una regione e invece la doverosa e meritata spinta verso le propaggini africane dell’altra, favorita tra l’altro dalla decisione della prima di associarsi a quella autonomia pensata proprio per allargare il divario tra Nord e Sud.

Si tratta di una notizia che ha tra l’altro ritratto esemplarmente la desiderata eclissi dei 5Stelle e del suo ceto dirigente di rappresentanti eletti: il quotidiano di proprietà di Caltagirone e altri organi di stampa hanno informato i lettori romani e romanisti che finalmente si potevano aggirare i tentennamenti e i dubbi ridicoli della Raggi, tornando a quel felice passato nel quale trionfavano i poteri forti della città di qua e di là del Tevere, quelli legali se non legittimi in allegre intese non tanto temporanee con il crimine organizzato del mondo di mezzo, quando, tanto per fare un esempio un sindaco uscente del partito che aveva lui stesso fondato,  il giorno del suo ritiro regalava all’influente costruttore un piano regolatore ad personam, con opportune varianti cucinate press an press per andare incontro ai suoi desiderata. Smentiti oggi come da tradizione, i quotidiani avevano ricostruito in modo credibile i contenuti di un accordo tra il futuro proprietario della Roma, Dan Friedkin, e Francesco Caltagirone per realizzare il nuovo stadio non più a Tor di Valle ma a Tor Vergata.

A dare conferma del proposito sarebbe stata l’apparizione ecumenica al derby delle squadre locali, in veste di santo protettore dello sport più amato degli italiani, del potente costruttore, del quale è nota la fumantina permalosità e una certa indole a rifarsi dei torti subiti con spirito vendicativo, commessi a suo danno prima di tutto da Marino che si fece promotore della costruzione dell’opera di primario interesse generale proprio là a Tor di Valle, e della Raggi, che dopo una campagna elettorale ostile all’iniziativa si piegò doverosamente alle pressioni dell’ottavo re di Roma, con maglia n.10, alla cordata di vari inquisiti e indagati, tra patron indebitati, finanziatori con le pezze al culo, spregiudicati affaristi.

Fin dall’inizio si sapeva che l’idea era improvvida, tanto da contribuire all’espulsione dalla giunta – la stessa che invece aveva tenuto fede al patto stretto con i romani di non far pesare sulle loro spalle megalomanie e audaci propositi scellerati sotto forma di giochi olimpici – dell’unico assessore che aveva dimostrato di avere a cuore, professionalmente e  politicamente, un assetto presente e futuro della città che non rispondesse solo alle esigenze bulimiche dei padroni che da sempre avevano steso le mani sulla città.

E che era scellerata per l’investimento oneroso che avrebbe comportato per le finanze comunali sotto forma di opere accessorie non solo stradali, di indirette “donazioni” di spazi offerti fuori dalle quotazioni di mercato, di interventi necessari per compensare l’impatto dell’opera realizzata di una vulnerabile area golenale.

Ma   anche perché è risaputo che ci sono progetti che assumono il carattere di cavalli di Troia, che vengono imposti alla cittadinanza come occasioni di sviluppo di attività e occupazione, mentre altro non sono che formidabili operazioni speculative spacciate per azioni di urgente e pubblico interesse, non nel rispetto di una strategia organica di realizzazione di infrastrutture sportive, bensì grazie a un comma inserito forzosamente all’ultimo momento nella legge di stabilità del 2014 (governo Letta) nell’ambito del tradizionale maxiemendamento e imposto con il voto di fiducia e che stabiliva   che un Comune, se d’accordo con il proponente, in quel caso l’allora presidente della Roma Pallotta, dichiarasse i “vantaggi” per la città della edificazione di un impianto privato.

È iniziato così l’avventuroso e avventurista percorso di  quello stadio che comprendeva una pluralità di volumi edilizi per un totale di circa un milione di metri cubi di cui solo un quinto riguardava lo stadio e altre funzioni connesse alle attività sportive, mentre prevedeva tre grattacieli alti più di 200 metri e altri edifici destinati ad attività direzionali, ricettive e commerciali privi di rapporto funzionale con lo stadio ma destinati a compensare il costo delle opere infrastrutturali necessarie all’utilizzo dell’arena,  su un’area in un’ansa del Tevere che il piano regolatore destinava a verde sportivo attrezzato. Nel tempo (ne abbiamo scritto più volte, anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/10/25/milano-roma-citta-allultimo-stadio/ ) la sindaca Raggi aveva rivendicato di aver ridotto le volumetrie ma non  l’insensatezza di un’opera la cui opposizione  in campagna elettorale aveva deciso del suo successo rispetto allo sbiadito competitor, tagliando  il 50% della cubatura che comunque restava di 550 mila metri cubi (il 60% solo sul Business Park, con eliminazione delle tre torri) rispetto ad un Piano Regolatore che ne autorizzava al massimo 330 mila, di cui lo stadio continua a rappresentare meno della metà.

L’ipotesi tratteggiata  di una nuova localizzazione a Tor Vergata sarebbe più praticabile: i nuovi sponsor che attraverso Caltagirone avrebbero offerto alla nuova proprietà texana l’opportunità di avere un prodotto completo “chiavi in mano”  e in tempi strettissimi, sono i rappresentanti del consorzio di imprese della Vianini Lavori e di altre 9 imprese proprietarie dei  terreni dell’Università di Tor Vergata,  e in questa veste non dovrebbero sottoporsi all’iter della Legge sugli Stadi,  della conferenza dei Servizi e della variante al Piano Regolatore, i collegamenti stradali e il trasporto pubblico sarebbero garantiti dalla Metro C e da un possibile prolungamento della Metro A da Anagnina, secondo “un progetto tra l’altro che risale al Giubileo del 2000 e mai realizzato per la ristrettezza dei tempi”.

E inoltre, si racconta,  l’area non registrerebbe le stesse problematiche ambientali del sito di Tor di Valle, anche se a nessuno può sfuggire la tremenda pressione della localizzazione di uno stadio in un posto già interessato da un traffico pesante e disorganico, quello della popolazione universitaria, dalla vicinanza con quartieri ad alta residenzialità e urbanizzazione, dove è andato già in scena il fallimento di un’altra visione altrettanto estemporanea, la Città dello Sport i cui lavori iniziati nel 2005 sono stati interrotti per mancanza di fondi.

L’ipotesi alternativa ha già avuto il consenso degli ultras del cemento e di quelli delle curve, laziali compresi che adesso possono aspirare a farsi il loro colosseo biancoazzurro.

Meno contenti devono essere i romani, quelli che sono costretti all’occupazione abusiva delle case, quando il patrimonio immobiliare è stato svenduto, offerto a basso prezzo a inquilini prestigiosi o donato con munifico spirito redentivo a cerchie “nere”, quelli che pagano quotidianamente le scelte improvvide di altre grandi opere a cominciare dalla Metro C, la madre di tutte le corruzioni secondo l’Anac, non solo inutili ma anche rischiose a vedere lo smottamento di una strada contigua al Colosseo quello vero e la messa in pericolo di un palazzo con 60 sfollati, quelli che ogni giorno sono prigionieri del traffico in una metropoli dove il trasporto pubblico è penalizzato da sempre, dove si tagliano le linee di superficie per alimentare tratte superflue di metropolitana, le cui stazioni si rivelano essere l’obiettivo di una pedonalizzazione che doveva restituire alla città e la mondo la più grande area archeologica urbana e che si mostra come un cantiere privo di incanto, quelli che continuano a pensare che altre sarebbero le priorità locali e nazionali, di fronte alla chiusura di ospedali, alla riduzione di servizi, alla espulsione di residenti costretti a cercare riparo nelle periferie cui si aggiunge altro squallore e altra disperazione.

E intanto tutti vogliono gli stadi: i progetti in lista d’attesa includono la Lazio, Firenze, Milano, Bologna, Napoli, Palermo, in piena attuazione del sogno berlusconiano stabilito per legge (era a sua firma una delle ultime proposte che dobbiamo alla sua era) secondo il quale era   «urgente e indifferibile » costruire  nuovi impianti, dotati di  zone residenziali e servizi,  semplificando e aggirando le necessarie varianti urbanistiche e commerciali, annullando  le garanzie di legge mediante il teatrino dell’istituto della conferenza dei servizi, cancellando i principi fondamentali di legalità e legittimità.

L’avranno vinta loro, i padroni delle città, la cui malattia è il cancro di una rapacità all’ultimo stadio.


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