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L’ultimo stadio del berlusconismo

stAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri è apparsa una notizia in non casuale coincidenza con gli esiti di due liturgie elettorali che hanno perso il loro significato di pronunciamento sul governo di vaste aree del Paese,  per assumerne uno puramente allegorico di rappresentazione di lodevoli “valori” morali, quelli di contrasto alla xenofobia, di sostegno alle buone maniere, di controllo sulle esternazioni in rete  concesse solo ai detentori del nuovo galateo del politicamente corretto, in modo da sancire il primato etico di una regione e invece la doverosa e meritata spinta verso le propaggini africane dell’altra, favorita tra l’altro dalla decisione della prima di associarsi a quella autonomia pensata proprio per allargare il divario tra Nord e Sud.

Si tratta di una notizia che ha tra l’altro ritratto esemplarmente la desiderata eclissi dei 5Stelle e del suo ceto dirigente di rappresentanti eletti: il quotidiano di proprietà di Caltagirone e altri organi di stampa hanno informato i lettori romani e romanisti che finalmente si potevano aggirare i tentennamenti e i dubbi ridicoli della Raggi, tornando a quel felice passato nel quale trionfavano i poteri forti della città di qua e di là del Tevere, quelli legali se non legittimi in allegre intese non tanto temporanee con il crimine organizzato del mondo di mezzo, quando, tanto per fare un esempio un sindaco uscente del partito che aveva lui stesso fondato,  il giorno del suo ritiro regalava all’influente costruttore un piano regolatore ad personam, con opportune varianti cucinate press an press per andare incontro ai suoi desiderata. Smentiti oggi come da tradizione, i quotidiani avevano ricostruito in modo credibile i contenuti di un accordo tra il futuro proprietario della Roma, Dan Friedkin, e Francesco Caltagirone per realizzare il nuovo stadio non più a Tor di Valle ma a Tor Vergata.

A dare conferma del proposito sarebbe stata l’apparizione ecumenica al derby delle squadre locali, in veste di santo protettore dello sport più amato degli italiani, del potente costruttore, del quale è nota la fumantina permalosità e una certa indole a rifarsi dei torti subiti con spirito vendicativo, commessi a suo danno prima di tutto da Marino che si fece promotore della costruzione dell’opera di primario interesse generale proprio là a Tor di Valle, e della Raggi, che dopo una campagna elettorale ostile all’iniziativa si piegò doverosamente alle pressioni dell’ottavo re di Roma, con maglia n.10, alla cordata di vari inquisiti e indagati, tra patron indebitati, finanziatori con le pezze al culo, spregiudicati affaristi.

Fin dall’inizio si sapeva che l’idea era improvvida, tanto da contribuire all’espulsione dalla giunta – la stessa che invece aveva tenuto fede al patto stretto con i romani di non far pesare sulle loro spalle megalomanie e audaci propositi scellerati sotto forma di giochi olimpici – dell’unico assessore che aveva dimostrato di avere a cuore, professionalmente e  politicamente, un assetto presente e futuro della città che non rispondesse solo alle esigenze bulimiche dei padroni che da sempre avevano steso le mani sulla città.

E che era scellerata per l’investimento oneroso che avrebbe comportato per le finanze comunali sotto forma di opere accessorie non solo stradali, di indirette “donazioni” di spazi offerti fuori dalle quotazioni di mercato, di interventi necessari per compensare l’impatto dell’opera realizzata di una vulnerabile area golenale.

Ma   anche perché è risaputo che ci sono progetti che assumono il carattere di cavalli di Troia, che vengono imposti alla cittadinanza come occasioni di sviluppo di attività e occupazione, mentre altro non sono che formidabili operazioni speculative spacciate per azioni di urgente e pubblico interesse, non nel rispetto di una strategia organica di realizzazione di infrastrutture sportive, bensì grazie a un comma inserito forzosamente all’ultimo momento nella legge di stabilità del 2014 (governo Letta) nell’ambito del tradizionale maxiemendamento e imposto con il voto di fiducia e che stabiliva   che un Comune, se d’accordo con il proponente, in quel caso l’allora presidente della Roma Pallotta, dichiarasse i “vantaggi” per la città della edificazione di un impianto privato.

È iniziato così l’avventuroso e avventurista percorso di  quello stadio che comprendeva una pluralità di volumi edilizi per un totale di circa un milione di metri cubi di cui solo un quinto riguardava lo stadio e altre funzioni connesse alle attività sportive, mentre prevedeva tre grattacieli alti più di 200 metri e altri edifici destinati ad attività direzionali, ricettive e commerciali privi di rapporto funzionale con lo stadio ma destinati a compensare il costo delle opere infrastrutturali necessarie all’utilizzo dell’arena,  su un’area in un’ansa del Tevere che il piano regolatore destinava a verde sportivo attrezzato. Nel tempo (ne abbiamo scritto più volte, anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/10/25/milano-roma-citta-allultimo-stadio/ ) la sindaca Raggi aveva rivendicato di aver ridotto le volumetrie ma non  l’insensatezza di un’opera la cui opposizione  in campagna elettorale aveva deciso del suo successo rispetto allo sbiadito competitor, tagliando  il 50% della cubatura che comunque restava di 550 mila metri cubi (il 60% solo sul Business Park, con eliminazione delle tre torri) rispetto ad un Piano Regolatore che ne autorizzava al massimo 330 mila, di cui lo stadio continua a rappresentare meno della metà.

L’ipotesi tratteggiata  di una nuova localizzazione a Tor Vergata sarebbe più praticabile: i nuovi sponsor che attraverso Caltagirone avrebbero offerto alla nuova proprietà texana l’opportunità di avere un prodotto completo “chiavi in mano”  e in tempi strettissimi, sono i rappresentanti del consorzio di imprese della Vianini Lavori e di altre 9 imprese proprietarie dei  terreni dell’Università di Tor Vergata,  e in questa veste non dovrebbero sottoporsi all’iter della Legge sugli Stadi,  della conferenza dei Servizi e della variante al Piano Regolatore, i collegamenti stradali e il trasporto pubblico sarebbero garantiti dalla Metro C e da un possibile prolungamento della Metro A da Anagnina, secondo “un progetto tra l’altro che risale al Giubileo del 2000 e mai realizzato per la ristrettezza dei tempi”.

E inoltre, si racconta,  l’area non registrerebbe le stesse problematiche ambientali del sito di Tor di Valle, anche se a nessuno può sfuggire la tremenda pressione della localizzazione di uno stadio in un posto già interessato da un traffico pesante e disorganico, quello della popolazione universitaria, dalla vicinanza con quartieri ad alta residenzialità e urbanizzazione, dove è andato già in scena il fallimento di un’altra visione altrettanto estemporanea, la Città dello Sport i cui lavori iniziati nel 2005 sono stati interrotti per mancanza di fondi.

L’ipotesi alternativa ha già avuto il consenso degli ultras del cemento e di quelli delle curve, laziali compresi che adesso possono aspirare a farsi il loro colosseo biancoazzurro.

Meno contenti devono essere i romani, quelli che sono costretti all’occupazione abusiva delle case, quando il patrimonio immobiliare è stato svenduto, offerto a basso prezzo a inquilini prestigiosi o donato con munifico spirito redentivo a cerchie “nere”, quelli che pagano quotidianamente le scelte improvvide di altre grandi opere a cominciare dalla Metro C, la madre di tutte le corruzioni secondo l’Anac, non solo inutili ma anche rischiose a vedere lo smottamento di una strada contigua al Colosseo quello vero e la messa in pericolo di un palazzo con 60 sfollati, quelli che ogni giorno sono prigionieri del traffico in una metropoli dove il trasporto pubblico è penalizzato da sempre, dove si tagliano le linee di superficie per alimentare tratte superflue di metropolitana, le cui stazioni si rivelano essere l’obiettivo di una pedonalizzazione che doveva restituire alla città e la mondo la più grande area archeologica urbana e che si mostra come un cantiere privo di incanto, quelli che continuano a pensare che altre sarebbero le priorità locali e nazionali, di fronte alla chiusura di ospedali, alla riduzione di servizi, alla espulsione di residenti costretti a cercare riparo nelle periferie cui si aggiunge altro squallore e altra disperazione.

E intanto tutti vogliono gli stadi: i progetti in lista d’attesa includono la Lazio, Firenze, Milano, Bologna, Napoli, Palermo, in piena attuazione del sogno berlusconiano stabilito per legge (era a sua firma una delle ultime proposte che dobbiamo alla sua era) secondo il quale era   «urgente e indifferibile » costruire  nuovi impianti, dotati di  zone residenziali e servizi,  semplificando e aggirando le necessarie varianti urbanistiche e commerciali, annullando  le garanzie di legge mediante il teatrino dell’istituto della conferenza dei servizi, cancellando i principi fondamentali di legalità e legittimità.

L’avranno vinta loro, i padroni delle città, la cui malattia è il cancro di una rapacità all’ultimo stadio.


Milano-Roma, città all’ultimo stadio

 

 

milan Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dopo l’hannus terribilis segnato dalla morte di Nerone e dalla guerra civile, l’anno dei  4 imperatori, eletti ai quattro capi dell’impero,  Vespasiano (cui dobbiamo tra l’altro l’Anfiteatro Flavio) era salito al trono  per acclamazione delle legioni d’Egitto, Giudea, Siria e Danubio. Una volta tornato a Roma il senato gli riconobbe  con un decreto tutti i poteri che erano stati propri di Augusto, Tiberio e Claudio, addirittura rafforzandoli in modo che potesse stringere accordi con altri popoli esterni ai confini, convocare il senato e far approvare disposizioni eccezionali senza essere limitato da leggi e plebisciti.

Pensate quanto piacerebbe poter godere delle stesse facoltà eccezionali alla Roma di Pallotta, anche grazie agli uffici del suo ottavo re in campo mai davvero detronizzato e che tanto si è speso in veste di non disinteressato testimonial: si deve a lui lo storico grido di riscossa  “vogliamo il nostro Colosseo moderno!”, che si disse abbia fatto  cadere sorprendentemente tutte le riserve sulla realizzazione del nuovo stadio da parte della stessa amministrazione che aveva ricevuto inattesi consensi elettorali proprio per quel no a grandi opere speculative, simboleggiato dal ritiro della candidatura alle Olimpiadi e dai ragionevoli dubbi sollevati in merito a localizzazione, impatto ambientale e pressione infrastrutturale dell’impianto a Tor di Valle.

Ma adesso pare che l’affarone sia quasi in porto, grazie alle 59 pagine della  Convenzione Urbanistica, frutto dell’ennesima performance di quell’urbanistica negoziata e concordata che fa delle città e dei suoi abitanti ostaggi nelle mani dei privati,  che il Comune di Roma ha proposto alla As Roma nella quale sono contenute le clausole per la futura cessione dei terreni dalla Eurnova del troppo discusso Luca Parnasi alla più presentabile TdV Real Estate, la società creata appositamente dalla Roma per gestire la costruzione dello Stadio e che diventerà “soggetto attuatore” dell’intervento in qualità di stazione appaltante di tutte le opere, sia pubbliche che private. Insomma si cambia la carte intestata dell’ingombrante investitore che resterà dietro le quinte e si fa finta di ridurre le concessioni alle cordate ingorde degli immobiliaristi: il gentlemen – si fa per dire – agreement infatti  esibisce come una conquista irrinunciabile in nome del bene della collettività   il divieto di trasformare gli uffici e le superfici  destinate al commercio, previste dal progetto, in edilizia residenziale.

Sgombrato il campo dal pericolo che qualche irriguardoso senza tetto possa trovare ricovero  là dove  devono sorgere stabili “compensativi” quelli che servono a far fruttare l’impresa e che è legittimo sospettare che  faranno la fine dei scheletrici falansteri della Colombo o della Tiburtina o centri commerciali di quelli in crisi in tutto il mondo ma che invece da noi vengono riproposti come templi della modernità,  l’impresa va avanti infischiandosene del parere del Politecnico di Torino incaricato dallo stesso Comune che ha messo in guardia dal concreto pericolo che l’incremento della viabilità nella rete primaria della “marco-area” possa provocare un “blocco pressoché totale della rete principale di connessione con la location Stadio”,  anche se il 50% del traffico fosse gestito dal mezzo pubblico. Anche l’ipotesi di intervenire per consolidare la linea ferroviaria  potenziando la fermata Tor di Valle della “Roma-Lido” non basterebbe di certo, a conferma che in mancanza di opere strutturali di “implementazione” del trasporto multimodale, il sito prescelto è sbagliato. Altro che sbagliato, sbagliatissimo,   a cominciare dall’imponente impatto ambientale su un’area golenale quanto mai vulnerabile, tanto che i pareri espressi dalle autorità addette alla valutazione del rischio idrogeologico raccomandavano estrema cautela.

E questo si sapeva bene, (sulla Tor-ta di Valle ho scritto tante volte, anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/01/19/stadio-tor-ta-di-valle/) fin da quando a ridosso della famosa Legge sugli Stadi il sindaco Marino rilancia il progetto dello stadio da realizzare nei terreni dell’ex ippodromo acquistati a prezzi scontati dalla società di costruzione di Luca Parnasi. Già allora l’arena rappresentava  solo il 14% del volume a fronte di circa  un milione di metri cubi risarcirebbero sotto forma di compensazione le spese dei privati: i soli oneri di urbanizzazione ammonterebbero a  360 milioni e dovevano essere previsti anche 63 ettari di verde pubblico.  Via via nel lungo iter segnato da indagini, incriminazioni, scandali resta ancora parecchio delle invereconde frattaglie del sogno di Marino: rivendica la sindaca Raggi di aver tagliato il 50% della cubatura che comunque resta di 550 mila metri cubi (il 60% solo sul Business Park, con eliminazione delle tre torri di Libeskind) rispetto ad un Piano Regolatore che ne autorizzava al massimo 330mila (di cui lo stadio rappresenta meno della metà).

Ormai  Roma e Milano fanno a gara sulle buche come sul consumo di suolo (la Capitale Morale vince la tenzone) e infatti anche il capoluogo lombardo vuole che le sue notti magiche abbiano un nuovo palcoscenico, come preteso da  Milan e Inter  (lunedì è al voto a Palazzo Marino) e per il quale archi star prestigiose hanno già presentato alcune ipotesi visionarie: un impianto trasparente  di Populous, un eco-stadio di Boeri, gli “Anelli doppi” di  Manica-Cmr.

Grazie allo stesso incantesimo (la Legge sugli Stadi) un’area di 250 mila metri quadrati con una precisa destinazione  ad attività sportive diventa area edificabile con un indice di possibile edificabilità dello 0,70, il doppio di 0,35, quanto cioè è concesso a qualsiasi cittadino nel resto di Milano, per dar vita a un’operazione immobiliare da 1,2 miliardi di euro. Così si capisce perché a sfamare le varie tipologie dei proponenti, società sportive, costruttori, studi di progettazione, immobiliaristi, (basta pensare a Milan e Inter che non dichiarano i propri titolari effettivi grazie a “catene di comando che si perdono nei paradisi fiscali delle Cayman, del Delaware, del Lussemburgo” come hanno denunciato la Commissione comunale antimafia e l’Anac) non basta il restauro del vecchio glorioso Meazza se invece intorno all’arena della quale viene accreditato l’interesse pubblico e l’utilità generale malgrado il Comune si ostini a non indire una gara, che sarebbe doverosa nel caso di  un’operazione immobiliare privata su terreni pubblici,  si possono collocare 180 mila metri quadrati di spazi commerciali, 66 mila di uffici, 15 mila di hotel, 13 mila per intrattenimento, 5 mila di spazio fitness, 4 mila di centro congressi.

Possiamo anche star tranquilli, a Firenze l’immaginifico sindaco Nardella ha detto no alla “tecnica del carciofo”, prendendo un pezzo alla volta: “I nostri uffici stanno andando avanti sul progetto Mercafir, ha detto, mettendo  tutto dentro, termovalorizzatore, pista dell’aeroporto, stadio e infrastrutture e allora si fa un ragionamento serio, da classe dirigente della Piana!”, ben determinato aCostruire un tempio sopraelevato che ci permetterà di superare i nostri limiti”, un’opera rinascimentale che vuole inaugurare nel 2021 malgrado preveda la demolizione, la bonifica e lo smaltimento di milioni di metri cubi di costruzioni esistenti, l’acquisto dell’area di proprietà Unipol e lo spostamento del mercato all’ingrosso e la costruzione della sede che dovrebbe ospitarlo.

Ma si faranno, eccome se si faranno, con buona pace degli onesti convertiti alla realpolitik del cemento, pronti a prendere i voti religiosi avendo perso quelli dell’elettorato abbracciando la fede  costruttivista che predica come i grandi eventi sportivi rappresentino l’occasione per realizzare opere e infrastrutture necessarie alla collettività, di andarsi a vedere i resti di archeologia agonistica, l’opportunità per formidabili ricadute occupazionali, dimentichi che hanno poco a che fare con il lavoro quel precariato che sconfina nel volontariato, saggiato in occasione dell’Expo o quello sotto forma di caporalato dei cantieri delle grandi opere. O che la Città dello sport a Tor Vergata, i due relitti che dovevano essere finiti per i Mondiali di nuoto del 2009, sono i monumenti in rovina, l’archeologia industriale o sportiva prima di essere terminati, a imperitura memoria di boria, corruzione, malaffare, consumo di suolo e risorse, esito imprescindibile di quei fasti effimeri, se non c’è stata Olimpiade o mondiale negli ultimi anni che non sia stato un clamoroso flop, tanto che paesi meno indebitati e corrotti del nostro fuggono queste “opportunità” come la peste, mentre noi festeggiamo la valanga di debiti che rotolerà impietosamente su Cortina e Milano.


Carità pelosa

Imagoeconomica_cardinale-Konrad-Krajewski-845x522Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non fatemi dire si stava meglio quando si stava peggio, se per 12 anni la signora Lucia Massarotto ha potuto esercitare la sua opposizione alle tesi della Lega issando “provocatoriamente” il tricolore cartelli,  con tanto di eloquenti sul balcone di casa in Riva Sette Martiri, davanti al palco del raduno annuale della Lega a settembre, suscitando le ire di Bossi che le indirizzò il famoso invito “a mettere quella bandiera nel cesso”! mentre ieri non si sa quale alta autorità ha pensato bene di mandare i pompieri con gru di dotazione a calare giù lo striscione appeso da un’altra innocua signora di Brembate, reo di recare una scritta che è stata intesa come sfrontatamente provocatoria e ad alto contenuto “incendiario”: “non sei il benvenuto”, indirizzata, si suppone, a Salvini in visita pastorale.

La solerzia dimostrata (oggi ci sarebbe la rivelazione che a sollecitare l’azione repressiva sia stata la questura) fa pensare che il Ministro dell’Interno  viva una fase di particolare nervosismo, nella quale la proverbiale bulimia si combina con reazioni colleriche e inopportune: il giorno prima aveva avuto un diverbio molto animato con i poliziotti della sua scorta che non erano intervenuti tempestivamente per sedare le intemperanze di alcuni contestatori.

Ma c’è poco da esultare così come c’è poco da sperare sugli effetti positivi delle scaramucce tra alleati di un governo ridotto a un ring che rinvia ogni già stentato processo decisionale al dopo elezioni, scadenza che l’irascibile vice primo ministro in perenne trincea intende come  un referendum su se stesso, della “sua” Europa da salvare per salvarci da una catastrofe bellica profetizzata dal nostradamus della Bocconi , e soprattutto dei suoi “valori” minacciati da ogni parte.

Per dir la verità c’è poco da star contenti anche per altri capisaldi esibiti con potenti gesti simbolici: quello del cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere vaticano,  che ha riportato l’elettricità in uno stabile occupato a Roma, al buio e senz’acqua calda dal 6 maggio.   Sono intervenuto personalmente, ieri sera (sabato, ndr), per riattaccare i contatori, ha rivendicato. Io faccio l’elemosiniere e mi preoccupo dei poveri, di quelle famiglie, dei bambini.

E meno ancora c’è da star contenti del consenso che ha raccolto il gesto caritatevole, inversamente proporzionale al silenzio che aveva accompagnato la misura all’origine del provvedimento di distacco della corrente, il famigerato articolo 5 di una legge che appellata con il nome del ministro che la volle ad ogni costo, Lupi, peraltro attento ai bisogni delle famiglie (la sua) e alle aspettative delle generazioni future (suo figlio, appassionato di prestigiosi orologi) che disponeva che si devono tagliare luce e acqua agli edifici occupati da senza tetto, successivamente applicata scrupolosamente da alcuni sindaci (Marino e Raggi) in immobili nei quali si erano insediati abusivi senza tessera di Casa Pound, beneficati dalla concessione generosa del sindaco Veltroni che li ha resi legittimi e intoccabili detentori vita natural durante di alloggio, bollette e servizi gratis.

Senza nemmeno entrare nella materia dei continui attentati della Chiesa a una nazione che ne ospita la maggiore autorità, delle offese ai suoi tribunali come nel caso della pedofilia, in nome di un tribunale superiore, della derisione contenuta della carità offerta da un’organizzazione che non paga le tasse per i suoi hotel e B&B e case vacanze accreditati e accatastati come munificenti luoghi di cristiana accoglienza,  della tracotanza con la quale si esibiscono credenziali misericordiose a fronte di uno Stato che non garantisce una casa ai suoi cittadini, costretto però a custodire e assicurare la manutenzione di uno sterminato patrimonio immobiliare e monumentale, è il principio ispiratore del gesto dell’elemosiniere che dovrebbe disturbare chi non crede che si possa sostituire la solidarietà con la beneficenza e la giustizia con la pietas.

Invece pare che ormai ci sia una nobile gara a accontentarsi: di un europeismo esposto come male minore da sopportare con l’illusione che qualche demiurgo sappia convertire la feroce fortezza in amabile e longanime confederazione di liberi Stati sovrani, di un antifascismo che appaga coscienze democratiche in letargo con l’offerta di una integrazione utilitaristica e con l’adesione formale alla disubbidienza individuale altrui, condividendo i modi, i luoghi e gli slogan con chi ha cancellato i diritti del lavoro, incrementato le disuguaglianze sociali, aggredito il welfare e dunque le garanzie della cittadinanza, ridotto la libertà di espressione per nascondere le notizie scomode e incarcerare chi le rivela, estirpando le rare pianticelle della critica, di una laicità che prevede la temporanea sospensione di qualche simbolo religioso e l’estensione delle figurine del presepe a pastori colorati e re magi ancora più esotici, esultando per qualche esternazione papalina e qualche gesto di propaganda fide a spese della collettività. Interpretato da insospettabili come formidabile e potente “azione liberatoria”,  perfino dall’ex assessore Berdini che lo segnala come manifestazione incoraggiante e simbolica dell’esistenza in vita di “un ricco tessuto sociale che crede nella solidarietà, che porta quotidianamente concreto aiuto alle occupazioni romane..  Domenica uno straordinario esponente di questo mondo, il cardinale Krajewski, ha compiuto un gesto liberatorio che ha restituito la speranza non solo a 450 persone che vivevano nell’incubo dello sgombero”.

Ha ragione Berdini di levarsi qualche sasso dalle scarpe che lo hanno portato fuori dalla giunta Raggi, colpevole come sappiamo bene di non aver voluto – come i predecessori – mai affrontare il problema della casa se non con azioni poliziesche e repressive – salvo qualche eccezione nera, ha ragione di ricordare come la perdita di quel diritto fondamentale faccia parte della perdita complessiva del welfare urbano quando aree delle città vengono concesse alla speculazione edilizia e immobiliare, quando l’urbanistica è ridotta a pratiche quotidiane di cessione di territorio alla proprietà privata, quando intere aree edificate per il terziario sono in stato di abbandono e stabili che erano destinate all’edilizia popolare sono in stato di obsolescenza, incompleti e convertiti in desolati scheletri di archeologia abitativa.

Ma proprio per questo a chi lotta per la casa anche se ce l’ha insieme a chi ha il diritto di averla, a chi lotta contro le grandi opere, a chi lotta contro il Mose e i corsari e i pirati che vogliono il possesso unico delle nostre città d’arte, a chi lotta contro le trivelle e il Muos, a chi lotta per fabbriche risanate e città pulite contro un padronato che non ha mai investito in sicurezza e innovazione, per  giocarsi i profitti sul tavolo verde del casinò globale, a chi lotta per l’ambiente contro che lo vuol salvare dai danni del mercato affidandolo al mercato o a buona volontà e rinunce collettive e personali con preferenza per i poveracci, a chi ha lottato e lotta per i beni comuni danneggiati, espropriati, alienati, democrazia compresa se i suoi referendum vengono beffati, per tutti questi non può e non deve bastare la carità pelosa della cerchia dello Ior, degli attici sibaritici, della colpevolizzazione e condanna di inclinazioni e comportamenti e dunque della libertà personale, attuate grazie a un ceto politico che si accorge delle comuni radici quando servono alla propaganda della ferocia e a crociate contro i diritti.

C’è da temere altrimenti che a forza di bracioline buttate in bocca agli affamati, di mancette elargite ai troppi nullatenenti, di poveri cristi messi a far da carne per le fiere, anche quelle fameliche e denutrite, ci abbiano domati e ci acquietino con un po’ di carità pelosa.


Vizi Capitali

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se ricordate quando a proposito di Panorama e Espresso si diceva: “un settimanale al prezzo di due”, per indicare testate che,  sia pure su fronti solo apparentemente avversi, erano indistinguibili per preferire lo scandalo e l’intrattenimento all’informazione, per i titoli sferzanti in memoria degli slogan della belle époque del Mondo e dei marpioni di Via Veneto.  Non è cambiato molto, anche se adesso la “critica” anticonformista piazza in copertina al posto di immagini femminili scollacciate a corredo dei test sotto l’ombrellone, dallo scambio di coppie al voto di scambio, la faccia della sindaca di Roma in veste di virago, di strega cattiva, imbruttita dagli effetti speciali, gli stessi che invece ingentilivano la squinzia delle banche.

Vanto un lungo curriculum di critica a Virginia Raggi sindaca ma certo viene voglia di difendere perfino lei e la sua amministrazione a vedere la qualità dei suoi detrattori e dei contenuti – dal programma di Giachetti in poi – esibiti  dall’opposizione.

L’accanimento strabordante nei confronti della prima cittadina della Capitale non può nascondere che il Pd, capofila dello schieramento del partito dei sindaci, non voleva più esprimere un suo candidato per una città fallita e talmente oltraggiata da non saper più rialzare la testa, tanto è vero che il suo uomo di punta era impresentabile non per magagne morali, ma per una serie di vizi che erano poi quelli dell’organizzazione di appartenenza, incompetenza, inaffidabilità, incoerenza, inadeguatezza rappresentati in maniera paradigmatica da un compitino elettorale che esibiva come uniche credenziali due grandi interventi: nostalgia di olimpiadi e pervicace sostegno allo Stadio.

La morte lenta di Roma, di Venezia, di Firenze, di città d’arte e non, che poi ogni nostro borgo ne ha il carattere, della stessa Capitale Morale:  indagini giudiziarie, appalti opachi, pogrom non solo amministrativi contro gli immigrati, cacciata dei residenti dal centro storico per far posto alla residenzialità delle multinazionali del turismo e della finanza immobiliare e bancaria, buche,  appalti opachi, svendita a emirati e chi più ne ha più ne metta, è la medesima storia di devastazioni fisiche e morali del territorio, di un declino che ha segnato il passaggio da città pubbliche a città privatizzate, avvenuto di pari passo con la cancellazione delle regole dell’urbanistica e della pianificazione.

E dire che siamo il Paese che ha dato forma a un principio formidabile e imitato anche altrove, quello degli standard edilizi, che assegnavano non solo virtualmente a ogni cittadino una superficie minima di suolo su cui realizzare i servizi di cittadinanza: istruzione, verde, cura, per garantire elementari diritti personali e collettivi. Ma siamo anche nel Paese dove chi ha cercato di praticare questo principio, Olivetti, La Pira, Petroselli, è entrato nel Pantheon sfoggiato in campagna elettorale proprio da chi ci ha espropriato dei diritti fondamentali: scuola, cultura, casa, lavoro, dai “riformisti” che hanno approfittato del doppio nodo che stringe alla gola le nostre città, la pressione della finanza speculativa e  la mancanza di risorse, per legittimare i condoni (il primo è di Craxi nel 1985 cui seguono i 2 di Berlusconi, prima dell’avvento dell’era delle deroghe urbanistiche prodrome dell’urbanistica contrattata avviata dalla legge Tognoli che inventa i Consorzi di imprese addetti alla divisione degli appalti pubblici). E poi per deviare gli oneri urbanistici che dovrebbero servire a realizzare opere di interesse generale verso la gestione delle spese correnti, per imporre quelle leggi di rapina che danno priorità strategica ai centri commerciali, avvilendo le piccole imprese commerciali e artigianali, o alle grandi opere, indirizzando a obiettivi megalomani forieri di malaffare e corruzione i fondi da impiegare per la tutela e il contrasto al dissesto idrogeologico,  alimentando la rendita fondiaria, l’urbanizzazione cioè dei terreni agricoli in non singolare coincidenza con le varie bolle immobiliari, fino all’innominabile Sblocca Italia (quello che stanziava 112 milioni di euro per combattere i mali del territorio e  4 miliardi per le Grandi Opere), oggi adottato nella sostanza dal decreto Sblocca Cantieri, o ai Piani Casa regionali che prevedono deroghe anche ai criteri di salvaguardia del paesaggio, consentendo ai privati di ridisegnare il volto delle città per rispondere a esigenze incompatibili con l’interesse generale.

Pare che il passaggio da metropoli a necropoli vada di concerto con la conversione delle utopie in distopie, delle mani per la città che avevano firmato le riforme urbanistiche di realizzazione di alloggi pubbliche, o quella sanitaria e scolastica, e le prime nazionalizzazioni dei primi governi di centro sinistra, diventate presto le mani sulla città infiltrate e occupate dalla combinazione in una sola cupola delle mafie esplicitamente criminali e di quelle neoliberiste, concordi nella pretesa di costruire per massimizzare i profitti mentre non si investe più nulla per assicurare il normale funzionamento di servizi, trasporti, manutenzione.

I sindaci di Roma, sostanzialmente fallita nel mese di aprile di 5 anni fa, hanno di volta in volta contribuito al suo  dissesto e all’accumulazione, calcolata in quella data, un lustro fa, di 22 miliardi di debito. Ma mica era il solo comune in bancarotta: in quello stesso anno erano già 180 e gli ultimi dati parlano di più di trecento, uno su dieci in Sicilia, Campania, e Calabria, la maggioranza delle città italiane è indebitata, compresi i centri colpiti dai terremoti, così nessuna amministrazione è in grado di investire per rispondere ai bisogni della comunità, nessuna programma più opere pubbliche, parchi, linee di trasporto, mentre paradossalmente si concorre, a Milano come a Roma, alla realizzazione di infrastrutture “di servizio” e collegamento per interventi privati promossi a azioni di interesse generale, come dimostra il caso degli stadi di Roma e Firenze.

Le due “capitali” sono caratterizzate da una quantità di stabili e vani per uffici vuoti: a Milano la costruzione dei nuovi grattacieli in zona Porta Garibaldi promossa dal fondo sovrano del Qatar con un immenso flusso finanziario ha innalzato il valore degli alloggi, costringendo migliaia di famiglie a trasferirsi nell’hinterland.  A Roma dove sono ben più di 100 gli stabili occupati da senzatetto  e dove il fabbisogno di alloggi stimato è intorno ai 10 mila,  dove, tanto per dirne una,  per realizzare la Nuvola si sono spesi 400 milioni cedendo il patrimonio immobiliare collettivo dell’Eur mentre le torri del Ministero delle Finanze e il velodromo olimpico venivano demoliti per far posto a iniziative azzardate e scriteriate, dalle gare di Formula 1 a quartieri di prestigiosi uffici. Così ora la Cristoforo Colombo è ora un lungo itinerario di stabili vuoti in attesa dei fasti promessi da imprese immobiliari che ne dovevano farne la Wall Street de noantri.  Ma non stanno meglio le aree dove sono stati costruiti alloggi, come a Terrazze del Presidente a Acilia,  come a Tor di Quinto, a Borghetto lungo la Cassia, l’ex Centro Direzionale Alitalia della Magliana,  come a Monte Stallonara alla Pisana, o Castel Verde sulla Prenestina dove insediamenti e  quartieri vivono “fuori” dalla civiltà, con strade mai finite, illuminazione pubblica carente o assente, allagamenti e disagi.

Se in tre anni avevamo diritto a risposte  dalla sindaca di Roma, avevamo però diritto anche a domande dall’opposizione, che non vuole darne perché significa mettere in discussione un modello di città che copia quello adottato per le banche criminali e le imprese speculatrici, che, quando falliscono, creano una bad company  messa in mano a gente fidata su cui far confluire i debiti, come è successo con Patto per Milano per il flop dell’Expo, o con l’invenzione di Roma Capitale cui è succeduto il piano di rientro di Marino, costati a noi cittadini un aumento delle tasse e il taglio di una grossa fetta di spese sociali,  e come sta accadendo e succederà in gran parte delle città “sofferenti”.

Lo Stato, le imprese pubbliche, le amministrazioni minate dalla corruzione, dall’incapacità, dalla speculazione, dal voto di scambio vengono ridotti in miseria passando dalla crisi all’opportuna emergenza, per essere intimoriti, minacciati, commissariati e ricattati fino allo sfinimento in modo da consegnarsi ragionevolmente alla cupola privata, siano sceicchi o emiri, siano prestanome oscuri o nomi altisonanti (anche Soros ha espresso interesse con un suo Fondo per il nostro patrimonio immobiliare pubblico), siano le solite cordate di costruttori e immobiliaristi esperti in appalti opachi, che entrano e escono dalla porte girevoli dei tribunali, siano imprenditori molto indebitati esperti in castelletti e giravolte che si trascinano nel brand le banche cravattare,  tutti uniti per spolpare l’osso, quello che rimane dopo le alluvioni, quelle vere e quelle di cemento, dopo le frane, quelle vere e quelle dell’impalcatura dei diritti di cittadinanza.


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