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Vizi Capitali

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se ricordate quando a proposito di Panorama e Espresso si diceva: “un settimanale al prezzo di due”, per indicare testate che,  sia pure su fronti solo apparentemente avversi, erano indistinguibili per preferire lo scandalo e l’intrattenimento all’informazione, per i titoli sferzanti in memoria degli slogan della belle époque del Mondo e dei marpioni di Via Veneto.  Non è cambiato molto, anche se adesso la “critica” anticonformista piazza in copertina al posto di immagini femminili scollacciate a corredo dei test sotto l’ombrellone, dallo scambio di coppie al voto di scambio, la faccia della sindaca di Roma in veste di virago, di strega cattiva, imbruttita dagli effetti speciali, gli stessi che invece ingentilivano la squinzia delle banche.

Vanto un lungo curriculum di critica a Virginia Raggi sindaca ma certo viene voglia di difendere perfino lei e la sua amministrazione a vedere la qualità dei suoi detrattori e dei contenuti – dal programma di Giachetti in poi – esibiti  dall’opposizione.

L’accanimento strabordante nei confronti della prima cittadina della Capitale non può nascondere che il Pd, capofila dello schieramento del partito dei sindaci, non voleva più esprimere un suo candidato per una città fallita e talmente oltraggiata da non saper più rialzare la testa, tanto è vero che il suo uomo di punta era impresentabile non per magagne morali, ma per una serie di vizi che erano poi quelli dell’organizzazione di appartenenza, incompetenza, inaffidabilità, incoerenza, inadeguatezza rappresentati in maniera paradigmatica da un compitino elettorale che esibiva come uniche credenziali due grandi interventi: nostalgia di olimpiadi e pervicace sostegno allo Stadio.

La morte lenta di Roma, di Venezia, di Firenze, di città d’arte e non, che poi ogni nostro borgo ne ha il carattere, della stessa Capitale Morale:  indagini giudiziarie, appalti opachi, pogrom non solo amministrativi contro gli immigrati, cacciata dei residenti dal centro storico per far posto alla residenzialità delle multinazionali del turismo e della finanza immobiliare e bancaria, buche,  appalti opachi, svendita a emirati e chi più ne ha più ne metta, è la medesima storia di devastazioni fisiche e morali del territorio, di un declino che ha segnato il passaggio da città pubbliche a città privatizzate, avvenuto di pari passo con la cancellazione delle regole dell’urbanistica e della pianificazione.

E dire che siamo il Paese che ha dato forma a un principio formidabile e imitato anche altrove, quello degli standard edilizi, che assegnavano non solo virtualmente a ogni cittadino una superficie minima di suolo su cui realizzare i servizi di cittadinanza: istruzione, verde, cura, per garantire elementari diritti personali e collettivi. Ma siamo anche nel Paese dove chi ha cercato di praticare questo principio, Olivetti, La Pira, Petroselli, è entrato nel Pantheon sfoggiato in campagna elettorale proprio da chi ci ha espropriato dei diritti fondamentali: scuola, cultura, casa, lavoro, dai “riformisti” che hanno approfittato del doppio nodo che stringe alla gola le nostre città, la pressione della finanza speculativa e  la mancanza di risorse, per legittimare i condoni (il primo è di Craxi nel 1985 cui seguono i 2 di Berlusconi, prima dell’avvento dell’era delle deroghe urbanistiche prodrome dell’urbanistica contrattata avviata dalla legge Tognoli che inventa i Consorzi di imprese addetti alla divisione degli appalti pubblici). E poi per deviare gli oneri urbanistici che dovrebbero servire a realizzare opere di interesse generale verso la gestione delle spese correnti, per imporre quelle leggi di rapina che danno priorità strategica ai centri commerciali, avvilendo le piccole imprese commerciali e artigianali, o alle grandi opere, indirizzando a obiettivi megalomani forieri di malaffare e corruzione i fondi da impiegare per la tutela e il contrasto al dissesto idrogeologico,  alimentando la rendita fondiaria, l’urbanizzazione cioè dei terreni agricoli in non singolare coincidenza con le varie bolle immobiliari, fino all’innominabile Sblocca Italia (quello che stanziava 112 milioni di euro per combattere i mali del territorio e  4 miliardi per le Grandi Opere), oggi adottato nella sostanza dal decreto Sblocca Cantieri, o ai Piani Casa regionali che prevedono deroghe anche ai criteri di salvaguardia del paesaggio, consentendo ai privati di ridisegnare il volto delle città per rispondere a esigenze incompatibili con l’interesse generale.

Pare che il passaggio da metropoli a necropoli vada di concerto con la conversione delle utopie in distopie, delle mani per la città che avevano firmato le riforme urbanistiche di realizzazione di alloggi pubbliche, o quella sanitaria e scolastica, e le prime nazionalizzazioni dei primi governi di centro sinistra, diventate presto le mani sulla città infiltrate e occupate dalla combinazione in una sola cupola delle mafie esplicitamente criminali e di quelle neoliberiste, concordi nella pretesa di costruire per massimizzare i profitti mentre non si investe più nulla per assicurare il normale funzionamento di servizi, trasporti, manutenzione.

I sindaci di Roma, sostanzialmente fallita nel mese di aprile di 5 anni fa, hanno di volta in volta contribuito al suo  dissesto e all’accumulazione, calcolata in quella data, un lustro fa, di 22 miliardi di debito. Ma mica era il solo comune in bancarotta: in quello stesso anno erano già 180 e gli ultimi dati parlano di più di trecento, uno su dieci in Sicilia, Campania, e Calabria, la maggioranza delle città italiane è indebitata, compresi i centri colpiti dai terremoti, così nessuna amministrazione è in grado di investire per rispondere ai bisogni della comunità, nessuna programma più opere pubbliche, parchi, linee di trasporto, mentre paradossalmente si concorre, a Milano come a Roma, alla realizzazione di infrastrutture “di servizio” e collegamento per interventi privati promossi a azioni di interesse generale, come dimostra il caso degli stadi di Roma e Firenze.

Le due “capitali” sono caratterizzate da una quantità di stabili e vani per uffici vuoti: a Milano la costruzione dei nuovi grattacieli in zona Porta Garibaldi promossa dal fondo sovrano del Qatar con un immenso flusso finanziario ha innalzato il valore degli alloggi, costringendo migliaia di famiglie a trasferirsi nell’hinterland.  A Roma dove sono ben più di 100 gli stabili occupati da senzatetto  e dove il fabbisogno di alloggi stimato è intorno ai 10 mila,  dove, tanto per dirne una,  per realizzare la Nuvola si sono spesi 400 milioni cedendo il patrimonio immobiliare collettivo dell’Eur mentre le torri del Ministero delle Finanze e il velodromo olimpico venivano demoliti per far posto a iniziative azzardate e scriteriate, dalle gare di Formula 1 a quartieri di prestigiosi uffici. Così ora la Cristoforo Colombo è ora un lungo itinerario di stabili vuoti in attesa dei fasti promessi da imprese immobiliari che ne dovevano farne la Wall Street de noantri.  Ma non stanno meglio le aree dove sono stati costruiti alloggi, come a Terrazze del Presidente a Acilia,  come a Tor di Quinto, a Borghetto lungo la Cassia, l’ex Centro Direzionale Alitalia della Magliana,  come a Monte Stallonara alla Pisana, o Castel Verde sulla Prenestina dove insediamenti e  quartieri vivono “fuori” dalla civiltà, con strade mai finite, illuminazione pubblica carente o assente, allagamenti e disagi.

Se in tre anni avevamo diritto a risposte  dalla sindaca di Roma, avevamo però diritto anche a domande dall’opposizione, che non vuole darne perché significa mettere in discussione un modello di città che copia quello adottato per le banche criminali e le imprese speculatrici, che, quando falliscono, creano una bad company  messa in mano a gente fidata su cui far confluire i debiti, come è successo con Patto per Milano per il flop dell’Expo, o con l’invenzione di Roma Capitale cui è succeduto il piano di rientro di Marino, costati a noi cittadini un aumento delle tasse e il taglio di una grossa fetta di spese sociali,  e come sta accadendo e succederà in gran parte delle città “sofferenti”.

Lo Stato, le imprese pubbliche, le amministrazioni minate dalla corruzione, dall’incapacità, dalla speculazione, dal voto di scambio vengono ridotti in miseria passando dalla crisi all’opportuna emergenza, per essere intimoriti, minacciati, commissariati e ricattati fino allo sfinimento in modo da consegnarsi ragionevolmente alla cupola privata, siano sceicchi o emiri, siano prestanome oscuri o nomi altisonanti (anche Soros ha espresso interesse con un suo Fondo per il nostro patrimonio immobiliare pubblico), siano le solite cordate di costruttori e immobiliaristi esperti in appalti opachi, che entrano e escono dalla porte girevoli dei tribunali, siano imprenditori molto indebitati esperti in castelletti e giravolte che si trascinano nel brand le banche cravattare,  tutti uniti per spolpare l’osso, quello che rimane dopo le alluvioni, quelle vere e quelle di cemento, dopo le frane, quelle vere e quelle dell’impalcatura dei diritti di cittadinanza.

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Roma Ball Club

onAnna Lombroso per il Simplicissimus

Sono tempi duri per chi non è a suo agio nel “progressismo” liberal e nemmeno nello schieramento indicato come “populista”: in nessuna delle due tifoserie alberga il mutuo riconoscimento democratico,  men che meno il coltivare l’idea – considerata velleitaria e visionaria, di una alternativa allo stato di necessità e alla imprescindibilità della realpolitik. Tempi duri per chi si rifiuta di fidelizzarsi a uno dei due club di ultrà, per chi è recalcitrante ad aderire sotto coercizione morale, e per i mai contenti, che rifiutano l’arruolamento e si sentono addirittura autorizzati a esprimere critica con pari forza agli uni come agli altri, differenti, con buona pace dei crociani da tastiera, più nella forma che nei contenuti, gli uni primitivi e irrispettosi, gli altri più manierati nell’uso delle armi.

Per questo non posso compiacermi che ormai Roma sia come Palermo, dove il problema è il traffico. E non mi riconosco nella manifestazione aperta al popolo romano del web che si terrà il 27, partita da un gruppo di Facebook, “per dire basta al degrado della Capitale” in un evento “senza colore politico”, etichetta quest’ultima fortemente dissuasiva per chiunque rimpianga un colore e soprattutto abbia nostalgia della politica.  E che chiama a raccolta i “cittadini che sono stanchi, a quanto si legge sulla pagina di Tutti per Roma, Roma per tutti, di doversi sobbarcare le lacune di un’amministrazione”. Sulla pagina si possono vedere articoli e foto scattate dagli utenti sul degrado della capitale e un video che ha avuto più di 25 mila visualizzazioni  e che in meno di due minuti  informa  lo spettatore “sull’enorme momento di disagio vissuto da Roma, inguardabile vestita com’è di buche e spazzatura”. E infatti il 27 in piazza oltre a striscioni e cartelloni, saranno esposte anche foto che testimoniano il declino della capitale e apposite urne dove verranno raccolte e poi portate personalmente al sindaco Raggi le “proposte” costruttive che provengono dal territorio.

Non ho mai dubitato che l’iniziativa potesse non piacere a Repubblica che se ne è fatta testimonial prestigiosa, tanto assomiglia alla nobile e signorile fuffa del senonoraquando, allorché si scese in piazza per denunciare il laido puttaniere, senza il “colore politico” necessario a fare invece scendere dallo scranno il golpista, allorché sembrò lungimirante condurre una campagna elettorale senza nominarlo per uso di mondo a quella discrezione sobria e ragionevole, che ha sempre impedito di condannare i rei di conflitto d’interesse. E infatti abbiamo avuto modo di assistere al sollucchero con il quale è stato proposto in ritratto delle promotrici, “donne comuni unite in una battaglia comune”, con alla guida una che si definisce “esperta di attivismo e nuove forme di partecipazione”,  una giornalista, un’ architetta, una ricercatrice, una storica dell’arte e una militante per la tutela del paesaggio, per fornirci la versione più aggiornata, acculturata e corretta delle onorevoli Angelina di oggi, con tanto di contributo rivisto della paccottiglia comunicativa e virtuale che ha sancito il successo della rivoluzione virtuale dei vituperati  5stelle.

Non potevamo sperare di meglio, dopo la caduta notarile di Marino decretata dal fuoco amico per via dell’incontrollabilità temperamentale del soggetto. Dopo la candidatura di qualcuno segnato alla nascita dal destino di trombato, per via di un curriculum esageratamente scarso perfino per questi tempi, di un carisma ancora più scarso, per non dire del programma, a sancire l’interesse del partito  proponente a perdere, in modo da rifugiarsi per un po’ nella comoda cuccia dell’opposizione, magari finché si calmavano le acque agitate dal vento di Mafia Capitale, anche in vista delle impari difficoltà di governare un città soffocata dei vincoli di bilancio e da un passato bipartisan inqualificabile di speculazioni, malaffare, impotenza e incompetenza.

Eh sì, non potevano sperare che si andasse oltre le “cronache in città” della stampa locale tenuta saldamente in mano da costruttori penalizzati dal nuovo, da proprietà esplicitamente “nostalgiche” alla vecchia maniera, oltre alla monnezza, oltre alle buche, oltre agli zingari che borseggiano indisturbati, oltre ai tombini intasati. Temi che dopo l’età di Pericle di Petroselli e Argan, perfino di Vetere, sono stati promossi a prioritari e cruciali.

Che la sindaca Raggi non ha risolto, in effetti, ma che sono solo l’allegoria di una capitale che soffre degli stessi mali delle piccole e grandi città italiane sottoposte alle richieste del racket del patto di stabilità, ricattate dagli appetiti insaziabili di proprietà e rendite private, di costruttori e immobiliaristi che hanno retrocesso l’urbanistica e la pianificazione a attività negoziale sottoposta ai loro comandi,  nelle quali le aziende di servizio servono si, ma al voto di scambio, come riserve intoccabili di clientele, dove in presenza di amministratori incompetenti, poco preparati, molto ambiziosi, le scelte sono suggerite dalla megalomania della grandi opere, invece che dalla scienza della tutela e della manutenzione.

Ma proprio perché Roma è una vetrina, un laboratorio simbolico e esemplare, ce ne sarebbe di “trippa” per gatti che volessero fare vera opposizione e molto politicamente “colorata”. A cominciare dal problema della casa, ridotta a emergenza di ordine pubblico (ne ho scritto qui https://ilsimplicissimus2.com/2018/10/02/la-repubblica-degli-sfratti/?fbclid=IwAR1SoPXseARmWY2bLmOXgiriqIgUGc98BcqOqeLNJw7I_7e82idyT68z7IM), anche qui nulla di nuovo se l’onesto Marino si era limitato a farne oggetto di commissioni di studio e a fronte di falansteri disabitati frutto di speculazioni in cui non vogliono risiedere nemmeno  i manager beneficati;  per proseguire con le oscillazioni miserabili sullo Stadio della Roma (e dire che in tanti avevano votato Raggi proprio nella speranza di fermare la smania costruttivista ben interpreta dal contendente in campagna elettorale, (ne ho scritto qui:https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/08/gli-ultra-del-cemento/?fbclid=IwAR0oMgIXL6PGsSTgKnKGMqSfsMtsasMBEnLrFhEJF86C3ccxsonXGXwBFzU) anche queste frutto di una pianificazione territoriale piegata agli appetiti padronali. Dall’accondiscendenza ai capricci dei padroni della città, con le pareti di un palazzo storico ricoperte di pelliccia: stesso pelo sullo stomaco che ha permesso che le giunte di centrosinistra alienassero un edificio storico di fianco a San Giorgio al Velabro e abitato da cittadini e artigiani, per consegnarlo alle sorelle Fendi, ai parcheggi di Via Giulia, accettati, perché pare che la maggioranza cittadina, come quella di governo del Paese, non sappia dire di no, in aperto contrasto con ragione e qualità ambientale che raccomanderebbero di portare le macchine fuori da centro e non di farle entrare. Fino alla normale attività di manutenzione, che non viene esercitata, anche perché pare largamente riconosciuto che il decoro consista nell’allontanamento di indesiderati allogeni, salvo topi e zanzare, e nell’occultamento di certe vergogne condivise e perciò sgradite.

Così quelli che hanno nostalgia del rosso, quelli che patiscono il rimpianto della politica, possono aggiungere al loro  rammarico anche il ricordo di certe piazze, dove suonavano parole e canti di collera e di amore.


Natale sobrio, se so’ magnati tutto

volg-3Anna Lombroso per il Simlicissimus

C’era stata una sospensione dal dopo guerra agli anni ’80, come se il ceto dirigente si vergognasse di certe esibizioni, di certi eccessi che avevano   caratterizzato il fascismo, quando federali, gerarchi, giù giù fino a segretari del fascio di sperduti borghi, mimavano abitudini dinastiche, ostentazioni da case regnanti, esuberanze viriliste, prepotenze muscolari. Ed anche maleducazioni esorbitanti, grossolanità sbandierate, trivialità, sfoggiate tutte come virtù popolari  in contrasto con mollezze di cricche disfattiste e degenerate

Si, c’era stata una provvisoria sospensione della volgarità compiaciuta, per definire un costume del tempo con l’aiuto di Gogol (ne scrissi a suo tempo qui:   https://ilsimplicissimus2.com/tag/volgarita-compiaciuta/), una pausa in parte formale, fatta di sobria ostensione di morigeratezza e di discreta mostra di austerità, magari solo apparente, che faceva sì che si inorridisse per voli in elicottero di Stato verso collegi elettorali, che autorizzava riprovazione per legami peccaminosi, che legittimava deplorazione pubblica per sfoggio di ricchezze più ancora che per la loro origine opaca, grazie al peso ancora profondamente egemone di un “moralismo” confessionale che intrideva di ipocrita conformismo il tessuto sociale e culturale.

Non ebbe certamente l’effetto liberatorio di un riscatto laico l’irruzione sullo scenario politico di gran prepotenti soddisfatti di sé, di tracotanti in stivaloni usi a sfoderare amanti, a sciorinare amicizie disinvolte,  a dispiegare attitudini e comportamenti spicci sbrigativi e sbrigativamente anticonvenzionali, concessi solo a loro, peraltro, e che denunciavano l’avvenuta giubilazione di domineddio, sostituito dal dio mercato e dagli officianti della sua teocrazia, quelli della Milano da bere, da Turati a Turatello, dalla mondanità sgangherata di una provincia riscattata dai danè facili, sfavillante per la luce riflessa di un potere arrogante e spregiudicato, impudente e sfrontato perfino nei suoi templi effimeri – giusto il tempo di un festival o di un congresso, affollati di nani e ballerine, psicoanalisti e artisti un tanto al chilo, architetti e pubblicitari intenti a celebrare l’era del garofano. Prodromi e fautori tutti della spettacolarizzazione generalizzata tramite tv commerciali, della trasformazione dei cittadini in utenti e degli elettori in consumatori, della selezione del personale politico con la Ruota della fortuna, del diritto/dovere di spendere in merci futili a Ok il prezzo è giusto, della giustizia nel tribunale di cartapesta di Forum, l’unico tollerato in tempi di dissipati marioli quando ridivenne desiderabile anzi obbligatorio l’esercizio amorale e personalistico del governo della cosa pubblica, nel totale affrancamento di ambizioni e avidità, di arrivismo e scorrettezza, di slealtà e corruzione come irrinunciabili doti e virtù necessarie del politico.

Nessuno si sottrasse davvero all’inquinamento tossico di quei veleni, che non smisero di certo di spirare con Mani Pulite e che presero altre forme evidenti o implicite, se dietro alla solenne severità berlingueriana continuarono a agitarsi faccendieri ancora oggi in auge, se dietro all’inflessibili gravità di una sinistra “differente”, quella dura e pura, si stava formando un ceto di amministratori, manager pubblici, cooperatori, boiardi, banchieri “uguali agli altri”, pronti al compromessi, dediti alla clientela, inclini al malaffare e alla speculazione. Tutti,   cristallizzati e sopraffatti dall’ossessione degradante per il denaro e i benefici che consolida o procura: posizioni, rendite, privilegi, lussi, sesso e droga, diritto alla sopraffazione e allo sfruttamento, tutti, compresi inossidabili celoduristi pronti a aiutare i minatori di diamanti della Tanzania a casa loro.  Tutti talmente sguaiati e protervi e cialtroni e sfacciati, talmente fieri della loro impunità, da finire per riempire di contenuti  positivi la modesta  proposta politica dell’onestà senza altro programma che la trasparenza, del disinteresse senza altro necessario corredo di competenza, della legalità senza altra indispensabile visione di una alternativa di sistema. Tutte condizioni necessarie ma non sufficienti, e ciononostante molto criticate perché dilettantistiche, perché – oh vergogna – populiste e dunque apocalittiche rispetto ai crismi consacrati dell’appartenenza al ceto dirigente, quelle cerchie disturbate da certe esternazioni volgari e crude, incardinate nel messaggio del vaffanculo.

Beh siamo andati peggiorando. Invidioso come un tempo del radicamento territoriale della Lega e dei suoi successi, il regime dopo la batosta referendaria dà libero sfogo a istinti belluini, borborigmi e flatulenze sperando in un recupero tramite movimentismo maleducato, focus semantico sul culo, riabilitazione della pancia come sede di sentimenti, emozioni e rivendicazioni legittime e quindi il rifiuto dell’arcaica ragione, criticabile esclusiva a carico di sapientoni e gufi. Non serve a tanto chiedersi chi ha creato il clima favorevole e chi semplicemente se ne serva usando la sua cassetta degli attrezzi: il trash sentimentale, i cliché  egemonici, il filisteismo in tutte le sue versioni, l’imitazione delle imitazioni, la falsa profondità, le trite narrazioni, il commento sociale, le propagande compassionevoli o razziste,  le allegorie politiche,  le generalizzazioni  e i giudizi-pregiudizi massmediatici, gli arrembaggi e  le scalate premiate, la pacchianeria di governo, nelle grandi opere, nei grandi eventi, come nella somatica e negli usi dei suoi appartenenti, tra Air Force, convention leopoldine, trasferte sibaritiche. Che a smentita dei capisaldi della ideologia che li ispira, fanno strame dei valori tanto pubblicizzati:  del merito, se vengono riconfermate e promosse le grandi bocciate dalla Corte come la Madia, o dall’elettorato, oltre che dal senso comune, come la Boschi o come la acrobatica relatrice della riforma Anna Finocchiaro, della competenza se una neo incaricata sfoggia la mancanza di un titolo di studio superiore, peraltro autocertificato nel curriculum ufficiale, come una medaglia al valore della fidelizzazione alle caste  conquistata sul campo, della competitività, se si lascia al suo posto un energumeno che si vanta che le misure di cui rivendica paternità penalizzino il paese i suoi talenti e la sia forza lavoro costretti alla fuga.

Tutti dicono che questo di oggi è un Natale morigerato. E ci credo,  se so’ magnati tutto.  Che queste sono feste austere. E ci credo, ci hanno levato tutto. Se gli auguri vanno agli uomini di buona volontà, dimostriamola togliendoceli  di torno una volta per tutte.

 

 

 


I riverginati del Pd

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualcuno sembra dolersi, qualcuno invece compiacersi della non sorprendente rivelazione: i 5stelle non sono un popolo politico “eletto”, alla prova dei fatti mostrano esitazioni e debolezze umane, a dimostrazione evidente che non c’è una via assolutamente e totalmente virtuosa al potere, che richiede invece compromessi e accomodamenti.

E c’è chi da questo ha tratto energia per rinnovarsi e cambiare look: non c’è da rimpiangere la loro vocazione anti-sistema, se autorevoli esponenti del Pd, assurti a inspiegabili fortune per via matrimoniale o per accertata lealtà all’ideologia e alla pratica renziana,  si appropriano di modi e parole d’ordine nel lodevole intento di avvicinarsi a quella gente che li ha penalizzati e traditi. Così ieri la consigliera romana Michela De Biase, senz’altro meritevole se un ministro influente l’ha sponsorizzata e anche sposata, ha dato vita a un divertente siparietto di tipica impronta grillina, con cadenze appena appena meno vernacolari di quelle dalle Taverna, al grido di “onestà, onestà”, senza peraltro riuscire a articolare quesiti e provocazioni convincenti nell’annosa questione della monnezza.

E che dire dell’augusto candidato trombato,  Giachetti,  che con una ineguagliabile faccia da Pd,  ­­­si fa ospitar­­e sul Manifesto per informarci che, sia pure grazie a una folgorazione tardiva, ha scoperto le virtù della pianificazione a Roma? Il tutto dopo che, anche grazie al suo partito e ai fiancheggiatori non tanto esterni, l’urbanistica è diventata la scienza della negoziazione e della contrattazione opaca: di regole, leggi, permessi, autorizzazioni, lotti, terreni, destinazioni d’uso,  che mette di fronte e non in condizioni di parità soggetti pubblici e privati. E sciorina in forma pedagogica  e didattica ad uso dei dilettanti troppo impegnati sul fronte della trasparenza, tutta la paccottiglia di regime: semplificazione, snellimento, quadro d’insieme, piano strategico, rivoluzione amministrativa, sulla quale aveva per riservatezza forse, per discrezione, sorvolato in campagna elettorale, proprio lui che ha perorato e perora la causa delle Olimpiadi  e del nuovo stadio della squadra capitolina, né più né meno di come aveva fatto Marino,  secondo una immaginazione costruttiva che altro non è che il liquido di decantazione  del veleno neoliberista urbanistico.

Quello che a Roma, come a Venezia, come a Firenze, sta intossicando le nostre città,  per farne dei luna park privati, delle disneyland,  indirizzando risorse per Grandi Eventi, Grandi Opere, Grande Cemento, Grande Profitto, per un eterno spettacolo dietro al quale nascondere  i bisogni quotidiani, le periferie, il crescente disagio sociale, le sacche di emarginazione sempre più gonfie di malessere e soprattutto il giro vergognoso di soldi movimentato da corruzione, malaffare, alienazione incauta del patrimonio comune.

Chiamato in causa gli ha risposto il neo assessore Berdini, sulla cui competenza i media e le nuove cheerleaders della moralizzazione postuma preferiscono tacere,  ricordandogli come il primato delle licenze, al cui consolidamento hanno tanto contribuito governi e parlamento, autorizzi ormai a  costruire ovunque, stabilendo come unica regola che gli interessi pubblici siano sempre subordinati a quelli privati. E rammentando come   dal lontano 1993 siano state approvate tali e tante deroghe urbanistiche  a Roma che è oggi difficile recuperarne perfino l’elenco.

Sono conferme in più per chi – e non è certo una macabra novità “ votare contro”, uso invalso da molti anni e reso incontrastabile dalla legge elettorale che costringe implacabilmente a scegliere il meno peggio o ad astenersi – ha votato Raggi, per aver verificato che i sindaci del Pd ripropongono a livello locale principi “ideologici” e comportamenti del partito della Nazione e del governo che ha occupato militarmente con la sua cricca, quello che ha scelto di non voler impostare un sistema fiscale progressivo: vera chiave di volta per attenuare le diseguaglianze crescenti che lacerano tutte le società “neoliberiste”,  che ha appagato le brame della rendita e del cemento, abolendo l’imposta sulla prima casa e investendo sul sacco del territorio, tramite grandi opere e svendite dei beni comuni, quello che ha deciso che non vuole spendere in ricerca e formazione, mentre scialacqua per pagarsi i globe trotter del Si, quello che si accanisce sui pensionati, che cerca consenso distribuendo paghette che si fa ridare indietro con balzelli e tasse, quello che taglia l’assistenza con la stessa mannaia che usa per i diritti, le garanzie e le conquiste del lavoro.

Da cittadina di Roma ne conosco i mali e i vizi, so bene  che le buche e i cassonetti della monnezza che vomitano fuori rifiuti in barba a storia, grandezza e Giubileo sono l’evidenza, gli indicatori di una patologia ben descritta negli atti dell’inchiesta sul Mondo di Mezzo. E che si manifesta nelle turpi alleanze secolari tra stra- poteri, politica nazionale, locale e ecclesiastica, pubblica amministrazione, compresi alcuni organi di controllo, rendita e impresa privata con in testa il gotha avido, grossolano, cinico e baro dei costruttori, in non temporanea joint venture con la criminalità organizzata, avendo, come è noto, le medesime aspirazioni.

Non sono mai stata una fan della “specialità” della sinistra e non lo sono nemmeno dell’egemonia dell’onestà su tutto, condizione necessaria, ma non sufficiente. Figuriamoci se lo sono della “competenza” e a chi mi voleva ricordare che i 5Stelle sono “nuovi”, inadeguati, impreparati, ho dovuto rispondere che, se non è detto che sia una virtù, è sicuro che peggio probabilmente non avrebbero potuto fare dei Renzi, delle Boschi, delle Madia, dei Faraone, ma anche di navigati Padoan, di scaltriti Poletti, dei gabbani tante volte rivoltati. E anche dei marziani specialisti in atti simbolici e beau geste,: chiudere una discarica maledetta, ad esempio, senza prevedere dove mandare i rifiuti, conferiti in un export oneroso o soggetti all’ammuina, come in un gioco dell’oca, da quartiere a quertiere.

Insomma non  mi aspettavo miracoli, se non un primo contributo a quello minore, marginale, nel quale confido, cacciar via l’usurpatore con ignominia. E non sono quindi nemmeno disorientata o delusa che i 5stelle  dimostrino quel loro non sempre innocente attaccamento al clan, alla cerchia, che va dalla fidelizzazione al comico, alla delega in bianco agli eredi dinastici del guru, e che ricorda da vicino l’antropologia di Facebook, dove tutti sono amici anche se non si conoscono per il solo fatto di aver “aderito” al social network. Tanto che probabilmente  l’affidabilità concessa all’assessora ex consulente dell’Ama potrebbe avere anche questa motivazione, insieme a un ingenuo assegnamento  nei tecnici, nei professionisti, nella gente “pratica”.

In due mesi ho visto cassonetti vuoti e ricolmi, cantieri operosi e abbandonati, buche e voragini aperte, bus sgangherati, come prima o forse appena appena meno di prima per via della scopa nuova e del timore che può suscitare in chi teme la fine della vacche grasse e si mette in riga. Ma siccome il mio unico interesse è quello di cittadina, non godo del tanto peggio tanto meglio, non mi rallegro del fallimento della Capitale, non provo la voluttà della sinistra irriducibile nello stare a borbottare radiosamente dalle file dei perdenti e dei volontari della sconfitta. Anche perché ai margini: nelle periferie, nelle strade con le loro voragini ventennali, alle fermate dei bus che non arrivano mai, tra quelli che hanno una casa ma non sanno come mantenerla, assediati da mutui, tasse e balzelli, tra quelli che la vorrebbero, tra quelli che l’hanno occupata e vivono a rischio,  in una condizione di illegalità, sono in tanti  e arrabbiati e spero in loro, in noi.


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