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Sull’orlo del baratro

baratro1L’atmosfera che si respira dopo la strage di Parigi, compresa l’assurda coda costituita dalla posizione della Nato sull’abbattimento dell’areo russo (vedi qui), fanno emergere a pieno il drammatico scollamento dell’Europa dalla realtà , una frattura che si allarga anno dopo anno. L’impotenza si avvinghia come un Lacoonte ai lacerti della potenza perduta, la paura del “mondo esterno” porta ad un inaudito servilismo nei confronti di Washington, senza nemmeno capire che gli Usa reagiscono con la violenza e l’isteria geopolitica alla loro progressiva perdita di centralità.

Nei momenti bui è più facile cogliere i barbagli di questa condizione, ma si tratta in realtà di una sindrome che viene da lontano e che appare ahimè incurabile da quando alle elites al potere hanno creduto di poter colpire le lotte sociali e la democrazia grazie alla conquista dell’egemonia culturale e oggi anche le libertà residue con lo strumento della paura: si trattava dei segni vitali del continente che sono stati azzerati lasciando il posto a patetici atteggiamenti neocoloniali, alla voce dei capitan fracassa e dei miles gloriosus che poi devono devono nascondersi sotto il mantello del padrone quando le cose si mettono male.

La realtà sfugge agli europei perché non vogliono vederla: da secoli e in particolare dopo la rivoluzione industriale che ha dato loro un eccezionale quanto temporaneo vantaggio, essi sono abituati a comportarsi da padroni del mondo. Anzi tutta la cultura continentale, ivi compresa la sedicente scienza economica, è nata dentro dentro questo sottinteso paradigma di dominio e di capacità di depredare risorse ovunque, cosa che ha attutito lo choc di dover trasferire oltre atlantico il centro del loro mondo. Anche la costruzione dell’Unione europea insieme ai mille fattori di devianza e mutazione è in realtà stata condizionata  da questo atteggiamento che oggi si esprime nella noncuranza per milioni di vite altrui che vengono falciate nel silenzio e il dramma vendicativo per le poche (in senso relativo s’intende) che bisogna sacrificare all’egoismo e alla cecità delle elites al potere.

Eppure i numeri parlano chiaro: all’inizio del secolo scorso l’Europa rappresentava il 25 % della popolazione mondiale e il 62% della produzione manifatturiera, il che unito alla superiorità militare dovuta al modo di produzione industriale  riusciva a sostenere gli enormi imperi coloniali e la pretesa di essere la civiltà contro la barbarie. Oggi l’Europa, Russia esclusa, rappresenta l’8% della popolazione mondiale e il 18% cento scarso della produzione manifatturiera, è afflitta da un costante calo demografico, mentre il gap tecnologico si è molto ridotto se non in parecchi casi invertito: continuare sullo stesso registro non solo è ridicolo, ma anche molto pericoloso perché ci nasconde lo stato delle cose e le strade per gestire la posizione del continente nel mondo globale. Tanto più che il ragionamento vale e ancor più drammaticamente per l’insieme del mondo occidentale: 115 anni fa Nordamerica ed Europa avevano complessivamente l’85 % abbondante della produzione manifatturiera mondiale e oggi sono al 32 % in rapida diminuzione e tenendo per giunta conto delle delocalizzazioni. Tuttavia l’atteggiamento di fondo è rimasto lo stesso e s’incardina ormai esclusivamente su una residuale superiorità militare, spesso presunta mentre politica e istituzioni sono sottoposte a una drammatica parabola involutiva che mettono in crisi quelle stesse ragioni e dinamiche sociali di cui si era alimentato il senso di preminenza nel dopoguerra.

Basta riandare alla vicenda dei marò per toccare con mano la parte più rozza, viscerale e disarmante di questo male oscuro: la pretesa di innocenza a prescindere e sostenuta con argomentazioni inesistenti, messe assieme per dare una parvenza razionale al fatto che due vite indiane in fondo non sono nulla. Poi quando è risultato impossibile sostenere le tesi innocentiste, almeno al di fuori del cortile di casa, si è preteso comunque che i due uomini i quali tra parentesi hanno agito in barba a qualsiasi protocollo sulla pirateria marittima dei quali non avevano una mezza idea,  fossero liberati in quanto italiani, possibili assassini di vite insignificanti e ingiustamente detenuti da  uno stato esotico dove si mangiano le banane: con un corteo spassoso di minacce di rivalsa e addirittura di guerra da parte dei cretini senza speranza. Purtroppo l’India è molto più importante dell’Italia sullo scacchiere internazionale ed è per giunta una potenza atomica, cose universalmente note, ma cancellate da un’immaginario salgariano che sale dai precordi e obnubila le menti.  Certo è un esempio minimo che viene dalla profonda provincia dell’impero, ma illustra benissimo il perché le stragi lucidamente compiute in medioriente non costituiscano una barbarie e spesso nemmeno una notizia, mentre quelle che subiamo invece sì, nonostante la gigantesca assimetria dei numeri.

Del resto nessuno si preoccupa di ricivilizzare gli europei perché il potere nelle sue varie coniugazioni non può che compiacersi della xenofobia, delle migrazioni e delle stragi che nascondono emotivamente l’attacco alla democrazia e alle conquiste sociali, mentre intellettualmente cancellano la consapevolezza che anche il terrore non è un prodotto creato ad hoc, attraverso infinite complicità e complicati giochi amico – nemico. Così con passo lento, ma sicuro ci avviciniamo all’orlo del baratro e non é certo un caso se anche giornali ormai corrivi, ma con qualche sprazzo critico, vengano militarizzati: la direzione di Repubblica passa così a un conteso orfano del terrorismo ( anche se non c’entra nulla con quello mediorientale) e fedelissimo di Washington che mi piacerebbe chiamare Capra, col cognome della madre, per evitare il maligno pensiero che la sua posizione sia esclusivamente dovuta alle vicende paterne e non a particolari doti.

 

 

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