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Scienza o arbitrio ?

Ormai non c’è più limite all’arbitrio portato avanti in nome di una presunta scienza, divenuta culto misterico e braccio del potere, una caricatura di ciò che era una volta. L’altro giorno un amico che insegna in una delle più prestigiose università italiane si vede arrivare una lettera la quale annunciava  che potevano fare vaccinazioni con il preparato  AstraZeneca solo le  persone al di sotto dei 65 anni, ma che per età superiori  quel vaccino non andava bene. Tuttavia dopo nemmeno una settimana è arrivato un altro messaggio in cui si dice quel vaccino è stato rivalutato e che adesso può essere fatto anche da chi ha superato i 65. Insomma qualcosa che supera ogni fantasia  perché in un tempo così breve, non è assolutamente possibile giungere a conclusioni così diverse e per la verità occorrerebbero mesi prima di poter  fare certe asserzioni con un minimo di congruenza e di onestà, tutte cose ormai scomparse dall’orizzonte. E’ quindi assolutamente chiaro che dietro le quinte sono i fattori commerciali e di profitto a farla da padrone su un ambiente burocratico medico ormai ridotto in stato di cattività e disposto a dire tutto e il contrario di tutto, a obbedire obtorto collo, purché la mercede sia all’altezza della menzogna e pur di conservare posizione e carriere. Si tratta di un  aneddoto, certo, ma che rivela molto bene cosa ci sia dietro la narrazione pandemica, cosa che viene drammaticamente ribadita con “fermo”  in Danimarca del vaccini AstraZeneca a causa dei molti e gravi effetti avversi.

Tutto questo fa il paio con l’ostracismo per i vaccini non occidentali ancorché si presentino più sicuri dal punto di vista dei possibili effetti avversi e si condensa nelle inconcepibili e inqualificabili dichiarazioni del direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, uno che si direbbe al libro paga della Cia se già non lo fosse su quello degli Agnelli che è in pratica la stessa cosa, se non peggio e che ha fatto la propria carriera di giornalista da New York dove era una sorta di analogo maschile della Botteri, ancorché più mellifluo e più radicalizzato nel liberismo più vacuo. Secondo costui scegliere altri vaccini, lo Sputnik V in particolare, significa prestarsi ad “operazioni di colonizzazione” e che insomma in fatto di vaccini non conta nulla la sicurezza e l’efficacia, ma il fatto che essi siano prodotti in occidente, che non penalizzino l’industria americana, che siano insomma insomma una sorta di Nato sanitaria. A proposito di colonizzazioni, Questo la dice lunga sullo stato comatoso di un occidente in declino dove è stata creata una narrazione pandemica che è ben presto rivolta contro i suoi autori: l’Asia ne è uscita indenne, ancora più forte di prima e queste assurde autarchie vaccinali non sono che il riflesso del panico che sta prendendo chi vuole circondare i presunti nemici, ma è a sua volta assediata dentro un soffocante tentativo delle elite anglosassoni, rappresentate da banchieri e super ricchi deliranti in forma di filantropi, di conservare il potere e la cultura che lo sostiene ad agni costo ad ogni costo. Così hanno asservito anche la scienza ai loro scopi e rendendola ridicola se appena ni ci lascia dominare dalla paura più che del virus di essere fuori del coro.

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Neoliberismo en rose

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sarò sempre grata a mio padre che non mi regalò la casetta delle bambole, che segretamente – ero già una snob – mi piaceva, bensì il vocabolario dei sinonimi e dei contrari. E che molti anni dopo, vivevo già in un’altra città, mi fece arrivare la prima edizione del dizionario Treccani, oggi rivelatosi interamente nella sua perversa volontà di discriminazione per via della facilitata frequentazione online.

Certo quel vecchio socialista non immaginava che anche il prestigioso vocabolario  sarebbe stato investito dalla religione del politicamente corretto e da uno dei suoi più robusti capisaldi , quel ricorso all’eufemismo, accorgimento offerto dall’ipocrisia  alla cattiva coscienza. Era invece fermamente convinto che il riscatto della persona, la sua liberazione dallo sfruttamento e dai principi bigotti e repressivi della cultura patriarcale si potesse realizzare attraverso l’istruzione, la conoscenza e il sapere capaci di suscitare la consapevolezze di sé e esaltare la capacità di giudizio, tanto da esonerarci dagli stereotipi e da farci sorridere dei luoghi comuni che costruiscono il “costume”.

Invece pare che la qualità simbolica delle parole e del linguaggio domini sulle azioni, grazie alle leggi e ai criteri di un atteggiamento e di convinzioni ispirate a un bon ton globale, attento più ai messaggi e alla loro forma che al prodotto che propagandano, ispirati come al solito da finalità di “mercato”. Di modo che la perentorietà facilitata dai nuovi mezzi di comunicazione, dall’accesso istantaneo alle informazioni, permetta di restare in superficie, di fermarsi alla scritta sulla ti shirt  o allo stato sul profilo o alla firma in calce agli appelli di un ceto che vanta superiorità sociale, culturale e morale per appartenenza dinastica o fidelizzazione, accreditandosi così una immeritata leadership.

E difatti varrebbe la pena di soffermarsi sulle referenze e i curricula della donne e dei maschi  che hanno sottoscritto un veemente appello raccolto da Repubblica e rivolto alla Treccani intimando alla gloriosa istituzione di compiere una doverosa operazione revisionista sulla voce “donna” del suo dizionario, eliminando i «vocaboli espressamente ingiuriosi… limitandosi a lasciarli sotto la lettera iniziale di riferimento».

La definizione del vocabolario, denunciano,  registra «eufemismi come “buona donna” e sue declinazioni come “puttana”, “cagna”, “zoccola”, “bagascia”, e varie espressioni tra cui “serva”», espressioni che « non sono solo offensive ma, quando offerte senza uno scrupoloso contesto, rinforzano gli stereotipi negativi e misogini che oggettificano e presentano la donna come essere inferiore».

Malgrado le buone letture si vede che persevero sicuramente nel peccato di semplicismo e superficialità, se ritengo che la sostituzione meccanica di “donna di servizio” con colf – e, immagino, di uomo di fatica o facchino con magazziniere o anche rider – annulli il carico di sfruttamento umiliante in capo alle “cameriere”, o esima i datori di lavoro dagli oneri della regolarizzazione nel caso delle badanti.  

È che allo strumento della sbrigativa  lettera/appello in grazia della stampa, concentrata nelle mani di una prepotente ditta monopolistica continuo a preferire la riflessione meditata, l’esame approfondito, la panoplia di casi e le analisi di un testo che i più di cento firmatari probabilmente non conoscono, una pubblicazione del 1987, l’anno successivo alla prima edizione del Dizionario Treccani, a firma di Alma Sabatini, intitolato “Il sessismo nella lingua italiana”, edito, a conferma che andiamo sempre peggiorando, per iniziativa della presidenza del Consiglio dei Ministri e della Commissione nazionale della parità tra uomo e donna, con una prefazione di una ministra democristiana, Tina Anselmi (consultabile online gratuitamente  qui: https://www.enea.it/it/comitato-unico-di-garanzia/attivita/generi-e-linguaggi/documenti/ilsessismonellalinguaitaliana.pdf) ) e che ancora oggi costituisce  una riferimento irrinunciabile perché tratta dell’approccio del sistema “culturale” e dell’informazione  all’interpretazione  della realtà, dimostrando come gli stereotipi  lavorino sottotraccia sul simbolico collettivo consolidando  pregiudizi di genere e potenziandone l’influenza quando si combinano con quelli di classe.

E infatti in quegli anni si sottraevano alla condanna semantica alla gregarietà e alla subordinazione le “arrivate” per le quali si ricorreva  all’aggiunta di modificante e edificante di “donna” a professioni o ruoli  apicali, “donna-magistrato”, “donna-parlamentare”, per salvarle dal rischio che una – allora improbabile – leader di partito venisse apostrofata allo stesso modo avvilente della dattilografa delle barzellette seduta sulle ginocchia del capo.

Per quello la specialità di studiose femministe come Alma Sabatini è consistita nell’indagare e dimostrare come l’affrancamento culturale delle donne non possa disgiungersi dalla loro liberazione “sociale” e di classe, come debbano essere respinte certe elargizioni, sostitutive di diritti primari e pure dell’obbligo di rispetto di leggi dello Stato minacciate, che normalizzano la retrocessione della maggioranza numerica degli italiani a minoranza bisognosa di riconoscimenti formali, un’operazione quella nella quale si dimostrano maestre le depositarie della rottura del soffitto di cristallo grazie all’avvicendamento meccanico di femmine al posto dei maschi nei ruoli e nelle funzioni di dominio.

Nessuno deve essere legittimato a ridicolizzare le istanze identitarie che esigono il riconoscimento della “differenza” per contrastare la caratterizzazione di genere quando è intesa a esaltarne la cifra negativa o offensiva, ma al tempo stesso nessuno deve sentirsi autorizzato a farne una priorità, sostitutiva, e non aggiuntiva, di  altre rivendicazioni fondamentali, come succede con l’ideologia del politicamente corretto detenuta saldamente dall’establishment e che predilige l’antifascismo senza resistenza, tanto da ammettere nel suo governo dei migliori il vituperato pericolo n.1 di ieri, o l’ambientalismo dei giardinieri conquistati dal concime dell’economia green delle imprese sporcaccione, o la democrazia delle sardine consegnatarie della delega a tecnici e partiti ormai piacevolmente cointeressati, il femminismo, appunto, neoliberista degli appelli di chi sta in alto, sprezzanti della pizza dell’8 marzo per chi sta in basso, oggi da asporto e senza spogliarellisti convertiti in rider di Glovo.

 E siccome le parole sono pietre e gli atti ancora di più, non fanno un buon servizio alla “causa delle donne” i firmatari dell’ingiunzione alla Treccani, che risponde invano all’ideologismo e alla banalizzazione con il minimo sindacale della conoscenza e della competenza, ricordando come, se è vero che sia egemonica nel nostro Paese una  “cultura plurisecolare maschilista” è altrettanto vero che “in un dizionario non è soltanto normale ma doveroso che sia registrato il lessico della lingua italiana nelle sue varietà e nei suoi ambiti d’uso: dall’alto al basso, dal formale all’informale, dal letterario al parlato, dal sostenuto al familiare e anche al volgare….  Non siamo in uno Stato etico in cui una neolingua “ripulita” rispecchi il “dover essere” virtuoso di tutti i sudditi”.

Dovrebbe disturbare tutte quella pretesa pedagogica che li muove e che condanna un largo strato di donne alla condizione di bambine malcresciute e influenzabili che non sanno distinguere quello che si deve e non si deve dire, quello che è lecito pensare, mentre non insegna quello che non si deve sopportare o subire.

D’altra parte fa parte del sistema di governo, quelli di ieri, e quello di oggi che vede la firmataria più illustre perfettamente allineata a fianco del nemico di sempre, come lo è stata in occasione del Jobs Act, della Buona Scuola, della Legge Fornero, dell’educata revisione dei decreti sicurezza e della garbata replica del protocollo d’intesa con la Libia, trattare il popolo da marmaglia infantile da istruire e persuadere alla virtù con mano di ferro.

Scorrendo la lista delle firme in calce possiamo passare in rassegna le e gli esponenti del femminismo davvero separatista, quello che si misura sul distanziamento sociale di chi è sopra e sul disprezzo sussiegoso per chi è sotto, che  la supremazia economica, professionale e culturale emancipi il genere, rifacendosi sulla classe. Ci sono manager, bancari di prestigio, accademiche, che vogliono persuadere le commesse del supermercato, le donne delle pulizie, le insegnanti, le lavoratrici beneficate dal lavoro agile che permette loro di prodigarsi per la società in sostituzione dell’assistenza pubblica, le braccianti, , che l’ascesa al potere di figure femminili come Clinton, Merkel, Von der Leyen, Kamala Harris rappresentino di per sé un passo verso la liberazione e verso un mondo più giusto.

E mettiamoci anche la new entry sul seggiolone al tavolo bambini di Draghi, Serena Sileoni, vicepresidenta o vice presidentessa? dell’Istituto Bruno Leoni, chiamata a occuparsi di gestione dei fondi europei, rapporti con i media e gestione degli asset, vestale del turboliberismo, una che dal suo “Cronache dal fronte liberista” propaganda la bellezza della liberalizzazione del mercato del lavoro, “sbrigliandolo” e eliminando i molesti lacci e lacciuoli. E che comodità, per una così non occorre declinare consigliere, esperto, tecnico, competente, basta kapò che funziona al maschile e al femminile. 


Primi accenni di fuga dal labirinto della pandemia

Nonostante tutto, qualcosa sta cambiando. Dentro l’opaca compagine della governance italiana, a cominciare da Conte per finire ai giornaloni di contorno, si avvertono, anche nel pieno della seconda ondata, ordinata e coordinata a livello globale,  movimenti millimetrici, furtivi  e quasi inavvertibili avvicinamenti verso l’uscita dal labirinto pandemico per non rischiare di essere presi col cerino in mano, prigionieri della loro stessa favola, della loro diceria dell’untore. Da una parte essi avvertono una crescente ostilità verso misure assolutamente contradditorie – frutto da una parte di furbeschi calcoli, dall’altra di una quasi prodigiosa stupidità sociale e sanitaria – basate peraltro su numeri volutamente creati ad arte grazie ai contagi estorti con un uso del tutto demenziale dei tamponi ( vedi Covid a la carte: i governi scelgono il menù pandemico) ma che nella quasi totalità dei casi sono asintomatici; dall’altra si comincia a temere concretamente che le elezioni americane possano prendere una piega diversa da quella invocata dai poteri globalisti con il pericolo che si frantumi la diga di silenzio e di condanna che oggi permette ad autorità sanitarie conniventi con Big Pharma e con ambigui filantropi vaccinali, di silenziare le critiche di migliaia di medici e di molti scienziati di punta  sulla narrazione dell’epidemia apocalittica venuta giusto in tempo per sparigliare un’economia giunta a un punto di non ritorno. Inoltre prima o poi ci sarà un vaccino che si spera possa essere solo inutile e non dannoso, anche se non c’è da giurarci: quindi diventa necessario allontanarsi in punta di piedi, col passo felpato dei traditori, dal falò dell’economia italiana, lucidamente voluto, conservando il marchio dei salvatori e senza l’infamia degli svenditori. Non sarà facile: quando usciranno – e prima o poi dovrà accadere – le statistiche reali, per esempio quelle sul tasso di mortalità generale dovranno dire che è solo grazie alla loro tempestiva messa in mora della Costituzione che il Coronavirus non ha provocato una strage e per essere credibili devono cominciare fin da adesso a mettere insieme questa tesi. Del resto è questo che a loro e soprattutto ai loro mandanti interessa davvero: creare un precedente di trasformazione autoritaria delle istituzioni di un Paese, sacrificare libertà in nome della presunta salute, come ha autorevolmente detto Giannini, malato non si sa bene di che ( ma state tranquilli, non lo sapremo mai)  prototipo di uomo qualunque.  Nome omen.

Intanto il Fatto dice a sorpresa  “Basta panico” pur essendo uno degli house organ virali e poi Repubblica ha cominciato a rappresentare un nuovo incipiente trasformismo di Conte, che da questo punto di vista darebbe dei punti a Fregoli: adesso egli viene dipinto attraverso cronache dal buco della serratura, come quello che argina le richieste di oltranzismo pandemico di Speranza e compagnia cantante, l’amico che permette agli italiani di invitare amici a casa e di non sentirsi del tutto prigionieri in una fiaba maligna costruita contro ogni evidenza scientifica su una sindrome influenzale tra l’altro nemmeno tra le più forti. Ma è prima di tutto l’informazione stessa che è chiamata a far passare in secondo piano il suo ruolo di cane da guardia del governo e del potere contro i cittadini, di essersi impegnata in un compito di censura delle verità scomode e di inflessibile lapidatore di chi osa la minima critica alla narrazione della pandemia. Pian piano cominciano a virare e in questo senso va inteso un pezzo sul Corriere di una bounty killer dell’ euro-globalismo domestico come la Gabanelli che davvero lascia sconcertati: solo adesso scopre l’acqua calda, ovvero che i grandi ricchi e le loro multinazionali  hanno moltiplicato le loro ricchezze grazie al Covid, solo ora, dopo, anni si accorge che pagano tasse irrisorie rispetto ai loro guadagni, ma che pagano stipendi anche più irrisori ai loro dipendenti, che grazie alle fondazioni e al meccanismi finanziari di cui esse vivono, stanno privatizzando il welfare. Ma attenti che adesso viene il bello: infatti nel pezzo si dice che il miliardo della Gates Foundation dato all’Organizzazione mondiale della sanità, consente di fatto al vaccinista ossessivo Bill Gates di orientarne le decisioni di politica sanitaria globale. Ma non è proprio questo che tanti complottisti facevano notare guadagnandosi non il lauto compenso della Gabanelli, ma la gogna?  Certo l’articolo si ferma ad elencare gli addendi non arriva a ipotizzare la somma e a mostrare che 2 più 2 fa quattro, ma intanto mette in fila le cose che tanto sdegno suscitano tra i cultori della pandemia.

In poche parole si cominciano a saggiare strade laterali per uscire dal racconto e riverginarsi in vista di un dopo pandemia agitato dallo scasso economico e nel quale potrebbe anche saltar fuori un briciolo di verità sulla drammatizzazione del virus: l’importante è che se qualcuno dovrà pagare qualcosa siano gli uomini delle task force e gli esperti a pagamento, non i principali responsabili.


Miracolo a Venezia..per chi ci crede

Anna Lombroso per il Simplicissimus

I bollettini parrocchiali dell’affarismo, della speculazione, della corruzione e del conflitto di interessi “a norma di legge”, esultano. La Repubblica, con l’abituale  sobrietà titola “La prima volta del Mose. Arriva l’acqua alta ma Venezia è salva”, il Corriere più compostamente sotto lo strillo trionfalistico, “Viva le dighe gialle”, propone la pensosa riflessione di Stella: “Venezia batte l’acqua alta, ma ci sono voluti 40 anni”.

Per una bizzarra coincidenza l’entusiasmo per il felice epilogo della leggenda di un progetto, che rappresentava per i promotori la più formidabile, efficiente e al tempo stesso visionaria opere ingegneristica mai realizzata, tanto che il burbanzoso sindaco Brugnaro – che a intermittenza dichiarava di non saperne niente essendosela trovata là già confezionata, con tanto di ruggine e allevamenti di cozze – voleva rivendersela ai cinesi della Diga delle Tre Gole e del del viadotto che unisce Hong Kong, Zhuhai e Macao, magari insieme al Ponte di Genova, occupa le cronache insieme alla cronaca nera del maltempo che ha colpito Piemonte e Liguria.

Una catastrofe prevedibile, che si ripete a ogni autunno, come si lascia fare da decenni di rinuncia volontaria agli obblighi di manutenzione e tutela del territorio, in favore di altre azioni e altri investimenti “speciali”.  

Fa un bel contrasto dunque la buona novella.

Il Mose ha funzionato –  sorprendentemente c’è da dire- secondo la ragionevole procedura stabilita a evitare le figuracce del passato:  i tecnici alle tre control room del Mose, guidati dal Responsabile dei sollevamenti ing. Davide Sernaglia, hanno iniziato le operazioni di innalzamento delle barriere alle 8:35. Alle 9:52 tutte le 78 paratoie hanno chiuso la laguna dal mare, così in città il livello della marea si è assestato intorno ai 70 centimetri, mentre le paratoie hanno bloccato il mare a 125 centimetri. Alle 14:57 sono iniziate le operazioni di abbattimento delle paratoie per riportarle nei loro alloggi.

E vorremmo anche vedere!

Alla foga creativa e dinamica dei primi anni, quando venne scelto quell’intervento sgombrando il campo da autorevoli alternative, surclassate a esercitazioni scolastiche di idraulici in pensione, quando un succedersi di governi ritrovarono unità e concordia intorno a una formula di gestione amministrativa e esecutiva dell’opera e di tutte quelle a contorno, in regime di monopolio e in evidente conflitto d’interessi, grazie a un format che ha trasferito il know-how  del malaffare autorizzato e legalizzato in altre geografie, E quando al fatidico taglio del nastro inaugurale si presentarono in gran spolvero rappresentanti istituzionali,  autorità anche ecclesiastiche involgiate dall’evocazione biblica del nome, e pure prestigiosi ospiti internazionali di quelli che avevano promosso raccolte fondi e fondazioni, poi prudentemente eclissatesi E poi dopo, dopo la famosa legge obiettivo del governo Berlusconi  che stanzia i primi soldi:   5,2 miliardi di euro sui 5,4 resesi ormai necessari, stabilendo anche una data per il completamente dell’opera: il 2011, ecco, dopo, sono seguiti anni si silenzio.

Un silenzio che copriva la laboriosa attività di sperpero di denaro pubblico (il progetto iniziale prevedeva costi pari a 3.200 miliardi di lire, l’ammontare attuale è di circa 5,4 miliardi di euro, la realizzazione definitiva, senza il computo delle spese annuali di manutenzione -100 milioni –  supererà i 7 miliardi) e l’alacre meccanismo di distribuzione di consulenze, regalie, incarichi farlocchi, ostacoli frapposti volontariamente per gonfiare spese e per prolungare i tempi biblici come il nome, inceppato al primo velo sollevato sugli scandali.

In realtà contrariamente a quanto si vuol far pensare non sono queste le voci più pesanti nel bilancio fallimentare, la voragine di quattrini è stata prodotta da incapacità non sempre esaltata dall’opportunità di sfruttare il non fare rispetto al fare, o dal valore aggiunto della riparazione più alto e profittevole dell’efficienza, dalla scelta di materiali di cattiva qualità all’inadeguatezza progettuale, fino a quella “commistione dei ruoli tra gli attori della progettazione, direzione, esecuzione  e controllo” denunciata dai commissari incaricati dopo le inchieste, che ha permesso “costi faraonici all’insegna della non essenzialità e degli sprechi” (stimabili in circa 30 volte il volume delle tangenti).

Ha funzionato, si. Ieri.

Senza fare gli uccelli del malaugurio è inevitabile chiedersi se è un felice caso fortuito, se il sistema sarà in grado in altre e differenti circostanze climatiche di fronteggiare l’impeto del mare, se è doveroso accontentarsi di un procedimento che viene attivato solo quando l’acqua supera i 130 cm, se i dispositivi che premettono l’allarme preventivo sono attendibili, se il loro funzionamento è sottoposto a una attività regolare di sorveglianza, se le strutture compromesse dall’impiego di prodotti di scarsa qualità e da anni di posa in opera senza manutenzione, resisteranno a altri test e a una continuità che per gli effetti estremi del cambiamento climatico, è sempre più caratterizzata da picchi di emergenza.

Se, se… Ma sarà pure legittimo, no? anche se tocca guardarsi indietro come l’angelo della Storia, interrogarsi se il sollievo non debba essere messo in ombra dall’eventualità suggerita da esperti trattati come eretici, disfattisti, misoneisti, che fosse preferibile lasciar affondare un intervento pesante, insostenibile ambientalmente e economicamente, per far ricorso sia pure tardivamente a soluzioni più elastiche e più compatibili con l’equilibrio della Laguna.  

Sarà pur legittimo, no? che il cittadino di Venezia, del Paese tutto che ha contribuito a questo mostro che non sappiamo se sia stato addomesticato, del mondo che va a vedere se a torto o a ragione accampa dei diritti su un così speciale patrimonio comune, si domandino se un progetto datato 1992 sia adeguato a “sopportare” un futuro prevedibile, quello di altre “acque grande” come quella dell’anno scorso, quello di un   « aumento del 430% delle maree” come ipotizzano le analisi del Panel della Convenzione del Cambiamento Climatico e come confermano le tendenze verificatesi in questi anni, o interrogarsi su che danni ecologici produce alla vita della Lagune il blocco del ricambio con il mare.

Il fatto è che Venezia non è salva proprio per niente.

Magari sarà un po’ meno bagnata, magari un po’ meno umida, e magari ai fan delle vacanze avventurose che la visitavano in attesa di partecipare all’evento catartico del suo affondamento, si potrebbero sostituire turisti di migliore qualità, che non sarà mai sufficiente a giustificare che la loro accoglienza imponga la cacciata dei residenti per far posto a hotel, o delle attività tradizionali e del commercio al dettaglio, sacrificate ai profitti della catene delle firme tutte uguali là come a Dubai, dei piccoli esercizi da convertire obbligatoriamente in distributori automatici di cicchetti e ombre in alternanza con hamburger e sushi, secondo quella peregrina idea di fusion cosmopolita che appaga la ricerca di conferme ai pregiudizi, proprio come O sole mio cantato dal tenore stonato in gondola.  

Non è bastata l’acqua alta del 2019, anzi ha contribuito a consolidare nel Governo centrale e cittadino come nell’opinione pubblica, il fermo proposito che fosse indispensabile completare la Grande Opera, non sono bastate le reprimende dell’Unesco, che con scarsa potenza e poco credito, ha messo in luce come i “problemi” di Venezia non si limitino al suo cattivo rapporto con il suo mare, se i suoi elettori hanno riconfermato il peggior sindaco già messo alla prova, se gli interessi del “centro storico” continuano ad essere apparentemente in conflitto con quelli della Terraferma, una guerra tra poveri alimentata ad arte, mentre il loro declino è segnato alla pari, l’uno condannato a museo diffuso, l’altra a stazione di servizio, motel, parcheggio del parco tematico della Serenissima.  

Non basta, aggiungiamoci che dopo che nel 2014 il divo Renzi ha pensato bene di cancellare il Magistrato alle Acque, oggi abbiamo a che fare con una fotocopia del mostro giuridico  rappresentato dal  Consorzio, che la vigilanza sulla trasparenza è stata soggetto di una indecente sceneggiata  che ha finito per imputare disfunzioni e ritardi si commissari che avevano osato impicciarsi delle malefatte quarantennali. 

No, non basta che le paratie, cui abbiamo giustamente guardato come a tristi rovine di archeologia idraulica, si siano prodigiosamente sollevate. Non basta un miracolo per salvare Venezia. E salvare noi dalla vergogna.


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