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Il meraviglioso mondo di Natalia

natAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quasi ogni giorno quella che si definisce “opposizione” e che si ostina a pretendere innocenza e estraneità   per la consegna della Sardegna al Centro destra come se non si fosse saputo che, tanto per dirne una, le leggi della giunta Pigliaru avevano fatto rimpiangere Cappellacci, per  il fatto  che Salvini rappresenta la svolta bestiale della sicurezza xenofoba in grisaglia del Ministro Pd che aveva legittimato  la diffidenza e il rancore come virtù civiche, o per i risultati elettorali di Taranto dopo la campagna di svendita d’occasione di Calenda, cerca qualche augusto vegliardo che voglia dare dignità al bilioso risentimento degli esclusi, sia pure resuscitati dall’autorevole personalità di Zingaretti, fingendo che si tratti di sacche di resistenza nella guerra ideologica destra – sinistra. Sperando forse che l’oligarchia progressista possa così togliersi di dosso la vergogna neoliberista con una passata di vernice fresca, antifascista e umanitaria.

Succede quindi che come se fossero andati a chiedere lumi sul mondo contemporaneo  uno di quei pensionati indaffarati a dare consigli e somministrare preziosi insegnamenti agli operai intenti nei lavori stradali, alcuni cronisti, pare dopo numerosi tentativi e pressanti insistenze, abbiano conquistato un’esclusiva di Natalia Aspesi  che fino all’ultimo ho sperato fosse una patacca,  una di quelle interviste immaginarie che piacevano tanto agli elzeviristi di una volta.

Macché, invece è proprio lei, quella sgargiante penna prolifica e brillante a metà tra una Cederna edulcorata e una Donna Letizia speziata, che ha consegnato al mondo per anni uno sfavillante  spaccato di una élite schizzinosa e  superiore della quale –  fin dal 1976, anno di fondazione del quotidiano cui è sempre stata fedele firma “rosa” – ci si poteva sentire parte con il modesto esborso allora di 150 lire. Ricevendo in cambio, anche tramite i suoi consigli elargiti nella posta del cuore  dell’annesso supplemento,   il patentino di appartenenza a un target disincantato e illuminato, a un club esclusivo e saccente che guarda con scetticismo bonario alla marmaglia che si dibatte nella miserabile quotidianità e alla quale continua a venir  promessa, in cambio della tessera di iscrizione,  la promozione a cittadini di prima classe: moderni, laici (in attesa dell’età della redenzione nella quale incontrare dio a tu per tu e alla pari, come Scalfari o Augias), europei, occidentali, riformisti, ma con cautela.

È proprio lei, che in una specie di inversione del noto processo fisiologico: incendiario da giovane pompiere da vecchio, rivela: “sono una vecchia strega. Sono sola. Sono gravemente turbata dalla condizione disperata degli italiani. Ho tutto il diritto di fare una strage”. E se a suo tempo, non ancora novantenne, l’indomita neo partigiana aveva affermato: “Se vincono i 5stelle mi sparo”, oggi pare aver rinunciato all’insano proposito di un suicidio rituale e simbolico, ma non è venuta a più miti consigli. Anzi, proprio come un qualunque orefice leghista minacciato dai romeni in casa sua e legittimato a sparare, si sente pronta a imbracciare un kalashnikov e fare una strage.

Strage virtuale è ovvio, meno sanguinosa quindi di quelle che i suoi punti di riferimento ideali hanno compiuto ai danni dell’istruzione, dell’assistenza pubblica, del lavoro, quello femminile e giovanile prima di tutti, dei diritti, del territorio, della giustizia retrocessa a commercio di protezioni, ma altrettanto  ben distribuita perché oggetto della sua violenta riprovazione sono quegli italiani, tanti e terrorizzanti per una mente lucida e lungimirante come la sua perché, “più vanno verso l’autodistruzione  più loro adorano i propri carnefici. È come se si fossero trasformati in tanti piccoli lemuri che si precipitano entusiasti in fondo al burrone”.

Non a caso li definisce entusiasti, proprio come Berlusconi, che ammette di rimpiangere (le avrà detto che è più intelligente che bella?) come fosse un Pericle condannato all’esilio dalla sua Atene,  quando li immaginava riempire aerei e ristoranti, farsi conceder condoni per gli abusi delle seconde case, che loro illegalità e trasgressione delle regole, familismo e clientelismo ce l’hanno nel sangue come le canzonette co ‘a pummarola ‘ncoppa.

La guerrigliera  che veste Prada,   si rammarica proprio che gli italiani abbiano punito con voto, per carità non in tribunale, il Cavaliere, perché in fondo, sottolinea, “Berlusconi non è stato un fascista. Non ha riportato l’odio nel paese. Non ha alimentato il sospetto per i diversi. Né il disprezzo per le donne, che sta crescendo in maniera pericolosa”.

Brutta cosa l’età, signora mia, che provoca strane rimozioni se non ricorda che Salvini era un autorevole alleato di quel Cavaliere contro il quale vennero orchestrate virulente campagne del suo editore e del suo giornale per condannare la indegna mercificazione dei corpi femminili (purché  non fossero in copertina sull’Espresso), il loro abbietto commercio nelle tv come nel lettone di palazzo Grazioli o in quello donato da altro competitor in  cattivo gusto e modi sbrigativi, se non rammenta la chiamata alle armi contro il puttaniere, condita con tanto di lettera afflitta e dolente della di lui della consorte che troppe ne aveva sopportate, le domande indirizzate più all’utilizzatore finale che al golpista, o la pubblicità data alle intercettazioni con le conversazioni delle olgettine rispettate dal culoflaccido tanto da farle diventare rispettabili grazie al novero il liste elettorali.

Ma l’aspetto più interessante della confessione della vigorosa combattente consiste in una imperdibile quanto spericolata interpretazione storica del riaffacciarsi del fascismo che era stato dormiente nel ventennio berlusconiano per non dire del dopo, malgrado gli attentati alla Costituzione e alla rappresentanza parlamentare, malgrado i conflitti di interesse, malgrado le leggi Turco- Napolitano, Maroni, Bossi-Fini, malgrado al partecipazione a guerre coloniali, malgrado la cancellazione di garanzie, diritti, conquiste del lavoro e civili. Si tratterebbe di una forma nuova e inedita del fascismo, suscitata indovinate un po’, dalle frustrazioni inflitte al machismo e al virilismo dei nuovi federali dalla potenza espressa dalle donne.

Le donne insomma, che immaginavamo piegate dalla precarietà, dai part time che avviliscono talento e professionalità, dalla costrizione a sostituire l’assistenza pubblica con un accudimento mai valutato e valorizzato, dall’umiliazione delle differenze salariali, pare abbiano invece esercitato una pressione potente alla quale questa generazione di repressi e impotenti “diventati tali perché hanno perso il controllo sulle femmine” reagirebbe con lo squadrismo  convinti che sia il modo per recuperare il dominio su di loro,  le sciacquette scafate che parola sua “ scappano dai ciabattoni e sono disponibili a molte avventure, inclusa quella di Tinder. L’uomo, invece, sogna ancora la donnina che gli prepara la minestra”.

Ecco avevamo proprio bisogno del parere della venerabile pataccara che insieme alla raccomandazione di approvvigionarsi di oro in previsione del peggio, si compiace delle nuove avventurose frontiere del riscatto femminile, anche grazie all’acchiappo su Tinder, Badoo e simili, in modo che l’altra metà del cielo conquisti il diritto a partecipare equamente all’oppressione e allo sfruttamento dei più deboli e più poveri, alla pari con le correnti mainstream del moralismo progressista e con i settori di business di fascia alta a alto contenuto simbolico (Wall Street, Silicon Valley, Hollywood), quelli in mano ai creativi del “capitalismo cognitivo” che fanno da sponda emancipata e acculturata alla macelleria sociale.

Non so voi, ma a me l’idea di andare in montagna con certe nuove partigiane dell’ultima ora non piace, anche se   si tratta di Saint Moritz e Aspen.


2 giugno, i generali disertano

Grosz-part.Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare che il malumore che vieta moralmente ad alcuni generali di presenziare alla parata del 2 giugno abbia avuto origine da altra celebrazione, che per i militari non ha la stessa valenza istituzionale. I festeggiamenti del  25 aprile non prevedono ostensioni pubbliche di armamenti pagati a caro prezzo in un Paese che proprio il 2 giugno festeggia una repubblica che ripudia la guerra, e nemmeno commemorazioni muscolari con parterre di alte uniformi  e pennacchi, tanto è vero che un generale, Paolo Riccò, ha abbandonato provocatoriamente la  cerimonia della festa della Liberazione a Viterbo appena i presenti hanno intonato Bella ciao, inoffensivo inno legittimato anche dalla presenza in hit parade e da versioni multilinguistiche.

Nei confronti del generale,  che ha avuto in quell’occasione il sostegno del ministro dell’Interno, che vuole aggiungere il dicastero della Difesa al suo repertorio di incarichi simbolici e non, è stata aperta un’istruttoria che i vertici militari (si è costituito addirittura un gruppo, che conta oltre 4.400 iscritti, dal nome «Io sto con il generale Paolo Riccò») hanno inteso come una inqualificabile offesa alla loro proverbiale indipendenza, rivendicata con forza dal un altro generale, Marco Bertolini, casualmente candidato alle europee con Fratelli d’Italia, in un video sui social: “Il Ministro Trenta pretende di insegnare l’etica alle Forze Armate….  e  ad un signor generale decorato al valor militare che ha avuto la signorilità, il coraggio ed il buon gusto di sottrarre la propria unità ad un comizio durante il 25 aprile di pessimo gusto” e che, viene da aggiungere, è per sua fortuna troppo giovane per aver dovuto dimostrare coraggio e buon gusto l’8 settembre.

Questo è dunque il pretesto che impone coerentemente a tre generali (non abbastanza a riposo) e forse ad altri, di disertare l’evento reintrodotto da Carlo Azeglio Ciampi, che mentre contribuiva in prima persona a sottrarre potere decisionale allo Stato, al Parlamento e pure e al popolo, gli offriva un intrattenimento con tanto di frecce azzurre e carri armati su via di Fori imperiali giustamente interdetta al traffico civile.

Alle defezioni in divisa dei tre pensionati d’oro si sono via via aggiunte quelle di eterni aspiranti a pennacchi, galloni e baionette. A cominciare da Ignazio La Russa che non va  in segno di protesta verso la ministra  “che pensa di trasformare le Forze armate in `Peace&Love´, mancando di rispetto ai nostri uomini e alle nostre donne in divisa”,   a Giorgia Meloni che protesta così contro il tentativo di convertire “la tradizionale rivista su via dei Fori Imperiali in uno strumento di propaganda anti-militarista”. E potrebbe forse restare a casa anche il sottosegretario Tofalo, 5stelle ma appassionato di divisa come l’influente alleato di governo, tanto che è stato di sovente immortalato in mimetica,  e che ha accusato la Trenta “di non tutelare fino in fondo i militari e gli investimenti nel settore”.

Come al solito basta grattare un po’ sotto i dogmi e si sente l’odore dello sterco del diavolo e dietro la battaglia ideologica dei vertici militari che “non vogliono applaudire i soldati in compagnia di soggetti che stanno contribuendo a un progressivo e, per certi versi, irreversibile indebolimento delle Forze Armate” –  riferendosi anche a Conte colpevole di aver sostenuto che è meglio rinunciare a 5 fucili e spendere i soldi risparmiati per finanziare una borsa di studio, c’è l’allarme per un “riordino” e una riforma del comparto che potrebbero minare autorità e prestigio, valori che pare sia  necessario riconfermare con acconci investimenti in armamenti, strutture, equipaggiamenti, trattamenti di favore e privilegi per i militari al servizio dei signori della guerra globale, con netta preferenza per le alte gerarchie che pensano che la loro indipendenza in nome della sicurezza nazionale debba essere tutelata limitando  il controllo del Parlamento e delle istituzioni sulla legittimità e congruità costituzionale e perfino giudiziaria (ne abbiamo visti di scandali sottratti ai tribunali civili) sui comportamenti  anche all’interno del corpo.

Come dimostrato anche dall’ostilità nei confronti dell’ipotesi di sindacalizzazione che potrebbe accomunare la sicurezza militare alla Polizia di Stato, così come l’equiparazione delle retribuzioni, che minaccia il comparto con il pericolo inquietante di diventare una forza “civile”.

E infatti a farsi interprete delle preoccupazioni dei vertici – la bassa forza continua a non avere voce – è Salvini che ne ha troppa e che così rappresenta anche l’istanza di quelli cui non bastano i Daspo, i decreti sicurezza, il potenziamento delle competenze delle polizie municipali e che a ogni fermento di piazza, picchetto che occupa le vie del borgo, a ogni colpo di pistola sulle stese, anche a fronte dei dati che segnalano la diminuzione dei reati, e chiedono i soldati nelle strade, i militari in piazza, l’artiglieria pesante davanti alle fabbriche o ai cantieri dell’alta velocità.

Non è una novità che l’ordoliberismo dei guardiani del mondo si voglia declinare a tutti i livelli territoriali, in nazioni a sovranità limitata e in quelle dove la si vorrebbe limitare di più, nelle città e nei paesi dove il controllo sociale reclamato e imposto dai “primi” ha il compito di criminalizzare gli ultimi perché si rassicurino i penultimi persuasi alla rinuncia alle libertà e all’obbedienza in nome della sicurezza, come dimostra il permanere di misure eccezionali quando l’emergenza che le ha suggerite finisce: dall’operazione “Strade sicure”, alla presenza militare richiesta dai sindaci per tutelare il decoro  minacciato dal meticciato, ai soldati che controllano le vie di collegamento con le zone del sisma del Centro Italia.

La ministra Trenta fin dal suo insediamento ci ha abituati che le sue stelle non ammontano solo a 5   ma si ispira alle 50 del padrone Usa:  in linea con la prassi di governo che a ogni cauto tentativo di rompere con  il passato consiglia immediato e tempestivo ravvedimento nel timore di sanzioni  peraltro smentite perfino dalla Corte die Conti,  ha perseguito l’approvvigionamento di strumenti di morte per garantire la pace proprio come pontificava la sua predecessora.

La Russa, Meloni, la signora Rauti in Alemanno hanno poco da preoccuparsi, non sarà questo il governo del disarmo che rappresenterà gli scarsi spericolati, da sempre  retrocessi a codardi disfattisti, che di tanto in tanto osano proporre di indirizzare a ben altra finalità i  miliardi destinati all’acquisto di   F-35. Nemmeno quello che  rinnega il  No italiano alla Risoluzione politica delle Nazioni Unite che chiedeva di avviare i negoziati per un Trattato internazionale volto a vietare le armi nucleari, mentre dice Si ai consigli per gli acquisti della fortezza europea che ha imposto alla Grecia sull’orlo del precipizio di cascarci dentro, ma armata fino ai denti di rottami da discarica pagati a caro maggiorato…  e a noi di seguire il suo esempio. Che tanto le forze riformiste intendono così il progresso agli ordini della Nato e delle sue imprese di esportazione democratica, compreso quello tecnologico da testare in territori nazionali militarizzati e convertiti in poligoni e laboratori di sperimentazione, tanto che abbiamo finito di vergognarci se ne rivendichiamo il possesso come abbiamo pudore dei morti per l’uranio impoverito quanto ne abbiamo dei tarantini sacrificati dall’Ilva.

Ben altro vorremmo, ma intanto la Trenta faccia 31, ci esoneri dalla sfilata e apra provvedimenti disciplinari nei confronti degli alti gradi che offendono con lei la Repubblica democratica che si celebra oggi e che sarebbero incaricati e pagati per tutelare.

 

 

 

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Oui, je suis Quasimodo

33aca2fbc6e36eec2ded991a0cdbcbceMi piacerebbe sapere quanti euro sono arrivati dalla Francia per i terremoti che in un decennio hanno sfigurato l’Italia centrale, che hanno aggredito decine di migliaia di persone e distrutto monumenti decisamente più interessanti di Notre Dame; l’unica cosa che è arrivata sono stagli sberleffi assurdi e offensivi di Charlie Hebdo . A quella cattedrale parigina ci sono abbastanza affezionato perché un secolo fa ci sono passato davanti moltissime volte per andare da Rue Tronchet, vicino a Place de la Madeleine, fino al Quai des Orfevre o al Palais de Justice  spesso passando sul retro e sulla fiancata della cattedrale quando ancora si poteva fare, ma ogni volta mi veniva da pensare a quanto era pasticciata quella cattedrale e come fosse decisamente meno elegante di tante altre chiese francesi, mille miglia distante dalla Saint Chapelle che si trova a due passi, per non parlare di quelle italiane che sono su un altro pianeta  o anche di quel gotico estremo che si trova a Colonia e a Ratisbona. Mi permetto di rammemorare, cosa che non faccio quasi mai, perché sento parlare di collette per aiutare i poveri francesi, orbati del loro simbolo, insomma quelli che ogni giorno ci fottono in Libia o fungono da aiuto boia di Berlino contro i nostri conti.

Ma nemmeno un centesimo, anche perché praticamente tutto quello che vale qualcosa a Notre Dame non è stato sfiorato dall’incendio: il tetto andato in fiamme era stato rifatto e la famosa guglia crollata – un pezzo di architettura messo a caso e borghesemente cafone – era stato costruito a partire dal 1860 per celebrare i fasti del secondo impero. Alla stessa epoca appartengono le gargolle, ossia i mostricciattoli che fanno tanto falso medioevo e che furono ideate dall’architetto Eugène Viollet-le-Duc  per rappresentare in modo deforme  le proprie ossessioni: infatti è presente anche un cerbero a tre teste che vuole simboleggiare la minaccia dei movimenti popolari e del socialismo. Insomma né la Francia, né la cristianità hanno perso gran che, anzi direi che almeno la cattedrale parigina potrebbe uscirne finalmente mondata da tutti gli interventi che si sono susseguiti dal ‘700 in poi per celebrare la grandeur francese.  Quindi cosa significa che ” con la guglia di Notre Dame si sgretola la una parte della nostra identità di Europei” come scrive Repubblica ormai affondata nella peggiore retorica come il Titanic nelle acque gelide dell’Atlantico e  pascola con le peggio capre salottiere? Ma forse sono decisamente troppo severo perché la stessa Repubblica  ci spiega che il fascino e l’importanza della cattedrale deriva non solo dall’essere stata immortalata da Victor Hugo con il celebre gobbo Quasimodo, ma anche e soprattutto dal suo fare da sfondo opere immortali come gli Aristogatti e Amelie.  Di fronte a tanto non si può non lamentare la perdita di identità europea, quella appunto saldamente fondata sui cartoni animati. Ma lasciamo stare un giornale che è diventato umoristico a sua insaputa, lasciamo stare che un pugno di stallieri e maniscalchi di Bruxelles sta cercando di lucrare sull’incendio in vista delle elezioni europee, lasciamo anche perdere le terribili e  analoghe cazzullate sul Corriere della Sera, lasciamo anche perdere il fatto che l’identitarismo europeo è della stessa specie rispetto a quelli nazionali, solo più grande, e cerchiamo di capire chi in Italia vuole organizzare collette: i fan delle guerre di civiltà, le destre irredimibili che vedono nelle chiese l’usbergo e il simbolo dei loro deliri identitari. Si direbbe che forse sarebbero più efficaci se si facessero frati e suore senza donarci lo spettacolo di questo aggrapparsi alle sottane pretesche e a valori che gli sono totalmente sconosciuti, anzi che tutti i giorni rinnegano.

Con questo non voglio dire che sono contento che Notre Dame sia andata a fuoco grazie anche all’estremo ritardo con cui sono giunti i pompieri, frutto di quella disorganizzazione francese che si fonda sulla pignoleria e sull’efficienza apparente, ma insomma è solo un incendio che ha toccato per lo più parti rifatte e spurie, che può perfino giovare alla cattedrale riportandola alla sua antica forma, ma per noi che abbiamo un patrimonio immenso sia per quantità che per qualità chi fa collette? Nessuno, anzi ce lo svendiamo anche grazie ad amministratori indecenti sotto ogni punto di vista, subornati dal pensiero unico e guidati da antichi vizi. Altro che Notre Dame.


Calabresi defenestrato

220px-Mario_Calabresi_Giorgio_NapolitanoSe si va su google e si digita Calabresi defenestrato da Repubblica, dopo una prima sventagliata di news sul fattaccio editoriale, il campo viene totalmente preso dal caso Calabresi e dalla caduta di Pinelli dalle finestre della questura di Milano, un altro di quei casi italiani rimasti in sospeso nonostante condanne e assoluzioni e finito grazie a Paolo VI persino con un processo di beatificazione tanto per mettere bene in chiaro che la chiesa non ha nulla a che spartire con il marchio che vende.  Questo per sottolineare attraverso gli strumenti della contemporaneità che Mario Calabresi, prodotto in un certo senso sia del beato commissario che del maledetto anarchico, si è aggirato nel giornalismo grazie a quest’aura simbolica che gli ha fruttato miriadi di premi e premiucci e di precoci carriere nelle redazioni a fronte praticamente di nulla: nasce da una storia memorabile per praticare un grigiore immemorabile. Anche la sua chiamata alla direzione di Repubblica, dopo aver dato opaca prova di sé alla Stampa come garante dello scippo americano della Fiat, aveva proprio lo scopo di segnalare il passaggio definitivo del quotidiano nell’area dell’establishment renzista e piddino, senza più gli infingimenti o le cautele sinistresi di prima.

Non senza qualche resistenza: persino il padre nobile del giornale, Eugenio Scalfari alla notizia della scelta dell’editore, minacciò lo sciopero del suo editoriale, come se si fosse trattato ( e lo era) di un affronto personale visto che era stato proprio L’Espresso, altra creatura scalfariana, a pubblicare il famoso appello per la destituzione di Calabresi. firmato praticamente da tutta l’intellighenzia italiana. Un appello che da anni viene scioccamente demonizzato, come se avesse armato la mano dell’assassino del commissario, come indebito sgarbo al potere, ma che al contrario si prefiggeva di spezzare la catena dell’odio causata dalle troppe verità negate e dalle troppe verità di comodo che adesso sappiamo erano frutto di depistaggi. Ad ogni modo la scelta era come il rinnegare una storia giornalistica lunga mezzo secolo. Una trasformazione che non sembra abbia avuto i risultati sperati: in un giornale dove i direttori durano vent’anni essere mandati via dopo appena tre significa essere stati di gran lunga impari al compito. Certo Calabresi in redazione si faceva vedere poco a causa degli impegni mondani che meglio soddisfavano l’inesauribile vanità di chi vive di rendita, lasciando che fossero i giornalisti di macchina a fare il quotidiano sulla scia delle sue indicazioni, peraltro criticate quotidianamente, ma è intervenuto come un elefante in una delicata cristalleria con le false notizie sulla Siria, con la cacciata di Odifreddi e con una catastrofica riforma grafica che fa sembrare Repubblica uno slavato bollettino parrocchiale, tutte cose che hanno contribuito al calo delle vendite, quasi ovvio ormai nella carta stampata, ma sostanzialmente favorito dalla cancellazione della “diversità” di Repubblica vera o falsa che fosse. Quello che l’ex direttore ha scritto su Twitter dopo aver saputo del licenziamento ovvero di essere orgoglioso “di lasciare un giornale che ha ritrovato un’identità e ha un’idea chiara del mondo”, è esattamente la ragione per la quale è stato non gentilmente invitato ad andarsene: quella visione era fin troppo chiara, così improvvidamente scoperta che il giornale era ormai primo sacerdote dell’ortodossia mainstream in tutta la sua ritualità ipnotica e la sua povertà intellettuale.

Certo la defenestrazione improvvisa è stata come un colpo di fulmine a ciel sereno per Mario Calabresi che probabilmente si riteneva al sicuro grazie alla sua figura simbolica e ai beati in Paradiso: per questo non ha ritenuto di dover dare importanza all’insoddisfazione che l’editore aveva pubblicamente espresso in Tv rappresentandolo come un Don Abbondio, quasi che si aspettasse di aver assunto il figlio del Griso. Non basta certo la medaglia di cartone di aver dimezzato la percentuale di perdite per rimanere in sella dal momento che questo è un processo ovvio man mano che la platea dei lettori diminuisce, anzi matematico e dunque di nessun valore. Ad ogni modo il licenziamento è segno che qualcosa va cambiando anche rispetto ad appena tre anni fa: evidentemente la rotta di collisione con il populismo, in quanto antagonista dell’establishment, non ha pagato, anche perché condotto in maniera saccente. querula  e altrettanto populista. E poi quel potere tracotante ma domestico che portò alla glorificazione del commissario Calabresi e della sua caccia alle streghe, movente principale del suo assassinio più ancora della vicenda Pinelli, è ormai un ricordo. Il figlio non ha capito che stava collaborando attivamente ad affossarlo e con esso anche le ragioni della sua ascesa. Tutto si tiene.


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