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2 giugno, il giorno prima del 3

andrà (1)Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mentre si attendono le sentenze europee sul volume reale di “aiuti” a rendere, concessi benevolmente a fronte di  “riforme” che come anticipato dal trailer dell’horror greco e da quella lettera a firma congiunta Trichet- Draghi, si tradurranno automaticamente in tagli a salari, pensioni e spese sociali, scorrerà, nel silenzio rotto solo dal rombo dalle Frecce Tricolori, la festa del 2 giugno.

Niente parata, niente carri armati, niente trionfale marcia dei bersaglieri salutata dagli applausi sempre più flebili di una folla sempre più ridotta negli anni e di un parterre decimato dalle defezioni di autorità con poca dimestichezza con storia e memoria.

Meglio così, dopo mesi di squilli di trombe per la sveglia all’amor patrio da celebrare sul divano di casa, dopo mesi di appelli all’unità nazionale grazie all’omissione di una divisione in due, i salvabili e qualche milione di sommergibili addetti alle attività essenziali, dopo mesi di orgoglio per il test di cittadinanza compiuto con lo scrupoloso uso delle mascherine e con il doveroso atto di fede quotidiano nei confronti dell’intrepido esecutivo e dei suoi consulenti scientifici, officiato con la santa liturgia delle conferenze stampa a reti unificate o quasi, e dopo il passaggio in clandestinità del 25 aprile, liberazione secondaria rispetto a quella di domani con il via libera per il raggiungimento legittimo e autorizzato delle seconde case, c’è  proprio bisogno di guarire dall’epidemia di retorica.

Davanti a casa ci ha pensato anche il vento, che ha arrotolato lo stendardo steso sulla gru dei lavori della metro C riducendo lo slogan della resistenza anno 2020: Andrà tutto bene, allo scarno e sobrio Andrà.

Che è già un risultato di cui compiacersi, tanto siamo abituati a ridurre aspettative e auspici, da invogliarci a sperare nella ripresa della routine, nel ristabilimento di una normalità, che si sa già essere stata l’origine di morte e sofferenze, che ha permesso restrizioni delle libertà e delle relazioni, in modo da costringere tutti nei limiti dell’angusto presente rimuovendo i danni e le colpe del passato e l’attesa del futuro.

A pensarci bene se questa ventata epica fosse stata autentica avrebbe potuto riportare a galla qualcosa di quel 25 aprile e poi di quel 2 giugno, avrebbe potuto dissipare quella coltre di nebbia conformistica che si stende sul concetto di stato, di nazione, di sovranità, parole ormai soggette a anatema, sebbene siano così presenti in quella Costituzione che piace tanto come prodotto letterario, purché sia disposta a farsi accartocciare, mutilare, manomettere e scavalcare in nome delle emergenze ricorrenti, aggirare in virtù di interessi personali e di lobby.

Ma non era più possibile, l’operazione più poderosa condotta dalle oligarchie è consistita proprio nell’istillare la sfiducia nello stato, esattore feroce coi poveracci e benevolo mecenate dei ricchi, creando il mito della  efficienza del “privato” a confronto con la macchina farraginosa dell’assistenzialismo, doveroso nei confronti delle grandi imprese nazionali e non, delle banche e delle assicurazioni, maltollerato se concesso a “bisognosi” da anni retrocessi a parassiti, anziani non profittevoli, giovani indolenti.

Tanto che le prestazioni fallimentari delle regioni, e dei comuni, vengono interpretate come la conferma di una impotenza strutturale, di una negligenza nel controllo e nella gestione della cosa pubblica.

Tanto che addirittura qualcuno si compiace della accertata superiorità di partner tracotanti che dimostrano che lo Stato, e la nazione, si meritano un trattamento disonorevole, esteso al popolo.

Ha proprio avuto successo il tentativo di criminalizzare perfino le parole Stato, Nazione, Repubblica (ormai accoppiata con il casco di frutti esotici) per farli regredire a scontati e miserevoli sottoprodotti ideologici, nazionalismo, sovranismo.

Contro di essi è necessario battersi alla stregua di razzismo o omofobia, con l’effetto di  assimilare le cause nobilissime che un tempo erano quelle dell’antifascismo vero e non solo di superficie, a quella della sopravvivenza dell’ineluttabile contesto europeo, della sovra-nazione nei cui confronti è obbligatorio ripetere l’atto di fede senza condizioni, pena l’espulsione dalla cerchia dei Grandi, che pure sembra sempre più estemporanea e improbabile in un momento nel quale la globalizzazione perde la sua potenza anche culturale e “ideale” e sembra riacceso il contenzioso predatorio e coloniale  fra singoli stati e blocchi di stati per accaparrarsi  risorse e mercati.

Così come succede con l’appartenenza alla Nato, irrinunciabile anche sotto forma di partecipazione a operazioni militari, a campagne di repressione dei diritti e dell’autodeterminazione di intere popolazioni, di acquisti obbligatori di armamenti e di concessione di territori in qualità di poligoni di tiro e di laboratori di sperimentazione di dispositivi bellici.

E infatti basta pensare alla sorte toccata a Nazione, in nome di un preteso legame – assolutamente antistorico – con il fascismo che l’identificava col partito e col regime, così da trascinarla nella catastrofe come succede d’altra parte anche oggi, quando i governi hanno appreso la lezione di privatizzare profitti e vittorie e socializzare perdite e sconfitte.  Così si è raccomandata caldamente la rinuncia all’interesse nazionale, preferendo quello individuale certo, ma soprattutto quello padronale.

Perché se è vero che, come qualche anno fa ha scritto acutamente uno storico, Emilio Gentile: “attraverso la nazione e lo Stato nazionale, milioni di esseri umani hanno subito le più feroci persecuzioni con l’annientamento della dignità, della libertà e della vita” è altrettanto vero che “attraverso la nazione e lo Stato nazionale, milioni di esseri umani hanno conquistato un più alto livello di dignità, di libertà e di benessere..”  e che oggi, a un decennio di distanza paghiamo per gli imperativi, i ricatti, le intimidazioni di poteri sovranazionali, sotto i cui talloni sono state mosse crociate, impoverite classi intere, commesse ingiustizie e disuguaglianze insanabili.

C’è proprio voluta una formidabile azione di manomissione storica per far dimenticare che i concetti di  nazione, come quello di patria retrocesso a abusata immaginetta da relegare in una taschina del portafogli ideale, sono stati dei capisaldi della Resistenza, per conseguire la stessa finalità che ha voluto esaltare di quella lotta solo la liberazione dallo straniero e dal regime, omettendo o trascurando l’aspirazione a un modello sociale, politico, culturale libero dallo sfruttamento, quel modello “socialista” che ha suscitato la preoccupazione dell’Europa impegnata a demolire le democrazie nate allora e incompatibili con il suo disegno e la sua ideologia.

Non a caso è stato un presidente della Repubblica “bancario”, che ha incarnato l’ideale europeista e con esso la cessione di sovranità economica a dare vigore alla propaganda muscolare di una nazione che sfila dove passarono i due tiranni, con gran spolvero di carri armati, truppe, alpini e crocerossine, bersaglieri e corpi speciali, tra folla e autorità inneggianti, in una platica raffigurazione epica e eroica di uno Stato convinto che per conseguire la pace occorra armarsi e fare la guerra, che per questo è doveroso arruolarsi in associazione non temporanea con prepotenti partner, investire in campagne di occupazione e esportazione di una democrazia che così perde il suo senso, ridotto a forma di governo in amministrazione controllata.

La Resistenza che si voglia o no, era una lotta di classe, che si vuol cancellare sostituita dalla lotta per la pagnotta, quella contro il virus, quella contro le invasioni,   quella contro l’ignoranza maleducata preferendo quella garbata degli indifferenti che nutrono ancora illusioni sulla loro superiorità di status e morale.

E quel 2 giugno lontanissimo nella storia e nei nostri pensieri, quel riscatto era già insidiato, eppure chi lo aveva interpretato e testimoniato credeva che dopo aver fatto l’Italia si potesse lavorare per fare gli italiani. È doloroso pensare che si sbagliava.


Che pensava Pansa?

pans Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non è azzardato sostenere che l’informazione ha preso il peggio dai nostri colonizzatori, pensando al celebratissimo giornalismo anglo sassone e alla goffa imitazione nostrana che ha preferito lo scandalismo e il sensazionalismo al servizio della pubblicità e delle vendite, all’investigazione e all’indagine, l’opinione dalla poltrona davanti al desk al male ai piedi dei cronisti investigativi, i registratori infilati in bocca a congiunti in lacrime alle domande stringenti ai potenti, insomma  il “diritto” e non il “dovere di informare”, Prima Pagina di Wilder al Caso Watergate.

Ne abbiamo visti nelle redazioni,  direttori e capiredattori esultare, carichi di adrenalina, perché con numero dei morti nella catastrofe spettacolare aumentavano anche le tirature, mandare sul campo le delicate croniste perché facessero spremere un po’ di lacrime in più ai testimoni, aggiungendo pennellate di colori forti e la femminea emotività alla ricostruzione degli eventi. E ne abbiamo visti, con rarissime eccezioni, di pensosi elzeviristi e inviati scatenarsi in scenari sociologici o letterari,  in arditi reportage frutto di incursioni sotto i tavoli di Fortunato al Pantheon, sotto i letti donati da satrapi e tiranni somministrando pillole e ragguagli pruriginosi offerti dai protagonisti o da avversari occasionali in cambio di fedeltà alla causa di un regime impersonato e sostenuto  da editori impuri e improvvisati.

Per quello non c’è stato da stupirsi quando qualcuno, Pansa, tanto per fare un nome, ha deciso di esprimere lo stereotipo dell’italiano piccolo borghese, provinciale e intrinsecamente fascista, di Guareschi, Longanesi, di Prezzolini, dedicandosi alla pubblicistica in quel comparto specifico detto dell’uso pubblico della storia, come lo definì Habermas, che tanto i modi erano poi gli stessi e anche le finalità:  accreditare e diffondere attraverso la manipolazione, l’omissione, l’esaltazione fuorviante, una interpretazione di parte del passato. Ma anche suscitare scandalo per conquistarsi popolarità e “presenza” nelle vetrine, nelle classifiche e nelle Tv, mettersi cinicamente al servizio dei vincitori (in questo caso i liberatori di Auschwitz come nella vulgata del premio Oscar) per togliere vigore a un riscatto popolare, nel migliore dei casi retrocesso a cruenta guerra civile, e soprattutto contribuire così a quel clima che in nome della “pacificazione” aveva l’intento di parificare carnefici e vittime, oppressori e sfruttati, criminali e combattenti per la giustizia e la libertà.

Quello spirito del tempo aveva già preso piede quando la autorevole firma di Repubblica e dell’Espresso diede alle stampe il primo dei suoi pamphlet (i “Figli dell’Aquila” è del 2002,) tra la cronaca e il romanzo, carichi di bilioso spirito di rivalsa nei confronti della Resistenza, quei prodotti che nel gergo dei cosiddetti “vinti” sarebbe stato catalogato come l’invidia risentita degli “imboscati”, e che dovevano servire a rivalutare in morte – ma meglio ancora in vita – chi ha commesso crimini con convinzioni a loro dire speculari e nobili quanto  quelle del nemico, quindi ammissibili, giustificabili, legittimabili in nome della coerenza e della fedeltà a una causa, e che in nome dell’abnegazione di assassini e imbecilli, perde il carattere dell’infamia assassina.

Si può collocare nel tempo questo processo, in non sorprendente coincidenza con l’assunzione nel pantheon dell’immaginario collettivo insieme alla Giovane Italia, ai carbonari, ai garibaldini, dei ragazzi di Salò, dei repubblichini, dei divi dei telefoni bianchi con Valente e la Ferida, messi alla pari coi Fratelli Cervi, ma anche e non a caso coi morti di Reggio Emilia, con quelli di Portella della Ginestra, coi caduti sotto i colpi di Bava Beccaris o di Tambroni. Il tutto grazie alla decodificazione aberrante offerta da autorevoli profili istituzionali, primo tra tutti l’allora presidente  della Camera, Violante. E in previsione dell’augurabile convinzione da diffondere come un gas velenoso, che siccome siamo tutti nella stessa barca, tutti equivalenti in nome dell’unica uguaglianza concessa,  tutti vigliacchi, tutti ladri, tutti corrotti, è meglio non guardare per il sottile, e fare, appunto,  di tutta l’erba un fascio.

Anzi qualcuno situa l’inizio del cosiddetto uso pubblico della storia proprio in una data precisa , il novembre del 2002, quando  il consiglio regionale del Lazio  incarica il presidente della  Regione Francesco Storace di  istituire una commissione di esperti “che svolga un’analisi attenta dei testi scolastici evidenziandone carenze o ricostruzioni arbitrarie” e che studi  “forme di incentivazione per autori che intendessero elaborare nuovi libri di testo…” alternativi rispetto alla storiografia corrente animata dalla faziosità del controllo e dell’occupazione culturale delle sinistre intesa a nutrire “ in modo artificiale uno scontro generazionale che dura ormai da troppi anni e impedisce la ricostruzione di un’identità nazionale comune a tutti i cittadini italiani e l’affermarsi di un sentimento di autentica pacificazione nazionale”.

Comincia così la carriera di rinomati epuratori, che scaraventano sulle spalle della storia patria il carico vergognoso e impudico del revisionismo, frutto di polemiche e di esercitazioni  giornalistiche più che di rigorose ricerche storiografiche, pompato da rancori e frustrazioni, da sfrontati recuperi postumi di personalità indegne di memoria e di viventi altrettanto indecenti operato sotto l’influsso di sbornie intese a celebrare la fine delle ideologie per seppellire  le ultime idee. Comincia così e non si conclude.

Le rievocazioni compunte e commosse di Pansa “giornalista infedele in nome delle idee”, martire della “ricerca di verità scomode”, giornalista “che ha segnato un’epoca”, coraggioso professionista “controcorrente”, fanno il paio con le commemorazioni e beatificazioni del grande esule: un invito alla pace – meglio quella sociale imposta per decreto e per manifestazioni di piazza –  mentre soffiano ovunque venti di guerra, per stringerci tutti in un abbraccio così stretto da soffocare la sete di giustizia, la ribellione allo sfruttamento, la lotta dei reietti contro i sopraffattori.

 

 

 


Il meraviglioso mondo di Natalia

natAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quasi ogni giorno quella che si definisce “opposizione” e che si ostina a pretendere innocenza e estraneità   per la consegna della Sardegna al Centro destra come se non si fosse saputo che, tanto per dirne una, le leggi della giunta Pigliaru avevano fatto rimpiangere Cappellacci, per  il fatto  che Salvini rappresenta la svolta bestiale della sicurezza xenofoba in grisaglia del Ministro Pd che aveva legittimato  la diffidenza e il rancore come virtù civiche, o per i risultati elettorali di Taranto dopo la campagna di svendita d’occasione di Calenda, cerca qualche augusto vegliardo che voglia dare dignità al bilioso risentimento degli esclusi, sia pure resuscitati dall’autorevole personalità di Zingaretti, fingendo che si tratti di sacche di resistenza nella guerra ideologica destra – sinistra. Sperando forse che l’oligarchia progressista possa così togliersi di dosso la vergogna neoliberista con una passata di vernice fresca, antifascista e umanitaria.

Succede quindi che come se fossero andati a chiedere lumi sul mondo contemporaneo  uno di quei pensionati indaffarati a dare consigli e somministrare preziosi insegnamenti agli operai intenti nei lavori stradali, alcuni cronisti, pare dopo numerosi tentativi e pressanti insistenze, abbiano conquistato un’esclusiva di Natalia Aspesi  che fino all’ultimo ho sperato fosse una patacca,  una di quelle interviste immaginarie che piacevano tanto agli elzeviristi di una volta.

Macché, invece è proprio lei, quella sgargiante penna prolifica e brillante a metà tra una Cederna edulcorata e una Donna Letizia speziata, che ha consegnato al mondo per anni uno sfavillante  spaccato di una élite schizzinosa e  superiore della quale –  fin dal 1976, anno di fondazione del quotidiano cui è sempre stata fedele firma “rosa” – ci si poteva sentire parte con il modesto esborso allora di 150 lire. Ricevendo in cambio, anche tramite i suoi consigli elargiti nella posta del cuore  dell’annesso supplemento,   il patentino di appartenenza a un target disincantato e illuminato, a un club esclusivo e saccente che guarda con scetticismo bonario alla marmaglia che si dibatte nella miserabile quotidianità e alla quale continua a venir  promessa, in cambio della tessera di iscrizione,  la promozione a cittadini di prima classe: moderni, laici (in attesa dell’età della redenzione nella quale incontrare dio a tu per tu e alla pari, come Scalfari o Augias), europei, occidentali, riformisti, ma con cautela.

È proprio lei, che in una specie di inversione del noto processo fisiologico: incendiario da giovane pompiere da vecchio, rivela: “sono una vecchia strega. Sono sola. Sono gravemente turbata dalla condizione disperata degli italiani. Ho tutto il diritto di fare una strage”. E se a suo tempo, non ancora novantenne, l’indomita neo partigiana aveva affermato: “Se vincono i 5stelle mi sparo”, oggi pare aver rinunciato all’insano proposito di un suicidio rituale e simbolico, ma non è venuta a più miti consigli. Anzi, proprio come un qualunque orefice leghista minacciato dai romeni in casa sua e legittimato a sparare, si sente pronta a imbracciare un kalashnikov e fare una strage.

Strage virtuale è ovvio, meno sanguinosa quindi di quelle che i suoi punti di riferimento ideali hanno compiuto ai danni dell’istruzione, dell’assistenza pubblica, del lavoro, quello femminile e giovanile prima di tutti, dei diritti, del territorio, della giustizia retrocessa a commercio di protezioni, ma altrettanto  ben distribuita perché oggetto della sua violenta riprovazione sono quegli italiani, tanti e terrorizzanti per una mente lucida e lungimirante come la sua perché, “più vanno verso l’autodistruzione  più loro adorano i propri carnefici. È come se si fossero trasformati in tanti piccoli lemuri che si precipitano entusiasti in fondo al burrone”.

Non a caso li definisce entusiasti, proprio come Berlusconi, che ammette di rimpiangere (le avrà detto che è più intelligente che bella?) come fosse un Pericle condannato all’esilio dalla sua Atene,  quando li immaginava riempire aerei e ristoranti, farsi conceder condoni per gli abusi delle seconde case, che loro illegalità e trasgressione delle regole, familismo e clientelismo ce l’hanno nel sangue come le canzonette co ‘a pummarola ‘ncoppa.

La guerrigliera  che veste Prada,   si rammarica proprio che gli italiani abbiano punito con voto, per carità non in tribunale, il Cavaliere, perché in fondo, sottolinea, “Berlusconi non è stato un fascista. Non ha riportato l’odio nel paese. Non ha alimentato il sospetto per i diversi. Né il disprezzo per le donne, che sta crescendo in maniera pericolosa”.

Brutta cosa l’età, signora mia, che provoca strane rimozioni se non ricorda che Salvini era un autorevole alleato di quel Cavaliere contro il quale vennero orchestrate virulente campagne del suo editore e del suo giornale per condannare la indegna mercificazione dei corpi femminili (purché  non fossero in copertina sull’Espresso), il loro abbietto commercio nelle tv come nel lettone di palazzo Grazioli o in quello donato da altro competitor in  cattivo gusto e modi sbrigativi, se non rammenta la chiamata alle armi contro il puttaniere, condita con tanto di lettera afflitta e dolente della di lui della consorte che troppe ne aveva sopportate, le domande indirizzate più all’utilizzatore finale che al golpista, o la pubblicità data alle intercettazioni con le conversazioni delle olgettine rispettate dal culoflaccido tanto da farle diventare rispettabili grazie al novero il liste elettorali.

Ma l’aspetto più interessante della confessione della vigorosa combattente consiste in una imperdibile quanto spericolata interpretazione storica del riaffacciarsi del fascismo che era stato dormiente nel ventennio berlusconiano per non dire del dopo, malgrado gli attentati alla Costituzione e alla rappresentanza parlamentare, malgrado i conflitti di interesse, malgrado le leggi Turco- Napolitano, Maroni, Bossi-Fini, malgrado al partecipazione a guerre coloniali, malgrado la cancellazione di garanzie, diritti, conquiste del lavoro e civili. Si tratterebbe di una forma nuova e inedita del fascismo, suscitata indovinate un po’, dalle frustrazioni inflitte al machismo e al virilismo dei nuovi federali dalla potenza espressa dalle donne.

Le donne insomma, che immaginavamo piegate dalla precarietà, dai part time che avviliscono talento e professionalità, dalla costrizione a sostituire l’assistenza pubblica con un accudimento mai valutato e valorizzato, dall’umiliazione delle differenze salariali, pare abbiano invece esercitato una pressione potente alla quale questa generazione di repressi e impotenti “diventati tali perché hanno perso il controllo sulle femmine” reagirebbe con lo squadrismo  convinti che sia il modo per recuperare il dominio su di loro,  le sciacquette scafate che parola sua “ scappano dai ciabattoni e sono disponibili a molte avventure, inclusa quella di Tinder. L’uomo, invece, sogna ancora la donnina che gli prepara la minestra”.

Ecco avevamo proprio bisogno del parere della venerabile pataccara che insieme alla raccomandazione di approvvigionarsi di oro in previsione del peggio, si compiace delle nuove avventurose frontiere del riscatto femminile, anche grazie all’acchiappo su Tinder, Badoo e simili, in modo che l’altra metà del cielo conquisti il diritto a partecipare equamente all’oppressione e allo sfruttamento dei più deboli e più poveri, alla pari con le correnti mainstream del moralismo progressista e con i settori di business di fascia alta a alto contenuto simbolico (Wall Street, Silicon Valley, Hollywood), quelli in mano ai creativi del “capitalismo cognitivo” che fanno da sponda emancipata e acculturata alla macelleria sociale.

Non so voi, ma a me l’idea di andare in montagna con certe nuove partigiane dell’ultima ora non piace, anche se   si tratta di Saint Moritz e Aspen.


2 giugno, i generali disertano

Grosz-part.Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare che il malumore che vieta moralmente ad alcuni generali di presenziare alla parata del 2 giugno abbia avuto origine da altra celebrazione, che per i militari non ha la stessa valenza istituzionale. I festeggiamenti del  25 aprile non prevedono ostensioni pubbliche di armamenti pagati a caro prezzo in un Paese che proprio il 2 giugno festeggia una repubblica che ripudia la guerra, e nemmeno commemorazioni muscolari con parterre di alte uniformi  e pennacchi, tanto è vero che un generale, Paolo Riccò, ha abbandonato provocatoriamente la  cerimonia della festa della Liberazione a Viterbo appena i presenti hanno intonato Bella ciao, inoffensivo inno legittimato anche dalla presenza in hit parade e da versioni multilinguistiche.

Nei confronti del generale,  che ha avuto in quell’occasione il sostegno del ministro dell’Interno, che vuole aggiungere il dicastero della Difesa al suo repertorio di incarichi simbolici e non, è stata aperta un’istruttoria che i vertici militari (si è costituito addirittura un gruppo, che conta oltre 4.400 iscritti, dal nome «Io sto con il generale Paolo Riccò») hanno inteso come una inqualificabile offesa alla loro proverbiale indipendenza, rivendicata con forza dal un altro generale, Marco Bertolini, casualmente candidato alle europee con Fratelli d’Italia, in un video sui social: “Il Ministro Trenta pretende di insegnare l’etica alle Forze Armate….  e  ad un signor generale decorato al valor militare che ha avuto la signorilità, il coraggio ed il buon gusto di sottrarre la propria unità ad un comizio durante il 25 aprile di pessimo gusto” e che, viene da aggiungere, è per sua fortuna troppo giovane per aver dovuto dimostrare coraggio e buon gusto l’8 settembre.

Questo è dunque il pretesto che impone coerentemente a tre generali (non abbastanza a riposo) e forse ad altri, di disertare l’evento reintrodotto da Carlo Azeglio Ciampi, che mentre contribuiva in prima persona a sottrarre potere decisionale allo Stato, al Parlamento e pure e al popolo, gli offriva un intrattenimento con tanto di frecce azzurre e carri armati su via di Fori imperiali giustamente interdetta al traffico civile.

Alle defezioni in divisa dei tre pensionati d’oro si sono via via aggiunte quelle di eterni aspiranti a pennacchi, galloni e baionette. A cominciare da Ignazio La Russa che non va  in segno di protesta verso la ministra  “che pensa di trasformare le Forze armate in `Peace&Love´, mancando di rispetto ai nostri uomini e alle nostre donne in divisa”,   a Giorgia Meloni che protesta così contro il tentativo di convertire “la tradizionale rivista su via dei Fori Imperiali in uno strumento di propaganda anti-militarista”. E potrebbe forse restare a casa anche il sottosegretario Tofalo, 5stelle ma appassionato di divisa come l’influente alleato di governo, tanto che è stato di sovente immortalato in mimetica,  e che ha accusato la Trenta “di non tutelare fino in fondo i militari e gli investimenti nel settore”.

Come al solito basta grattare un po’ sotto i dogmi e si sente l’odore dello sterco del diavolo e dietro la battaglia ideologica dei vertici militari che “non vogliono applaudire i soldati in compagnia di soggetti che stanno contribuendo a un progressivo e, per certi versi, irreversibile indebolimento delle Forze Armate” –  riferendosi anche a Conte colpevole di aver sostenuto che è meglio rinunciare a 5 fucili e spendere i soldi risparmiati per finanziare una borsa di studio, c’è l’allarme per un “riordino” e una riforma del comparto che potrebbero minare autorità e prestigio, valori che pare sia  necessario riconfermare con acconci investimenti in armamenti, strutture, equipaggiamenti, trattamenti di favore e privilegi per i militari al servizio dei signori della guerra globale, con netta preferenza per le alte gerarchie che pensano che la loro indipendenza in nome della sicurezza nazionale debba essere tutelata limitando  il controllo del Parlamento e delle istituzioni sulla legittimità e congruità costituzionale e perfino giudiziaria (ne abbiamo visti di scandali sottratti ai tribunali civili) sui comportamenti  anche all’interno del corpo.

Come dimostrato anche dall’ostilità nei confronti dell’ipotesi di sindacalizzazione che potrebbe accomunare la sicurezza militare alla Polizia di Stato, così come l’equiparazione delle retribuzioni, che minaccia il comparto con il pericolo inquietante di diventare una forza “civile”.

E infatti a farsi interprete delle preoccupazioni dei vertici – la bassa forza continua a non avere voce – è Salvini che ne ha troppa e che così rappresenta anche l’istanza di quelli cui non bastano i Daspo, i decreti sicurezza, il potenziamento delle competenze delle polizie municipali e che a ogni fermento di piazza, picchetto che occupa le vie del borgo, a ogni colpo di pistola sulle stese, anche a fronte dei dati che segnalano la diminuzione dei reati, e chiedono i soldati nelle strade, i militari in piazza, l’artiglieria pesante davanti alle fabbriche o ai cantieri dell’alta velocità.

Non è una novità che l’ordoliberismo dei guardiani del mondo si voglia declinare a tutti i livelli territoriali, in nazioni a sovranità limitata e in quelle dove la si vorrebbe limitare di più, nelle città e nei paesi dove il controllo sociale reclamato e imposto dai “primi” ha il compito di criminalizzare gli ultimi perché si rassicurino i penultimi persuasi alla rinuncia alle libertà e all’obbedienza in nome della sicurezza, come dimostra il permanere di misure eccezionali quando l’emergenza che le ha suggerite finisce: dall’operazione “Strade sicure”, alla presenza militare richiesta dai sindaci per tutelare il decoro  minacciato dal meticciato, ai soldati che controllano le vie di collegamento con le zone del sisma del Centro Italia.

La ministra Trenta fin dal suo insediamento ci ha abituati che le sue stelle non ammontano solo a 5   ma si ispira alle 50 del padrone Usa:  in linea con la prassi di governo che a ogni cauto tentativo di rompere con  il passato consiglia immediato e tempestivo ravvedimento nel timore di sanzioni  peraltro smentite perfino dalla Corte die Conti,  ha perseguito l’approvvigionamento di strumenti di morte per garantire la pace proprio come pontificava la sua predecessora.

La Russa, Meloni, la signora Rauti in Alemanno hanno poco da preoccuparsi, non sarà questo il governo del disarmo che rappresenterà gli scarsi spericolati, da sempre  retrocessi a codardi disfattisti, che di tanto in tanto osano proporre di indirizzare a ben altra finalità i  miliardi destinati all’acquisto di   F-35. Nemmeno quello che  rinnega il  No italiano alla Risoluzione politica delle Nazioni Unite che chiedeva di avviare i negoziati per un Trattato internazionale volto a vietare le armi nucleari, mentre dice Si ai consigli per gli acquisti della fortezza europea che ha imposto alla Grecia sull’orlo del precipizio di cascarci dentro, ma armata fino ai denti di rottami da discarica pagati a caro maggiorato…  e a noi di seguire il suo esempio. Che tanto le forze riformiste intendono così il progresso agli ordini della Nato e delle sue imprese di esportazione democratica, compreso quello tecnologico da testare in territori nazionali militarizzati e convertiti in poligoni e laboratori di sperimentazione, tanto che abbiamo finito di vergognarci se ne rivendichiamo il possesso come abbiamo pudore dei morti per l’uranio impoverito quanto ne abbiamo dei tarantini sacrificati dall’Ilva.

Ben altro vorremmo, ma intanto la Trenta faccia 31, ci esoneri dalla sfilata e apra provvedimenti disciplinari nei confronti degli alti gradi che offendono con lei la Repubblica democratica che si celebra oggi e che sarebbero incaricati e pagati per tutelare.

 

 

 

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