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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa la procura di Perugia ha aperto un’indagine sull’esame richiesto per ottenere la cittadinanza italiana, cui è stato sottoposto il calciatore uruguaiano Luis Suarez durante le pratiche per ottenere. Si sospetta che Suarez abbia conosciuto in anticipo domande e risposte, sarebbe stato sottoposto a un esame molto più facile di quello ordinario e il punteggio gli sarebbe stato attribuito prima della prova.  

Non stupisce di certo che una star del pallone (tutto ha congiurato a fare del tifo calcistico un irrinunciabile carattere della nostra autobiografia, un tratto imprescindibile della nazione mite che si ritrova e fraternizza tirando un calcio in rete, come nei film consolatori da premi oscar) abbia potuto avere un trattamento di favore rispetto a muratori, braccianti e badanti. Semmai sorprende lo scandalo.

Ma pensate se nel caso di professioni e funzioni speciali i candidati fossero sottoposti allo stesso test, che ne so, aspiranti segretari di partito, ministri dell’istruzione, magistrati, capi di gabinetto, virologi, la cui abilitazione potrebbe essere sottoposta alla condizione di conoscere e perfino scrivere nella nostra lingua madre.

Ne vedremmo delle belle, come si può immaginare dalla pubblicazione di test di ammissione all’università, degli esami per procuratori, come ci rivelano le interviste, le dichiarazioni, le comparsate nei salotti televisivi, dai tweet e degli “stati” su Facebook, nel comune rimpianto per l’ora di educazione civica, ma pure del dettato, dell’interrogazione sui verbi regolari e irregolari, e per non sbagliare, sulla composizione à la manière che si usa nei collegi francesi.

Il fatto è che si tratta di requisiti mai pretesi da Borghezio, da sempre impegnato nella difesa del nostro patrimonio di usi e tradizioni, , si direbbe, minacciati dal meticciati, e nemmeno da suoi recenti alleati oggi ancora molto in vista alle prese con colluttazioni sanguinose con ortografia, grammatica e analisi logica e pure con geografia e aritmetica. E invece li si reclama da “ospiti” a stento tollerati, che devono guadagnarsi ogni giorno il minimo sindacale di prerogative – chiamarli diritti sarebbe troppo, li assimilerebbe a target selezionati che escludono anche un buon numero di indigeni- meritandosi con fatica e impegno superiore un livello accettabile di inferiorità: salari, liste di collocamento, asili e mense scolastiche, graduatorie per le case popolari un po’ al di sotto dei proletari e sottoproletari italiani.

E infatti si scopre senza meraviglia che un testo scolastico per le elementari illustri desideri e aspettative dei bambini italiani: “Quest’anno vorrei fare tanti disegni coi pennarelli”, “Andare sempre in giardino per la ricreazione”, dei quali potremmo dire che l’innocenza beata regredisce a beota, contrapposti a quelli di bimbo nero coi capelli crespi dalla cui boccuccia carnosa esce il fumetto edificante:  “Quest’anno io vuole imparare italiano bene“, manco fosse un Calderoli qualsiasi.

Apriti cielo, subito sono insorti gruppi e associazioni che, giustamente, hanno criticato modi e linguaggio del messaggio: il piccolo eroe dell’integrazione parla come la Mamie di Via col Vento (manca solo zi Miss Rozzella) a pochi mesi dalla messa all’indice del libro e della demolizione di statue imbarazzanti per il senso comune incarnato in Italia da sardine e vari fan del bon ton globale. Che magari hanno votato con entusiasmo il “governatore” anti- salviniano, che se parla dei cinesi imita i film anni 30: clavatte cento lile, e li accusa di mangiare abitualmente topi vivi alla faccia del relativismo culturale e dei complessi di colpa coloniali.

D’altra parte se il fascismo si declina in forme sempre uguali, e semmai si ampliano i pubblici di riferimento, il razzismo si arricchisce di nuovi valori grazie all’ideologia del politicamente corretto, che fa da sostegno ai miti neoliberisti, cancellando i confini delle geografie della destra e della sinistra in un’unica palude di ipocrisia miserabile. Come è dimostrato dalla strategia europea sull’immigrazione (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/09/26/marketing-dellimmigrazione-nuova-truffa-europea/ ) dallo sfruttamento doppiamente discriminatorio e xenofobo a norma di legge, interpretato magistralmente dalle misure per il “rilancio” in agricoltura della Ministra Bellanova, dalla promozione intermittente di aree di schiavitù diversamente salariate e legittimate per motivi di emergenza, che comprendono soggetti “inferiori” immeritevoli della denominazione di cittadini anche in patria.

Così se un tempo la schiavitù diventava una condizione basata su componenti etniche,  culturali, sociali secondo gerarchie rispondenti a leggi “di natura”, applicate dentro e fuori da confini nazionali, si fosse negri o terroni, tanto per fare un esempio, oggi che le regole del mercato sono state promosse a culto, religione e quindi leggi naturali incontrastabili, oggi la sottomissione, il giogo fino alla cattività preme su chi non ha saputo conquistarsi l’omologazione in ceti risparmiati dalla fame e dalla sete, colpevole, non avendo ereditato nulla in forma dinastica o per speciali talenti,  di non essersi meritato la soddisfazione dei suoi bisogni e la realizzazione delle sue aspettative.  

E infatti alcuni storici guardano al razzismo come a un perversa esigenza di discriminazione che dà sostegno culturale a differenze e disuguaglianze, e che si concretizza con l’invenzione a tavolino di “etnie” inferiori e la identificazione di organismi infetti e quindi pericolosi da isolare, reprimere, esaurire fino a cancellarne identità, consapevolezza e dignità, colpevolizzando origine, appartenenza religiosa, inclinazioni sessuali, genere, usi, a una condizione però, che distingue quelli già colpiti dalla povertà.

Ora è certamente vergognoso che un altro libro di testo proponga la sceneggiatura di un incontro al parco tra un bambino felicemente bianco e una bambina piccola “tutta nera, con buffe treccine e occhi birbanti” subito apostrofata dal prescelto alla superiorità nella lotteria naturale: sei sporca o tutta nera? con gli stilemi dell’illustre giornalista in missione in Abissinia.

Ma non sarà altrettanto vergognoso che i diritti di cittadinanza non spettino a qualcuno nato in Italia, o figlio di genitori che lavorano qui, pagano le tasse, rispettano le leggi del paese ospite a differenza di augusti cittadini vaticani, che si debbano conquistare a differenza di chi li ha ricevuti all’origine e spesso non ne ha cura, .come non ne ha dell’ambiente in cui vive, della memoria, del paesaggio intorno, delle opere dell’uomo del cui valore spirituale ci si ricorda in funzione di quello commerciale?

E non suona stonato e perfino ridicolo che si pretenda “integrazione” da chi arriva, dimostrabile con sacrifici, rinunce, oblio del proprio passato, quando tutto congiura per far sentire i cittadini stranieri in patria, riducendo quelle prerogative e quelle conquiste di istruzione, cultura, lavoro che avevano creduto inalienabili?

Non sarà un segno del nostro fallimento che il rispetto dell’altro e dei suoi diritti si sia uniformato ai criteri e ai processi materiali di sviluppo e riproduzione economica e sociale, proprio gli stessi che generano violenza, prepotenza, abuso, sfruttamento, sicchè il razzismo si rivela come una malattia incurabile del capitalismo?

Tanto che vi si devono assoggettare bisogni e aspirazioni, riconosciuti solo se dimostrano la volontà di omologarsi, di conformarsi, di obbedire, di adeguarsi agli imperativi dell’utilità e del profitto che concepiscono come libertà l’iniziativa privata, l’appropriazione, l’autoaffermazione e la subalternità dell’altro, non pienamente umano: nero, giallo, donna, vecchio, malato, matto. Povero. 


Anima…li

images Anna Lombroso per il Simplicissimus

Marco Revelli qualche giorno fa sulla destra e il governo: “..credo che Zingaretti abbia ragione” dice, ” si ha di fronte una destra orribile, quella che abbiamo visto a Piazza San Giovanni, che grida viva gli italiani quando si tratta di andare contro i migranti e viva gli indiani quando sono pieni di soldi. Questa destra fa impressione nei suoi comportamenti e nei cattivi sentimenti che diffonde nel Paese. Il governo dovrebbe essere consapevole di questo e concentrarsi a fare poche e giuste cose: una buona manovra economica, una buona legge elettorale proporzionale, un clima civile nel Paese… “.

E ancora Ezio Mauro e Stefano Folli, giustamente citati da Travaglio,   intitolano i loro editoriali  “L’agonia di un’alleanza senz’anima” e “Un governo senza più anima”, intendendo forse che quello di prima ce l’aveva, ancorché nera, e dunque che alla componente superstite va attribuita ogni responsabilità.

Non so bene a quando far risalire la svolta manichea impressa al pensiero comune: da una parte i buoni e dall’altra i cattivi, da una parte la biologia individuale del bestione e dei suoi pari, dall’altra una cerchia sociale ragionante, matura e civile, da una parte i razzisti ignoranti e rancorosi, dall’altra gli accoglienti, generosi e compresi delle loro responsabilità personali e collettive.

E poco importa che andando a guardar bene sarebbe più opportuno dividerli tra buonisti, in azione anche a Capalbio, nei palazzi municipali dei sindaci Pd intenzionati a realizzare al meglio gli imperativi di tutela del decoro e dell’ordine pubblico, di contrasto all’immigrazione clandestina importatrice di attitudini malavitose e delle deplorevoli abitudini di barboni e straccioni, e cattivisti che fanno lo stesso, ma più coerentemente con una rivendicazione ideologica, emettendo grugniti e suoni inarticolati da gran maleducati quali sono.

I secondi, secondo la nuova tendenza che guarda a una declinazione culturalista del dualismo cartesiano, rappresenterebbero nella nostra identità nazionale  la parte più istintiva, meno razionalmente consapevole, più immediata, meno riflessiva, più animalesca, asociale e quindi anche distruttiva. E  i primi invece la parte più nobile, meno animalesca, meno bassa, legata alla razionalità autoconsapevole e alla civiltà, dalla quale solo può nascere una socialità ottimale, cooperativa, matura, quella di Zingaretti, secondo Revelli? di Renzi? della Boldrini, di Calenda, di Draghi, della Fornero, della Boschi, di Franceschini, di Landini, eccetera eccetera?

Ormai anche nel rispetto delle leggi si deve osservare obbligatoriamente il dualismo tra buoni e cattivi, più che tra trasgressione e rispetto delle regole.

Perciò i buoni sono naturalmente e doverosamente utili, sanno quanto sia necessario piegarsi alla ragionevolezza e al compromesso in modo che la legalità possa essere sopportata senza comportare troppi rischi e  danni, concedendo, tanto per fare un esempio concreto, immunità e impunità ai padroni in modo che la manina della Provvidenza secondo Adam Smith sparga anche sui tarantini un po’ di polverina d’oro di benessere, dando sostegno a imprese belliche e avventure coloniali suscettibili di recare civiltà a prezzo di vite che nel mercato globale valgono poco o niente.

Mentre i cattivi fanno lo stesso ma cantano spudoratamente Faccetta Nera e la stuprano nemmeno fossero dei Montanelli qualsiasi,  collocano nel loro pantheon attivisti neri e assassini cui i buoni elargiscono protezione e risorse, occupando una città con metodi mafiosi proprio come altrove, a Venezia per esempio, o in Val di Susa,  hanno fatto cerchie di imprenditori che agiscono nella legalità concessa loro da misure eccezionali, saccheggiando il territorio, corrompendo, speculando sul bene comune e svendendolo.

E infatti i buoni, che non hanno mai reclamato l’applicazione di misure e regole che ci sono, senza vergogna alcuna ne esigono di nuove, speciali e eccezionali, come i tribunali pensati per l’occasione incaricati di adottare come strumento “giudiziario” la censura più che la prevenzione, mai prevista peraltro visto che sono partecipi della fine dell’istruzione pubblica e delle garanzie che rappresentava, della manomissione della storia manipolata per dare fiato a quella pacificazione che per anni ha equiparato ragazzi di Salò  e partigiani, in modo appunto da farci intendere che saremmo tutti uguali e da assolvere da colpe e reati “politici” e non solo, banchieri criminali e pensionato che ruba due mele, con la differenza che i primi godono di un trattamento particolare, di leggi ad personam, bail in, parentele eccellenti, prescrizioni opportune, i secondi pesano di più nel piatto della bilancia e non godono delle stesse prerogative.

Eh sì, non c’è come l’eclissi dalla morale per far alzare la testa e la voce alla moralona, quella che assolve dalle colpe individuali e generali, e esonera dalle responsabilità chiamandosi fuori.  E che adesso si declina con l’accontentarsi: i buoni si appagano con imitazioni e approssimazioni, l’ecologia dei giardinieri che lasciano impuniti i padroni assassini e avvelenatori dell’Ilva, i trapanatori di montagne, i distributori automatici di cemento, persuadendoci che la salvezza risieda nel raccattare sacchetti di plastica in spiagge dove non possiamo andare per via di concessioni arbitrarie. O  del donnismo che si limita alla lotta al patriarcato, come se non fosse uno dei capisaldi dello sfruttamento capitalistico, e che si propone di promuovere il ricambio automatico di maschi prevaricatori con femmine  prevaricatrici, nella convinzione che i diritti primari siano ormai consolidati e che sia il momento di quelli aggiuntivi, come se davvero fosse così, come se esistesse una gerarchia e come se la lesione o la cancellazione di uno non comportasse una ferita insanabile a tutti gli altri.

E per non dire del pentolone dove si cucina a fuoco lento la battaglia contro l’antisemitismo, quello che viene propagandato e gonfiato come una bolla tossica purché non comprenda la paccottiglia islamofobica, anche quella antisemita, eccome, ma variamente tollerata, e meno che mai la leggenda degli ebrei che occupano i posti di comando grazie a banchieri strozzini che Rockfeller, Bce, Bank of China, J.P Morgan e HSBC Holdings plc gli “spicciano casa” muovendo tutte le leve di potere, accreditando l’ipotesi cretina che siano più capaci, quindo razza eletta,   proprio nello stesso filone narrativo dei Protocolli dei Savi di Sion. E alla quale diventa naturale rispondere con la coincidenza fatale tra ebrei della diaspora, quindi italiani, francesi, tedeschi, e governo, stato e popolo di Israele, che avrebbero, unici al mondo, la colpa di non aver appreso la lezione della storia.

Come se colonialismo, imperialismo, repressione e ferocia rappresentassero  fattori antropologici  distintivi di una razza:  “un gruppo d’individui di una specie contraddistinti da comuni caratteri esteriori ed ereditari: r. equine, bovine, canine; patate di r. olandese” secondo la Treccani, portatrice di istinti malvagi peculiari, che avrebbero la meglio su ragione e memoria trasformando il torto subito in diritto di infliggerlo. Fosse così, buoni e buonisti, non dovrebbero dimenticare  il passato  che ci riguarda da vicino, quello di milioni di emigranti sfruttati, costretti alla fuga in cerca di un po’ meno sfortuna di quella di essere nati in Friuli, in Basilicata,  in Calabria. E avrebbero dovuto dire no alla partecipazione a imprese belliche o coloniali che condannano altri sud all’esilio e che confermano la pena alla povertà  del nostro, dissanguato dalla pretesa di stare al tavolo dei grandi a tutti i costi per far più grande una minoranza, quella sì cattiva.

A forza di accontentarci delle briciole abbiamo rinunciato alle battaglie per il pane. E a poco a poco l’accidia e mediocrità come livelli desiderabili della sopravvivenza hanno fatto far pace al buono e al cattivo che c’è in tutti. E il cattivo, miseramente, vince.


Nigeria, oro nero nero

En Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando ebbe inizio i giornali parlarono del processo del secolo, del j’accuse contro quel colonialismo cui era stata data la definizione eufemistica di cooperazione allo sviluppo, sviluppatosi in modo abnorme  nell’era craxiana con il tandem Forte-Boniver diventato così leggendario da fare irruzione perfino nelle barzellette, e che insieme a know how, investimenti e tecnologie aveva “trasferito” come si diceva allora anche abitudini predatorie, speculazione, corruzione e  pratiche di “rafforzamento istituzionale” destinate a consolidare le tirannie sanguinarie di despoti locali.

Invece il caso Opl 245, l’immenso blocco petrolifero acquisito nel 2011 dalle oil major Eni e Shell, una specie di Eldorado offshore dell’oro nero(le sue riserve stimate ammontano a 9,23 miliardi di barili di greggio) a processo iniziato il 5 marzo 2018, dopo il rinvio a giudizio nel 2017 di 13 tra manager (tra i quali l’amministratore delegato Descalzi tuttora al suo posto), politici e intermediari accusati di corruzione internazionale e difesi da una task force di principi del foro, dall’ex vicepresidente del CSM Carlo Federico Grosso, all’ex Guardasigilli Paola Severino, è stato prudentemente estromesso perfino dalle brevi in cronaca e la stampa ha steso una cortina fumogena tanto che dell’Eni in Nigeria si parla solo per magnificare l’impegno dell’azienda volto a “ rimediare con un sistema di drenaggio delle acque alle gravi inondazioni che da anni devastano il villaggio di Aggah”, per celebrare la conversione del cane a sei zampe in generoso San Bernardo.

E’ perfino difficile ricostruire la vicenda del giacimento assegnato nel 1998 per 20 milioni di dollari – una frazione irrisoria del suo valore attuale – alla Malabu Oil & Gas, una società  la cui proprietà occulta veniva fatta risalire all’allora ministro del Petrolio Dan Etete, uno dei fedelissimi del dittatore Sani Abacha, e ceduto a Shell ed Eni in cambio di un pagamento di 1,3 miliardi di dollari, 1,1 miliardi dei quali sono stati trasferiti alla Malabu invece che allo Stato nigeriano, in qualità di tramite e mediatore per conto società di Etete e dei suoi famigli.

Per anni la Procura di Milano (al centro di un depistamento ordito per insabbiare l’inchiesta)  ha indagato sulla trama  degli spostamenti di fondi  del denaro di Eni e Shell,  transitati per un conto londinese riconducibile al governo di Abuja, ma poi  indirizzati in altri innumerevoli rigagnoli riconducibili a   conti correnti di politici nigeriani di alto livello, intermediari e vertici della nostra più prestigiosa impresa nazionale.

Deve essere per questo che, a conferma dello spirito di fattiva collaborazione che anima i due Paesi, con la Nigeria non è stato necessario un memorandum sulla falsariga di quello sottoscritto con la Libia (ne ho scritto recentemente qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/02/libia-la-smemoranda-dei-governi/ ) per “porre le basi per una cooperazione e per contrastare l’immigrazione clandestina”, benchè il presidente della Regione Campana non perda occasione per denunciare come quel paese invii qui la sua mafia locale importando da noi il suo patrimonio di competenze  malavitose col quale infiltra la nostra camorra.

A rafforzare le intese malgrado questo incidente di percorso, ci aveva pensato a gennaio il Conte 1 con una visita di Stato in Niger nel quadro, come ebbe a dire “di un percorso di rafforzamento della partnership con i Paesi africani e  a dimostrazione dell’importanza che il Paese, situato alla frontiera meridionale della Libia, riveste per l’Italia” in qualità  di  interlocutore privilegiato per “coniugare, in stretto concorso di forze, sicurezza e sviluppo, un binomio fondato su numeri e impegni ben precisi: da un lato sostegno all’addestramento delle forze di sicurezza nigerine, missione, avviata dalla Ministra Pinotti,  che reca il marchio di un zebù e il motto ciceroniano Non nobis solum, cui partecipano da settembre 92 soldati italiani, che hanno già provveduto alla formazione di 260 militari, e alla fornitura di mezzi ed equipaggiamento per il controllo dei confini, dall’altro programmi di cooperazione (ne farà parte anche la nomina a console di un uomo Eni?) a sostegno delle donne, dell’imprenditoria giovanile e dell’agricoltura su cui finora sono stati investiti circa 80 milioni di euro”.

Si continua a chiamare cooperazione, collaborazione, produttiva concordia e che altro, l’occupazione a scopo coloniale del paese del Sahel da parte di contingenti di Stati Uniti, Francia, Germania, Canada e Italia che viene motivata con una sedicente  lottacontro il terrorismo, con l’altrettanto sedicente controllo a monte delle migrazioni e con il più verosimile intento di proteggere gli investimenti stranieri. Periodicamente i soldati presenti e quelli provenienti da una ventina di paesi occidentali e africani, effettuano muscolari esercitazioni  militari congiunte  con lo scopo di “rafforzare la collaborazione tra le forze di sicurezza africane per proteggere i civili dalle violenze legate all’estremismo religioso”, nel contesto dell’iniziativa statunitense del 2003,  la Pan Sahel initiative, e poi nel 2004 la Trans-Sahara counterterrorism partnership, che hanno interessato il Ciad, il Mali, la Mauritania, il Niger, l’Algeria, il Burkina Faso, il Camerun, il Marocco, la Nigeria, il Senegal e la Tunisia per  promuovere “l’addestramento di unità dell’esercito specializzate nel contrastare le minacce terroristiche e la diffusione del radicalismo”.

E vi pare che potevamo far mancare il nostro contributo a queste azioni a alto contenuto umanitario e morale? celebrato nel mese di luglio proprio a Niamey, capitale nigeriana, in margine alla Conferenza dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Africana durante la quale è stato ratificato l’accordo e i protocolli esecutivi per realizzare compiutamente   quella Zona di Libero Scambio che istituisce una grande area commerciale, forse la più grande del mondo, che vuol fare dell’Africa e delle sue risorse un immenso supermercato.

il progetto è quello di una fiera free duty e free tax, un outlet con dietro ai banconi le solite multinazionali e gli eserciti per ne tutelano la presenza e gli affari , sempre meno minacciati da popolazioni locali ridotte allo stremo da guerre, comodi conflitti interni alimentati da fuori, fame e sete, espropriati dalle risorse che mantengono la nostra magra eppure dissipata sopravvivenza, dandoci l’illusione che non siamo a rischio, anche se non è difficile immaginare cosa può attenderci in qualità di propaggine molesta del continente nero, da sospingere con ogni mezzo  in basso, verso quelle geografie disumane dove, come in Nigeria, ultima nell’indice di sviluppo umano, prima nell’appalto del controllo dei migranti a disposizione di chi ha bisogno di schiavi, e dove 5 persone possiedono una fortuna combinata che supera di gran lunga  il bilancio dello stato.

 

 

 

 

 


Monete al posto delle medaglie

553edda3-76d5-4929-bcd5-f201f5e88576_570 Anna Lombroso per il Simplicissimus

In una non singolare coincidenza con la scomparsa definitiva dall’agenda della sinistra dei temi della lotta all’imperialismo e alla sue guerre, in favore di un vago cosmopolitismo, delicato eufemismo per farci digerire la globalizzazione, abbiamo assistito negli anni a un recupero del concetto di patria, nella sua forma più retorica e trita da aggiungere alla paccottiglia impiegata per sostituirla alla sovranità costituzionale e all’autodeterminazione, cui si diceva fosse obbligatorio rinunciare per giurare fedeltà e obbedienza a un “sito” regionale e morale superiore, l’Europa.

E infatti a imporre un più moderno racconto enfatico, ridondante di un’accumulazione di icone e miti e segnato dalla ripresa istituzionale di liturgie arcaiche, compresa la parata sui sampietrini di Via dei Fori Imperiali restituita alla sua funzione di passerella per dittatori e truppe in divise sgargianti e stivali di cartone, fu proprio Ciampi, del quale è bene ricordare il curriculum denso di abiure e segnato dall’abnegazione cieca nei confronti dei pescicani della finanza, della paternità dei più scandalosi processi di privatizzazione dei tesori nazionali a cominciare dall’Iri, e dell’obbligo di sottostare ai ricatti del mercato sul debito pubblico, oltre che della decisione di vietare per sempre alla Banca d’Italia di comprare titoli di Stato già al momento dell’asta, riducendo il suo ruolo che aveva avuto la qualità di vigilare e avere un effetto stabilizzante sui prezzi. Ma anche dall’acquiescenza nei confronti degli oltraggi delle maggioranze di governo e della sua fascistizzazione, compresa la cancellazione del 25 aprile e la conversione del 2 Giugno, festa di una Repubblica che rifiuto la guerra, in celebrazione da officiare armati fino ai denti malgrado la defezione di generali impuniti, adirati per il femmineo pacifismo di governi imbelli intenti a indebolire le forze armate.

Rispolverati i sussidiari, la narrazione risorgimentale, escludendo magicamente le repressioni piemontesi nel Mezzogiorno, retrocedendo la resistenza a appendice  postuma e promuovendo il primo conflitto mondiale a “quarta guerra d’indipendenza”, dando nuovo lustro all’inno di Mameli da imporre in tutte le sedi, da Miss Italia, ai derby, come risposta non troppo efficace alle esuberanze di Bossi e come colonna sonora della partecipazione a campagne belliche in ruoli non sempre di appoggio e subalterni, è diventato  politicamente corretto, quindi doveroso riporre in soffitta il “Nixon boia”, le marce contro la Nato e i picchetti davanti all’ambasciata dell’alleato più caro e irrinunciabile. E pure  il patetico pacifismo delle anime belle, grazie alla integrazione nel pensiero comune di concetti sconcertanti, quelli di imprese belliche cruente con finalità di  esportazione di democrazia e aiuto umanitario in Crimea, Etiopia, Somalia, Serbia, Libia, Iraq, o Afghanistan, quelli della guerra come necessaria preparazione della pace, a detta di garrule ministre della Difesa, quelli della obbligatorietà di armarsi indirizzando su incauti acquisti  risorse e finanziamenti ben più necessari in altre destinazioni, quelli, altrettanto strategici e imprescindibili, entrati nella mentalità comune, secondo i quali dovremmo essere compiaciuti di accogliere come un premio e una ammissione alla tavole dei Grandi,  l’occupazione e la militarizzazione  dei nostri territori, oltre che della nostra economia, perché si prestino a fare da trampolini, deposito di intendenze, poligoni di tiro esponendoci a rischi in cambio della funzione di attendenti dei generali e marmittoni delle loro cucine.

Adesso poi ancora di più la Patria, e lo sciocchezzaio dei nostri fini dicitori di bubbole: la Matria della Murgia non poi molto più accettabile della difesa leghista dei sacri confini minacciati dal meticciato, è diventata un must per mettere in risalto i valori positivi di una non meglio identificabile identità “tradizionale” ma aperta alla cucina etnica e fusion, alla penetrazione commerciale di mode e droghe, ai rap a Sanremo, a Bella Ciao in cinese, rispetto ai vizi del sovranismo e del populismo, e  le virtù invece della rinuncia a poteri e competenze che permettono a governi incapaci e asserviti di legittimare la loro impotenza e la loro subalternità.

Eppure proprio il  4 novembre, tra sacelli e monumenti a dinastie di traditori e ladri, in vie e strade dedicate a generali  che hanno difeso le frontiere dall’invasore straniero sacrificando 600mila nostri eroici cittadini, molti dei quali passati per le armi per il reato di insubordinazione, tra corone d’alloro e sacrari a Graziani in memoria delle imprese, contro faccette nere, oggi sostituite da quelle delle nostre imprese in nome della nuova cooperazione con antiche colonie realizzata anche quella per salvaguardare il sacro suolo dalle orde      selvagge, sarebbe ragionevole guardare a film proiettati altrove, al trailer di quello che può succedere quando il popolo mai troppo sovrano, mai troppo responsabile e mai abbastanza civile si affida a quelli in uniforme, come in Cile, in Equador, in Argentina.


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