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Maledetto Tocqueville

Da più o meno 160 anni uno spettro si aggira per l’Europa: si tratta de La Democrazia in America del visconte Alexis de Tocqueville, il libro a cui si deve ascrivere una delle più grandi finzioni della storia, ovvero  il mito del modello americano inclusivo, libero, dotato di un sistema di rappresentanza universale e privo di una vera e propria aristocrazia parassitaria che anche quando accennava a formarsi appariva comunque “poco diversa dalla grande massa del popolo di cui abbracciava facilmente le passioni e gli interessi”. Chi affronta lo studio della storia americana e della sua rivoluzione alla luce di questa classica e ingenua convinzione si rende però immediatamente conto che quella di Tocqueville è soltanto una sorta di favola e per giunta anche piuttosto superficiale perché tutte le discussioni dei padri fondatori della Repubblica avevano ben altro spirito e vertevano invece sulla costruzione di un sistema fortemente verticistico, teso a garantire in maniera ossessiva una elite di ottimati dagli errori del popolo dotato dell’arma del voto. E questo viene detto apertis verbis in molte delle documentazioni che abbiamo a disposizione. Tra parentesi è lo stesso clima che si è affermato quando si è cominciato a parlare di Stati uniti d’Europa, ma quello che interessa qui è capire da dove derivi la fortuna del libro di Toqueville, come mai sia diventato l’architrave di un gigantesco equivoco pur essendo poco più di una divagazione di un viaggiatore così disattento da non vedere quello che aveva davanti a gli occhi.

La risposta la si può trovare in Tocqueville stesso, appartenente al novero di quelle famiglie di piccola nobiltà terriera, non più sostentate dalle rendite dei piccoli feudi che avevano da tempo intrapreso la via delle professioni: era insomma a metà strada fra ancient regime e ascesa della borghesia, fra primo e terzo stato, ma ancora intensamente reazionario.  E del resto la madre di Alexis era nipote dell,’avvocato che difese Luigi XVI davanti alla Convenzione nazionale. Questa nevrotica scissione accompagnerà  Tocqueville per tutta la vita e si accompagnerà alle frustrazioni per la sua modesta cariera nella magistratura. La sua Democrazia in America nasce proprio all’interno di questa enorme e profonda faglia politica: nel 1830 una rivoluzione depone il re Carlo X di Borbone al quale Toqueville era fedele e mette sul trono Luigi di Orleans di idee più liberali, simili proprio a quelle che Tocqueville aveva cominciato a sviluppare leggendo  Montesquieu, Voltaire, Rousseau nella biblioteca paterna, ma soprattutto prendendo coscienza della sua appartenenza al mondo borghese. Insomma diviso tra la fedeltà al vecchio re e le idee del nuovo accettò di buon grado l’incarico di studiare le istituzioni carcerarie americane e salpò verso gli Stati Uniti dove rimase poco meno di un anno, parte del quale passato a vagabondare per il continente. Se ne tornò in Francia con l’idea che negli Usa ci fossero grande livellamento sociale, assenza di privilegi e uguali possibilità per tutti nella competizione sociale. In realtà questo era solo l’effetto non di un sistema politico ma dell’immenso eccesso di risorse in un Paese – continente abitato all’epoca da meno di 12 milioni di abitanti, esclusi i pellerossa che erano però stati praticamente già sterminati: insomma c’era posto per tutti anche se non si era a capotavola, il che nel folclore popolare e cinematografico si è tradotto nel Paese delle opportunità. E tutto questo è stato sostanzialmente vero sino alla metà del ‘900, ma oggi gli Usa sono il Paese che ha la minore mobilità sociale fra tutti quelli sviluppati, mostrando la filigrana di una rigida struttura elitaria che rende più chiaro e più confuso insieme ciò che sta avvenendo in questi giorni.

Non so dire se Tocqueville abbia subito delle romantiche suggestioni dallo zio, Renè de Chateaubriand che anni prima aveva vagabondato anche lui in Nord America e che condivideva la stessa appartenenza sociale, antica nobiltà dedita in seguito commerci e quindi sempre a cavallo fra due mondi, ma si rimane basiti dalla descrizione edulcorata e falsa di  un’America che in realtà era egemonizzata da un ceto possidente già prima dell’indipendenza tanto che nel 1770 l’1%  dei grandi patrimoni nelle città deteneva il 45 per cento della ricchezza e questa razza padrona era ossessionata in permanenza dalla possibile minaccia di rivolte e sovversioni che del resto non erano mancate e parevano sempre in procinto di dare l’assalto al potere. In questa logica, il tratto originale  insito nella nascita degli Stati Uniti d’America è un’operazione mimetica per creare consenso attorno alla posizione dominante di classe e mantenere il potere politico. Ma tutto questo è evidentemente sfuggito a Tocqueville che voleva solo fondare una mitologia. E si rimane anche basiti  dalla scarsissima attenzione posta al problema della schiavitù dei neri che avrebbe potuto essere un bel problema per l’idillio democratico messo in piedi  e sullo sterminio dei pellerossa: alla fine il nostro risolve tutto nel dire che queste popolazioni dovrebbero accettare completamente lingua, cultura e costumi anglosassoni per poter uscire dalla loro condizione subalterna . Insomma un tipico colonialista europeo, forse anche un tantino razzista se è vero che fu amico e mentore di Joseph Arthur de Gobineau, l’autore del Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane,  testo fondamentale del razzismo del XIX° e XX° secolo.

Ma probabilmente l’ evitare alla democrazia americana il problema razziale piaga insanabile dall’origine ai nostri giorni  accompagnata dall’invito ad essere assorbiti dalla civiltà bianca è probabilmente stato uno dei fattori di successo del libro, insieme alla denigrazione della rivoluzione francese che “aveva fatto dei morti” e all’esaltazione invece di quella americana che in realtà ne aveva fatti molti di più, ma, come dire, senza volere, senza dare alla violenza una carica politica. La grande borghesia continentale che pure era giunta al potere con i sanculotti voleva tagliare i ponti con una rivoluzione nella quale era nascosto in qualche modo il germe del socialismo e la favola americana che esaltava la libertà economica, il buon paternalismo e l’avidità nascondendone le origini e le conseguenze era l’idea giusta per costruirsi una legittimità. Se oggi non capiamo cosa cavolo stia succedendo è semplicemente perché abbiamo un’idea dell’America radicalmente lontana dalla realtà e assistiamo ai contorcimenti di un potere in qualche modo diviso, la cui etica è l’esatto contrario di quella che viene narrata.  La favola bella che ieri ci illuse e continua ad illudere.

 


Remember America

Tutto cominciò allora, proprio la prima volta che toccai terra sul continente americano, l’anno in cui Reagan si candidò alla presidenza. Arrivai a Manhattan che era già notte, impigliato con la macchina a noleggio lungo, dentro vie sconosciute e buie, con l’occhio a una cartina sommaria, intento a capire cosa caspita significasse quell’ Expwy che campeggiava sui cartelli stradali e quasi solo alla fine capii che voleva dire expressway. Ma quelle vie non furono affatto veloci né dirette, formavano un garbuglio ignoto, quasi ostile e anche il tentativo di chiedere la direzione giusta a una pattuglia della polizia col mio inglese stentato per poco non si risolse in una notte in guardina e forse anche peggio: non sapevo che laggiù l’accostarsi a un’auto della polizia era una cosa che non si faceva, comunque non di notte e non nella parte di Queens che bordeggia il Bronx dove ero finito  Me la cavai solo perché il capopattuglia mi ravvisò come un “paisà”. Così la vista di Manhattan illuminata di notte con i suoi grattacieli mi sembro un po’ magica e un po’ maligna come un sortilegio. Quando finalmente arrivai all’albergo prenotato sulla 47a la prima cosa che senti alla reception fu “Time is now, Reagan for president”.

Non sapevo che lo slogan mi avrebbe accompagnato durante tutto il coast to coast e ritorno perché avendo accumulato due mesi di ferie non godute e corte non fatte, avevo tempo e spazio: così dai grandi laghi alle montagne rocciose e finalmente al Pacifico non mi potei sottrarre al fatto che era il momento di Reagan, ma debbo dire che il possibile avvento di questo ex attore uscito da chissà quale anfratto dei Hollywood non mi interessava più di tanto, anche se destavano curiosità e apprensione i suoi trascorsi di cowboy di celluloide: davvero l’ultima cosa al mondo che mi sarebbe venuta in mente è che quell’uomo avrebbe avuto un’influsso decisivo anche sulla mia vita. Time is now lungo i campi sterminati della fascia centrale dove il mais maturo forma un muro verde oro lungo l’asfalto, “è il momento”  lungo le strade delle montagne rocciose dove le mitiche auto americane si fermavano con i radiatori bollenti o rimanevano messe di traverso come balene spiaggiate per aver affrontato la prima curva stretta della loro vita e dove anche io dovevo stare attento perché il retrotreno tendeva ad andare a zonzo. Si toccava con mano la differenza fra cinema e realtà.  E poi la promessa insistente di abbassare le tasse scendendo verso l’oceano: “state meglio ora o quattro anni fa?” cioè quando fu eletto Jimmy Carter, gracchiava la radio tra sermoni e musicaccia country. Ma intanto c’era un caldo maledetto, e un’azzurro intenso che sembrava sparire solo con la curvatura del pianeta, non potevo immaginare che in quel momento e in quel luogo il mondo sarebbe cambiato, anzi sarebbe precipitato.

Con Reagan infatti cominciò il travolgente abbassamento delle tasse ai ricchi, giustificato col non sense della curva di Laffer, ma anche venduto come la terra promessa per tutti visto che più ricchi erano i ricchi più soldi sarebbero scesi come lo spirito santo sui poveri e anche sulla classe media. Erano in gran parte illusioni che chiunque avrebbe potuto  smontare facilmente , ma che appunto essendo illusioni e suggestioni sfuggivano all’ambito razionale. Fino alla metà degli anni ’70 tutti i sistemi di tassazione dell’occidente erano pensati per portare alla distribuzione del reddito e per questo i massimali di quello che oggi noi chiameremo Irpef erano altissimi, arrivavano e superavano il 90 per cento. Questo tra gli altri effetti faceva sì che i ricchi non diventassero mai troppo ricchi: già lo erano abbastanza per imporre una loro visione della società e dell’ economia, per determinare scelte antipopolari e per cominciare a imporre una loro egemonia cultuale intrecciata a quella dell’impero dopo aver fatto le prove generali in America Latina. Con l’avvento di Reagan che ribadiva e pantografava la Thatcher su scala planetaria quei patrimoni che già allora parevano esorbitanti  cominciarono ad aumentare  a dismisura e con il concorso delle deregolamentazioni iniziò la corsa alla concentrazione  di capitali e di attività che doveva portare la ricchezza di pochi a livelli mai visti, talmente ampi da potere comprare praticamente ogni cosa e da diventare un potere prevalente rispetto agli stati e dunque ai sistemi democratici. Negli anni ’70, per fare un esempio, il patrimonio della famiglia più ricca d’Italia, ma anche tra le più ricche del mondo, quella degli Agnelli, si aggirava tra i 1000 e i 2000 mila miliardi lire che sarebbero poi il mezzo miliardo e il miliardo di euro: una miseria, un portafoglio che oggi ti farebbe parere un accattone a Davos, giusto l’obolo che Bill Gates ha pagato per comprarsi l’Oms.  Del resto quella stessa famiglia che una volta possedeva una delle più grandi aziende automobilistiche del mondo pur decaduta e marginale  possiede oggi complessivamente non meno di 80 miliardi di euro a stare bassi vale a dire decine di volte di più di quanto non avesse 45 anni fa.  Si è realizzato il concetto che Reagan espresse nel discorso di insediamento: “Lo stato non è la soluzione dei problemi, lo stato è il problema”. E adesso lo stato, la legge e la salute sono loro.

Era “time is now” quando finalmente di lontano si stagliò il Golden Gate (il pedaggio costava allora dieci dollari poco meno di un motel di fascia bassa) ma Yerba Buena come si chiamava in origine San Francisco la potevo quasi toccare con mano senza immaginare cosa sarebbe accaduto. E mi soffermo su questo tratto di strada vicino alla Silicon Valley e di memoria perché proprio a cominciare da allora la crescita esponenziale dell’informatica e il suo enorme impatto sulla vita delle persone, farà da schermo a questo processo di fusione, capitalizzazione, finanziarizzazione, concentrazione dell’informazione mettendoci tutti di fronte a un fatto compiuto che non possiamo né cambiare, né accettare. Quindi ciò che sta accadendo oggi è in relazione diretta con quell’ America di 41 anni fa che a un europeo sembrava un mistero buffo dove l’opulenza delle strutture e la loro apparente modernità si scontrava con una nascosta arretratezza, o meglio ancora con una insondabile mediocrità di fondo. La radio ogni tanto gracchiava  “Time is now…. E ora per noi It is not the time.


I due golpe americani

Oggi quasi tutta l’informazione si chiede cosa stia succedendo in America, dopo che persino il Campidoglio è stato preso invaso da dimostranti  e c’è anche scappato il morto, una donna peraltro veterana dell’Air Force ( qui il video dell’uccisione). La domanda in realtà è mal posta perché questa informazione mainstream dovrebbe invece chiedersi perché abbia minimizzato i giganteschi brogli elettorali (c’è chi dice avvenuti anche grazie a complicità italiane) , perché abbia sempre e comunque demonizzato Trump e invece santificato Biden nascondendone la corruzione e i suoi trascorsi di boia dell’ America Latina. Perché abbia ordinato e pubblicato sondaggi elettorali palesemente falsi, perché abbia drammatizzato fino all’impossibile una sindrome influenzale facendola passare per peste, mettendo la museruola a fior di esperti, bloccando ogni dibattito  e riducendo la scienza a un grottesco feticcio; perché racconta come fossero verità eterne anche le più squallide e assurde balle del potere.  E’ inutile che ora questa informazione si domandi cosa stia succedendo perché essa non sta osservando il problema, ma è parte del problema, ovvero dell’assalto finale alla democrazia e alla rappresentanza da parte di potentati economici che sono poi gli stessi che controllano giornali, televisioni, intrattenimento e sebbene non ancora del tutto, la rete.

Sono proprio questi strumenti che hanno tenuto per mano e accompagnato la graduale trasformazione della  repubblica americana in quello che potremmo chiamare un principato elettivo dove l’inquilino della Casa Bianca è deciso da alcuni grandi elettori che non sono quelli del sistema di voto presidenziale, ma i potentati che detengono il potere reale compresa l’informazione. Per la verità già la tanto vantata e così poco compresa democrazia americana contiene un forte aspetto elitario, derivato dai fondatori e talvolta nascosto sotto la forma federale, ma poi con la caduta dell’Unione sovietica e il progetto di dominio universale l’elemento imperiale rappresentato da un unipolarismo di fatto e coagulato dentro le teorie neoliberiste hanno finito col prevalere e se gli elettori hanno scelto Trump, i grandi elettori padroni dell’informazione hanno scelto Biden e lo hanno incoronato mettendo in piedi giganteschi brogli. Naturalmente questi episodi, come del resto le violenze “democratiche” prima del voto possono essere contenute, ma è evidente a questo punto che qualsiasi presidente sarebbe illegittimo per una metà del Paese, entrambi sono a capo di due golpe contrastanti.  E come quasi sempre avviene in questi casi la legittimazione sarà sancita non più dal popolo, ma dallo scontro di forze del tutto esterne anche se non estranee al processo democratico e nello specifico quelle dell’economia reale e quelle della finanza ovvero petrolio, edilizia, meccanica, agricoltura contro  Wall Street e il denaro di carta per così dire anche se costoro vogliono abolire il contante. Tuttavia questa battaglia è sempre contro i cittadini siano essi per Trump o per Biden: l’invasione dei luoghi della politica è in realtà qualcosa di bipartisan è l’esasperazione per ciò che è diventata la vita in Usa, con uccisioni  da parte della polizia di individui disarmati, brutalità, corruzione, occupazioni e invasioni delle case da parte di polizia militarizzata, perquisizioni lungo le strade, incarcerazioni a scopo di lucro, guerre a scopo di lucro, sorveglianza ossessiva, tassazione senza alcuna rappresentazione, detassazione dei potenti, disoccupazione e salari sotto il livello di sopravvivenza, aumento esponenziale delle disuguaglianze determinato dalla logica di sistema e non da questo e o quel presidente da questa o quella maggioranza parlamentare.

E’ fin troppo ovvio che questo scontro è presente in qualche misura dentro tutto l’occidente e nei suoi paraggi, non a caso alcuni osservatori parlano di scenari da Maidan che adesso coinvolgono la stessa America da dove sono partiti quasi tutti i tentativi di cambio regime. E tuttavia c’è molta gente che a nessun costo vuole vedere la semplice realtà e va avanti guardando il mondo come da dietro un’acquario, pensando ancora di essere un pesce rosso, mentre è già bottarga per i grandi banchetti. In ogni caso è fin troppo ovvio che siamo al collasso di un sistema e che il modo migliore per suicidarsi e di non prenderne atto in tutte le sue implicazioni sia politiche che geopolitiche e la ricerca di altre strade rispetto a quella dell’oligarchismo liberista in qualunque modo essi si incarni.


Considerazioni di un impuro

Sergio-Zanni-Lospedale-2015-gessi-colorati-carboncino-tempera-su-carta-cm.-60x90Qualcuno che non sia mentalmente paralizzato dall’ideologia pandemica si potrebbe legittimamente chiedere come mai molte persone continuino a mettersi le mascherine anche passeggiando da soli oppure in macchina, nonostante il fastidio che esse procurano, la loro inutilità e anzi la loro pericolosità persino attestata dall’Oms che è il sacro tempio del profitto finanziario da cui viene scacciato chiunque non sia un mercante . Ed è solo uno dei tanti manufatti anti contagio  e comportamenti completamente assurdi dal punto di vista medico e epidemiologico che vediamo attuare. Ma sarebbe sbagliato pensare che tutto derivi dalla paura oltre che dalla volontà di fare paura: questi non sono che detonatori che per permettono di inalberare gesti e simbologie “di barriera”, di distanziamento dagli altri e in definitiva di allontanamento dall’impurità. Ed è ancora più interessante vedere come questi segnali siano assolutamente più frequenti proprio tra quelli che si inginocchiano in maniera teatrale contro il razzismo, secondo un rito primitivo di tradizione quacchera che gli sciocchi europei imitano senza comprenderlo, sapendo solo di fare spettacolo, vale a dire politica secondo gli attuali criteri.

C’è in vista solo un cambiamento dell’impurità che è all’origine del razzismo americano, quello che ispirandosi al libro di Giosuè impose lo sterminio dei nativi per evitare il “contagio”, quello che ancora fino a qualche decennio fa permetteva di considerare corrotta una persona che avesse soltanto un goccia di sangue nero (o fino alla guerra ebraico o italiano) nelle sue vene. Quando sentiamo nei vecchi film l’espressione “sporco negro”, ovvero dirty nigga non pensiamo che l’espressione si riferisca letteralmente alla contaminazione del sangue come è in effetti e che stessa denominazione di puritani riferita ai colonizzatori del Nord America, sia paradossalmente la più appropriata, ma questo ormai appartiene al passato, la questione razziale è talmente stupida e anacronistica da essere impresentabile anche per gli stessi razzisti di pancia. Ma non è così per il principio di purezza che si orienta ormai verso altri punti cardinali, ovvero quelli economico sociali ( lo “sporco povero”) o quelli sanitari, (lo “sporco infetto”). E’ una traslazione dovuta alle necessità della globalizzazione, della nuova disuguaglianza e della nuova discriminazione  che non a caso si esprime con più forza proprio contro il  razzismo che è la vecchia, obsoleta  versione della questione elitaria e in definitiva della purezza.

Non c’è stato un solo caso, non uno , nelle decine di prese di posizione e di dibattiti che ho letto e ho ascoltato nei quali la questione nera sia trattata come dovrebbe in una prospettiva sociale, visto che ormai il colore della pelle è accessorio rispetto alle condizioni sociali, alle pessime scuole riservate ai poveri, alla criminalità,  l’incontestabile marchio delle situazioni di disagio economico e di sfruttamento, nulla che osi contestare il sistema neoliberista e persino tra i sanderiani  non ci sono che tiepidi e vagi accenni. Come si può vedere dalle statistiche la polizia in Usa uccide oltre mille persone l’anno senza reale motivo e i neri non sono significativamente più dei latini e dei bianchi: ciò che collega questi individui non il colore della pelle o la lingua che parlano  è che vengono tutti da ambienti di impietosa emarginazione e discriminazione economica. Ora sentiamo dagli stessi super ricchi che vogliono vaccinazioni universali a fronte di un a sindrome influenzale, che questi poveri, sono troppi, che il loro numero va ridotto, che sono loro che mettono a rischio la salute universale non piegandosi ai riti pandemici destinati a dividere i puri dagli impuri. Non è nemmeno un caso che il complesso mediatico si avvi a stritolare le chiese di ispirazione neo testamentaria piuttosto che biblica o che le religioni nel loro complesso siano diventate in qualche modo sospette alla laicità neoliberista, non perché oppio dei popoli, che quello invece va benissimo,  ma in quanto portatrici di un criterio diverso di purezza e di discriminazione. Ora chi vuole sentirsi impuro? Chi non aspira a mettersi addosso il segno della nuova purezza? Chi non vuole far parte della razza dominante? Così il nuovo culto laico pandemico è destinato a rimanere anche senza pandemia e tra un po’ vedremo come con la scusa del distanziamento la scuola diventerà l’incubatrice delle differenze sociali invece di esserne l’ostacolo. Ecco perché i veri antirazzisti sono degli irriducibili “impuri”.


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