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Firenze. E piovve sul bagnato

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nessuna città – e nessuna cittadinanza –  si merita un tornado, una “bomba d’acqua”, una tromba d’aria, insomma uno di quegli eventi che ormai,  ogni volta che si verificano,  vengono definiti “estremi”, imprevedibili, ingovernabili,  anche se si tratta di un temporale estivo, di una nevicata a gennaio, di una grandinata d’agosto. E il bello è che a restituire la patente di anomalia a fenomeni un tempo ordinari, sono gli stessi che negano le cause e gli effetti del cambiamento climatico, anche quello annoverato tra le disfattiste leggende metropolitane alimentate e messe in giro da chi vuole fermare  sviluppo  e crescita.

Certo però che dopo aver provato Renzi i fiorentini potevano risparmiarsi il suo pupazzo più realista del reuccio. Perché è vero che questi anni sono segnati da una radicalizzazione delle manifestazioni meteorologiche, che spesso sono accompagnate da accadimenti insoliti e da una violenza atipica. Ma proprio a motivo di ciò, maggiore cura dovrebbe essere dedicata alla manutenzione, maggior attenzione alla prevenzione, maggior considerazione alla tutela e minor concentrazione allo scarica-barile col passato, che peraltro il povero Nardella non può liberamente esercitare pena l’ingresso immediato nel cono d’ombra del suo padrino, o all’abituale rimando di responsabilità con gli organismi delegati alla vigilanza e all’allerta, come sta puntualmente avvenendo.

E proprio quel “progresso” –  scientifico e tecnologico  – che ci viene sbandierato come aspirazione in nome della quale dobbiamo di buon grado rinunciare ad altre certezze e ad eterni interrogativi, dovrebbe metterci in condizione di prevedere, prevenire, fronteggiare o almeno circoscrivere e limitare danni e perdite.

Certo a questo servirebbero governanti avveduti, diligentemente concentrati nella tutela dell’interesse generale e non dei sacerdoti dell’emergenza, inclini a adoperarsi in modo che l’acuirsi dei problemi favorisca il ricorso a regimi speciali, a misure eccezionali, a commissariamenti straordinari con il necessario aggiramento di leggi, scavalcamento di competenze e inosservanza di regole.

Eh si, i fiorentini non si saranno meritati un nubifragio da ira di Dio, ma pare abbiano voluto e si siano meritati di essere le cavie di quella sperimentazione che ha fatto di Firenze il laboratorio dove testare le “riforme”del governo e il suo credo, e che si avvale  tra i suoi testi sacri di un agile  volumetto – redatto nel typical inglese del premier e secondo lo stile VeryBello – quel   “Florence city of the opportunities” che propone un vasto repertorio di “occasionissime”: una sessantina di AAA all’incanto, tra conventi secenteschi, ex tribunali, le Poste di Michelucci,  palazzi storici, il teatro comunale, una fortezza medicea, ex officine, tutte offerte da non perdere, scaricabili anche  dal sito “Invest in Tuscany”,  catalogo immobiliare della Regione. E la cui “cessione” è stata perorata dal Nardella in veste di piazzista in giro per il mondo, dalla Germania alla Cina, auto-promosso a agente immobiliare e intermediatore non solo di immobili pubblici ma anche di proprietà private affidategli in considerazione dell’entusiastica dedizione alle leggi del mercato, le uniche che questo ceto affarista intende rispettare.

Eh si, Firenze  ancora più di Roma o di Venezia, ma come il lavoro, la scuola, la riforma elettorale, è proprio la bottega nella quale si è collaudata  l’autocrazia, l’espropriazione dei poteri dell’ente locale, il ricorso alla deliberazioni d’urgenza, la privatizzazione selvaggia, l’indole al familismo della cricca, la sordità burbanzosa e arrogante alla volontà di partecipare e contare dei cittadini.

Come peraltro è dimostrato dal regolamento urbanistico approvato pochi mesi fa, anzi imposto senza tener conto delle innumerevoli e motivate contestazioni di cittadini, associazione, organizzazioni, sotto forma di dossier, indagini, deduzioni e controdeduzioni sfociate in quasi 350 emendamenti, solo 7 dei quali sono stati accolti, e che si accredita come la rimodulazione su scala locale dello Sblocca Italia, delegando ai privati le scelte strategiche sui nodi  principali, sugli edifici monumentali  non a caso “abbandonati”, sui grandi contenitori in disuso, facendovi rientrare con un escamotage anche le due infrastrutture più critiche, Aeroporto e Stadio, segnando la rinuncia a ruolo e competenza dell’ente locale sulle destinazioni del Complesso di San Firenze, sulla Manifattura Tabacchi, sull’ex Ospedale San Salvi e aprendo la strada con l’alienazioni di beni comuni a speculazioni e malaffare, secondo un percorso segnato quasi dieci anni dall’operazione Castello, sottoscritta dal Comune e da  Sal­va­tore Ligre­sti: un milione e 400mila metri cubi di cemento nella piana a nord-ovest della città, a ridosso dell’aeroporto, in ter­reni “malati” e poco profittevoli, quindi adatti a ospitare ser­vizi pubblici e “sociali”:   caserma dei Cara­bi­nieri,   Mer­ca­fir, il Centro Alimentare Polivalente molto frequentato recentemente dai Nas,  e che dovrà trovare una nuova destinazione per lasciar posto allo stadio. E sul cui regime “speciale” di concessione il regolamento non si pronuncia in modo da confermare che il vero spirito che lo anima è la de-regolazione.

E dire che uno dei messaggi forti dell’eterna campagna elettorale da sindaco, da segretario, da premier di Renzi era “basta col consumo di suolo”,   per una pianificazione a “volumi zero”. Il regolamento prevede invece  indici edificatori zero solo sulle aree rurali e grazie alla legge  urbanistica regionale, mentre nelle aree urbanizzate  gli indici lievitano in virtù di concessioni, di premialità fino al 30% sul volume, di parcheggi interrati e a raso, di impianti sportivi,  di cervellotiche classificazioni degli edifici.

Nella Firenze che verrà troveranno posto un  immenso   tubo che sventrerà il sottosuolo, un aeroporto largamente inutile e sovradimensionato che metterà a rischio l’intero sistema idraulico della piana limitrofa alla città e accanto  un inceneritore il cui inquinamento  si aggiungerà a quello dello scalo.

Il fatto è che eleggiamo gente che non nutre amore per nulla che non siano potere e quattrini, ascendente e influenza. Che gode nell’oltraggiare bellezza, storia, cultura.

Sono colpevoli loro, ma ancora di più chi glielo permette.

 

 

 

 

 

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