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Cialtronate all’ultimo stadio

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che avvilimento, ero ancora posseduta dallo spirito della Comune e ecco che mi imbatto nell’entusiasmo condiviso che ha accolto le dichiarazione del Ministro dei Beni Culturali sull’opportunità di annoverare tra i “grandi attrattori” ai quali destinare 1,1 miliardi nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e in grado di fare da richiamo per una  nazione retrocessa a puttana in vendita, lo stadio di Firenze.

Mi precipito a vedere di cosa si tratta e scopro che il Piano ha immaginato quel budget per provvedere “al restauro e alla rifunzionalizzazione di complessi di elevata valenza storico-architettonica e testimoniale”, localizzati nelle principali città italiane “in cui il recupero dei beni del patrimonio culturale è alla base di processi di rigenerazione urbana nei quali, spesso, le amministrazioni locali sono già da tempo impegnate”. 

Adesso non cominciate con la solita lagna che ci sono altre priorità, che i problemi delle città consistono in quel processo di espulsione dei residenti per far posto al terziario, alla speculazione edilizia e immobiliare e al turismo, che tra l’altro è sospeso da un anno fino a data da destinarsi, che se proprio volessimo parlare di rigenerazione meglio sarebbe mettere mano al patrimonio abitativo pubblico e privato invece di moltiplicare la pressione del cemento e il consumo di suolo, dando un tetto alle centinaia di migliaia di persone  e famiglie private del diritto a una casa dignitosa, agli sfrattati aumentati di numero per effetto delle misure di contrasto del Covid.

Seppure orbato delle competenze in materia di turismo, il Ministro sa bene cosa ci serve per riposizionare l’Italia come “meta” iperdotata di appeal, per accreditare il Paese come il più Very bello, per conquistargli la reputazione di resort per una clientela privilegiata.

E cosa c’è di meglio di uno stadio di calcio che possa far gola alle società acquisite dagli emiri, dove si applichi il distanziamento doveroso più che per i noti motivi sanitari per garantire l’opportuna lontananza tra curve facinorose e gruppi di ultras che condizionano uno sport infiltrato dal malaffare. O che, in mancanza delle necessarie misure di ordine pubblico: ormai sono venuti a mancare anche gli steward promossi a più alti destini e i militari dirottati verso le pratiche vaccinali, costituisca lo scenario prestigioso per le partite dell’era del digitale (anche in questo caso consiglierei il dito medio simbolicamente alzato), facendo la stessa fine degli Uffizi, delle Gallerie nazionali, di musei e biblioteche consegnati alla Netflix della cultura.

E d’altra parte è quello che si meritano gli italiani, che mica vorranno tenere aperti i loro “giacimenti” se non ci sono turisti, come insegna il sindaco di Venezia, accontentandosi invece di visite virtuali e riproduzioni comprese di  moviola.  

C’è da dire che fa tenerezza lo spirito solidaristico che, malgrado tante divisioni e lotte intestine, anima i cassamortari del Pd, uniti nella spartizione dei resti miserabili dei piccoli potentati locali e nazionali in mancanza di ben altre protezioni e provvidenze. Lo dimostra l’affettuoso scambio di encomi tra ministro e sindaco, un duetto rossiniano di miagolii: “guai se non ci fossi tu”, e  “bravo a avermi rammentato questa priorità”, e infine “gliela facciamo vedere noi a quegli imbelli che non si espongono e non tirano fuori manco un fiorino”.

Perché l’urgenza di adoperarsi in cerca di finanziamenti per la restituzione alla città in trepida attesa del suo stadio nasce dal rifiuto opposto dal presidente della Fiorentina determinato a non mettere un soldo bucato nell’operazione di restauro dell’impianto progettato da Nervi oltre 90 anni fa, che ha costretto il Sindaco a darsi da fare per trovare appoggio dall’alto all’ipotesi di pagare l’intervento con risorse pubbliche.

Difatti da più di un mese il garrulo primo cittadino vantava di aver conquistato un consenso bipartisan alla sua iniziativa per la realizzazione del restyling “dello stadio più bello del mondo che lascerà tutti a bocca aperta”- in fondo basterebbero 100 milioni di euro per un nuovo Franchi coperto da reperire con mutui e istituti di credito e con l’immancabile Cassa Depositi e Prestiti –  che andava da Nencini a Sgarbi e tutti i parlamentari toscani cui oggi di aggiunge il ministro.

La patria glielo doveva  e anche l’Europa elemosiniera a strozzo, che non gli avevano fatta bastare la norma salva-stadi cucita su misura dal Pd e Italia Viva per coronare il suo sogno di una nuova arena a Campo di Marte.

Così deve accontentarsi di un rifacimento che si aggiunge al susseguirsi di manipolazioni e aggiustamenti che hanno tradito l’antico progetto, dall’ abbassamento del manto erboso, all’eliminazione della pista di atletica all’aggiunta di  incongrue tribune, anche quello benedetto da apposito emendamento al decreto Semplificazioni del 2017, scritto sotto dettatura per consentire  azioni di conservazione o riproduzione “anche in forma e dimensioni diverse” da quelle originali degli  elementi strutturali, architettonici e visuali.

Come dire che  si può trasformare tutto in nome della  conservazione, magari aggiungendo altre curve, spostando qualcosa più in là  per far posto alla merchandising, attività di punta proprio come nei musei.

E difatti intorno allo stadio si muovono grandi interessi: il Comune si è impegnato per la “riqualificazione totale del Campo di Marte” con parcheggi, viale Paoli pedonale, la tramvia (il Ministero darà 249 milioni), nuovo verde e anche aree commerciali concessi in gestione a privati.

 Beati i sindaci vigenti al tempo della pandemia: la sospensione del poco salutare rito elettorale li esime da certe rese dei conti, così possono trastullarsi coi loro Colossei, che di martiri da dare in pasto ai leoni ce ne saranno sempre di più.  


Città d’arte, nuove necropoli in svendita

Anna Lombroso per il Simplicissimus

E per fortuna che sono una blogger felice e sconosciuta, altrimenti potrebbe toccarmi in sorte il trattamento riservato al ben più autorevole  e prestigioso storico dell’arte Montanari, querelato dal sindaco insieme alla Giunta del Giglio per aver criticato il “modello Firenze”.

Il delitto di lesa maestà è stato compiuto in diretta tv a Report su Raitre, quando Montanari ha osato accusare Nardella di aver messo all’incanto la città che amministra: “Firenze è una città in svendita… è una città che se la piglia chi offre di più, e gli amministratori di Firenze sono al servizio di questi capitali stranieri”.

C’è da chiedersi che altra formula più blanda avrebbe più opportunamente definito, tanto per citare il caso in questione, l’operazione “immobiliare”, che ha per oggetto l’ex monastero medievale di San Giorgio alla Costa, già umiliato dalla trasformazione in caserma malgrado insista in un’area Unesco, e recentemente ceduto a un maggiorente argentino che ne vuol fare un luxury hotel con 20 suite, 18 appartamenti, più di 80 stanze, centro fitness, piscina, parcheggi e servizi nel sottosuolo, da dove, lo si evince dalla scheda della variante urbanistica comunale, potrebbe partire l’auspicato collegamento con il Giardino di Boboli e con il Forte Belvedere in qualità di dependance del relais grazie alla realizzazione di una funicolare orizzontale a cremagliera. 

Invece il Nardella proprio non gliela lascia passare e pretende 165 mila euro di risarcimento.

E’ che negli anni si è fatta strada una nuova interpretazione del cosiddetto danno di immagine:  denunciare un intervento speculativo di esproprio di un bene comune recherebbe nocumento alla reputazione molto più che lasciar crollare gli argini dell’Arno, molto più che autorizzare il passaggio di treni ad alta velocità sotto il selciato delle piazze e delle vie storiche, molto più che togliere quattrini alla comunità per ampliare un aeroporto secondo un progetto che anche prima del Covid era sovrastimato rispetto ai bisogni, molto più che affittare a prezzo simbolico siti della fede e dell’arte in qualità di location per eventi aziendali, molti più che improvvisarsi lobby per ottenere  un emendamento favorevole alla realizzazione del nuovo stadio grazie allo   “Sblocca Stadi” approvato in Parlamento da centrodestra e centrosinistra  e che consente l’abbattimento di impianti sportivi storici tutelati in nome della loro “modernizzazione” per rispondere alla “sostenibilità economica”, al profitto cioè, dei privati investitori.

Ci sono molti modi per vendere una città, ma tutti prevedono che vengano cancellate l’identità e l’appartenenza dei cittadini in modo da costringerli all’esodo, che venga demolita l’impalcatura che la tiene insieme, fatta di memorie, tradizioni, storia, che gli abitanti vengano sostituiti da nuovi “residenti” saltuari secondo i comandi dell’impero dello sfarzo che dei lussuosi vagabondi di meta in meta del Grande Privilegio, che si soffochino le botteghe, le attività consuete tramandate da generazioni per far posto alla moderna chincagliera e alla paccottiglia contemporanea, uguale a Firenze, Napoli, Dubai, Singapore.

Ma uno di modi più efficienti ed efficaci è condannarle a un destino obbligato, unico e irriducibile: la “vocazione” industriale per alcune, magari dense di pregi artistici e paesaggistici, ma più defilate rispetto ai tragitti e agli itinerari del neo- cosmopolitismo, assassinate in modi addirittura più cruenti, come a Taranto, infliggendo la pena della bruttezza, dell’umiliazione e del ricatto, e dell’avvelenamento fino alla morte, turismo invece per le città d’arte.

E infatti, ci fanno capire, senza turismo Venezia, Napoli, Firenze, Palermo, Siena, Lecce non solo non sono più città ma vengono meno anche all’opportunità di diventare luna park, Disneyland, alberghi diffusi, musei a cielo aperto.

E difatti con al sgangherata brutalità che lo caratterizza, il Sindaco Brugnaro ha fatto sapere che in mancanza di visitatori i musei civici veneziani resteranno chiusi fino ad aprile «a prescindere dalla decisione del governo che per ora ha disposto la chiusura dei Musei fino al 15 gennaio». In mancanza dell’indotto degli ospiti stranieri,  la Fondazione che li gestisce come fossero un supermercato, chiude malgrado le reiterate promesse di tener fede all’impegno di servizio civile e culturale, colpendo i lavoratori, quasi mille, perlopiù associati alle cooperative affidatarie, messi in cassa integrazione a 300 euro, o, peggio, quelli precari e mai regolarizzati dai Musei Civici nemmeno ai tempi delle vacche grasse dei forzati delle crociere e delle file interminabili di pellegrini, lavoratori autonomi a partita Iva che si ritrovano senza lavoro e senza alcun tipo di sussidio.

Sono quelli cui il ministro Franceschini promette i fasti del turismo di prossimità, interno, talmente “minore” da non meritare l’accesso a quei “giacimenti”, tanto per usare un termine a lui caro, che rappresentano davvero “servizi pubblici essenziali, indispensabili alla promozione culturale e alla crescita umana e civile”, raccolte di tesori accumulate nei secoli, inventate proprio da noi, che sono sparse in tutta la geografia del paese, secondo la calzante definizione data  dall’International Council of Museums  che ne parla come di “un’istituzione permanente senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali e immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e specificamente le espone per scopi di studio, educazione e diletto», insomma per  quel “pieno sviluppo della persona umana” citato all’articolo 3 della Costituzione della Repubblica.

Altro che tenerli chiusi, oggi più che mai dovrebbero aprire i battenti in aiuto dell’istruzione, di quella coesione e unità di popolo che è stata oggetto del miserevole mantra di anche in questo caso  non usa il potere che la Carte gli conferisce per sostituirsi alle Regioni e agli enti locali inerti quando ne va del bene pubblico, salute, lavoro, cultura, della storia “patria” che è fatta di navigatori, poeti, artisti ma pure di quei partigiani che volevano garantirci istruzione, valorizzazione dei talenti, accesso alla bellezza.

Si quella bellezza che si vede e ridiventa nostra in quei luoghi,  non nei centri commerciali, invece aperti agli “assembramenti”, e nemmeno su internet, a pensare alla indecorosa narrazione ministeriale del “Netflix della cultura” di Franceschini, che quando parla   di “mettere in scatola lo spettacolo dal vivo”, per coprire l’oltraggio dei teatri serrati, pensa al dinamismo digitale del direttore degli Uffizi, ridotto a mettere online le foto dei capolavori interdetti al pubblico con la possibilità di un like sul preferito,  o della valutazione della clientela come su Amazon.  

Altro che tenerli chiusi, proprio adesso che  gli italiani più poveri moralmente e economicamente hanno diritto di godere di quello che mantengono con le loro tasse alla pari del sistema sanitario che hanno pagato con la fiscalità e che è loro interdetto.

Altro che mettere per strada i dipendenti facendo intendere che il loro lavoro dipende dai “biglietti”, quando abolirli costerebbe come due giorni di spese militare all’anno, spese sulle quali non si è risparmiato nemmeno in questi mesi.  

Quindi buon anno, non mi sottraggo al rito ogni volta più incerto.  Anche se di una cosa ci tocca invece essere certi, che la bellezza non ci salverà, dopo il trattamento che le riserviamo.


Pandaffarismo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

E anche oggi mi tocca parlare di Covid, per ambientare adeguatamente qualche informazione. Allora, c’è una parte dei decisori, trasversale ai partiti della maggioranza, che si industria per mantenere vivi i livelli del terrore sanitario, offrendo dati incerti, confusi, manipolati contro ogni affidabilità e accertamento da quando la scienza è diventata un’opinione.

Poi c’è un’altra  parte, si tratta soprattutto di quelli di recente nomina “speciale”, che si esercita per mettere a frutto l’apocalisse profilattica, quelli dei banchi, delle mascherine, delle siringhe, dei vaccini, che comportano tali e tanti investimenti che non ce n’è per ospedali, bus e metro, assunzione di personale medico  o di insegnanti.

Poi  ci sono quelli scafati che occupano tutti i settori, avendo fatto della morbilità un brand favorevole a profitto, signori del cemento che si attrezzano per proporre fondi, boss dell’elettronica che si specializzano in assicurazioni sanitarie, capoccia della meccanica che obbligano i dipendenti a rifornirsi delle loro pensioni integrative, anche per avere il gusto di sfruttarli due volte, come lavoratori e clienti. 

E infine  ci sono quelli che zitti zitti, con l’aiuto del silenzio stampa – esteso alla rete – su qualsiasi tema che non sia igienico, continuano nella loro solerte e alacre attività affaristica di sempre in favore di una cupola parassitaria, imprenditorial- finanziaria, cordate di costruttori e immobiliaristi, pusher di balle digitale e simili.

Così in tutto questo affaccendarsi stava per sfuggirci la notizia che il fiero Bonaccini che non perde un’occasione per mostrarci il vero volto del riformismo  progressista ha tentato un colpaccio che Berlusconi, si direbbe a Roma, je spiccia casa: nelle maglie  della discussione in corso in assemblea legislativa sulle “Misure urgenti per promuovere la rigenerazione urbana dei centri storici”, all’articolo 33 in materia di  «riqualificazione delle strutture ricettive alberghiere e la rigenerazione urbana degli ambiti a vocazione turistica», aveva fatto introdurre surrettiziamente un vero e proprio condono  edilizio, sanando gli abusi  e aumentando le volumetrie. È il nuovo “modelle emiliano”, che vuol far dimenticare quando nel1968, quando superando i decreto del governo centrale che stabiliva che ogni cittadino italiano avesse diritto a non meno di 18 metri quadrati di spazi pubblici (per il verde, l’istruzione, i parcheggi ecc.), l’Emilia-Romagna lo fissò invece a 30 metri quadrati, o il piano Cervellati per le case popolari a Bologna, o il piano paesistico regionale che addirittura tenta di peggiorare la legge regionale del 2004 che consente di sanare gli abusi conformi alle regole vigenti al momento della domanda di condono.

Bonaccini ci prova. Sussulto dei Verdi e di una non precisata “sinistra”. Minaccia di ricorsi. Bisbigli della stampa, mentre tace  la vice distratta dall’impegno costante a essere Coraggiosa, alla fine il Presidente, proprio come il Cavaliere quando c’era lui, incolpa una “manina” insidiosa, la scarica malgrado sia una fedelissima, fa marcia indietro, scontenta i suoi grandi elettori della costa romagnola e  fa stralciare le misure incriminate, quelle che, dichiara, “non sono strettamente legate solo traguardo cui puntiamo: una maggiore semplificazione per favorire il ricorso all’Ecobonus 110%”.

Insomma, questa è andata male, ma altri cantieri sono aperti,  grazie al tandem con la garrula ministra che, pur sognando in grande un altro duetto, quello con Nardella per le Olimpiadi BO-FI,  ha accelerato l’attribuzione delle risorse per “fondamentali”  opere stradali, tra cui Passante, bretella Campogalliano-Sassuolo e Cispadana. E poi  c’è l’ampliamento dell’aeroporto di Parma, candidata a città green, che estende la pista di circa 770 metri, con un terminal cargo e un hangar per aerei privati, a meno di 2 km dai quartieri periferici della città e 3 km dal centro  e che dovrebbe ricevere gli aerei più grandi del mondo come il Boeing 747, 450 tonnellate di peso di cui 200 solo di carburante, un terzo del quale viene consumato durante decolli e atterraggi, sopra la città, prevedendo  entro il 2034, 50 movimenti al giorno. A chi si domanda ingenuamente cui prodest un intervento del genere con gli scali ridotti a archeologia aeroportuale: presto detto, Amazon che ha acquistato un lotto di 11 000 mq nelle vicinanze,  si accredita come capofila di un gruppo di aziende che voglio realizzare là, nel cuore della zona più inquinata d’Italia, un immenso polo della logistica di oltre 100000 mq.

Così si capisce meglio cosa intenda Bonaccini per autonomia regionale: la consegna a multinazionali, gruppi privati che intendono occupare militarmente il territorio e tutti i comparti a cominciare dal commercio, alla scuola, alla sanità e infatti per risparmiare al bilancio pubblico i costi di nuove strutture ospedaliere, il furbacchione ha dichiarato a suo tempo che i positivi “stanati dai suoi tracciatore casa per casa”, sono le sue parole,  possono essere ricoverati nei 1.000 posti letto che ha individuato in strutture alberghiere.

Una volta si parlava di questione meridionale, ma pare chiaro a vedere l’assalto a Milano condotto da colossi immobiliari e costruttori esotici, l’ostinazione con la quale si collocano Mose, Tav e Olimpiadi invernali tra le priorità della ricostruzione, tramite la promozione di quelle 130 Grandi opere, che ricorda da vicino la Legge Obiettivo di Berlusconi, anche senza citare l’infiltrazione mafiosa  in probabile non temporanea associazione di impresa con il tessuto economico “legale”, sarà più corretto parlare di questione nazionale, nella quale illegalità, sfruttamento, consumo e abuso del territorio avvengono a norma di legge, grazie a procedure concordate che hanno trasformato programmazione, pianificazione e urbanistica in pratica negoziale tra amministrazioni pubbliche e privati, nella quale sono i secondi ad avere sempre ragione.  

Basta pensare al decreto Semplificazioni orgogliosamente licenziato in luglio mentre eravamo distratti dal “via libera” concesso in modo da poterci subito dopo accusare di licenziose trasgressioni, quelle invece autorizzate ai comuni delegati a decidere misure autonome in materia di condono, alla incertezza che, non a caso, regna in merito alle autorizzazioni paesaggistiche e alle valutazioni di impatto ambientale, perché anche in questo caso la confusione permette lo stravolgimento di regole e buonsenso.

Basta pensare  al maquillage effettuato per modernizzare il testo di legge che regolava gli interventi edilizi (DPR 380/91) nella direzione dell’attacco delle aree storiche delle città,  alterando un edificio, innalzandolo, modificandone il prospetto, in virtù di opportune deroghe discrezionali elargite dall’amministrazione comunale in nome dell’interesse generale.

Basta pensare che il decreto prevede che i sindaci possano affidare senza alcuna gara pubblica lavori fino a 150 mila euro, e che per tutti gli importi superiori a questa cifra fino al massimo di oltre 5 milioni di euro, possano essere bandite gare negoziate senza  “evidenza pubblica”. Basta pensare che il provvedimento acclamato  come un colpo alla burocrazia, rafforza il ruolo del Cipe e attribuisce poteri eccezionali alla figura dei commissari, sempre gli stessi intercambiabili,  per l’attuazione delle opere e che potranno dotarsi di uffici tecnici a loro scelta, emarginando e svuotando il ruolo delle strutture di sorveglianza e controllo.

Basta pensare che ha messo le basi per un altro provvedimento che viene da lontano, dal mito della lotta alla burocrazia dei lacci e laccioli alimentato nelle Leopolde, nutrito del dileggio dei parrucconi misoneisti, fossero costituzionalisti, sovrintendenti, storici, officiato come una fede che richiede il sacrificio di armonia, qualità di vita, bellezza del paesaggio urbano e dell’ambiente naturale.

Sarà infatti costituito da 140 articoli e si intitolerà ‘Disciplina delle costruzioni’ il “tanto atteso” nuovo Testo Unico dell’Edilizia messo a punto dal tavolo istituito dal Ministero delle Infrastrutture presso il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, al quale partecipano Ministeri, Regioni e Professioni Tecniche in materia di  resistenza e stabilità delle costruzioni; sostenibilità delle costruzioni;accessibilità delle costruzioni e che lascia ampia delega alle Regioni, che proprio in questo anno hanno mostrato la loro efficienza,  e ai Comuni, a introdurre proprie norme sulle distanze, altezze massime e densità “per favorire la riqualificazione del patrimonio esistente”, riducendo  a due i “titoli abitativi”, le autorizzazioni cioè,  per realizzare costruzioni e interventi sull’esistente.

Ecco, non diciamo più che lo stato di eccezione ha paralizzato l’azione legislativa. O che ha interrotto una normalità fatta di conflitti di interesse, sacco del territorio, speculazione, abusivismo, sfruttamento di risorse e svendita del bene comune, illegalità resa ancora più lecita e necessaria dalle leggi della “pandeconomia”.    


Museo degli Orrori

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sotto tutti i ministri addetti alla conservazione e promozione del nostro patrimonio artistico e culturale, quelli che nel vocabolario delle coglionate progressiste vengono definiti i nostri giacimenti aurei, il nostro petrolio denunciando che quindi vanno sfruttati in modo che producano anche se sono “vecchi”, ricorrentemente si è riproposta, o rinfacciata come si dice a Roma di un piatto indigeribile, l’ipotesi di tirar fuori dai sotterranei dei musei tesori dimenticati.

Ma non per trovare una collocazione che permetta a noi tutti di goderne, macché, per darli invece in comodato a mecenati che saprebbe tenerli con cura: banche, fondazioni, multinazionali ai quali dovremmo essere anche grati per la generosa ospitalità, che ci regala l’immagine di Ad e di presidenti di importanti istituti finanziari e imprese che la mattina passano il piumino da spolvero su qualche manierista, o  che si portano in trasferta qualche baccanale barocco per valorizzarlo in camera da letto o qualche scena di caccia per la foresteria.

In feconda e fantasiosa controtendenza, invece, quel geniaccio del direttore degli Uffizi, che non finisce mai di stupirci per le sue  simpatiche  trovate nazional popolari, quell’Eike Schmidt, noto per aver voluto come testimonial la bionda influencer in qualità di musa botticelliana e benevola promoter delle arti  in anticipo sui suoi fasti come persuasiva garante e divulgatrice delle misure anticovid dell’esecutivo, quello apprezzato per aver aggiunto a Dad e smartworking anche l’arte dal sofà realizzando Uffizi On Air, “un ambizioso progetto” per gite  virtuali nel museo comprensive di “trasposizioni online”  accessibili ogni martedì e venerdì, sul profilo Facebook (aspirando a contendere così il successo del competitor più cliccato e che vanta  “più follower al mondo”, il Prado),  ecco proprio lui, non ti è andato a pescare da una cantina prestigiosa un presepe per esibirlo nelle sale e nelle visite digitali, in occasione del Natale?.

Ingenuamente penserete che si tratti di una plastica rappresentazione della natività, magari settecentesca, magari portata alla luce da un ripostiglio di Capodimonte.

Vi sbagliate, la cantina era quella della Rai e il presepe è quello commissionato a un artista contemporaneo, Marco Lodola, da Nicola Sinisi, uno dei decani dei manager del servizio pubblico. Ma quando l’opera da oltre 30mila euro è arrivata in Viale Mazzini, pare che sia stato lanciato un feroce ostracismo  al pagamento e all’esposizione dell’opera, finita così a languire nei sotterranei della Rai finché Schmidt ha raccolto il grido di dolore del suo creatore offrendogli ricetto.

E difatti il gruppo della natività è già stato installato al primo piano dietro le vetrate del Verone e sarà visibile dal Ponte Vecchio, mentre il gruppo dei Magi  potrà essere ammirato dalla piazza degli Uffizi.

Grande il compiacimento espresso da Sgarbi, presente alla toccante cerimonia insieme al Sindaco Nardella, come ci fa sapere il Giornale, che encomia la scelta illuminata e “illuminante” del direttore del polo fiorentino di offrire lo spettacolo di son et lumière in modo che “domini e si rispecchi nell’acqua del fiume, e sia visibile dal Lungarno”. Insomma si tratterebbe “di una intuizione moderna e originale nel pensiero della tradizione e dei valori cristiani. Nelle Natività di Rubens il bambino è un bozzolo di luce. Qui la luce è l’idea stessa di Dio. Sotto la stella cometa che tutti ci unisce nel pensiero del Santo Natale“.

Ora va a sapere se l’iniziativa del direttore voglia configurare uno scisma della fede con l’esposizione del “presepe laico”, contro quell’interpretazione del Natale propagata anche via Dpcm dal Presidente del Consiglio fervido seguace di Padre Pio e di Di Maio, fervente custode del messaggio, stavolta allarmante, di san Gennaro, come festività di appartata testimonianza, riflessione e contemplazione.

 Va a sapere se anche l’opera del Lodola, non sia diventata materia di scontro politico tra impolverati chierichetti e innovatori che piacciono al Papa della gente che piace, tra servizio pubblico che non sa aprirsi alla modernità e progressisti rutilanti alla Drive in.

Va a sapere se invece non sia una di quelle operazioni fatte per épater qualche bourgeois, incarnato da Montanari, da quelli di PatrimonioSos.it, parrucconi e misoneisti, insomma una di quella provocazioni che spacciano paccottiglia di plastica e materiale da ferramento come prodotti  di una creatività   visionaria, irridente e ribelle,  che verrebbe penalizzata per il peccato di essere “troppo oltre”, troppo  d’avanguardia e troppo innovativa.

O va a sapere se invece il nostro Schmidt non sia invece e inaspettatamente un cultore dell’arte Pop, oltre che uno in cerca di rinnovare i famosi 15 minuti di notorietà cui tutti avremmo diritto come sosteneva Warhol, più che degli ormai noiosissimi e abusati Raffaello, Simone Martini, Piero o Pontormo, che ha voluto suscitare un benefico scandalo per risvegliare le coscienze dei molesti passatisti e appagare gusti e inclinazioni  meno retrograde con la sacra rappresentazione rutilante di luci stroboscopiche a evocare le discoteche ormai chiuse.

Se è così non è sicuro che l’iniziativa abbia avuto successo. La Natività di Sanremo, che di questo si tratta, con Lucio Dalla in veste di San Giuseppe, la Cinquetti di “Non ho l’età” come Maria, Freddie Mercury come pastorello e David Bowie come Angelo svolazzante e benedicente sarebbe più congruamente collocata nel contesto della riabilitazione del Kitsch, secondo la efficace  definizione di Gillo Dorfles che ne parlava come di uso improprio, estemporaneo e incoerente, come dell’imitazione “eticamente scorretta di ciò che è stato fatto prima e meglio”.

E se poteva aver ragione molti anni fa Walter Benjamin  per il quale si trattava di  “Una gratificazione emozionale istantanea senza sforzo psicologico, senza sublimazione”, oggi sembra non sia educato dare del “brutto” a qualcosa che appaga sentimentalismo, faciloneria e ignoranza, che  contribuisce a generare e accreditare  un gusto distorto o almeno riduttivo della bellezza, proprio come insegna il proverbio non è bello ciò che è bello, ma quel che piace, Torre di Pisa di pasta di zucchero, i villaggi turistici che copiano i trulli e le grotte die Sassi dai quali per secoli le popolazioni si volevano affrancare, i rosari fosforescenti e le magioni dei boss delle cerimonie che riecheggiano più che Versailles le ville del Cavaliere.

Che d’altra parte Schmidt fosse un appassionato del Kitsch lo aveva già rivelato la sua compulsione a innovare il museo con aggiunte estrose, combinando l’adeguamento allo spirito del tempo, come nel caso dello scalone, dei nuovi “collegamenti verticali”, della tettoia faraonica utile a proteggere gli “avventori” dalle intemperie, con gli obblighi di promuovere la profittevole commercializzazione del prodotto “bellezza” estendendo e razionalizzando lo spazio per lo shopping.

In attesa che a Luciano Pavarotti, Mina, Renzo Arbore, Rita Pavone, Max Pezzali, Caterina Caselli, come le figurine di San Gregorio Armeno, si aggiunga il 24 un Gesù Bambino dei discografici penalizzati dall’Avvento del digitale, magari il cantante Pupo? Cominciamo col chiederci se i fiorentini, anche quelli che non hanno votato Renzi e non votano Nardella si meritino l’umiliazione dei fresconi che si vendono gli affreschi, dei loro musei ridotti, mai come in questo caso, a Juke box e flipper.


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