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Marcia sulle rovine

rovineAnna Lombroso per il Simplicissimus

Mi auguro che non vi siate persi il gustoso siparietto del sindaco di Venezia con tanto di gilet della Protezione Civile, proprio come un Salvini qualunque o una olgettina in divisa da poliziotta,  che manifesta in piazza San Marco circondato da un assembramento di osti celebri per perorare la causa della “riapertura”, rappresentata icasticamente da apposita scritta luminosa proiettata sul Campanile.

Il Campanile, se gaveva sentà, si era proprio seduto su se stesso, nel lontano  14 luglio 1902, quando  la gente della Giudecca e del Lido  e i barcaroli che passavano con le chiatte cariche di frutta, verdura, pesce, si accorsero stupefatti che mancava qualcosa nel profilo della loro Venezia. La gente gridava per strada, passandosi la notizia, correva a guardare il cumulo di rovine: il crollo senza vittime venne vissuto come un lutto cittadino, le macerie   furono gettate in mare, a circa 5 miglia dal Lido di Venezia, trasportate con un grosso barcone e l’impressione suscitata fu quella di un lugubre trasporto funebre.

Così residenti, autorità, ma anche l’opinione pubblica mondiale, decisero concordi che dovesse essere restituito alla Serenissima e all’immaginario collettivo, come prima e dove era prima.

Lo stesso accadde con l’incendio della Fenice, l’ultimo, quello del 1996: anche in quel caso i veneziani piangevano guardando nel cielo della sera levarsi le fiamme che parevano inestinguibili, anche in quel caso si disse che il teatro doveva risorgere proprio come l’animale mitologico di cui portava il nome, dov’era prima e come prima.

Ecco sarebbe bene che questo nobile principio non venisse preso alla lettera nel caso della “ricostruzione” come ostinatamente viene chiamato con il linguaggio bellico sfoderato da governo, task force, regioni, comuni, comunità scientifica, stampa, il dopo virus. Da due mesi informazione, opinionisti e pensatori  ci somministrano come una medicina troppo dolce per poter far bene, le edificanti visioni del futuro, che non potrà che essere migliore, per via della lezione della storia che, per la prima volta da che mondo e mondo, ci avrebbe insegnato  il riscatto da egoismi, indifferenza, accidia.

Ultimo della serie il fondatore e ex segretario del Pd, sindaco di Roma, vice presidente del consiglio, ministro del Beni Culturali, purtroppo mai abbastanza ex nella sua  veste di curato che prima del film nel cinemino parrocchiale è solito tenere il suo  sermone, rivolto ieri a noi ragazzini del campo di calcetto che per una volta ci siamo guadagnati il dieci in condotta.

Così rivolgendosi ai partigiani del divano, ai resistenti delle serie di netflix, ai combattenti del pane fatto in casa e delle penne lisce malgrado l’intolleranza al glutine, ha mostrato il suo compiacimento perché gli italiani si sono dimostrati responsabili, saggi e fieri,   gente robusta radicata nella terra e nel lavoro, si nella terra come vogliono Bellanova e Bonaccini pronti a affidare a una caporalato pedagogico chi percepisce il reddito di cittadinanza, e nel lavoro, se vogliamo definire così precariato, contratti anomali, volontariato, part time, grazie alle riforme progressiste.

Alla faccia di certi  pistolotti basta invece andare a vedere che cosa ci stanno preparando se dopo l’emergenza si sta allestendo la normalizzazione della calamità, commissariati dalla troika, soverchiati dai debiti accumulati e strangolati da quelli nuovi contratti grazie all’amore delle banche, con affitti e bollette arretrate, sospeso il lavoro precario, i commerci e le attività artigianali, mentre le curve sud del governo se la prendono con gli indegni “aperturisti” che mettono a rischio la salute dei cittadini,  come se Ance, Confindustria, potenti catene della distribuzione e ancora più potenti cordate del cemento,  multinazionali, imprese di produzione di strumenti bellici non avessero già dettato le leggi, quelle del mercato, della concorrenza sleale e dello sfruttamento.

A quelli non serve la lezione prevedibile, anzi prevista, del cigno nero perché con la scuola si sono comprati anche la storia, che non guarda agli effetti collaterali, civili bombardati o falliti, affamati e espropriati di diritti.

E a proposito di chi sta a galla rispetto ai sommersi, come al solito penalizzati da un lato per aver troppo voluto, dall’altro per non essere equipaggiati con le qualità che garantiscono successo e affermazione, la Repubblica geme per la dèbacle di  Airbnb proprio nell’anno che doveva segnare il decollo definitivo con la quotazione in Borsa, vicina ai 50 miliardi di dollari e che adesso dopo la fase di “survival”, sopravvivenza, è costretta a tornare “ai fondamentali”, peggio di prima,   licenziando duemila persone, un quarto di tutti i dipendenti.

E sempre Repubblica in pieno nuovo corso, si compiace che il ministro Franceschini invece di imporre l’entrata gratuita in tutti musei, investendo in quello che il coglionario neo liberista ha definito il nostro petrolio, invece di assicurare il posto al personale dei beni culturali, annuncia la sua svolta epocale: per sei mesi niente tasse per i tavoli all’aperto, per i dehors dell’apericena, perché ammettiamolo, il pilastro della nostra economia compresa quella di risulta delle case vacanze e dei B&B illegali, sporchi, al di sotto di ogni requisito di sicurezza e decoro, compresa quella dell’occupazione di suolo, che va dalla Tav ai bar del centro, risiede nella “licenza”, nella  irregolarità premiata purchè faccia cassa  e perfino in quella sancita per legge in tempi emergenziali e per l’interesse generale, come succederà con le olimpiadi invernali, per le quali non è stata prevista nessun “survival”.

E difatti a Venezia, come prima e dov’era prima e quindi peggio di prima è “ripartito” il Mose. Così come voleva l’Ance, come voleva il sindaco che, se a novembre dichiarò di non sapere nulla del prodigio ingegneristico il cui brevetto voleva rifilare ai cinesi in cambio del virus: così imparano, si è prodigato perché le opere “buone” proseguissero, entusiasta delle performance garantite da test taroccati,  e anche le “cattive”, se il commissario uscente ha dichiarato aperti verbis  che “sono stati anticipati i quattrini per  lavori improrogabili per 5 milioni, ma  sono stati spesi solo 300 mila euro”,  se più di tre anni fa  una trentina fra funzionari del Magistrato alle Acque di Venezia, professionisti, manager del Consorzio Venezia Nuova, perfino un ministro, avevano ricevuto l’intimazione a pagare entro 90 giorni una somma tale da compensare i 42 milioni di euro spesi “per sassi da diga” che avevano gonfiato le fatture  mascherando  le tangenti del malaffare, ma adesso si scopre che l’atto è stato annullato.

E’ stato messo così un sigillo finale e simbolico sulle azioni risarcitorie a carico   della cricca che provocò “un maggior costo dell’opera (finora oltre 6 miliardi) e influito sulla formazione del cosiddetto ‘prezzo chiuso’, oltre che sul sistema dei controlli, con possibili riflessi sulla qualità dell’opera e aggravio dei costi sull’Amministrazione e dello Stato”, secondo le parole del procuratore regionale veneto della Corte dei Conti.

O a Firenze il come prima sarà peggio di prima se a compensazione del cespite per i tavolini dei caffè d’oro,  o delle tasse di soggiorno, il sindaco propone di “mettere in garanzia il patrimonio edilizio” del Comune, grazie alla giovevole “opportunità” concessa benevolmente dal Governo, di ricorrere all’indebitamento. Come a dire i sigilli a  Palazzo Vecchio per far fronte alle spese ordinarie, incrementate dall’epidemia.

A dimostrazione certamente che il modello di una città a unica vocazione turistica è destinato al fallimento, ma anche a conferma del disprezzo riservato al bene comune, a quel patrimonio che nel mantra del ceto dirigente del Paese, da anni, dovrebbe costituire il giacimento da sfruttare nei secoli, che la metà della superficie del tessuto urbano che ha subito trasformazioni proprietarie o di destinazione d’uso  interessa  proprietà pubbliche alienate tra cui caserme, ospedali militari, stabili anche monumentali e altro, per essere convertiti in strutture residenziali di lusso.

Ci aspettano tempi feroci se chi è rimasto a casa non sa se potrà mantenerne al proprietà o il diritto d’uso, se chi è stato esposto al “rischio sanitario”, andando a lavorare, nel giro di pochi mesi, si troverà in cassa integrazione o senza posto.

Mentre la ripresa è garantita per i corsari del mare – la prodizione cantieristica non solo di navi da guerra è considerata essenziale, per le multinazionali, comprese quelle turistiche che garantiscono viaggi sicuri e protetti e ospitalità in siti intoccati da virus, germi e batteri che infestano le gite in pullman con vendita di pentole, per i cantieri, abilitati a tornare come prima, con crolli, incidenti sulle impalcature, negli altoforni sia pure con  dotazione di mascherina scaricabile dai redditi, per l’immenso mercato online, promosso a colonna della globalizzazione.

Si ricostruzione garantita, ma ancora più sregolata a norma di legge marziale, in modo da  sanare i bilanci privati pesando su quello pubblico, per socializzare le perdite a nostro carico, per farci pensare che saremo si, sopravvissuti, ma questa che ci aspetta è un po’ meno della vita.

 

 

 

 


La porti un virus a Firenze

UFFICIO STAMPA COMUNE DI FIRENZEAnna Lombroso per il Simplicissimus

Bisogna proprio che ringraziare Nardella, che non tradisce mai. Quando alla vostra blogger sembra di non avere spunti e provocazioni per un post, ecco che il sindaco di Firenze le viene in soccorso con una delle sue trovate.

Quella più recente, intorno alla quale ferve il dibattito tra addetti ai lavori, virologi,  clinici, amministratori e citrulli di varie specializzazioni, consiste nella decisione di contravvenire alle regole di profilassi e pure alle indicazioni del Ministro dei Beni culturali, aprendo i musei di Firenze gratis nel fine settimana dal 6 all’8 marzo.

«Credo che l’Italia debba promuovere la più grande campagna di promozione turistica del Paese mai realizzata finora, ha dichiarato,  abbiamo bisogno di questo, non solo delle azioni delle singole città. Fiorentini e turisti potranno approfittare di questa occasione e ritrovare nei nostri musei l’entusiasmo dell’essere comunità contro la paura».

Non l’avesse mai detto. Insorge lo Schweitzer de noantri, che con le sue consuete tinte pastellate ribatte “il virus ringrazia”. E lui, pur  rinnovando stima e ammirazione per lo scienziato,  tanto da chiedergli di collaborare forse nella guardiania e biglietteria  « Ciò che vogliamo dire al mondo, contesta,  è che Firenze non chiude…. Con tutte le cautele e le attenzioni che questa emergenza ci impone e nel rispetto delle ordinanze di regione e ministero, dobbiamo affrontare anche un’altra emergenza pesante, quella economica e dei posti di lavoro».

D’altra parte si sa che cosa sta a cuore, non a caso dalla stessa parte del portafogli, al primo cittadino della città del Giglio: consolidare la vocazione di Firenze città dell’accoglienza,  anche di extracomunitari, purchè provenienti dagli Usa, con eccezion fatta per ragazzotte wasp che con costumi azzardati e trasgressivi provocano reazioni troppo esuberanti di giovanotti sanguigni, dal Canton Ticino o dalla Gran Bretagna, mentre in qualità di efficiente esecutrice delle disposizioni in materia di ordine pubblico penalizza doverosamente lavavetri, mendichi, allestitori di kebab che macchiano reputazione e oltraggiano il decoro.

Come non trovare lodevole questo amore per la città e per il Very Bello italiano, secondo i dettami del ministro in carica che scelse questo slogan per la campagna di valorizzazione del Paese anche attraverso la celebrazione della sua lingua che in Toscana avrebbe avuto la sua culla.

E infatti dobbiamo a lui tutta una serie di interventi nel segno della continuità con l’augusto predecessore: la concessione di spazi pubblici di eccezionale valore artistico come location per eventi di importanti società e imprese in modo da animarli e vivificarli, perché non si riducano a musei sepolcrali, che si sa, come diceva il Renzi – quello che si era convinto che profeticamente dietro al suo scranno di sindaco Leonardo avesse buttato giù per lui il più strabiliante affresco epico, “valgono solo se fanno cassetta”, o se si possono mangiare in mezzo a due fette di pane, come asseriva un influente ministro dei governi del suo padre putativo.

Sempre con proterva determinazione e sprezzo del ridicolo oltre che dell’impatto ambientale, persegue e vuol coronare la festosa distopia dell’Alta Velocità applicata su scala urbana, addirittura con un  buco fotocopia bonsai della Tav, già costato oltre 800 milioni, 450 metri per 60, profondo 10.

C’era stato qualcuno che si era opposto a suo tempo, il presidente della regione Rossi, le cui ragioni sono ondivaghe e effimere come lo schieramento dentro al comune partito, ma più casuali delle relazioni col mondo del cemento. E infatti i due si sono trovati in perfetta sintonia sulla necessità imprescindibile di ampliare l’aeroporto di Peretola con un  progetto talmente insensato, dietro alle cui quinte si cela il solito Luca Lotti, da suscitare la reazione perfino del Consiglio di Stato che ha  preso atto di “un difetto di istruttoria e l’irragionevolezza del giudizio positivo espresso dai ministeri coinvolti sul decreto di valutazione di impatto ambientale”, certificando che “l’illegittimità dei provvedimenti impugnati comporta la necessità di rinnovare il procedimento”.

Ma lui non si arrende, va avanti  nella piena consapevolezza “della necessità dell’Aeroporto di Firenze di dotarsi di una nuova pista e di un nuovo terminal per rispondere alle evidenti criticità infrastrutturali dello scalo” perché vuole Firenze capitale e lui vicesindaco d’Italia, che il primato si sa spetta a Lui.

E insieme a un Grande Aeroporto che riceva un pubblico in realtà sempre più ridotto come dimostrano le statistiche sul turismo anche prima del virus, vuole anche un Grande Stadio per la Grande Squadra viola, delle Grandi Olimpiadi da tenere in felice combinazione con Bologna, un Grande Albergo diffuso:  senza ritegno è andato in giro a svendersi pezzi di città grazie alle brochure partorite negli uffici del Comune,  a corredo dell’elenco di immobili che potrebbero godere  di dilazioni, riduzioni e cancellazione dell’Imu e della Tasi, oltre alla  possibilità di ampliare fino al 20% la superficie della trasformazione per gli immobili, in barba al “volume zero” fiore all’occhiello del predecessore,  oggetto di tour promozionali in giro per il mondo da fare invidia a Carlino,  quello che trasforma i sogni in solide realtà. In questo caso stabili enormi, vecchi depositi del tram, ville, l’ex tribunale di San Firenze, l’immobile con l’arco di piazza Repubblica, l’ex Manifattura Tabacchi,  l’area delle ex Officine grandi riparazioni, il complesso,  la Cassa di risparmio di via Bufalini, palazzi in via di Quarto a Careggi, e anche il convento cappuccino di via dei Massoni, Poggiosecco e il Teatro Comunale.

Il fatto è che l’ometto, il vice del Lorenzo il Magnifico di Rignano, ha Grandi Ambizioni, anche se pare sortito da una commedia vernacolare del filone toscano di Pieraccioni e Panariello e malgrado cerchi di mascherare l’origine campana con un accento lavato in Arno.

Sotto l’ombrello materno della fortezza europea appartiene alla cerchia di chi si vuol rosicchiare un po’ di sovranità affaristica e privatistica con arrischiate tentazioni autonomiste e federali, che non hanno la grandezza della Lega o del Pd di Bonaccini, riducendosi a qualche espediente bottegaio, a qualche disubbidienza ai comandi centrali, a qualche iniziativa autarchica, a dimostrazione dell’aspirazione a ritrovare e consolidare quella bella e progressiva indipendenza dell’epoca dei principi.

Non è granchè ferrato in storia però, perché si dimentica che la peste quella vera, quella del Decamerone, seguiva un’epoca di crisi profonda prodotta proprio da un sistema economico che aveva dimostrato le sue perversa indole all’avidità e all’accumulazione, alla speculazione e allo sfruttamento, culminata nel fallimento dei Bardi e dei Peruzzi e dei malcapitati investitori caduti nella loro rete criminale, una crisi che aveva affamato  la popolazione, ridotto l’assistenza degli enti benefici e della Chiesa occupata grazie agli uffici della Confraternita dei Capitani di Orsanmichele a svolgere le funzioni di curatori si, ma fallimentari, esponendola al contagio.

E siccome siamo realistici c’è da dubitare che Nardella abbia preso esempio dal passato, quando, come scrive Carlo Maria Cipolla in un arguto pamphlet dedicato all’Italia di allora “i fiorentini trassero le loro logiche conclusioni: piantarono il commercio e la banca, si diedero alla pittura, alla cultura e alla poesia”. Si racconta che iniziò così, là dove era passata la nera signora con la falce, il Rinascimento.  Ci credete davvero al nuovo Rinascimento di Nardella, Renzi, Lotti, Rossi, dei banchieri del Mps e dell’Etruria?

 

 


Il sindaco bisteccone

nardAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ne ha registrati di successi il sindaco Nardella, impegnato nella perenne e tenace rivendicazione di essere il fedele prosecutore dei valori che ispirarono l’amministrazione Renzi e al tempo stesso determinato a dimostrare di poter addirittura far di meglio.

Non si può dimenticare come abbia saputo chiudere con esito favorevole il contenzioso con l’Unesco, che minacciava di dequalificare il centro storico di Firenze classificato tra i suoi patrimoni, a causa della esorbitante pressione turistica e dall’egemonia di immobiliaristi e  speculatori che hanno contribuito all’espulsione dei residenti, degli artigiani e dei piccoli commercianti  sostituiti distruggendo il tessuto sociale, le abitazioni e le attività tradizionali e con esse identità e memoria (tra l’altro ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/05/28/firenze-presa-a-nardellate/ ).

E lui invece con lungimirante e spavalda risolutezza ha fatto recedere la prestigiosa organizzazione dall’incauto proposito, imponendo la chiusura delle somministrazioni di kebab etnicamente e olfattivamente estranee alla cultura del luogo, con la stessa precisione chirurgica con la quale si è da sempre accanito contro vu’ cumprà e ambulanti, molesti quanto invece sono gradite grandi firme cui offrire locazioni favorevoli e spazi d’arte per eventi e convention.

Ma non basta: a coronare il suo trionfo, appena segnato dall’incidente di carattere “naturale” dello smottamento di un lungarno, vagamente compromesso dalle sterili polemiche dei disfattisti che non vogliono il tunnel dell’alta velocità sotto le pietre millenarie della città, lontanamente offuscato dalla vertenza che oppone progressisti e molesti misoneisti in merito al cosiddetto potenziamento dell’aeroporto cittadino,  il primo cittadino ha conquistato un riconoscimento che da solo dovrebbe bastare a chiudere la bocca ai gufi nichilisti che lamentano l’invasione di oltre 8 milioni di turisti, la cacciata degli abitanti, le strade regalate a una movida irrispettosa, le svendite e trasformazioni del patrimonio immobiliare pubblico, le concessioni di monumenti e siti di pregio culturale, compreso Ponte Vecchio,  ai festini aziendali dei finanziatori di una parte politica, la non ipotetica possibilità che venga chiusa la Biblioteca Nazionale per mancanza di fondi.

E infatti con lodevole intraprendenza  nel corso di una toccante cerimonia ha candidato (cito dal quotidiano la Nazione) “una regina delle nostre tavole, un emblema della gastronomia da export, la ‘fiorentina’ simbolo di un territorio, di un popolo, di una tradizione di beccai e di una filiera che aspira a contesti globali” all’ambito riconoscimento in qualità di patrimonio Unesco dell’umanità alla pari con la pizza, i pistacchi di Bronte, i fagioli di Lamon. E come non bastasse ha lanciato la porposta condivisa ampiamente con l’altra garrula esponente della succursale emiliana del giglio magico delle Olimpiadi Bologna-Firenze (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/10/25/milano-roma-citta-allultimo-stadio/).

Ma è la sua ultima performance che aggiunge un tocco epico alla sua carriera di primo cittadino: immortalato dai fotografi con tanto di elmetto in testa, incurante del rischio e con la stessa spericolata fermezza di altri condottieri prima di lui, immortalati a falciare, vangare, attraversare a nuoto tratti di mare o arrampicarsi su sentieri impervi, è stato ripreso mentre è intento all’installazione della millesima telecamera  di sicurezza a Firenze che così diventa “la città più videosorvegliata d’Italia” pronta a spezzare le reni alla criminalità, a combattere il terrorismo e a disincentivare i costumi dissipati dei forosette smaniose arrivate dagli States che con le loro abitudini dissolute “se la vanno a cercare”.

I dispositivi   tutti collegati tra loro con una rete in fibra ottica sono gestiti da un sistema centrale di supervisione quello della “Piattaforma Inquiris”, Unified Security Platform,  un software che permette di gestire e monitorare i diversi sistemi di sicurezza: videosorveglianza, antintrusione, antincendio, controllo accesso, stazioni meteo per rispondere a una sempre maggiore esigenza di sicurezza  e per facilitare le ricerche delle forze dell’ordine che hanno bisogno di visionare immagini delle telecamere e anche capire, in maniera più precisa, il tipo di movimenti di cittadini o oggetti.

Ha un sogno il sindaco Nardella, quello di fare della città che amministra il laboratorio del neoliberismo in salsa renziana, un capitalismo finanziario e speculativo sbruffone, ignorante, sgraziato, con tanto bastone per i poveracci e qualche carota per chi si illude di essere ancora classe agiata. E per carota si intende, alla stregua di un Salvini qualunque, una sicurezza che non comprenda equità, giustizia, rispetto dei diritti, ma repressione, controllo sociale, in modo che anche attraverso l’applicazione di sistemi e tecnologie si affermino le leggi, non quelle dello stato di diritto, ma del mercato, estendendo all’intera società le regole incivili applicate dal Jobs Act ai luoghi di lavoro, braccialetti elettronici, vigilanza sulle pause per la pipì o la mensa, applicando  indiscriminatamente quelle modalità e procedure dell’ordine pubblico urbano  pensate a dottate da molto prima del gorilla all’Interno, con la delega ai sindaci sceriffi di tutte le appartenenze a discriminare e reprimere i poveracci di qualsiasi etnia, in modo da criminalizzare gli ultimi per rassicurare i penultimi.

Così in un Paese che ha distrutto nel tempo la scuola pubblica non stupisce che si chiuda una Biblioteca per mancanza di risorse per investire di telecamere, proprio come si reperiscono i quattrini per salvare banche criminali o comprare aerei taroccati, mentre si tagliano i viveri alla tutela del territorio, alla ricostruzione nelle aree del terremoto, al welfare.

Così in un Paese che si lava la coscienza con un camouflage antifascista e antirazzista, non stupisce che un sindaco si trastulli sulla gru coi suoi giocattoli in sostituzione moderna e tecnologica dell’Ovra e dello spione di condominio, quando, senza scomodare Betham o Foucault c’è bisogno di sorvegliare per poter punire chi non si arrende ad essere docile e servile.

E’ l’ennesima dimostrazione di come l’esprimersi violento e rozzo di una estrema destra potenzialmente eversiva serva a  legittimare e garantire il mantenimento al potere dell’altra destra fintamente moderata rappresentato dalla vasta cerchia dei riformisti. Per quello non passa giorno senza che qualcuno non alzi l’utile spaventapasseri,  il simulacro che deve incutere paura dell’unico contagio che incute timore al potere, la ribellione.


Milano-Roma, città all’ultimo stadio

 

 

milan Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dopo l’hannus terribilis segnato dalla morte di Nerone e dalla guerra civile, l’anno dei  4 imperatori, eletti ai quattro capi dell’impero,  Vespasiano (cui dobbiamo tra l’altro l’Anfiteatro Flavio) era salito al trono  per acclamazione delle legioni d’Egitto, Giudea, Siria e Danubio. Una volta tornato a Roma il senato gli riconobbe  con un decreto tutti i poteri che erano stati propri di Augusto, Tiberio e Claudio, addirittura rafforzandoli in modo che potesse stringere accordi con altri popoli esterni ai confini, convocare il senato e far approvare disposizioni eccezionali senza essere limitato da leggi e plebisciti.

Pensate quanto piacerebbe poter godere delle stesse facoltà eccezionali alla Roma di Pallotta, anche grazie agli uffici del suo ottavo re in campo mai davvero detronizzato e che tanto si è speso in veste di non disinteressato testimonial: si deve a lui lo storico grido di riscossa  “vogliamo il nostro Colosseo moderno!”, che si disse abbia fatto  cadere sorprendentemente tutte le riserve sulla realizzazione del nuovo stadio da parte della stessa amministrazione che aveva ricevuto inattesi consensi elettorali proprio per quel no a grandi opere speculative, simboleggiato dal ritiro della candidatura alle Olimpiadi e dai ragionevoli dubbi sollevati in merito a localizzazione, impatto ambientale e pressione infrastrutturale dell’impianto a Tor di Valle.

Ma adesso pare che l’affarone sia quasi in porto, grazie alle 59 pagine della  Convenzione Urbanistica, frutto dell’ennesima performance di quell’urbanistica negoziata e concordata che fa delle città e dei suoi abitanti ostaggi nelle mani dei privati,  che il Comune di Roma ha proposto alla As Roma nella quale sono contenute le clausole per la futura cessione dei terreni dalla Eurnova del troppo discusso Luca Parnasi alla più presentabile TdV Real Estate, la società creata appositamente dalla Roma per gestire la costruzione dello Stadio e che diventerà “soggetto attuatore” dell’intervento in qualità di stazione appaltante di tutte le opere, sia pubbliche che private. Insomma si cambia la carte intestata dell’ingombrante investitore che resterà dietro le quinte e si fa finta di ridurre le concessioni alle cordate ingorde degli immobiliaristi: il gentlemen – si fa per dire – agreement infatti  esibisce come una conquista irrinunciabile in nome del bene della collettività   il divieto di trasformare gli uffici e le superfici  destinate al commercio, previste dal progetto, in edilizia residenziale.

Sgombrato il campo dal pericolo che qualche irriguardoso senza tetto possa trovare ricovero  là dove  devono sorgere stabili “compensativi” quelli che servono a far fruttare l’impresa e che è legittimo sospettare che  faranno la fine dei scheletrici falansteri della Colombo o della Tiburtina o centri commerciali di quelli in crisi in tutto il mondo ma che invece da noi vengono riproposti come templi della modernità,  l’impresa va avanti infischiandosene del parere del Politecnico di Torino incaricato dallo stesso Comune che ha messo in guardia dal concreto pericolo che l’incremento della viabilità nella rete primaria della “marco-area” possa provocare un “blocco pressoché totale della rete principale di connessione con la location Stadio”,  anche se il 50% del traffico fosse gestito dal mezzo pubblico. Anche l’ipotesi di intervenire per consolidare la linea ferroviaria  potenziando la fermata Tor di Valle della “Roma-Lido” non basterebbe di certo, a conferma che in mancanza di opere strutturali di “implementazione” del trasporto multimodale, il sito prescelto è sbagliato. Altro che sbagliato, sbagliatissimo,   a cominciare dall’imponente impatto ambientale su un’area golenale quanto mai vulnerabile, tanto che i pareri espressi dalle autorità addette alla valutazione del rischio idrogeologico raccomandavano estrema cautela.

E questo si sapeva bene, (sulla Tor-ta di Valle ho scritto tante volte, anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/01/19/stadio-tor-ta-di-valle/) fin da quando a ridosso della famosa Legge sugli Stadi il sindaco Marino rilancia il progetto dello stadio da realizzare nei terreni dell’ex ippodromo acquistati a prezzi scontati dalla società di costruzione di Luca Parnasi. Già allora l’arena rappresentava  solo il 14% del volume a fronte di circa  un milione di metri cubi risarcirebbero sotto forma di compensazione le spese dei privati: i soli oneri di urbanizzazione ammonterebbero a  360 milioni e dovevano essere previsti anche 63 ettari di verde pubblico.  Via via nel lungo iter segnato da indagini, incriminazioni, scandali resta ancora parecchio delle invereconde frattaglie del sogno di Marino: rivendica la sindaca Raggi di aver tagliato il 50% della cubatura che comunque resta di 550 mila metri cubi (il 60% solo sul Business Park, con eliminazione delle tre torri di Libeskind) rispetto ad un Piano Regolatore che ne autorizzava al massimo 330mila (di cui lo stadio rappresenta meno della metà).

Ormai  Roma e Milano fanno a gara sulle buche come sul consumo di suolo (la Capitale Morale vince la tenzone) e infatti anche il capoluogo lombardo vuole che le sue notti magiche abbiano un nuovo palcoscenico, come preteso da  Milan e Inter  (lunedì è al voto a Palazzo Marino) e per il quale archi star prestigiose hanno già presentato alcune ipotesi visionarie: un impianto trasparente  di Populous, un eco-stadio di Boeri, gli “Anelli doppi” di  Manica-Cmr.

Grazie allo stesso incantesimo (la Legge sugli Stadi) un’area di 250 mila metri quadrati con una precisa destinazione  ad attività sportive diventa area edificabile con un indice di possibile edificabilità dello 0,70, il doppio di 0,35, quanto cioè è concesso a qualsiasi cittadino nel resto di Milano, per dar vita a un’operazione immobiliare da 1,2 miliardi di euro. Così si capisce perché a sfamare le varie tipologie dei proponenti, società sportive, costruttori, studi di progettazione, immobiliaristi, (basta pensare a Milan e Inter che non dichiarano i propri titolari effettivi grazie a “catene di comando che si perdono nei paradisi fiscali delle Cayman, del Delaware, del Lussemburgo” come hanno denunciato la Commissione comunale antimafia e l’Anac) non basta il restauro del vecchio glorioso Meazza se invece intorno all’arena della quale viene accreditato l’interesse pubblico e l’utilità generale malgrado il Comune si ostini a non indire una gara, che sarebbe doverosa nel caso di  un’operazione immobiliare privata su terreni pubblici,  si possono collocare 180 mila metri quadrati di spazi commerciali, 66 mila di uffici, 15 mila di hotel, 13 mila per intrattenimento, 5 mila di spazio fitness, 4 mila di centro congressi.

Possiamo anche star tranquilli, a Firenze l’immaginifico sindaco Nardella ha detto no alla “tecnica del carciofo”, prendendo un pezzo alla volta: “I nostri uffici stanno andando avanti sul progetto Mercafir, ha detto, mettendo  tutto dentro, termovalorizzatore, pista dell’aeroporto, stadio e infrastrutture e allora si fa un ragionamento serio, da classe dirigente della Piana!”, ben determinato aCostruire un tempio sopraelevato che ci permetterà di superare i nostri limiti”, un’opera rinascimentale che vuole inaugurare nel 2021 malgrado preveda la demolizione, la bonifica e lo smaltimento di milioni di metri cubi di costruzioni esistenti, l’acquisto dell’area di proprietà Unipol e lo spostamento del mercato all’ingrosso e la costruzione della sede che dovrebbe ospitarlo.

Ma si faranno, eccome se si faranno, con buona pace degli onesti convertiti alla realpolitik del cemento, pronti a prendere i voti religiosi avendo perso quelli dell’elettorato abbracciando la fede  costruttivista che predica come i grandi eventi sportivi rappresentino l’occasione per realizzare opere e infrastrutture necessarie alla collettività, di andarsi a vedere i resti di archeologia agonistica, l’opportunità per formidabili ricadute occupazionali, dimentichi che hanno poco a che fare con il lavoro quel precariato che sconfina nel volontariato, saggiato in occasione dell’Expo o quello sotto forma di caporalato dei cantieri delle grandi opere. O che la Città dello sport a Tor Vergata, i due relitti che dovevano essere finiti per i Mondiali di nuoto del 2009, sono i monumenti in rovina, l’archeologia industriale o sportiva prima di essere terminati, a imperitura memoria di boria, corruzione, malaffare, consumo di suolo e risorse, esito imprescindibile di quei fasti effimeri, se non c’è stata Olimpiade o mondiale negli ultimi anni che non sia stato un clamoroso flop, tanto che paesi meno indebitati e corrotti del nostro fuggono queste “opportunità” come la peste, mentre noi festeggiamo la valanga di debiti che rotolerà impietosamente su Cortina e Milano.


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